DELLA STORIA DI TUCIDIDE (continued 5)
F. P. (Francesco Pasquale) Boni translation
63. «Ora poi ci sforzeremo di dimostrare che voi, o Plateesi, avete maggiormente danneggiato i Greci, e che la gravezza del vostro fallo è maggior d’ogni pena. Voi (secondo che dite) diveniste alleati e cittadini degli Ateniesi per vendicarvi di noi: dovevate dunque condurli contro noi solamente, e non unirvi con loro ad assaltar gli altri. E bene il potevate fare (ove pur fosse vero che a vostro malgrado eravate strascinati dagli Ateniesi), atteso che già contro il Medo era stata fatta la lega di questi Lacedemoni, della quale menate sì gran vanto. Dessa era certamente bastevole a divertir noi da voi, e (che grandissima cosa è) a procacciarvi agio di prender tranquillamente le vostre deliberazioni. Dunque a buon grado e non forzatamente continovaste a preferire la parte degli Ateniesi. Voi dite, che era vergogna tradir dei benefattori: ma vergogna e ingiustizia maggiore era tradir bruttamente i Greci tutti insieme coi quali giuraste, piuttosto che i soli Ateniesi; dappoichè questi mettevano in ischiavitù la Grecia, quelli la tornavano in libertà. Nè già avete reso ad essi in contraccambio un egual benefizio, nè scevro d’infamia: poichè, a dir vostro, invitaste gli Ateniesi quando eravate gli offesi, ed avete poi cooperato con loro quando offendevano gli altri. Eppure il non ricambiar altrui di pari benefizi è vitupero maggiore, che negar quelli i quali, tuttocchè per ogni dritto dovuti, non vanno immuni, rendendoli, da nota di malignità.
64. «Bene ne faceste chiari essere allora stati i soli a non favoreggiare il Medo, non già per riguardo dei Greci, ma solo perchè non lo favoreggiavano gli Ateniesi. E voi che allora voleste operare d’accordo con gli Ateniesi ed in contrario dei Greci, presumete adesso di giovarvi dei Greci, per il valore mostrato a pro degli Ateniesi? Ma ciò non è giusto; anzi come allora sceglieste gli Ateniesi, così abbiateli ora a vostri difensori. Nè mettete in campo i comuni giuramenti quasi che per essi dobbiate ora esser salvi; conciossiachè vi rinunciaste, e, senza ribrezzo di trasgredirli, vi uniste a soggettar gli Egineti e alcuni altri che avevano giurato insieme con voi, in cambio che farvi ad impedirlo: e per giunta ciò faceste spontaneamente, vigenti pur quelle leggi che tuttora avete, e nullo astringendovi, siccome fu di noi. Nè per voi è stato accettato l’ultimo nostro invito (prima che foste attorniati dalle fortificazioni) col quale vi confortavamo a star tranquilli, e a non aiutare veruna delle due parti. Chi dunque l’odio di tutti i Greci merita più giustamente che voi, i quali ostentaste a danno loro il vostro egregio valore? Voi, i quali avete ora dimostrato che quel po’ di bene che, siccome dite, allora faceste non era vostro retaggio; che anzi per opposito quelle cose a cui mirava l’animo vostro sono state redarguite nel vero; essendochè seguiste le orme degli Ateniesi perchè andavano per la via ingiusta. Queste sono le dimostrazioni della nostra involontaria adesione al Medo, e del vostro spontaneo attaccamento agli Ateniesi.
65. «Quanto poi a ciò che concerne l’ultima ingiuria che dite aver ricevuta (d’essere noi cioè venuti fuori d’ogni legge contro la città vostra durante la tregua e nel dì festivo del mese), noi facciamo stima di non aver pure in questo errato più di voi. Conciossiachè se venendo di propria volontà alla città vostra, avessimo combattuto e guastato da nemici il territorio, saremmo dalla parte del torto: ma se cittadini tra voi i più ragguardevoli per ricchezza e nascimento ci invitarono spontaneamente, intendendo di cessarvi da una straniera alleanza, e ridurvi agli statuti comuni di tutti i Beozii, in che peccammo noi? Peccano in vero quei che conducono più presto che quei che li seguitano. Ma per nostro arbitrare nè dessi nè noi abbiam fallito: perciocchè essendo cittadini come voi, e cimentando cose maggiori, ci apersero le loro mura, e ci introdussero in città con animo amichevole non già nemico. Volevano che i più malvagi tra voi non diventassero anche peggiori; che i migliori avessero quel che meritavano: e così facendosi moderatori dei vostri pensieri e salvatori de’ vostri corpi, non straniare dalla città i cittadini, ridurla anzi come ad un sol parentaggio, non render veruno nemico a chicchessia, e tutti comprendere nei patti.
66. «Ed imparate da questo che non operammo inimichevolmente. Noi non violentammo veruno, ma bandimmo, che qualunque volesse governarsi secondo le patrie consuetudini di tutti i Beozii si accostasse a noi: e voi di buon grado aderiste, faceste i patti, e da primo rimaneste tranquilli. Ma poscia spiato che noi eravam pochi (forse che vi parve che avessimo fatto cosa troppo ardita entrando in città senza il consentimento del popolo), non però ci retribuiste di pari modo coll’astenervi da alcune vie di fatto, e col persuaderci con buone parole ad uscire; ma a dispetto degli accordi ci assaltaste. Nè tanto ci duole di quelli che nel conflitto uccideste (attesochè per una tal legge patirono ciò), ma l’aver trucidato contro ogni dritto quei che presi vivi vi sporgeano le mani, quando ci avevate promesso che non più li avreste uccisi, non fu egli cosa da inorridire? E con tutto ciò, dopo aver commessi in un attimo tre misfatti, cioè violato l’accordo, morti i nostri dopo il fatto, e mentito della promessa fattaci di non ucciderli, solo che non guastassimo le vostre campagne; nondimeno chiamate noi prevaricatori, e presumete non pagare la pena? No perdio! ove costoro drittamente deliberino: ma di tutte queste scelleratezze sarete puniti.
67. «Noi pertanto, o Lacedemoni, siamo andati tali cose minutamente raccontando a riguardo vostro e nostro, acciò conosciate che voi giustamente li condannerete, e che noi ci siamo per sacrosanto diritto vendicati anche troppo mollemente. Non vogliate intenerire udendo delle antiche loro virtù, se alcuna mai ve ne ebbe: debbono elle patrocinare chi venga ingiustamente oppresso; ma a chi falla turpemente, duplicargli la pena; perchè contro sua natura ha peccato. Nè vagliano a loro pro i gemiti e i piagnistei con cui vi rammemorano i sepolcri dei padri vostri ed il proprio abbandonamento. Conciossiachè noi all’opposto di loro vi proviamo, più orribili mali aver sofferto la gioventù nostra da essi trucidata, della quale i padri, parte morirono a Cheronea mentre conducevano a voi le forze di Beozia; parte, ed erano questi i più vecchi, lasciati alle deserte case, a miglior dritto vi supplicano a punir costoro. Meritano piuttosto compassione quelli tra gli uomini che a torto patiscono; ma quelli cui bene sta siccome ad essi, meritano per opposito dileggiamento. Quanto al loro presente abbandono tutto procede da essi: perchè spontaneamente rigettarono i migliori alleati, trasgredirono a danno nostro i patti senza che noi gli avessimo per l’innanzi ingiuriati, ma perchè discorrevano delle cose più per odio che per giustizia: e sono ora condotti a tale che non possono ricambiarci di adeguata vendetta. Conciossiachè il loro supplizio sarà in consonanza colle leggi, non già come essi vociferano, nell’atto di sporgervi le mani di mezzo alla battaglia, ma dopo che per via d’accordo si sono rimessi a giuridico tribunale. Soccorrete adunque, o Lacedemoni, agli statuti dei Greci violati da costoro, e retribuite a noi fuor d’ogni legge offesi un favore rispondente alla alacrità dei servigi nostri. Cessino gl’Iddii che noi abbiamo a soffrire una ripulsa dinanzi a voi: ponete ad esempio pei Greci, che voi sarete per prepor loro gare non di discorsi ma di azioni; le quali se sieno buone, basta una breve dichiarazione; se difettuose, i discorsi abbelliti col lenocinio delle parole non sono altro che un velame che le nasconde. Ma se duci, quali or siete, comprendendo la somma dei discorsi darete la vostra sentenza, sarà più raro chi cerchi la venustà delle parole a inorpellare la malvagità dei fatti.»
68. Di tanta forza fu l’arringa de’ Tebani. Ma i giudici lacedemoni avvisavano che in quella domanda, se durante questa guerra avessero ricevuto alcun bene dai Mitilenei, — troverebbero il loro vantaggio: sì perchè avevano in altro tempo fatto loro quella sì speciosa richiesta di starsene tranquilli, conforme gli accordi stabiliti anticamente con Pausania dopo la ritirata del Medo; sì perchè anche posteriormente, prima di cingerli di mura, li avevano confortati ad esser neutrali. E siccome i Plateesi non vi aderirono, i giudici spartani, per un giusto sentimento tutto loro proprio, credendosi offesi e non più con essi in alleanza, li fecero citare ad uno ad uno, domandando loro — se avessero, nel corso della guerra fatto nulla di bene agli Spartani e agli alleati —: qualora dicessero di no, li menavano a morte senza averne eccettuato veruno. De’ Plateesi ne uccisero non meno di dugento; degli Ateniesi, che vi erano insieme con loro assediati, venticinque; e fecero schiave le donne. I Tebani poi concessero per circa un anno la città ad abitare a quei di Megara, che a causa della sedizione ne erano banditi; ed a quei Plateesi loro partigiani che erano restati vivi. Ma poi demolironla ed agguagliaronla al suolo, e fabbricarono accanto al tempio di Giunone un albergo di dugento piedi per ogni lato, che aveva in giro due ordini di piani, e v’impiegarono i tetti e le imposte de’ Plateesi. Con le altre suppellettili in bronzo e ferro, che erano dentro le mura, fabbricarono de’ letti che consacrarono a Giunone, a cui pure edificarono di pietra un tempio di cento piedi. Pubblicato poscia il terreno, lo allogarono per dieci anni, ed i Tebani lo coltivavano. Forse, anzi certamente si erano i Lacedemoni così alienati dai Plateesi per amor dei Tebani, credendoli utili a sè rispetto alla guerra, allora allora incominciata. Così finirono le cose de’ Plateesi l’anno novantesimoterzo da che avevano stretto lega con gli Ateniesi.
69. Ma le quaranta navi de’ Peloponnesi andate in soccorso de’ Lesbii, mentre che perseguitate dalle Ateniesi fuggivano per alto mare, erano state sbalzate dalla tempesta vicino a Creta: donde giunte sparpagliate a dar fondo nelle coste del Peloponneso, incontrano a Cillene tredici navi de’ Leucadii e degli Ambracioti, con Brasida figliolo di Tellide sopravvenuto a consigliere di Alcida. Imperocchè gli Spartani, dopo fallita l’impresa di Lesbo, ebbero aumentata la loro flotta, con l’intenzione di navigare a Corfù agitata da sedizioni (sendochè gli Ateniesi erano con sole dodici navi intorno a Naupatto), per arrivarvi innanzi che flotta maggiore sopraggiungesse da Atene. Però Brasida ed Alcida apparecchiavansi per questa spedizione.
70. Trovaronsi i Corfuotti travagliati dalle sedizioni, dappoichè erano tornati loro i prigioni delle battaglie navali combattute presso Epidamno, rilasciati dai Corintii, in apparenza, per la taglia di ottocento talenti a cui eransi obbligati i loro corrispondenti, ma effettivamente, perchè avevan promesso di ridurre Corfù a devozione de’ Corintii. Costoro con segreti maneggi introducendosi presso ciascun cittadino adopravansi a ribellare la città dagli Ateniesi. Arrivano intanto una nave attica ed una corintia con ambasciatori, e tenutasi adunanza decretarono i Corfuotti di essere certamente confederati degli Ateniesi, a forma dei capitoli, ma amici come prima de’ Peloponnesi. Pitia, volontario ospite[211] degli Ateniesi e capo dei popolani, fu citato in giudizio da quei fautori dei Corintii, accusandolo che volesse soggettare Corfù agli Ateniesi. Ma egli uscitone assoluto, fece di rimando citare in giudizio cinque di loro i più facoltosi, dichiarando che e’ tagliavano pali da’ sacri recinti di Giove e di Alcino[212]. Era per ogni palo imposta la multa di uno statere. Costoro adunque essendo stati condannati, se ne stavano, a cagione della gravezza della multa, assisi in atto di supplichevoli presso i templi, per ottenere di pagare a rate la tassa. Ma Pitia, che per avventura era uno de’ senatori, persuade questi a valersi della legge. Per lo che trovandosi i rei esclusi legalmente dal senato, ed insieme ragguagliati che Pitia, fino a che durasse ad essere senatore, vorrebbe indurre la plebe a tenere alleanza offensiva e difensiva con gli Ateniesi, si ristrinsero insieme, e con de’ pugnaletti entrati improvvisamente in senato, uccidono Pitia con altri senatori e privati, sino a sessanta. Alcuni pochi dell’opinione medesima di Pitia si rifugiarono sulla trireme attica che ancora non era partita.
