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Delle guerre del Peloponneso, libri VIII, vol. 1/2

DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 7)

F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation

111. Brasida avanzossi un poco, e spediti innanzi cento palvesari acciocchè si gettassero i primi nella città, quando venisse aperta qualche porta e fosse alzato il segnale convenuto, teneva fermo il restante dell’esercito. Ma quelli maravigliando dell’indugio che si frapponeva, si trovarono a poco a poco presso della città. Intanto quei Toronesi di dentro che insieme con gli altri introdottivi preparavano la cosa, poichè ebbero rotta la porticciola e tolta la sbarra alla porta verso il foro, primieramente fatto fare un giro ad alcuni di quei palvesari, li introducevano per la porticciola, perchè spaventassero all’improvviso quelli di città ignari del fatto, assalendoli alle spalle ed ai lati. Quindi alzarono, come era convenuto, il segnale di fuoco, ed ormai dalla porta del foro ricevevano il rimanente de’ palvesari.

112. Visto il segnale, Brasida ordinò la mossa, ed accorreva frettolosamente coll’esercito, che alzando insieme le grida mise in gran costernazione quei di città. Alcuni vi si precipitavano a dirittura per la porta, altri per certe travi quadrangolari le quali servivano a tirar su le pietre, e stavano casualmente appoggiate al muro rovinato che si andava riedificando. Brasida poi col grosso dell’esercito si rivolse alle parti più elevate della città, per occupare le alture ed assicurare così la conquista. Il rimanente dell’esercito si sparse indistintamente per tutta la città.

113. Nella presa della quale grande era lo scompiglio del maggior numero dei Toronesi ignari del fatto; laddove i cospiratori e quelli che ciò gradivano furono subito col vincitore. Quanto poi agli Ateniesi (circa cinquanta dei quali armati alla grave dormivano per avventura nel foro), poichè intesero il fatto, alcuni pochi che capitarono nelle mani dei Brasidiani furono uccisi: gli altri, parte per la via di terra, parte ricovratisi sulle due navi che vi stavano a guardia, scamparono nel forte di Lecito, che essi medesimi tenevano fino da quando occuparono l’estremità della città verso il mare, rinserrata nel piccolo istmo. Colà si rifugiarono anche tutti quei Toronesi che parteggiavano per Atene.

114. Fattosi giorno e bene assicurata la presa della città, Brasida mediante una grida fece intendere ai Toronesi rifugiati presso gli Ateniesi che ciascuno poteva tornare a possedere le cose proprie, e vivere sicuramente da cittadino. All’opposto spedì agli Ateniesi un araldo intimando loro che portando seco ciò che avevano, sotto la sua parola, votassero Lecito, come appartenente ai Calcidesi. Rispondevano essi che questo non farebbono; e lo pregavano di far tregua un giorno per ripigliare i cadaveri. Brasida fe’ tregua per due; nel corso dei quali afforzava le fabbriche vicine, e gli Ateniesi pure le loro. Tenne inoltre un’adunanza de’ Toronesi, e a un dipresso disse lo stesso che aveva detto in Acanto: Non esser giusto che coloro i quali si erano adoprati per lui nella presa della città fossero tenuti cittadini meno che buoni, o traditori; avvegnachè non avessero fatto ciò per metterla in servitù, nè per ingordigia di denaro, ma per bene e libertà della patria; che coloro i quali in questo trattato non avevano avuto parte, non dovevano credere di non avere a godere dei medesimi dritti di prima, perchè egli non era venuto per rovinare nè città, nè privati: avere anzi diretta la sua grida ai rifuggiti presso gli Ateniesi, perchè non gli credeva punto peggiori degli altri per l’amicizia avuta con essi: che quando avessero sperimentato i Lacedemoni si avvedrebbero che non sarebbero per riuscir loro meno benevoli degli Ateniesi, ma anzi più di essi, in quanto che più giustamente operavano; e che ora li temevano solo perchè non gli avevano in pratica. Esortava poi tutti a disporsi a volere essere alleati costanti, persuasi che avrebbero solo la colpa di quello che d’ora in poi commetterebbero; e che per l’addietro non i Lacedemoni da loro, bensì i Toronesi erano stati offesi da un popolo più forte, e che però meritavano perdono se in nulla si fossero opposti.

