DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 2)
F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation
85. «Non tralasciamo adunque costumanze di tal fatta trasmesseci dai padri, e la cui pratica noi stessi esperimentammo sempre vantaggiosa: nè ci affrettiamo a deliberare in breve particella di giorno su gran numero di persone, di ricchezze, di città e su la nostra stessa reputazione: facciamolo anzi posatamente, giacchè a noi, più che ad altri, ne porge il modo la nostra potenza. Spedite anche legati ad Atene, rispetto a Potidea ed ai torti cui gli alleati dicono ricevere; tanto più che gli Ateniesi son pronti a renderne ragione: or chi è pronto a render ragione non vuolsi tosto assalire come ingiuriatore. Al tempo stesso però preparatevi per la guerra. Queste per voi saranno le risoluzioni migliori, e le più atte a intimorire i nemici.» Così parlò Archidamo; ma in contrario Steneleida[59], allora uno degli Efori[60], presentatosi l’ultimo tenne ai Lacedemoni questo discorso.
86. «Io per me non intendo la lunga diceria degli Ateniesi: per sè molti elogi, senza punto negare i torti commessi contro i nostri alleati e contro il Peloponneso. Che se allora virtuosi nel resistere ai Medi, male oggi procedono con noi, meritano doppia pena, perchè di buoni divenuti malvagi: all’incontro noi siamo gli stessi ed allora e adesso; e se abbiamo fior di senno non ci rimarremo indifferenti sugli oltraggi degli alleati, nè tarderemo a soccorrerli, mentre i loro mali trattamenti non hanno indugio veruno. Hanno sì bene gli Ateniesi denaro, navi e cavalli; e noi abbiamo de’ buoni alleati che non debbono lasciarsi loro in preda: nè con giudizi o con parole si vuole decidere, mentre anch’essi non sono offesi a parole, ma vendicarli prontamente e con tutto il vigore. E nissun c’insegni, che a noi offesi meglio convenga deliberare; quando deliberar lungamente conviene piuttosto a coloro che vogliano offendere. Decretate adunque, o Lacedemoni, la guerra, come vuole il decoro di Sparta, e non lasciate ingrandir gli Ateniesi. Ah! non siamo i traditori degli alleati, ma affidati al favor degli Dei portiamo la guerra a coloro che gli oltraggiano.»
87. Detto ciò, egli stesso come Eforo ne propose il partito all’adunanza dei Lacedemoni: ed avvegnachè si desse il voto a voce e non col lapillo, disse non distinguere qual voce fosse maggiore: e volendo che col dichiarare scopertamente il loro voto fossero più animati per la guerra, ordinò così: «Chi di voi, o Lacedemoni, crede rotti gli accordi e rei d’oltraggio gli Ateniesi, si porti colà (additando il posto), altrimenti vada dall’altra parte.» Alzaronsi, presero posto distintamente, ed assai più furono quelli che opinavano per la rottura degli accordi. Allora introdussero anche gli alleati[61], e dissero aver quanto a sè deciso, l’ingiustizia essere dal lato degli Ateniesi, ma che invitati tutti gli alleati, gradivano vi aggiugnessero essi pure il loro voto, perchè fosse comune la deliberazione di far guerra, se così loro piacesse. Ciò fatto i legati dei confederati tornarono a casa, e quindi quelli ancora degli Ateniesi, dopo trattati gli affari per i quali erano venuti. Questo decreto dell’assemblea che dichiarava rotte le tregue fu fatto correndo l’anno quattordicesimo delle convenzioni stipulate dopo i fatti dell’Eubea.
88. I Lacedemoni poi decretarono esser rotte le tregue e doversi far guerra, non tanto perchè erano persuasi delle lamentanze degli alleati, quanto ancora perchè temevano che gli Ateniesi non venissero a maggiori ingrandimenti, giacchè omai vedevano soggetta loro la maggior parte della Grecia.
89. Erano infatti gli Ateniesi pervenuti al primato degli affari, lo che fu mezzo ai loro avanzamenti, per questo modo. Dappoichè i Medi vinti da’ Greci per mare e per terra ritiraronsi dall’Europa, e restarono distrutti quelli tra loro che si erano ricovrati sulle navi a Micale, Leotichida re dei Lacedemoni, condottiero dei Greci a Micale ritornò in patria conducendo seco gli alleati del Peloponneso: gli Ateniesi poi, e con loro i confederati della Ionia e dell’Ellesponto, che già s’erano ribellati al re, fermaronsi all’assedio di Sesto[62] occupato dai Medi, ove restarono tutto l’inverno, e si impadronirono della città da cui i barbari sloggiarono. Dopo ciò fatta vela dall’Ellesponto tornarono ciascuno alle loro città; e il comune degli Ateniesi, partiti che furono i Medi dal lor territorio, riportava subito di là, ove erano stati celatamente depositati, i figli, le mogli e le salvate masserizie. Poscia disponevansi a rifabbricar la città e le mura, poichè del circuito di questi piccoli brani rimanevano, e delle case moltissime erano rovinate, e sole quelle avanzavano ove erano alloggiati i magnati persiani.
90. Accortisi i Lacedemoni di quello che era per avvenire, andarono in ambasceria ad Atene, non tanto perchè avrebbero anch’essi meglio gradito che nè Ateniesi nè altri avessero mura, ma principalmente perchè erano istigati dai confederati e temevano la numerosa flotta degli Ateniesi, la quale poco innanzi non esisteva, e l’ardimento da loro mostrato nella guerra col Medo. Però li pregavano a non edificare le mura, e piuttosto ad unirsi con loro a demolire il giro di quante tuttora sussistessero fuori del Peloponneso. Nè già esponevano all’adunanza le intenzioni e i sospetti dell’animo loro verso. Atene; ma solo dimostravano che in questo modo il barbaro, in una seconda invasione, non troverebbe luogo munito, onde muoversi, come aveva testè fatto da Tebe; e che bastava il Peloponneso a dar ricovero a tutti, per quindi accorrere alla propria difesa. Gli Ateniesi, per consiglio di Temistocle, a questi discorsi dei Lacedemoni risposero: manderebbero legati a Sparta per trattar delle cose da loro esposte: e tosto gli accomiatarono. E Temistocle gli andava consigliando, spedissero immediatamente lui medesimo a Sparta, e non mandassero subito gli altri deputati oltre a lui; indugiassero anzi fino a che non avessero alzate le mura al punto necessario alla difesa; tutta la gente di città, nullo eccettuato, uomini, donne, ragazzi prestassero mano al lavoro di quelle; non la perdonassero a pubblico o privato edifizio, da cui potesse trarsi vantaggio all’opera, ma tutti gli demolissero. Dati questi avvisi, soggiunse che egli stesso tratterebbe colà del rimanente, e partì. Arrivato a Sparta non si accostava ai magistrati, trovando pretesti per temporeggiare: e quantunque volte alcun magistrato lo domandasse, perchè non si presentava alla pubblica adunanza, rispondeva: aspettare i suoi colleghi rimasti indietro per qualche bisogna, attenderne pronto l’arrivo, e maravigliarsi che ancor non fossero giunti.
91. In udendo ciò, per l’amicizia che avevano con Temistocle credevano alle parole di lui; nondimeno giunti alcuni altri, e ragguagliando chiaramente che le mura si edificavano, e che già erano di qualche altezza, non sapevano come non credervi. Temistocle accortosi di ciò li consiglia a non lasciarsi illudere da discorsi, ma spedire alcuni di loro, personaggi dabbene, i quali osservata la cosa, la riferissero fidatamente. Si spediscono. E Temistocle, rispetto a loro, manda celatamente avviso agli Ateniesi ordinando li trattenessero nel modo il men vistoso, e non gli licenziassero, prima che egli ed i colleghi fossero ritornati: conciofossechè (venuti essendo a raggiungerlo Abronico figliolo di Lisicle, ed Aristide di Lisimaco compagni dell’ambasceria, colla nuova che le mura erano a buon termine) temeva che i Lacedemoni, avutone indubitabile ragguaglio non più gli lascerebbero partire. Gli Ateniesi adunque come era stato loro significato, intertennero i legati; e appunto allora Temistocle presentatosi ai Lacedemoni disse apertamente: «la città essere omai fornita di mura a segno che poteva difendere gli abitanti: però se i Lacedemoni o i confederati volevano mandare qualche legazione ad Atene, lo facessero in avvenire come a gente che sa discernere il proprio ed il comune vantaggio; perchè anche quando credettero espediente abbandonar la città e salir sulle navi, osarono farlo senza conferirne con loro; nè esser mai per consiglio rimasti indietro ad alcuno in tutti gli affari su i quali insieme con essi erano venuti a deliberare. Parer dunque meglior cosa anche adesso che la loro città abbia mura; ciò esser per riuscire di maggior utilità non solo pe’ cittadini in particolare, ma per tutti i confederati. Infatti senza equilibrio di forze non esser possibile che nulla si deliberi in comune con eguaglianza di diritto. Pertanto, soggiungeva, o dover tutti i compresi nella lega restar senza mura, o trovar giusto anche il fatto presente.»
92. A queste parole i Lacedemoni non mostrarono apertamente il loro dispetto verso gli Ateniesi, sia perchè la loro ambasceria non aveva per oggetto il fare inibizione alcuna, ma solo (se vuolsi credere) il consigliare la cosa come vantaggiosa pel bene comune; sia perchè erano allora amici della Repubblica ateniese a cagione dell’esimio valore mostrato contro il Medo; ma covavano internamente il rancore vedendo falliti i propri disegni. E gli ambasciatori di ambe le parti tornarono ciascuno alla patria senza farsi querela veruna.
93. Così gli Ateniesi in poco tempo edificarono le mura della città; e l’edifizio mostra anche adesso essere stato frettolosamente compito: conciossiachè lo sostengono fondamenta d’ogni maniera di sassi, e in qualche parte non ben commessi, ma alla rinfusa come ciascuno gli portava; impiegaronvi ancora molte colonnette dei sepolcri e pietre scolpite: perchè, volendo dappertutto dilatare il giro della città, si avacciavano abbattendo ogni cosa senza riguardo. Inoltre Temistocle persuase agli Ateniesi di dar compimento anche alla fabbrica del Pireo già incominciata l’anno che egli fu arconte in Atene; perocchè giudicava quel luogo vantaggioso per i tre porti naturali che presenta; e perchè ad essi, ove si addessero al mare, riuscirebbe di gran giovamento per avanzare in potenza. Egli il primo osò dire, bisognare applicarsi al mare, e subito tolse a procacciarne loro l’imperio. Fabbricarono, per suo consiglio, anco il muro intorno al Pireo della grossezza che tuttora si vede, cosicchè due carri a riscontro vi portavano i sassi. Nell’interno della muraglia non era nè calcina nè loto, ma grandi pietre congegnate, tagliate a canto vivo, e tenute insieme all’esterno con ferro impiombato. Nondimeno l’altezza fu forse condotta alla metà di quanto ei s’era prefisso; sì perchè voleva coll’altezza e grossezza del muro tener lontani gli assalti dei nemici, sì perchè giudicava bastevoli a guardarlo pochi e dei più invalidi, affinchè gli altri montassero sulle navi alle quali erano tutte rivolte le sue cure. Vedeva egli, per mio avviso, che agli eserciti del re restava più facile lo invadere dalla parte di mare che dalla parte di terra; laonde giudicava, il Pireo più importante della rocca della città: e spesso avvertiva gli Ateniesi avessero a scendervi per far sulle navi resistenza a qualunque, se per avventura si trovassero stretti dalla parte di terra. Così gli Ateniesi subito dopo la ritirata dei Medi si fortificarono colle mura, e ristaurarono il rimanente della città.
94. Da Sparta fu di poi spedito condottiero de’ Greci Pausania figlio di Cleombroto con venti navi del Peloponneso, alle quali si unirono gli Ateniesi con trenta, e con buon numero degli altri alleati. Fecero vela contro l’isola di Cipro e ne soggiogarono gran parte; si diressero poscia alla volta di Bisanzio occupata dai Medi, e la espugnarono sotto la condotta del medesimo.
95. Ma già Pausania usava nel comando modi insolenti, onde erano disgustati gli altri Greci, e principalmente gli Ionii e quanti eransi di poco sottratti al servaggio del re[63]. Questi prontavano[64] presso gli Ateniesi, e pel titolo di parentela gli pregavano volessero essere loro duci, e non permettessero a Pausania le sue soperchierie. Gli Ateniesi prestarono orecchio alle loro parole, e presero a considerarle con intendimento di non lasciar correre, e di ordinare le altre cose nella maniera la più utile per loro. In questo i Lacedemoni richiamano Pausania per fare il processo dei rapporti che avevano di lui: avvegnachè da’ Greci che arrivavano a Sparta gli fossero imputate grandi ingiustizie, per le quali compariva più tiranno che generale. Nel tempo istesso del suo richiamo accadde che anche gli alleati, salvo le milizie del Peloponneso, per l’odio concepito contro di lui passarono a parte Ateniese. Giunto egli a Sparta fu dichiarato reo di private avanie contro alcuno, ma restò assoluto come innocente delle imputazioni più criminose; perocchè veniva principalmente accusato di seguir la parte del Medo, e la cosa pareva manifestissima. Il perchè non fu più spedito generale, ma inviarono Dorci ed alcuni altri con piccol numero di soldatesca, ai quali gli alleati non vollero rimettere il comando. Come essi il riseppero tornarono indietro, e i Lacedemoni non spedironvi più alcuno, sì perchè temevano che andati colà non si guastassero, come era addivenuto di Pausania, sì perchè bramavano disbrigarsi della guerra col Medo, e reputavano gli Ateniesi capitani sufficienti, e in quel tempo loro amici.