71. Dopo questo misfatto convocarono i Corfuotti e dissero ciò essere il miglior partito e il più valevole a salvarli dal servaggio di Atene; doversi per l’avvenire, calmate le sedizioni, non raccettare nè Ateniesi nè Corintii, salvo che con una sola nave; ed averne per nemico un maggior numero. Ciò detto li astrinsero anche a ratificare la proposizione. Spediscono poi subito ad Atene dei legati per dar ragguaglio che le cose fatte erano secondo che richiedeva il loro vantaggio; e per indurre quei che là si erano rifugiati, a non darsi briga inopportunamente a fine di evitare così ogni turbamento.
72. Ma giuntivi appena gli Ateniesi arrestarono i legati come innovatori e quanti aveano aderito a quelli, e li depositarono in Egina. In questo, arrivata a Corfù una trireme corintia con gli ambasciatori lacedemoni, coloro che erano in Corfù restati al maneggio degli affari assalgono la fazione popolare, e rimasero superiori nel conflitto. Sopravvenendo la notte il popolo si ricovra nella rocca e nelle alture della città, ed ivi riunito si fortificò, tenendosi per lui il porto Illaico. L’altra fazione occupò la piazza, ove molti di loro abitavano, e il porto a lei vicino che guarda verso terraferma.
73. Il giorno appresso furonvi leggere avvisaglie, ed ambe le parti erano in sullo spedire alla campagna ad invitare i servi promettendo libertà. Venne in soccorso ai popolani una moltitudine di servi; agli altri, ottocento ausiliari di terraferma.
74. Trascorso un giorno si rinfresca la battaglia colla vittoria del popolo, superiore per fortezza de’ siti e per numero. Le donne stesse arditamente vi porsero mano scagliando tegole dalle case, e sostenendo il tumulto, oltre loro natura. Sul crepuscolo della sera gli oligarchici dieder volta, e perchè temevano non il popolo, nel caldo della vittoria scagliatosi contro l’arsenale, se ne facesse padrone e li trucidasse; per torgli ogni via di assalto metton fuoco alle case che erano in giro sulla piazza e alle contigue, senza perdonarla nè alle proprie nè alle altrui; di modo che molte robe de’ mercanti andaron bruciate: e corse pericolo di restar totalmente distrutta la città intera, se all’incendio si fosse aggiunto vento che spirasse verso di lei. Posto fine al combattimento, volendo gli uni e gli altri ristare, tennero le scolte per tutta la notte. La nave corintia, essendo la vittoria stata del popolo, furtivamente fece vela, e la maggior parte degli ausiliari di soppiatto tragittò in terraferma.
75. Ma nel giorno sopravveniente Nicostrato figliolo di Diotrefe capitano degli Ateniesi, da Naupatto giunge in soccorso con dodici navi e cinquecento Messenii di grave armatura. Propose egli pratiche di accordo; e induce le due parti a doversi contentare che fossero processati soli dieci fra i più colpevoli (i quali non patirono di rimanere), e di lasciare il resto a casa sua; sivveramente che si accordassero tra loro e con gli Ateniesi di aver comuni gli amici ed i nemici. Ciò fatto era Nicostrato in sul salpare, quando i caporani del popolo lo persuadono a lasciar loro cinque navi, affinchè quei della parte contraria si trovassero meno in istato di far movimenti; ed essi ne spedirebbero con lui altrettante delle loro bene armate. Nicostrato vi acconsentì, ed essi destinavano per queste navi quei della parte contraria; i quali temendo di dover esser mandati in Atene, si assidono nel tempio del Dioscuri. Nicostrato si ingegnava di farli uscire, e ne li confortava, ma non fu obbedito: di che il popolo colta questa occasione, come se con quella lor diffidenza di unirsi alla flotta di Nicostrato covassero qualche sinistra intenzione, prese le armi e tolse via dalle case quelle degli avversari; e ne avrebbe trucidati alcuni ne’ quali s’imbattè, se Nicostrato non lo avesse impedito. Vedendo gli altri come la cosa andava, si assidono supplicanti nel tempio di Giunone, in numero di ben quattrocento. Per lo che il popolo intimorito che e’ non volessero tentare qualche novità, con buoni modi gl’induce ad alzarsi, e li trasporta nell’isola di faccia al tempio stesso di Giunone, ove era mandato loro il bisognevole alla vita.
76. In questo scompiglio di cose, quattro o cinque giorni dopo il trasporto di coloro nell’isola, arrivano da Cillene (ove dopo il ritorno dall’Ionia erano di stazione) le cinquantatre navi de’ Peloponnesi, capitanate come prima da Alcida, con cui navigava Brasida destinatogli a consigliere. Diedero queste fondo a Sibota, porto di terraferma, e sul far dell’aurora fecero vela contro Corfù.
77. I Corfuotti, benchè in grande agitazione, e intimoriti delle cose di città, e dell’avanzarsi della flotta nemica, pure ad un’ora stessa preparavano sessanta navi, e a mano a mano spedivano quelle armate contro a’ nemici, quantunque gli Ateniesi li confortassero, che dovessero lasciar loro mettersi in mare i primi, e poi sopravvenire essi alla coda con tutte insieme le navi. Le quali non furono sì tosto giunte sparpagliate in faccia al nemico, che due immediatamente passarono dalla parte di lui, e le ciurme che erano in su l’altre contendevano fra loro in modo, che tutto faceasi alla rinfusa. Onde accortisi i Peloponnesi di cotal confusione si misero in ordinanza con venti navi contro a’ Corfuotti, e colle rimanenti contro le dodici navi degli Ateniesi, due delle quali erano la Salaminia e la Paralo.
78. I Corfuotti, che caricavano il nemico colle navi disordinate e spartite, erano dal lato loro in gran travaglio. Gli Ateniesi, temendo della moltitudine nemica e d’esser colti in mezzo, non investivano colla flotta serrata insieme la squadra che avevan di fronte, e si riguardavano da urtarla nel centro; ma corsile addosso di fianco, affondano una nave: indi presa ordinanza circolare giravano attorno al nemico per provare di scompigliarlo. Di che accortisi quei che erano di contro a’ Corfuotti, e temendo non accadesse ciò che era accaduto a Naupatto, accorrono in soccorso; e così riunite le navi si scagliano tutti insieme su gli Ateniesi. Questi cominciavano a retrocedere, senza voltar faccia, remigando di sulla poppa; e ritirandosi il più lentamente possibile intendevano di operar sì che le navi de’ Corfuotti fossero in tempo a sottrarsi, intanto che essi sostenevano il nemico schierato contro di loro. Per questo modo fu combattuta questa battaglia navale, che finì sul tramonto del sole.
79. Temettero i Corfuotti che i nemici, seguendo l’impeto della vittoria, non spingesser la flotta contro la città, per ripigliar quei ch’erano stati messi nell’isola, o fare qualche altra innovazione. Il perchè tragittarono nuovamente nel tempio di Giunone quelli dell’isola, e tenevano guardata la città. Ma i Peloponnesi, con tutto che vincitori, non furono osi di navigare contro la città; e colle tredici navi prese a’ Corfuotti tornarono al luogo di terraferma donde avevano fatto vela. Il dì seguente, quantunque la città di Corfù fosse in gran confusione e timore, non punto meglio però navigarono alla volta di essa, comecchè Alcida ne fosse consigliato, siccome narrasi, da Brasida che non aveva autorità eguale a lui; anzi fecero scala al promontorio di Leucimna, e devastarono le terre.
80. In questo stato di cose i popolani di Corfù, entrati in gran paura del ritorno delle navi nemiche, conferirono co’ supplichevoli ch’erano nel tempio di Giunone, e con gli altri oligarchici, del modo onde potrebbe salvarsi la città. Persuasero alcuni di quelli a montar le navi, attesochè nonostante le turbolenze ne avevano armate trenta, aspettandosi che ricomparirebbe l’armata nemica. Ma i Peloponnesi, dopo aver guastato la campagna fino a mezzogiorno, se n’eran partiti; e sul far della notte compresero per i segnali di fuoco che sessanta navi degli Ateniesi si avanzavano da Leucade contro di loro; le quali con l’ammiraglio Eurimedonte di Teucle erano state spedite da Atene, quando s’intese che Corfù era in tumulto, e che vi doveva andare la flotta di Alcida.
81. Adunque i Peloponnesi appena notte si affrettavano di tornare a casa radendo la costa; e trasportate le navi sopra l’istmo di Leucade[213], per non essere osservati nel farne il giro, si riconducono in patria. I Corfuotti udito che le navi attiche si avvicinavano, e che quelle de’ nemici se n’erano andate, accolsero ed introdussero in città i Messenii restati prima di fuori. Ordinarono alle navi che avevano armate di volteggiare dinanzi al porto Illaico[214]; ed intanto che queste girarvanlo intorno, essi uccidevano qualunque della parte contraria capitasse loro nelle mani; e cavando per forza dalle navi coloro cui avevano indotti a montarle, li trucidavano. Entrarono medesimamente nel tempio di Giunone, e persuasero da cinquanta di quelli che vi erano rifuggiti a sottomettersi a giuridico processo, e li condannarono tutti a morte. La maggior parte però di quei supplichevoli che non si erano lasciati svolgere, vedendo come le cose procedevano, si uccidevano l’un l’altro ivi nel tempio stesso; alcuni appiccarono se medesimi agli alberi; altri poi si toglieano di vita in quel modo che ciascuno poteva. E ne’ sette giorni che Eurimedonte dopo il suo arrivò vi si fermò con sessanta navi, i Corfuotti uccidevano quei ch’e’ credevano di parte contraria, dando loro la colpa di sovvertitori dello stato popolare. Alcuni poi furono uccisi per private nimicizie, altri dai debitori che avevan preso denaro in prestanza. Fuvvi insomma ogni genere di morte; nessuna reità fu pretermessa come in simili perturbazioni suole accadere, ed anche delle più inusitate. Imperciocchè il padre uccideva il figliolo, e la gente divelta dai templi era lì dappresso ammazzata; ed alcuni furono persino murati dentro al tempio di Bacco, e così morti. Cotanto progredì quella sedizione crudele, che tale pare anche più, perchè nel corso di queste cose ella era stata la prima.
82. Conciossiachè nel tempo appresso Grecia tutta fu, a così dire, in sollevazione, regnando dovunque le sette fra i caporani del popolo ed i fautori dell’oligarchia, stante che quelli gli Ateniesi, questi i Lacedemoni volevano chiamare[215]. E perocchè in tempo di pace non avrebbono avuta onesta cagione nè bramosia di invitarli a sè, così, rotta omai la guerra, ben di leggeri in ambe le parti occorrevano alla mente dei novatori adescamenti valevoli a procacciarsi alleanza per nuocere alla fazione avversa, e con ciò stesso avanzare ad un’ora il proprio potere. Duranti le sedizioni piombarono su le città molte e gravi calamità, che di continuo accadono e sempre accaderanno sino a che sia la medesima la natura degli uomini; tuttochè più violente o più miti e diverse nella spezie, secondochè cederanno le particolari mutazioni dei fortuiti eventi. Imperocchè quando è pace e gli affari prosperano, le repubbliche ed i privati hanno più sano giudizio, perchè non s’imbattono in imperiose necessità: ma la guerra diminuendo a poco a poco l’affluenza di ciò che giornalmente bisogna alla vita, è un maestro violento, e conforma l’indole della moltitudine secondo il presente stato delle cose. Ardeva adunque la sedizione nelle città; e quelle che più tardi tumultuavano, appunto per l’udita delle cose già avvenute, studiavansi di sorpassare le prime coll’immaginar nuovi pensieri, o ritrovare artificiosi modi dell’assaltare gli altri, ed inusitati supplizi. Il consueto significato dei vocaboli a dinotare le cose lo cambiavano giusta il loro arbitrare: sendochè l’inconsiderata audacia, amichevole coraggio; il cauto indugio, travisata timidità; la moderazione, immascherata viltà; la prudenza in checchefosse, assoluta ignavia nominaronsi. All’incontro poi la forsennata precipitanza si annestava all’essere di valoroso; la circospezione nel deliberare, bel pretesto a trarsi d’impaccio reputavasi. Ciascun malcontento sempre creduto; chi lo contraddicesse, sospetto; accorto, chi riuscisse nelle sue trame; più astuto, chi sottomano una ne ordisse per accalappiare il primo; chi provvedesse in modo da non fargli bisogno di ricorrere a tali cose, era detto un distruttore d’ogni società, un trasecolato dai nemici. E brevemente, qualunque prevenisse chi mulinava alcun danno o sobillasse chi neanche vi pensava, erane commendato. I parenti inoltre erano reputati più stranieri che i compagni[216], stante che questi erano più prontamente audaci, messo a parte ogni pretesto. Infatti le combriccole di costoro non erano per giovarsi delle veglianti leggi, ma per sopraffare altri, mandando in un fascio quelle che vigevano. La fiducia da aversi scambievolmente non veniva confermata pel rito religioso, ma per la complicità dei misfatti: le oneste profferte della fazione contraria non per generosità approvavano, ma quando scorgessero che coll’addarvisi resterebbero superiori: il ricambiar di vendetta era avuto in maggior pregio che il non esser di prima offeso. I giuramenti di riconciliazione, se alcuni ve ne furono, valevano per il momento, per l’impossibilità di quei che li facevano, i quali d’altronde non avevano forze: ma all’occasione, chi primo fosse ad usare ardire, qualor vedesse il nemico inerme più volentieri si vendicava durante la fiducia di lui, che alla scoperta; sì perchè calcolava così la propria sicurezza, sì perchè, sgaratolo artatamente, riportava il vanto di accortezza. Conciossiachè si chiamano più facilmente scaltri molti scellerati insieme, che semplici i buoni; anzi di questo nome gli uomini si vergognano, di quello si gloriano. Di tutte queste sregolatezze era cagione la sete del comando che da ambizione e da orgoglio procede; dalle quali due pesti trae origine l’ardimento di quelli che nelle sette si mettono in contrasto. Essendochè nelle città i capi delle fazioni, gli uni collo specioso pretesto di preferire la politica uguaglianza popolare, gli altri un discreto reggimento di pochi, aiutavano in nome la cosa pubblica, ma in fatto facevano mercato di essa. Il perchè contrastando al postutto di sgarare l’uno l’altro, osavano e compivano le più orribili cose, aggravando le pene non secondo la regola della giustizia o il vantaggio della Repubblica, ma secondo che le determinava il capriccio che entrambi ne avevano. Non esitavano di empier le loro presenti cupidità, sia col condannare altrui con ingiusto suffragio, sia col procacciarsi armata mano, superiorità; di sorte che ambe le fazioni nissun riguardo avevano alla religione; ma quelli cui accadesse, con ispeziosità di parole di fare un bel colpo erano i più reputati; dove i cittadini che tenevano la via mezzana tra ambe le parti venivano nondimeno trucidati, o per non aver dato mano ad una, o per invidia di vederli fuori del tafferuglio.