115. Con tali parole Brasida rinfrancava i cittadini; e spirata la tregua prese a battere Lecito, ove gli Ateniesi, sebbene si difendessero da debole munizione e da case fornite di merli, pure nel primo giorno respinsero il nemico. Ma siccome il dì seguente volevano i Brasidiani avvicinar contro loro una macchina, colla quale intendevano di gettare il fuoco su’ ripari di legname, così gli Ateniesi (quando l’esercito già si avanzava verso la parte dove il luogo era meno difendevole, e dove appunto si aspettavano che verrebbe condotta la macchina) piantarono di faccia una torre di legno sopra una casa, portarono assai brocche e barili di acqua e sassi grossissimi, e vi salì su molta gente. Onde la fabbrica gravata di troppo peso a un tratto sfasciossi con grande strepito, e quella vista recò più dolore che paura ai vicini Ateniesi. Quelli però che ne erano distanti, e specialmente i più lontani, immaginatisi che su quel punto fosse stata già espugnata la terra, si diedero a precipitosa fuga verso il mare e verso le navi.

116. Brasida, che si era trovato presente all’accaduto, visti abbandonati i merli si avanza coll’esercito, prende incontinente il forte ed uccide tutti quelli che ci trovò; e gli altri, che avevano in questo modo abbandonato il posto, si condussero su barche e navi a Pallene. Qui è da sapere che in Lecito avvi un tempio di Minerva, e che Brasida quando era per dar l’assalto aveva fatto bandire che al primo salito sulle mura darebbe trenta mine di argento. Ora però stimando essere stata presa quella terra in tutt’altro modo che umano, offerse alla Dea le trenta mine pel tempio, demolì Lecito e lo riacconciò in nuova foggia, e tutto il suolo consacrò a Minerva. Nel restante dell’inverno egli si occupava a dar buon sesto alle terre prese, senza abbandonare il pensiero sopra quelle che restavano. E col compiersi dell’inverno finiva l’ottavo anno di questa guerra.

117. Cominciando la primavera della estate seguente fu fatto tregua per un anno dai Lacedemoni agli Ateniesi. Credevano gli Ateniesi che Brasida in questo modo non potrebbe ribellar loro alcun’altra terra, prima che e’ si fossero a bell’agio apparecchiati; e che se le cose passassero bene, essi otterrebbero un più lungo accomodamento. I Lacedemoni poi davansi a credere che gli Ateniesi dovessero temere quei mali che di fatto temevano, e che però, dandosi luogo a cessamento di calamità e di fatiche, per questa esperienza e’ sarebbero più bramosi di accomodamento e restituirebbero la gente di Sfatteria perchè la tregua si concludesse per più lungo tempo. Il riscatto di quelle genti stava in cima de’ loro pensieri, riflettendo essi alle continuate vittorie di Brasida; conciossiachè se egli facesse nuovi acquisti sino a mettere alla pari tra sè le due potenze belligeranti, nondimeno (quantunque allora fossero in istato di combattere gli Ateniesi a forze eguali, e forse di vincerli) potrebbe darsi il caso di perdere quelle genti. Pertanto fanno tregua insieme, comprendendovi anche gli alleati, in questi termini.

