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Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

LIBRO TERZO.

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Capitolo I. IMPRESE E MORTE DI CASTRUCCIO — INTERNE RIFORME: I MAGISTRATI TRATTI A SORTE. [AN. 1322-1328.]

Ora comincia la più pericolosa guerra che avessero mai intorno a casa i Fiorentini. Castruccio degli Interminelli, cacciato da Lucca insieme col padre come Ghibellini, aveva condotto la gioventù poveramente dapprima in Ancona, quindi a Lione di Francia in servigio di mercatanti. Fece dimora anche nella Inghilterra, venuto in favore di quel re, ma gli convenne poi fuggirsene. Combattè con eccellente lode di valore le guerre di Fiandra sotto Alberto Scotto piacentino, e si acquistò grazia presso a Filippo re di Francia, a cui lo Scotto serviva. «Era della persona molto destro, grande, d’assai avvenente forma, schietto e non grosso, bianco, e pendea in pallido; i capelli diritti e biondi con assai grazioso viso.[151]» Grande maestro di guerra, e discostandosi dai modi usati nel governarla, fidava poco nelle fortezze, dicendo piacergli le fortezze le quali camminano; e intendeva le ordinanze strette, che rispondono ad ogni cenno del capitano. Potente sugli animi, e sufficiente a mantenere nei soldati la disciplina e nei popoli l’ubbidienza, da piccolo stato s’avviò a grandezza cui niun altro capo ghibellino infino al suo tempo avea nell’Italia osato aspirare. Ma nulla fondava, perchè ai figli suoi nemmanco rimase la possessione della città di Lucca, ed egli non fu altro che un nome nell’istoria.[152]

L’Italia, allora emancipata dalla Germanica signoria, non aveva ben certe ancora le sorti sue, dappoichè il popolo dei mercanti e quel dei signori, col nome di Guelfi e di Ghibellini, si pareggiavano tuttavia. Da questi poteva forse alla nazione venire grandezza, da quelli usciva la libertà: prevaleva essa principalmente nelle città di Toscana, varia come il suolo che la produceva; ma erano invece nei piani Lombardi signorie possenti, costumi baronali e principeschi: ivi era più scarso il sangue latino, e il fiume del Po chiamava a confondersi nella unità tutte le acque che in lui sgorgano. Castruccio pertanto rinveniva intorno a sè campo meno atto alle grandi imprese; era egli a Pisa come straniero, e a Firenze si può dire, che il suolo stesso lo respingesse. Nondimeno, se egli non moriva, quel che fosse per avvenire non so; e quel grande uomo insufficiente a fare sorgere un’Italia forte, poteva opprimere la Toscana.

Cessata, dopo otto anni e mezzo, nel 1322 la signoria del re Roberto, i Fiorentini ricominciarono a eleggere essi, come per l’innanzi, il Potestà e il Capitano. Continuavano intanto a combattere in Toscana contro Castruccio, e in Lombardia soccorrevano quella maggior guerra che le genti della Chiesa portavano contro a Matteo Visconti fin sotto alle porte di Milano. Ma questa perdeva poi bentosto il suo pericolo essendo venuto a morte Matteo in età di novant’anni, pur sempre fiero ed avveduto, e uomo di grandi fatti e consiglio: finiva scomunicato come eretico e scismatico. A quella morte, il maggiore figlio suo Galeazzo Visconti era cacciato in breve ora prima da Piacenza e poi da Milano; il che era sgominare tutte le forze de’ Ghibellini, e a Firenze se ne fecero le usate feste. Ma quivi durava poco tempo la letizia, poichè Castruccio, ingrossando sempre dopo avere fin dall’anno innanzi costretto Pistoia ad essergli tributaria, tirato a sè uno dei capitani forestieri ch’erano al soldo dei Fiorentini, e resi vani i disegni di quella Repubblica la quale cercava farlo assalire per mare e per terra dai Genovesi, «pieno d’audacia e baldanza, il dì di calende luglio 1323 subitamente cavalcò in sul contado di Prato, perchè i Pratesi non gli voleano dare tributo; postosi a campo alla villa d’Aiuolo con seicentocinquanta uomini a cavallo e quattromila pedoni.» I Fiorentini, incontanente saputa la novella, serrate le botteghe e lasciata ogni arte e mestiere, cavalcarono a Prato, popolo e cavalieri; ciascuna Arte vi mandò gente a piede e a cavallo, e molte casate di Firenze grandi e popolani vi mandarono masnade a piedi a loro spese; e i Priori pubblicarono, che qualunque sbandito guelfo si rassegnasse nella detta oste, sarebbe fuori d’ogni bando. Il dì seguente si ritrovarono in Prato i Fiorentini, che assommavano a millecinquecento cavalieri e ventimila pedoni;[153] d’essi, quattromila e più erano degli sbanditi, molto fiera gente. Disegnavano per l’indomani uscire a battaglia contro Castruccio; ma egli il dì appresso, levato il campo, si partì d’Aiuolo; e colla preda che avea fatta in sul contado di Prato, passò l’Ombrone, e senza arresto e di buon andare si ridusse a Serravalle. «Se i Fiorentini avessero mandato (scrive il Villani) di loro gente come potevano ad intercettare l’oste di Castruccio da Serravalle, al certo costui e la sua gente rimanevano morti e presi: ma a cui Dio vuol male, gli toglie il senno.[154]»