96. In questa guisa, a grado degli alleati che odiavano Pausania, pervenuti gli Ateniesi al comando determinarono le città che avessero a somministrar denaro o navi per andar contro il barbaro; conciossiachè pretesto a ciò era la vendetta che pei mali sofferti volevan prendere di lui, devastandone le terre. E fu allora per la prima volta constituita presso gli Ateniesi la carica degli Ellenotami, i quali riscotevano il tributo[65], che così chiamossi la contribuzione del denaro. Da prima il tributo imposto fu di quattrocentosessanta talenti. Delo era la tesoreria, e nel tempio si tenevano le adunanze.
97. In principio gli Ateniesi governavano gli alleati, lasciando loro le proprie leggi, ed il dritto di deliberare nelle generali adunanze: ma nel tempo di mezzo a questa guerra e quella del Medo, sono pervenuti a grado presente di potenza per essersi esercitati in guerra, e per aver condotto a lieto fine le brighe avute col barbaro, coi propri alleati che mulinassero cose nuove, e con quei tra i Peloponnesi che a mano a mano prendessero parte in ciascuna di quelle controversie. Ed io ne ho scritto l’istoria, fatta digressione dal mio soggetto, avvegnachè questo punto sia stato omesso da tutti gli scrittori prima di me, che hanno narrato o i fatti de’ Greci anteriori alla guerra dei Medi, o quelli solo della guerra con i Medi. Ed Ellanico[66], che pur lo toccò nella storia attica, rammenta le cose in succinto, e senza accurata indicazione dei tempi. Inoltre questa digressione insegna chiaramente il modo onde venne a stabilirsi l’impero degli Ateniesi.
98. Questi primieramente sotto la condotta di Cimone figliolo di Milziade cinsero d’assedio ed espugnarono Eiona sullo Strimone[67], occupata allora dai Medi, e fecero schiavi gli abitanti. Ridussero poscia in servitù Sciro isola del mare Egeo, abitata dai Dolopi[68], ove mandarono colonia de’ loro. Ebbero anche (senza che vi prendessero parte gli altri Eubei) guerra coi Caristii[69], con i quali qualche tempo dopo vennero agli accordi. Mossero poi guerra ai Nassii[70] che s’erano ribellati e gli soggiogarono per via d’assedio; e questa fu la prima città alleata ridotta, contro la consueta osservanza del dritto, allo stato di servitù: lo che in questo o in quel modo addivenne anche all’altre.
99. Tra i varii motivi di ribellione erano i principali il rifiuto dei tributi e delle navi, e la mancanza in chi che fosse al servigio militare. Perocchè gli Ateniesi erano rigorosi esattori, e rendevansi odiosi costringendo alle militari fatiche gente non usatavi e non volenterosa. Erano ancora per altre cagioni non più come prima aggraditi nel loro comando, e nelle spedizioni non concorrevano con soldatesca egualmente che gli altri; tanto per essi era facile assoggettare i ribelli. Ma di queste soperchierie erano cagione gli alleati stessi, la più parte dei quali, attesa questa ritrosia al servigio militare per non dilungarsi dalla patria, invece che dare le navi, tassavansi a pagar l’equivalente in denaro. Così gli Ateniesi accrescevano la loro flotta colla pecunia contribuita da quelli, i quali ove si ribellassero, entravano in guerra poveri e scarsi d’apparecchi.
100. Dopo questi avvenimenti gli Ateniesi e gli alleati ebbero combattimento navale e terrestre col Medo, sul fiume Eurimedonte, nella Pamfilia, capitanati da Cimone figliolo di Milziade: e in un giorno stesso furono vincitori in amendue, presevi e disfatte in tutto dugento triremi dei Fenici. Appresso avvenne la ribellione de’ Tasii venuti in controversia per le piazze mercantili e per le miniere che possedevano in quella parte di Tracia, che guarda verso la loro isola. Gli Ateniesi fecero vela per alla volta di Taso, vinsero la battaglia navale, e sbarcarono a terra. Circa questo tempo mandarono sul fiume Strimone una colonia di diecimila tra Ateniesi e confederati, con intendimento di impadronirsi del luogo detto allora Le Nove Strade, ed ora Amfipoli, cui occupavano gli Edoni. Infatti se ne insignorirono; ma procedendo fra terra in Tracia[71], furono disfatti a Drabesco dell’Edonia dai Traci tutti riuniti, i quali mal sopportavano l’edificazione del castello Nove-Strade.
101. I Tasii rimasti vinti in più battaglie ed essendo stretti dall’assedio si raccomandavano ai Lacedemoni, confortandoli a dar loro soccorso coll’invader l’Attica. Ne tolsero i Lacedemoni l’assunto di nascosto agli Ateniesi, ed erano in sull’eseguir ciò, se non che furonne distolti dal terremoto che allor sopravvenne, all’occasione del quale anche gli Iloti[72], e tra i popoli convicini a Sparta, i Turiati e gli Elei ribellaronsi e passarono in Itome. La maggior parte degl’Iloti discendevano da quelli antichi Messenii ridotti allora in servitù, ed erano per ciò chiamati tutti Messenii. Frattanto i Lacedemoni ebbero guerra con quei di Itome: ed i Tasii assediati da tre anni si resero agli Ateniesi, a condizione di demolire le mura, consegnare le navi, accettare i balzelli di denaro da pagarsi in sul momento, o come un tributo per l’avvenire, e di abbandonare le terraferma e le miniere.
102. I Lacedemoni poi, vedendo andare in lungo la guerra con quei d’Itome, chiamarono tra gli altri alleati anche gli Ateniesi, attesa principalmente la fama del loro valore nell’espugnare le mura, i quali vi andarono in buon numero condotti da Cimone. Nondimeno, per la lunghezza dell’assedio, la loro bravura appariva minore dalla rinomanza; avvegnachè avrebbero altrimenti preso a viva forza la piazza. Laonde questa spedizione originò i primi manifesti disgusti tra Lacedemoni ed Ateniesi. Imperciocchè i Lacedemoni, dacchè non riusciva loro l’espugnazione di quella, insospettirono dell’audacia e dell’amor per le cose nuove degli Ateniesi[73], tanto più che gli riguardavano come d’altra nazione: e temendo che continuando a trattenervisi, non fossero indotti da quei d’Itome a tentar novità, congedarono essi soli tra gli alleati, senza dichiarare il proprio sospetto, e solo dicendo non averne più bisogno. Conobbero gli Ateniesi di non esser congedati per onesta cagione, ma esser nato qualche sospetto: se ne adontarono, e stimando non aver meritato sì inonesto trattamento dai Lacedemoni, tornati appena alla patria abbandonarono la lega fatta con essi contro il Medo, entrarono in alleanza con gli Argivi nemici di quelli, ed entrambi strinsero e giurarono confederazione coi Tessali.
103. Quelli d’Itome dopo dieci anni d’assedio non potendo più reggersi, capitolarono coi Lacedemoni di uscir con salvocondotto dal Peloponneso per non mettervi mai più piede; e chiunque vi fosse preso rimanesse schiavo di chi lo arrestasse. Inoltre i Lacedemoni avevano di prima avuto in risposta dall’oracolo Pitico «lasciassero partire il supplichevole a nome di Giove Itomita.» Partirono adunque coloro coi figlioli e colle mogli; e gli Ateniesi, perchè già odiavano i Lacedemoni, gli accolsero e diedero loro stanza a Naupatto[74] tolto di poco ai Locri Ozolii che l’occupavano. Anche i Megaresi stretti dalla guerra coi Corintii per controversie su i confini del territorio, staccaronsi dai Lacedemoni e ricorsero all’alleanza degli Ateniesi: i quali per questo modo acquistarono Megara e Pege, e fabbricarono ai Megaresi le mura lunghe, dalla città sino a Nisea[75], ove tenevano presidio da loro stessi. Da ciò ebbe principalmente origine l’odio implacabile dei Corintii contro gli Ateniesi.
104. Passando ora a parlare d’Inaro di Libia, figliolo di Psammetico re dei Libii confinanti coll’Egitto, è da sapere, che partitosi egli da Marea[76] città situata al disopra di Faro, ribellò al re Artaserse[77] la maggior parte dell’Egitto, se ne fece capo, e chiamò ancora gli Ateniesi, i quali per avventura erano andati ad oste a Cipro con un’armata di dugento navi tra di loro e dei confederati. Abbandonarono essi quell’impresa, e recatisi colà, lasciando la marina navigarono pel Nilo, e restati padroni del fiume e di due parti di Memfi facevano guerra alla terza chiamata le Mura-Bianche, ove stanziavano i rifuggiti Persiani e Medi con quelli Egiziani che non si erano mescolati nella ribellione.
105. Gli Ateniesi presero terra ad Alia[78], e fecero giornata coi Corintii e con gli Epidaurii, ove restarono vincitori i Corintii. Fuvvi di poi gran battaglia navale tra la flotta peloponnesia e l’ateniese a Cecrifalea[79], con la vittoria di quest’ultima: ed essendo omai insorta la guerra tra gli Ateniesi e gli Egineti, seguì tra loro presso Egina gran combattimento per mare, ove ambe le parti erano sostenute dagli alleati. La vittoria fu per gli Ateniesi che presero settanta navi nemiche, e sbarcarono nell’isola ad assediarne la città, guidati da Leocrate figliolo di Strebo. Per questa nuova i Peloponnesi volendo soccorrere gli Egineti fecero passare in Egina trecento fanti di grave armatura stati di prima ausiliari dei Corintii e degli Epidaurii, ed occuparono le alture di Geranea[80]. Medesimamente i Corintii con gli alleati scesero nel territorio megarese, confidando che gli Ateniesi non potrebbero portare aiuto ai Megaresi, perchè gran parte di loro gente era lontana, trovandosi chi in Egina chi in Egitto; speravano altresì che, ove volessero soccorrerli, sarebbero costretti a rimuoversi da Egina. Ma i più vecchi ed i giovanetti degli Ateniesi rimasti in città, senza punto muovere l’esercito che era ad Egina, marciano a Megara, sotto la condotta di Mironida, vengono a giornata con i Corintii, e la vittoria fu indecisa; il perchè i due eserciti si divisero stimando amendue non avere avuto la peggio nella zuffa. Nondimeno gli Ateniesi, i quali piuttosto furono vincitori, ersero trofeo, partiti che furono i Corintii; i quali motteggiati come dappoco dai più vecchi rimasti in città, dodici giorni dopo tornarono apparecchiati a contrapporre trofeo quasi avessero riportata vittoria. Allora gli Ateniesi usciti con alte grida da Megara trucidarono quelli che lo innalzavano, e azzuffatisi con gli altri, gli misero in volta.
106. Costoro vinti davano indietro, e buon numero di essi incalzati vigorosamente incapparono nella terra d’un signore privato, cinta intorno di profonda fossa senza uscita veruna. Gli Ateniesi se ne accorsero e colle truppe gravi li chiusero di fronte, e schierati sul circuito i soldati leggieri, lapidarono tutti quelli che v’erano entrati. Fu questa una grande sciagura per i Corintii, nondimeno il grosso dell’oste tornò in città.
107. Circa questo tempo gli Ateniesi cominciarono a fabbricare le mura lunghe verso il mare, che da una parte arrivano a Falera, dall’altra al Pireo. I Focesi volsero le armi contro Beo, Citinio ed Erineo castelli dei Dorii dai quali discendono i Lacedemoni, e si fecero padroni di uno di quelli. I Lacedemoni condotti da Nicomede figliolo di Cleombroto, che comandava in luogo del re Plistoanatte ancor giovinetto figliolo di Pausania, corsero in aiuto dei Dorii con millecinquecento dei loro di grave armatura e diecimila alleati; e costretti i Focesi a render per capitolazione il castello, tornavano indietro. Ma al loro ritorno trovaronsi in pericoloso frangente; conciossiachè se volessero per la via di mare tragittare il seno di Crisa, gli Ateniesi volteggiando colle navi erano pronti ad opporvisi; senza che, il passaggio per Geranea pareva mal sicuro, occupando gli Ateniesi Megara o Pege, e disastroso era il cammino per a quella, guardata continuamente dagli Ateniesi: e comprendevano bene che anche da cotesto lato si sarebbero opposti. Per pensare adunque al modo più sicuro del passare innanzi fermaronsi presso i Beozi, tanto più che segretamente ne li confortavano alcuni di Atene i quali speravano abolire il governo popolare, e frastornare l’edificazione delle mura lunghe[81]. Gli Ateniesi a stormo accorservi contro, con l’aggiunta di mille Argivi e di altri alleati secondo le forze di ciascheduno (ciò furono in tutti quattordicimila); perchè giudicavano non saprebbero per dove aprirsi il passo, e perchè bucinavasi si cercasse abolire il governo popolare. Si unì con gli Ateniesi per patto di alleanza[82] anche la cavalleria tessala che nel forte della zuffa passò ai Lacedemoni.