83. Così a cagione delle sedizioni prese piede in Grecia ogni maniera di scelleratezza. La ingenuità (dote principale di un animo nobile) derisa sparì; all’opposto il ridurre la mente in reciproca gara di diffidenza di gran lunga prevalse; non più sicuranza di parole, non più timore di giuramento a terminar queste ruggini: cosicchè trovando universalmente più forti ragioni a disperare di ritrovar fiducia, premeditavano piuttosto il modo di non essere offesi, di quello che potessero indursi a fidarsi di chicchessia. I più imbecilli d’ingegno d’ordinario scampavano; stante che temendo della propria insufficienza e dello scaltrimento dei nemici, per non essere sopraffatti dalla loro facondia, e per non essere i primi condotti nella rete dagli agguindoli del loro ingegno, mettevansi ad operare alla sventata. Gli altri poi che reputavano viltà anche il solo farsi a subodorare le trame altrui, e credevano non esser bisogno di afferrar con mano ciò che potevano raggiunger con l’accortezza, privi di difesa più di leggeri venivano oppressi.
84. In Corfù adunque prima che altrove furono commesse la maggior parte di queste malvagità non solo, ma quante mai un popolo comandato con orgoglio piuttosto che con moderanza da quei che lo hanno afflitto, ne può commettere per contraccambio di vendetta; e quante altre mai contro ogni giustizia sono pronti ad approvare non solo quelli che bramano distrigarsi dalla consueta miseria, massime se desiosi delle cose altrui per le calamità in cui trovansi, ma quelli ancora che, non tanto per cupidigia di soverchiare, quanto specialmente per principio di uguaglianza, dieno addosso al nemico; e trasportati più del giusto da trasmodata ira, v’insistano con crudeltà inesorabile. Perturbato in questo tempo nella città ogni ordine della vita, la natura dell’uomo inchinevole a delinquere contro le leggi, fatto di esse tutte un fascio, fu ben paga di mostrarsi inabile a frenar le passioni, superiore a tutto ciò che sapesse di giustizia, e nemica di chi fosse da più. Conciofossechè in una situazione politica ove la gelosia di parte non avesse avuto forze da nuocere, non avrebbono preferito a quanto v’ha di più sacro la vendetta, nè al rispetto degli altrui dritti il guadagno. Tanto è vero che le comuni leggi riguardanti questi punti per le quali a chicchessia, trovandosi oppresso, resterebbe speranza di salvezza, gli uomini nel bollor della vendetta non guardano a distruggerle ed abolirle tutte, poniamo anche che alcun di loro venir possa in tal pericolo da aver bisogno di esse.
85. Tali pertanto furono i rancori con cui prima degli altri si afflissero scambievolmente i Corfuotti di città. Eurimedonte e gli ateniesi partirono con la flotta. Appresso, i fuorusciti di Corfù, dei quali erano scampati intorno cinquecento, occuparono le fortezze di terra ferma, rimaser padroni delle loro terre di là dal mare, donde uscivano per depredare quei dell’isola, e vi facevano danni considerabili; talchè nacque nella città forte carestia. Spedivano altresì de’ legati a Sparta e a Corinto circa il rimpatriare: ma come non ottenevano nulla, qualche tempo dopo allestito delle navi e soldati ausiliari, presso seicento in tutti, tragittarono nell’isola. Arsero quindi le navi acciò non restasse altra speranza che nell’impadronirsi del luogo; e saliti sul monte Istone vi si fabbricarono dei forti; e così padroni della campagna molestavano grandemente quei di città.
86. Sul finire della medesima estate, venuti a guerra i Siracusani e i Leontini in Sicilia[217], gli Ateniesi vi spedirono venti navi, capitanate da Lachete di Melanopo, da Careade di Eufileto. Erano in lega co’ Siracusani, se si eccettuino i Camarinei, tutte le altre città doriche[218] le quali sin dal primo incominciamento delle ostilità si erano collegate con gli Spartani, ma non erano concorse alla guerra con essi. Stavano per i Leontini le città calcidiche e Camarina[219]. In Italia i Locresi erano co’ Siracusani; coi Leontini quei di Reggio, perchè del medesimo sangue. Gli alleati adunque de’ Leontini spedirono ad Atene[220], e tra per l’antica alleanza e perchè discendevano dagli Ioni, inducono gli Ateniesi a dovere inviar loro navi giacchè erano bloccati da’ Siracusani per mare e per terra. Gli Ateniesi poi spedirono le navi col pretesto della parentela; ma in effetto intendevano d’impedire che di là si conducessero i frumenti nel Peloponneso, e di fare il primo tentativo se fosse possibile di sottomettersi la Sicilia. Fermatisi dunque a Reggio d’Italia facevano la guerra insieme co’ loro alleati, e finiva l’estate.
87. Sopravvenendo l’inverno la pestilenza, che sebbene avesse fatto qualche tregua non era però mai cessata affatto, assalì di nuovo gli Ateniesi. Questa seconda volta ella durò bene un anno, dove la prima non meno di due; talchè non vi è disastro che abbia più di questo oppresso gli Ateniesi e infievolitane la potenza; perocchè nei loro eserciti mancarono meglio di quattromilaquattrocento soldati di grave armatura, e trecento di cavalleria. Il numero poi dell’altra moltitudine non si può rinvenire[221]. Furonvi inoltre frequentissimi i terremoti sì in Atene che nella Eubea e tra’ Beozii, specialmente ad Orcomeno.
88. Questo medesimo inverno gli Ateniesi in Sicilia uniti co’ Reggini andarono con trenta navi contro le così dette isole di Eolo, attesa l’impossibilità di andarvi ad oste d’estate, per la mancanza delle acque[222]. Le posseggono i Liparesi che sono coloni degli Gnidi, ma ne abitano una sola, non grande, chiamata Lipari, dalla quale escono per coltivare le altre, Didima, Strongila e Iera. La gente di quei luoghi crede che in Iera eserciti Vulcano l’arte del fabbro, perchè ella si vede di notte mandar fuori gran fuoco, e di giorno fumo. Giacciono queste isole in faccia alla costa de’ Siculi e de’ Messinesi, ed erano nella lega de’ Siracusani. Gli Ateniesi ne corsero la campagna, ma poichè elle non facevano vista di rendersi, rinavigarono a Reggio; e finiva l’inverno e l’anno quinto di questa guerra descritta da Tucidide.
89. Al venire dell’estate i Peloponnesi, e i loro alleati, sotto la condotta di Agide figliolo di Archidamo re degli Spartani, arrivarono fino all’istmo, risoluti di assaltar l’Attica; ma essendo accaduti molti terremoti, voltarono indietro, e fu frastornato l’assalto. Quasi al tempo stesso, a causa dei terremoti che persistevano tra gli Orobii dell’Eubea, il mare ritirossi da quel punto che allora era terra, e gonfiatosi con gran fiotto rivenne sopra un quartiere della città, e parte sommerse, parte lasciò asciutto; che però è adesso mare quel che prima era terra: talchè morirono tutti quelli che non furono in tempo a correr su le alture. Medesimamente ad Atalanta, isola appartenente a’ Locri Opunzii, avvenne altrettale inondazione che rovinò parte del forte degli Ateniesi, e scassinò una delle due navi che vi erano tirate a secco. Fuvvi altresì a Pepareto una forte marea ma non fece allagamento. Parte delle mura ed il Pritaneo con altre poche case furono sprofondate dal terremoto; il quale è a mio credere di tali fenomeni la causa; e dove è più violento, ivi rimuove furiosamente il mare, che in un attimo risospinto indietro produce più violenta inondazione: caso che senza terremoto credo impossibile che si dia.
90. Nella estate medesima diversi popoli guerreggiavansi in Sicilia, come a ciascuno occorreva; e principalmente combattevano i Siciliani tra loro propio, e gli Ateniesi uniti co’ loro alleati: ma io non rammenterò che quelle cose le quali soprattutto meritano d’essere menzionate, e le quali adoperarono gli Ateniesi con gli alleati, o furono dagli avversari operate contro gli Ateniesi. Dico adunque, che poichè dai Siracusani fu morto in guerra Careade generale degli Ateniesi, Lachete, avendo il comando dell’intera flotta, portò con gli alleati le armi contro Mila[223] de’ Messinesi. Erano di guarnigione in Mila due insegne di Messinesi, ed avevano teso agguati alle truppe sbarcate dalle navi ateniesi. Ma questi con gli alleati fugano la gente dell’imboscata, molti tagliano a pezzi; investono il forte, ed obbligano quei che eran dentro a rendere per trattato la rocca, e ad unirsi con loro per andar contro Messina. Dopo di che i Messinesi medesimi, al presentarsi degli Ateniesi co’ loro alleati, si arresero col patto di consegnare ostaggi, ed offrire ogni altra guarentigia.
91. Nella medesima estate gli Ateniesi spedirono attorno al Peloponneso trenta navi sotto la condotta di Demostene[224] figliolo di Alcistene e di Procle di Teodoro; ed altre sessanta a Melo con duemila soldati di grave armatura capitanate da Nicia di Nicerato. Volevano essi soggettarsi i Melii che sono isolani, i quali non intendevano nè di obbedire nè di entrare nella loro lega. Ma visto poi che con tutto il guasto dato alla loro campagna e’ non si arrendevano, fatta vela da Melo navigarono per alla volta di Oropo[225] situato sulla costa di faccia a Melo. Vi diedero fondo sul far della notte, e subito le milizie gravi scese dalle navi marciarono per terra a Tanagra della Beozia. Fu dato il segnale, e il popolo di Atene a stormo andò per terra ad incontrarle al medesimo luogo, guidato da Ipponico di Callia[226], e da Eurimedonte di Teucle. Accampatisi nel territorio tanagrese il giorno stesso vi diedero il guasto e vi pernottarono. Il giorno dipoi superarono in battaglia i Tanagresi, che avevano fatto una sortita insieme con alcuni Tebani venuti loro in rinforzo, a’ quali tolsero pur le armi: alzato poscia il trofeo, la gente di Atene ritornò a casa e i soldati alle navi. Nicia procedendo marina marina con le sessanta navi depredò le costiere della Locride, e tornossene a casa.
92. Circa il medesimo tempo gli Spartani fondarono la colonia di Eraclea nella Trachinia con quest’intenzione. Tutti i Meliesi sono divisi in tre parti, Paralii, Ierei e Trachinii. Or tra questi gli ultimi, afflitti dalla guerra degli Etei loro confinanti, erano stati da principio sul punto di unirsi agli Ateniesi; se non che poi temendo che non sarebbero fedeli eleggono Tisameno ambasciatore per a Sparta. Unironsi a questa ambasceria i Doriesi, che sono la città madre degli Spartani, per richiederli delle medesime cose; perocchè si trovavano anch’essi travagliati dalla guerra degli Etei. Gli Spartani udito ciò presero il partito di spedirvi colonia, intendendo di soccorrere i Trachinii e i Dori, ed insieme giudicando che la città sarebbe opportunamente situata per la guerra contro gli Ateniesi; perchè vi si potrebbe allestire una flotta quasi addosso all’Eubea, sicchè breve ne fosse il tragitto; e potrebbe esser vantaggiosa per passar nella Tracia. Insomma erano tutti intesi a fabbricare questa città. Però prima di tutto consultarono l’oracolo di Delfo, il quale avendo acconsentito, vi mandarono ad abitarla gente di loro stessi e dei circonvicini: ed invitavano qualunque degli altri Greci cui piacesse seguirli, fuori che gli Achei, gli Ionii e qualche altra gente. Furono capi di quella colonia tre dei Lacedemoni, Leone, Alcida e Damagone, i quali giunti colà fabbricarono sino dalle fondamenta la città che ora ha nome Eraclea[227], distante dalle Termopile circa quaranta stadii, e venti dal mare; e prepararono arsenali cominciandone l’edifizio alle Termopile, propio in su lo stretto, acciò fossero meglio difendevoli.
