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Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

LIBRO TERZO. (continued 2)

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Compiuto che fu lo squittinio, andò voce per la terra che Manno Donati uomo armigero, ed altri caporali di case possenti, doveano essere dei Priori: onde il popolo si turbò forte e pigliava le armi; se non che udendo gli eletti essere uomini pacifici, si acquetava per allora. Ma gli Ordini della giustizia non essendo riformati, e per l’appoggio che avevano i grandi in Palagio, cominciarono questi a fare violenze ed omicidi ed estorsioni nella città e nel contado; nè bastava loro avere mezzi gli uffici sebbene fossero mille soli ed i popolani venti mila, e mal sostenevano la compagnia degli artefici: dall’altra banda ai popolani grassi piaceva meglio avere colleghi da meno di loro, che non da più e di maggior grado. La città si commoveva di bel nuovo col favore di quell’Antonio degli Adimari chè primo insorse contro il Duca, e di Giovanni della Tosa e di Geri dei Pazzi, i quali erano dal popolo stati fatti cavalieri. Per il che furono essi col Vescovo, il quale era buono uomo ma di poca fermezza, e lo persuasero s’accordasse a che i grandi fossero privati dell’ufficio di Priorato; ma questi udendo il partito che si voleva porre innanzi, e chiamando il Vescovo traditore, si cominciarono a fornire d’armi e di genti e a mandare fuori per aiuti. Sentendosi ciò per la città, molti popolani armati vennero in piazza gridando ai Priori popolani: gittate dalle finestre, gittate dalle finestre i Priori de’ grandi, o noi vi arderemo in Palagio con loro insieme. E recata la stipa, mettevano fuoco alla porta, nè a’ Priori popolani bastava l’animo di scusare i loro compagni; talchè alla fine, crescendo la forza e il furore del popolo, convenne a’ Priori grandi uscir di Palagio accompagnati alle case loro sotto scorta con grande paura. Partiti i quali, i Priori rimasti in numero di otto, condussero a dodici come erano prima i Buonomini; rifecero il Gonfaloniere di giustizia, alzando a quel grado uno dei Priori popolani, ed il Consiglio del popolo formarono da settantacinque uomini per quartiere, con gli altri uffici poco mutati da quel che solevano essere innanzi alla signoria del Duca.

In quei giorni la Repubblica essendo mal ferma e la plebe sollevata, cadde in pensiero ad un Andrea Strozzi, grosso popolano di molta ricchezza, farsi padrone della città. Vendeva egli il grano alle case sue a minor prezzo degli altri, essendo tempi di carestia; forse da principio a solo studio di popolarità; ma poi cresciutogli il favore, e come era egli naturalmente vano, gli si alzò l’animo a maggiori cose. Tantochè un giorno, che fu agli ultimi del settembre, montò a cavallo e andò per la città raunando intorno a sè ribaldi e scardassieri e minuta gente; nè prima fu in piazza, ch’erano forse quattro mila gridando: Viva il popolo minuto, e muoiano le gabelle e il popolo grasso; facendo mostra di volere sforzare il Palagio. Nè si ristavano, benchè molti buonuomini e gli stessi consorti d’Andrea gli ammonissero andarsi con Dio, se dal Palagio non erano cacciati con pietre e balestre, onde alcuno fu morto e molti feriti. E di qui usciti, fecero la stessa prova al palagio del Potestà, sinchè alla fine tra per le preghiere dei vicini e tra per la forza, e dicendo: Noi andiamo dietro ad un pazzo, cominciò la folla a diradare; ed egli sottrattosi con l’aiuto dei parenti, ebbe bando di rubello: sorte men dura di quella che nella Repubblica di Roma era toccata a Spurio Melio in quel conato di signoria, che pare somigli di tutto punto questo d’Andrea Strozzi, essendo anche presso che eguali le condizioni delle due città.

I grandi, al vedere questa divisione ch’era tra ’l grasso e il minuto popolo, si rallegrarono molto, e attizzavano la plebe, più che mai afforzandosi ne’ serragli, e mettendo dentro sbanditi e contadini ed altra gente in servigio loro, e più aspettandone di Pisa e di Lombardia. Intanto ai Signori veniva soccorso molto valido da Siena, e alcune milizie da Perugia; il popolo si armava e metteva sbarre: il che alla plebe, che stava pe’ grandi, fu impedimento al radunarsi ed al dividere così le forze dei popolani: la città era tutta in arme e in grande terrore gli uni degli altri; ma quelli che stavano per il Comune erano più forti, avendo il Palagio e la campana e le porte della città, salvo quella di San Giorgio che i Bardi tenevano: sicchè la forza dei grandi non era a comparazione di quella del popolo, se a questo riuscisse di prevenire i soccorsi che i grandi aspettavano dalla parte ghibellina. Stando così tutti in arme ed in gelosia, il popolo del quartiere di San Giovanni, del quale si fecero capi i Medici e i Rondinelli, senza ordine di comune, il dopo desinare del dì 24 di settembre in numero forse di mille uomini assalirono le torri e case di quei degli Adimari i quali erano chiamati Cavicciuli; e cominciato l’assalto e crescendo di continuo la forza del popolo, i Cavicciuli veggendo che non poteano resistere, in poco d’ora si accordarono, e patteggiati si arrenderono, consentendo che fossero poste su’ loro palagi le bandiere dell’arme del Popolo, senza ricevere altro danno per amore dei loro consorti che tenevano col popolo. I Donati e i Pazzi ed i Cavalcanti in egual modo assaliti e soverchiati dalla massa dei popolani che sempre ingrossava, non fecero resistenza venendo a patti; dimodochè tutta la parte della città ch’era di qua dal fiume in breve fu libera da ogni serraglio o fortezza che i grandi avessero, e tutta in mano dei popolani.

Restava la forza d’assai maggiore e la difesa più grossa e compatta dei grandi d’oltrarno, dei quali erano principali i Bardi ed i Rossi ed i Mannelli e i Frescobaldi ed i Nerli. Questi ultimi, che avevano di là dal ponte alla Carraia le case loro tra la frequenza di case del popolo, e che erano di minor possa, ben tosto cederono: e il popolo vittorioso, passato il ponte alla Carraia, si volse tutto ad assalire le case dei Frescobaldi, alle quali era stato loro aperto il passo dai Capponi e da altri popolani che abitavano di là dall’Arno. Al quale assalto i Frescobaldi sè conoscendo essere impotenti, si rifuggirono alle case loro chiedendo con le braccia in croce mercè al popolo, che gli ricevette senza fare ad essi alcun male; e i Rossi fecero il somigliante. Al ponte Vecchio ed a Rubaconte più volte erano quei del popolo stati fieramente ributtati, sì forti erano le torri dei Mannelli al ponte Vecchio ed altre di là bene armate di bertesche, ma soprattutte la possa dei Bardi molto valida di gente e di serragli e di fortezze; insinchè per una via che da pochi anni era stata fatta non senza disegno, e che per le case dei Pitti girava alla porta di San Giorgio, non venne fatto al popolo di assalire di sopra e al di dietro le case dei Bardi. I quali veggendosi da tante parti sì aspramente combattere, cominciarono ad abbandonare i loro serragli; e questi essendo dopo contrasto lungo forzati dal popolo sotto alla condotta di un conestabile tedesco; i Bardi, vinti da ogni lato, raccomandandosi alla vicinanza dei Quaratesi e dei Mozzi e di quelli da Panzano che per loro proprio scampo si erano messi col popolo, da essi furono ricevuti, poi trafugati fuori della città. La feccia allora del popolazzo sino alle donne ed ai fanciulli entrò nelle case dei Bardi con tale rapina che era a vedere rabbiosa cosa; dove ciascuno trovò che tôrre, e chi avesse voluto frenare il popolo, era il primo rubato e morto: grande fatica fu difendere le case dei vicini popolani. Poi misero fuoco ed arsero ventidue tra palagi e case grandi e ricche: il danno che i Bardi ebbero tra rapine ed arsioni fu stimato più di sessanta mila fiorini d’oro. Il dì seguente si radunarono più di mille malandrini presso alla chiesa dei Servi, e dicevano volere andare contro alle case dei Visdomini e quelle rubare per compiere la vendetta contro a messer Cerrettieri: ma in fatto volevano, come si seppe dipoi, andare alle case dei ricchi e pigliarsi come poveri la roba loro. Del che informato il Potestà, andò ad essi incontro con le milizie e buona gente a piè ed a cavallo, portando ceppi e mannaie per tagliare, come fecero, piedi e mani ai malfattori; gli altri furono messi in fuga.

Vinta così e debellata la parte dei grandi e contenuta la plebe, il popolo montò in grande stato e baldanza, e specialmente i mediani ed artefici minuti; chè allora il reggimento della città rimase alle ventuna Capitudini delle arti. Vennero pertanto a riformare la terra: e col consiglio degli ambasciatori Senesi e Perugini e del conte Simone da Battifolle che aveva in quei fatti prestata opera eccellente, celebrarono in casa i Priori uno squittinio, al quale intervennero duecentosei de’ maggiori cittadini o che sedevano negli uffici, o ch’erano stati chiamati a dar voto insieme a questi nella balía col nome d’aggiunti o, come dicevano, d’arruoti: furono da essi posti a partito tremila trecento quarantasei uomini, ma non rimasero il decimo da imborsare per le tratte che si dovevano fare ogni due mesi degli ufficiali. Ordinarono che fossero otto i Priori, due per quartiere, e un Gonfaloniere di giustizia; che de’ Priori fossero due popolani grassi, e tre dei mediani, e tre artefici minuti; e il Gonfaloniere si mutasse per simile modo dall’una all’altra qualità d’uomini. Si trovò poi che degli artefici minuti erano più che non fosse l’ordine dato; il che addivenne perchè i collegi degli artefici erano stati nello squittinio più forti di voci di quello che fossero il grasso popolo e il mediano. In poco più d’un anno aveva Firenze veduto mutare quattro reggimenti: e la breve tirannia del Duca d’Atene e le susseguenti rivolture questo produssero, che la signoria dal popolo grasso fosse venuta negli artefici e nel popolo minuto, crescendo via via di molto il numero dei nuovi uomini, i quali scendevano in Firenze dal contado e acquistavano cittadinanza, «Piaccia a Dio (scrive il buon Villani) che sia ciò ad esaltamento ed a salute della nostra Repubblica: mi fa temere l’essere i cittadini vuoti d’amore e di carità tra loro, e pieni d’inganni e di tradimenti; ed è rimasta questa maledetta arte in Firenze, in quelli che ne sono rettori, di promettere bene e fare il contrario, se non sono provveduti o di grandi prieghi o di grande utile.[193]» In altro luogo conchiude: «ch’erano male retti dai nobili e peggio dai popolani.»

Pei nuovi ordini posti allora i grandi rimasero affatto esclusi da quelli uffici nei quali era il governo dello Stato: sedeano bensì nel Consiglio del Comune, potevano essere dei Cinque della mercanzia, siccome più tardi dei Dieci del mare; e quando veniva nominata una Balía per la condotta d’una guerra o di altro negozio di gran momento, era costumanza di porvi almeno uno dei grandi, che in certi casi andavano anche ambasciatori; aveano luogo nel magistrato di Parte guelfa: tutti cotesti ufficii appartenevano al Comune. Rinnovarono al tempo stesso anche i penali Ordinamenti della giustizia contro a’ grandi, i quali erano stati annullati; mitigandone l’acerbità in questo solo, che dove prima oltre alla pena del malfattore tutta la casa e schiatta di lui era tenuta pagare al Comune lire tremila, ora si corresse che i soli parenti fino al terzo grado fossero tenuti, ma riavendo il danaro quando rendessero preso il malfattore o lo uccidessero. Poco dipoi, taluni delle famiglie maggiori di grandi furono per sospetti mandati chi in qua chi in là a confine: a molti, che avevano pigliato servigi co’ signori di Lombardia o ch’erano andati cercando fortuna in Puglia o altrove, fu comandato tornassero dentro al termine di due mesi sotto pena di ribelli. I libri dei ribelli essendo stati arsi, vennero fatte le nuove liste dove alcuni furono aggiunti, ed altri rimessi in patria ad arbitrio di chi reggeva. I beni donati per antichi servigi ai Pazzi e ad altre famiglie di grandi, furono ad essi ritolti; il che ebbe biasimo dai migliori. I grandi rimasti si ritrassero la maggior parte in contado alle loro possessioni, quivi tenendosi quieti quanto potevano maggiormente. Furono poi levati dal novero de’ grandi e fatti di popolo da cinquecento nobili, uomini della città e del contado, o per la grazia che si avessero acquistata appresso al popolo, o più sovente perchè le case loro fossero venute in depressione da non temerne;[194] e nel contado non pochi, tuttochè avessero sempre titolo di Conti, erano scesi alla condizione di lavoratori della terra. Ma non potevano gli antichi grandi fatti di popolo essere per cinque anni nè de’ Priori, nè de’ Dodici, nè Gonfalonieri di compagnie, nè capitani delle Leghe del contado. E se alcuno dentro dieci anni commettesse maleficio contro ai popolani, fosse in perpetuo rimesso tra’ grandi. Alcuni di quelli che furon fatti di popolo, e vollero essere veramente popolani, mutarono i loro casati, a ciò astretti, o per ingraziarsi; ma poi ripresero gli antichi nomi quando la Casa dei Medici, venuta a capo della Repubblica, ebbe rimesso in istato quelli che prima erano abbassati.