I Fiorentini rimasti in Prato con poco ordine e senza capitano, e perchè i nobili non volevano vincere la guerra a pro dello Stato popolare; scisma e discordia nacque nel campo, imperocchè il popolo tutto voleva seguire dietro a Castruccio, e i nobili quasi tutti non voleano. Chiedevano essere liberati dagli ordini della giustizia, o come da loro si chiamavano, della tristizia;[155] la qual cosa il popolo non acconsentendo, fu mandato a Firenze ambasciatori per la deliberazione, se dovessero andare innanzi o ritornare in Firenze. Si venne a consulta intorno a ciò nel palazzo del Comune: ma per non essere modo all’accordarsi, tirando innanzi di consiglio in consiglio senza pigliare partito; il popolo minuto ch’era di fuori, cominciando da’ piccoli fanciulli, raunatisi in quantità innumerabile di gente, gridando Battaglia battaglia, e Muoiano i traditori, e gittando pietre alle finestre del palagio; fattasi notte, i signori Priori col detto Consiglio, per tema del popolo e quasi per necessità, stanziarono che l’esercito procedesse. Il quale moveva da Prato a Fucecchio; ma giunti quivi in disordine, ricominciarono i lamenti, e i nobili si rifiutavano. Però l’esercito che, accresciuto di nuovi rinforzi mandati da Bologna e da Siena, avrebbe potuto spingere l’impresa con suo vantaggio contro a Lucca, non avendo capitano che fosse da ciò, tornava in Firenze senza nulla fare, con grande vergogna. Venne ad aggiungere peggio al male, chè gli sbanditi ad istigazione di certi nobili si accostarono a Firenze a insegne levate, credendo per forza entrare dentro. Sentendo ciò il popolo, a suon di campane s’armò in difesa della città; e la mattina seguente essendo tornata la cavalleria col rimanente di quell’esercito, gli sbanditi si fuggirono; ma di lì a poco di nuovo chiedendo essi l’osservanza della promessa che aveano avuta solennemente dai Priori, non si trovò via per gli forti ordini contro loro che ottenessero il ritorno.[156] Allora otto dei loro caporali, che erano in Firenze a sicurtà per sollecitare d’essere ribanditi, reggendo fallita la speranza, ordinarono congiura nella città col favore di certi nobili i quali erano delle stesse loro case: e la notte di san Lorenzo vennero alle porte della città da più parti sessanta a cavallo e più di millecinquecento a piedi con le scuri per tagliare la porta verso Fiesole. Del che avutosi qualche sentore la sera innanzi, la città fu in arme e in gran tremore, dubitando il popolo di tradimento per parte dei grandi. Ma gli sbanditi ch’erano di fuori, veduto portare fiaccole sulle mura, e che nessuno rispondeva loro dentro, si partirono, senz’altro fare, alla spicciolata. Volevano allora i reggitori fare giustizia dei congiurati, ma si rimasero, tanti n’erano colpevoli. Il grosso del popolo chiedeva a ogni modo che giustizia si facesse; e alla fine essendo apposto ad Amerigo Donati, a Tegghia Frescobaldi ed a Lotteringo Gherardini che avessero acconsentito alla congiura, furono citati a comparire: confessarono di avere sentito il trattato, ma non esservi legati; e perchè nol palesarono a’ Priori, furono condannati ciascuno in lire 2000 e al confine per sei mesi fuori della città e contado quaranta miglia;[157] mite punizione, che fece il popolo mormorare.