108. Vennero a giornata a Tanagra della Beozia con grande strage da ambe le parti, ma con la vittoria dei Lacedemoni, i quali si avanzarono sul territorio di Megara, e diboscando le vie tornarono a casa a traverso Geranea e l’istmo. Sessantadue giorni dopo la battaglia gli Ateniesi condotti da Mironida rivolsero le armi contro i Beozi, e vincitori nel combattimento delle Enofite[83] s’impadronirono del territorio beotico e della Focide, e rovinarono le mura di Tanagra. Presero altresì cento ostaggi dei più ricchi tra’ Locri Opunzii, e compirono le loro mura lunghe. Dopo questi avvenimenti gli Egineti si arresero agli Ateniesi a condizione di demolir le mura, consegnare le navi ed accettare le imposizioni da pagarsi in avvenire. Poscia gli Ateniesi sotto la condotta di Tolmida figliolo di Tolmeo fecero per mare il giro del Peloponneso, incendiarono l’arsenale de’ Lacedemoni[84], presero Calcide città dei Corintii, e vinsero in battaglia i Sicionesi che vollero opporsi al loro sbarco.
109. L’esercito ateniese che con gli alleati era in Egitto vi restava tuttora, e la guerra avea preso per loro molte forme diverse. Conciossiachè da prima essendo gli Ateniesi padroni dell’Egitto, il re Artaserse spedisce a Sparta Megabazzo gentiluomo persiano con buona somma di denaro, per confortare i Lacedemoni ad invadere l’Attica e così divertire gli Ateniesi dall’Egitto. Ma vedendo Megabazzo che l’affare non si incamminava a buon fine, e che spendeva senza prò, si ricondusse in Asia col resto del denaro. Allora Artaserse spedisce in Egitto con molta gente un altro Megabazzo signore persiano figliolo di Zopiro[85], il quale andato colà per terra superò in battaglia i ribelli Egiziani co’ loro alleati, e cacciò da Memfi i Greci, cui finalmente riserrò nell’isola Prosopitide[86]. Ivi li teneva assediati diciotto mesi; sino a che dissecò il canale voltandone altrove le acque; e ridotte le navi in secco e la maggior parte dell’isola in terraferma, vi passò colla fanteria e se ne fece padrone.
110. Per questo modo dopo sei anni di guerra andarono colà rovinate le cose dei Greci; e di quella numerosa armata, pochi passando per la Libia giunsero a salvamento in Cirene, mentre la maggior parte vi perirono. L’Egitto ritornò tutto all’obbedienza del re, salvo Amirteo signore delle paludi[87], per la vastità delle quali non potè esser vinto, e perchè gli abitatori di quelle sono tra gli Egiziani i più valorosi guerrieri. Inaro re dei Libii, autore di tutte le turbolenze dell’Egitto, fu preso a tradimento e messo in croce. Cinquanta navi poi degli Ateniesi e degli altri alleati che navigavano verso l’Egitto per succedere alle prime, approdarono, senza saper nulla dei fatti accaduti, al ramo del Nilo, chiamato Mendesio. Ma la fanteria nemica dalla parte di terra e la flotta fenicia dal mare le assalirono, e ne distrussero la maggior parte: poche dando addietro si sottrassero colla fuga. Tale fu il termine di questa grande spedizione in Egitto fatta dagli Ateniesi insieme co’ loro confederati[88].
111. Oreste, figliolo di Echecratida, re dei Tessali, trovandosi bandito dalla Tessaglia pregò gli Ateniesi a ricondurvelo. Questi unirono le armi con i Beozi ed i Focesi loro alleati, e marciarono contro Farsale della Tessaglia: ma impediti dalla cavalleria tessala occuparono soltanto quel poco spazio di terreno che potevano non dilungandosi molto dal campo, e non riuscirono a prendere la città, nè operare verun’altra cosa di quelle per cui si erano mossi; laonde insieme con Oreste si ritirarono senza aver conchiuso nulla[89]. Non molto di poi mille Ateniesi condotti da Pericle figliolo di Xantippo salirono sulle navi che avevano a Pege (della qual città erano padroni) e radendo la costa passarono a Sicione, ove nel fare scala superarono in battaglia quei Sicionesi che erano venuti a combatterli[90]. Quindi pigliarono immediatamente seco gli Achei, e tragittarono alla parte opposta del golfo per portar l’armi contro Eniade città dell’Acarnania. La cinsero d’assedio, ma non avendo potuto espugnarla ritornarono a casa.
112. Passati tre anni i Peloponnesi e gli Ateniesi fanno tregua per cinque anni: il perchè gli Ateniesi si ritenevano dal far la guerra in Grecia, mentre che guidati da Cimone si volsero contro Cipro con dugento navi tra di loro e degli alleati; sessanta delle quali fecero vela per l’Egitto a richiesta d’Amirteo signore delle paludi, le altre assediavano Cizio. Venuto a morte Cimone, e fattosi carestia gli Ateniesi si ritirarono da Cizio[91], e in tragittando al disopra di Salamina di Cipro combatterono ad un tempo stesso per mare e per terra co’ Fenici, co’ Ciprii e coi Cilicii, ed avuto vittoria in ambedue le battaglie tornarono a casa di conserva colle navi che venivano d’Egitto. I Lacedemoni dipoi intrapresero la guerra chiamata sacra, e insignoritisi del tempio di Delfo lo consegnarono ai Delfi. Alla loro partita vi tornarono gli Ateniesi a mano armata, e vinti i Delfi lo restituirono ai Focesi.
113. Passato qualche tempo, avendo i fuorusciti di Beozia occupato Orcomeno e Cheronea ed alcune altre terre della Beozia, gli Ateniesi condotti da Tolmida figliolo di Tolmeo con mille dei loro soldati di grave armatura e con quanti alleati poterono, andarono ad oste contro cotesti luoghi divenuti loro nemici, espugnarono Cheronea, ne misero in servitù i cittadini, e lasciatovi presidio levarono il campo. Ma come marciando furono pervenuti presso Coronea, i banditi Beozii ed Eubeesi con quanti erano della medesima fazione, e con essi i Locresi, usciti da Orcomeno gli assaltano; gli Ateniesi, vincitori nella battaglia parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri; i quali fatta tregua a condizione di riavere i prigionieri, abbandonarono interamente la Beozia. Così i fuorusciti Beozii con tutti gli altri tornarono alla patria e racquistarono libertà.
114. Non molto dopo, l’Eubea si ribellò agli Ateniesi; contro la quale passato Pericle con l’armata ateniese ebbe nuova che Megara era in sommossa, e i Peloponnesi in procinto d’invadere l’Attica e la guarnigione ateniese, salvo quei che erano rifuggiti a Nisea, trucidata dai Megaresi; i quali prima di ribellarsi avevano tratto nella loro parte i Corintii, i Sicionesi e gli Epidaurii. Pericle adunque senza perder tempo ricondusse via l’armata dall’Eubea. Al suo ritorno i Peloponnesi condotti da Pausania[92] re dei Lacedemoni corsero l’Attica sino ad Eleusi e Trio[93] e la guastarono; e senza procedere più oltre tornarono a casa[94]. Allora gli Ateniesi sotto il comando di Pericle ripassarono nell’Eubea, la soggiogarono tutta, e cacciati i soli Estiesi, le terre dei quali ritennero per sè, acconciarono per capitolazione lo stato delle altre parti.
115. Tornati dall’Eubea fecero poco dopo la tregua dei trent’anni coi Lacedemoni e cogli alleati, restituendo ad essi Nisea, Acaia, Pege e Trezene che per loro si tenevano. Sei anni dopo nacque per conto di Priene guerra tra i Samii ed i Milesii: questi sopraffatti nella guerra medesima ebbero ricorso ad Atene, ove accusavano i Samii, porgendo anche loro favore alcuni dei Samii stessi che aspiravano a cangiamento di governo. Gli Ateniesi adunque navigarono a Samo con quaranta navi, ordinaronvi il governo popolare, presero in ostaggio dai Samii cinquanta fanciulli ed altrettanti uomini che depositarono a Lemno, e lasciato presidio a Samo partirono. Ma alcuni dei Samii che non avevano potuto sopportar ciò, ed erano scapolati in terraferma, fecero conspirazione con i più potenti rimasti in città, e con Pissutne figliolo d’Istaspe, allora governatore di Sardi; e raccolti circa settecento soldati ausiliari, sul far della notte tragittarono in Samo. Assaltarono primieramente i popolani e ne presero la maggior parte: dipoi tolsero via i loro ostaggi da Lemno, ribellaronsi ad Atene, consegnarono a Pissutne la guarnigione ateniese con i capitani restati presso di loro, e tosto apparecchiavansi a portar le armi contro Mileto, essendosi con essi uniti alla ribellione anche i Bizantini.
116. Come gli Ateniesi seppero ciò fecero vela per Samo con sessanta navi, sedici delle quali non furono adoperate in questa impresa, perchè parte andarono in Caria osservando la flotta fenicia, parte in giro a Chio ed a Lesbo intimando i soccorsi. Pertanto colle quarantaquattro rimaste, sotto la condotta di Pericle e di altri nove capitani[95], combatterono presso l’isola di Tragia[96] contro settanta navi dei Samii, che tutte ritornavano da Mileto e venti delle quali servirono a trasportare le soldatesche; e la vittoria fu degli Ateniesi. I quali, essendo giunte in loro aiuto quaranta navi da Atene e venticinque da Chio e da Lesbo, sbarcarono a terra; e vincitori in battaglia terrestre cinsero la città di tre mura, tenendola nell’istesso tempo assediata dalla parte di mare. Dipoi Pericle tolse seco sessanta delle navi che ivi stavano sull’ancora, ed andò speditamente a Cauno e in Caria, ricevuto avviso che la flotta fenicia si avanzava contro di loro: tanto più che da Samo Stesagora ed altri erano con cinque navi andati ad incontrarla.
117. Colsero i Samii questa occasione per uscire improvvisamente dal porto; assaltarono il campo nemico non ordinato a difesa; disfecero le navi dell’antiguardia ed azzuffatisi con quelle che si avanzavano incontro ne riportarono vittoria, e restarono padroni del mare circonvicino circa quattordici giorni, introducendo e mandando fuori ciò che volevano[97]: sino a che tornato Pericle furono nuovamente serrati dalle navi. Giunse poscia da Atene nuovo rinforzo di quaranta navi condotte da Tucidide[98], da Agnone e da Formione; ed altre venti poi condotte da Tlepolemo ed Anticle, con più trenta da Chio e da Lesbo. Diedero i Samii una debole battaglia navale, ma non potendo più resistere nel nono mese caddero in potestà degli Ateniesi, rendendosi a patti di demolir le mura, dare ostaggi, consegnare le navi e rimborsarli a rate delle spese occorse nella guerra[99]. Anche i Bizantini accordaronsi di rimaner come prima sudditi degli Ateniesi.
118. Pochi anni dipoi le cose narrate, avvennero i fatti per me dichiarati di Corfù e di Potidea, e quanti altri frattanto diedero materia a questa guerra. Tutto ciò che fecero i Greci tra loro o contro il barbaro, accadde nello spazio di cinquant’anni che fu tramezzo alla ritirata di Serse ed al cominciamento di questa guerra; nel corso dei quali anni gli Ateniesi consolidarono viemaggiormente il loro imperio; e grandemente avanzarono il loro potere. Sapevanselo i Lacedemoni, ma lenti essendo anche di prima ad entrare in guerra, se non vi fossero astretti, e di più impediti dalle domestiche contese, non vi si opponevano per nessun modo, salvo che in qualche caso per breve durata, mentre che il più del tempo stavano inoperosi. Ma alla fine come videro la potenza degli Ateniesi manifestamente innalzarsi ed essere inquietati i loro stessi alleati, allora giudicarono non esser più da tollerare; doversi anzi con ogni studio andar contro, e se possibil fosse abbattere la grandezza ateniese coll’imprendere questa guerra. Per lo che non solamente per proprio avviso i Lacedemoni decisero violata la tregua dagli Ateniesi, ma spedirono ancora a Delfo, domandando l’oracolo se movendo la guerra capiterebbero a buon fine. Raccontasi l’oracolo rispondesse che intraprendendola con tutte le forze sarebbero vincitori[100], e che egli, richiesto o no, porgerebbe loro soccorso[101].
119. Pertanto invitarono nuovamente i confederati e vollero si rimandasse a partito la deliberazione di guerra. Andaronvi gli ambasciatori di tutta la lega, e tenutasi adunanza ciascuno espose il parer suo, accusando generalmente gli Ateniesi, e giudicando doversi far guerra. Ed i Corintii i quali, pel timore che Potidea fosse rovinata innanzi la decisione, avevano già pregato i legati di ciascheduna città a dare il voto per la guerra, essendo anche allora presenti, si fecero avanti gli ultimi e parlarono così.