93. L’esser concorsi tanti coloni a fabbricar questa città diede sul bel principio sospetto agli Ateniesi che la credevano innalzata a minacciar l’Eubea, essendo breve il tragitto a Ceneo di Eubea stessa. Nondimeno la cosa riuscì contro la loro credenza; perchè non fu per essi di verun pregiudizio, a cagione che i Tessali padroni dei castelli di quelle vicinanze, e nel suolo de’ quali si fabbricava la città temendo avrebbero vicini prepotenti, li tribolavano, e di continuo facevan guerra a quella gente stanziata di fresco, finchè non gli ebbero rifiniti, sebbene in principio fossero in grandissimo numero. Imperocchè riflettendo che fondatori ne erano gli Spartani, ognuno vi concorreva con fiducia, persuaso che la città avrebbe stabilità. Se non che quei Lacedemoni stessi i quali andavano al governo di casa la perderono e scemaronne la popolazione, spaventando il popolo col loro severo e talvolta non onesto reggimento; onde i circonvicini meglio poterono superarla.
94. Nella medesima estate e quasi al tempo stesso in cui gli Ateniesi si trattenevano a Melo, gli altri Ateniesi delle trenta navi che stavano in crociata intorno al Peloponneso primieramente sorpresero con aguati presso Ellomeno della Leucadia, ed uccisero alcune guarnigioni; e dipoi con armata più numerosa andarono contro Leucade, unitamente a tutti gli Acarnani che, eccettuati gli Eniadi, li seguivano a pieno popolo, con gli Zacintii e i Cefalleni, più quindici navi di Corfuotti. Sopraffatti i Leucadii da tanta moltitudine non si movevano, benchè vedessero darsi il guasto alla campagna sì fuori che dentro l’istmo, ove è Leucade stessa ed il tempio di Apollo. Gli Acarnani pregavano Demostene generale degli Ateniesi a riserrarli con un muro, sperando che facilmente li espugnerebbero, e si disbrigherebbero di una città sempre loro nemica. Ma nel medesimo tempo i Messenii persuadono Demostene, che avendo riunito sì numeroso esercito, sarebbe per lui onorevole impresa assalire gli Etoli perchè nemici di Naupatto: vincendo i quali ridurrebbe agevolmente in potere degli Ateniesi anche il rimanente di quel tratto dell’Epiro: essere sì bene gli Etoli, popolo grande e guerresco, ma abitando a borgate molto tra loro distanti e senza mura, ed usando solo di armatura leggera, non sarebbe difficile soggiogarli prima che potessero riunirsi a comune soccorso: invadesse (lo confortavano) prima gli Apodoti, quindi gli Ofionesi, dopo loro gli Euritani (che sono la parte più grande degli Etoli, e, come è fama, hanno linguaggio ignotissimo, e si cibano di carni crude)[228]; perchè soggiogati costoro facilmente anche gli altri calerebbero agli accordi.
95. Condiscese Demostene alle voglie dei Messenii, tra perchè erano essi bene di lui, e soprattutto perchè avvisava che senza nuove genti di Atene, ma solo con gli alleati dell’Epiro e con gli Etoli; traversando le terre dei Locri Ozolii fino a Citinio della Doria che ha sulla destra il Parnaso, sarebbe venuto a capo di entrare in Beozia, che confina coi Focesi; per poi scendere tra i Focesi stessi, i quali pensava che a cagione della perpetua amicizia in che erano stati sempre con gli Ateniesi unirebbero con lui di buona voglia le loro armi, o si sarebbero potuti costringere per forza. Per lo che fatto vela da Leucade con tutta l’armata, a malgrado degli Acarnani scorreva la costa fino a Sollio. Ivi comunicò il suo disegno con gli Acarnani che per non avere egli cinto di mura Leucade, non lo approvarono; ond’ei col resto dell’esercito composto di Cefalleni, Messenii e Zacintii, e con trecento Ateniesi che militavano sulle sue navi (essendo già partite le quindici dei Corfuotti) portò le armi contro gli Etoli, mosso il campo da Enone della Locride. I Locri Ozolii di questi luoghi erano alleati, e dovevano con tutte le loro forze riunirsi con gli Ateniesi nei luoghi mediterranei. Imperocchè essendo confinanti degli Etoli ed usando la medesima armatura, pareva che col concorrere all’impresa sarebbero di gran vantaggio, attesa la pratica che avevano del guerreggiare di quelli e del paese.
96. Egli adunque coll’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu morto il poeta Esiodo, secondo l’oracolo che gli avea predetto arebbe sofferto ciò in Nemea)[229], e sul far dell’aurora mosse il campo per alla volta di Etolia. Nel primo dì prende Potidania, nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio[230], ove fece alto, e mandò il bottino ed Eupolio della Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ricondursi a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora e’ non volessero arrendersi. Queste mene però non erano ignote agli Etoli neanche quando ei dapprima le macchinava; e non sì tosto si presentò con l’esercito, che accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche; e fino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non istettero a vedere.
97. Ma i Messenii davano a Demostene lo stesso consiglio di prima: ripetevano la presa degli Etoli sarebbe facile: lo confortavano assalisse subitamente le borgate: non aspettasse che tutti riuniti assieme potessero fargli fronte; e cercasse di prender quella che a mano a mano gli si parasse innanzi. Egli vi acconsentì, e fidato alla fortuna che non gli era nulla contraria, senza aspettare i Locri che doveano venire in rinforzo, perocchè il suo principal bisogno era di saettatori armati alla leggera, marcia sopra Egitio[231], e al primo assalto lo espugna; essendochè gli abitanti si sottraevano colla fuga, e si eran fermati sulle colline che soprastano la città, situata essa pure in luoghi alti, e distante dal mare intorno di ottanta stadii. Ma gli Etoli accorsi già alla difesa di Egitio si avventano sugli Ateniesi e su’ loro alleati, precipitando chi di qua chi di là dalle alture, e scagliando dardi sovra loro; e se gli Ateniesi si avanzavano, essi davano indietro; se cedevano, gli caricavano. Durò un pezzo questa zuffa di incalzare e ritirarsi, e nell’uno e nell’altro modo pativano gli Ateniesi.
98. Nondimeno finchè i loro arcieri ebbero saette e lena da servirsene, erano essi che reggevano la battaglia; poichè gli Etoli armati leggermente venivano rintuzzati dalle frecce: ma quando gli arcieri, morto il comandante, si sbandarono, allora, spossati gli Ateniesi e da gran tempo oppressi da quel medesimo travaglio, e dall’altra parte saettati ed incalzati dagli Etoli, voltate finalmente le spalle fuggivano; ed incappando in de’ borri senza riuscita, ed in luoghi de’ quali non eran pratici (essendo morto Cromone messenio che insegnava loro le strade), erano sperperati. All’opposto gli Etoli essendo spediti al corso ed armati alla leggera li dardeggiavano; e giugnendoli dappresso in quella che davano le spalle, molti ne uccidevano: mentre i più che smarrite le strade si erano ingolfati in un bosco senza uscita, appiccatovi il fuoco rimasero tutti arsi. Così fuvvi nel campo ateniese ogni maniera di fuga e di morte: quei che la scamparono penarono molto a ricovrarsi al mare, e ad Enone della Locride, donde eran partiti. Mancarono in questo fatto molti alleati, e circa centoventi Ateniesi di grave armatura; perdita grandissima perchè erano tutti sul fiore dell’età e di valore non ordinario, e morì anche Procle uno de’ due generali. Gli altri, riavuti dagli Etoli i cadaveri con salvocondotto, tornarono a Naupatto, e poi si ricondussero colla flotta ad Atene. Ma Demostene che per queste cose temeva degli Ateniesi, restò nelle vicinanze di Naupatto e di quei luoghi.
99. Al tempo medesimo gli Ateniesi che erano intorno alla Sicilia navigarono contro la Locride, e sbarcando a terra vinsero i Locri venuti a respingerli, e prendono Peripolio città situata sul fiume Alece.
100. Parimente in questa estate gli Etoli che trovandosi assaliti dagli Ateniesi avevano già spedito ambasciatori a Corinto e a Sparta Tolofo osionese, Boriade euritane e Tisandro apodoto, persuadono coteste città a mandare in grazia loro delle truppe contro Naupatto. Laonde i Lacedemoni spedirono verso l’autunno tremila di grave armatura presi dagli alleati, cinquecento de’ quali erano di Eraclea nella Trachinia, città fabbricata d’allora. Guidava queste genti Euriloco nobile di Sparta, cui seguivano Macario e Menedeo nobili Spartani anch’essi.
101. Riunitosi questo esercito a Delfo, Euriloco spedì un araldo ai Locri Ozolii perchè gli bisognava traversare le loro terre per andare a Naupatto, ed insieme perchè voleva staccarli dagli Ateniesi. Tra i Locri favorivano Euriloco gli Amfissei[232] (perchè temevano dei Focesi loro nemici) i quali furono i primi a dare ostaggi, e col timore dell’esercito che si avanzava indussero a dargli anco gli altri; in principio i soli Mionesi loro confinanti per dove è difficile l’accesso nella Locride: poi gl’Ipnei, i Messapii, i Tritei, i Callei, i Tolofoni, gli Essi e gli Eantesi, tutti i quali popoli si unirono con Euriloco. Gli Olpei diedero ostaggi ma non lo seguitarono; e gli Iei non diedero neppur gli ostaggi sino a che non fu preso un loro borgo che aveva nome Poli.
102. Ma Euriloco poichè ebbe ordinato il tutto, e depositati gli ostaggi a Citinio della Doride[233], marciava coll’esercito contro Naupatto traversando i Locri; e per via prende due de’ loro castelli Eneone ed Eupolio che avevano rifiutato unirsi a lui. Pervenuti poi in su quel di Naupatto insieme con gli Etoli già corsi in rinforzo, ne saccheggiarono la campagna, ed occuparono il suburbio che era senza mura; ed avanzatisi a Molicrio colonia dei Corintii, ma soggetto agli Ateniesi; lo espugnano. Demostene l’ateniese, che dopo gli avvenimenti dell’Etolia si tratteneva ancora nelle vicinanze di Naupatto, presentito l’arrivo di quest’esercito, e temendo di quella città, si presenta agli Acarnani; e gl’induce a recarvi soccorso, quantunque difficilmente per la sua ritirata da Leucade. Spediscono con lui sulle navi mille di grave armatura, i quali entrati nella città la salvarono: poichè vi era molto pericolo che, grandi essendo le mura, quei pochi che vi erano a difesa non potessero resistere. Laonde Euriloco e le sue genti, quando intesero esservi entrate quelle truppe, e divenuto impossibile espugnare a viva forza la città, si ritirarono non già nel Peloponneso ma nell’Eolide, chiamata ora Calidona, ed in Pleurona e in altri luoghi di quei dintorni, ed in Proschio dell’Etolia. E ciò perchè gli Ambracioti eran venuti persuadendoli si unissero con loro ad assaltare Argo Amfilochico e il resto dell’Amfilochia e l’Acarnania: protestando, che vinti questi luoghi, tutto Epiro verrebbe all’alleanza dei Lacedemoni. Accettò Euriloco il partito; licenziati gli Etoli si tratteneva col suo esercito in quei luoghi senza darsi alcun moto finchè non fosse bisognato dar mano agli Ambracioti, usciti che fossero in campagna per l’impresa d’Argo; e finiva l’estate.
103. L’inverno seguente gli Ateniesi che erano in Sicilia, co’ Greci loro alleati, e con quei Siciliesi che oppressati da duro imperio s’erano staccati dalla lega dei Siracusani e gli aiutavano in questa guerra, andarono a dar l’assalto a Nessa, castello della Sicilia, la cui rocca tenevasi pei Siracusani; non vennero a capo di prenderla e partirono. Ma i Siracusani del forte, mentre l’esercito si ritirava, assalgono gli alleati degli Ateniesi che erano alla coda: ed azzuffatisi, mettono in fuga buona parte dell’esercito stesso con grande strage. Dopo questa rotta Lachete con gli Ateniesi fecero parecchie volte scala dalle navi lungo il fiume Caicino nella Locride, e vinsero in un conflitto circa trecento Locri, che con Prosseno figlio di Capatone vollero opporsi loro; gli disarmarono, e quindi continuarono la loro gita.
104. Nel medesimo inverno gli Ateniesi purgarono Delo per iscrupolo di un certo oracolo. L’avea purgata di prima anche Pisistrato il tiranno, non però tutta interamente, ma quanta se ne scorgeva dal tempio[234]. Ora però ella fu purgata tutta con queste cerimonie. Tolsero via quante arche di morti erano in Delo; e bandirono che per l’avvenire nessuno fosse lasciato morire nell’isola, e le donne non vi dovessero partorire; ma i moribondi e le partorienti si trasportassero in Renea, la quale è distante da Delo sì poco, che Policrate tiranno di Samo[235], stato per qualche tempo potente in flotta e padrone di altre isole, quando ebbe conquistato Renea la consacrò ad Apollo Delio, legandola con una catena a Delo. Allora per la prima volta dopo la purgazione celebrarono gli Ateniesi le feste Delie che ricadono ogni cinque anni. Era già in Delo fino da remoto tempo gran concorso di Ioni e d’isolani circonvicini che vi andavano ai sacri spettacoli con le mogli e co’ loro figlioli, come ora gli Ioni alle feste di Diana in Efeso: ed ivi pure si facevano le gare di ginnastica e di musica; e le diverse città vi conducevano le compagnie de’ danzatori. Che si praticasse così lo dichiara a maraviglia Omero in quei versi cavati dall’inno di Apollo[236]:
Ma tu giubbili, o Febo, sopra tutto Allor che gl’Ioni dalle lunghe vesti Si radunano in Delo ad onorarti Insiem coi figli e le pudiche spose. Te dilettano allor che rimembrando Il nome tuo, cominciano le gare Di lotte, di carole e d’armonie.
