LIBRO SECONDO. (continued 2)
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Chi guardi addentro in queste brutture, dirà le fazioni averne avuto la prima colpa, Carlo ed il Papa l’odiosità, rei sopra ogni altro quelli che trassero nella patria loro un principe forestiero con la sua corte e le masnade; dirà il contegno del Valois quale potevasi attendere da un venturiero, errore grave di Bonifazio in quei fatti essersi ingerito. Cercava riunire in un sol fascio la parte guelfa; e al più ambizioso dei pontefici doveva gradire l’idea vagheggiata da molti suoi predecessori, di farsi arbitro della Toscana: ma infine Bonifazio VIII, come aveano fatto Gregorio X e Niccolò III, mandò un legato a fare opera di conciliazione; ed il Cardinale d’Acquasparta, se prima aveva protetto i Neri, gli avversò poi quando le violenze più atroci stettero dalla parte loro. Dante accusava il principe francese presente e complice, quando egli fu bandito; e con le roventi parole ond’egli macchiò Bonifazio, gli fece peggio che non gli facesse in Anagni più tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali avesse Dante a sì fiero odio contro a Bonifazio, quel che avvenisse mentre egli rimase in Roma ambasciatore o nella dimora che ivi protrasse fino al gennaio dell’anno seguente, noi non sappiamo. L’esiglio non venne a lui dal Papa, ma in quel tempo tra loro due qualcosa d’oscuro dovette nascere, che da un lato accese in patria contro lui tante ire, dall’altro gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dure a ricordare, ma vendicarle pareva dolce all’iroso animo del poeta. In quei giorni venne a luce una congiura, o vera o falsa che fosse, della parte bianca con un certo barone francese chiamato Pier Ferrante di Linguadoca[111] per ammazzare Carlo di Valois tornato allora in Firenze. Laonde questi, radunato la notte un consiglio segreto di pochi cittadini, trattò con essi di prendere certi creduti colpevoli e fare loro mozzare il capo. Mandarono subito a cercare due Adimari padre e figlio e Manetto Scali: ne andarono in traccia nei contorni di Firenze, forando con ferri anco la paglia dei letti; ma non si trovarono, perchè del consiglio taluni si erano allontanati a procurare che i nominati nell’accusa avessero agio allo scampo. Giano de’ Cerchi figlio di Vieri, sostenuto nel palagio da Carlo per averne danari, ebbe modo di fuggire: i beni di tutti questi andarono al Comune, dal quale ebbe Carlo ventiquattromila fiorini d’oro. Continuarono le condanne tutto il tempo che il Valois dimorò in Firenze, e fu insino ai 4 d’aprile, essendo allora Potestà messer Cante dei Gabbrielli da Gubbio, uno di quei cavalieri i quali vennero dietro a Carlo; e si protrassero le condanne anche poi nei seguenti mesi. Tra’ condannati fu Dante Alighieri: abbiamo la prima sentenza contro lui e tre altri, data ai 27 gennaio, per la quale era egli dannato a pagare cinquemila fiorini d’oro ed al confine. Dante era di Roma venuto in Siena, dove lo colse la prima sentenza; la quale, per non essere egli comparso in giudizio, fu aggravata con altro bando, che a’ 10 marzo ordinava gli fossero tolti gli averi, disfatte le case ed egli stesso bruciato vivo qualora avesse rotto il confine: fu poi compreso in quella condanna generale che si trova pronunziata il giorno stesso della partenza di Carlo. Per questa Cante de’ Gabbrielli condannava di nuovo le antiche famiglie dei grandi ghibellini, e sbandiva e confinava molti dei Cerchi, dei Cavalcanti e degli Scali, ed alcuni degli Adimari e dei Mozzi, e uomini d’ogni qualità e grado, in tutto seicento, dei quali i nomi a noi rimangono.[112] Tra questi era ser Petracco di Parenzo dall’Incisa, stato cancelliere della Repubblica e notaio delle Riformagioni, cui nacque in esilio Francesco Petrarca. Da prima richiesti e non comparsi, ebbero da Cante de’ Gabbrielli condanna, per la quale andarono stentando la vita per lo mondo chi in qua e chi in là. Furono i beni loro messi in comune, le case disfatte;[113] e delle pietre di quelle si trova che fossero edificate le nuove mura della città di Firenze: non gli salvarono parentele antiche o recenti maritaggi. Dipoi, mentre andavano i Fiorentini e i Lucchesi contro a Pistoia difesa francamente da uno degli Uberti, in Firenze per altre carnificine altri erano sostenuti e torturati e decollati. Il che più volte si ripeteva nel seguente anno 1303, Folcieri da Calboli essendo in Firenze Potestà, e potentissimo presso i Neri messer Musciatto Franzesi ricco banchiere fiorentino, principale uomo presso i re di Francia.[114]
Capitolo VI. PACE TENTATA DAL CARDINALE NICCOLÒ DA PRATO. — INCENDIO IN FIRENZE. — ASSALTO DEI FUORUSCITI. — MORTE DI CORSO DONATI. [AN. 1303-1308.]
Il governo di Firenze per la cacciata dei Bianchi era venuto alle mani di quelle famiglie, sia di grossi mercatanti o sia di nobili fatti popolani, che si appellavano Guelfi neri e si tenevano Guelfi puri. Capi erano di quella parte i Della Tosa e i Brunelleschi, famiglie di grandi, e Geri Spini gran mercatante e i Pazzi, diversi verisimilmente o separati da quei di Valdarno: v’erano di grandi i Buondelmonti, i Pulci, i Tornaquinci, i Bardi, i Rossi, i Nerli e parte dei Gianfigliazzi e dei Frescobaldi. Vi erano di quelle famiglie di grossi mercanti che primeggiarono dipoi sempre nella città e con altre sorte dal popolo via via formarono la nobiltà nuova, Magalotti, Mancini, Peruzzi, Antellesi, Baroncelli, Acciaiuoli, Alberti, Strozzi, Ricci, Albizzi, Rucellai, Altoviti, Aldobrandini, Bordoni, Cambi, Medici, Giugni ed altri. Corso Donati era con essi e soprastava per alto animo, per grandi fatti e grande seguito; più ambizioso che partigiano, male soffriva consorteria, ed era egli uno di quegli uomini che fanno il male tutt’ad un tratto, ma poi sdegnano le basse arti ed i raggiri delle fazioni. La schiatta e l’indole e i costumi lo inclinavano verso i grandi; «pratico e domestico di nobili uomini e famoso per tutta Italia;[115]» amato era anche dall’intima plebe usata vivere nella dipendenza dei grandi signori, e che più ha in odio le mezzanità. Quei nuovi uomini la opprimevano con gli smodati balzelli, e perfino si diceva che alterassero le farine e molto avessero guadagnato su’ prezzi del grano venuto da fuori per la carestia che fu in quegli anni; cosicchè il grido era, che si rivedessero le ragioni del Comune. Corso Donati aveva seco Lottieri vescovo di Firenze, consorto ma nemico a messer Rosso Della Tosa, che aveva lo Stato; e così la parte contraria ebbe nome di parte del Vescovo, la quale cercava col mutare il reggimento, rimettere i Bianchi. Al modo solito era guerra in molti luoghi della città: furono armate le torri, ed in su quelle del vescovado stava rizzata una manganella per gittare ai vicini. Corso andò una volta in arme con molti all’assalto del palagio; durava la zuffa più giorni. Era il febbraio del 1304, e grave pericolo avrebbe corso la città se il Comune non avesse mandato per aiuto ai Lucchesi, i quali subito vennero a Firenze in grande numero popolani e cavalieri. Fu data loro piena balía, ed essi la esercitarono per sedici giorni, finchè a certi Fiorentini essendone parso male e grande oltraggio ed offesa, ciò diede occasione a nuovi ripetii:[116] con tuttociò le cose quietarono per allora, e fu eletta la Signoria nuova.