120. «Valorosi alleati, noi non avremo più a dolerci che non abbiano anche gli stessi Lacedemoni decretato la guerra; mentre per questo appunto ci hanno ora congregati. E di vero chi presiede deve mantenere l’egualità nel governamento dei suoi affari privati, ma essere il primo a travagliarsi nei comuni, in quella guisa medesima che nell’altre cose è avuto in onoranza sopra tutti. A quanti poi sono tra noi che hanno avuto che fare con gli Ateniesi, non fa bisogno di ammaestramenti per imparare a guardarsene; ma a quei che abitano più di lungi dal mare, e non sulle coste, fa bisogno sapere che, ove non soccorrano le terre marittime, si renderà loro più difficile il trasportare alla marina i frutti delle diverse stagioni, come all’incontro il ricevere in compensazione dagli altri ciò che il mare porge alla terraferma. Per lo che non hanno ad essere cattivi giudicatori delle cose ora proposte quasi che per nulla loro appartengano; ma debbono aspettarsi che abbandonando le terre marittime verrà anche sovr’essi il flagello; e comprendere che non meno dell’altrui si tratta ora della loro utilità; motivo per cui non vuolsi da loro indugiare ad appigliarsi alla guerra più presto che alla pace. Conciossiachè è proprio degli uomini discreti lo star tranquilli se non sieno offesi; dei generosi passar dalla pace alla guerra se sieno ingiuriati; e se gli assista la fortuna, dalla guerra tornar nuovamente in pace senza insuperbire pel buono successo delle loro armi; nè per godere di pacifico riposo lasciarsi sopraffar dagli oltraggi. Chi per quel godimento anneghittisce, andrà ben presto privo del diletto della sua negghienza, per lo cui amore poltrisce: chi pei felici successi della guerra va più là del dovere, si lascia, senza accorgersene, gonfiare da audacia mal sicura. Imperocchè molti sono i disegni mal concepiti che hanno retto incontro a nemici poco avveduti; ma sono anche più quelli i quali, tutto che sembrassero saviamente discorsi, nondimeno hanno sortito vergognoso riuscimento. Perchè la fiducia che si ha nel concepire i disegni non ci accompagna egualmente nell’eseguirli: anzi nel concepirli ci anima il pensiero di sicurezza, dove il timore ci snerva nell’eseguirli.
121. «Ora noi, con assai giusti titoli di querelarci pei nostri violati diritti, suscitiamo la guerra, ed a tempo la cesseremo, quando avremo preso vendetta degli Ateniesi. Per molte ragioni poi hassi a credere che saremo vincitori: primieramente perchè superiori nel numero e nella pratica della guerra, dipoi perchè tutti vi andiamo egualmente pronti agli ordini dei comandanti. E la flotta in che essi sono forti l’allestiremo con gli averi particolari di ciascuno, e col denaro depositato a Delfo e ad Olimpia[102]. Perocchè, prendendolo in prestanza, siamo in grado di cavar loro di sotto, coll’allettamento di maggior soldo, le ciurme forestiere, giacchè le forze degli Ateniesi piuttosto che cosa loro propria sono prezzolate; dove alle nostre, il cui vigore è fondato sulle persone non sul denaro, non abbiamo punto a temere che ciò addivenga. Probabilmente saranno essi spacciati con una sola vittoria navale: se poi resisteranno, noi avremo più tempo per esercitarci sulla marina; e quando la nostra perizia agguaglierà la loro, saremo indubitatamente superiori almeno per il coraggio, pregio tutto nostro, a cui procacciare non valgono insegnamenti; laddove la maggioranza della perizia loro noi possiamo torla di mezzo coll’esercizio. Denaro ne contribuiremo tanto da averne a sufficienza per fornire le flotte, altrimenti sarebbe una indegnità che laddove gli alleati degli Ateniesi non rifiutino di pagare imposte per il loro servaggio, noi non volessimo spendere per procurarci salvezza colla vendetta dei nemici, e per non vedere stromento delle nostre sciagure quelle stesse ricchezze, delle quali verremmo da loro spogliati.
122. «Abbiamo inoltre altre vie per far la guerra; la ribellione degli alleati, mezzo il più efficace per diminuirne le rendite in cui consiste il loro potere, l’edificazione di forti che ne minaccino il territorio e tutte le altre cose che ora non si potrebbero prevedere. Conciossiachè la guerra non procede per le vie che sieno esposte in un’arringa, ma di per sè stessa procura la maggior parte dei compensi secondo le occorrenze: nelle quali, chi la amministra, se si mantenga padrone della propria collera è più sicuro di sostenersi; mentre chi si lascia condurre dallo sdegno suole ricevere gran crollo. Pur nondimeno consideriamo che se ciascuno di noi avesse contesa pei confini del territorio con nemici di forza eguale, ciò potrebbe tollerarsi: ma nel caso presente, gli Ateniesi forti abbastanza contro noi tutti insieme, lo sarebbero molto più di fronte ad ogni particolar città; così che se popolo per popolo e città per città non ci uniremo concordemente a difenderci, ci soggiogheranno senza fatica, appunto perchè divisi. E la nostra disfatta (tutto che terribile a rammentare) sappiate dover sicuramente portare non altro che il servaggio, e far sì che molte città sieno soggette ad una sola: avvilimento, la cui sola dubitazione in parlandone è un’infamia pel Peloponneso. Allora o parrebbe meritata la nostra sciagura, o che per codardia la sopportiamo, degeneranti in ciò da’ padri nostri che diedero libertà alla Grecia, dove noi non sappiamo mantenerla nemmeno per noi stessi: anzi permettiamo che una sola città ci ponga da tiranna i piè sul collo, mentre pretendiamo sterminare i tiranni che ad una sola comandino. E non ci accorgiamo che così procedendo non andiamo esenti da uno di questi tre grandi vituperi, o imprudenza, o dappocaggine, o trascuranza. Nè, stimando di sfuggire coteste tacce, vogliate ricorrere a chiamar ciò dignitosa noncuranza dei nemici, la quale per aver già causato la rovina di molti ha cambiato il suo nome con quello di inconsideratezza.
123. «Ma a che prolungare i rammarichi sul passato più di quel che richiede l’utilità del presente? Dobbiamo piuttosto applicar le nostre fatiche ai disordini che possono avvenire, soccorrendo le cose presenti. Ciò richiede il vostro patrio costume di procacciarvi virtù colle fatiche, e non dovete dipartirvene tutto che cresciuti alcun poco in ricchezza e potenza; perchè dritta cosa non è perdere nell’opulenza i pregi acquistati nella povertà. Dovete anzi correre pieni d’ardire alla guerra, tante essendo le cagioni che vi ci spingono, e la risposta del Nume che vi promette soccorso, e tutto il resto della Grecia, che o per paura o per proprio vantaggio è pronta a sostenervi. Nè sarete voi i primi a rompere gli accordi: il Nume stesso, ordinando la guerra, li reputa violati; e perchè violati voi ne sarete piuttosto i difensori: imperocchè non trasgredisce gli accordi chi rispinge l’assalitore, ma chi incomincia le ostilità.
124. «Laonde essendo da ogni lato di vostro decoro la guerra, ed essendone richiesti da noi per comune consentimento, ove sia indubitabile che ella arrechi vantaggio a tutte le città ed a ciascun cittadino, non tardate a soccorrere i Potideati, gente dorica, assediata ora dagli Ionii (in contrario di ciò che prima avveniva) e a rivendicare così l’altrui libertà. Poichè non è oggimai più da soffrire che pel nostro indugio alcuni sieno già sotto il flagello, ed altri s’abbiano in breve a trovare nel caso stesso qualora, a malgrado di questa nostra adunanza, gli Ateniesi conoscano non bastarci la vista di opporci a loro. Ma credendovi astretti, o valorosi alleati, dalla necessità, e stimando questo nostro consiglio il migliore, decretate la guerra, non scoraggiandovi per i mali del momento, ed innamorando di quella pace che più durevole ne conseguiterà. Essendochè per la guerra viemaggiormente si conferma la pace, dove ischifar la guerra per amor di tranquillità non è per egual modo senza pericolo. E reputando che la città innalzatasi a tiranna della Grecia abbia esteso la sua tirannia su tutti i Greci egualmente, cosicchè sovra alcuni abbia omai impero, e su gli altri aspiri ad averlo, corriamole incontro per abbatterla, per vivere noi stessi in avvenire senza pericolo, e per ritornare a libertà i Greci tenuti ora in servaggio.» Così parlarono i Corintii.
125. I Lacedemoni udito il parere di tutti proposero il partito a quanti alleati erano presenti, incominciando per ordine dalla più potente fino alla più piccola città. La maggior parte dei voti furono per la guerra: ma nonostante che avessero così decretato, non potendo, sprovveduti com’erano, intraprenderla subito, risolsero che ciascuno allestisse prontamente il bisognevole; pure consumarono quasi un anno nell’ordinare il necessario apparecchio, prima di invader l’Attica e muovere apertamente la guerra.
126. Mandavano infrattanto legati ad Atene facendo le loro doglianze, per avere, se non fossero uditi, il più ragionevol pretesto di muovere le armi. Colla prima ambasciata i Lacedemoni commettevano agli Ateniesi, purgassero la sacrilega contaminazione di Minerva, che consisteva in questo. V’era un tal Cilone ateniese nobile di antico lignaggio e potente, stato vincitore nei giuochi olimpici, che aveva in moglie una figliola di Teagene megarese, tiranno allora di Megara. Consultando egli l’oracolo di Delfo, ebbe in risposta dal Nume che nella gran festa di Giove occupasse la rocca d’Atene. Pertanto egli oltre gli amici che aveva indotti a secondarlo ottenne gente da Teagene, e celebrandosi le feste olimpiche del Peloponneso[103] occupò la rocca per farsi tiranno, credendo che quella fosse la gran festa di Giove, e che in qualche modo lo riguardasse come vincitore nei giuochi olimpici. Ma se nella risposta s’intendesse la gran festa dell’Attica o di altro luogo, nè egli lo aveva osservato nè l’oracolo lo dichiarava. Ed invero anche gli Ateniesi hanno fuori della città le Diasie, dette la gran festa di Giove Melichio[104], nella quale molti del popolo di ogni condizione sacrificano non vittime di animali, ma figure di pasta secondo l’usanza del paese. Pure avvisando egli di bene intendere la risposta, tentò impresa. Gli Ateniesi n’ebbero sentore; e corsi in folla dalle campagne contro di quelli, si fermarono presso la rocca e gli assediavano. Ma prolungandosi il tempo, gli Ateniesi logorati dall’assedio per la maggior parte se ne andarono, dando intera facoltà ai nove arconti di ordinare le cose nel miglior modo potevano, sì per la guardia che per il rimanente, perocchè allora il più delle cose pertinenti al civile governamento si amministrava per i nove arconti. Gli assediati con Cilone si trovavano in cattivo stato per carestia di vettovaglia e d’acqua. Cilone e il suo fratello riescono a fuggire, e gli altri ridotti a strettezze tali che alcuni morivano di fame, si assidono supplichevoli presso l’altare della rocca. Quelli cui dagli Ateniesi era stata affidata la cura di guardarli, vedendoli andar morendo nel luogo sacro li fecero alzare, promettendo non far loro alcun male. Ma appena gli ebbero condotti fuori, gli uccisero, e nel procedere oltre trucidarono anche alcuni che sedevano presso gli altari delle Eumenidi. In conseguenza di questo fatto, essi e la loro discendenza erano chiamati i sacrileghi oltraggiatori della Dea. Pertanto gli Ateniesi li avevano cacciati via dalla città; e nuovamente gli cacciò Cleomene re di Sparta sostenuto dagli Ateniesi venuti in sedizione tra loro[105]: nè solamente bandirono i vivi, ma dissotterrarono e gettarono fuori delle loro terre le ossa dei morti. Pure quei banditi vi ritornarono dipoi, e si trova tuttora in città la loro schiatta.
127. Questa era la contaminazione che i Lacedemoni ordinavano si espiasse, principalmente, sotto colore di vendicare l’ingiuria fatta agli Dei; ma in sostanza perchè, sapendo esser Pericle attenente a quella schiatta dal lato di madre, avvisavano dover anch’egli esser bandito, ed essi così riuscire più facilmente in ciò che richiedevano agli Ateniesi. Nè tanto speravano che ciò gli sarebbe avvenuto, quanto di screditarlo presso la città, la quale per quella sua infausta attenenza lo accagionerebbe in parte della guerra che insorgerebbe. Perciocchè essendo il più potente del suo tempo, e guidando egli la cosa pubblica si opponeva al tutto ai Lacedemoni, e non permetteva che gli Ateniesi cedessero, anzi incitava alla guerra.
128. Medesimamente gli Ateniesi commettevano ai Lacedemoni che purgassero la contaminazione di Tenaro. Conciossiachè i Lacedemoni avevano una volta fatto sorgere dal tempio di Nettuno a Tenaro alcuni Iloti supplichevoli, e appena condotti fuori gli trucidarono; per lo che credono essere avvenuto il gran terremoto di Sparta. Ordinavano altresì che purgassero la contaminazione di Minerva Calcieca[106] che in ciò consisteva. Pausania lacedemone richiamato dagli Spartani la prima volta dal governo dell’Ellesponto, benchè fatto il processo restasse assoluto come innocente, non vi fu più spedito per pubblica autorità: nondimeno egli di proprio suo arbitrio, senza il comando dei Lacedemoni, presa la trireme Ermionide, va nell’Ellesponto per dar opera, ei diceva, alla guerra di Grecia, ma in effetto per compiere i suoi trattati col re, conforme aveva innanzi tentato: perchè aspirava all’impero della Grecia. Si era egli dapprima conciliato l’animo del re con tale benefizio con cui diede principio a questa pratica. Dopo il suo ritorno da Cipro, espugnata al primo presentarsi Bizanzio, occupata dai Medi e da alcuni di attenenza e parentela col re, i quali furono fatti prigionieri, egli, senza saputa degli altri alleati, gli rimanda al re, dando voce essere eglino fuggiti. In ciò si adoperò con esso lui Gongilo eretriense, al quale aveva commesso la guardia di Bizanzio e dei prigioni. Spedì poi Gongilo recando lettera al re, ove, come poi si trovò, erano scritte queste parole. «Pausania capitano di Sparta volendo farti cosa grata ti rimanda questa gente sua prigioniera di guerra. È mia intenzione, ove ti piaccia, di prendere in isposa tua figlia[107] ed assoggettarti Sparta e tutto il rimanente di Grecia. Credo, qualora tu cooperi meco, aver forze bastevoli a mandar ciò ad effetto. Se dunque punto gradisci le mie offerte manda alla marina persona fidata, per cui mezzo continoveremo in avvenire i nostri trattati.» Di tanta importanza era quello scritto.