E che vi fosse pure la gara di musica, e che vi concorressero i gareggianti, lo dichiara in questi versi del medesimo inno; poichè dopo aver celebrato il coro delle donne di Delo terminò l’elogio con questi versi, ne’ quali fece pur menzione di sè:
Deh! se ne sien propizi Apollo e Diana, Addio voi tutte, e di me vi sovvenga Allor che un cattivello pellegrino Dei terrestri mortali vi domandi: O Donzellette, dite, e qual s’aggira Spirto gentil dolcissimo tra voi, Che col suo canto vi diletta il core? Voi tutte liete allor gli rispondete, Un cieco abitator dell’aspra Chio.
Ecco gli argomenti che dà Omero di esservi stato anticamente a Delo concorso e festa grande. In processo di tempo gl’isolani e gli Ateniesi vi mandavano le compagnie dei cori e le offerte sacre. Ma quanto ai giuochi e alla maggior parte delle solennità pare che per le calamità dei tempi andassero in disuso; finchè al tempo accennato non li celebrarono gli Ateniesi, con più le corse de’ cavalli che prima non vi erano.
105. In quest’istesso inverno gli Ambracioti, conforme avevan promesso ad Euriloco perchè trattenesse l’esercito, escono in campagna contro Argo Amfilochico con tremila di grave armatura. Entrati sul territorio argivo occupano Olpa, castello forte sopra un’altura vicino al mare, guarnito in altri tempi di mura dagli Acarnani che se ne servivano per comun tribunale, e distante circa venticinque stadii da Argo città marittima. Ma gli Acarnani parte correvano a soccorso di Argo, parte si erano accampati in quel sito dell’Amfilochia che si chiama le Fonti, per invigilare che i Peloponnesi con Euriloco non passassero di nascosto ad unirsi con gli Ambracioti. Spedirono inoltre a Demostene, che aveva prima condotti gli Ateniesi nell’Etolia, invitandolo a pigliare il comando dell’esercito, avvisando pure le venti navi degli Ateniesi, che si trovavano attorno al Peloponneso, capitanate da Aristotele di Timocrate e da Ierofonte di Antimnesto. Medesimamente quelli Ambracioti che erano ad Olpa inviarono ad Ambracia un messo, ordinando che fatta una leva generale venissero a soccorrerli; perciocchè temevano (non potendo le genti di Euriloco attraversare l’Acarnania) di dovere, o sostenere la battaglia da se soli, o volendo ritirarsi, non poterlo fare sicuramente.
106. I Peloponnesi adunque con Euriloco, intesa la mossa degli Ambracioti che erano giunti ad Olpa, partono da Proschio per prontamente soccorrerli; e valicato l’Acheloo marciavano attraverso dell’Acarnania, rimasta spopolata per il soccorso di Argo, avendo a destra la città degli Strazii e il loro presidio, e alla sinistra il resto dell’Acarnania. Trascorse le terre degli Strazii camminavano per Fizia, e quindi pei confini di Medona, e poi per Limnea; e misero piede sul territorio degli Agrei non più amico degli Acarnani, ma di loro. Quindi prendendo la via di Tiamo, monte incolto, lo traversarono; e di notte calarono nella campagna argiva: così passarono celatamente tra la città degli Argivi, e il presidio degli Acarnani alle Fonti, e si congiunsero con gli Ambracioti ad Olpa.
107. Riuniti che furono insieme, sul far del giorno fecero alto sotto il castello chiamato Metropoli[237], ove formavano il campo. Poco dopo arrivano in soccorso degli Argivi al golfo di Ambracia gli Ateniesi colle venti navi, e Demostene con dugento Messenii di grave armatura e sessanta arcieri ateniesi. Stavano le navi in osservazione alle falde del monticello di Olpa dalla parte di mare. Gli Acarnani con pochi Amfilochii (perchè la maggior parte era per forza ritenuta dagli Ambracioti) si erano già raunati ad Argo, e si preparavano a combattere co’ nemici. Eleggono per generale di tutta la lega Demostene, senza però escluderne i particolari loro capitani: ed egli avanzatosi fin vicino ad Olpa vi pose il campo; sì che solo un gran borro separava i due eserciti. Per cinque giorni restarono tranquilli: ma nel sesto si mettevano entrambi in ordine di battaglia. Era l’esercito de’ Peloponnesi più numeroso ed esteso; onde Demostene temendo di non essere circondato mette in aguato per una strada scoscesa e cespugliosa truppe di leggera e grave armatura, in tutto quattrocento; acciò nel tempo della zuffa uscissero dell’aguato, e prendessero alle spalle i nemici in quella parte ove fossero superiori. Quando i due eserciti furono in punto vennero alle mani. Demostene con i Messenii e pochi Ateniesi teneva il corno destro, e l’altro tenevasi dagli Acarnani disposti con quell’ordine che ad ognuno era toccato, e da quei frecciatori amfilochi che vi si ritrovavano. I Peloponnesi e gli Ambracioti erano mescolati, ad eccezione dei Mantiniei, che riuniti fra loro erano piuttosto sul corno sinistro, ma però non arrivavano all’estremità di esso, ove era Euriloco co’ suoi in faccia a’ Messenii e a Demostene.
108. Menavansi omai le mani da ambe le parti, ed il corno de’ Peloponnesi era superiore, e faceva vista di circondare il destro de’ nemici; quando gli Acarnani dall’aguato sopravvenendo alle spalle si scagliano loro addosso e li costringono a voltar faccia, sicchè non più tennero il fermo, e col loro timore ridussero a fuggire la maggior parte dell’esercito: poichè al veder sperperata l’ordinanza di Euriloco, che era il nerbo delle milizie, molto più gli altri impaurivano. I Messenii che con Demostene erano su questo punto, compirono la maggior parte dell’impresa: all’opposto gli Ambracioti e quelli del corno destro, che sono i più guerreschi di quei luoghi, ruppero le genti che avevano a fronte e le incalzarono fino ad Argo. Ma nel ritirarsi, poichè videro il grosso dell’esercito disfatto, e poichè erano inquietati dagli Acarnani, a gran fatica salvaronsi ad Olpa: ove precipitandosi dentro disordinatamente e alla rinfusa, molti perirono. Non così avvenne dei Mantinei i quali, meglio ordinati di tutto l’esercito, ritiraronsi dalla battaglia che finì sulla sera.
109. Mancarono in essa Euriloco e Macario, onde Menedeo il giorno dopo succeduto al comando trovandosi rinchiuso per la parte di terra e per quella di mare dalla flotta ateniese, nè sapendo dopo la gran disfatta in che modo o reggere all’assedio trattenendosi in Olpa, o ritirarsi a salvamento, propone il giorno dopo a Demostene e a’ capitani degli Acarnani trattato di tregua per far la ritirata, e per riavere i morti. Rendettero essi i cadaveri e ripresero i suoi, circa trecento, ed ersero trofeo: ma non pattuirono solennemente ritirata a tutti. Bensì Demostene e i capitani acarnani accordano segretamente una sollecita ritirata a’ Mantinesi, a Menedeo e agli altri uffiziali de’ Peloponnesi, e a’ più distinti tra loro. Voleva per questo modo Demostene spogliare gli Ambracioti della moltitudine degli assoldati stranieri; e soprattutto bramava screditare presso i Greci di quelle contrade gli Spartani e i Peloponnesi, quasi che li avessero vergognosamente traditi, e preferito ad ogni cosa il proprio vantaggio. Ripresero frattanto i morti, e frettolosamente gli seppellirono come poterono; e quei, cui era stato concesso, ruminavano di celatamente partire.
110. Ma a Demostene ed agli Acarnani vengono avvisi che gli Ambracioti di città, mossi dalla prima ambasciata ricevuta da Olpa, e ignari degli ultimi fatti, si avviavano a stormo in soccorso, traversando il paese degli Amfilochii per congiungersi con quelli di Olpa. Laonde Demostene spedisce tostamente una parte delle sue genti per prevenirli con aguati sulle strade, ed occupare i siti più forti; e si preparava ad accorrere contro di loro col resto dell’esercito.
111. In questo mezzo i Mantinei con quelli ai quali era stato accordato salvocondotto, usciti fuori col pretesto di raccogliere legumi e legna da fuoco, si andavano celatamente dilungando a piccole brigate, facendo vista di raccoglier ciò per cui erano usciti; ma allontanatisi omai da Olpa affrettavano il passo. Onde gli Ambracioti e gli altri raccoltisi allora in folla, quando si avvidero della loro partita non stettero più alle mosse, e si diedero a correre per raggiungerli. Gli Acarnani credevano dapprima che fuggissero tutti senza convenzione di patti, e davan dietro a’ Peloponnesi. Alcuni capitani che volevano ritenerli, e che dicevano aver quelli salvocondotto, furono feriti di freccia, perchè creduti traditori. Pur nondimeno lasciarono poi andare i Mantinei e i Peloponnesi, uccidendo però gli Ambracioti; onde tutto il campo era in contesa, non conoscendosi chi fosse Ambraciota o peloponnesio. Circa dugento rimasero morti; gli altri si rifugiarono nell’Agraide che è confinante, ove furono accolti da Selintio re degli Argei[238], loro amico.
112. Frattanto gli Ambracioti partiti da Ambracia giungono ad Idomene. Risiede Idomene su due alte colline, alla maggiore di questa giunsero primi, sul fare della sera e l’occuparono non avvertiti, quei soldati che Demostene aveva spediti innanzi dal campo: sulla minore erano già saliti gli Ambracioti e vi pernottarono. Dopo cena marciava, appena sera, Demostene col resto dell’esercito, conducendone da sè la meta verso i luoghi opportuni a sboccar sul nemico; intanto che l’altra metà, traversati i monti amfilochii, sul far dell’aurora assale gli Ambracioti tuttora immersi nel sonno, i quali non sapendo dell’accaduto credevano molto meglio quelle truppe essere de’ loro. Imperocchè Demostene aveva appostatamente messo nelle prime file i Messenii, ai quali, perchè parlavano linguaggio dorico, aveva commesso di salutare il nemico, rassicurando così le prime sentinelle, tanto più che di notte non sarebbero visti in viso. Non sì tosto adunque assaltarono il campo nemico, che lo fugarono, uccidendo la maggior parte in sul posto; mentre gli altri fuggivano precipitosamente pe’ poggi: ma preoccupate le strade con insidie, e gli Amfilochii, leggeri e pratici del loro paese, incalzando genti armate alla grave e mal pratiche dei luoghi, e che per non sapere ove volgersi incappavano ne’ borri e negli aguati, le sperperavano. Nessuna via di fuggire fu intentata; alcuni persino indirizzaronsi al mare non molto distante; ove viste le navi ateniesi, che per avventura durante la loro fuga radevano la costa, vi si slanciarono a nuoto; giudicando in quello spavento che meglio sarebbe per loro essere oramai uccisi da quei delle navi, che da quei barbari e capitali nemici degli Amfilochii. Per questo modo adunque sterminati gli Ambracioti, pochi di tutta quella moltitudine si condussero a salvamento in città. Gli Acarnani, spogliati i morti ed innalzati i trofei, ritornarono ad Argo.
113. Il dì seguente da parte degli Ambracioti, che da Olpa erano fuggiti presso gli Agrei, venne agli Acarnani da araldo domandando di riprendere i cadaveri di quelli che erano rimasti uccisi il giorno dopo la prima battaglia, quando senza salvocondotto uscirono, insieme co’ Mantinei e con gli altri coi quali si era convenuto. Ma poichè vide le armi degli Ambracioti che dalla città erano andati a soccorso, fu sorpreso del gran numero, perchè non sapeva nulla di questa sconfitta, e credeva che fossero quelle dei suoi compagni. Un tale domandollo di che maravigliasse, e quanti fossero i morti de’ loro (domanda che faceva, credendo che l’araldo venisse da quei battuti a Idomene), quegli rispose: circa dugento: e colui che lo aveva interrogato riprese: Queste non paiono certo le armi di dugento, ma bensì di più di mille. Non sono dunque (soggiunse l’araldo) di quei che combatterono con noi? Forse che sì, rispose l’altro, se pure ieri voi combatteste a Idomene. — Noi, ieri non combattemmo con alcuno, ma sì ieri l’altro nel far la ritirata. — Fatto sta che noi combattemmo ieri con quelli che dalla città di Ambracia andavano a soccorso. L’araldo per queste parole avendo compreso che il rinforzo spedito dalla città era stato trucidato, diè un alto grido; e stupefatto per la grandezza delle sciagure che aveva dinanzi agli occhi, partì senza effettuata alcuna cosa, nè più richiese i cadaveri. Ed invero fu questa in una sola città greca la sconfitta più grande di quante ne accaddero in altrettanti giorni durante questa guerra: ed io non ho scritto il numero de’ morti; perchè si dice che secondo la grandezza di quella città ne perisse una moltitudine incredibile. Quello che io so però è, che se gli Acarnani e gli Amfilochii, dando retta agli Ateniesi e a Demostene, avessero voluto conquistare l’Ambracia, ne sarebbero venuti a capo al primo assalto. Ma in tal caso temettero essi che tenendosi quel paese per gli Ateniesi, non gli avessero a provare confinanti troppo incomodi.