118. «È tra noi risoluto potere, chiunque il voglia, usare del tempio e dell’oracolo d’Apollo Pitio senza frode o paura, secondo le patrie costumanze. Così piace ai Lacedemoni e agli alleati presenti; e promettono di mandare araldo per indurvi, quanto sta in loro, anche i Beozii e i Focesi. Quanto al tesoro del Nume, voi Ateniesi e noi Lacedemoni, e chiunqu’altro il voglia, dovremo procurare di cercarne gli espilatori seguendo tutti la rettitudine, la giustizia ed i patrii statuti. Di questo convengono i Lacedemoni e gli altri alleati, purchè gli Ateniesi promettano nella tregua che entrambi dovremo restare al possesso dei luoghi che di presente tenghiamo; cioè che i Lacedemoni rimangano a Corifasio dentro i monti Bufrade e Tomeo‍[270]; e gli Ateniesi a Citera; senza che noi ci mescoliamo nelle loro alleanze, nè essi nelle nostre. Gli Ateniesi poi a Nisea e Minoa non oltrepasseranno la strada che dalla parte delle Termopile presso il tempietto di Niso va al tempio di Nettuno, e dal tempio di Nettuno va direttamente al ponte che accenna a Minoa. Ancora, i Megaresi ed i loro confederati non passeranno questa medesima strada, riterranno pure l’isola occupata già dagli Ateniesi (senza che nissuno entri su quel degli altri), e riterranno quel che ora posseggono in Trezene, oltre a tutto quello di che convennero con gli Ateniesi; e potranno usare il mare che bagna le loro terre, e quelle de’ confederati. Ancora, non potranno i Lacedemoni e loro alleati navigare con navi lunghe, ma solo con altra sorta di barche che si spingano co’ remi, e che portino carico fino a cinquecento talenti. Ancora, il salvocondotto varrà per gli araldi, ambascerie e loro seguito quanto si creda conveniente nell’andare e nel tornare tanto per terra che per mare al Peloponneso e ad Atene, con commissioni relative allo scioglimento della guerra od altre controversie; ma in questo tempo non si riceveranno nè da voi nè da noi disertori, nè liberi nè servi. Ancora, che nelle nostre controversie voi dobbiate esporre a noi le vostre ragioni, e noi all’opposto le esporremo a voi conforme alle leggi della patria, decidendo così per la via giuridica non per quella delle armi. Queste sono le convenzioni dei Lacedemoni e dei loro confederati. Se credete di avere proposizioni più decorose e più giuste di queste, portatevi a Sparta ed esponetele; perocchè nè i Lacedemoni nè i confederati si ritireranno da tutto quello che direte di giusto. Quelli che si porteranno colà vi vadano con pieno mandato, siccome voi pure ordinate a noi di fare. La tregua sarà per un anno. Così ha decretato il popolo.» In Atene allora la tribù Acamantide teneva il posto dei Pritani, Fenippo era il cancelliere, e Niciade il presidente. Lachete ne fece il rapporto in questi termini: A buon augurio per gli Ateniesi vi sia tregua secondochè consentono i Lacedemoni e i loro alleati, e l’adunanza del popolo ratificò che la tregua fosse per un anno da cominciare quello stesso giorno quattordici del mese Elafebolione; che intrattanto gli ambasciadori e gli araldi andrebbero e verrebbero scambievolmente per trattare del modo di por fine alla guerra; che però i generali ed i pritani dovessero tenere adunanza, ove gli Ateniesi, prima d’ogni altra cosa relativa alla pace, dovessero deliberare del modo e condizioni colle quali verrebbero ammessi gli ambasciatori che tratterebbero dello scioglimento della guerra; e che gli ambasciatori, i quali volta per volta intervenissero alle adunanze del popolo, appena giunti dovessero subito impegnare la loro fede di volere osservare costantemente la tregua per tutto l’anno.

119. Queste furono le convenzioni ratificate anche dagli alleati, che i Lacedemoni stabilirono con gli Ateniesi e loro confederati ai dodici del mese chiamato a Sparta Gerastio. Queste condizioni furono pattuite e confermate coi riti religiosi, per la parte dei Lacedemoni, da Tauro di Echetimida, da Ateneo di Pericleide, da Filocarida di Erissidaide: per quella dei Corintii, da Enea di Ocito, da Eufamide di Aristonimo: per quella dei Sicionesi, da Damotimo di Naucrate, da Onasimo di Megade: per quella dei Megaresi, da Nicaso di Cecalo, da Menecrate di Amfidoro: per quella degli Epidauri, da Amfia di Eupaide: per la parte poi degli Ateniesi, dai generali Nicostrato di Diotrefe, Nicia di Nicerato e Autocle di Tolmeo. Così adunque fu fatta la tregua, durante la quale continuamente sì l’una parte che l’altra mandavansi ambascerie per trattare di più decisivo accomodamento.