120. Serse ne ebbe allegrezza, e manda Artabazzo figliolo di Farnaco sulla costa con ordine di succedere nella satrapia di Dascilite, congedandone Megabate che prima la governava. Gl’impose ancora ricapitasse sollecitamente a Pausania in Bizanzio la lettera di risposta; gli mostrasse il suo sigillo e si adoperasse colla massima accuratezza e fedeltà secondo gli avvertimenti di Pausania concernenti gli affari suoi. Artabazzo al suo arrivo eseguì gli ordini ricevuti, e spedì la lettera, ove era scritta questa risposta. «Così replica il re Serse a Pausania: Non solamente per la gente che d’oltre mare salva m’hai rimandata da Bizanzio la tua beneficenza resterà eternamente scritta in seno di mia famiglia[108], ma ho ancora gradito le tue profferte. Nè notte nè giorno ti impedisca sì che rallenti la premura di compiere alcuna delle promesse tue. Non sia di ostacolo spesa d’oro o d’argento, nè quantità di soldatesca ovunque possa abbisognarti. Ma d’accordo col fido Artabazzo che ti ho spedito, tratta animosamente gli affari miei e tuoi, nel modo il più decoroso ed utile per tutt’e due.»
130. Pausania, che per essere stato comandante a Platea era avuto anche di prima appresso i Greci in grandissima estimazione, allora tanto più insuperbì, nè sapeva più vivere dentro ai termini delle costumanze spartane: anzi diportandosi fuori di Bizanzio vestiva alla foggia dei Medi, e viaggiando per la Tracia lo corteggiavano guardie di Medi ed Egiziani armati di asta. Si faceva imbandir la mensa alla persesca, nè più sapeva contenere le sue intenzioni: e nei fatti stessi di minor conto mostrava sino d’allora la grandezza dei suoi disegni che a suo tempo meditava di effettuare. Erasi resa cosa difficile avere accesso a lui, usando egli con tutti indistintamente maniere così strane che nissuno poteva comparirgli innanzi; ciò che mosse sopra tutto gli alleati ad accostarsi a parte ateniese.
131. Era ciò pervenuto a notizia dei Lacedemoni, e però lo richiamarono la prima volta. Ma da che, imbarcatosi la seconda volta senza loro ordine sulla nave Ermionide, ebbe fatto chiaramente conoscere tali essere le sue intenzioni; e da che, astretto ad uscir di Bizanzio assediata dagli Ateniesi, non tornava altrimenti a Sparta, ed era giunta la nuova avere egli preso stanza a Colone città della Troade (ove si tratteneva per cagione non buona, ma per continovare le sue pratiche coi barbari), allora daddovero stimarono non essere più da tollerare: e gli efori spedirono un araldo colla scitala, intimandogli di non restare indietro all’araldo stesso[109], altrimenti fin d’allora gli Spartani gli dichiaravano guerra. Volendo egli divenir sospetto il meno poteva, e confidando di dissipare col denaro le imputazioni, tornò di nuovo a Sparta, ove fu messo in carcere dagli efori, i quali hanno facoltà di trattare così anche il re[110]. Quindi finalmente uscito per via di maneggi, presentossi in giudizio per dar discarico di sè a chiunque volesse intentare accuse contro di lui.
132. Tuttochè nè gli Spartani, nè i nemici di lui, nè la Repubblica intera avessero veruno indizio manifesto, sul quale fondati con sicurezza potessero punire un uomo di stirpe reale e tenuto allora in onoranza (perocchè era egli, come cugino, tutore del re Plistarco ancor giovinetto figliolo di Leonida) nondimeno, col suo procedere discordante alle leggi, e col suo genio per le usanze dei barbari, faceva molto sospettare che nell’ordine politico non volesse star contento ai termini dell’uguaglianza. Per lo che riandando i fatti antecedenti, mettevano ad esamina tutte le altre sue operazioni in che si fosse dilungato alcun poco dalle costumanze stabilite, e principalmente che nel tripode di Delfo, primizia delle spoglie dei Medi, dedicato dai Greci al Nume, quasi fosse offerta tutta sua, aveva osato farvi scolpire questa inscrizione:
Duce de’ Greci, debellato il Medo, Pausania a Febo questo voto offria.
I Lacedemoni subito allora cassarono dal tripode quella inscrizione, e vi scolpirono tutte le città nominatamente, che concorse ai danni del Medo avevano dedicato quel voto[111]. Ciò pertanto era attribuito in delitto a Pausania: ma quando egli si trovò in questo stato, allora anche più chiaramente conobbesi quel suo fatto essere stato in conformità de’ suoi presenti pensieri. Bucinavasi inoltre che egli avesse qualche segreto trattato con gli Iloti: e ciò era vero: conciossiachè prometteva loro libertà e cittadinanza, se si unissero con lui a ribellare, e lo aiutassero a compire i suoi disegni. Gli Spartani, tutto che avvertiti di ciò da alcuni delatori degli Iloti, non vi prestarono fede, nè giudicarono di dover procedere contro di lui; per mantenere così il costume praticato tra loro di non esser troppo corrivi a dare perentoria sentenza contro un cittadino di Sparta senza prove indubitabili. Se non che un tale di Argila, come è fama, già suo mignone e a lui fidatissimo, fu il delatore presso gli efori, all’occasione che doveva recare ad Artabazzo l’ultima lettera di Pausania inviata al re. Intimorito costui in considerando niuno essere ritornato dei messaggeri spediti di prima, contraffatto il sigillo per non essere scoperto caso che gli fallisse la sua credenza, e perchè Pausania, volendo cangiarvi qualche cosa, non se ne accorgesse; apre la lettera, e conforme sospettava che qualche cosa fosse scritta intorno a sè, trovò dovere anche lui essere ucciso.
133. Mostrò egli la lettera agli efori, i quali viepiù si confermarono nella loro sentenza. Tuttavia volendo eglino stessi udire qualche parola dalla bocca di Pausania, si accordarono con l’argiliese: il quale refugiatosi supplichevole in Tenaro[112] vi fece un casotto diviso in due da un tramezzo, e dietro a questo tramezzo nascose alcuni efori. Pausania vi andò a trovarlo e gli domandava, perchè si fosse ricovrato là supplichevole. Gli efori udivano tutto distintamente. L’argiliese rimproverava Pausania di ciò che aveva scritto intorno a lui nella lettera; dichiarava ordinatamente che negli altri suoi messaggi appresso al re si era sempre portato con fedeltà, e nondimeno aveva ottenuto da lui il bel premio di dovere essere ucciso, come aveva fatto di molti altri suoi servidori. Udirono ancora Pausania convenire di tutto ciò; consigliare l’argiliese a non adirarsi per l’accaduto; rassicurarlo affinchè si ritraesse dal luogo sacro, e pregarlo a partire speditamente per non frastornare le sue pratiche.
134. Gli efori udito il tutto diligentemente e chiariti ormai con sicurezza, cercavano di arrestar Pausania in città. Dicesi che essendo per essere arrestato in istrada, ed avanzandosi un eforo incontro a lui, dall’aria del viso comprendesse a che veniva; e che avvertito con furtivo cenno da un altro eforo il quale lo amava, corresse alla volta del tempio di Minerva Calcieca, e vicino com’era il sacro recinto, prima d’esser giunto dagli efori, vi si ricovrasse. Per non patire incomodo stando allo scoperto, entrò in una celletta appartenente al tempio, ed ivi si tratteneva. Quei che lo inseguivano non poterono per allora raggiungerlo: ma avendo osservato essere egli nella celletta e coltovelo dentro, ne tolsero il tetto e le imposte dell’uscio che rimurarono, ed ivi fermatisi lo assediarono colla fame. Poscia accortisi che così come si trovava nella celletta, era sul punto di esalar l’anima, lo traggono prima che spirasse fuori del luogo sacro, donde appena tolto morì. Volevano gettarlo nel Ceade, ove solevano gettarsi i malfattori, ma poi presero consiglio di sotterrarlo lì vicino. Appresso il Nume di Delfo ordinò ai Lacedemoni che lo dovessero seppellire nel luogo ove era morto: ed ora giace nel vestibulo del sacro recinto come può vedersi per l’epitaffio. Ordinò ancora che, siccome per quel fatto avevano commesso sacrilegio, così dovessero rendere alla Dea Calcieca due corpi in cambio di quel solo: infatti fecero essi due statue di bronzo e dedicaronle alla Dea in compensazione di Pausania.
135. Gli Ateniesi pertanto, avvegnachè il Nume stesso avesse giudicato quell’azione un sacrilegio, rendevano la pariglia ai Lacedemoni, imponendo loro di purgare la contaminazione. Questi inviarono legati ad Atene accusando anche Temistocle come complice di Pausania nel favorire il Medo, secondo che avevano trovato per il processo; affermando per ciò dovere anch’egli per ugual modo essere punito. Accomodaronsi gli Ateniesi alle loro richieste; e poichè Temistocle, quantunque fosse stato cacciato per ostracismo[113], ed avesse preso stanza in Argo, pur nondimeno frequentava anche le altre parti del Peloponneso, spedirono d’accordo coi Lacedemoni gente pronta ad inseguirlo, commettendo loro lo riconducessero donde che lo trovassero.
136. Pervenute tali pratiche a notizia di Temistocle fugge dal Peloponneso e cerca rifugio in Corfù di cui aveva meritato[114]. Significarongli i Corfuotti che temevano, ricettandolo, di incorrere nella inimicizia dei Lacedemoni, e degli Ateniesi, e lo scortarono sino in terraferma rimpetto alla loro isola. Ed egli perseguitato da coloro che avevano la commissione di così fare ovunque udissero che fosse, e ridotto in grandissima dubitazione dell’anima, si trova costretto a cercar ricovero presso Admeto re dei Molossi[115], che non gli era punto amico, e che allora per avventura era assente. Laonde si fece a supplicare la moglie di lui, la quale lo avverte di assidersi presso agli dei lari tenendo in collo un suo bambino. Tornato poco dopo Admeto, Temistocle gli dà contezza di sè, e lo prega a considerare che sebbene ei lo avesse forse contrariato nelle dimande che in altri tempi faceva agli Ateniesi, pure non sarebbe del suo decoro prender vendetta d’un fuggiasco, nè offendere chi al presente era cotanto più debole di lui, laddove è proprio degli uomini generosi vendicarsi degli eguali con parità di forze. Quanto a sè, continuava, essersi opposto in qualche altro affare, non mai nel caso di salvar la vita; mentre se egli ora lo consegnasse (e qui dichiarò perchè e da chi era perseguitato) lo priverebbe del modo di procacciar salvezza a se medesimo. Admeto a queste parole lo fece alzare col bambino che, sedendo presso agli dei lari, tuttavia teneva in collo; e questo fu modo efficacissimo di supplicare.
137. Arrivarono poco dopo i messaggeri lacedemoni ed ateniesi, i quali con tutto che molto ne richiedessero Admeto[116], egli non consegnò loro Temistocle: anzi, sentendo che bramava di trasferirsi al re, lo fece accompagnare per la via di terra all’altro lato del mare[117] sino a Pidna città soggetta ad Alessandro[118]. Ivi trovata una nave da carico pronta a far vela per la Ionia, imbarca; e dalla tempesta fu spinto vicino al campo degli Ateniesi che era all’assedio di Nasso. Nessuno di quei che erano nella nave lo conosceva; ma costretto dal timore manifesta al piloto chi egli sia, e per qual cagione si trovi esule: ed aggiunge che, se non lo salvasse, direbbe agli Ateniesi lui medesimo essere quel che lo trafugava, corrotto per denaro, nè vedere altra via di salvezza che vietar ad ognuno di sbarcare, sino a che il mare non si abbonacciasse per ripigliare il cammino: se ciò facesse, si sarebbe egli ricordato di lui conforme meritava. Il piloto acchetovvisi, e dopo aver resistito alla tempesta un giorno ed una notte, colla nave all’ancora, sopra il campo degli Ateniesi, giunge finalmente ad Efeso; e da Temistocle fu presentato con denaro pervenutogli per mezzo dei suoi amici da Atene e da Argo, ove nascosamente lo aveva depositato. Avanzatosi poscia nell’interno del paese con uno di quei persiani che abitavano le coste, scrive una lettera al re Artaserse figliolo di Serse poco fa succeduto al trono, in questo tenore. «Io Temistocle che più di tutti gli altri Greci apportai danni alla tua casa, tutto quel tempo che fui astretto a far fronte alle invasioni di tuo padre, ricorro ora a te. Nondimeno benefizii assai maggiori feci a lui, da che io cominciai ad essere in sicuro, ed egli in pericolo per la ritirata, e sono però creditore di benefizio.» Ciò diceva perchè lo aveva per tempo fatto consapevole che i Greci avevano risoluto di ritirarsi da Salamina, e perchè per opra sua, come ingannevolmente si attribuiva, non era stato disfatto il ponte[119]. «Ora poi perseguitato dai Greci a cagione della tua amicizia, mi trovo qui avendo in mano di poterti moltissimo giovare. Ma voglio prima soprassedere un anno, e poi dichiararti in persona il motivo della mia venuta.»