114. Assegnarono dopo questi fatti la terza parte del bottino agli Ateniesi, e spartirono il resto alle città confederate. Lo spoglio toccato agli Ateniesi fu predato per mare; e le trecento armature, che ora sono appese ai templi dell’Attica, furono per fargli onore presentate a Demostene, le quali egli riportò seco per mare, quando dopo la disgraziata spedizione dell’Etolia, potè per quest’ultima impresa più francamente rimpatriare. Gli Ateniesi che erano su le venti navi partirono per Naupatto: e dopo la partita di loro e di Demostene, gli Acarnani e gli Amfilochii accordarono di ritirarsi dalle Eniadi agli Ambracioti e Peloponnesi che si erano rifugiati presso Salintio e gli Agrei, e che poi si unirono con amendue questi. Appresso gli Acarnani stessi e gli Amfilochii convennero di legarsi per cento anni con gli Ambracioti a questi patti: Non si unirebbero gli Ambracioti con gli Acarnani per guerreggiare i Peloponnesi, nè gli Acarnani con gli Ambracioti contro gli Ateniesi: accorrerebbero entrambi alla difesa scambievole delle terre; e gli Ambracioti restituirebbero ciò che ritengono degli Amfilochii, sia di castella sia di terre conterminali; nè porterebbero aiuto ad Anattorio[239] perchè nemico degli Acarnani. Con questi patti posero fine alla guerra. Dopo di che i Corintii sotto il comando di Xenoclide di Euticle, spedirono ad Ambracia, trecento de’ suoi di grave armatura, ove giunsero traversando l’Epiro con molte difficoltà. Così andarono le cose di Ambracia.
115. Nel medesimo inverno quegli Ateniesi che erano in Sicilia fecero uno sbarco nelle spiagge di Imerea, insieme co’ Siciliani che dalla parte di terra avevano assaltato l’estremità d’Imerea stessa[240]: quindi navigarono alle isole Eolie. Di là tornati a Reggio incontrano Pitodoro figliolo d’Isoloco generale degli Ateniesi, che era succeduto a Lachete nel comando della flotta; imperocchè gli alleati di Sicilia andati ad Atene avevano indotto questa Repubblica a soccorrerli con maggior numero di navi; allegando che i Siracusani erano padroni del territorio loro, e che con poche navi impedivano loro il mare. Però si apparecchiavano e riunivano insieme le loro forze marittime, risoluti di non soffrir quella ingiuria. Gli Ateniesi adunque armarono quaranta navi per ispedirvele, sì perchè credevano che così la guerra di là verrebbe più presto a finire, sì perchè volevano tenersi esercitati sulla marina. Mandarono da primo Pitodoro uno dei capitani con poche navi; ma erano presso a spedirvi Sofocle di Sostratide, ed Eurimedonte di Teocle con una flotta maggiore. Pitodoro intanto che aveva già il comando delle navi di Lachete, sul finire dell’inverno, veleggiò alla volta di un castello de’ Locresi, di cui s’era prima impadronito Lachete: ma vinto da essi in battaglia tornò indietro.
116. In questa stessa primavera traboccò dall’Etna una corrente di fuoco, come era altre volte accaduto, e disertò alcune terre de’ Catanesi che abitano sotto l’Etna, monte il più grande della Sicilia. Si dice che questa eruzione avvenne cinquant’anni dopo la prima; ed è fama che sia insomma accaduta tre volte da che la Sicilia è abitata da’ Greci. Tali sono i fatti occorsi in questo inverno: e finiva l’anno sesto di questa guerra di cui Tucidide ha compilata l’istoria.
FINE DEL LIBRO TERZO.
LIBRO QUARTO
SOMMARIO
Ribellione di Messina. — Gli Ateniesi vincono in mare i Peloponnesi. — Legati Lacedemoni in Atene. — Affari in Sicilia. — Nuova sconfitta dei Peloponnesi. — Nicia conduce gli Ateniesi a Corinto. — I Lacedemoni prendon l’isola di Citera. — La Sicilia si pacifica. — Avvenimenti di Megara. — Brasida in Tracia. — I Beoti vincon gli Ateniesi. — Conquiste di Brasida. — Tregua di un anno. — Ribellione di Mende e di Scione. — Brasida e Perdicca muovon contro Arribeo. — Gli Ateniesi ricuperano Mende, ed assediano Scione.
1. Sopravvenendo la primavera, verso lo spigar del grano, dieci navi dei Siracusani ed altrettante dei Locresi andarono ad occupar Messina di Sicilia, a petizione di questa città che si ribellò agli Ateniesi. Furono i Siracusani i principali autori di questa pratica, perchè vedevano quella terra acconciamente situata ad assaltar la Sicilia, e perchè temevano che gli Ateniesi, fattavi la massa, di lì non si movessero una volta ad assalirli con apparecchio maggiore: i Locresi poi, perchè disamando i Reggini, li volevano tribolare con la guerra dalla parte di terra e di mare. Erano ad un’ora entrati i Locresi in su quel dei Reggini con tutte le forze, acciò e’ non potessero soccorrere i Messinesi; tanto più che ne li confortavano alcuni che si trovavano presso loro, usciti di Reggio, la quale, da lungo tempo travagliata dalle sette, non poteva di presente resistere ai Locresi; che però viepiù francamente l’assalivano. Guastata la campagna partirono i Locresi colla fanteria; ma le navi guardavano Messina; e l’altre che si andavano allestendo, presa ivi stazione, dovevano da quel luogo stesso far guerra.
2. Circa il tempo medesimo di primavera, innanzi che il grano fosse in maturità, i Peloponnesi e la loro lega, condotti da Agide re di Sparta figliolo di Archidamo, invasero l’Attica; ed accampativisi guastavano il territorio. Gli Ateniesi spedirono in Sicilia le quaranta navi che andavano preparando, e gli altri capitani Eurimedonte e Sofocle, essendovi di prima arrivato Pilodoro, che tra loro era il terzo. Commisero a questi che in tragittando si dessero cura dei Corfuotti di città, corseggiati dai fuorusciti che avevano occupato la montagna; giacchè eran passate colà sessanta navi dei Peloponnesi per sostenere quelli della montagna; e perchè credevano (essendo gran fame in città) di potersi agevolmente far padroni di tutto. Ed a Demostene, che dopo il suo ritorno dall’Acarnania era in qualità di privato, accordarono, conforme richiedeva, che, se giudicasse opportuno, si servisse nel giro del Peloponneso di queste medesime navi.
3. Le quali giunte appena lunghesso la Laconia venne la nuova l’armata de’ Peloponnesi essere già a Corfù: e tanto Eurimedonte che Sofocle avevano fretta per là. Ma Demostene li confortava si fermassero prima a Pilo, e compiutovi il bisognevole, continovassero poi la navigazione. Opponendosi essi sopravvenne per avventura una burrasca che trasportò le navi a Pilo[241]. Allora Demostene subitamente insisteva si cingesse di mura quella terra: esser questo il fine per cui si era imbarcato con loro: mostrava esservi grande abbondanza di legnami e di sassi; ed il sito forte per natura, ed abbandonato insieme con buono spazio di terreno. In fatti Pilo è distante da Sparta intorno di quattrocento stadii, ed è situata in quella contrada che era una volta Messenia, ed ora dagli Spartani detta Corifasio. Rispondevano i capitani esservi molti promontorii del Peloponneso abbandonati, qualor volesse rifinire colle spese la Repubblica per farne il conquisto. Ma, soggiungeva Demostene, parergli molto più degli altri importante questo luogo, perchè vi era accanto il porto, e perchè i Messenii, oriundi di esso ab antico e di una medesima lingua coi lacedemoni, potrebbero recar loro moltissimi danni, facendo capo in quello, e ne sarebbero custodi fidatissimi.
4. Contuttociò Demostene non persuase nè i capitani nè i soldati, quantunque poi conferisse il progetto con gli ufficiali subalterni[242]: e però, non potendo riprender mare, si ristava, finchè la smania di murare il castello assalì i soldati disoccupati in quella dimora. Laonde messa mano all’opera travagliavano; e perchè mancavano di ferri da lavorar le pietre, le portavano a scelta e le incastravano in quel punto ove ciascuna combaciasse. Ovunque occorresse il loto, mancando essi di vassoi, lo portavano sulla schiena, curvandosi perchè meglio vi stesse, e consertando le mani di dietro perchè non cadesse: e si affrettavano in ogni maniera di fornire il lavoro nei lati più facili ad espugnare, prima che vi accorressero i Lacedemoni; giacchè la massima parte del luogo era di per sè forte, nè punto abbisognava di mura.
5. Per avventura i Lacedemoni celebravano una festa, ed insieme facevan poco conto di questa nuova, confidando o che al primo loro presentarsi i nemici sloggerebbero, o che di leggeri prenderebbero a forza il castello. In parte anche li ritenne l’aver tuttora l’esercito nell’Attica. Gli Ateniesi, in sei giorni[243] munito il castello dal lato che guarda terraferma e dove era maggiore il bisogno, vi lasciano di presidio Demostene con cinque navi; e col più della flotta affrettavano la navigazione per a Corfù e Sicilia.
6. Udita la presa di Pilo i Peloponnesi, che erano nell’Attica, acceleravano il ritorno a casa; sì perchè i Lacedemoni ed il re Agide giudicavano che il caso di Pilo risguardasse a loro del tutto, sì eziandio perchè essendo stata immatura l’invasione, mentre il grano era ancor verde, i più penuriavano di vettovaglia, ed il verno sopraggiunto, più rigido di quel che portasse la stagione, premeva l’esercito. Onde per molte cause avvenne che sollecitassero la ritirata; e che questa fosse di tutte le invasioni la più breve, essendosi trattenuti nell’Attica quindici soli giorni.
7. Al tempo stesso Simonide generale degli Ateniesi prese a tradimento Eiona della Tracia, colonia de’ Mendei e nemica d’Atene, avendo raccolto molti alleati di quei luoghi e piccola mano di presidiarii ateniesi: ma accorsi prontamente i Calcidesi ed i Bottiesi ne fu discacciato con grave perdita di gente.
8. Ritornati i Peloponnesi dall’Attica, gli Spartani propio ed i più prossimi dei circonvicini[244] corsero subito a Pilo: ma più tarda fu la mossa del rimanente dei Lacedemoni tornati di fresco da un’altra spedizione. Mandavano in giro pel Peloponneso intimando di soccorrer Pilo il più prontamente; e spedirono per le sessanta navi che avevano a Corfù, le quali trasportate sull’istmo di Leucade e non osservate dalla flotta ateniese di Zacinto[245], giungono a Pilo, ove si trovava anche l’esercito di terra. Ma Demostene, mentre i Peloponnesi navigavano tuttora verso colà, spedì innanzi celatamente due navi (che secondo gli ordini avuti da esso affrettarono il corso) ad avvertire Eurimedonte e gli Ateniesi che erano colla flotta a Zacinto di presentarsi a Pilo, perchè quel luogo pericolava. I Lacedemoni dal canto loro si allestivano risoluti di assaltar quel forte per terra e per mare, confidando di dover espugnare facilmente un lavoro fatto in furia, entrovi poca gente. Nondimeno aspettandosi il rinforzo delle navi attiche da Zacinto, aveano in animo, se pur non lo espugnassero prima del loro arrivo, di asserragliare l’imboccatura del porto, acciò gli Ateniesi non potessero introdurvisi; giacchè l’Isola chiamala Sfatteria, stendendosi dinanzi al porto e soprastandogli dappresso, lo rende sicuro ed angusto alle imboccature; talchè dalla parte del forte degli Ateniesi e di Pilo non più che due navi possono traghettare insieme, e non più di otto o nove dalla parte che guarda il rimanente di terraferma. Inoltre tutta l’isola era boscosa e senza vie perchè disabitata, e di circuito non più grande di quindici stadii. I Lacedemoni adunque intendevano di serrarne l’ingresso colle navi congiunte insieme e volte in fuori colle prore: ma perchè temevano non i nemici gli guerreggiassero da quell’isola, vi fecero passare delle milizie gravi, ed altre ne schierarono per le costiere; cosicchè gli Ateniesi avrebbero nemica l’isola e la terraferma non potendovisi sbarcare. Perocchè essendo importuosa quella punta dell’istessa Pilo che fuori della bocca del porto guarda il mare, non avrebbero donde muoversi a soccorrere i loro; laddove essi senza battaglia navale od altro pericolo speravano di dovere espugnare il castello ove era stato lasciato poco presidio e mancava la vettovaglia. Ciò risoluto trasportarono nell’isola delle genti di grave armatura sortite da tutte le compagnie, mentre per l’avanti altre ve ne passarono a vicenda: quest’ultime poi che furonvi lasciate erano quattrocentoventi (senza contare gli Iloti a loro servizio) capitanate da Epitada di Molobro.