Ruinava così dopo cento anni di battaglie la parte dei grandi, scaduta prima e dimezzata con la oppressione dei Ghibellini, i quali serbavano con più costanza e sincerità il decoro della parte loro; poi dimezzata un’altra volta per la cacciata dei Bianchi, e avendo perduto con la morte di Corso Donati il solo braccio che fosse atto a sorreggerla tantoch’ella mantenesse il grado suo nella Repubblica. Veramente le famiglie che ultime furono abbattute, paesane di sangue (quanto è lecito congetturare) e tutte guelfe se altri mai, si erano aggregate alla nobiltà quando era prossima a cadere, cresciute essendo pei commerci:[195] di tali uomini si poteva costituire un patriziato. Ma gli guastavano le aderenze e le superbie baronali, nè si piegarono ai costumi del nuovo popolo di Firenze che gli teneva come stranieri; e dopo averli cacciati via, gli parve essere sollevato, e fatto libero di trattare le cose sue più alla domestica. Allora però venne a scoprirsi e si aggravò di molto quell’altro dissidio, che ne’ traffici è inevitabile, tra’ mercatanti e gli artigiani; o come oggi si direbbe, tra ’l capitale ed il lavoro: ed il popolo minuto, che aveva in uggia la sovranità dei suoi capi di bottega senza alcun freno o contrappeso, andò in traccia di un padrone solo. Inoltre mancò, in città esposta a continue guerre, l’educazione delle armi che presso i nobili risedeva, e mancò al popolo quella tempra del corpo e dell’animo, la quale s’acquista nelle fatiche e nei pericoli, pigliando virtù dalla prontezza al sacrificio, dove occorra, di noi medesimi, ch’è il pregio e l’anima e la forza della militare professione. Chi però guardi alla meschinità ed alla bruttezza delle guerre che nell’Italia si combattevano, dirà che al popolo di Firenze non fu gran perdita il tenersi fuori dai costumi soldateschi, i quali in tutta quella età più aspri erano che generosi. Pure qualcosa venne a mancare a questo popolo ridotto allora tutto ad essere di artigiani; ma poco apparve sinchè durarono i tempi floridi della libertà, quando la vita si espandeva in tanti modi e i cittadini facevano acquisto alla patria loro, per via delle opere dell’ingegno, d’un altro genere di grandezze.

I quattro anni che seguitarono ebbe Firenze tranquillo stato, nè fatti accaddero d’importanza se non che in ordine ad altre cose che dipoi vennero a conseguenza, e che in appresso registreremo. Successe lugubre l’anno 1348 per quella feroce nè mai più udita pestilenza, che dall’Oriente venuta, percosse in quell’anno e nei primi susseguenti quasichè tutta l’Europa; distruggendo (come scrivono) tre quinte parti della popolazione, in Firenze centomila, per testimonianza degli autori contemporanei, e per il novero che poi ne fecero insieme il Vescovo e la Signoria. Il che però non si può intendere che fosse dentro alla città sola, la quale tanti non ne aveva, e molti erano fuggiti e credo pochi vi accorressero; ma, come parmi sia di necessità correggere, dentro al contado o al dominio, che era a quel tempo molto angusto. Lamentano anche il peggioramento dei costumi, per quella certa stupidità che invade l’uomo nei grandi mali, e perchè egli si avvezza troppo allo spettacolo della morte, la più comune delle umane cose; e per le subite ricchezze dalle insperate eredità, e pel disciogliersi d’ogni vincolo sia di famiglia o sia di leggi, che allora tacevano abbandonate o insufficienti: non si hanno tratte di Magistrati nei cinque mesi che infuriò il morbo. Scrivono pure come alla pestilenza seguitasse carestia pel difetto delle braccia, e perchè il popolo degli artigiani ridotto a numero molto scarso, e taluni fatti ricchi e godendosi le suppellettili e le robe degli estinti a vil prezzo comperate, si rifiutavano al lavoro chiedendo per esso strabocchevoli mercedi: lo stesso facevano i lavoratori delle terre, gli opranti e i servi parlavan alto.[196] Che molti vizi e corruttele venisser su da quel rimescolamento è troppo agevole figurare, e anche solo basterebbe a dimostrarcelo il Decamerone: ma le migliori virtù passavano tanto più oscure e men lodate quant’esse erano meno rare; e argomento di virtù è a me la stessa severità iraconda dei cronisti, privati uomini e popolani. Narrano essi come per la viltà anche talvolta dei congiunti, molti perissero derelitti; ma poi raccontano altresì come cessato il terrore primo, fosse tornata la sicurezza nel servire gli ammalati, notando che molti degli assistenti campavano, quando i chiusi nelle ville non isfuggivano il morire. Dicono della moneta estorta dai falsi medicanti, ma soggiungono che per coscienza molti anche poi la restituirono. Lasciti grandi ed elemosine vennero fatte co’ testamenti ai poveri di Dio, e la Compagnia di Or San Michele n’ebbe a sè sola fino a trecento cinquanta mila fiorini d’oro; i quali, perchè i mendichi erano quasi tutti morti, tentarono poi la cupidità degli amministratori con brutto esempio e grave scandalo: minori lasciti ma considerevoli ebbero pure due luoghi pii ch’erano stati operosi molto in alleviare i presenti guai, la Compagnia della Misericordia e lo Spedale di Santa Maria Nuova.

Capitolo V. DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. ENTRATE E SPESE DEL COMUNE.

Moriva di peste in quell’anno Giovanni Villani statoci guida infino a qui, nè altra migliore avremo noi tra quanti scrissero delle cose nostre. Vedemmo già come fosse egli presente in Palagio, quasi sessanta anni prima, il dì della battaglia di Campaldino; condusse le Istorie infino al termine della vita sua. Giovane insieme con l’Alighieri, formava sè stesso alla grande scuola del secolo XIII; quindi l’alta rettitudine la quale domina i suoi giudizi, e quella compostezza di pensieri arditi e modesti, ch’è indizio non già di buoni tempi e di quieto vivere, ma sì di animi che abbiano sicurezza di sè medesimi e interna pace. Era Giovanni di quei buoni uomini da lui sovente posti in iscena, che fondarono la libertà per essi soli fatta possibile, e la mantennero in mezzo agli urti delle ambizioni, pacati e forti perchè cercavano insieme al proprio il comun bene, e il vero sempre in ogni cosa. Innanzi però di separarci da lui, vogliamo qui trascrivere un ragguaglio ch’egli ne diede accurato molto intorno allo stato di Firenze ed alle forze della città ed alle Entrate e Spese pubbliche. Il quale sebbene risguardi all’anno 1336, serbammo per non interrompere la narrazione, a questo luogo dove incominciano tempi nuovi, risorgendo la città in breve ora da quei mali che dall’anno 36 al 48 l’avevano afflitta. Da molti fu allegata questa che oggi si chiamerebbe statistica di Firenze; massimamente in quella parte la quale spetta alle scuole pubbliche e alla coltura di questo popolo: e più altri lumi sono da trarne circa alla pubblica economia ed alle tasse ed al maneggio della civile amministrazione, materia amplissima agli studi cui può servire l’Istoria nostra. Abbiamo un poco spostato qui l’ordine delle materie per farne a tutti più chiara e agevole la lettura; la quale se a molti non riesca nè ingrata nè inutile, avremo scusa d’avere interrotto in questo luogo con le parole del Villani il nostro racconto.

Il Comune di Firenze in questi tempi (1336) signoreggiava la città d’Arezzo e il suo contado, Pistoia e il suo contado, Colle di Valdelsa e la sua corte; e in ciascuna di queste terre avea fatto fare un castello, e teneva diciotto castella murate del distretto e del contado di Lucca: e del nostro contado e distretto quarantasei castella forti e murate, senza quelle di propri cittadini; e più terre e ville senza mura, che erano in grandissima quantità.

Troviamo diligentemente che in questi tempi avea in Firenze circa venticinque mila uomini da portare arme da quindici anni infino in settanta, tutti cittadini, intra’ quali millecinquecento cittadini nobili e potenti che sodavano per grandi al Comune.[197] Erano in Firenze da settantacinque cavalieri di corredo: bene troviamo che innanzi che fosse fatto il secondo popolo che regge al presente, erano i cavalieri più di dugentocinquanta: che poichè il popolo fu, i grandi non ebbono stato nè signoria come prima, e però pochi si facevano cavalieri. Stimavasi d’avere in Firenze da novanta mila bocche tra uomini e femmine e fanciulli, per l’avviso del pane che bisognava nella città: ragionavasi avere continui nella città da millecinquecento uomini forestieri e viandanti e soldati; non contando i religiosi e frati e monache rinchiusi, onde faremo menzione appresso. Stimavasi avere in questi tempi nel contado e distretto di Firenze ottanta mila uomini da arme. Troviamo dal Piovano che battezzava i fanciulli (imperocchè ogni maschio che si battezzava in San Giovanni, per averne il novero metteva una fava nera, e per ogni femmina una fava bianca) che erano l’anno in questi tempi dalle cinquantacinque alle sessanta centinaia, avanzando più il sesso mascolino che il femminino da trecento in cinquecento per anno.[198] Troviamo i fanciulli e fanciulle che stanno a leggere, da otto a dieci mila; i fanciulli che stanno ad imparare l’abbaco e algorismo in sei scuole, da mille in mille dugento. E quelli che stanno ad apprendere la grammatica e loica in quattro grandi scuole, da cinquecento cinquanta in seicento. Le chiese in Firenze e ne’ borghi, contando le badie e le chiese de’ Frati religiosi, troviamo essere centodieci; tra le quali sono cinquantasette parrocchie con popolo, cinque badie con due priori e con da ottanta monaci; ventiquattro monasteri di monache con da cinquecento donne; dieci regole di Frati; e da dugento cinquanta in trecento cappellani preti. Trenta spedali con più di mille letta da allogare i poveri e infermi.

Le botteghe dell’arte della Lana erano dugento o più, e facevano da settanta in ottanta mila panni, che valevano da un milione e dugento migliaia di fiorini d’oro; che bene il terzo rimaneva nella terra per ovraggio, senza il guadagno de’ lanaioli, e viveanne più di trenta mila persone. Ben troviamo che da trent’anni addietro erano trecento botteghe o circa, e facevano per anno più di cento migliaia di panni; ma erano più grossi e della metà valuta, perocchè allora non ci entrava e non sapeano lavorare lana d’Inghilterra, come hanno fatto poi.[199] I fondachi dell’arte di Calimala de’ panni franceschi e oltramontani erano da venti, che faceano venire per anno più di dieci mila panni, di valuta di trecento migliaia di fiorini d’oro, che tutti si vendeano in Firenze, senza quelli che mandavano fuori di Firenze.[200] I banchi de’ Cambiatori erano da ottanta. La moneta dell’oro che si batteva era da trecentocinquanta migliaia di fiorini d’oro, e talora quattrocento mila; e di danari da quattro piccioli l’uno si batteva l’anno circa venti mila libbre. Il collegio de’ Giudici erano da ottanta; Notai secento, Medici e Cerusichi sessanta; botteghe di Speziali cento,[201] molti altri mercanti, merciai e di molte ragioni artefici. Erano da trecento e più quegli che andavano fuori di Firenze a negoziare.[202]

Aveva allora in Firenze centoquarantasei forni; e troviamo per la gabella della macinatura e per gli fornai, che ogni dì bisognava alla città dentro centoquaranta moggia di grano; non contando che la maggior parte de’ ricchi e nobili e agiati cittadini con loro famiglie stavano quattro mesi l’anno in contado, e tali più: l’anno 1280, che era la città in felice e buono stato, volea la settimana da ottocento moggia. Di vino troviamo entra nella città da cinquantacinque mila cogna; e quando vi è abbondanza, circa dieci mila più. Buoi e vitelle l’anno quattro mila, castroni e pecore sessanta mila, capre e becchi venti mila, porci trenta mila. Entrava del mese di luglio ogni anno per la porta a San Friano quattro mila some di poponi.

In questi tempi avea in Firenze le infrascritte signorie forestiere, che ciascuna teneva ragione e avea corda da tormentare; cioè il Potestà, il Capitano e difensore del popolo e delle Arti, l’Esecutore degli Ordinamenti della giustizia, il Capitano della guardia ovvero Conservatore del popolo, il quale avea più balía che gli altri. Tutte queste quattro signorie aveano arbitrio di punire personalmente: e più, il giudice della ragione e dell’appellagione, il giudice sopra le gabelle, l’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne, l’ufficiale della mercatanzia, l’ufficiale dell’arte della lana: di ufficiali ecclesiastici, la corte del vescovo di Firenze, la corte del vescovo di Fiesole, l’Inquisitore dell’eretica pravità.

La città era dentro bene situata e albergata di molte belle case, e al continovo in questi tempi s’edificava a farle viepiù agiate e ricche, recando di fuori belli esempli d’ogni miglioramento: avea chiese cattedrali e di frati d’ogni regola e magnifichi monasteri. Oltre a ciò, non v’era cittadino popolano o grande che non avesse edificato o che non edificasse in contado grande e ricca possessione con belli edifici e molto meglio che in città; e in questo ciascuno ci peccava, e per le disordinate spese erano tenuti matti. E sì magnifica cosa era a vedere, che i forestieri non usati a Firenze venendo di fuore, i più credevano per li ricchi edifici e belli palagi i quali erano tre miglia intorno, che tutti fossero della città a modo di Roma; senza i ricchi palagi, torri, cortili e giardini murati più di lungi alla città, che in altre contrade sarebbono chiamate castella. Insomma, si stimava che d’intorno alla città sei miglia aveva tanti ricchi e nobili abituri che due Firenze non ne avrebbono tanti.

ENTRATE DEL COMUNE.