120. Nei giorni di queste scambievoli gite Scione, città in Pellene, si ribellò dagli Ateniesi per darsi a Brasida. Dicono gli Scionesi di essere Pellenii oriundi del Peloponneso; ma che i loro maggiori nel ritorno da Troia furono per tempesta sofferta dai Greci sbalzati in questo luogo, e vi presero abitazioni. Brasida, per sostenere la ribellione, tragittò di notte a Scione preceduto da trireme alleata, tenendole egli dietro a qualche distanza in piccola barchetta, perchè se s’incontrasse in una nave più grossa della barchetta, lo difenderebbe la trireme; e se altra trireme di egual forza lo sopraggiungesse, non si volterebbe al legno più piccolo, ma bensì contro la nave, ed egli intanto si salverebbe. Arrivato a Scione riunì a parlamento gli Scionesi e disse loro lo stesso che ad Acanto e a Torona: ed aggiunse, esser loro i più degni di lode, perocchè, sebben Pellene fosse tagliata fuori e riserrata nell’istmo dagli Ateniesi che tenevano Potidea, e sebbene per ciò essi potessero dirsi isolani, nondimeno, erano spontaneamente corsi a libertà, e non avevano per codardia aspettato che la necessità li obbligasse a far quello che era di evidente vantaggio alla patria: ciò mostrare che avendo lo stato quella costituzione che si desidera, essi vorranno da prodi sostenere i più grandi cimenti; ed egli per la verità li stimerebbe i più fedeli amici dei Lacedemoni, e per ogni altro conto gli averebbe in onore.

121. Li Scionesi imbaldanziti a queste parole, e tutti del pari incoraggiati, anche quelli che prima non gradivano queste pratiche, prendevano consiglio di sostenere generosamente la guerra; ed oltre alle altre onorevoli accoglienze fatte a Brasida, per decreto pubblico gli cinsero la fronte di corona d’oro come a liberatore della Grecia; ed i privati lo inghirlandarono di bende, corteggiandolo come un atleta. Egli per allora lasciata piccola guarnigione, ripassò a Torona; e poco dopo vi rimandò più genti, volendo insieme co’ Scionesi fare dei tentativi contro Mende e Potidea. Era persuaso che gli Ateniesi pure tenendo quei luoghi per un’isola, vi anderebbero a soccorso; e però voleva prevenirli, tanto più che di sua intelligenza si ordiva in codeste città qualche trama di tradimento: ed egli era nella determinazione di assalirle.

122. Ma in questo mezzo vengono a lui sopra una trireme i messi spediti in giro ad annunziar la tregua, cioè per gli Ateniesi Aristonimo, per i Lacedemoni Ateneo. Allora il suo esercito ripassò nuovamente a Torona; ed i legati ragguagliavano Brasida delle convenzioni, le quali tutti i confederati dei Lacedemoni in Tracia accettarono. Aristonimo andava d’accordo in tutte le altre cose: ma quanto agli Scionesi, rilevando dal calcolo dei giorni ch’e’ si erano ribellati dopo la conclusione della tregua, diceva che non vi dovevano esser compresi. Brasida all’opposto con molta forza diceva che si erano ribellati innanzi, e non voleva abbandonar la città. Però quando Aristonimo riferì questi fatti ad Atene, immediatamente gli Ateniesi si mostrarono risoluti a portar le armi contro Scione. Se non che i Lacedemoni spedirono ambasciate per dir loro che romperebbero la tregua; e standosene a Brasida pretendevano Scione esser sua, ed erano pronti a diffinire la cosa per via di giudizio. Gli Ateniesi però non vollero mettersi al rischio della lite, ma vi portarono incontinente la guerra, indispettiti che anche gl’isolani si attentassero di ribellarsi per la fiducia delle forze terrestri dei Lacedemoni per loro inutili. Ciò non pertanto il fatto della ribellione era più vero di quel che pensavano gli Ateniesi stessi, poichè i Scionesi si erano ribellati due giorni dopo la tregua. Ma persuasi dal consiglio di Cleone decretarono subito di espugnare e trucidare gli Scionesi; e mentre tutto il resto era tranquillo, qua unicamente erano rivolte le loro mire.

123. Frattanto si ribella dagli Ateniesi Mende, città della Pellene, colonia degli Eretrii, cui Brasida ricevè credendo di non fare ingiustizia (benchè fosse chiaro che si erano resi a tregua fatta), perchè aveva egli pure di che accusare gli Ateniesi, che la trasgredivano. Laonde i Mondei vi si arrischiarono più francamente, vedendo l’animo risoluto di Brasida; e prendendo argomento da Scione che ei non abbandonava. Discorrevano inoltre che sebbene pochi fossero fra loro i complici, nondimeno e’ non potrebbero tirarsi indietro nello stato in cui erano, mentre per la paura di essere scoperti avevano contro ogni espettativa forzata la plebe ad unirsi con loro. Gli Ateniesi appena udito ciò, irritati maggiormente si preparavano contro le due città. E Brasida, che si aspettava la flotta nemica, fa passare ad Olinto di Calcide i fanciulli e le donne degli Scionesi e dei Mendei; e per fare spalla ai restanti vi mandò cinquecento Peloponnesi di grave armatura, e trecento palvesari calcidesi, tutto sotto il comando di Polidamida, i quali persuasi che presto comparirebbero gli Ateniesi, tutti insieme si apparecchiavano.