9. Ma Demostene vedendo che i Lacedemoni erano per assalirlo colle forze navali e terrestri, anch’egli si apparecchiava. Tratte a secco le triremi, che tra quelle lasciategli aveva ancor seco, ne formò una trincea sotto il forte, e ne armò le ciurme con deboli scudi e la maggior parte di giunco; essendochè in quel luogo deserto non v’era da trovar armi: che anzi aveano prese queste cose istesse da una nave corsalesca e da una barchetta messenia a trenta rematori ivi casualmente arrivate, ove si trovavano da quaranta Messenii di grave armatura, dei quali si valse insieme con l’altra sua gente. Schierò pertanto i più sì degli armati che degl’inermi dal lato di terraferma ove il castello era meglio munito e forte per natura, ordinando che resistessero alla fanteria qualor li assalisse; ed egli scelti fra tutti sessanta soldati gravi e pochi saettatori, ed uscito del forte avviavasi alla marina, colà ove si aspettava principalmente che i nemici tenterebbero di sbarcare, in luoghi stagliati e pieni di massi rivolti all’onde, perchè reputava che la debolezza del muro da questo lato li arebbe attratti a farvi ogni prova. E siccome gli Ateniesi, non temendo di dover mai esser vinti dalle flotte spartane, avevano lasciata sguernita di muro questa parte, così ai Lacedemoni sarebbe venuto fatto di espugnare il castello, se riuscissero ad effettuarvi per forza lo sbarco. Demostene adunque su questo lato propio in sul mare ordinava distintamente i soldati gravi, disposto, se possibil fosse, di ributtare il nemico; e li andava rincorando con questa esortazione:
10. «Valorosi soldati che meco imprendeste questo pericolo, non sia tra voi chi ponderando tutte le difficoltà che ci stanno attorno voglia in tal frangente ostentare accortezza, invece che, messo a parte ogni riguardo, affrontar fiducialmente il nemico, e scamparla per questa via. Perocchè quando le cose son giunte a tal necessità non ammettono ponderazione, ma richiedono prontissimo il cimento. Io vedo che stanno per noi moltissimi vantaggi ove vogliamo persistere, senza sbigottire della moltitudine dei nemici, e tradire vituperosamente la nostra stessa superiorità; avvegnachè io pensi essere a pro nostro la disagevolezza del luogo, e doverci riuscir di giovamento se persistiamo: laddove cedendo, la montata sebbene scabrosa renderassi agevole non essendovi chi la contrasti; ed allora troveremo il nemico più formidabile, perchè mancante di facile ritirata, quand’anche ne lo cacciassimo a forza. Ed invero fino a che sono sulle navi è cosa leggeri il ributtarli; ma sbarcati sono alla pari con noi: nè vuolsi troppo temere la loro moltitudine, perchè quantunque sieno molti dovran combattere pochi alla volta stante la difficoltà d’approdare. Inoltre il loro esercito sebbene più numeroso, non è però in terra del pari che il nostro, ma si trova sulle navi, le quali hanno bisogno in sul mare di molte opportune contingenze: di sorte che io penso che le difficoltà di costoro contrabbilancino la pochezza di nostre genti. E per voi, i quali siete Ateniesi e che sapete per esperienza non potersi effettuar giammai per forza lo sbarco sulle terre altrui (quando vi sia chi resista e non ceda per paura dell’ondate e del veemente impeto delle navi), per voi sì stimo cosa degna tener quivi adesso il fermo, respingere il nemico di sulla schiena del lido, e salvare ad un tempo noi stessi ed il castello.»
11. Per questa esortazione di Demostene, gli Ateniesi si inanimarono maggiormente; e scesi a basso si schierarono propio lungo il mare. I Lacedemoni mosso il campo assaltarono il forte coll’esercito terrestre insieme e colla flotta composta di quarantatre navi, onde era ammiraglio Trasimelida spartano figliolo di Cratesicle, che diede l’assalto ove lo aveva preveduto Demostene. Ma gli Ateniesi resistevano da amendue i lati sì di terra che di mare: ed i nemici divisa la flotta in piccole squadre (non potendosi approdare con molte navi) alternamente si riposavano ed alternamente assalivano, usando ogni sforzo ed eccitamento per respingere i difensori ed espugnare il castello. Sopra tutti poi campeggiava Brasida che comandando la sua trireme, e vedendo che i prefetti ed i piloti, attesa la scabrosità del luogo, schifavano di approdare anche dove sembrava possibile e stavano guardinghi perchè le navi non cozzassero tra loro, gridava «vitupero! per risparmiar dei legni trascurar che i nemici abbiano fatte munizioni nel nostro suolo:» sfracellassero, li confortava, le proprie navi per forzare lo sbarco; non badassero gli alleati in tale occasione a sacrificare la loro flotta ai Lacedemoni pei grandi benefizi da essi ricevuti: ma urtassero, ed a qualunque patto scendessero per vincer quell’esercito e quel castello.
12. Nè già contento di incitare gli altri costrinse il suo nocchiero ad urtare in terra colla nave, e si avviava alla scala: ed ingegnandosi di smontare fu retrospinto dagli Ateniesi con molte ferite, e cadde svenuto nello spazio che è di mezzo alla prua ed ai remiganti; onde gli venne a calar nel mare lo scudo che trasportato a terra fu raccolto dagli Ateniesi, e se ne servirono dipoi per il trofeo che innalzarono in memoria di quest’assalto. Gli altri intanto con tutto che facessero ogni sforzo non valevano a sbarcare, perchè disagevole era quel sito, e gli Ateniesi persistevano senza retroceder d’un passo. Insomma a tale si ridusse il capriccio della fortuna, che gli Ateniesi da terra, e (che più rileva) da terra laconica respingevano i Lacedemoni che gli assaltavan dal mare; e questi si sforzavano di sbarcare in una terra propria ma inimicata ad essi dagli Ateniesi. Accidente invero maraviglioso perchè in quel tempo a tal segno di riputazione eran giunti i Lacedemoni, che venivano reputati al tutto popoli mediterranei, e nelle battaglie terrestri valorosissimi; gli Ateniesi all’opposto gente marittima che sulle flotte di grandissima lunga primeggiavano.
13. I Lacedemoni pertanto dati degli assalti tutto quel giorno e parte del seguente, finalmente desisterono, e il terzo dì spedirono ad Asìna alcune navi per legname da macchine, sperando di prender con quelle il muro dalla parte del porto, quantunque e’ fosse alto, perchè ivi era più facile lo sbarco. In questo arrivano da Zacinto quaranta navi degli Ateniesi, avvegnachè colà fossero sopraggiunte in rinforzo alcune di quelle che stavano di guarnigione a Naupatto, e quattro di Chio. Ma quando videro piena di soldati gravi la terraferma e l’isola Sfatteria, e che le navi le quali erano in porto non uscivan loro incontro, dubitando ove approdare, navigarono per allora a Prote, isola poco lontana e disabitata, ove pernottarono. Il giorno dopo fecero vela, disposti di battagliare se i nemici volessero sortire al largo contro loro; se no, di penetrar colla flotta dentro al porto. Ma i Lacedemoni non si avanzarono, e non avevano per avventura asserragliato le bocche del porto giusta il primo divisamento; anzi tranquilli in terraferma armavano le navi, apprestandosi a combattere nel porto stesso, che non era angusto, se alcuno vi si avanzasse.
14. Di che accortisi gli Ateniesi vogavano soppressi per le due imboccature del porto; e scagliatisi sulla maggior parte delle navi, che già colle prore innanzi procedevano contro loro, le misero in fuga. Molte ne ruppero perseguitandole a breve distanza, cinque ne presero, una delle quali entrovi la ciurma, e correvano sopra le altre rifuggitesi a terra: quelle che si stavano tuttavia armando furono messe in pezzi prima di prender mare; ed alcune donde era precipitosamente fuggita la gente, legandole alle loro, le rimurchiavano vuote. Al veder ciò commossi oltre modo per la sconfitta i Lacedemoni, perchè le loro genti restavano intercette nell’isola Sfatteria, accorrevano in aiuto, entravano in mare colle armi indosso, ed abbrancando le navi le ritiravano indietro; avvisando ciascuno dovere andar fallita la prova laddove egli non prestasse l’opera sua. Per lo che grande era quel trambusto e amendue le parti avevano barattato il modo del combattere intorno alle navi; imperciocchè i Lacedemoni per l’ardore e la trepidazione null’altro facevano che, per dir così, dar battaglia navale di sopra terra: e gli Ateniesi, vincitori e desiderosi di avvantaggiarsi al più possibile della presente fortuna, facevano dalle navi battaglia terrestre: cosicchè, dopo molto travaglio e molte ferite scambievoli, si separarono, avendo i Lacedemoni salvate le navi vuote, fuor quelle prese da primo. Ricondottisi entrambi agli alloggiamenti, gli Ateniesi ersero il trofeo, restituirono i morti, s’impadronirono dei rottami delle navi; e senza indugio volteggiavano attorno all’isola per tenerla guardata, essendovi intercette le genti dei nemici. I Peloponnesi poi, che erano sulla terraferma con quelli già da ogni contrada venuti a soccorso, rimasero al loro posto dinanzi a Pilo.
15. Uditosi in Sparta l’accaduto a Pilo, fu risoluto che, come per grande sciagura, i magistrati si recassero all’oste, perchè vista la bisogna prendessero quel partito che più volessero. Ma poichè videro essere impossibile soccorrer le loro genti, e non volevano risicare che elle dovessero essere afflitte dalla fame od oppressate e vinte da un numeroso nemico, stabilirono di far tregua co’ generali ateniesi (se loro piacesse) quanto agli affari di Pilo, spedir legati ad Atene circa la convenzione, e tentare di riaverle il più prestamente possibile.
16. Accettato il partito dai generali fuvvi tregua in questo tenore: che i Lacedemoni condurrebbero a Pilo, e consegnerebbero agli Ateniesi le navi sulle quali avevano combattuto, e tutte quelle lunghe che avevano nella Laconia: non porterebbero nè di terra nè di mare le armi contro quel forte. Gli Ateniesi poi permetterebbero ai Lacedemoni di terraferma di mandare a quei dell’isola certa dose di frumento macinato, cioè due cheniche attiche di farina, due cotile di vino, e un pezzo di carne a testa; e pei serventi la metà[246]. Questa roba si manderebbe a vista degli Ateniesi; nè anderebbe a Sfatteria alcuna barca di soppiatto. E gli Ateniesi nientemeno che prima terrebbero guardata l’isola, ma senza sbarcarvi, nè porterebbero l’armi sia per terra sia per mare contro l’esercito dei Peloponnesi. Per la più piccola trasgressione a questi articoli da una delle due parti si intenderebbe sciolta la tregua, che durerà fino al ritorno degli ambasciatori lacedemoni da Atene, i quali dovranno esser condotti e ricondotti sopra una trireme dagli Ateniesi. Tornati essi spirerà la tregua, e gli Ateniesi restituiranno le navi quali li avranno ricevute. — Tali furono i patti della convenzione; si consegnarono le navi che erano circa sessanta, e si spediron i legati, i quali giunti ad Atene parlarono così:
17. «Ateniesi, i Lacedemoni ci inviarono qua per trattare, riguardo dei nostri intercetti nell’isola, di cosa che vi persuaderemo essere ad un’ora utile per voi, e decorosissima per noi in questa sciagura, quanto il consentano le cose presenti. E se alquanto ci allungheremo in questa materia, ciò non sarà contro l’usato, mentre è nostro patrio costume non usar molte parole, ove poche bastino; ma al contrario moltiplicarle, ove l’opportunità richieda che dichiarando cose gravissime s’abbia colle parole a procacciare quanto occorre. Ricevetele adunque non inimichevolmente, nè come un ammaestramento quasi foste gente grossolana, ma abbiatele a suggerimento di dritta deliberazione come a gente oculata. Ed invero sta in voi di bene accomodare la presente prosperità col ritener quel che avete, far nuovo acquisto di onore e di gloria, e schivar ciò che interviene a coloro che inusitatamente ottengono qualche bene; i quali mossi dalla speranza sempre anelano a cose maggiori, appunto perchè di presente prosperano all’impensata: dove coloro che s’imbatterono nelle molte vicissitudini dell’alternante fortuna, sono a buon dritto diffidentissimi delle felicità. Ciò che convenevolmente deve per esperienza essere proprio sopra tutto della vostra Repubblica e di noi.