Il Comune di Firenze di sue rendite assise ha piccola entrata, come si potrà vedere, ma reggevasi in questi tempi per gabelle; e quando bisognava per le guerre, si reggeva per prestanza e imposte sopra le ricchezze de’ mercatanti e d’altri singolari cittadini, con guiderdoni sopra le gabelle. E in questi tempi queste infrascritte gabelle furono levate per noi diligentemente da’ registri del Comune; e, come potrete vedere, montavano l’anno circa a trecento mila fiorini d’oro, talora più talora meno: che sarebbe gran cosa a un reame, nè il re Roberto ha d’entrata tanti, nè quello di Sicilia nè quello d’Aragona.

La gabella delle porte, di mercatanzia e vittuaglia e cose ch’entravano e uscivano della città, fiorini novanta mila dugento d’oro. La gabella del vino a minuto, pagandosi al terzo, fiorini cinquantotto mila trecento. L’estimo del contado, a soldi dieci per lira l’anno, fiorini trenta mila cento. La gabella del sale, vendendo a’ cittadini lo staio soldi quaranta di piccioli, e a’ contadini soldi venti, montava fiorini quattordici mila quattrocentocinquanta: queste quattro gabelle erano deputate alla spesa della guerra di Lombardia. I beni de’ rubelli sbanditi e condannati valeano l’anno fiorini settemila. La gabella sopra i prestatori ed usurieri, fiorini tremila. I nobili del contado pagavano l’anno fiorini duemila. La gabella de’ contratti valeva l’anno fiorini ventimila.[203] La gabella delle bestie e del macello della città, fiorini quindicimila; quella del macello del contado, fiorini quattro mila quattrocento; quella delle pigioni valeva l’anno fiorini quattro mila centocinquanta. La gabella della farina e macinatura, fiorini quattro mila dugentocinquanta. Quella de’ cittadini che vanno di fuori in signoria, valeva l’anno tre mila cinquecento. La gabella delle accuse e scuse, fiorini mille quattrocento. Il guadagno delle monete dell’oro, fatte le spese, valeva l’anno fiorini duemila trecento; quello della moneta de’ quattrini e piccioli, pagato l’ovraggio, fiorini mille cinquecento. I beni propri del Comune e passaggi valevano l’anno fiorini mille secento. I mercati nella città delle bestie vive, fiorini duemila. La gabella del segnare pesi, misure e paci e beni in pagamento,[204] fiorini secento. La gabella della spazzatura d’Orto San Michele e prestare bigonce, fiorini settecento cinquanta.[205] La gabella delle pigioni del contado, fiorini cinquecento cinquanta; quella de’ mercati del contado, fiorini duemila. Le condannagioni che si riscuotono, si ragiona vagliono fiorini ventimila, e gli più anni montano troppo più. L’entrata de’ difetti de’ soldati da cavallo e da piè valeva l’anno fiorini settemila.[206] La gabella degli sporti delle case, fiorini settemila: quella delle trecche e trecconi, fiorini quattrocentocinquanta. La gabella del sodamento di portare l’arme valeva l’anno fiorini milletrecento e soldi venti di piccioli per uno. L’entrata delle prigioni,[207] fiorini mille. La gabella de’ messi, fiorini cento l’anno. Quella de’ foderi di legname che viene per Arno, fiorini cinquanta. La gabella degli approvatori de’ sodamenti che si fanno, valeva l’anno fiorini dugentocinquanta. Quella dei richiami de’ consoli delle Arti, la parte del Comune si fa l’anno valere fiorini trecento. La gabella sopra le possessioni del contado, fiorini......; quella delle zuffe a mani vuote si fa l’anno fiorini.... La gabella di coloro che non hanno case in Firenze, e vale il loro da fiorini mille in su,[208] fiorini..... l’anno. Quella delle mulina e pescaie, fiorini..... Somma da trecentomila di fiorini d’oro e più.

SPESE DEL COMUNE.

Sono qui notate quelle che appellavano spese ferme, cioè che erano di necessità per anno: il fiorino d’oro valeva tre lire e soldi due di piccioli.

Il salario del Potestà e di sua famiglia, l’anno, lire quindici mila dugento quaranta di piccioli. Il salario del Capitano del Popolo e di sua famiglia, lire cinque mila ottocento ottanta. Il salario dell’Esecutore degli Ordini della giustizia contro a’ grandi con la sua famiglia, lire quattro mila novecento. Il salario del Conservatore del popolo e sopra gli sbanditi, con cinquanta cavalieri e cento fanti, fiorini ottomila quattrocento d’oro l’anno: quest’ufficio non è stanziale, se non come occorrono i tempi di bisogno. Il giudice delle appellagioni sopra le ragioni del Comune, lire millecento. L’ufficiale sopra gli ornamenti delle donne e altri divieti, lire mille. L’ufficiale sopra la piazza d’Orto San Michele e della Badia, lire milletrecento. L’ufficiale sopra la condotta de’ soldati, lire mille. Gli ufficiali, notai e messi sopra i difetti de’ soldati, lire dugentocinquanta. I camarlinghi della Camera del Comune e loro ufficiali e massari e loro notai e frati che guardano gli atti del Comune, mille quattrocento. Gli ufficiali sopra le rendite proprie del Comune, lire dugento. I soprastanti e guardie delle prigioni, lire ottocento. Le spese del mangiare e bere de’ signori Priori e di loro famiglia costa l’anno lire tremila secento. I salari dei donzelli e servitori del Comune, e campanai delle due torri, cioè quella de’ Priori e quella del Potestà, lire cinquecento cinquanta. Il Capitano, con sessanta fanti che stanno al servizio e guardia de’ signori Priori, lire cinque mila dugento. Il notaio forestiere sopra le Riformagioni e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Il cancelliere del Comune e il suo compagno, lire quattrocentocinquanta. Per lo pasto de’ Lioni;[209] torchi e candele e panelli per li Priori, lire duemila quattrocento. Il notaio che registra nel Palagio de’ Priori i fatti del Comune, lire cento. I messi che servono tutte le signorie, per loro salario, lire mille cinquecento. I trombatori, sei banditori del Comune, naccherini, sveglia, cornamusa, cennamelle, trombette in numero dieci con trombe d’argento, per loro salario, lire mille. Per limosine a religiosi e spedali, l’anno, lire duemila seicento. Guardie, che guardavano di notte alle porte della città, lire diecimila ottocento. Il palio di sciamito che si corre l’anno per san Giovanni, e quelli di panno per san Barnaba e per santa Reparata, costano l’anno fiorini cento d’oro. Per ispese in spie e messi che vanno fuori per lo Comune, lire milledugento. Per ambasciatori che vanno per lo Comune, stimati l’anno fiorini cinquemila d’oro e più. Per castellani e guardie di rôcche le quali si tengono per lo Comune di Firenze, fiorini quattromila. Per fornire la Camera dell’arme di balestre, sagittamento e palvesi, fiorini mille cinquecento d’oro. Somma l’opportune spese, senza i soldati a cavallo e a piedi, fiorini quarantamila d’oro e più l’anno. A’ soldati a cavallo e a piedi non ci ha regola nè numero fermo, ch’erano talora più e talora meno, secondo i bisogni che occorrevano al Comune; ma al continuo si può ragionare, senza quelli della guerra di Lombardia, non facendo oste, da settecento in mille cavalieri e altrettanti pedoni continuamente. Non facciamo conto delle mura e de’ ponti e di Santa Reparata (cioè della fabbrica del Duomo), e di più altri lavori di Comune, che non si possono mettere in numero ordinario.[210]

Capitolo VI. GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.]

I nuovi acquisti che la Repubblica in molti anni aveva fatti e componevano il distretto, erano per la cacciata del Duca d’Atene perduti, come noi già notammo; ed a Firenze non rimaneva se non l’antico suo contado, quale forse era anche nei secoli imperiali, ma sgombro però dalle giurisdizioni baronali o dai castelli che d’ogni parte ed a molto piccole distanze erano attorno alla città. Il danno però non si deve credere che fosse quale sarebbe al tempo nostro il farsi piccolo uno stato grande, perchè il nerbo della ricchezza era dentro alla città stessa, componendosi l’entrate quasi interamente di gabelle cittadine: i luoghi soggetti si amministravano da sè stessi, perchè il diritto municipale era tenuto cosa inviolabile; e quel che andasse alla Repubblica, portava il carico della guardia: veramente il maggiore scapito era dei potenti cittadini che risedevano nelle terre suddite o potestà o capitani, o con altro titolo ed ufizio; e vi acquistavano clientele, e avvantaggiavano l’interesse loro. Certamente la potenza della Repubblica fiorentina veniva ad essere menomata di tutto il numero di quei soldati ch’essa imponeva in caso di guerra per ciaschedun luogo del dominio, e questi dovevano tenere in campo a spese loro: ma per tale rispetto avergli amici o averli sudditi veniva quasi all’effetto stesso; e sino a tanto che le città e le altre terre si governassero a parte guelfa o popolare, di cui Firenze stava a capo, avevano queste necessità uguale di difenderla, perchè i nemici erano comuni. Laonde bastava alla Repubblica mantenere nelle terre circostanti le signorie popolari; ed agli acquisti era condotta (quando non fosse dalle ambizioni) più che altro dal bisogno di assicurare quella parte, e di opprimere la contraria. Tollerò quindi pazientemente le fatte perdite, e le sudditanze cercò mutare in amistà, finchè gli umori che in esse nutriva non facessero un’altra volta quei luoghi medesimi cadere sotto alla tutela sua, o alla Repubblica non abbisognasse per sua propria difensione porvi la mano ed assicurarsene.

Nell’anno 1349 Colle di Valdelsa tornò in potere dei Fiorentini, i quali ebbero in quella mossa d’un tratto solo anche San Gimignano, nobile terra e cospicua sempre per le alte torri che ivi rimangono in molto numero tuttavia, per gli edifici e per le pitture di cui l’ornarono i buoni artisti che in essa ebbero nascimento:[211] la quale però certo è che venne a decadere, perduto ch’ebbe con l’indipendenza la pienezza della vita, e i vivi impulsi dati agli animi, e il sempre intendere a maggiori cose, dal che i popoli si fanno illustri e poi consumano sè medesimi. Matteo Villani scrive che i Sangimignanesi d’allora in poi dimenticate le contenzioni vissero in pace, badando ognuno a’ fatti suoi: anche Firenze alla sua volta, dopo il corso di altri due secoli, ebbe in sorte la stessa pace. Vedemmo già come la terra di Prato si fosse data in perpetuità al Duca di Calabria per non volere la signoria de’ Fiorentini: ora nell’anno 1350 la comperarono questi per diciassette mila cinquecento fiorini d’oro dalla regina Giovanna di Napoli figlia di quel Duca, bisognosa di moneta e che aveva altro da pensare: al quale mercato diede mano il gran Siniscalco Niccolò Acciaiuoli fiorentino, ch’era ogni cosa in quella corte. E per essere signoria libera, la recarono a contado; diedero l’estimo ai Pratesi, e i privilegi come ai cittadini del Comune di Firenze: gli antichi ordini annullarono ristringendo la giurisdizione dei Rettori cittadini, e tirarono a Firenze presso alla corte del Potestà tutti i giudizi di maggior conto: lo stesso fecero a San Gimignano. In Prato soleva dominare la famiglia dei Guazzalotri;[212] sette di questi, i Fiorentini perchè sapevano dovere essere malcontenti, tratti in Firenze con lieve scusa, fecero tutti decapitare per sola iniqua ragion di Stato. Ma il sangue sparso dei Guazzalotri tosto rimase dimenticato: ebbero infamia i Veneziani da quello più illustre dei signori da Carrara uccisi con tale parità di circostanze che raro incontrasi nelle storie. Avuta Prato, i Fiorentini volsero l’animo a Pistoia. Ribelle non era, perchè la dedizione era stata a tempo; ma ora cogliendo il pretesto delle consuete divisioni, dapprima ottennero porvi guardia di pochi soldati, con che giurassero mantenere lo stato presente; questi, guidati da un leale cavaliere Andrea Salamoncelli da Lucca, stettero contro a certo assalto che per sorpresa e con inganno i rettori di Firenze vollero mattamente dare alla città.[213] Contro alla quale andati poi con oste molto più numerosa (e vi furono tra gli altri duemila cittadini di Firenze sotto sedici pennoni), ebbero Pistoia per accordo nel mese d’aprile 1351; e postavi guardia, riformarono lo stato di quella città, rimettendovi la famiglia dei Cancellieri, ch’erano più guelfi e più amici dei Fiorentini.[214]