124. Intanto Brasida e Perdicca per la seconda volta uniscono in Linco le loro armi contro il re Arribeo. Questi conduceva le forze di Macedonia cui imperava, ed i soldati gravi de’ Greci che vi si erano stanziati: quegli poi, oltre ai Peloponnesi che gli erano lì rimasti, conduceva i Calcidesi e gli Acantii, ed altri secondo la possibilità di ciascuno. Insomma tutto l’esercito era composto di tremila Greci di grave armatura, cui tenevan dietro forse mille cavalli tra de’ Macedoni e dei Calcidesi, e inoltre gran moltitudine di barbari. Assaltarono gli stati di Arribeo, ma avendovi trovati i Lincesti già accampati per far fronte, presero anch’essi il campo in faccia a loro. Le genti da piè stavano ferme ai due lati sulle colline, nel mezzo era una pianura ove scesi i cavalli dei due eserciti attaccarono battaglia i primi. Dipoi avanzatasi la prima dal colle la fanteria grave de’ Lincesti per sostenere la sua cavalleria, e mostrandosi disposta a battagliare, Brasida e Perdicca si fecero innanzi anch’essi. Qui vennero alle prese, fugarono i Lincesti, ne uccisero gran parte, e gli altri scamparono sulle alture, ove si tennero fermi. Dopo questo, eretto un trofeo vi si trattennero due o tre giorni per aspettare gl’Illirici che dovevano venire al soldo di Perdicca, il quale senza altro indugio voleva marciare contro le castella d’Arribeo. Ma Brasida, cui stava a cuore che Mende non patisse qualche cosa se prima di lui vi arrivassero gli Ateniesi, non inclinava a questo, ma piuttosto a ritirarsi, tanto più che gl’Illirici non si vedevano comparire.

125. Stando essi così discordi, giunse la nuova aver gl’Illirici tradito Perdicca per darsi ad Arribeo. Per lo che amendue impauriti di quella gente armigera, si erano determinati di retrocedere: ma perchè non erano mai d’accordo insieme, non avevano nulla fermato del quando fosse da partire. In questa sopravvenne la notte: e come è solito, ai numerosi eserciti sbigottirsi senza sapere il perchè, così i Macedoni e la moltitudine dei barbari impaurirono; e credendo avvicinarsi i nemici assai più numerosi di quello che erano, e di averli poco men che addosso, si diedero a repentina fuga per tornarsene a casa. Perdicca, che da primo non ne sapeva nulla, intesa la cosa fu obbligato a partire senza poter vedere Brasida, perchè i due campi erano molto distanti. E Brasida sul far dell’alba, poichè seppe che i Macedoni erano già partiti e che gl’Illirici con Arribeo or ora l’assalirebbero, fatto un quadrato delle genti gravi e poste in mezzo le leggere pensava di ritirarsi. Scelse ancora per iscorridori alcuni dei più giovani, caso che il nemico volesse da qualche parte assalirlo. Egli poi cappati trecento soldati, aveva in animo di ritirarsi l’ultimo per ributtare di piè fermo i nemici che fossero i primi ad assalirlo. E prima che essi si avvicinassero secondochè permetteva la strettezza del tempo, esortava in questa guisa le sue genti.