Era morto Bonifazio VIII dell’insulto avuto in Anagni per mandato di Filippo il Bello re di Francia, e del quale era stato orditore Musciatto Franzesi dal suo castello di Staggia presso Poggibonsi. Il nuovo papa Benedetto XI con buona intenzione mandò in Firenze paciere il cardinale Niccolò da Prato dell’ordine de’ Predicatori, uomo a que’ tempi assai rinomato e d’origine ghibellino. Giunse egli nel marzo, ed ebbe dal popolo balía per un anno con l’autorità di potere costringere i cittadini alla pace, la quale fu fatta da principio con grande festa e suonare le campane; ma non però tutti la volevano. Il vero popolo la desiderava; ma i grassi popolani e i grandi che reggevano lo Stato, forte temevano il ritorno dei fuorusciti fatti ribelli, dei quali occupavano le possessioni. Il Cardinale rinnovò l’ordine delle Compagnie armate del popolo, come erano state a tempo degli Anziani: rimase quell’ordine e fu maggior forza alla parte popolare. Di più, egli fece venire quattordici fra i caporali dei fuorusciti bianchi e ghibellini per trattare con loro d’accordo: venuti, alloggiarono in casa i Mozzi dove stavano rinchiusi da sbarre per non essere offesi: i Ghibellini di dentro aveano frattanto levata la testa, e alcuni di plebe furono visti baciare le armi degli Uberti. I Guelfi erano tra sè divisi: ma taluni dei principali fecero di nascosto dire ai quattordici caporali che si partissero, perchè altrimenti avrebbero il grosso del popolo contro; e quelli sgombrarono. Dopo di che il Cardinale fu consigliato fare una mossa inverso Pistoia, e rappacificare quella terra sempre più feroce d’ogni altra nelle parti cittadine. Ma trovò gli animi troppo duri; e a Prato istessa patria sua i Guazzalotri che ivi dominavano, istigati dai reggitori di Firenze, se gli voltarono contro e cacciarono i parenti di lui che sdegnato bandiva la croce addosso a Prato. Faceva poi da Firenze muovere le armi contr’essa; ma quella radunata di milizie diede nuovi sospetti, ed egli essendo minacciato in casa e veggendo fallato lo scopo cui era venuto, si partiva di Firenze ai 4 giugno, dopo avere dannato i cittadini all’interdetto.
In mezzo a queste perturbazioni un fatto lugubre aveva lasciato molto gli animi atterriti. A festeggiare il Cardinale da Prato, che era in amore dei cittadini quando speravano per suo mezzo d’avere concordia, si fecero per calendimaggio a gara l’una contrada dell’altra le usate allegrezze, «come al buon tempo antico.» Infra gli altri, quelli di Borgo san Frediano pensarono un gioco, ma odioso molto e spaventevole: mandarono un bando che chiunque volesse sapere novelle dell’altro mondo dovesse quel dì essere in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno: quivi su barche e navicelli avevano fatta come una figura dell’inferno con fuochi ed altre sembianze di tormenti, e uomini contraffatti a demoni orribili a vedere e anime ignude messe a quei martorii con tempesta di strida grandissime. Era il ponte alla Carraia allora di legname da pila a pila; talchè per la gente che vi trasse si caricò tanto, che rovinò in più parti e cadde con quelli che v’erano sopra. Molti vi annegarono o si guastarono le persone, molti (come per beffa era ito il bando) andarono morti a sapere novelle dell’altro mondo, con grande pianto e dolore di tutta la città, che ognuno credette avervi perduto il figlio o il fratello.[117]
Per le paci fatte dal Cardinale da Prato erano tornati e rimanevano in Firenze alcuni dei Bianchi; tornarono quelli che professavano mantenersi Guelfi, il che volea dire stare col popolo delle Arti e non permettere che i grandi rompessero gli ordini posti contro a loro. Si trovò pertanto, partito appena il Cardinale, grande in Firenze la possa dei Cavalcanti, dei Gherardini e dei Cerchi: di questi, Vieri pare non fosse tornato in Firenze. Andò in Arezzo dopo l’esiglio e pubblicò avviso, che chiunque avesse ad avere da lui, mandasse là e sarebbe pagato cortesemente: dicesi che pagò più di 80 mila fiorini.[118] Ma la fortezza dei ritornati era nelle case dei Cavalcanti presso a Mercato Nuovo, dove oltre a quelle che abitava la famiglia loro assai numerosa, molte ne avevano all’intorno; e i quattordici caporali prima di partirsi aveano fatto consiglio di ridursi in quelle case dei Cavalcanti e quindi combattere. Ma non furono voluti ricevere, perch’era tra essi uno degli Uberti con altri spacciati Ghibellini, ed i Cavalcanti anch’essi odiavano quella parte. Ora dunque di là cominciava la mischia: non fece alcuna mossa Corso Donati perchè era infermo di gotta, e per lo sdegno preso contro ai capi della parte nera. I Medici e i Giugni primi assalirono i Bianchi: ma questi, bene sostenuta la battaglia, prevalsero tanto co’ loro seguaci, che si distesero per Mercato Vecchio fino a San Giovanni senza contrasto. Era cresciuta ad essi la forza dalla città e dal contado; molta gente del basso popolo gli seguiva, e i Ghibellini per la meglio si accostavano a loro: di campagna erano venuti quei da Volognano signori di castella, co’ loro amici; si disse, più di mille fanti. Pareano allora i Neri sul punto d’essere cacciati, quando ser Neri Abati, priore di San Piero Scheraggio, quello che noi già vedemmo gridato reo d’avvelenamento, parente a quel Bocca traditore che avea fatto cadere a terra in Monte Aperti la bandiera guelfa, per accordo fatto co’ Neri appiccò il fuoco alle case di altri Abati: era fuoco lavorato, a quel che dissero; ed in altri luoghi da altri fu appiccato nel tempo stesso. Le fiamme in poco d’ora da Mercato Vecchio si estesero in Calimala; e con empito e furia col conforto della tramontana, e per l’alimento che loro porse la fusione di certe immagini di cera appese alla nostra Donna ch’era nella loggia di Orto San Michele, in quel giorno distrussero oltre le case degli Abati quelle dei Caponsacchi, degli Adimari, Toschi, Lamberti, e moltissime altre; non che le botteghe di drappi di Calimala, tutte quelle attorno a Mercato Vecchio sino a Mercato Nuovo, e le case dei Cavalcanti, dei Gherardini, dei Pulci, degli Amidei, degli Amieri. L’incendio si distese da Vacchereccia per la strada di Por Santa Maria fino al Ponte Vecchio: giunse fin presso al Palagio della Signoria, distrusse quello del Capitano e la torre dov’era la campana, che ruinò con grande fracasso. Il danno di arnesi, tesori e mercatanzie fu senza misura, perchè in quei luoghi erano quasi tutte le merci e cose care di Firenze. Inoltre la città fu posta a ruba dagli armati, poichè mentre le case ardevano si combatteva in più parti. I malandrini pubblicamente correvano tra le fiamme rapinando ciò che potevano arraffare; nè alcuno attentavasi a ridomandare il suo, chè ognuno paventava di peggio, e tutti tremavano. Il Potestà con molti soldati venne in Mercato Nuovo, ma non fece alcuna difesa, nè prestò aiuto: guardavano il fuoco, e standosi a cavallo davano impedimento ai pedoni e a chi tentava soccorrere. In quel giorno, che fu a’ 10 di giugno 1304, si trova che oltre a 1700 case fossero guaste: erano anguste generalmente, molte famiglie avendo più case attigue pei figli che via via si ammogliavano.[119]
Per quell’incendio furono abbassate molto le antiche famiglie le quali tenevano il primo cerchio, o (come scrivono) il midollo e torlo, della città di Firenze, quasi tutto arso e devastato. Nè credo io per questo che un pensiero neroniano spingesse con animo deliberato la nuova gente a disfare il nido dove buon numero degli antichi grandi avevano stanza; ma certo è che allora ogni signoria di nobili può dirsi che fosse interamente diradicata, e i nuovi ordini assodati. Dentro alle città ed in Firenze massimamente erano come due campi nemici: molto importava la postura dei caseggiati dove le schiatte viveano co’ loro consorti ed attorniate dai loro dipendenti, difese da torri che si guardavano l’una l’altra così fattamente che la vicinanza spesso faceva nascere le amicizie come le inimicizie; certi quasi direi punti strategici atti al difendersi o all’aggredire faceano la forza d’alcune famiglie. Quegli tra i grandi che vennero ultimi si posero oltrarno; e possenti pei commerci, e uniti tra loro, vedremo più tardi che guerra facessero. Ma qui nel centro del primo cerchio erano le case di molti più vecchi e già scaduti signori, in mezzo a cui stavano alcuni dei più recenti che si avevano procacciata grandezza col farsi Guelfi. I più di questi erano divenuti Bianchi; e primi tra essi rimaneano i Gherardini, grandissimi in contado; e soprattutti i Cavalcanti,[120] perchè oltre a’ castelli e alle possessioni aveano gran numero di case in Firenze: quindi è che l’assalto andò contro a loro più direttamente. Aveano essi da principio voluto correre e metter fuoco alle case dei nemici, ma la parte loro gli ritenne. Patirono danni maggiori d’ogni altro per la molta entrata di pigioni che aveano in quel luogo frequentatissimo di botteghe, e furono con gli altri fatti ribelli dopo al fuoco. Del popolo molti aveano patito gravissimi danni, ma nulla fu a petto della gran percossa ch’ebbero i nobili; i quali divisi tra loro, non che provarsi in quel disfacimento a rompere gli ordini della giustizia, ciascuna parte s’abbracciò col popolo per mantenersi quanto oramai fosse possibile in istato. E qui, anticipando di poco i tempi, diremo altre ruine dei Cavalcanti; i quali essendosi afforzati in certi loro castelli di Val di Greve e di Val di Pesa (che uno, il più forte, avea nome delle Stinche), il popolo uscito gli assaltò e disfece; e perchè i prigionieri menati in Firenze furono chiusi dentro ad un carcere di nuovo fabbricato, questo pigliò nome di carcere delle Stinche; nome che durava fino ai giorni nostri. Feroci tempi, nei quali vivere più non sapevano in città divisa altro che vinti nella oppressione, o vincitori con prepotenza; quindi la parte troppo sovente stava in luogo della patria, che pure amandola disfacevano a solo fine di possederla, o costretti erano di abbandonarla.