Il tempo stringeva, e questi avevano buon motivo ad assicurarsi di Pistoia contro a un pericolo soprastante. Un gran delitto si commetteva allora in Italia, e tale fu che ne rimanesse perenne infamia tra le politiche scelleratezze di quella età: Giovanni de’ Pepoli, il quale teneva dal padre trasmessa la signoria di Bologna, vendè per dugentomila fiorini d’oro la patria sua all’arcivescovo di Milano Giovanni Visconti. Era Milano città più atta a nutrire la potenza che a vivere in libertà; di qui la grandezza della casa dei Visconti. Quell’Arcivescovo possedeva tra Lombardia e Piemonte ventidue città; aveva la mano nelle cose di Romagna fin presso a Roma, allora vuota della sedia pontificia; e da Bologna distendeva le armi sue facendo vista di occupare Pistoia, per indi invadere la Toscana. Il trattato d’una lega con Siena e Perugia e con Mastino della Scala, pel quale si tenne congresso in Arezzo, non ebbe effetto per le lungaggini consuete dei Consigli, e per la morte di Mastino: il figlio di lui si strinse invece all’Arcivescovo, il quale aveva già fatto lega co’ Ghibellini di Lombardia e co’ signorotti di Toscana. Ma co’ Fiorentini tranquillava; ed essi contenti d’avere Prato e Pistoia, non si provviddero altrimenti, e non elessero Capitano. Nemmanco avevano posto guardia al forte passo della Sambuca, pel quale ad un tratto Giovanni dei Visconti da Oleggio scendeva in gran forza giù nel piano di Pistoia. Quivi gli giunsero ambasciatori del Comune di Firenze, a’ quali rispose esser egli mandato dal suo signore a mettere pace ed a cessare le divisioni, raddirizzando le cose di tutta Toscana: gli ambasciatori se ne tornarono. E l’Oleggio, che al vedere Pistoia essere ben guardata non ebbe animo d’assalirla, tirando innanzi conduceva l’esercito a Campi e fin sotto alle mura di Firenze: dove stato pochi giorni senza alcun pro, gli convenne per mancamento di vettovaglia, volgendo addietro per la Valle di Marina, andare a porsi nella pianura larga e doviziosa del Mugello; non senza essere infestato molto prima d’entrarvi dai contadini volenterosi ma sprovveduti, che abitavano quella valle. Di qui l’esercito del Biscione (questo nome gli davano per la biscia ch’era l’arme dei Visconti) muoveva contro alla Scarperia, e vi pose assedio: a spalle aveva gli Ubaldini che a lui rendevano sicura la via di Bologna, intantochè i Tarlati e gli altri Ghibellini di verso Arezzo si erano mossi: quell’indomabile vecchio di Piero Saccone, in età allora di ottanta anni o più, disperse l’aiuto dei Perugini ch’era avviato a soccorrere la Scarperia. I Fiorentini, che da principio all’appressarsi dei nemici avevan sospetto di quei di dentro la città, pigliato animo, inviavano quante più genti potessero, ma senza ordine nè capo, alla volta del Mugello: ad un Visdomini e ad un Medici venne fatto penetrare con loro gran lode nell’assediato castello; il quale non bene per anche cinto di mura, ma di fossi e di steccati, resisteva oltre a due mesi, tornando vani i molti assalti che ad esso diedero gli inimici;[215] e nell’ottobre di quell’anno 1351, tanto apparato di forze cadeva dinanzi a un ignobile castello e a una Repubblica disarmata. Ma per questa era la volontà dei popoli, che alla difesa del patrio suolo da sè bastavano; la potenza dell’Arcivescovo non aveva fermezza d’ordini sufficienti nè a comporre uno Stato forte nè a tentare le imprese grandi.

I Fiorentini contuttociò si reputavano mal sicuri, se tanta mole di principato si mantenesse in Lombardia: quindi sprovvisti di ogni altro aiuto, i Papi essendo in Avignone e le fortune dei re Angiovini condotte al basso da una rea femmina; veduta ch’ebbero manomessa per l’occupazione di Bologna la compagnia delle città libere delle quali erano essi a capo, deliberarono accostarsi fra tutti i principi a quell’uno, a cui dovesse più dare ombra il veder sorgere in Italia una potenza di quella fatta: ed era questi l’Imperatore.[216] La famiglia dei Visconti aveva nome di ghibellina: ma questo nome già invecchiato, più non valeva che oppressione della vita popolare, senza concetto di unità;[217] l’Italia s’era da cento anni avvezza a fare senza l’Imperatore, e gli stessi Ghibellini veniano in fatto a disconoscere quella suprema autorità che prima era la forza loro. Carlo IV di Boemia voleva scendere in Italia a pigliare la corona, ma senza esercito che lo accompagnasse, era contento di porre in salvo il principio del diritto, rifugio ultimo delle potestà scadute; e si appagava d’ogni omaggio, a lui parendo fare assai quando ottenesse di autenticare le franchigie delle città che si reggevano a repubblica; usato modo anche in Alemagna. Per queste cose ebbe Carlo IV dai suoi taccia di semiguelfo; ed egualmente i Fiorentini quando era caso di mantenere o d’ampliare lo Stato loro, non la guardavano per minuto. Aveano chiamato già nell’anno 1308 il re d’Aragona contro a’ Pisani nella Sardegna, e poi gli vedemmo sotto le mura di Lucca condurre le insegne ai Guelfi odiose di Lodovico di Baviera: ma il patteggiarsi ora con Cesare tirava seco altre conseguenze.

Nelle repubbliche emancipatesi dalla imperiale soggezione, il fatto stava contro al diritto: dottrinalmente non rinnegavano esse quell’alta sovranità che i legisti mantenevano e in questo popolo tanto guelfo viveva sempre l’idea imperiale non di possesso ma di giurisdizione; romano infine era l’Impero qual che si fosse l’imperatore, e le due somme potestà si congegnavano per tal modo che l’una all’altra erano necessarie. Le provvisioni della Repubblica troviamo sottoscritte da notari e da cancellieri, i quali s’intitolano imperiali auctoritate notarius, imperiali auctoritate judex. Certo che un principe alemanno male si vede come avesse buone ragioni sulla Toscana, dappoichè ebbe essa rinvenuto in sè medesima la sua vita; ma quale si fosse quella imperiale supremazia, valeva però generalmente nella cristianità;[218] e dove manchi o non sia ben ferma l’idea d’un diritto da tutti ammesso e positivo, nè il comandare nè l’ubbidire avranno limite nè certezza, ogni uomo facendo autore sè del suo diritto. Ora ai politici Fiorentini sanare questa illegalità pareva essere cosa buona e da non perderne l’occasione, taluni forse avendo anche nel più segreto pensiero loro di tutte poi accomunare le forze vive della città, togliendo via quelle esclusioni che molti ancora male pativano; ma quindi ebbero incremento, se troppo male non ci apponiamo, le divisioni di nuovo sorte, che poi turbarono la Repubblica.

Chiamato da quelli che tenevano lo Stato,[219] era venuto in Firenze a trattare dell’accordo, verso la fine di quell’anno 1351, un tedesco vicecancelliere di Carlo eletto re dei Romani; e dimorato segretamente tutto quel verno in San Lorenzo, dove i commissari del Comune la notte andavano a parlamentare seco, andò la pratica molto innanzi. Ma non si venne a conclusione finchè nell’aprile dell’anno vegnente, fatti certi come l’Arcivescovo, per corruttele e per minaccie[220] nella corte Avignonese, avesse condotto il debole papa Clemente VI a riconciliarsi seco ed assolverlo dalle scomuniche, fino ad investirlo della città di Bologna e a lui mostrarsi molto propenso; i Fiorentini, rimasti soli co’ Perugini e co’ Senesi contro alle forze dell’Arcivescovo, si accordarono per la chiamata di Carlo in Italia, e pubblicarono il trattato.[221] Promise il detto vicecancelliere che dentro luglio verrebbe Carlo in Italia; ed oltre ai patti consueti del fornire cavalieri e del pagare moneta, i Fiorentini si obbligavano a riconoscerlo come Imperatore vero, con che egli assolvesse quei tre Comuni dalla condennagione in che erano incorsi fino dal tempo di Arrigo VII, gli privilegiasse dei dominii e terre che essi avevano acquistate, mantenesse gli statuti della libertà dei detti Comuni; i Priori di Firenze e i Nove di Siena si denominassero vicari dell’Imperatore mentre che fossero in ufficio: promettevano i Fiorentini pagare ogni anno in nome di censo danari ventisei per focolare, tributo di sudditanza che le città istesse riscuotevano dai luoghi minori secondo i patti di dedizione; e gli altri Comuni, quello che era consueto all’Imperatore per antico. Subito poi furono mandati a Praga a Carlo ambasciatori per la ratificazione del trattato: ma tra le poche forze di lui da stare a petto de’ Visconti, e che gli dicevano le concessioni essere grande abbassamento della imperiale maestà; dall’altra banda, per i sospetti de’ Fiorentini che abbreviarono il tempo del mandato agli ambasciatori, ed il troppo famigliare e popolano contegno di questi, che offese Carlo ed i cortigiani suoi;[222] non si poterono accordare. Questo sappiamo da Matteo Villani: ma nell’Archivio di Stato è una minuta di Ratificazione scritta a Praga il dì ultimo di giugno, condizionata però: non si voleva l’Imperatore obbligare a tempo certo per la passata, e intanto chiedeva sicurtà della moneta: il trattato non valesse se prima degli 8 di settembre non fossero giunte le ratificazioni dei Perugini e dei Senesi. Tornò quindi l’ambasciata senza effetto per allora, benchè in Udine rimanessero due di quegli ambasciatori a continuare questa pratica col Patriarca d’Aquileia, fratello naturale di Carlo IV:[223] e i Fiorentini, altro non potendo, fecero pace con l’Arcivescovo.

Ma questi ottenne poco di poi nuova grandezza ed inopinata. «La nobile città di Genova e i suoi grandi e potenti cittadini, signori delle nostre marine e di quelle di Romania e del mar Maggiore, uomini sopra gli altri destri ed esperti, e di gran cuore e ardire nelle battaglie del mare, e per molti tempi pieni di molte vittorie, usati sempre di recare alla loro città innumerabili prede, temuti e ridottati da tutte le nazioni che abitavano le ripe del mar Tirreno e degli altri mari che rispondono in quello, ed essendo liberi sopra gli altri popoli e comuni d’Italia; per la sconfitta nuovamente ricevuta in Sardegna dai Veneziani e Catalani, vennero in tanta discordia e confusione tra loro nella città e in tanta misera paura, che rotti e inviliti come paurose femmine, il loro superbo ardire mutarono in vilissima codardia, non parendo loro potere aitarsi, tanto erano con gli animi dissoluti per quella sconfitta e per loro discordie; e non seppero conoscere altro rimedio al loro scampo, se non di sottomettersi al servaggio del potente tiranno Arcivescovo di Milano. E di comune concordia il feciono loro signore, dandogli liberamente la città di Genova e di Savona, e tutta la riviera di levante e di ponente, e le altre terre del loro contado e distretto, salvo Monaco e Mentone e Roccabruna, le quali tenea messer Carlo Grimaldi, che non le volle dare. E a’ 10 d’ottobre 1353, il conte Pallavicino, vicario dell’Arcivescovo, con settecento cavalieri e con millecinquecento masnadieri entrò in Genova, ricevuto come loro signore; e deposto il Doge e il Consiglio, prese la signoria e il governamento delle dette città e distretti; e aperte le strade e procacciate vettovaglie, e fatto prestanza al Comune per armare alquante galee in corso, ebbe fornito il prezzo di cotanto acquisto.[224]»

Dopo di che l’Arcivescovo mandò a Venezia a offerire pace pe’ Genovesi che in addietro erano ad essa tanto nemici; ma i Veneziani vollero guerra, e strinsero lega con gli Scaligeri di Verona e co’ Gonzaga di Mantova e i Carraresi di Padova e gli Estensi di Ferrara, tenuti fin qui in soggezione dall’Arcivescovo: e non fidandosi di potere tutti insieme resistere alla sua tanta potenza, si accordarono di fare scendere in Lombardia l’Imperatore. A questo il Papa era consenziente, infino allora essendo stato incerto sempre e mal sicuro in quei molti negoziati ch’ebbero seco i Fiorentini: andò tra gli altri in Avignone Giovanni Boccaccio, singolare ambasciatore alla corte d’un pontefice, su’ primi dell’anno 1354; ma il Papa aveva già corso impegno, e da pertutto fu divulgata la fama che in breve passerebbe l’Imperatore in Italia. Dove era egli appena giunto, che l’Arcivescovo di Milano, moriva, lasciando tante ricchezze e signorie a tre nipoti, esca novella a nuova serie di scelleratezze. Allora concordi diedero il passo all’Imperatore che andava in Monza ad incoronarsi della corona del ferro, egli con soli trecento suoi cavalieri, in mezzo all’insulto delle sfoggiate magnificenze e delle armi che i Visconti dicevano essere a’ comandamenti suoi; ma se entrasse egli nelle città murate, la notte faceano chiudere le porte e vi tenevano buona guardia. Di verso Toscana niuno si mosse ad onorarlo, eccetto che dalla ghibellina Pisa, dove andò Carlo a porre stanza.