Poco di poi gli sbanditi ai quali era stato promesso il ritorno, l’ottennero sotto certe riserve, e con esclusione di quelli che parvero o più colpevoli o pericolosi. Ma qui, seguitando gli interni fatti, diremo come sulla fine di quell’anno essendo il governo dei popolani troppo ristretto e dominato da una fazione che si chiamò dei Serraglini, e della quale stava a capo la famiglia assai brigante dei Bordoni, parve a’ buoni cittadini si dovesse accomunare il governo fuori di quella fazione, ampliando il numero di coloro che risedessero nei magistrati. E perchè nelle elezioni le brighe riuscivano a soverchiare la volontà comune ed erano spesso cagione di scandali, e per la brama, o quasi direi per la manìa, d’egualità che dominava nella Repubblica fra tutte la più democratica che fosse mai; nè attentandosi d’affrontare ogni due mesi i tumulti d’una elezione popolare e di suffragi dati in piazza; in luogo di voti, posero la sorte; modo novello che, mantenuto sempre dipoi, divenne costume rimasto vivo fino ai giorni nostri e ch’io non temo di appellare funesto. Per quello viene ad abbassarsi l’autorità dei magistrati, del che si giovano le democrazie come i governi più assoluti; ma col decadere i magistrati lo Stato decade, e se pericoli sopravvengano, si trova ignudo d’ogni difesa. Fu data balìa a’ Priori di quel tempo, e ad altri dei maggiori popolani che allora avevano magistrato, di imborsare i nomi di coloro i quali dovessero tenere il priorato per quarantadue mesi, mischiandovi gente che n’era esclusa da più anni: da quelle borse poi venivano ogni due mesi tratti a sorte i nomi di quelli che volta per volta dovessero risedere: in seguito estesero l’ordine medesimo ai dodici Buonuomini e a’ Gonfalonieri delle compagnie, e a’ condottieri delle milizie.

Ed oltre a ciò, per assicurarsi che le compagnie armate del popolo fossero pronte ad ogni difesa, e perchè i Gonfaloni sotto a’ quali si radunavano parve non bastassero per ciò che erano pochi e radi, e le case dei grandi gli tramezzavano così da impedire talvolta il subito radunarsi; per questo posero altre insegne, alle quali i cittadini uscendo di casa potessero correre, se alcun rumore nascesse, ed ivi raccogliersi con sicurezza per la vicinità: chiamavano queste insegne Pennoni, e Pennonieri i minori capi, i quali dovevano condurre ciascuno le genti raccolte ai Gonfalonieri delle compagnie. Trentasei furono i pennoni, divisi a due o a tre o a quattro sotto ciascuno gonfaloniere di compagnia: tanto geloso era questo popolo, e tanto minuto nei provvedimenti. L’anno dipoi, sembrando le borse non essere fatte con diligenza e con libertà bastante, furono esse rivedute: non trovarono il male grande quanto si credeva, ma pur nonostante corressero il fatto, così che fossero imborsati quei buoni cittadini i quali ne erano stati esclusi per le brighe dei Bordoni: e poi volendo contro a questi severamente procedere così da estirpare quel morbo insino dalla radice, fecero d’avere a loro modo un Esecutore degli ordini della giustizia; e questi poi, non senza contrasto, puniva di multa e sbandiva i principali di quella famiglia ed i maggiori loro aderenti. Ma il guasto poi non si correggeva senza incorrere in un altro male, perchè gli uomini forestieri cui davano giurisdizione, soventi volte ne abusavano, siccome avvenne anche in allora: talchè avanzando un altro gran passo in quella via tutta cittadina, e dismettendo ogni finzione o rimembranza dei vecchi tempi e della scossa autorità imperiale, decretarono che il Gonfaloniere co’ Priori e co’ Buonuomini potessero, come capi e principi dello Stato, annullare il Potestà e il Capitano e l’Esecutore che abusassero del loro ufficio; ma è da notare il modo che tennero: non osando fare che il Gonfaloniere andasse contro alle potestà che per antico diritto da più valevano che la sua, diedero a lui facoltà di rimuovere quella famiglia che ciascuno dei predetti magistrati portava seco in molto numero, e che erano la forza sua: nulla potevano senza la famiglia loro; talchè il popolo venne così di piatto all’intento suo, e lo stesso Potestà altro non fu da quell’ora in poi che un mero giudice salariato.[158]