138. Il re, come si dice, si maravigliò del proponimento di lui, e gli permise di far così. Intanto nel tempo che si trattenne apprese quanto potè di lingua persiana e di costumanze del paese; e passato l’anno presentassi al re, appo il quale fu grande e tenuto in tanto onore, quanto niun altro greco giammai, non solo per la dignità ond’era innanzi fregiato, ma ancora per la speranza che in lui nutriva di soggettargli la Grecia[120], e soprattutto perchè mostravasi uomo di grande accorgimento. Aveva infatti Temistocle manifestato la forza del suo ingegno nel modo il più evidente, e perciò meritava di esser particolarmente ammirato sovra tutti. Conciossiachè col penetrativo intelletto che aveva sortito dalla natura, e non già corredato di anteriori studi o accresciuto da posteriori, discerneva ottimamente, dopo brevissima deliberazione, quel che di presente abbisognava, e benissimo conghietturava gli eventi nascosti nel più remoto avvenire. Destro nel condurre a buon fine gli affari che avesse tramano, non era però inabile a dar giudizio soddisfacente anche su quelli dei quali non era perito; e benchè le cose fossero tuttora nella più oscura incertezza, antivedeva egli stupendamente il meglio e il peggio di quelle: e brevemente egli fu senza dubbio per forza d’ingegno e per celerità di consiglio, l’uomo il più valente a dichiarare all’improvviso ciò che meglio si confacesse alle varie occorrenze. Finì per malattia i suoi giorni. Avvi chi dice essersi col veleno procacciato spontaneamente la morte disperando potere adempiere le promesse aveva fatte al re. Del resto si vede tuttora il suo monumento nella piazza di Magnesia città dell’Asia conciossiachè egli governasse cotesta provincia; avendogli il re dato[121] per il pane Magnesia, che rendeva cinquanta talenti l’anno, per il vino Lampsaco tenuta allora per la provincia più abbondante di tal prodotto, e Miunte per il companatico[122]. I parenti di lui dicono le sue ossa essere state trasportate in patria per comandamento di esso, e sepolte nell’Attica senza saputa degli Ateniesi; avvegnachè non fosse permesso seppellirvelo perchè cacciatone per tradimento[123]. Questo fine ebbero Pausania lacedemone e Temistocle ateniese, i più celebri capitani greci dei loro tempi.
139. Tali furono gli ordini dati dai Lacedemoni colla prima loro ambasceria, e tali all’incontro quelli ricevuti circa al purgare le contaminazioni. Andarono poi nuovamente ad Atene, richiedendo ritirassero l’esercito da Potidea, e rilasciassero Egina in libertà. Ma con maggior calore ed a più chiare note protestavano non insorgerebbe guerra se annullassero il decreto fatto contro i Megaresi, per cui questi venivano esclusi dai porti del dominio di Atene e dal mercato dell’Attica. Gli Ateniesi non gli obbedirono in nessuna delle altre cose, nè abolirono quel decreto; anzi accusavano i Megaresi di coltivare la terra sacra e non iscompartita dai termini di proprietà[124], e di ricettare i servi fuggitivi[125]. Vennero finalmente da Sparta gli ultimi legati Ramfio, Melesippo ed Agesandro; i quali, senza parlar punto di ciò che solevano per l’innanzi, si ristrinsero a dire queste parole: «I Lacedemoni bramano la pace, e vi sarà purchè voi lasciate i Greci nelle loro leggi.» Adunaronsi gli Ateniesi e proposero il partito tra loro soli, ove fu risoluto doversi dare la risposta, fatta una sola deliberazione che tutto comprendesse. Molti furono quelli che parlarono, ma non concorrevano in una medesima sentenza, opinando alcuni si facesse la guerra, altri si cassasse il decreto piuttostochè permettere che fosse d’impedimento alla pace. Allora fattosi avanti Pericle figliolo di Xantippo, personaggio il più ragguardevole di quel tempo tra gli Ateniesi, bellissimo dicitore ed il più esperto in trattar gli affari, propose i suoi avvertimenti in questi termini.
140. «Ateniesi, io sono sempre fermo nel mio primo proposito di non cedere ai Peloponnesi. E benchè io sappia che l’ardore concepito dall’uomo all’invito di guerra, ei non lo mantiene ove si venga ai fatti, e che cangia pensiero secondo gli avvenimenti; nulladimeno penso dovervi dare anche adesso consigli somiglianti e non punto differenti da quei d’allora. E prego quei tra voi che sieno per concorrere nella mia sentenza (poniamo pur ci toccasse qualche sinistro), a sostenere le risoluzioni prese in comune, e non appropriarsi il vanto di sagace accorgimento se l’esito sarà felice. Poichè pur troppo addiviene che i fortunevoli casi degli affari camminano per vie incomprensibili, egualmente che le cogitazioni degli uomini: il perchè siamo usati ad incolpar la fortuna per ogni strano accidente che ci sorprenda. Ma i Lacedemoni mostravansi chiaramente anche di prima rivolti ad insidiarci, ed ora più che mai. È detto negli accordi che, insorgendo qualche differenza, si renda e si offra scambievolmente ragione, e che da entrambi si ritengano i luoghi di che siamo in possesso: tuttavia essi non han voluto mai chieder ragione, nè esibita da noi accettarla. Vogliono che le querele si decidano colle armi piuttosto che coi ragionari; e vengono qua oggimai non più facendo amichevoli rimostranze, ma comandando imperiosamente. Ci ordinano di ritirarci da Potidea, lasciare libera Egina, cassare il decreto dei Megaresi; e questi ultimi venuti ci aggiungono di rilasciar nelle loro leggi anche i Greci. Or nissuno di voi si faccia a credere di intraprender la guerra per cosa di piccol momento, se noi non aboliremo il decreto dei Megaresi. È questo un pretesto col quale vogliono principalmente aonestarsi, dicendo che tolto quello di mezzo non vi sarà guerra. Nè resti in voi ombra di rimorso, quasi che l’abbiate intrapresa per lieve oggetto: perchè su cotesto lieve oggetto è fondata la riprova sicura della fermezza dell’animo vostro. Se cederete a quei comandi, incontanente ne avrete dei maggiori, dandosi essi a credere che per timore obbedirete anche a questi; laddove persistendo nel vostro rifiuto, insegnerete ad essi procedere con voi più alla pari.[126]
141. «Pertanto deliberate fino da questo momento o di obbedire prima di essere offesi, o volendo noi far guerra, come io credo il meglio, di non cedere a qualsivoglia costo, e diportarci da gente che sdegna ritenere il suo con paura. Imperciocchè qualunque richiesta, piccola o grande che sia, intimata da un eguale in suono di comando, innanzi alla determinazione del giudizio, importa l’istesso che un vero servaggio. Che poi non saremo inferiori quanto alle cose pertinenti alla guerra e a tutti gli altri apparecchi onde siamo entrambi forniti, ne andrete convinti, dopo averne udito da me il ragguaglio particolare. I Peloponnesi lavorano da sè le loro terre, non hanno denaro nè pubblico nè privato, nè pratica di guerre diuturne e marittime, posciachè oppressi dall’indigenza muovonsi solamente le armi contro loro stessi e per breve durata. Gente sì fatta non possono spedire al di fuori nè navi armate nè soldatesche di terra, sostenute da nuove leve, perchè ad un medesimo tempo dovrebbero allontanarsi dai loro fondi, e spendere nondimeno del proprio, mentre sarebbero per noi anche esclusi dal mare. Or le ricchezze che s’abbiano in avanzo, meglio delle forzate contribuzioni sostengono le guerre: e la gente addetta alla coltivazione delle terre, è più pronta a guerreggiare colla persona che col denaro; perchè quanto alla persona sperano di scampar dal rischio, ma nulla vi è che gli assicuri dal non consumare il denaro prima che cessi la guerra, specialmente se ella si prolunghi, come è verosimile, più che non credevano. Imperocchè sono certamente i Peloponnesi con gli alleati in istato di resistere in una sola battaglia a tutti i Greci insieme; non già a stare in guerra contro chi abbia apparati e regole affatto diverse. Infatti non usa tra loro un solo corpo deliberante per eseguir sollecitamente ciò che richiede il momento, ma essendo tutti eguali nel diritto del suffragio, e divisi in varie popolazioni, ciascuno si studia per il proprio vantaggio; e quindi deriva che nulla si conduca a compimento. Vogliono alcuni al tutto vendetta d’un tale; altri soffrire il minor danno possibile nelle loro terre; sono lenti a radunarsi; spendono pochissimo tempo a deliberar delle cose pubbliche, il più a brigarsi delle private; e ciascuno crede non esser per nuocere la sua trascuratezza, sperando che altri si darà cura di ciò che ad esser toccherebbe a prevedere, cosicchè con questa opinione comune a tutti in particolare va in rovina, senza che alcuno se ne accorga, l’universa Repubblica.
148. «Con tutto ciò l’impedimento maggiore sarà per loro la penuria di denaro; essendochè la difficoltà di procacciarlo deve portare indugio: ma le occasioni di guerra non vogliono indugi. Quanto poi ai battifolli o alle flotte loro, ciò non è da temere. Poichè se la edificazione di quelli riuscirebbe difficile anche in tempo di pace a città di potenza pari alla nostra, quanto più sarà malagevole in paese nemico; e mentre noi pure siamo non meno di loro afforzati? E se pur faranno qualche propugnacolo, potranno danneggiare alcuna parte del nostro suolo col fare scorrerie e col ricettare disertori: ma ciò non basterà a circondarci di mura, ad impedirci di navigare contro il loro territorio, per prenderne vendetta colla flotta, in che siamo potenti. Conciossiachè giova più a noi l’esperienza di mare per combattere in terra, che non a loro quella di terra per combattere in mare. Nè potranno alla perizia delle guerre terrestri aggiugnere facilmente quella delle marittime; giacchè nè pur voi che sino dal tempo del Medo vi ci siete sperimentati, perveniste peranche alla perfezione. E come mai gente usata a coltivare il terreno, e senza cognizione di marina, e di più nell’impossibilità di esercitarvisi, perchè sempre minacciata dalle nostre numerose flotte, come mai, io dico, potrà riuscire a qualche dignitosa impresa? Si arrischieranno forse contro poche navi che gli bloccassero, rendendo audace la loro imperizia colla moltitudine? ebbene; stretti da molte, dovranno ristarsi, cosicchè non esercitandosi, saranno più imperiti e perciò più lenti. Or la perizia marittima è un mestiere come qualunque altro, nè può impararsi con accidentale esercizio o come per soprappiù, ma piuttosto nissun’altra cosa può andarle congiunta come per appendice.
143. «Se poi toccheranno il denaro d’Olimpia o di Delfo, e tenteranno di sviare da noi con maggior soldo i nostri marinari forestieri, sarebbe una vergogna che montando sulle navi noi stessi in un con gli stanziati in Atene, non fossimo da tanto per far loro fronte. Ma ciò siamo in grado di fare, e (che più di tutto rileva) abbiamo tra i nostri stessi cittadini piloti e ciurme più numerose ed esperte di quello che non ha tutto il rimanente di Grecia. Nè alcuno dei nostri soldati esterni vorrà (dovendo in ogni modo esporsi al pericolo) prendere le armi coi Peloponnesi per pochi giorni di maggior soldo, e trovarsi per ciò cacciato di patria e a combattere per essi, presso i quali sono più piccole le speranze. Tali appunto o press’appoco mi sembrano essere le cose dei Peloponnesi; laddove il nostro stato scevro dai difetti notati in essi, parmi avere altri vantaggi, grandi senza paragone. E se essi verranno contro il nostro territorio con eserciti terrestri, noi navigheremo contro il loro: nè il guasto di qualche parte del Peloponneso sarà allora da agguagliarsi a quello anche di tutta l’Attica. Imperocchè i Peloponnesi senza combattere, non troveranno altre terre da prendere in cambio delle perdute, mentre noi molte ne abbiamo nelle isole, molte in terraferma. Gran vantaggio è l’impero del mare; consideratelo da voi stessi. Ed infatti se noi fossimo isolani, chi più inespugnabile di noi? Questo è adunque il momento di avvicinarsi il più possibile col pensiero allo stato di isolani, lasciare in abbandono la campagna colle sue case, contentandovi di tener guardato il mare e la città; e senza adirarvi coi Peloponnesi per la perdita di quelle, non venire a battaglia con essi che sono in tanto maggior numero di voi. Perocchè vincendo, ci troveremo di nuovo a combatterli non punto diminuiti di numero; perdendo, si aggiugnerà per noi anche la perdita degli alleati, nerbo principale delle nostre forze: i quali al vederci ridotti inabili a marciar contro di loro, non istaranno più all’obbedienza. Ah! serbiamo i nostri pianti per le persone in vece che per le ville e per le campagne, avvegnachè non queste degli uomini, ma sì bene gli uomini sono di quelle i possessori. Che s’io credessi che fosse seguito il mio consiglio, vi conforterei ad uscire a devastarle da voi stessi; e mostrare ai Peloponnesi, che per risparmiar quelle non avrete mai la viltà di obbedirli.