Sentendo ciò i Fiorentini, per dare ad intendere all’eletto Imperatore e al suo Consiglio che il Comune di Firenze s’apparecchiava alla difesa, e avendo a mente gli assedi che il quarto e il settimo degli Arrighi aveano posti alla città; diedero voce di rafforzare le loro castella, riducendo nei luoghi murati le vettovaglie ed ogni altra cosa di valuta. Poi gli mandarono ambasciatori in compagnia con quelli di Siena, come era convenuto; e insieme fattisi innanzi a Carlo, i Fiorentini esposero l’ambasciata nel modo ch’era loro imposto, dicendo a lui «Santa Corona e Serenissimo Principe,» senza ricordarlo Imperatore o fargli atto di soggezione: del che i baroni e consiglieri intorno a lui pigliarono sdegno con oltraggiose parole; e forse che peggio ne avveniva, se non avesse egli represso quella baldanza de’ suoi. I Senesi per contrario magnificando la imperiale Maestà, a lui offersero senza alcun patto la signoria del Comune: e in questo tempo i Samminiatesi e i Volterrani se gli diedero liberamente. I Pistoiesi, contro al volere dei Fiorentini, avevano mandato in Pisa loro ambasciatori; e quei di Firenze volendo parlare in nome anche dei Pistoiesi, Carlo interpose quelle parole del Vangelo: ætatem habent, ipsi per se loquantur. Gli Aretini sostennero la libertà del Comune loro perchè non la manomettessero i Tarlati, i Pazzi e gli Ubertini, i quali erano con l’Imperatore; i Perugini si tennero fuori, come uomini di Santa Chiesa. Lucca richiedeva la libertà sua; ma egli per non offendere i Pisani fu contento di esortare quei cittadini alla pazienza. In Pisa lo raggiunse l’Imperatrice con molti prelati e signori d’Allemagna, e cavalieri in grande numero.[225]

Si venne quindi ai negoziati, ch’ebbero poche difficoltà, come propenso che era Carlo ad accettare ogni composizione; e si avevano i Fiorentini procacciato intorno a lui amicizie per danaro, come era usanza in quelle corti.[226] I patti furono quasichè gli stessi in Firenze concordati; ma in luogo del censo di ventisei danari per focolare, che male a grado i Fiorentini voluto avrebbono consentire,[227] si obbligarono essi a pagare in quattro mesi centomila fiorini d’oro, e più quattromila fiorini d’oro l’anno a compensazione di tutto quello a che la città fosse obbligata verso l’Impero, o che fosse di ragione per la città stessa e per le terre del contado e del distretto, o per altro qualsivoglia titolo. Tentato avevano bargagnare sulla somma dei centomila; ma Carlo avuta spia del mandato, benchè la pratica si tenesse in consiglio molto stretto, gli obbligò a dare l’intera somma. I Fiorentini promettevano di rimettere i banditi per cagione d’ubbidienza prestata già all’imperatore Arrigo VII, ed all’incontro Carlo assolveva la città da ogni bando e condennagione contro ad essi pronunciata: manteneva quello che prima era convenuto quanto al riconoscere il Gonfaloniere ed i Priori come vicari suoi: il che importava poi nel fatto signoria libera, la Repubblica essendo così in migliore condizione dei feudatarii dell’Impero, e nell’esercizio della potestà sovrana mantenendo per espressa clausula di trattato le forme usate insino a qui, mores laudabiles; e perciò «non si mandino ufficiali se non del popolo e comune, secondo le leggi: siano quelli sindacati con le forme che sono prescritte dagli Statuti: il magistrato dei Priori riceva sommissioni e dedizioni, eccetto dei luoghi soggetti all’Impero.[228]» Un articolo speciale manteneva l’indipendenza del Comune d’Arezzo e il suo territorio. La conferma delle provvigioni qualunque si fossero (tra le quali erano quelle contro a’ nobili) e degli acquisti fatti in più anni dalla Repubblica, fu l’osso più duro,[229] perchè in niun modo l’Imperatore voleva cedere sopra questi punti, attorniato come era egli da Ghibellini e fuorusciti, e bramando qualcosa fare a pro dei grandi che aveano l’animo a lui volto.[230] Durava l’accordo quanto la vita di Carlo; di che le due parti si contentarono egualmente: i Fiorentini per non costituirsi in perpetuo tributarii, e Carlo perchè alienare non poteva, siccome principe elettivo, le ragioni dell’Impero.[231]

Nel Duomo di Pisa fu celebrato l’accordo, gli ambasciatori e sindachi del Comune prestando omaggio all’Imperatore e sacramento di fede, sotto la condizione de’ patti e convenienze le quali erano state prima fermate; avendo egli il giorno innanzi con sue lettere patenti accettata una protesta dei Fiorentini, per la quale s’intendesse che il giuramento di fedeltà non obbligava il Comune di Firenze più in là che non fossero obbligati gli altri Comuni di Lombardia e di Toscana, e senza pregiudicare ai privilegi e diritti insino allora esercitati dal Comune di Firenze.[232] Aveva Carlo promesso inoltre di non entrare della persona sua nella città di Firenze o in altra terra murata, nè a dieci miglia intorno alla città stessa, nè mandarvi sue genti armate: ma questo egli disse in voce nel giardino de’ Gambacorti ed in presenza di testimoni, perchè a metterlo per iscrittura non gli pareva dicevole alla imperiale Maestà. L’Imperatrice, che avea bramato vedere Firenze, fu deliberato non ricevere; molti però di quei signori, passando, furonvi albergati sotto cortese e buona guardia. Fatto l’accordo, richiese Carlo i Fiorentini di lega, ed ebbe rifiuto: questo però essi consentirono, che seco andassero «due cittadini, uno grande e uno popolare, con dugento barbute di gente eletta, con l’insegna del Popolo (il giglio ed il rastrello), e senza l’aquila imperiale: ma parve cosa di molto grande e di strana maraviglia, vedere l’insegna del Popolo di Firenze stare a guardia dell’Imperatore.» Il quale per Volterra e Siena andato a Roma, fu incoronato il giorno di Pasqua, 5 aprile 1355, dal Cardinale vescovo d’Ostia; ed appena fatta la coronazione uscì di Roma quel giorno stesso, perchè il Pontefice gli aveva posta condizione che non dovesse ivi albergare. Annullò in Siena l’ordine dei Nove, e di essa diede la signoria al Patriarca d’Aquileia, il quale essendone poi cacciato, Siena ritenne quel reggimento tutto popolare che aveva Carlo istituito. Aveva in Arezzo accomunato la città ai Ghibellini ed ai Guelfi, con prevalenza però di questi. Dipoi fermatosi in San Miniato, tornò a Pisa: questa città dominavano i Gambacorti, di nazione mercatanti e grandi amici dei Fiorentini: da essi accolto ed onorato, alloggiava nelle case loro; ma bentosto nacquero tumulti per operazione della setta che stava contro ai Gambacorti, e vi morirono dei Tedeschi. In Pisa ed in Siena il popolo minuto inclinava per l’Imperatore. Il quale pigliando grande sospetto dei Gambacorti, tre di essi fece decapitare, con sua vergogna ed ingratitudine male trattando quella città dove giacevano le ossa d’Arrigo VII avolo suo:[233] quindi partendosi, e trovate chiuse le rôcche e le città che i Visconti signoreggiavano, fece ritorno in Allemagna.[234]

La notizia di questi fatti abbiamo noi molto circostanziata nelle storie di Matteo Villani; imperocchè tutti gli altri dopo lui, o nulla ne scrivono (siccome fece il Machiavelli) o gli toccano alla sfuggita, quasi che fosse tirarsi addosso una straniera dominazione. Marchionne Stefani dice questo solo, che i Fiorentini ebbono privilegi assai; e il Boninsegni lo stesso, aggiugnendo che l’Imperatore gli assolvè da ogni condennagione; Leonardo Aretino, di privilegi e di null’altro; il solo Velluti, che ebbe assai parte in quei negoziati, conferma avere l’Imperatore fatto i priori suoi vicarii e concesso molte cose. Invece, Matteo Villani si allarga nel difendere il trattato e nello svolgerne le ragioni. Ma non è da credere che andasse senza contrasto in Firenze: dice Matteo che la pubblicazione, quando fu fatta la prima volta, ebbe unanime consentimento; ma intanto aveano dovuto tenerlo segreto per temenza di cittadine discordie; e poi tolsero il mandato agli ambasciatori, i quali dovettero tornare innanzi la conchiusione; ed un notaio che recava parole di Carlo, ebbe in Firenze a capitar male:[235] poi, quando si era venuti in Pisa alla stipulazione, nei Consigli della Repubblica dovette essere più volte posto, nè potè vincersi che a grande stento; ed il cancelliere del Comune, quando gli toccò fare lettura di quel trattato, diede in un pianto e non andò innanzi: il che Matteo crede facesse «con poca sincerità, per accattare benivoglienza dal popolo col mostrare grande tenerezza della libertà pura del Comune.» E quando infine fu promulgato l’accordo, «suonando le campane del Comune e delle chiese a Dio laudiamo, poca gente si ragunò al parlamento, e senza alcuna vista d’allegrezza ogni uomo si tornò a casa:[236]» tanto era entrato bene a fondo in questo popolo di Firenze il sentimento di libertà. Ma sembra a noi molto evidente che tra i politici guidatori della Repubblica fiorentina la parte allora più popolare promuovesse quel trattato: Matteo discorre lungamente la convenienza e le ragioni che persuadevano a conchiuderlo, fondate sul diritto e sull’istoria. Era egli guelfo quanto altri mai, ed amatore del viver libero; ma non si astiene dall’encomiare Carlo di temperanza e di senno, e della buona disciplina che la sua gente mantenne sempre nelle città dove albergava. Riprende coloro che tenevano lo Stato, perchè non si erano nel trattare mostrati duri quanto si conveniva, non concedendo all’Imperatore più in là del giusto e del necessario: ma insieme biasima certi patti «i quali erano assai strani alla libertà del sommo Impero,» nè vuol manomessa la imperiale potestà, mettendo egli il diritto che in essa risiede accanto al diritto della indipendenza cittadina, e mostrando come possano i due diritti stare insieme. Voleva per mezzo della imperiale sanzione autenticare la libertà, siccome volevano i Ghibellini la servitù: questo pensiero troviamo espresso nelle parole di Matteo Villani.[237]

Ma un altro fatto di gran rilievo in quegli anni si maturava. La Repubblica era divisa in sè medesima fino al vivo, benchè al di fuori meno apparisse. Dappoichè i grandi furono esclusi l’anno 1343 dal governo dello Stato, questo reggevasi per le Arti senza contrasto nè contrappeso; e le quattordici minori venute a parte degli uffici e prevalendo nelle elezioni per via del numero, ne avvenne che i nuovi uomini e i minuti artefici avessero troppo grande braccio nello Stato, contro alla pratica dei passati tempi. E oltreciò l’essere le maggiori case tra loro unite in consorterie, privava queste di molti uffici per la frequenza dei divieti; il che a’ minori non avveniva, «perchè non erano di consorteria.» Cotesto entrare dei nuovi uomini al governo dello Stato, da più anni dispiaceva ai Fiorentini d’antica schiatta, nati e cresciuti quando le case grandi padroneggiavano la città; e Dante nell’alterezza sua spregiava quella «cittadinanza mista e gli uomini di Campi e di Certaldo e di Signa, fatti al suo tempo già fiorentini e cambiatori e mercatanti; odiando egli sopra ogni cosa la confusione delle persone, principio al male della cittade.» Ma quei che a lui già dispiacevano, erano il nerbo del nuovo popolo: ai registri de’ Priori si trova apposta la qualità degli uomini via via chiamati a risedere nel supremo magistrato, e vi si leggono funaiuoli e calzolai e vinattieri e pizzicagnoli e beccai; «e perchè erano negli uffici, parea loro essere ciascuno un re.[238]» Inoltre venivano molti artefici minuti in Firenze dal contado e dalle terre d’attorno, i quali per favore dei reggenti delle Arti minori entravano nelle borse dei Priori o degli altri uffici, ai quali erano poi tratti: «uomini avventicci, senza senno e senza virtù e di niuna autorità nella maggior parte, usurpatori dei reggimenti con indebiti e disonesti procacci.[239]» — «Era il loro uno grande fastidio, che con maggiore audacia e prosunzione usavano il loro maestrato e signoria, che non facevano gli antichi e originali cittadini.[240]»

Per questo entrare dei bassi artefici nei sommi uffici dello Stato pericolavano gli antichi ordini e il grande fascio della comunanza per cui viveva e stava insieme l’intero corpo della Repubblica. Le Arti minori si componevano la maggior parte di operai, ai quali veniva dato il lavoro e le mercedi con certe regole dai mercanti che sedevano nelle maggiori: principalissima quella della lana teneva gran numero di lavoranti sotto la dipendenza sua. Il Duca d’Atene, perchè si reggeva sul favore della plebe, avea manomesso gli ordinamenti delle Arti, dando consoli e rettori ai più abietti anche tra’ mestieri: in quanto però al migliorare la sorte loro aveano incontro i mercanti grossi, ai quali era nulla il tenere la Repubblica se insorgesse la bottega. Di questo però non mancavano le apprensioni; il che appare da una cronichetta di quella età (comunque sembri narrare cose dei tempi nostri), la quale dice a questo modo: «A dì 24 di Maggio 1345 il Capitano di Firenze prese di notte Ciuto Brandini scardassiere e suoi due figliuoli, imperocchè il detto Ciuto volea fare una compagnia a Santa Croce, e fare setta e ragunata cogli altri lavoranti di Firenze. E in questo medesimo dì i pettinatori e scardassieri, udito ch’ebbero che il detto Ciuto era stato preso di notte sul letto dal Capitano, incontanente veruno non lavorò e stettonsi; e non voleano lavorare, se il detto Ciuto non riavessero: e andaronne i detti lavoranti a’ Priori, pregandogli che il detto Ciuto facessero che il riavessero sano e lieto; e tutta la terra misero a bollore, che se la farebbono: e anche voleano essere meglio pagati. Il detto Ciuto fu poi impiccato per la gola.[241]» Per queste cose nel 1346, tre anni dopo alla cacciata dei grandi, si fece decreto che «niun forestiere fatto cittadino, s’egli ed il padre e l’avolo suo non fossero nati in Firenze o nel contado, sotto grave pena non potesse avere ufficio, nonostante che fosse eletto ed insaccato.» E già di prima ai forestieri non oriundi di Firenze e del contado o del distretto era vietato per gli Statuti esercitare avvocheria o comparire in qualsivoglia causa o negozio; essendo soliti a commettere baratterie e corruttele; del che avevasi già esperienza.[242]