In quello stesso anno ebbero grazia dieci casate di grandi e venticinque schiatte di nobili di contado, le quali furono recate a popolo. Il che da molti fu biasimato,[159] perchè erano famiglie di picciol conto; laddove molte di popolani possenti e oltraggiosi erano degne d’essere messe tra i grandi per bene del popolo. Condizione singolare di questa città, dove i grandi si vivevano come stranieri nella Repubblica; e molti del popolo e sin’anche della plebe, impinguati, dai guadagni, e spinti innanzi dagli uffici, pigliavano i vizi o scimmieggiavano le vanità dei grandi. Del che il Sacchetti ne ha lasciato curioso esempio dov’egli narra come «un grossolano artefice, avendo bisogno forse per andare in castellaneria di far dipignere un suo palvese, mandò alla bottega di Giotto, avendo chi gli portava il palvese drieto; e giunto gli disse: Dio ti salvi, maestro; io vorrei che mi dipignessi l’arme mia in questo palvese.» Giotto vi fece tal dipintura ch’era una burla; e l’altro vistala, e dicendo a Giotto male parole, questi rispose: «Tu dei essere una gran bestia, che chi ti dicesse: chi se’ tu? appena lo sapresti dire; e giungi qui e di’: dipignimi l’arma mia. Se tu fossi stato de’ Bardi, sarebbe bastato: che arma porti tu? chi furono gli antichi tuoi? deh che non ti vergogni! comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d’arma, come se tu fossi de’ Reali di Francia.» Infine l’autore: «ogni tristo vuol far arme e far casati; e di tali, che li loro padri saranno stati trovati agli ospedali.[160]» A dimostrare poi quanto grande moto di ricchezze fosse nella città di Firenze, ne basti dire che una compagnia di cambiatori e mercatanti, quella degli Scali e degli Amieri, i quali erano degli antichi grandi, falliva ad un tratto per quattrocentomila fiorini d’oro, dopo essere durata oltre cento anni, tirando seco altre buone compagnie, o rendendole sospette con grave scapito dei commerci.[161]

Castruccio intanto continuava ferocemente la guerra che abbiamo lasciata sotto le mura di Fucecchio, dove i Fiorentini per discordie non si attentarono di assalirlo. Aveva egli poi cercato invano di occupare per aspra battaglia quella terra posta a capo della inferiore valle d’Arno e della strada verso Pistoia. Invano pure tentava, per tradimento d’alcuni, la signoria della città di Pisa; perchè i Pisani, del pari temendo i Fiorentini per antichi odi, e Castruccio che gli avrebbe assoggettati alla vicina Lucca, si adoperavano in più modi a schermirsi d’ambedue: ma trista era quella condizione; e Pisa venuta già da molti anni in sul discendere, aveva perduto allora appunto ogni signoria nell’isola di Sardegna venuta in mano degli Aragonesi. Castruccio ogni dì più raccoglieva intorno a sè le maggiori forze ghibelline; mentre Firenze dall’altro lato si muniva d’amistà collegandosi e soccorrendo, qualora i casi ciò richiedessero, le città guelfe della Toscana, e Orvieto e Perugia etrusche e guelfe, ed in ogni tempo consorti e amiche a’ Fiorentini; e quelle pure della Romagna. Fu grande l’aiuto che ad essi prestarono in quella guerra i Sanesi, dei quali venne anche molto numero di cavalieri per generosa volontà d’animo. Capitano era dei Fiorentini Bertramo del Balzo, chiamato il Conte Novello, perchè non era di famiglia, ma fatto conte dal re Roberto, e da lui mandato a’ soldi della Repubblica insieme con poche centinaia di milizie. Avevano anche i Fiorentini assoldato Francesi in numero di trecento; ma tardi vennero, ed a Firenze non recarono l’aiuto che si sperava, caduti anche taluni di loro in sospetto di tenere segrete pratiche con Castruccio. Ma tutto il nodo di quella guerra può dirsi che fosse allora Pistoia, dove era signore un Filippo Tedici, lungamente bramoso non d’altro che di venderla a quel maggior prezzo che un de’ vicini gliela pagasse; e i Fiorentini per alcun tempo l’ebbero anch’essi a discrezione, ma la perderono ad un tratto soverchiati dalle arti e dalle armi di Castruccio.[162]