Fin qui esponemmo le sorti dei Bianchi tornati in Firenze perchè volevano rimanere Guelfi: rifacendoci ora un poco indietro, diremo degli altri. Dopo l’esilio i fuorusciti, avuto in Siena dubbioso favore, s’erano la maggior parte raccolti in Arezzo, città ghibellina e che aveva per Potestà un uomo molto possente e riputato nella sua parte, Uguccione della Faggiola, signorotto d’uno tra’ castelli frequenti allora nei più alti gioghi dell’Appennino. Quivi dimorarono oltre ad un anno i fuorusciti, e sotto l’ombra di Uguccione essendosi data forma di governo regolare, elessero loro capitano Alessandro da Romena dei conti Guidi, e intorno a lui dodici consiglieri, uno dei quali fu Dante. Ma si era Uguccione in quel tempo rappacificato col papa Bonifazio VIII; laonde i Bianchi d’Arezzo fecero capo a Scarpetta degli Ordelaffi, signore in Forlì, che aiutandosi d’una Lega possente in Romagna avea messo insieme quattro mila fanti e settecento cavalli; ai quali aggiugnendosi i fuorusciti, deliberarono insieme uno sforzo contro la Toscana. Aveano per loro gli Ubaldini di Mugello; nel quale entrati assalirono il castello di Puliciano, ma con successo infelicissimo, perchè molti dei loro essendo morti o presi, questi ultimi ebbero iniquo supplizio dal crudele Potestà dei Fiorentini; i quali avevano rinnovata contro ai ribelli la taglia o lega con gli amici Guelfi di Toscana.[121]
In questo mezzo, quattordici della parte dominatrice in Firenze erano stati da Benedetto XI citati a comparire in Perugia dinanzi a lui, per quivi purgarsi della rifiutata pace e delle minaccie fatte al Cardinale da Prato e dell’incendio. Corso Donati, benchè si fosse tenuto di mezzo, andò con essi; andarono messer Rosso della Tosa, Geri Spini, Betto Brunelleschi ed altri, con grande accompagnamento: ma sopravvenne la morte di quel buon Pontefice; di che fu gran pianto, e uscirono gravi e lunghi danni alla cristianità. Intanto però i fuorusciti, pigliato animo dallo sdegno del Papa contro ai Caporali di Firenze e dalla assenza di questi, s’erano acconciati co’ Ghibellini di Pisa e con Tolosato degli Uberti che era Capitano allora in Pistoia. Gli Uberti, rubelli da quarant’anni della patria loro e che non aveano quivi trovato mercede nè misericordia, non s’abbassarono però mai, e fuori tennero grande stato praticando con re e con signori quanto potevano per la parte loro.[122] Si erano i Pisani avanzati fino a Marti; muovea Tolosato da Pistoia con trecento cavalieri; quei di Forlì, capitanati dal Baschiera dei Tosinghi,[123] giovane ardito che avea seco 1200 uomini d’arme a cavallo e molti aiuti di Bolognesi, Romagnuoli, Aretini, scendendo giù per l’Appennino, inopinatamente furono alla Lastra sopra Montughi presso a Firenze due miglia. Nella città era malferma ogni cosa: i reggitori, non sapendo bene quali avessero amici o nemici, diceano parole umili, e spargevano essere giusto richiamare gli sbanditi. Se quei della Lastra facevano impeto, entravano forse nella città sprovveduta, dalla quale erano taluni usciti a confortarli facessero presto. Ma indugiarono quella notte per aspettare l’Uberti, che da Pistoia veniva per l’Alpe co’ suoi cavalieri e molti soldati a piede. Poichè non lo vedevano comparire, allo spuntare del giorno 20 luglio, il Baschiera dei Tosinghi, vinto da volontà più che da ragione, come giovane, vedendosi con bella gente, si cacciò innanzi ed entrò nei borghi di San Gallo senza contrasto, chè allora non erano fatte le mura nuove nè i fossi, e le vecchie, schiuse e rotte in più parti. Ruppero un serraglio, del quale gli Aretini trassero il chiavistello e per dispetto portato ad Arezzo lo posero nella loro maggior chiesa. I Bolognesi erano rimasti alla Lastra, forse perchè a’ Guelfi ch’erano tra loro non piacea l’impresa. Ma gli entrati, che furono oltre a 1200 cavalieri con molto popolo di contadini che gli avevan seguitati, si schierarono in sul Cafaggio presso alla chiesa dei Servi e fino a quella di San Marco, con le insegne bianche spiegate e con le spade ignude e rami d’ulivo gridando Pace. Il caldo era grande, sicchè parea che l’aria ardesse, e il luogo mancante d’acqua per loro e pe’ cavalli. Alcuni de’ più bramosi fuorusciti venuti alla Porta che si chiamava degli Spadai, la ruppero, entrando con parte della loro gente fino presso alla piazza di San Giovanni: e se la schiera grossa gli seguitava, quel dì avrebbono avuto vittoria: imperocchè molti nella città gli aspettavano: ma poichè seppero che insieme con gli usciti Guelfi bianchi era gran forza di Ghibellini di Toscana e fuori, nemici antichi della città, si mutarono per odio di quel nome e per temenza d’essere poi cacciati e rubati, se in loro favore si fossero discoperti. Cotesti più degli altri si mostrarono vivi alla difesa per non parere colpevoli; e così forse dugento cavalieri e cinquecento pedoni raccoltisi intorno a San Giovanni rispingeano fuori della porta gli avversari, quando avvenne che ardesse per fuoco messovi un palagio presso alla porta; e il fuoco cresceva. Quelli della schiera grossa rimasti in Cafaggio si crederono traditi, e già fiaccati dalla sferza del sole e dalla sete, e avendo sentito che i Bolognesi al primo annunzio di mala riuscita si erano partiti dalla Lastra; tutti si misero in fuga, gettando l’armi senza assalto o caccia di cittadini, che quasi non uscirono loro dietro. Tolosato degli Uberti scontrati in Mugello i primi fuggenti cercò ritenerli, ma fu invano. Nella disordinata fuga, molti trafelarono, e molti presi furono impiccati nella piazza di San Gallo e sugli alberi per la via. Tale fine ebbe quella impresa, dopo alla quale i fuorusciti si dispersero tra’ Ghibellini cercando rifugio. La sorte istessa toccò a Dante, sebbene dobbiamo tenere per certo non essere egli venuto con gli altri contro a Firenze,[124] biasimando quella mossa, e fin da principio avendo tenuto in piccola stima i Bianchi, tra’ quali gli accadde avvolgersi perchè i contrari gli parevano essere peggiori. Disdegnò il nome di ghibellino ed a sè fece parte da sè stesso, non avendo egli dove posare, in mezzo ad un secolo insano e sconvolto, la vita misera nè il pensiero.