Ma nel decreto che ora si fece, vediamo sorgere la potenza dei Capitani di parte guelfa che lo promossero, e cercavano per tale modo affievolire il reggimento delle minori Arti. Quel magistrato istituito alla cacciata dei Ghibellini l’anno 1267, aveva sotto all’amministrazione sua incorporati la maggior parte dei possedimenti allora tolti alla parte vinta; doveano le rendite essere usate in Toscana e fuori alla difesa ed ampliazione del nome guelfo, sotto la guardia e ad onore di Santa Chiesa. Frequenti erano perciò gli imprestiti e le somministrazioni di danaro a rafforzare leghe ed a soccorrere le città minori in occasione delle comuni guerre. Manca il decreto d’istituzione; abbiamo bensì in oggi a stampa l’intero testo di quello Statuto quale venne riformato nel 1335 (com’era stato più altre volte); e nel Proemio leggiamo quello essere «lo Statuto della Parte e della università de’ Guelfi e de’ devoti di Santa Chiesa; a onore e reverenza ec., e del santissimo padre e signor messer Benedetto papa XII, e de’ suoi successori e de’ suoi frati Cardinali: ad esaltazione e gloria del serenissimo principe messer Roberto (re di Napoli) ec.; e a grandezza e buono stato del Popolo e del Comune di Firenze, e a mantenimento e accrescimento della detta Parte e devoti di Santa Chiesa e dei loro amici, e a confusione di tutti i nemici.[243]» Così, mentre ai Ghibellini si dava nome di Paterini, quel magistrato ebbe consecrazione religiosa e nazionale, facendosi come il braccio forte di Santa Chiesa; e lo troviamo noi chiamato «la venerabile Parte guelfa.» Un altro luogo dello Statuto (cap. 21) dichiara intendersi ogni cosa «al buono stato ed al riposo del Comune e Popolo di Firenze, e delle singolari persone della detta Parte, che sono una medesima cosa col Comune e Popolo di Firenze.» Così non era propriamente magistrato di Parte guelfa, un magistrato della Repubblica; era un governo da per sè, non del Popolo ma del Comune, ed uno stato dentro allo stato, sebbene posto a munimento del governo popolare che si reggeva su quella parte. Aveva capitani, priori, consiglio di credenza e due consigli generali, che uno di sessanta e l’altro di cento;[244] e notai e cancellieri e sindachi, e una sua propria bandiera con gigli d’oro in campo azzurro, ma che trar fuori non si poteva senza licenza dei rettori e magistrati del Comune: lo stemma però di Parte guelfa era una rossa aquila con sotto a’ piedi un drago verde. Mandava suoi ambasciatori e nunzii ed esploratori caussâ sciendi nova: pe’ Capitani di Parte guelfa non era divieto agli ufizi della Repubblica, tranne i maggiori; doveano assistere agli scrutinii che si facevano per i collegi e magistrati.[245] Questi però avevano obbligo di prestare mano forte in tutto a quei della Parte guelfa,[246] la quale doveva alla sua volta aiutare il Comune di Firenze, offerendosi ai rettori quando entravano in officio, con l’ammonirli di osservare e difendere la Parte, ch’è «una cosa col Comune» (cap. 26): lo Statuto fiorentino, con l’ultima rubrica del tomo II, conferma gli statuti e gli ordinamenti che Parte guelfa si aveva dati, e le provvigioni del Comune che ad essa erano relative.

I Capitani erano sei, da eleggersi ogni due mesi; «dei più nobili e più degni cittadini di Firenze, veramente e interamente Guelfi — di parole e di fatti — tre grandi e altrettanti popolani, che uno per sesto (cap. 2).[247]» Rimasero i grandi in quel magistrato al modo stesso per cui rimasero nel Consiglio del Comune, sebbene privati de’ sommi uffici nella Repubblica; ma che dominassero la Parte guelfa e che il governo di questa ritenesse tuttavia costumi e genio signorili, appare anche da un capitolo dove con amplissime parole viene stanziato il pagamento di certa pecunia ai cavalieri novellamente fatti; «conciossiachè a così magnifica città si confaccia risplendere per quantità di cavalieri: ma che non fossero più di sei all’anno e due per ischiatta (cap. 39).» Giano Della Bella aveva fatto decretare che le famiglie dove fossero cavalieri s’intendessero di grandi, così privandole degli uffici. Tale era lo spirito delle istituzioni popolari; ma fuori di quelle stava un altro ordine ed un magistrato che aveva rendite e possedimenti, cercando ampliarli d’anno in anno,[248] e che teneva in mano sua le relazioni con gli altri Stati, quanto importassero la conservazione per tutta Italia della Parte guelfa, ch’era il popolo italiano. Ma in quell’ufficio non risiedevano delle antiche famiglie nobili oramai più se non quelle sole che mantenute dal nome guelfo, pur tuttavia partecipavano alle ambizioni cittadine, e si accostavano per le parentele e le aderenze alle famiglie dei grassi popolani che avere solevano i primi gradi nella Repubblica, e delle quali noi troviamo per lo più essere il Gonfaloniere, anche nel corso di questi anni; ed oltreciò, essendo dopo il 48 assottigliate le borse per il grande numero dei morti, non pochi dei grandi vi furono messi per quelli uffici minori ai quali erano essi abili. Tutti costoro male soffrivano la compagnia dei minuti artefici, ma non avevano ad abbatterli strumento o macchina più acconcia del magistrato di Parte guelfa, il cui nome era così addentro nelle viscere di questo popolo; nè in altro modo meglio avrebbero potuto cuoprire in sè medesimi le apparenze d’una congrega d’ottimati: facevano essi a sè strumento, contro al popolo degli artefici, di quelle leggi sopra i Ghibellini che prima il popolo ebbe fabbricate. Io credo avessero tolta norma dal Consiglio Veneto dei Dieci, e che ambissero d’agguagliarsi, quant’era lecito in Firenze, a quei temuti inquisitori.

Abbiamo detto come la legge contro a’ forestieri del 1346 fosse «opera e motivo dei Capitani di parte guelfa,» dei quali si vidde allora sorgere la potenza. Questo narra Giovanni Villani all’estremo dell’istoria sua, e dice che fu quasi un principio di rivolgimento nello Stato per le sequele che poi ne vennero.[249] Si tolse quindi un’altra via, ampliando i titoli d’esclusione col decretare che ognuno il quale egli o la famiglia sua, dalla cacciata dei Bianchi nel novembre 1301 in poi, fosse condannato come ribelle o Ghibellino, o fosse chiarito non vero Guelfo e devoto di Santa Chiesa, non potesse, sotto pena di lire mille o cinquecento in certi casi, accettare uffici nello Stato: alla qual pena fossero anco tenuti coloro che eletto lo avevano, e similmente il magistrato de’ Priori, se nol condannassero, quando egli fosse di ciò accusato: bastassero sei testimoni di pubblica fama a comprovare la qualità di Ghibellino: chiunque ardisse proporre in Consiglio o in altro modo promuovere la revocazione della detta legge, perdesse l’ufficio (fosse anche dei Priori), e avesse condanna della stessa somma. La legge è de’ 26 gennaio 1347, della quale abbiamo il testo: Giovanni Villani, che ne diede la sostanza, descrive come a grande stento si ottenesse, per essere molto avversata dai Priori e dai collegi delle Arti: i quali dipoi si crederono annullarla col porre qualche difficoltà nell’accettare i testimoni; «talchè ne fu quasi commossa la terra:» ma la parte dei Capitani prevalse, e la detta legge fu confermata e fortificata in quello stesso anno 47. Alcuni artefici, dei quali uno è nominato dal Villani e di altri abbiamo noi la sentenza, ebbero condanna per Ghibellini in quello stesso anno: nella plebe, e più ancora tra’ nuovi uomini del contado, la dipendenza in che erano essi o erano stati i progenitori loro dalle antiche famiglie nobili, dava appiglio alle condannagioni. Altra riforma dipoi nel 1349, mentre aggrava in qualche guisa la condizione dei Ghibellini, sottopone i giudicati del magistrato di Parte guelfa all’approvazione della Signoria; talchè direbbesi anzi un freno che il governo della Repubblica volesse porre a quel magistrato.[250] Troviamo pure che essendo per la mortalità del 48 recate le ventuna Arti a quattordici, in quello stesso anno 1349 gli Albizzi procacciarono che fossero di nuovo recate alle ventuna, dicendo che avevano «rimesso l’uscio nei gangheri.[251]»

Dopo quell’anno si vede come per la guerra con l’Arcivescovo di Milano e per la presenza in Toscana dell’Imperatore, fosse impedito o trattenuto alcun poco per allora lo svolgimento di quel disegno che i partigiani di un governo più ristretto avevano formato sino dal 46; la Signoria, ch’era popolana, e le capitudini o collegi delle Arti contrastavano la soperchianza che il magistrato di Parte guelfa su tutti gli altri si arrogava. Per quanto tenero fosse questo popolo del nome guelfo, riusciva odioso il ricercare uomo per uomo le ultime stille che rimanessero di un sangue ghibellino; cosicchè non si trovava chi gli accusasse, e le prove erano assai difficili. Ma vegghiavano coloro i quali avendosi fabbricata quella sola arme ch’essi potevano, voleano usarla ad ogni modo, fosse anche pure con la violenza. Le cose erano dentro quiete, e fatto è che per la comunanza degli uffici le sètte avevano meno luogo, e la Repubblica prosperava; nè trarre si vuole disperate conseguenze da quella ingenua severità ch’è nei Villani e nel Compagni ed in altri fiorentini, che gli onora come uomini e gli avvalora come istorici. Allora però certi grandi e popolani grassi, pigliando occasione dal male ch’era negli squittini, «piuttostochè farsi a racconciare al meglio le cose con l’abbreviare i divieti per altro modo, ma essi volendo divenire tirannelli e a tutti quanti i cittadini tenere il bastone sopra a capo,» si fecero a dire che gli uffici erano pieni di Ghibellini, e che ne anderebbe la salute della Parte guelfa, nella quale era il fondamento della libertà d’Italia e la difesa contro le tirannie. Una riforma, che abbiamo a stampa del 1354,[252] non avea fatto che dichiarare meglio i titoli d’esclusione, e provvedere che gli ufizi rimasti vacanti, di puri Guelfi si riempissero.

Nei primi giorni però dell’anno 1358 i Capitani di Parte guelfa ordinarono una petizione, ovvero proposta di legge, della quale era questo il tenore. Un esordio molto magnifico dichiara essere quella legge «a sicurezza e fortificazione di tutta la massa e corpo dei Guelfi, e ad impedire che incontro ai pii ed ai cattolici non prevalgano quegli empi, che avendo animo di lupo celato sotto pelle d’agnello, con arti fallaci s’adoprano a fine di entrare nel sacro ovile dei Guelfi.» Dipoi statuisce, in primo luogo la confermazione delle antiche leggi: nemmeno gli approvati Guelfi per la legge del 1349 potevano essere, per quindici anni dopo il giuramento fatto,[253] nè priori, nè gonfaloniere di giustizia, nè dei dodici buonomini, nè gonfaloniere di compagnia, nè capitani di Parte guelfa, nè notari d’alcuno dei detti uffici; quelli, che sieno ricevuti Guelfi da ora in poi non abbiano uffici, se non prestino giuramento di osservare gli statuti della Parte. I Ghibellini non sieno riconosciuti Guelfi, se non con le stesse forme per le quali i grandi si facevano popolani. Valgano le leggi fino alla cattura delle persone e alla distruzione delle case; possa ciascuno accusare, sia pure anche donna o figliuolo di famiglia, o uno dei grandi, e per accusa segreta sine nomine absque aliqua satisdatione de prosequendo. A comprovarla bastassero sei testimoni di pubblica fama, senza bisogno che fossero approvati dai Priori. I Capitani, sotto pena di cinquecento lire, dovevano prestare mano agli accusatori, notificatori, denunziatori, e quanto era in poter loro dare ad essi aiuto e consiglio; promuovere le accuse ed i processi presso qualunque rettore e ufiziale; e tutto ciò a spese della Parte, il camarlingo dovendo pagare le spese sopra un semplice mandato dei Capitani. Prevalga questa ad ogni altra provvisione, e nel conflitto prevalga quella che più favorisca la Parte guelfa, e più offenda i Ghibellini. Se alcuno faccia motto contro a questa legge (in iudicio vel extra, etiam in sindacatu aliquid dixerit) sia condannato, de facto et sine strepitu et figura judicii, in tremila fiorini d’oro; e se non paghi dentro tre giorni, gli sia tagliato il capo d’in sulle spalle; ed ogni rettore o ufiziale che non osservi o non faccia osservare questa legge, sia condannato in mille fiorini d’oro, e perda l’ufficio.[254]» I Capitani di parte guelfa per questa legge scelleratissima vennero fatti nel tempo stesso istigatori alle accuse e accusatori e soli giudici, e tolto via da quei giudizi ogni intervento ed autorità dei magistrati della Repubblica.