144. «Molte altre cose avrei a dirvi le quali ci affidano della vittoria, purchè non cerchiate di aumentar l’impero durante la guerra, nè vogliate sopraccaricarvi di volontari pericoli, giacchè più degli stratagemmi del nemico io temo dei nostri sbagli. Ma tali cose vi saranno da me dichiarate altra fiata, quando elle saranno appoggiate ai fatti. Per ora congediamo questi ambasciatori rispondendo — permetteremo ai Megaresi di frequentare il mercato e i porti nostri, solo che anche i Lacedemoni nel bando dei forestieri non comprendano nè noi nè i nostri alleati, due punti che non hanno divieto nei capitoli. Lasceremo libere le città se libere le ritenevamo al tempo degli accordi, e purchè anche i Lacedemoni concedano ad esse di governarsi conforme alle proprie leggi e secondo il piacimento di ciascuna, e non conforme al vantaggio di Sparta. Noi siamo pronti a render ragione per via giuridica secondo che è detto negli accordi: non saremo i primi a muovere la guerra, ma sapremo rispingere chi la incominci. — Tale è la risposta che richiede la giustizia ed il decoro della nostra Repubblica; ma siate convinti che la guerra è inevitabile: che se la imprenderemo di buona voglia, troveremo i nemici meno ostinati: e che dai più grandi pericoli risultano alle città ed ai privati i più splendidi onori. E se i padri nostri, i quali resisterono al Medo mossisi con forze non così grandi, e dopo aver abbandonato ciò che avevano, per consiglio più che per fortuna, e per ardimento superiore alle loro forze, non solo rispinsero il barbaro, ma ancora avanzarono lo stato a tanto alto segno; noi non dobbiamo mostrarci da meno di loro, ma a qualunque patto resistere al nemico, ed adoprarci al possibile per non trasmettere ai posteri lo stato diminuito in nulla della sua grandezza.»
145. Di tal forza fu l’arringa di Pericle; e gli Atenesi giudicarono ottimi i suoi consigli, confermarono col voto le sue proposizioni, risposero ai Lacedemoni giusta la sua sentenza, e come egli aveva suggerito intorno a ciascuna cosa. La somma fu: ch’ei non farebbero nulla in forza dei loro comandamenti, e che erano pronti a diffinire le imputazioni per via giuridica, salva ogni uguaglianza secondo gli accordi. I Lacedemoni udito ciò tornarono alla patria; nè altra ambasciata venne dipoi da Sparta.
146. Queste furono da ambe le parti le rimostranze e le differenze insorte prima della guerra, appena seguiti i fatti di Epidamno e di Corfù. Nulladimeno pendenti quelle erano in commercio e praticavano scambievolmente senza il caduceo, non però senza sospizione; imperocchè le cose che accadevano in quel tempo altro non erano che turbamento d’accordi e materia di guerra.
FINE DEL LIBRO PRIMO.
LIBRO SECONDO
SOMMARIO.
I Tebani che occupano Platea sono presi ed uccisi. — Preparativi di guerra. — Arringa di Archidamo. — Rancori della plebe ateniese contro Pericle. — Orazione funebre. — Peste devastatrice. — Pericle rianima gli Ateniesi. — Sua morte ed elogio. — Uccisione dei legati lacedemoni. — I Peloponnesi a Platea. — Battaglia fra gli Ateniesi e quei di Calcide. — Gli Ambracioti ed i Caonii si ribellano. — Vittoria navale degli Ateniesi. — I Traci nella Macedonia.
1. Di qui omai incomincia la guerra degli Ateniesi e Peloponnesi, e dei loro scambievoli alleati[127], nel processo della quale non praticavano più tra loro senza il caduceo; ma intrapresa che l’ebbono, guerreggiavano continuamente. Ella è esposta, secondo l’ordine dei fatti accaduti, per estati e per inverni.
2. La tregua dei trent’anni, fatta dopo la presa di Eubea, aveva durato quattordici: ma nel decimoquinto, essendo Criside già da quarantott’anni sacerdotessa in Argo[128], Enesio eforo in Sparta, e Pitodoro ancora per un bimestre arconte in Atene[129], sei mesi dopo la battaglia di Potidea, al cominciar della primavera poco più di trecento Tebani, guidati da Pitangelo figliolo di Filida, e da Diemporo di Onetoride, ambidue Beotarchi[130], sul primo sonno entrarono armati in Platea della Beozia, città confederata con Atene, invitati da alcuni Plateesi che apersero loro le porte (ciò furono Nauclide e i suoi partigiani), i quali a procacciarsi potenza, volevano trucidare i cittadini della fazione contraria, e soggettare la città ai Tebani. La trama riuscì, favoreggiandoli Eurimaco figliolo di Leonziade, personaggio potentissimo in Tebe: perocchè i Tebani, prevedendo insorgerebbe la guerra, innanzi che ella manifestamente scoppiasse, e mentre ancora durava la pace, bramavano preoccupare Platea città mai sempre loro nemica. Il perchè, non essendovi di prima posta guarnigione, agevolmente e non avvertiti vi entravano: e fermatisi armati nella piazza, non vollero, secondo che gli confortavano quei che li avevano introdotti, venir subito ai fatti ed investire le case dei nemici. Erano anzi di avviso di usare gride discrete, e piuttosto indurre ad amichevole accomodamento la città, stimando che per queste maniere ella si sarebbe più facilmente accostata alla loro parte. Promulgavano adunque per il banditore, che qualunque, conforme la patria usanza di tutti i Beozii, volesse entrar nella lega, prendesse le armi coi Tebani.
3. Come i Plateesi sentirono essere i Tebani già dentro le mura, ed occupata improvvisamente la città, credettero vi fossero entrati in numero assai maggiore, perchè essendo notte non li scorgevano: ed impauriti calarono agli accordi, accettarono le condizioni, e restarono tranquilli; tanto più che i Tebani non facevano contro chicchessia stranezza veruna[131]. Ma mentre ancora trattavano ciò, osservarono non esser molti i Tebani, e giudicarono facile la vittoria, assalendoli; essendo che il popolo di Platea mal volentieri ribellavasi agli Ateniesi. Risolvettero adunque esser ciò da tentare, e per tener colloquio tra loro sfondavano le pareti comuni delle case per non esser visti correr le strade, a traverso delle quali mettevano carri senza giumenti per servir di barricate, e accomodavano le altre cose come e dove credevano che sarebbe utile pel momento. Ordinato tutto il meglio potevano, si scagliarono dalle case sopra i Tebani, cogliendo il punto che era ancor notte, e propio in sull’albeggiare, perchè temevano di trovarli più arditi in piena luce, e perchè e’ non potessero oppor loro egual resistenza. Anzi rendendosi essi nella notte più formidabili per la pratica che avevano della città, speravano resterebbero i Tebani sopraffatti: però li assalirono immantinente e vennero tosto alle mani.
4. I Tebani conosciuto lo sbaglio si ristrignevano tra loro, e respingevano gli assalitori dalla parte onde gli investissero. Due o tre volte gli ributtarono; ma finalmente, serrandosi loro addosso i Plateesi con furia strepitosa, e ad un’ora stessa le donne e i servi tra gli schiamazzi e gli urlamenti percuotendoli dalle case con sassi e tegole, e di più caduta essendo nella notte dirotta pioggia, impaurirono; e voltata faccia fuggivano per la città tra il fango ed il buio (perchè la cosa accadde sul finir del mese)[132] senza sapere i più ove scampare, ed incalzati da gente ben pratica da non lasciarli scapolare; così che per la maggior parte erano trucidati. Un plateese serrò la porta onde erano entrati, la sola che fosse aperta, mettendo negli anelli per catenaccio la punta della lancia, talchè neppure per quella potevano uscire. Perseguitati adunque per la città alcuni salirono sulle mura e si precipitarono fuori, morendovi i più; alcuni con una scure prestata loro da una donna ruppero di soppiatto la sbarra di una porta abbandonata, e pochi ne uscirono perchè la cosa fu presto risaputa; altri erano qua e là uccisi sparsamente per la città. Ma il maggior numero, e sopra tutto quelli che si erano ristretti insieme, si cacciano in un gran torrione delle mura, la cui porta per avventura non era chiusa, credendo esser quel torrione una porta della città, e che sicuramente desse uscita per fuori. I Plateesi vedendoveli incappati deliberavano, se così come si trovavano ve li avessero a bruciare dando fuoco al torrione, ovvero trattarli altramente. Finalmente costoro, e tutti gli altri Tebani che restavano ancora vagando per la città, convennero co’ Plateesi di rendersi a discrezione, ponendo giù le armi. Così procederono le cose per quelli entrati in Platea.
5. Gli altri Tebani poi che col corpo dell’esercito dovevano giugnervi prima che finisse la notte, caso che per gli entrati andasse qualche cosa in sinistro, udito per via l’accaduto (già che Tebe è distante da Platea settanta stadii) si avanzavano per soccorrerli. Ma l’acqua caduta nella notte li rese più lenti nel cammino; imperocchè il fiume Asopo avea menato gran corrente, ed era difficile guadarlo. Marciando pertanto con la pioggia, e passato il fiume a gran pena, arrivarono troppo tardi, quando già quei di dentro erano stati parte trucidati, parte fatti prigioni. Appena i Tebani riseppero ciò, pensarono di tendere agguati ai Plateesi che erano fuori di città; conciossiachè, come suole intervenire in un disastro inaspettato ed accaduto duranti le tregue, la gente con le masserizie era sparsa alla campagna. Era anche loro intendimento, ove arrestassero qualcuno, di ritenerlo in iscambio dei loro rimasti prigioni in città, posto che alcuno sopravvivesse. Ciò andavano ravvolgendo nell’animo: ma i Plateesi, mentre che costoro stavano tuttora deliberando, vennero in sospetto di ciò che potea accadere, e temendo per quei di fuori, spedirono un araldo ai Tebani, richiamandosi dell’ingiuria fatta loro per aver tentato di occupar Platea in tempo di tregua, ed intimando non malmenassero le cose di fuori: altramente, soggiugnevano, ucciderebbono quei di loro gente che ritenevano vivi, dove, ritirandosi dal territorio, li restituirebbero. In questa guisa raccontano il fatto i Tebani, e dicono che i Plateesi vi aggiunsero il giuramento. I Plateesi, all’opposto, non convengono d’aver promesso di rendere addirittura i prigionieri, ma solo quando nell’abboccamento che doveva tenersi prima tra loro si fossero, in qualche modo, trovati d’accordo; e negano d’avervi aggiunto il giuramento. Comunque sia, i Tebani si ritirarono dal territorio, senza averlo punto danneggiato. E i Plateesi, introdotto prima frettolosamente in città tutto ciò che era in campagna, ammazzarono subito i prigioni i quali erano cent’ottanta, tra questi Eurimaco con cui avevano condotto il maneggio quei che volevano tradir la patria.
6. Fatto ciò mandarono avviso ad Atene, restituirono con salvocondotto i cadaveri ai Tebani, ed ordinarono lo stato della città nel modo il più acconcio alle cose presenti. Gli Ateniesi ragguagliati tostamente dei fatti di Platea, arrestarono subito quanti Beozi erano nell’Attica, e spedirono araldo ai Plateesi con ordine di dir loro che non facessero innovazione[133] su quei Tebani che avevano prigionieri, prima che anche in Atene si fosse risoluto qualche cosa intorno ad essi. Ignoravano gli Ateniesi che i prigioni erano stati morti, essendo partito il primo nunzio in sull’entrar dei Tebani, ed il secondo appena ch’ei furono vinti e rinchiusi: laonde erano interamente all’oscuro dei fatti posteriori, e però avevano mandato quell’araldo, che al suo arrivo trovò coloro già uccisi. Allora gli Ateniesi mandarono delle truppe a Platea, portaronvi vettovaglie, lasciaronvi presidio, e condussero via gli invalidi colle donne ed i bambini.
7. Dopo questo fatto di Platea essendo manifestamente rotta la tregua, gli Ateniesi si preparavano alla guerra: preparavansi co’ loro alleati anche i Lacedemoni, ed erano entrambi in su lo spedire ambasciate al re ed altrove ai barbari, donde che potesse sperarsi di trarre qualche soccorso, e si univano con quelle città che erano fuori del loro dominio. I Lacedemoni in aggiunta alle navi, avevano nel Peloponneso, commettevano ai popoli che seguitavano la parte loro in Italia[134] di costruirne un numero proporzionevole alla grandezza delle città, talchè in tutte sommassero a cinquecento: di avere in pronto il denaro imposto, starsene del rimanente tranquilli, e non ricettare gli Ateniesi, salvo che con una sola nave, fino a che queste cose fossero tutte apparecchiate. Gli Ateniesi recavano a novero gli alleati che avevano; ma erano principalmente intesi a spedire ambasciatori nei luoghi attorno al Peloponneso, cioè a Corfù, a Cefallene, agli Acarnani, a Zacinto; perchè vedevano che avendo amici cotesti luoghi, sosterrebbono certamente con superiorità la guerra nei contorni del Peloponneso.