126. «Soldati Peloponnesi, se io non sospettassi esser voi costernati perchè i Macedoni ci abbandonarono, e perchè uno sciame di barbari viene ad assalirci, non mi sarei proposto di ammaestrarvi insieme ed incoraggirvi. Ed è però che quanto all’abbandonamento de’ nostri ed alla moltitudine de’ nemici, voglio ora far di tutto per convincervi di cosa importantissima con breve ricordo ed esortazione. E vaglia il vero, a voi è richiesto esser sempre prodi in guerra non per la presenza degli alleati, ma pel vostro proprio valore; nè deve intimorirvi la moltitudine altrui, siccome quelli che venite da repubbliche, ove non i molti su i pochi, ma piuttosto i meno hanno comando su i più, comando non in altra guisa acquistato che con le vittorie fra l’armi. Quanto poi ai barbari che per inesperienza temete, dovete imparare che e’ non saranno formidabili, sì dai combattimenti avuti contro loro in grazia dei Macedoni, sì da quello ch’io ne so per congettura e per udita. Imperciocchè quando il nemico è debole di fatto, ma induce opinione di fortezza, il procacciare una verace istruzione intorno ad esso, rinfranca maggiormente chi vuol resistergli: ed all’opposto è temerario colui che assale un nemico veramente valoroso, senza prima brigarsi di conoscerlo. Or sono costoro spaventosi agli inesperti mentre s’indugia ad attaccarli, perchè ti atterrisce la vista di lor moltitudine‍[271], ti sgomenta la grandezza delle grida, e perchè quel vano crollar delle armi ha in sè non so qual minacciosa significanza. Ma ove tu regga a queste apparenze, dessi non son più i medesimi. Avvegnachè non serbando nissun ordine, ove sieno forzati non si fanno caso di abbandonare il suo posto; fuggire od assalire è per loro decoroso egualmente, onde al valore non resta modo a distinguersi; e poi quel battagliare a capriccio deve procacciare a ciascuno colorata occasione di salvarsi. Stimano più sicuro lo spaventarci da lungi senza pericolo, che venir con noi alle mani; altrimenti piuttostochè di quello, avrebbero usato di questo modo. Voi vedete chiaro adunque che quel terrore che li precede, è ben piccola cosa nel fatto, e che solo confonde la vista e l’udito. Le quali cose sostenendo quando costoro vi vengano addosso; e dando addietro posatamente e con ordine, arriverete ben presto a salvamento, e conoscerete pel futuro che con chi regga al primo impeto, sì fatta marmaglia solo ostenta da lungi fortezza colle minacce prima del conflitto; con chi poi ceda, sopraggiungendo essa alle spalle, e così trovandosi al sicuro, fa mostra di valore coll’inseguir velocemente.»

127. Dopo questa esortazione Brasida ritirava le sue genti. Le videro quei barbari, e credendo che fuggissero e che raggiungendole ne farebbero strage furono loro addosso con alto urlo e tumulto. Ma gli scorridori paravansi loro davanti ovunque si presentassero; e Brasida stesso colla milizia scelta ne sosteneva l’impeto; talchè con sorpresa de’ barbari poterono reggere a quella prima furia. Inoltre i Greci, quando i barbari li assaltavano, facendo alto li ributtavano, quando si fermavano ei proseguivano la loro ritirata. Ma pervenuti i Brasidiani in luoghi aperti allora desisterono i barbari d’incalzarli: lasciarono però alcune bande che seguitassero a tribolarli con frecce, e gli altri si misero a correr dietro ai fuggitivi Macedoni, ammazzandone quanti ne incontravano. Quindi occuparono i primi l’angusto sboccamento di una via tra due colli, che mette sulle terre d’Arribeo, sapendo non vi essere per Brasida altra strada di ritirata. E mentre ei si avvicinava, prendono a circondarlo appunto nel passo più scabroso della strada, tenendone per sicuro l’arresto.

128. Egli accortosi di ciò comandò ai suoi trecento di correre al più presto possibile senza ordine veruno a quel dei due colli che credeva più facile ad occupare, e di sforzarsi a respingere quei barbari che già vi salivano, prima che maggior numero venisse a circondarli. Scagliatisi i trecento sopra i barbari saliti sul colle, gli vinsero; onde al grosso dell’esercito greco riusciva oramai più agevole la montata sul colle stesso, essendo i barbari spaventati per la cacciata dall’altura toccata ai suoi. Così cessarono di più inseguire i Greci, credendoli ormai sulle frontiere ed in luogo di salvamento. Brasida presa la via de’ monti marciava più al sicuro, ed il giorno stesso fece la sua prima fermata ad Antissa negli stati di Perdicca; ed i soldati stessi adirati contro i Macedoni, che se ne erano andati senza aspettarli, tutte le cose loro che incontravano per istrada o carri tirati da bovi od altro bagaglio caduto per terra (come naturalmente avviene in una ritirata paurosa e di notte), staccandone i bovi parte mettevano in pezzi, parte appropriavano a se stessi. Di qui Perdicca cominciò ad avere in odio Brasida, e d’allora in poi nutriva verso i Peloponnesi un odio non consueto, perchè già disamava gli Ateniesi. Nondimeno riavuto dalle sue gravi calamità cercava pronta via di accomodarsi con questi, e di spacciarsi da quelli.