Portata l’iniqua petizione ai Signori ed ai Collegi, non la vollero questi accogliere, nè pure mettere in deliberazione. Ma i Capitani con dugento dei loro seguaci, e col nome innanzi della Parte guelfa, a cui niuno resisteva, tornati in palagio, dissero che non si partirebbero di là innanzichè la petizione fosse vinta: e a questo modo convenne che si facesse. Dipoi si racchiusero insieme nel palagio della Parte, e fecero le borse dei capitani e consiglieri da risedere per molti anni negli uffici di Parte guelfa, scegliendo tra loro sfacciatamente i più malevoli e di peggiore condizione. Procedendo, squittinarono per accusarli e farli condannare settanta cittadini «di nome e di stato e delle migliori case di Firenze, grandi e popolani, eziandio che di nazione e di operazione si trovassero essere veri e diritti guelfi: dopo questo, levato il saggio delle accuse, dovevano insaccare degli altri.[255]» Ma bollendo la città, i Capitani al vedere la commozione ristettero dall’accusare i potenti; e volendo però dare cominciamento al fatto, scelsero quattro dei quali si poteva dire qualcosa, e con accompagnamento di quei soliti dugento andarono al Potestà, exabrupto gli fecero condannare. Subito di poi, benchè avessero animo di fare maggior fascio, ma ritenuti dal mormorio del popolo, fecero lo stesso di altri otto, poi di cinque più. «A ognuno pareva male stare, e molti cercavano con preghiere e con servigi e con doni di riparare alla fortuna loro ch’era in mano dei Capitani.» Ciascuno di questi accusava il suo; «uno dei sei Capitani diceva all’altro: non hai tu alcun nemico? A me consenti di condannare il nemico mio, ed io a te consentirò il tuo; e sei erano i condannati:» in pronto sempre i testimoni. Intanto però tutti gridavano si mettesse rimedio a ciò, e molti consigli se ne tenevano; «ma nessun modo vi sapevano trovare per non derogare al nome della Parte; e i più sospetti si mostravano più zelanti a mantenere la legge insintantochè la pietra cadeva sopra loro.» I due cronisti che a noi trasmisero questi fatti, pongono studio nel protestare come la legge contro ai Ghibellini in sè medesima fosse buona, se non che la era male usata.[256] Quindi i Priori, accorgendosi non potervi per via diretta riparare, e che l’onore e lo stato poteva essere tolto a ciascuno quando a tre Capitani di parte paresse, ma volendo pur fare qualcosa; all’improvvisto ordinarono segretamente co’ loro Collegi una petizione, che fu vinta. Ai Capitani aggiunsero due altri popolani, e decretarono che nessuna deliberazione avesse valore se non fosse concordata da tre popolani: i Capitani grandi non era obbligo che fossero cavalieri, perchè l’ufficio non continuasse in pochi grandi; posero a tutti divieto un anno, e che gli squittini della Parte si dovessero rifare di nuovo e annullare tutti i fatti. Così almeno ebbero molti alcun intervallo da riparare ai fatti loro: ma nondimeno coloro che avevano l’animo e la mente sollecita a rimanere sempre con quell’arme in mano, argomentavano nuovi squittini; e in questo e in altro caso fecero tanto, che lo scandalo cresceva sempre. Ed allora, per andare più lesti al percotere, inventarono quel nome dipoi famoso delle ammonizioni, ch’erano precetti dati senza forma di giudizio, come a notorii Ghibellini, di non pigliare gli uffici: e perchè il modo paresse buono, dicevano: «meglio essere ammonito che gastigato.» Quelli oligarchi così facevano del principio di libertà a sè strumento di tirannia, cui sempre giova porre innanzi un nome grato e popolare siccome era il nome guelfo, e coprire le violenze di una mite appellazione come era quella dell’ammonire.

Si trova[257] che essendo fin dal 1353 grande contesa tra le famiglie dei Ricci e degli Albizzi, questi armarono le case loro per sospetti che aveano di fuori; il che ai Ricci essendo rapportato, ed essi pure si armarono. Gli animi erano in sospeso, quando una zuffa essendo nata per lieve cagione in Mercato Vecchio, si temette nascesse guerra tra le due case: poi si trovò che non era nulla; e riposata la cosa, la Signoria cercò fare pace: ma la volontà cattiva tra loro rimase. E l’anno dipoi avrebbono i Ricci dato la prima mossa alle nuove leggi contro a’ Ghibellini, facendo ciò con l’intendimento di battere gli Albizzi, i quali oriundi d’Arezzo, si diceva che fossero Ghibellini di nazione. Questi pertanto si proponevano di contrastare la legge, allorchè un Geri de’ Pazzi, amico falso de’ Ricci, andato una notte a Piero degli Albizzi, il quale era in Casentino, gli disse a qual fine era ordinata la legge, e che si sarebbe detto la combatteva egli per timore non toccasse a lui. Accettò Piero il consiglio e venne in Firenze; e quando andò la petizione, la favoreggiò con gli amici suoi tantochè si vinse: ed egli poi e la famiglia sua rimasero capi della Parte guelfa e per essa crebbero. I Ricci pigliarono la contraria parte, e per alcuni anni si disse la setta dei Ricci e la setta degli Albizzi, tra le quali era la città divisa, ma senza però che si venisse alle armi o che grave effetto ne nascesse; quella dei Ricci venendo ad essere abbattuta facilmente, finchè dipoi non risorse con altro nome a levare in alto un’altra casa più fortunata.

Di qui il Machiavelli deduce il filo del suo racconto;[258] ed egli, che scrive l’istoria di corsa, alla contesa tra i Ricci e gli Albizzi ed alla zuffa in Mercato Vecchio attribuisce tutto quel fatto dell’ammonire, scrivendo essere stata invenzione dei due rivali, per così opprimere l’uno l’altro; e paragona la divisione la quale allora ebbe principio, a quelle che furono prima tra’ Cerchi e i Donati, e tra gli Uberti e i Buondelmonti. Ma le fazioni che in antico si combattevano con le armi, «s’inimicavano ora con le fave,[259]» perchè il governo popolare era oggimai costituito. Armate erano tuttavia le case degli Albizzi e quelle dei Ricci, come erano quelle ad ogni pretesto de’ maggiori cittadini; e armate pure noi troviamo quelle dei Bordoni.[260] Ma egli è ben certo che la potenza del magistrato di Parte guelfa ebbe principio subito dopo a che essendo privati i nobili del governo dello Stato, cadeva questo in democrazia, contro alla quale gli ambiziosi dapprima insorsero con l’escludere i nuovi uomini e forestieri, poi col batterli come Ghibellini: il che era stato più anni prima che tra gli Albizzi ed i Ricci fossero nate inimicizie, quanto almeno noi sappiamo. Si noti pure come della contesa tra quelle due case, Matteo Villani in tutto il corso della istoria sua non faccia parola, solo in un luogo accennando agli Albizzi, quasi temesse di nominarli, battuto essendone egli stesso come seguace della contraria parte: ma nemmeno se ne trova fatto ricordo bene espresso nè da Leonardo d’Arezzo, nè da Piero Boninsegni, comunque vissuti in una età oramai sicura da quei timori e dai pericoli. Il Velluti ed il Morelli mettono innanzi i Ricci e gli Albizzi, siccome capi di quelle sètte; ma il derivare i moti pubblici dalle private inimicizie è tutta cosa del Machiavelli.

Al fare le leggi contro a’ Ghibellini e alle contese che indi nacquero, dovette essere pure incentivo, benchè taciuto dagli storici, il trattato che si fece nel corso appunto di quegli anni con l’imperatore Carlo IV. Quando Giovanni Villani racconta sotto l’anno 1347 le prime mosse del magistrato di Parte guelfa contro a’ Ghibellini, dichiara egli in solenne modo ciò essere stato per le apprensioni che allora dava alla Parte guelfa l’essere eletto ad imperatore Carlo nipote di Arrigo VII. Dipoi veggiamo la Signoria trattare l’accordo con questo stesso Imperatore, e noi dicemmo con qual mistero pei molti ch’erano a ciò avversi. Nell’aprile del 52 quel trattato ebbe pubblicazione, e qui pure noi vedemmo con quanta grande contrarietà di molti. Dopo di che un’ambasceria andò in Germania per la ratificazione; ed ecco subito le contrarietà in Firenze prevalere ed abbreviarsi il tempo del mandato agli ambasciatori, i quali dovettero fare ritorno a mani vuote, che fu in settembre dell’anno stesso. L’accordo per allora andò a monte, nè altre parole se ne fece negli anni 53 e 54; ma ripigliato nei primi giorni del 1355, a Pisa venne dipoi conchiuso. Allora tacque la Parte guelfa, e le sue leggi non si eseguirono; sinchè alla fine tre anni dopo, e quando era l’Imperatore fuori d’Italia, non si rialzava, con violenza quasi vendicatrice, la tirannia di quel magistrato. Così a me sembrano quei due fatti mostrare in tutta la successione loro quel legamento che pur dovea tra loro essere necessario: e al modo stesso poi noi vedremo rallentare la violenza del magistrato di Parte guelfa, e quasi essere soperchiato, un poco innanzi alla seconda venuta in Italia dello stesso Carlo IV, e ripigliare viemaggior lena dappoichè Carlo si fu partito.

Dicemmo noi come la parte che più era popolare, ed alla quale apparteneva Matteo Villani, promovesse quel trattato per cui venivasi ad autenticare il governo delle Arti costituite dopo il 43: quello stesso Imperatore aveva in Siena favoreggiato contro all’ordine dei Nove la formazione di un governo largo. Matteo Villani, che è il narratore solo a noi rimasto di quel trattato, e che n’è grande sostenitore, molto era avverso al magistrato di Parte guelfa; dal quale venne anche ammonito per Ghibellino. Teneva la parte alla quale i Ricci presiedevano: e di Uguccione, ch’era capo di questa famiglia, dice il Velluti,[261] ch’egli «recava a sè i Ghibellini e non veri Guelfi.» Uguccione andò a Cesare in Allemagna ambasciatore la prima volta, e quando tornarono gli altri quattro colleghi suoi, perchè la parte contraria ad essi ed al trattato in Firenze prevaleva, rimase in Udine a cercare se la pratica si rappiccasse. Nei Consigli del Comune mosse il partito del fare accordo con l’Imperatore giunto in Pisa; e andato a lui ambasciatore, e nate essendo difficoltà, venne in Firenze a procurare si conchiudesse a ogni modo, con ampliare a quest’effetto le facoltà agli ambasciatori:[262] alla fine sottoscrisse quel trattato, e fu nel Duomo a prestare omaggio: ma, per contrario, niuno degli Albizzi ebbe la mano in quelle cose. Essi e con loro gli ottimati voleano fare a sè sgabello del nome guelfo, ch’era la forza della Repubblica fiorentina, i popolani a sè appoggio delle imperiali tradizioni, contro all’abuso del nome guelfo: qui stava il nodo della contesa. Ma vero è poi che le due parti, entrambe incerte e come stracche, l’una con l’altra si confondevano; più oramai non dispiegandosi franche e sicure le volontà ed i propositi di ciascuna, com’era al tempo di quelle guerre che prima i grandi ebbero tra loro, e poi la plebe contro a’ grandi.

Capitolo VII. LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.]

L’occasione o il pretesto pel quale si armavano allora le case dei possenti cittadini era l’entrata in Toscana della grande Compagnia; di quell’esercito di ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia, miseria non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento noi vedemmo per alte contese accozzarsi le nazioni; ora guerre da per tutto, ma un combattersi alla rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga conto: nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse meglio. La Francia invasa e calpestata per cento anni dagli Inglesi, che ad entrambi fu ruina e arretramento di civiltà; in Allemagna l’Impero debole, ed un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure dei feudi e per argomenti di genealogie, come in Italia per le disuguali fortune dei popoli e pei contrasti tra le città. Nella Germania era la guerra fine a sè stessa ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra noi la grassezza della vita e le arti e i commerci facevano un popolo tanto proclive alle discordie, quanto alieno dalle armi; queste avevano di che pagare, fidate ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse civili fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere al soldo della Repubblica e avere in mano le forze sue. Infatti costoro allorchè s’accorsero in Italia essere grande numero, ed i paesani disusarsi ogni dì più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in compagnie vivendo di ratto, anzichè del soldo che spesso mancava; avvisandosi che se a loro venisse fatto di occupare alcuna buona città, le altre tutte facilmente a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a guardia dell’Impero, e poi l’avevano per sè tolto: muovevangli ora le stesse occasioni e le cupidità stesse, ma essendo già in loro cessato l’impeto delle invasioni prime, per anche non erano fatti capaci alle conquiste per via d’eserciti regolari.

In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato le vaganti Compagnie: lo stesso in Italia, cessata la guerra del Re d’Ungheria contro alla regina Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi uscito del reame insieme ai soldati ch’erano stati con la Regina e col marito di lei Luigi di Taranto, fece di tutti una Compagnia in numero forse di tremila cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e le altre vicine contrade.[263] Dipoi essendo il governo della Compagnia venuto alle mani di un cavaliere provenzale dell’ordine degli Spedalieri di Gerusalemme, il cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i nostri lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo grande alla preda, tirò a sè quanti più fossero per l’Italia uomini d’arme senza soldo, talchè si trovarono seco bentosto settemila paghe di cavalieri, che cinque mila o più erano in arme cavalcanti, con più di millecinquecento masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la Compagnia per fare male e «pascersi della carogna.[264]» Le femmine lavavano i panni e cuocevano il pane, Fra Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da fare farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non entrava in terre murate, mantenersi in abbondanza. Avevano l’anno 1354 vernato nella Marca; donde accennando verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che erano i più esposti, vedendo potersi per le offerte di Fra Moriale senza loro danno levare la Compagnia da dosso, diedero a questa il passo e le vettovaglie per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di cose che a loro fossero necessarie. Lo stesso avea fatto il Vescovo di Foligno e poi fecero i Senesi e gli Aretini, patteggiando con la Compagnia; la quale scorreva baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando le biade dei campi pe’ loro cavalli e quante altre cose potessero giugnere, e predando uomini e bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi trapassato San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, perchè avevano preso la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro all’Arcivescovo di Milano per centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini d’oro; e nell’accordo si leggono registrati fino a dugentotrentaquattro uffiziali. Avuta poi la condotta, se n’andarono per Val di Rubbiana alla Città di Castello, avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia a Currado conte di Lando[265] e fecelo suo vicario, egli recandosi a Perugia e più tardi a Roma; dove per comando di Cola di Rienzo fattogli processo come a pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la Romagna e la Toscana e la Marca, gli fu tagliata la testa. Non credo che fosse pura di tradimento e di avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta si avesse quell’antiquario della libertà romana, il quale perchè sapeva lejere li pataffi,[266] si credè nato a resuscitare la potestà tribunizia in quella Roma che fu deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le torri armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in mezzo alla città stessa.

Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte di Lando condusse nel Regno la Compagnia, dimorata quivi ad agio più mesi per la scioperatezza del re Luigi di Taranto: indi poi tornò nella Marca, e tratto danari da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, si fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i Signori di quelle città contro ad Egidio Albornoz Legato del Papa, che ivi guerreggiava da più anni. Ma stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi da ogni parte per vaghezza della preda, non per affrontare nemici in campo. Vivevano senza far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che a ciascuno meglio pareva accordarsi con la Compagnia per danaro che contrastare con quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di Narni a predicare l’indulgenza con grande solennità; dove fu tanto il concorso, che non poteva egli resistere a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo, e in pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica in Romagna anche suoi soldati, e vi andarono masnade di cittadini e contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava al Comune di Firenze più di centomila fiorini, questa che riusciva non altro poi che una beffa. Imperocchè il Legato anch’egli scendeva agli accordi con la Compagnia per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua parte dovè il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, passata di nuovo contro a’ Signori di Milano, tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358.

In fin da quando la Compagnia la prima volta fu in Romagna, i Fiorentini vedendo ch’ella era in parte dove in un dì potea valicare l’Alpe ed entrare nel Mugello, formarono con bell’ordine una nuova milizia di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone secondo l’estimo tanti per cento; e nel distretto ne feciono scegliere a ciascuna comunanza, terra o castello, quelli che si conveniano. Ordinarono pe’ loro soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a casa apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, avesse venti soldi al mese, ed i conestabili quaranta; e quando erano in servigio, fiorini tre al mese. Nella città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme i balestrieri; e i vincitori aveano premio un bello e ricco balestro marcato del marco del Comune. Col mezzo di questa e di altre buone provvigioni i Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche per accordo gli Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento dei loro fedeli. Quivi fecero una tagliata per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi buoni ordini salvavano allora da ogni assalto la Toscana: ed allontanandosi la Compagnia, il Conte di Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo, passò in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, del quale comprava terre e castelli e riscotendo quelle che aveva impegnate. Appresso era stato con l’Imperatore, mostrandogli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi al Conte non si vergognava dare titolo di suo Vicario in Pisa; e fu detto gli desse in occulto maggiore legazione, se a lui venisse fatto di riporre sotto l’imperiale soggezione qualche altra parte della Toscana.

Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio 1358 trovò che avevano i Caporali della Compagnia chiesto il passo ai Fiorentini per la Toscana fino a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che rifiutato dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; ma il Conte scelse venire a patti; così che essendo la Compagnia in Val di Lamone, dovesse per la via di Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte ed a Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune dando loro la panatica per cinque dì, a loro spese. Gli ambasciatori mandati dai Fiorentini erano rimasti con la Compagnia per più sicurtà della condotta, sebbene fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i patti a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, e prese albergo in mezzo all’Alpe presso Biforco: ma come è uso di gente siffatta quando si sente potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le rapivano con brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori delle montagne, tra molte loro felicità, hanno invidiabili occasioni: quelli di Val di Lamone e i fedeli del conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro vantaggio, dove potessero nel trapasso rifarsi dei danni e vendicare gli oltraggi che avevano ricevuti. Il Conte di Lando, affrettandosi prima del giorno, mise sua gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia gli ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo con ottocento a cavallo e cinquecento pedoni e con le cose di più valuta. Era il cammino che avevano a fare aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti; e tale passo è detto le Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Per dove cercando i primi passare, furono dai villani assaliti e con le pietre indietro rispinti. Il Conte di Lando, che s’avea tratto la barbuta di testa e mangiava a cavallo, sentendo ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, e più ne gettavano con mano sopra la gente del Conte ch’erano nel basso, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo d’alto cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da cavallo un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani dalle ripe: ma poco gli valse; chè gli Ungheri, gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri stivali non potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e il cavallo ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa molti e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che erano scesi alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi per la morte di molti di loro inviliti, per la strettezza non erano abili in alcun modo a mostrare la loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance manesche. Il Conte, assalito da buon numero di loro, fe’ con la spada bella difesa; e alla fine non potendo s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed un villano il ferì con la lancia nella testa, chè s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, smontarono da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno poteva meglio, su per le ripe e pe’ burroni si diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro mariti almeno col voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento e’ danari e altri arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle circostanze dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato per moneta dai villani in luogo sicuro, fu quivi raccolto dal signore di Bologna Giovanni da Oleggio, che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga, egli curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.[267]

Notes in this chapter

Note 1 · G. Villani, lib. XII, cap. 23.Note 2 · Nelle Delizie degli Eruditi del P. Ildefonso, tom. VII, pag. 290, è la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il quale, sNote 3 · Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi, i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi grandi. Note 4 · «Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea dire, loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio voleano.» MaNote 5 · Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di giustizia.Note 6 · Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi, oltre a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi i borghi eNote 7 · Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari che a luiNote 8 · I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture; l’arte del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima perfezione, alNote 9 · Gli speziali ebbero questo nome perchè oltre alle medicine smerciavano anche le spezierie delle Indie.Note 10 · E credo io fossero più, tanti se ne legge di continuo andati chi in qua chi in là per traffici, ed i cambiatori mettevano banchi in molte paNote 11 · Fu posta quando si edificava il terzo cerchio della città, continuata poi fino ai giorni nostri, e gravosissima, perchè andava fino al setteNote 12 · Oltre al segnare l’oro e l’argento, sembra che le paci tra’ cittadini avessero a guarentigia e solennità il suggello del Comune; il che si fNote 13 · Ivi erano grani depositati da cittadini, i quali pagavano per la custodia e per gli attrazzi; e il grano sparso rimaneva a benefizio del ComNote 14 · Erano penali che dovevano pagare i connestabili che fossero trovati in difetto d’uomini rispetto al numero pel quale erano stati condotti e Note 15 · Nei libri del 1347, per citar quelli più vicini al tempo del Villani, si trovano versamenti fatti ai Camarlinghi della Camera dal CamarlingoNote 16 · Voleano che i più facoltosi del contado dimorassero nella città, dove davano minore sospetto.Note 17 · Si è detto come i Fiorentini fino dal secolo XIII per grandigia custodissero leoni ed altri animali rari, i quali venivano ad essi d’OrienteNote 18 · Abbiamo (Deliz. Erud., tomo XII, pag. 349) una descrizione delle Entrate e Spese tratta da questa del Villani, ma non però affatto inutile pNote 19 · Pecori, Storia di San Gimignano. — Nel libro già citato dei Capitoli del Comune, pag. 288 e seg., abbiamo gli Atti della dedizione che San GNote 20 · Intorno ai fatti dei Guazzalotri e di Prato vedi anche (per quanto gli si debba credere) il frammento di Cronaca di Luca da Panzano; GiornalNote 21 · Donato Velluti, Gonfaloniere di giustizia, ebbe grande mano in tutta quella faccenda; e per l’inganno che v’era stato e il molto male commesNote 22 · Aveano ordinato un anno innanzi le cose spettanti al governo della Valdinievole; intorno a che vedi il libro dei Capitoli, in più luoghi.Note 23 · I Cronisti fiorentini tacciono di un soccorso di Senesi venuti alla difesa della Scarperia, che primi entrarono nella terra. Questo narra ilNote 24 · Donato Velluti era in Siena ambasciatore per fare lega contro al Visconti; «ma veggendo noi ambasciatori non essere sufficienti i Comuni di Note 25 · «Se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che diventi ghibellino.» (Matteo Villani.)Note 26 · Nelle campagne i nostri vecchi dicevano sempre: un Dio, un Papa, un Imperatore; e non si tenevano obbligati alla milizia napoleonica, perchèNote 27 · «Essendo messer Ramondino Lupo da Parma capitano di guerra in Firenze molto servitore dell’Imperatore, fece sentire all’Imperatore de’ ragioNote 28 · Il Corio narra come l’Arcivescovo essendo chiamato dal Papa in corte, mandò innanzi un suo siniscalco a fare gli alloggi; il quale pigliò inNote 29 · Matteo Villani, lib. III, cap. 7.Note 30 · Scrivono che uno degli ambasciatori dicesse a Carlo, che promoveva sempre novelle difficoltà: Voi filate molto sottile. (M. Villani, lib. IINote 31 · Nelle istruzioni agli ambasciatori (Libro di Consulte, nell’Archivio di Stato) è ingiunto loro di fermarsi a conferire dovunque fosse il detNote 32 · M. Villani, lib. III, cap. 86.Note 33 · Nelle edizioni di Matteo Villani si legge quattromila, che sono troppi. Ranieri Sardo, Cronaca Pisana (Archiv. Stor., VI, par. 2), dice esseNote 34 · «A noi pareva che al Patriarca bastassero duemila fiorini d’oro, al Cancelliere trecento fiorini o poco più, ec.» (Istruzioni agli ambasciatNote 35 · «La moneta, che dare gli si dee per via di censo per anno, vorremmo che fosse la minore quantità che si potesse; e piuttosto una quantità deNote 36 · Testo del Trattato (vedi Appendice Nº IV.) — E nelle istruzioni agli ambasciatori: «in quella parte dove toccate delle terre le quali volontNote 37 · A’ nove di marzo, undici giorni avanti alla conclusione, si vede ch’erano alle rotte e discorrevano già d’armarsi; più giorni innanzi NiccolNote 38 · Donato Velluti accenna con parole molto espresse ad una promessa la quale al tempo dell’imperatore Carlo IV sarebbe stata fatta ai Grandi inNote 39 · Il Diario del Graziani perugino (vedi Archiv. Stor. Ital., tomo XVI, parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza debiNote 40 · Archiv. Stor., Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle istruzioni agli ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva troppo largo, Note 41 · Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa, lo accomiata con queste parole: Iddio gli dia delle derrate ha date a noi.Note 42 · De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et ultraNote 43 · Velluti, Cronaca.Note 44 · Matteo Villani, lib. IV, cap. 70-75.Note 45 · Vedi Appendice, Nº V.Note 46 · Marchionne di Coppo Stefani, nelle Deliz. Erud., tomo XIII, pag. 112.Note 47 · Matteo Villani, lib. IV, cap. 69.Note 48 · Giovanni Villani, lib. XII, cap. 72. — E Matteo Villani, lib. II, cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del prNote 49 · Frammento di Cronaca stampato nella edizione di Donato Velluti. Firenze, 1731, pag. 148.Note 50 · Rubr. 10 degli Ordinamenti di Giustizia dell’anno 1293. (Archiv. Stor., Nuova Serie, tomo I, pag. 58.)Note 51 · Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. I, anno 1857. — Il Comune di Firenze aveva in Roma anche nell’assenza del Pontefice tre col titNote 52 · Stando a Lapo da Castiglionchio (Discorso, ec.; Bologna, 1753, in-4, pag. 128), in prima origine il Consiglio Generale sarebbe stato di quarNote 53 · Statut. Flor., tomo II, lib. 5, rubr. 5, pag. 491.Note 54 · Statut. Flor., tom. I, pag. 145; e Statuto di Parte Guelfa, cap. 21, nel Giornale Storico degli Archivi toscani, vol. I.Note 55 · Nell’intervallo però tra il 1335 e il 58 i Capitani troviamo essere ridotti a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per una riforma delNote 56 · Vedi cap. 16 degli Statuti di Parte Guelfa. «Come ogni anno si spenda in possessioni e in case la maggior quantità di pecunia che avere si pNote 57 · Parole che accennano a una esperienza lungamente fatta, e quindi si deve gli ultimi capitoli di Giovanni credere opera di Matteo.Note 58 · G. Villani, lib. XII, cap. 72, 79, 93. — Deliz. Erud., tomo XIII, pag. 314 a 28, e 339.Note 59 · Velluti, Cronaca, pag. 106.Note 60 · Deliz. Erud., tomo XIV, pag. 231.Note 61 · Giuravano, devotis animis et curvatis capitibus, fare ogni cosa a conservazione dello stato e parte dei Guelfi, e ad exterminium æmulorum.Note 62 · Deliz. Erud., tomo XIV, pag. 249.Note 63 · Alcune parole di Matteo Villani (lib. VIII, cap. 31) ci danno a credere ch’egli stesso fosse di già segnato in quella lista.Note 64 · M. Villani, lib. VIII, cap. 31, 32, e Marchionne Stefani, lib. IX, pag. 15.Note 65 · Marchionne di Coppo Stefani, lib. IX, rubr. 665, pag. 8.Note 66 · La Cronaca di Marchionne rimase inedita fino al passato secolo, ma era nota nel cinquecento.Note 67 · Cronaca di G. Morelli.Note 68 · Avendo essi a quel tempo inimicizia co’ Mangioni loro vicini, gli assalirono una sera dopo cena; ed una loro donna uccisero, che stava sull’Note 69 · Cronica, pag. 109.Note 70 · Archivio, detto Libro di Consulte. — In esse troviamo Piero degli Albizzi e due Strozzi che andavano seco, dar voto tra gli altri più qualifNote 71 · G. Villani, lib. XII, cap. 113.Note 72 · M. Villani, lib. III, cap. 89, e lib. IV, cap. 14 e seg.; e Graziani, Cronache di Perugia (Archivio Storico, tomo XVI, parte II); Ammirato, Note 73 · Di Landau, e dice lo Stefani ch’egli era del lignaggio di Wittemberg.Note 74 · Leggere gli epitaffi o iscrizioni. — Vita di Cola di Rienzo, scritta in dialetto romanesco da Tommaso Fortifiocca.Note 75 · M. Villani, lib. VIII, cap. 72 e seg.
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