8. Grandi pensieri ravvolgevano entrambi nella mente, e con tutto l’ardore si disponevano alla guerra: nè meraviglia; perchè tutti nel cominciamento delle cose hanno maggior veemenza. Era allora il tempo che la numerosa gioventù del Peloponneso e d’Atene di buona voglia intraprendeva la guerra, perchè di essa inesperta; e tutto il rimanente di Grecia era in gran sollevazione dell’animo, in vedendo le due primarie Repubbliche venir tra loro a contesa. Molto si udiva parlare di risposte d’oracoli, molti presagi in versi cantavano gli indovini, sì nei luoghi ov’era bramosia di guerra, sì negli altri. Senza di che poco innanzi a questi avvenimenti fu scossa da terremoto Delo, che a memoria dei Greci non aveva mai per lo addietro sofferto ciò; e dicevasi e credevasi comunemente essere quello stato il segnale delle future calamità; e qualunque cosa di simil fatta accadesse, tutto particolarmente si investigava. Ciò non pertanto la benevolenza dei popoli inchinava maggiormente ai Lacedemoni, tanto più ch’ei si spacciavano per liberatori della Grecia: e ciascuno in particolare e le città insieme, tutti travagliavansi ansiosamente per cooperare con esso loro con parole o con fatti, avvisando ognuno dover restare impediti gli affari là appunto, ove mancasse l’opera sua. A tal segno la maggior parte avevano in odio gli Ateniesi; desiderando alcuni d’esser liberati dal loro dominio, altri temendo di non esservi sottoposti. Con tale apparecchio e concitamento dell’animo erano in su le mosse.
9. Or le due parti si misero in guerra avendo confederate queste città. Dei Lacedemoni erano alleati tutti i Peloponnesi dentro dell’istmo, eccetto gli Argivi e gli Achei che erano in amicizia con entrambi: nondimeno gli Achei unirono poscia le loro armi con Sparta; in principio solamente quei di Pallene, quindi tutti gli altri. Fuori del Peloponneso poi, i Megaresi, i Locrii, i Beozii, i Focesi, li Ambracioti, i Leucadii, gli Anattorii. Tra questi somministravano la flotta i Corintii, i Megaresi, i Sicionii, i Pelleni, gli Elei, gli Ambracioti, i Leucadii; la cavalleria i Beozii, i Focesi, i Locrii: le altre città davano la fanteria. Questi erano i confederati dei Lacedemoni. Degli Ateniesi lo erano i Chii, i Lesbii, i Plateesi, i Messenii di Naupatto, la maggior parte degli Acarnani, i Corfuotti, li Zacintii, ed altre molte città che tra tanti popoli erano loro tributarie; la Caria marittima, i Dorii confinanti co’ Carii, l’Ionia, l’Ellesponto, la città di Tracia, tutte l’isole che infra il Peloponneso e Creta guardano a levante, e tutte le altre Cicladi salvo Melo e Tera. Fra questi somministravano la flotta i Chii, i Lesbii ed i Corfuotti; gli altri fanteria e denaro. Tale era da ambe le parti lo stato dell’alleanza e l’apparecchio per la guerra.
10. I Lacedemoni subito dopo i fatti di Platea mandarono in giro alle città alleate nel Peloponneso e fuori ordine, di allestir gente e provvisioni rispondenti ad una spedizione fuori del proprio paese, dovendosi portar la guerra nell’Attica. Quando poi al tempo prescritto ebbero tutto in pronto, i due terzi[135] di ciascuna città si riunivano sull’istmo. E poichè fu congregato tutto l’esercito, Archidamo re dei Lacedemoni, generale di questa spedizione, convocati i capitani di tutte le città, le persone di maggiore stato, e tutti quei che più meritavano d’intervenire, prese a parlar così.
11. «Valorosi Peloponnesi e confederati: quantunque anche i padri nostri abbiano fatto molte spedizioni sì dentro che fuori il Peloponneso, e tra noi i più attempati non sieno inesperti della guerra; nondimeno sino ad ora non siamo mai usciti con apparecchio più grande. Considerate però che potentissima è la città, contro cui andiamo adesso noi in numero grandissimo e col fiore delle nostre truppe. Il perchè non abbiamo a mostrarci nè minori dei padri, nè della propria nostra reputazione: avvegnachè Grecia tutta per la nostra mossa è sollevata ed a noi dirizza l’animo suo, anelando, per odio verso gli Ateniesi, al felice riuscimento dei nostri disegni. Ma con tutto che sembri andar noi contro al nemico con esercito grandissimo, ed esservi gran sicurezza da credere che non oserà venire a battaglia con noi; non vuolsi però marciare meno circospetti e preparati: anzi e capitano e soldato di ogni città si aspetti quanto a sè ad ogn’ora il cimento; conciossiachè incerte sono le cose della guerra, e gli assalti d’ordinario si fanno ad un tratto e col bollore dell’animo. Sovente un esercito più piccolo ma circospetto ne rispinse con maggior vantaggio uno più numeroso, ma trascurante per disprezzo. In paese straniero debbono i soldati aver pieno l’animo di ardimento, ma tenersi pronti alla zuffa con cauto timore; così saranno più generosi[136] nell’assalire il nemico, e meno pericolanti nel sostenerne l’impeto. Or noi non andiamo contro una città mancante di forze a segno da non resisterci, ma di tutto completamente fornita. Però, sebbene mentre che siamo tuttora lontani, gli Ateniesi non si sieno mossi, pur dobbiamo indubitatamente aspettarci che verranno a battaglia, quando ci veggano guastar le loro terre e distruggere i beni loro. Imperocchè al vedersi sotto gli occhi una repentina insolita sciagura, ognun s’accende di rabbia; e quei che meno usano della riflessione, vengono ai fatti col più gran furore. Così più d’ogni altro è da credere che adopreranno gli Ateniesi, pei quali è puntiglio d’onore il comandare altrui, ed assaltare e devastare le terre degli altri, più presto che vedere il guasto delle loro. Persuasi adunque di far guerra a Repubblica sì potente, e di dovere, nell’alternar delle conseguenze, riscuoterne per noi e pei nostri maggiori riputazione del più gran rilievo, marciate per le vie che vi additino i vostri capitani, gelosi sovrattutto della buona ordinanza e cautela, e pronti agli ordini che riceviate: poichè il mostrare che in numeroso esercito una è la militar disciplina, si è ciò che maggiormente procaccia onore e sicurezza.»
12. Archidamo ciò detto e sciolta l’adunanza, prima di tutto spedisce ad Atene Melesippo, cittadino spartano, figliolo di Diacrita, per tentare se gli Ateniesi, al vederli già in cammino, più facilmente cedessero in qualche cosa. Ma egli non fu ricevuto in Atene e molto meno in consiglio, essendo innanzi prevalsa l’opinione di Pericle, di non ammettere araldo nè ambasceria dei Lacedemoni, condotto che avessero l’esercito in campagna. Lo rimandano adunque prima di udirlo, intimandoli uscisse dai confini il giorno stesso; e per l’avvenire i Lacedemoni, quando fossero rientrati nelle loro terre, mandassero pure le ambascerie che volevano: spediscono quindi gente con Melesippo ad accompagnarlo, affinchè non si abboccasse con alcuno. Giunto egli ai confini ed essendo presso a dipartirsi, proseguì la sua gita dette queste sole parole: «Questo medesimo giorno sarà principio ai Greci di grandi calamità.» Al suo ritorno, quando Archidamo ebbe inteso che gli Ateniesi non cederebbero in nulla, levò il campo, e s’avanzava coll’esercito verso il loro territorio. I Beozii, che uniti in questa spedizione davano ai Peloponnesi parte dei loro fanti e cavalli, andarono col rimanente a Platea e saccheggiavano la campagna.
13. Ma intanto che i Peloponnesi si andavano adunando sull’istmo ed erano in cammino, prima che assaltassero l’Attica, Pericle di Xantippo, uno dei dieci capitani ateniesi, persuaso che l’invasione sarebbe accaduta, venne in sospetto che Archidamo suo ospite lascerebbe intatte, e non gli guasterebbe le possessioni; sia che volesse così gratificarlo di propria volontà; sia che potesse ciò accadere pei conforti dei Lacedemoni che bramavano screditarlo, e che, mirando a lui, avevano intimato si purgasse la contaminazione. Laonde divulgò nell’adunanza degli Ateniesi, essere Archidamo suo ospite, ma ciò non dover causare alcun detrimento alla Repubblica; e se le sue terre e ville non fossero guastate dai nemici come quelle degli altri, ei le rilasciava in mano del popolo, acciò non vi fosse alcun argomento di sospetto contro di lui. Ed anche adesso li confortava come per l’innanzi a prepararsi alla guerra, a trasportare in città quel che era in campagna; non far sortite contro i nemici, ma ridursi in città e guardarla; mettere compiutamente in ordine la flotta, loro forza principale, e tenere in pugno gli alleati[137]. Dimostrava, su i tributi di questi esser fondata la loro potenza, e ordinariamente l’intelligenza e la copia del denaro procacciare superiorità in guerra: li esortava a rincorarsi, atteso che la città, senza contare le altre entrate, aveva d’ordinario la rendita di seicento talenti l’anno per tributo degli alleati[138], e vi restavano anche presentemente nella rocca seimila talenti d’argento coniato, essendo la maggior somma stata di novemila settecento, dai quali erano state levate le spese per gli antiporti[139] della rocca, per altre fabbriche e per Potidea. Oltre di che, di argento e d’oro non coniato, tra privati e pubblici voti, tra tutto il resto del vasellame per le sacre pompe e pei pubblici giuochi, e tra spoglie dei Medi[140] e cose di simil fatta, non vi era meno di cinquecento talenti. Aggiungeva di più, le grandi ricchezze degli altri templi, delle quali si servirebbero; e qualora fossero affatto impediti dall’usar tutte queste, gli aurei ornamenti posti intorno al simulacro di Minerva stessa, il quale aveva il peso di quaranta talenti d’oro purgatissimo che tutto poteva spiccarsi d’attorno[141]. Avvertiva nondimeno, che quantunque l’avrebbono impiegato per la pubblica salvezza, conveniva poi rimettervelo di peso non inferiore. Così li rincorava quanto al denaro. Per ciò che riguarda l’esercito, mostrava esservi tredicimila soldati di armatura grave, senza gli altri sedicimila delle guarnigioni e degli spaldi: tanti appunto, tolti dai più vecchi e dai più giovani con tutti gli inquilini armati alla grave, erano quelli che vi stavano di guardia sino da principio, quando i Lacedemoni erano per assaltare l’Attica. Imperciocchè di trentacinque stadii erano le mura di Falera sino al recinto della città, del qual recinto la parte guernita è di quarantatre, restando senza presidio la porzione che è di mezzo tra le mura faleree e le lunghe. Queste poi sino al Pireo erano di quaranta stadii, e tutte guardate dalla parte esterna. L’intero circuito del Pireo, compresovi Munichia, era di sessanta stadii, ma solo la metà guarnita. Di cavalleria poi mostrava esservi mille dugento, contando gli arcieri a cavallo; seicento arcieri a piedi, e trecento triremi buone a navigare. Tale e non minore era l’apparecchio che di ciascuna cosa avevano gli Ateniesi, quando i Peloponnesi erano da prima per assaltar l’Attica, e quando si misero in guerra. Altre dichiarazioni andava facendo Pericle al suo solito, tendenti tutte a dimostrare che in questa guerra sarebbono vincitori.
14. Gli Ateniesi, udito che l’ebbero, seguirono il suo consiglio, e dalla campagna introducevano in città i bambini, le donne, le masserizie di cui usavano in casa, e sino il legname delle case che demolivano; e facevano passare nell’Eubea e nelle isole circonvicine gli armenti e le bestie da soma. Fastidioso però riusciva loro lo sgombero, essendo i più avvezzi a vivere continuamente alla campagna.
15. E tal costume, più che tra gli altri, praticavasi sino da remotissima antichità tra gli Ateniesi. Imperocchè, anche al tempo di Cecrope e dei primi regi sino a Teseo, ciascuna popolazione dell’Attica si reggeva da sè co’ suoi tribunali[142] ed arconti; e, quando non v’era di che temere, non si adunavano per le loro deliberazioni presso al re, ma ognuno aveva reggimento e consiglio particolare: anzi alcune talvolta ebbero persino guerra col re stesso, come gli Eleusini sostenuti da Eumolpo contro Eretteo. Ma venuto a regnar Teseo uomo di savio consiglio insieme e potente, oltre all’altre riforme fatte nell’Attica, abolì i consigli e le cariche di arconte dell’altre popolazioni, e riunì tutti in un sol corpo nella città presente, ove stabilì un sol consiglio ed un sol tribunale. E benchè restasse ciascuno, come prima, abitatore e possessore dei propri fondi, obbligò tutti ad aver questa unica per città principale, la quale fu da Teseo lasciata a’ suoi successori aumentata di molto, perchè omai tutti facevano con lei un solo comune. Però sin d’allora gli Ateniesi celebrano anche adesso la pubblica festa detta le Sinecie, in onore della Dea[143]. Prima di questo tempo era città quel che ora è la rocca, o al più la porzione sotto questa che guarda mezzodì. Lo provano non solo i templi degli altri Dei che sono nella rocca, ma eziandio quelli al di fuori situati nella predetta parte della città, come quello di Giove Olimpico, di Apollo Pitio, della Terra, e quello delle Limne di Bacco[144], a cui onore si celebrano le feste baccanali più antiche, al dodicesimo del mese Antesterione, come tuttora costumano gli Ioni stessi discendenti dagli Ateniesi. Quivi altresì riseggono gli altri vetusti templi; e perciò appunto d’appresso è la fontana di cui si servivano per gli usi più importanti, la quale dopo essere stata restaurata dai tiranni nel modo che or si vede, ha nome le Nove-bocche; e prima, quando v’erano le sorgenti scoperte, si chiamava Calliroe. Da cotesti tempi lontani resta anche adesso il rito di far uso di quell’acqua, prima delle cerimonie nuziali e per le altre sacre funzioni. Anzi appunto perchè ivi era anticamente il luogo abitato, anche in oggi la rocca si chiama dagli Ateniesi città.