Pistoia era sempre in mano dei Bianchi o piuttosto dei Ghibellini; e Tolosato degli Uberti, che n’era Capitano, avea favore dagli Aretini e dai Pisani e dai Bolognesi. Laonde i Fiorentini co’ Lucchesi deliberarono di muovere contro a Pistoia grande guerra; ma la città essendo ben munita di mura e di fossi, pigliaron partito di tenerla stretta per assedio buona pezza. Dipoi elessero loro capitano a quella impresa Roberto duca di Calabria primogenito del re Carlo secondo di Napoli; e quegli nel mese d’aprile 1305 venne in Firenze con molta baronia di cavalieri Aragonesi e Catalani a quivi pigliare il bastone del comando. S’accendeva la guerra allora viepiù feroce: i Pistoiesi uscendo fuori veniano spesso alle mani co’ nemici; nella città era difetto di viveri; i governatori della terra mandavano fuori fanciulli e poveri e donne di bassa condizione, ma gli assedianti facevano agli uomini tagliare i piedi e alle femmine smozzicare il naso. Gli usciti di Pistoia che conosceano le donne dei loro nemici, più imbestiavano nel vituperarle; ma il Duca molte ne difese, maggior pietà essendo negli uomini di guerra che nei parteggianti. Clemente V, che era successo a Benedetto XI, persuaso dal Cardinal da Prato, mandò in Firenze nel mese di settembre due suoi Legati a comandare si levasse l’oste da Pistoia sotto pena di scomunica; e tosto il Duca partitosi dall’assedio, si recò in Francia dove il Papa dimorava: ma i Fiorentini disubbidirono al comandamento. Crescevano intanto le difficoltà e le spese, per il che ordinarono una gravezza o taglia, che si chiamò la Sega, sopra i Ghibellini o Bianchi, i quali dovevano pagare ogni dì tanto per testa; chi tre lire, chi due, chi una, secondo che parea loro potesse ciascuno sopportare; fossero al confine o in città rimasti, doveano pagarla. E a tutti i padri che aveano figli atti alle armi imposero altra taglia, se questi tra venti dì non si appresentassero nell’oste. Molti contadini furono costretti militare senza soldo. Fra queste miserie passò l’inverno. Ai Pistoiesi, ridotti agli estremi, speranza sola era la disperazione; quando accostatosi alla città il cardinale Napoleone degli Orsini legato del Papa, i Fiorentini si consigliavano finalmente venire ai patti. Pistoia si arrese il 10 aprile 1306, salve le persone. I vincitori guastarono le muraglie della città, che erano bellissime; il contado andò diviso tra’ Fiorentini e i Lucchesi, i quali partirono tra loro altresì la signoria di Pistoia; chè i primi vi mandarono il Potestà, e i secondi il Capitano. L’esercito tornò a Firenze, dove coi festeggiamenti consueti fu celebrata una vittoria tardi acquistata e crudamente.[125] Allora voltatisi a fortificarsi contro gli Ubaldini, perpetui nemici che teneano l’Appennino con molte castella e infestavano il Mugello, ruinarono la loro principal sede in Monte Accianico, fabbricando a petto a questa una nuova terra che si chiamò della Scarperia, rifugio e fortezza agli uomini del contado che prima stavano sotto a quei signori.
Per queste vittorie, e perchè la guerra pone sempre in più alto grado coloro ai quali spetta il governarla, parendo ai gelosi popolani di Firenze che i loro grandi e possenti uomini troppo venissero in baldanza, attesero a dare con nuove riforme più forza al popolo, e ordinarono in miglior guisa le compagnie o milizie cittadine, che rifatte dal Cardinale da Prato, aveano sempre per loro insegne quelle delle Arti: ma ottennero adesso Gonfaloni loro propri, donde nacque l’ordine dei Gonfalonieri di compagnie, d’allora in poi tenuti dei primi ufficiali dello Stato: fu aggiunto alle insegne il rastrello del re Carlo. Era in Firenze come in ogni altra città libera il Potestà, cui s’apparteneva il diritto della spada, e nel cui nome tuttora s’intitolavano gli atti pubblici, perchè egli solo rappresentava, ma quasi per via di una legale finzione, l’imperiale potestà, messa da parte, ma formalmente non mai abolita nei governi popolari. Però scemava ogni giorno più l’autorità di quel magistrato, del quale sovente la città era mal soddisfatta; perchè oltre all’essere forestieri, come signori di gran lignaggio male col popolo s’intendevano, e poco amavano quelle leggi ch’essi dovevano eseguire: uno di loro, per sottrarsi al sindacato, portava seco come in pegno il suggello del Comune, nel quale era inciso un Ercole. E prima essendo per maleficii sostenuto in Palagio un Talano degli Adimari Cavicciuli, i consorti suoi avendo percossi gli armati del Potestà che erano fuori, e così entrando nel Palagio vuoto, ne trassero quel Talano, senza che poi di tanto eccesso fosse giustizia o punizione. Del che sdegnato il Potestà, si partiva senza avere finito l’anno; e perchè la città non poteva rimanere senza rettore, divisero per i mesi che avanzavano l’ufficio tra dodici cittadini, due per sesto, che uno grande e uno popolano; e si chiamarono le dodici potestà. Quindi volendo i Fiorentini trasferire la potenza ognora più in quei magistrati ch’erano a guardia della libertà; al Capitano del popolo creato, siccome abbiamo detto, molti anni innanzi, ma che doveva essere nobile, aggiunsero un Esecutore degli ordini di Giustizia, che fosse pure egli forestiero: a lui spettasse fare inchiesta e procedere contro a’ grandi che offendessero i popolani; ma questi, che non esercitava giurisdizione, poteva essere anche di popolo.[126] Di queste riforme si tennero i grandi più che mai gravati.