129. Brasida al suo ritorno di Macedonia a Torona trovando gli Ateniesi già padroni di Mende, non credendosi in istato di tragittare in Pellene per soccorrerla, teneva guardata Torona. Imperciocchè nel tempo delle cose seguite a Linco, gli Ateniesi secondo gli apparecchi fatti si erano già messi in mare con cinquanta navi per riprendere Mende e Scione, dieci delle quali erano chie, con mille soldati di greve armatura e seicento arcieri dei loro, mille Traci presi a soldo ed altri palvesari somministrati dagli alleati di quei luoghi. Erano alla testa di quell’armata Nicia di Nicerato, e Nicostrato di Diotrefe. Fatto vela da Potidea presero terra presso il tempio di Nettuno, e marciavano contro i Mendei. I quali accorsi da se stessi insieme con trecento Scionesi, e colle truppe ausiliarie dei Peloponnesi, in tutti settecento di greve armatura, guidati da Polidamide, si erano accampati fuori della città sopra un’altura forte per la sua situazione. Nicia con centoventi Metonesi armati alla leggere, e sessanta di scelta grave milizia ateniese e tutti gli arcieri tentava di salire sulla collina per un tragetto; ma ferito dai nemici non potè sloggiarli. Nicostrato poi il quale per un’altra via più lontana con tutto il resto dell’esercito saliva il colle che è disagevole, fu interamente disordinato; talchè poco mancò che tutto l’esercito ateniese non fosse vinto. Nel medesimo giorno gli Ateniesi vedendo che i Mendei e loro confederati non si volevano arrendere, si ritirarono a riprendere il loro campo: e i Mendei, sopravvenuta la notte, rientrarono in città.

130. Il giorno appresso gli Ateniesi fecero colle navi il giro della costa, e presero terra dirimpetto a Scione; ne espugnarono il suburbio, per tutta la giornata saccheggiavano la campagna, non essendo uscito alcuno a contrastarli dalla città, ove era insorto qualche tumulto. I trecento Scionesi la notte seguente tornarono a casa. Fattosi giorno Nicia con metà delle truppe si avanzò sui confini del territorio per devastare le campagne degli Scionesi, nel tempo che Nicostrato col resto dell’esercito si era accampato sotto Mende presso le porte di sopra onde si va a Potidea. Ma siccome quivi dentro le mura era il deposito delle armi dei Mendei e dei loro alleati, però Polidamida gli dispone in ordine di battaglia, e confortava i Mendei a far sortita. Ora un tale della parte del popolo, animato da spirito di sedizione gli si oppose, dicendo che e’ non farebbero sortita, e che non conveniva ingaggiar la battaglia. Polidamida insisteva, quando ecco colui gli mise le mani addosso e sconcertollo; onde il popolo infuriato, colle armi alla mano correva sopra i Peloponnesi, e sopra quelli che d’accordo con loro avevano seguito la parte contraria al popolo. E venuti alle mani li mettono in rotta col repentino assalto, tanto più che erano impauriti dal pensiero che ciò fosse avvenuto d’intelligenza con gli Ateniesi, ai quali erano state aperte le porte. Quelli che non restarono uccisi sul fatto si ritirarono nella cittadella, di cui anche di prima erano padroni. Mentre Nicia tornato indietro era vicino a Mende, gli Ateniesi tutti insieme si precipitano in città; e siccome le porte non erano state aperte per convenzione, così la corsero tutta come presa d’assalto, e con tanta furia che appena i generali poterono rattenerli che e’ non trucidassero anche i cittadini. Dopo questo ordinarono che i Mendei si governassero siccome eran soliti, e facessero da se stessi il giudizio di coloro che stimassero i colpevoli della rivolta; rinserrarono i Peloponnesi nella cittadella con un muro che da due parti andava sino al mare, e vi misero una guarnigione. In questo modo assicuratisi di Mende, marciarono sopra Scione.