18. «Ed apprendete ciò per la veduta delle nostre presenti calamità. Noi tenuti in grandissima estimazione appo i Greci ricorriamo a voi; noi che prima credevamo esser piuttosto in istato di accordar quello che ora vi vegnamo chiedendo. Ciò non pertanto non soffriamo questo per difetto di forze; nè per avere insolentito nell’incremento di esse; ma andammo falliti nei nostri disegni tutto che presi a misura di quelle che sempre avevamo; nel qual caso può a tutti egualmente accader lo stesso. Laonde è a voi richiesto che attesa la presente fortezza della vostra Repubblica, sostenuta anche da nuovi acquisti, non vogliate darvi a credere che la fortuna abbia di continuo ad esser con voi. Perciocchè prudenti sono tra gli uomini quelli che con sicuro consiglio pongono in ambiguo le prosperità; stantechè procederanno essi più saggiamente nelle disgrazie, stimeranno che la guerra non sempre andrà a lor talento qual che si sia il modo con cui uno voglia amministrarla, ma che anderà come la condurranno i destini: e meno di tutti vacilleranno perchè non gonfiandosi per la fiducia del buon successo nella guerra stessa, le porranno termine quando è propizia la fortuna. Ciò che, Ateniesi, è per voi dicevol cosa adoperare con noi, acciocchè, se mai non andando di ciò convinti, in avvenire vi incolga qualche sinistro (come spesso succede), non s’abbia a credere che per mera fortuna abbiate tanto progredito nelle vittorie; mentre sta in poter vostro tralasciare ai posteri stabile reputazione di fortezza e di senno.
19. «Ora i Lacedemoni vi invitano a tregua e scioglimento di guerra esibendovi pace, alleanza ed ogni altra maniera di generosa amistade e mutua fratellanza; ma chiedono in cambio le loro genti dell’isola, reputando migliore per entrambi non risicare, o che presentandosi loro qualche scampo abbiano a fuggirne a forza; o che espugnati, abbiano a trovarsi in servaggio maggiore. Per nostro avviso le grandi inimicizie si dissolvono sopratutto sicuramente, non quando uno colle armi alla mano e superiore di molto in guerra, inlacciando forzatamente il nemico co’ giuramenti, si accordi con inique condizioni; ma quando, tutto che possa adoprar così, nondimeno per usar condescendenza e vincerlo di cortesia si riconcilia a patti moderati oltre all’aspettativa del vinto. Allora l’avversario essendo obbligato non a vendicarsi come oppresso, ma a ricambiare di cortesia il suo emulo, è più presto a tenersi per sentimento d’onore dentro ai limiti degli accordi. Lo che sogliono gli uomini adoperare più facilmente coi nemici più grandi, che con quelli coi quali abbiano avute leggere differenze; e sono inclinati per natura a ceder dal canto loro a chi volontario rallenti il suo rigore, e per contrario a pigliar gara anche a mal tempo con chi tropp’alto insolentisca.
20. «Inoltre questa nostra riconciliazione cade, se mai altre volte, decorosamente in acconcio per entrambi, prima che qualche immedicabile disastro frapponendosi di mezzo ci sorprenda[247], per cui noi, in aggiunta alla nazionale, fossimo astretti a nutrir una perpetua privata nimistà contro voi[248]; e prima che voi stessi restiate privi dei vantaggi a cui adesso vi confortiamo. Riconciliamoci adunque mentre le cose son tuttora in pendente; mentre voi alla vostra gloria aggiungereste la nostra amicizia, e mentre noi prima di sopportar qualche disdoro, acconcieremo discretamente la nostra sciagura. Scegliamo, sì, amendue pace invece di guerra, e procacciamo agli altri Greci requie dei mali, ed anche in ciò il merito sarà precipuamente vostro: avvegnachè sieno essi in guerra, ignari chi di noi due l’abbia incominciata: che se ella cesserà (e questo è più che altro in poter vostro) ne sapranno grado a voi soli. Insomma se ben discernete sta in voi di aver fermamente amici i Lacedemoni che a ciò vi invitano, non col forzarli ma col gratificarli. Riflettete quanti beni naturalmente si comprendono in questa riconciliazione, perocchè, noi e voi dicendoci insieme, il rimanente di Grecia essendoci, ben sapete, inferiore, ci terrà in grandissima onoranza.»
21. Di tal tenore fu il discorso dei Lacedemoni, perchè credevano aver gli Ateniesi bramato per l’innanzi le tregue ed esserne stati impediti dalla mala disposizione di Sparta: ora però offrendo pace speravano l’accetterebbero volentieri e renderebbero le genti dell’isola. Ma gli Ateniesi col ritenere quelle genti stimavano avere in mano di che procacciarsi le tregue quando volessero, e più in alto intendevano. A ciò principalmente gli instigava Cleone figlio di Cleeneto, personaggio popolare in quel tempo ed alla plebe aggraditissimo. Egli fu che gl’indusse a rispondere «dover le genti dell’isola render se stesse e le armi, ed esser trasportate ad Atene; giunte esse colà, i Lacedemoni restituissero Nisea, Pega, Trezene ed Acaia (terre non già conquistate, ma accordate loro nella prima convenzione dagli Ateniesi i quali allora per le proprie calamità abbisognavano assai di tregua); e così riavrebbero le loro genti, e si farebbe tregua per quanto tempo piacesse ad ambe le parti.»
22. Non vollero i legati contradir nulla a quella risposta[249], ma pregavano si deputassero loro alcuni assessori, i quali parlando ed ascoltando intorno a ciascun articolo, convenissero di queto in ciò di che scambievolmente si persuadessero. Ma anche qui Cleone instava caldamente dicendo saper lui già di prima che coloro nulla di giusto avevano nell’animo, e bene esserlo manifesto anche adesso, mentre niente voglion dirne al popolo, e solo venire a consesso con pochi; che se nulla di buono seco ravvolgessero, ordinava parlassero a tutti. Laonde i Lacedemoni vedendo di non poter parlamentare al popolo, perchè se mai paresse loro bene (attesa la presente calamità) di accomodarsi con esso, temevano che parlando e non ottenendo l’intento sarebbero diffamati dagli alleati: e di più vedendo che non verrebbero eseguite le loro richieste a condizioni discrete, partirono da Atene senza effettuata cosa alcuna.
23. Al loro ritorno fallirono subito le tregue di Pilo, ed i Lacedemoni, giusta il convenuto, ridomandavano le navi agli Ateniesi, i quali incaricandoli di assalti dati al castello contro l’accordo, e di altre cose che non meritano il pregio di esser narrate, non le rendevano; opponendo essersi stabilito che per quantunque piccola trasgressione sarebbono sciolte le tregue. I Lacedemoni negavan tutto; e richiamandosi dell’ingiustizia delle navi andaron a riprender la guerra, la quale vigorosamente si combatteva intorno a Pilo da ambo le parti. Di giorno gli Ateniesi circuivano continuamente l’isola con due navi a riscontro: di notte stavano con tutte in guardia all’intorno, tranne verso l’alto quando faceva vento; ed erano a tal uopo arrivate ad essi altre venti navi da Atene, talchè in tutte furono settanta. I Peloponnesi poi campeggiavano in terraferma e davano assalti al castello, spiando l’occasione, quando che si presentasse, di salvare le genti loro.
24. Frattanto i Siracusani e gli alleati di Sicilia, oltre le navi che presidiavano Messina, condussero ivi il resto della flotta che stavano allestendo, e di là uscivano per far la guerra, alla quale per odio contro i Reggini erano principalmente stimolati da’ Locresi, che già con tutto lo sforzo avevano assaltato le loro terre. Volevano anche tentare una battaglia per mare, vedendo che gli Ateniesi avevano piccola armata, e sentendo che una più grande, la qual dovea venirvi, era all’assedio della Sfatteria. Che se avessero vinto una battaglia navale speravano, che stringendo Reggio per terra e per mare, la ridurrebbono agevolmente in potestà loro, e fortificherebbono il proprio stato. Imperciocchè essendo tra sè vicini il promontorio di Reggio in Italia, e Messina in Sicilia, non permetterebbero che gli Ateniesi vi approdassero, e si impadronissero dello stretto, il quale altro non è che il mare di mezzo a Reggio e Messina (ove la Sicilia è meno distante dalla terraferma) denominato Cariddi, per dove è fama che attraversasse Ulisse; e per la sua strettezza, e per il concorso dei due mari tirreno e siculo che ivi incontrandosi lo fanno rigurgitare, egli è giustamente stimato pericoloso[250].
25. Pertanto in questo spazio tramezzo, al tardi del giorno, i Siracusani e i loro alleati con poco più di trenta navi furono costretti a combattere, per cagione di una barca che traversava, avanzandosi incontro a sedici navi ateniesi e otto di Reggio: e vinti dagli Ateniesi tornarono frettolosamente, come ognuno potè, ai propri alloggiamenti di Messina e di Reggio colla perdita di una sola nave. La notte sopraggiunta pose fine al conflitto, dopo il quale i Locresi si ritirarono dal territorio de’ Reggini; e le navi di Siracusa e degli alleati riunitesi alla Peloride[251] che fa parte del messinese, ove erano anche le genti da piè, vi presero stazione. Gli Ateniesi poi ed i Reggini, viste le navi vuote, vogarono ad assalirle; e per un ronciglio di ferro scagliatovi sopra perderono una nave, dalla quale i soldati fuggirono a nuoto. Quindi i Siracusani montarono sulle navi, e conteggiando mediante l’alzaia per alla volta di Messina, andavano gli Ateniesi nuovamente ad affrontarli: se non che i nemici tiratisi all’alto tornarono ad assalir loro i primi, sicchè perdono un’altra nave. Dipoi i Siracusani si ricondussero nel porto di Messina senza aver avuta la peggio nè in questo tragitto, nè pel conflitto navale combattuto come dicemmo: e gli Ateniesi fecer vela per Camarina avuto lingua che Archia co’ suoi partigiani la renderebbe per tradimento ai Siracusani. Intanto i Messinesi con tutta l’oste andarono per la via di terra e di mare contro Nasso calcidico loro confinante. Il primo giorno, stretti i Nassii dentro le mura, saccheggiarono la campagna. Il dì seguente andando colle navi a seconda del tortuoso fiume Acesine guastavano la terra, e con la fanteria davano l’assalto a Nasso. Allora i Siciliesi di su i monti calavano in gran numero contro i Messinesi a soccorso dei Nassii, i quali a tal vista rinfrancandosi e animandosi tra loro, perchè credevano esser quelli i Leontini ed altri alleati greci che corressero in loro aiuto, si precipitano improvvisamente fuori di città, assaltano i Messinesi, gli sbaragliano e ne uccidono sopra mille: il resto penò a ritornarsene a casa: perchè quei barbari scagliandosi loro addosso nelle strade ne trucidarono moltissimi. In seguito le navi che aveano preso porto a Messina, tornarono ciascuna ai loro luoghi. I Leontini colla loro lega e con gli Ateniesi andarono direttamente contro Messina profittando dello scoraggiamento di lei: e dandosi l’assalto gli Ateniesi fecero le loro prove dalla parte del porto colla flotta, e la fanteria dall’altra parte della città. Ma i Messinesi, ed alcuni Locresi con Demotele, che dopo la ricevuta sconfitta v’erano stati lasciati di presidio, fecero una sortita, ed investendo repentinamente il nemico, fugano gran parte dell’esercito de’ Leontini, coll’uccisione di molti. A tal vista gli Ateniesi scesero dalle navi per andare in soccorso, e piombando su i Messinesi disordinati gli perseguitarono fino alla città, ed eretto il trofeo ritornarono a Reggio. Dopo di che i Greci di Sicilia senza gli Ateniesi, seguitarono a guerreggiarsi in terra scambievolmente.
26. Ma a Pilo erano sempre i Lacedemoni assediati nell’isola dagli Ateniesi, e il campo de’ Peloponnesi rimaneva in terraferma alle sue stanze. Riusciva travagliosissimo agli Ateniesi il guardare quell’isola per la scarsità del frumento e dell’acqua; perchè non vi avevano fontane, tranne una non grande proprio nella rocca di Pilo: cosicchè i più scavando la ghiaia presso il mare, ne bevevano acqua qual si può credere. A ciò si aggiugneva la strettezza dei luoghi per cui campeggiavano in piccolo spazio; e le navi non trovando ove fermarsi, parte andavano a vicenda a foraggiare in terra, parte stavano al largo sulle ancore. Ma più di tutto gl’infastidiva la lunghezza del tempo che tuttavia si prolungava contro la loro espettazione, essendosi dati a credere che in capo di pochi giorni espugnerebbero la gente che in quell’isola deserta non aveva altro uso che di acqua salata. E questo prolungamento di tempo lo procuravano i Lacedemoni, i quali avevano promulgato che chiunque volesse, introducesse nell’isola grano macinato, vino, cacio, e se altro cibo vi era buono in caso di assedio; promessa la libertà agli iloti che lo introducessero, ed assegnato molto denaro agli altri. Laonde tra coloro che audacemente si arrischiavano per introdurvi roba, erano principalmente gl’Iloti che scioglievano da qualunque parte del Peloponneso ed approdavano, essendo ancor notte, là dove l’isola guarda verso l’alto, e badavano più che altro di esservi spinti dal vento; attesochè quando soffiava dalla parte di mare più facilmente si celavano alla guardia delle triremi ateniesi, che non potevano allora posare attorno l’isola. Del rimanente erasi per costoro ridotto in uso l’approdare colà senza risparmiar nulla: imperciocchè erasi apposto il valsente alle navi che urtassero sulla spiaggia, e gli scali dell’isola eran guardati da’ soldati di grave armatura. Contuttociò chi si arrischiava in tempo di bonaccia era preso. Vi entravano ancora dei palombari di verso il porto, tirando seco con una corda degli otri entrovi papavero melato e linseme gramolato; lo che dapprima restò nascosto, ma poi furon messe le guardie: insomma s’ingegnavano al postutto gli uni di portar viveri, gli altri di scoprirgli.