Il cardinale Napoleone degli Orsini, dopo la caduta di Pistoia, s’era condotto a Bologna, e quivi raccolte molte genti dalle terre della Chiesa, e gli usciti di Firenze, e da Roma quelli i quali stavano per il Papa, andò con oltre 2000 cavalli a porsi in Arezzo, quivi molto bene ricevuto. I Fiorentini, senza aspettare d’essere aggrediti, per la via di Val d’Ambra si accostavano con forte esercito ad Arezzo; ed allora il Cardinale, fatto altro consiglio, venne per il Casentino fin presso a Firenze, avendo speranza d’esservi introdotto. Ma poichè seppe dietro sè avere perduto Arezzo, vedendosi chiuse le vie della guerra, si diede a trattare con Geri Spini e Betto Brunelleschi, a lui mandati dalla Repubblica. Voleva egli con minaccie il ritorno degli usciti, ma quei due tanto lo menarono in parole, che egli senza nulla fare, ed anche essendogli poi tolta dal Papa la legazione, si partiva. I Fiorentini per quelle mosse aveano posta forte gravezza sopra i chierici; i quali facendo difficoltà al pagare, e i monaci di Badia avendo chiuse le porte e suonate le campane, alcuni malandrini di plebe minuta, sospinti da altri, per forza entrarono nel convento che fu rubato; ed il Comune, perchè avevano suonato, voleva tagliare il campanile fino da piede, ma fu invece dimezzato per altezza, con furia da molti discreti uomini biasimata.[127]
Fu detto la mossa del Cardinale contro a Firenze fosse con intesa di Corso Donati, il quale aspirasse con tale aiuto alla signoria. Teneva lo Stato allora una mano di grossi popolani, che tra sè e gli aderenti loro gelosamente ne dividevano l’autorità e i profitti. Ma Corso Donati nè voleva nè sapeva usare quei modi; sempre ambizioso di cose grandi, alle minute non attendeva, nè a lui piaceva di avere grado cui altri seco partecipasse. Male col popolo se la intendeva; ma pare avesse egli aderenze nella Toscana fra i collegati e presso i popoli delle terre e dei piccoli Comuni, i quali vivevano in dependenza dai Fiorentini e spesso erano angariati dagli ufficiali che la Repubblica vi mandava. Amico e pratico dei Signori in Toscana e fuori, aveva egli tolta di recente per isposa la figlia di Uguccione della Faggiuola, di già il più forte ed il più temuto dei capi ghibellini. Questo era scoprirsi come aderente a quella parte: e Corso tirava a sè i grandi, e prometteva di annullare gli ordinamenti ch’erano fatti contro a loro; ond’essi più arditi, nelle piazze e ne’ Consigli superbamente parlavano: e i nobili di oltrarno diceasi che stessero parati a una mossa per la mutazione dello Stato. Di già offese e ferimenti avvenivano tra le due parti: armava Corso gli amici suoi, tra’ quali era di popolani la casa Medici: avea richiesto un forte aiuto da Uguccione, e già le masnade ghibelline di questo cominciavano a mostrarsi infino a Remole presso alla città.
A questa novella, una domenica mattina, 6 ottobre 1308,[128] si levò grande rumore: per ordine della Signoria le campane suonano a martello, si radunano i Consigli, ed in un’ora Corso Donati viene accusato e giudicato e condannato come rubello e traditore del Comune. Da casa i Priori mossero incontanente dietro al gonfalone della giustizia, il Potestà ed il Capitano e l’Esecutore con le loro famiglie, ed i gonfaloni delle compagnie col popolo armato, e le masnade catalane col Maliscalco del re Carlo: aveano chiamato dal contado le compagnie delle leghe, ma queste poi non abbisognarono. A furore di popolo andarono contro alle case dei Donati da San Pier Maggiore. Del che subito avvisato Corso, si asserragliava con forti sbarre a piè di una torre a cui facevano capo due strade; seco avea molti consorti ed amici e fanti armati con balestre; i Bordoni erano a lui venuti con gran seguito e co’ pennoni dell’arme loro. Egli per la gotta non potendo maneggiare le armi, inanimava e lodava i suoi che francamente combattevano; aspettava l’aiuto dei soldati d’Uguccione, e sperava quello dei nobili d’oltrarno e di alcuni altri per la città. Durò la battaglia gran parte del giorno; si combatteva con lance e con balestre e pietre e fuoco; gli assalitori di numero soverchiavano, ma tutti non erano dell’animo stesso, a taluni non piacendo quello che si faceva. Sull’ora di vespro si udì che le genti di Uguccione tornavano indietro da Remole per un falso avviso, come poi fu detto, pel quale crederono Corso a quell’ora essere stato già preso e morto. Allora quelli di dentro al serraglio si cominciarono a partire; e certi del popolo, avendo rotto il muro d’un giardino, entrarono dentro. Corso, vedendosi rimasto molto sottile di gente, deliberò abbandonare la difesa ed uscire dalla città; gli amici suoi fuggirono per le case, taluni fingendo essere della contraria parte. Uomini armati andavano intanto a caccia dei fuggenti; e avendo incontrato sul ponte d’Affrico Gherardo Bordoni l’uccisero, e un giovane degli Adimari Cavicciuli, tagliatagli barbaramente una mano, andava a conficcarla nell’uscio d’un altro Adimari suo nemico. Alla fine Corso, anch’egli fuggendo, presso a Rovezzano fu raggiunto da certi soldati catalani, i quali volendo menarlo preso a Firenze, ed egli pregandoli e promettendo molta moneta se lo scampassero, nè potendo ciò da essi impetrare; come fu presso a San Salvi, per paura di essere giustiziato, si lasciò cadere dal mulo sul quale l’aveano posto; ma infermo com’egli era per la gotta, gli rimase un piè nella staffa, e la bestia più traeva. Accorrevano i villani ed altra gente; uno dei soldati, temendo non glielo cavassero dalle mani, gli diede d’una lancia nella gola e lo lasciò per morto. I frati di San Salvi lo fecero trasportare al loro monastero, chi disse vivo e pentito de’ suoi peccati, chi disse già morto: ivi fu interrato senza pompa, per timore del Comune.[129] Ma dopo tre anni ammorzati gli odii, ed in molti ridestandosi l’amore per Corso, ed in più altri l’ammirazione; i consorti e gli amici di lui, dissotterrato il cadavere, gli celebrarono in San Salvi esequie solenni, ma non però senza che uomini armati stessero a guardia della chiesa contro ogni insulto degli avversari.
Capitolo VII. ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.]
Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina, cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce tratta dai registri della Signoria.[130]
Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei, come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà. Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale Niccolò da Prato.
Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar la corona) l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di Lucemburgo. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia, che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi pacificatore dell’Italia.»
La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto, che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300 cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131]
Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna: e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana, domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava rafforzando con lui l’amicizia.
Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano, capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134] Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo, a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro, e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura, a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari.
Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi, scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo, esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di «tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano. In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni che dentro agitavano la fiera anima del Poeta.
L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè: i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’ servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino; e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di ora in ora a questo o a quello.
Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali, Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto, autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi, ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito, recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra, per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati, aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa, udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè ogni cosa.[136]
I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano: ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati. Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano, e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente, avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue. Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala, i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia: e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze, di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati condannavano.[137]
In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero: muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi, e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138]
Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto. A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia, corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139]
Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta. Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo, dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma inutili ed importune antiveggenze.[141]
Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie, nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo, avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro. Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi, batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero liberi.
Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri, sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’ 19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso alle mura.
Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico: entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni. Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto, ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre.
Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre le schiere passavano, quei della città che avevano i ponti e la scelta, con poche balestre potevano assalire o l’una o l’altra parte dei Tedeschi divisi dal fiume: in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse. Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era un castello dei Bardi e dentro ventidue nobili donne di quella consorteria co’ loro bambini e molte ricchezze. Il luogo era forte e ben guardato, ma cedè al primo appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro al parere dei Toscani ghibellini che seco erano e volevano farsene un pegno da richiamare all’ubbidienza quella possente famiglia di magnati mercatanti. Arrigo andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano, dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò all’intorno, dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: troviamo notato in Val di Pesa Lucardo dove si fanno i buoni formaggi, ed il castello di Santa Maria Novella appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le avvisaglie co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, e spesso avevano la peggiore, sebbene fossero maggior numero: buona prova fecero i cavalieri d’una compagnia di volontà, dov’erano dei più pregiati donzelli di Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, nè altro era da fare contro a Firenze; per il che Arrigo dopo l’Epifania muovendo il campo, lo condusse a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. Ma qui era stretto dall’una parte dai Senesi, dall’altra dai Fiorentini e da trecento cavalieri che il re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa. Cosicchè Arrigo, scemato di genti e di là partitosi, giugneva in Pisa non senza contrasto a’ 9 di marzo.[142]
Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai Genovesi e da Federigo di Sicilia, e avuto anche di Allemagna grande rinforzo, s’apparecchiava a maggiori imprese; frattanto bandiva ribelli all’Impero il re Roberto ed i Fiorentini.[143] I quali per questo crescente pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla guerra, più forte chiedevano avere parte nei magistrati, diedero per cinque anni al re Roberto la signoria della città, a questi patti che ne pigliasse egli la guardia e la difesa, senza alterare però il governo come era allora costituito, salvo che in luogo del Potestà il re mandasse un suo Vicario che si mutava ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo Cantelmo, venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia fecero anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 d’agosto l’Imperatore muoveva da Pisa per ire contro al re Roberto; ma dopo avuti co’ Fiorentini piccoli scontri intorno a Siena, egli già infermo da più tempo, ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, e fu detto di veleno a lui apprestato in modo sacrilego: queste favole consolano i civili odii e gli intristiscono. La sepoltura di lui si vede tuttora nel Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto bene affetta.
Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui nell’Italia si cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale potestà, e i Fiorentini furono liberi da un grande pericolo. Ad essi però altro e non piccolo sopravvenne, imperocchè i Pisani temendo le vendette di tutta Toscana, dopo avere offerta invano la signoria della città loro al re Aragonese di Sicilia ed al Conte di Savoia e a talun altro dei baroni i quali avevano seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la occupasse. Era questi Uguccione della Faggiuola, da lungo tempo ruminante pensieri ambiziosi, allora vicario Imperiale in Genova, e per la molta sua scienza di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che si era acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. Faceva egli suo pro della stanza che in Pisa continuarono per qualche tempo molti cavalieri dell’esercito tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; e dopo avere sparso il terrore nei paesi circostanti, occupava Lucca, della quale con grande violenza si fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile il soccorso dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran nembo di guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto il re Roberto; il quale inviava ad essi ben tosto Piero duca di Gravina, suo minore fratello, con trecento cavalieri. Ma Uguccione continuando a farsi innanzi, poneva assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei Visconti e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di Lombardia e fuorusciti Toscani, che facevano grande esercito. Era il Duca di Gravina molto grazioso in Firenze, talchè poco meno non gli dessero la signoria a vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: ma non bastando contro alle forze troppo maggiori di Uguccione, venne da Napoli altro numero di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto, anch’egli fratello del Re, al quale spettando per la età il comando, fu la ruina di quella impresa. Grande e memorabile battaglia si combatteva sotto Montecatini a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione vittoria intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e il figlio del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, e centoquattordici (scrive il Villani) i quali erano de’ maggiori cittadini di Firenze: quivi, in Bologna ed in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto dei cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.[144]
Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi novellamente: due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, con a capo Pino della Tosa, amava la signoria del re Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da Simone della stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da nobili e plebee famiglie, ma quella di Simone aveva maggiore potenza e credito presso al popolo. Padroneggiava la città; e se non avesse temuto Uguccione, avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva questi già licenziato il Conte Novello, suo capitano di guerra, il quale come Vicario teneva in Firenze, ma con poca autorità, le veci di Potestà e di Capitano: la parte contraria occupava il priorato e tutti i pubblici uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio del 1316 un bargello, che fu Lando d’Agubbio, uomo carnefice e crudele, cui diedero in seguito anche il gonfalone della Signoria. Costui risedendo a piè del palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e per la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere Ghibellini, e senza processo gli faceva tagliare a pezzi con le mannaie. Fu in tal modo trattato un giovine de’ Falconieri innocente, e molti di altre casate nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta falsa, quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, e gli chiamarono bargellini. Lando d’Agubbio riempiva di terrore Firenze, quando grandi e popolari alla fine insofferenti di quella bestiale tirannia, si rivolsero segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di mezzo, a grande fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre dello stesso anno tolse di mano a quella setta il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici Priori che vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re, ed il Conte da Battifolle governò allora la città con saggezza e senza confische. Ed in quegli anni istituirono la registrazione dei Contratti, gravandoli di una gabella; e procedeva l’edificazione delle nuove mura di Firenze.
In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava i Fiorentini d’un grande sospetto, se non fosse dopo lui sopravvenuto ai danni loro un uomo che fu troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due città di Pisa e di Lucca; dopo di che nell’aprile del 1316 gli convenne fuggirsi esule in Verona a Can Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna sempre fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano e tosto ad altri davano luogo. Pisa cedè per allora in potestà del conte Gaddo della Gherardesca, intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana di Uguccione, e ivi già possente e sospettato da lui, saliva dai ceppi e dagli appresti di morte a quella grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto, venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i Fiorentini; e a questo modo Toscana fu quietata per allora.[145] Ma l’anno dipoi il Re, dopo avere tentato una impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo Visconti signore di Milano e molto terribile sostenitore di quella parte. Aveva Matteo firmato una lega con l’Imperatore di Costantinopoli, col re Federigo di Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la città di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta la continuazione della signoria per altri tre anni, ebbe da questa città l’aiuto di cento cavalieri e cinquecento fanti, con più altri che gli vennero dalla Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano con la spada in mano. Finalmente l’assedio fu tolto; ma ricominciava con nuovo furore, partitosi il Re, che andò in Avignone a ritrovare il Pontefice. Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove i Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini però sempre eran ivi prepotenti, e soprattutti Matteo Visconti; cosicchè i Guelfi ed il re Roberto e con essi papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro aiuto di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il quale apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze napoletane essendosi presso a Genova incontrate con le siciliane, queste ebbero la peggio; talchè l’assedio fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte guelfa. Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina, aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 la guerra contro ai Fiorentini; la quale durò tutto quell’anno con varia fortuna, avendo potuto i Fiorentini per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito di nuova gente che gli era scesa di Lombardia, e dimostrata la virtù sua, pigliò a forza più castella, e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando la guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini fin sotto Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il che destando gravi lagnanze con biasimo del Gonfaloniere e de’ Priori, a questi fu aggiunto un consiglio di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non fosse lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto ordine assai lodato rimase durevole d’allora in poi nella Repubblica.[146]
Capitolo VIII. DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.]
Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, d’antica e nobile famiglia guelfa. Era quella parte in bando tuttora, e convien dire che il padre, o almeno la madre di lui, prima degli altri fossero in patria rimessi; senza di che non avrebbe egli potuto qui avere la fonte del suo battesmo. Tornarono i Guelfi l’anno dipoi, ed i Ghibellini cacciati perderono per sempre lo Stato: a questo modo l’Alighieri non ebbe mai dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero a quella parte a cui di nome apparteneva, non vidde intorno a casa sua le armi tedesche; ma con le prime voci che dentro all’animo gli scenderono udiva compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare la vacanza dell’Impero, le voglie divise, e le inferme condizioni dell’Italia; vedeva ammontarsi già intorno le colpe della parte vincitrice. Questa era la sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso dobbiamo tener per certo che il padre di lui non fosse dei più fortunati a quel banchetto, nè quella famiglia fu mai doviziosa da stare in alto per sè medesima; e già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe, aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì a pigliarsi con la istituzione dei Priori in mano lo Stato, quando era il poeta nell’adolescenza. Combatteva egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma tosto dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi crudeli e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado loro, ma tuttavia sempre in patria sospetti. Si pensi ognuno quale fosse il cuore di Dante quando egli dovette, per conformarsi ai novelli tempi, dare il suo nome all’Arte degli Speziali.
Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e di poeta, che in sè cercava come tradurre l’amore in idea; e questa educando via via con la scienza, dare una forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè comprendere l’universo. Dovea ben essere quella vita, e noi sappiamo che fu, solitaria: poco la Repubblica e le ambizioni e le tempeste in campo angusto lo attiravano; le sètte guardava dall’alto, e quasi alle due parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco si gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva confuso il sacro Poema. Per tutti quegli anni prima che fosse egli a mezzo del cammino della vita, vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in più modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, tornando in patria gli sbanditi; vedeva all’incontro una mano di potenti saliti dal basso, fondare sull’odio ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che non sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano tanto odiose quanto era egli appassionato, e avevano toccato il colmo quando l’età lo condusse ad avere parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi di lui nel turbine della vita pubblica: in quella portava un alto animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che trascendeva i fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni pronte a trasmodare se l’ira o il dispregio o l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi uffici esercitati da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione al Comune di San Gimignano: le altre supposte da taluno dei suoi biografi non sono che favole. Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta d’allora in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un tratto farsene ragione, guardi la sua effigie fiorente di giovinezza come ora tornò in luce dipinta da Giotto; poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i secoli diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la Vita Nuova nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo in cui la giovinezza suol farsi virile, e molte idee prima vaganti pigliano fermezza, e l’uomo acquista più intera e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era Beatrice e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine viva che a sè lo attraeva, divenne un pensiero, voleva dal libro della Vita Nuova salire al Poema allora concetto e come uscito dalla prima opera giovanile; all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice stessa celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera tutto infondere sè medesimo. Così nell’amore cercava egli sempre l’interezza del volere: ma dentro all’animo trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti d’ogni maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e fosse gli si attraversavano, e catene lo stringevano. Ond’egli «volse i passi suoi per via non vera:» sentiasi gravate le penne in giuso, aveva perduto la speranza dell’altezza. Come egli potesse tanto smarrire la via diritta, noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in quelli stessi anni alla Gemma dei Donati, famiglia come gli Alighieri di antico lignaggio ma di piccola ricchezza; era di essa quel messer Corso senza del quale può tenersi che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti di Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le quali si è visto che erano tra Donati e Donati prima dell’anno 1293. S’immischiò allora nelle pubbliche faccende; ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio delle cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come a suo rifugio ricorreva l’intelletto, mirando a quel punto dove poesia e filosofia stanno insieme congiunte, e verso il quale intendeva egli col viaggio simbolico.
Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono alcune esercitazioni filosofiche più tardi prodotte col nome di Convito; doveano essere maggior numero, e di questo libro almeno una parte certo è che fu scritta innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti con la Vita Nuova; e per l’andare incomposto si vede che è frutto via via di studi non ben digeriti: quel trattato sulla nobiltà direi scritto a conforto dell’abbassamento in che fu ridotto il ceto de’ grandi pei recenti ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per anche dalle ire di parte. Nel principio del Convito con argomenti di molto affetto si scusa d’averlo scritto in quel volgare che aveva egli appreso fino dalla culla, e che in altro libro poco più tardi vituperava; ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più veramente la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio e nella varietà delle dimore sentito più vivo, e quasi direi a sè più vicino, il pensiero dell’Italia; di questa s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua medesima ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là dove la mente godeva fermarsi, io dico al grande e all’universale. Sentiva mancare alla nazione una lingua che tutti accettassero come signora; e scrisse il libro De Vulgari Eloquio, non a vendetta contro a Firenze, ma come colui che le incertezze o le insufficienze quanto all’uso di questa lingua tentava risolvere, ad essa guardando come di fuori e per dottrina e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo nello scrivere quello medesimo ch’era stato «congiugnitore de’ suoi parenti.» Ma usò il latino in questo e nel libro della Monarchia, dove egli intende chiarire e svolgere quel principio d’unità imperiale che, uscito da Roma, aveva mille anni tenuto implicato il mondo cristiano come in un nodo che i due capi stringessero andando per contrario verso. Qui Dante parrebbe fatto straniero alla città sua; ma come alle ire che lui consumavano sta in fondo l’amore, così nel concetto ideale affatto di questo libro si accolgono dottrine che non contrastavano nè al sentire di uomo italiano, nè a quel diritto di cittadina indipendenza che Dante avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere.
Nel libro pertanto della Monarchia abbiamo l’esposizione del sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava allora di dare coerenza per via di sofistiche argomentazioni; ma noi crediamo da gran tempo tutto quell’ordine di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. L’avere egli posto nella città e nel popolo di Roma la fonte di quel diritto dal quale uscisse il sommo impero ed universale, non era dottrina che Dante si fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana, era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva con l’ordine assicurare la libertà, nell’unità ammettere e comprendere le varietà; farsi attuazione dei voleri di Dio sulla terra, fondando tra gli uomini, col regno della virtù, perpetua pace universale: la monarchia dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere a questo modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare che mentre i libri del Convito e del Volgare Eloquio null’altro ci mostrano che studi interrotti; la Vita Nuova e la Monarchia ne dieno ragione, quello dell’anima del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si vennero a trasfondere nella grande opera del Poema.
È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche parte già era noto, prima ch’egli uscisse di Firenze. Concetto nell’animo subito dopo la morte di Beatrice nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli scriverlo in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi dalle ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto in lui prepotente gli facesse tosto mutare pensiero: ed è fuori d’ogni dubbio che i primi canti composti in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta al fine del settimo Canto, ricominciasse fuori di patria col principio dell’ottavo. Ma non vuolsi però immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine come farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri poi non mutasse o trasponesse quello che aveva prima scritto. Chi oserebbe divinare dentro ai segreti di una fantasia possente le vie per le quali si viene a svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi affanni che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto dell’Inferno la predizione di Ciacco si aggira su’ guai della città partita dove i giusti non sono intesi: dovea pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si ode stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose parole contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano per più terzine del Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. Scriveva queste dunque già essendo in esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni dopo la prima cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava di tratto in tratto qualche fiducia del ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella contestura del Poema entrare le umane come le divine cose, entrarvi ma sotto a un guardo più sereno, perchè non cercava allora il Poeta altro che inalzarsi fuori delle interne passioni dell’animo, che egli con la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. Quindi è che il linguaggio e il pensiero stesso nei primi sette Canti mi sembrano avere tempra più mite; in questi è Dante, ma non per anco inacerbito dalle sue piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo è Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; l’Impero deriva da essa ed insieme l’ammanto papale, sotto a cui non guardava egli per anco agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di professione di fede posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; se non che essendosi dopo all’esilio in lui destate nuove passioni che pur volevano disfogarsi, sentì egli avere bisogno di scendere ad altro linguaggio da quello che avrebbe voluto da prima serbare. Allora cred’io desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro del Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non compiuta esporre le regole che a sè medesimo cercava egli quanto alla lingua ed allo stile in questo genere di composizione.
La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare ivi gli affetti ed i pensieri che la forte anima comprendeva, lo fecero macro tutto il rimanente della vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso che umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di poesia si spazia su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della vita materiale fino alle più alte rivelazioni della coscienza; così nessuna riesce a comporre tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono insieme all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in ciò a mio credere sta la preminenza dell’Alighieri tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe forse dopo lui in altro idioma e sotto forma drammatica, una vena più ricca e possanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti di una facoltà inventiva che una dopo l’altra e ognuna da sè le fa passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti nei quali non pare che egli si fermi o che più all’uno che all’altro consenta. Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino il sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la parola nutrita d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo pare che si rifletta insieme tutto dentro a lui solo; talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta insieme l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come da un centro a una circonferenza volgere il sesto fino all’estremo dove non vanno altro che le idee, e tutte chiuderle in sè stesso. Così nel libro è tutto l’uomo, e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel mondo. Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i fatti che appartengono all’istoria, dappoichè in tanta eccellenza di argomento noi male potremmo aggiungere cosa, la quale ai dì nostri non fosse di troppo.
In quello stesso anno 1300, in cui Dante percorreva il celestiale suo viaggio, un mercante fiorentino Giovanni Villani trovandosi in Roma pel grande Giubbileo che Bonifazio VIII aveva intimato e al quale accorrevano cristiani d’ogni paese in numero incredibile, «veggendo le grandi e antiche cose di Roma, e leggendo le storie e’ grandi fatti de’ Romani, pigliò animo a scrivere i cominciamenti di Firenze e i fatti dei Fiorentini, e le altre notabili cose dell’universo in brieve.» Quella cronaca o storia è la maggiore alla quale uomo avesse posto mano da molti secoli. Così ad un tratto le nuove italiane lettere sorgeano giganti ed a sè faceano campo l’universo. Nota il Villani stesso, come «Firenze allora fosse nel suo montare e asseguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare:» nè falso era quel giudizio; ma non che nell’ordine politico, anche nell’ordine intellettuale il montare di Firenze non corrispose intieramente al miracolo di quei primordi. Gli uomini dall’ampio e forte pensiero qui aveano spirato le aure del secolo magnanimo di San Tommaso e dell’Alighieri; ma innanzi di rinvenire altezze consimili, Firenze aspettava la dantesca anima di Michelangelo e l’intelletto di Galileo.