131. Quivi gli Scionesi insieme coi Peloponnesi uscirono di città incontro a loro, e posaronsi sopra un colle forte per natura ed a sopraccollo della città, senza occupare il quale non potevano i nemici cingerli colle fortificazioni. Gli Ateniesi diedero ad esso un vigoroso assalto, fecero quindi snidiare gli avversari, e vi si posero a campo; ed eretto il trofeo ordinavano la circonvallazione della città. E poco dopo, mentre erano sopra questo lavoro, gli ausiliarii Peloponnesi assediati nella cittadella di Mende sforzarono le sentinelle dalla parte di mare, e col favor della notte la maggior parte di loro trafugaronsi a traverso il campo degli Ateniesi posto sotto Scione, ed entrarono in Città.

132. Frattanto che si costruiva la circonvallazione di Scione, Perdicca fa accordo con gli Ateniesi mediante un araldo spedito ai loro generali; il qual maneggio aveva già cominciato subito fino da quando gli venne in odio Brasida per la ritirata di Linco. Isagora lacedemone doveva per avventura in quei giorni condurre delle truppe a Brasida per la via di terra. Onde Perdicca, parte sollecitato da Nicia che, poichè era seguito l’accomodamento, volesse dare agli Ateniesi qualche chiaro argomento della sua fermezza, parte non volendo egli stesso che i Peloponnesi venissero d’ora innanzi nel suo territorio, acconciò la cosa co’ suoi corrispondenti di Tessaglia, ove era in dimestichezza co’ primi personaggi, e così frastornò l’esercito e gli apparecchi dei Peloponnesi, a segno che nemmeno si affacciarono ai Tessali. Tuttavia Isagora, Amenio e Aristeo spediti dai Lacedemoni per visitare lo stato delle cose, si portarono a Brasida, e contro il divieto delle leggi spartane vi condussero alcuni dei loro giovani per costituirli comandanti delle città‍[272], il governo delle quali non volevano commettere a chicchefosse. Brasida infatti stabilisce in Amfipoli Cleonida di Cleonimo, ed in Torona Epitalide di Egesandro.

133. Nella medesima estate i Tebani incolpando i Tespiesi di atticismo demolirono le loro mura, la qual cosa avevano sempre avuto in animo di fare: se non che allora si offerse ad essi più facil modo, per essere perito il fiore de’ Tespiesi nel combattimento contro gli Ateniesi. Nella medesima estate bruciò in Argo il tempio di Giunone per colpa di Criside sacerdotessa, che posta una lucerna accesa vicino alle sacre cortine vi si addormentò; onde senza che alcuno se ne accorgesse appiccatosi il fuoco, fu tutto consunto dalle fiamme. E Criside per paura degli Argivi fugge subito nella stessa notte a Fliunte; e gli Argivi secondo che la legge disponeva crearono un’altra sacerdotessa per nome Faenida. Quando Criside fuggì volgeva l’ottavo anno e metà del nono di questa guerra: e sul cadere di questa estate fornita interamente la circonvallazione di Scione, gli Ateniesi lasciaronvi presidio e partirono col rimanente dell’esercito.

134. Nell’inverno seguente gli Ateniesi e i Lacedemoni a cagione dell’armistizio stavano tranquilli; ma i Mantineesi e i Tegeati coi respettivi confederati vennero alle mani a Laodicea dell’Orestide. La vittoria fu indecisa perchè entrambi fugarono l’ala che avevano a fronte, ed entrambi ersero trofeo, e spedirono a Delfo le spoglie. Molti furono i morti da tutte e due le parti in quel dubbioso combattimento a cui pose fine la notte. I Tegeati pernottarono nel campo, e subito ersero trofeo: ed i Mantinei si ritirarono a Bucolione, e poi alzarono anch’essi un altro trofeo dirimpetto al primo.

135. In sullo scorcio del medesimo inverno, essendo vicinissima la primavera, Brasida volle tentar Potidea. Vi si accostò di notte, e gli riuscì di appoggiare le scale senza essere fino allora scoperto. Imperocchè le scale furono appoggiate in quello spazio rimasto vuoto di guardie, quando la sentinella passata avanti per portare ad altra il campanello‍[273], non era ancora ritornata al suo posto. Ma poi scopetta la cosa prima che alcuno salisse, Brasida ritirò prestamente le sue genti senza aspettare che si facesse giorno. Così finiva l’inverno e l’anno nono di questa guerra che Tucidide ha descritta.

FINE DEL LIBRO QUARTO.

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