La Poesia Italiana era sorta prima della metà del secolo tredicesimo: i Siciliani la celebrarono accolti nella splendida e gaia corte di Federigo II, il quale egli stesso amava far versi di lingua volgare in un co’ suoi figli; quasi piacesse allo Svevo anche in ciò contrastare ai Provenzali, che n’erano stati più antichi maestri. «Lo re (Manfredi) spisso la notte esceva per Barletta, cantando strambuotti e canzuni, che iva pigliando lo frisco; et con isso ivano dei musici siciliani, ch’erano gran romanzaturi.[147]» Dante incontrava nel Purgatorio Guido Guinicelli [m. 1276], pel quale ebbe l’arte del canto maggiore coltura che in Sicilia non avesse, e parve seco lui pigliare stanza in Bologna, dove accorrevano da oltre un secolo gli studiosi di tutta Italia. Dei Toscani poeti, un Lapo degli Uberti e quel cardinale Ottaviano degli Ubaldini che nelle istorie è ricordato come gran capo di parte e politico ardimentoso, furono tra’ primi dei quali sia rimasta memoria. Guittone d’Arezzo [m. 1294] ebbe maggiore e più durevole fama: di lui ci pervennero versi e prose, ma troppo guasti dalla sformata lezione perchè ne sia dato recarne ora buon giudizio; talune però, e massimamente un celebre sonetto di lui alla Vergine, mostrano in lui un poeta vero ed una lingua non balbettante. Ingegno acuto e capace di più alto volo, ma fantastico e temerario nelle filosofiche speculazioni e nelle sètte politiche, fu Guido Cavalcanti, che parve allo stesso Alighieri degno di correre seco gli spazi dei morti: egli e Cino da Pistoia [n. 1270, m. 1337], poeta insigne e giureconsulto, se non erano offuscati da quel terribile coetaneo loro, avrebbono fama e lode maggiore per aver essi precorso a quella poesia più temperata e più serena che il sovrano d’un’altra età Francesco Petrarca seppe condurre a sì alto segno. Francesco da Barberino [n. 1264, m. 1348] espresse in rime non infelici concetti morali ed alcune delle filosofiche sottilità che al tempo suo predominavano; i libri di lui non sono picciol lume alla storia dei costumi e del pensare dell’età sua. Fra Iacopone da Todi [m. 1306] scriveva cantici che tuttora ci rimangono in gran numero, alquanto rozzi e che risentono del parlare umbro; non mai però senza vigoria di stile e d’affetto, e spesso rivelatori di quelle passioni religiose che alle politiche si mescevano. Nè vuolsi tacere il lucchese Buonagiunta, che Dante stesso parve agguagliare al più chiaro tra’ poeti siculi Iacopo da Lentini ed a Guittone d’Arezzo. Di altri minori non è qui luogo a discorrere, tra’ quali due si rendettero famosi per nimistà contro all’Alighieri; e furono Dante da Maiano e Francesco d’Ascoli, il quale in Firenze come eretico e stregone fu arso l’anno 1327, autore d’un poema intitolato l’Acerba; titolo che bene si poteva convenire anche alla maligna e riottosa natura di lui.
La Prosa in Italia principiò ad essere coltivata nel tempo stesso della Poesia. Questa precede nei popoli i quali pervengono la prima volta a civiltà; ma in Italia le nuove lettere tutte nutrivansi di memorie: ed il volgare non era altro che un latino trasformato dalla lenta opera dei secoli, il quale divenne idioma nuovo e compiuto appena che il parlar comune ebbe acquistato tanta sicurezza di sè medesimo, che potesse nelle scritture distinguersi dalla lingua madre, e pigliar forma tutta sua propria. Il che nella prosa dovette rendersi più agevole di quello che fosse nel linguaggio figurato, dove predominavano gli esemplari o provenzali o latini, e che non traeva dal comun parlare norme sicure e bastevoli alla ambizione letterata di quei primi verseggiatori. La Cronaca di Matteo Spinelli pugliese [n. 1230], anteriore ad ogni altra in lingua volgare, è più italianamente scritta che non le rime dei Siciliani i quali sforzavano l’aspro dialetto a’ suoni e alle forme dei cantori provenzali.[148] Ma bentosto il seggio della lingua e del sapere veniva a porsi in Toscana. Più antico d’ogni altro fu Brunetto Latini, maestro di Dante, autore d’un Libro di sentenze rimate a cui diede il nome di Tesoretto. La maggiore opera sua, il Tesoro, fu scritta in francese: la chiameremmo oggi una piccola enciclopedia, contenendo essa quanto di fisica o di certa pratica filosofia chiudevasi allora nelle comuni scuole. Di lui abbiamo però in volgare anche versioni dal latino; e queste forse avranno dato al giovanetto suo discepolo animo a scrivere quella lingua che egli udiva parlare alla madre. Comincia la serie degli Storici Fiorentini dalla Cronaca che va sotto il nome di Ricordano Malespini, continuata da Giachetto suo nipote sino all’anno 1286. Pei tempi anteriori al 1300 basterà qui ricordare, come documenti della lingua, la versione dei Trattati d’Albertano da Brescia fatta l’anno 1278 da un notaio pistoiese, e quelle assai più notevoli di Bono Giamboni, il quale moriva prima che Dante scrivesse. A questi però sovrasta molto con quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni [m. 1323]: l’Alighieri tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso di dare al racconto la forma di storia secondo forse potè averne l’esempio in Sallustio. In quanto all’arguta speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la universalità dell’argomento e nella scienza dei fatti. Agli storici ed ai poeti s’aggiungevano i Moralisti; la lingua bastava a tutto svolgere il pensiero come a significare l’affetto. Il più antico di cui si abbiano predicazioni in volgare fu il frate Giordano da Rivalta [m. 1311]; non quali però da lui venivano pronunziate, ma trascritte compendiosamente da uno degli ascoltatori suoi. Conseguitava bentosto dello stesso ordine dei Predicatori, e nato pure di quella stessa provincia Pisana, altro d’assai maggiore scrittore Fra Domenico Cavalca [m. 1342], maggiore forse d’ogni altro che avesse mai l’idioma nostro, quanto alla proprietà delle parole e alla disinvoltura dell’andamento e alla naturalezza delle armonie: ascetico e moralista nei trattati che di esso ci rimangono in buon numero, egli è narratore impareggiabile in quelle vite o leggende dei cenobiti e degli anacoreti, che vanno col nome di Vite dei Santi Padri. Terzo dell’Ordine e della provincia stessa fu Bartolommeo da San Concordio [m. 1347], il quale con un breve libretto d’antiche sentenze ridotte in volgare meritò anche meglio della lingua che non per la traduzione delle Storie di Sallustio. Questi furono i principali tra gli scrittori che appartengono alla età dell’Alighieri e ai primi anni del secolo quattordicesimo.
Il dodicesimo era stato come il secolo eroico della città di Pisa, il secolo delle grandi imprese: nel susseguente ella pervenne a quello splendore, al quale suole nelle umane cose conseguitare la decadenza. Aveva essa edificato già innanzi la fine di quel secolo il suo mirabile Duomo, nel 1152 il Battistero, e nel 1174 il famoso Campanile. Bonanno pisano architettore di questo bello e singolare edifizio, si rendè chiaro altresì per lavori di fusione in bronzo: una porta del Duomo della sua città, e quella del tempio di Monreale presso Palermo di già prenunziano alle arti una adolescenza promettitrice. La Scultura mantenuta viva per tutti i secoli anteriori dalle grandi opere architettoniche alle quali era ella necessario ed abbondante sussidio, la scultura precorreva nel suo risorgimento alla pittura, ed ebbe il suo Giotto in Niccola Pisano nato verso il 1204, settant’anni prima del fiorentino Pittore. Molte sculture a basso rilievo in Pisa ed altrove, e soprattutto la celebre arca di San Domenico in Bologna, pongono il nome di Niccolò in cima a quelli degli altri grandi restauratori o, a dir meglio, fondatori delle arti belle in Italia. Giovanni suo figlio dava il disegno di quel mirabile Camposanto che fu incominciato nella città di Pisa l’anno 1278, sei anni prima della sconfitta che nelle acque della Meloria poneva termine alle grandezze di quella illustre città.