A quell’annunzio, vedendo grave e soprastante il pericolo alla città stessa di Firenze, con grande studio si diedero a raccogliere un esercito, che riusciva assai numeroso di cavalieri e di fanteria, avendo prestato in tutto il corso di quella guerra opera egregia i collegati. La spesa ammontava (secondo scrivono) a tremila fiorini d’oro al giorno; somma incredibile a quei tempi e in territorio così angusto: ma le gravezze di nuovo imposte si pagavano alacremente dai cittadini, che difendevano sè medesimi e da sè stessi le amministravano. E perchè il Conte Novello si era mostrato poco esperto della guerra, e da star male a petto di un tanto avveduto capitano qual era Castruccio, in sua vece elessero il catalano Raimondo da Cardona, sperimentato nelle guerre di Lombardia, nelle quali però sempre fu egli infelice, ed allora usciva dalla prigionia in cui lo tennero i Visconti. Andava questi a porsi a campo sotto Pistoia, invano tentando con ogni artifizio smuovere Castruccio, il quale così pertinace in aspettare com’era pronto nell’assalire quando l’occasione fosse buona, si tenne chiuso dentro le mura. Per il che il Cardona avendo preso migliore partito, e sottrattosi per via di strattagemmi alla vigilanza di Castruccio, andò a gettarsi con tutta l’oste dall’altra banda di quei poggi, i quali dividono dalla pianura di Pistoia la valle d’Arno; e avendo espugnato il ponte a Cappiano, passato il fosso della Gusciana ed occupato Montefalcone, andò a porsi all’Altopascio, che in pochi giorni se gli arrese, di là minacciando Lucca stessa, e pronto ad ogni combattimento. Ma se quella mossa parve essere di buon augurio, male risposero gli accorgimenti del capitano quando il nemico gli stava a fronte, e mancò l’arte dell’accamparsi. Una prima battaglietta lasciava in forse la vittoria; se non che il campo rimasto a Castruccio, a lui diede quell’onore che è per sè stesso una grande forza: e intanto l’oste de’ Fiorentini scemava per morbi in quei terreni impaludati, correndo l’agosto; e oltreciò si disse, che il Cardona lasciasse per moneta partirsi dal campo i soldati; e che l’esercito al combattere si trovasse dimezzato. Castruccio pativa travagli consimili: ma intanto scendeva dalla Lombardia per dargli aiuto Azzo Visconti con ottocento Tedeschi; ed egli indugiava sinchè giungessero, e stava lì fermo con mirabile costanza, ed intratteneva con fallaci negoziati l’imprudenza del Cardona. Giungeva Azzo, ma prima di combattere mercanteggiava; nè si sarebbe forse egli mosso quand’era d’uopo, se al giovanile animo di lui non facevano assalto grande la moglie stessa di Castruccio e le più belle donne di Lucca, a lui deputate perchè dell’avarizia si vergognasse. Usciva infine egli da Lucca, e diede dentro animosamente quando la pugna era cominciata; la quale voltatasi non senza molto contrasto in favore di Castruccio, ottenne questi vittoria piena, massimamente perchè era egli stato molto sollecito d’intercettare tutti i passi ai nemici che fuggivano; cosicchè il numero dei prigionieri sopravanzò quello dei morti: e gli effetti riuscirono ai Fiorentini anche peggiori della stessa rotta, che fu ai 23 settembre 1325. Oltre a buon numero di cavalieri toscani, rimasero presi in quei fatti il capitano Raimondo da Cardona col figlio suo, ed Urlimbacca tedesco, uomo di grande valore ed assai caro ai Fiorentini; e con più altri francesi Piero di Narsi, del quale un figlio giovinetto fu morto; ed egli liberato dalla prigionia, ebbe dipoi la trista sorte che in appresso racconteremo. Castruccio fu detto che avesse del riscatto di tanti illustri prigionieri ben centomila fiorini d’oro.[163] Abbiamo la lista dei feditori, e poi quella dei prigionieri caduti in mano di Castruccio per quella battaglia; dopo la quale più non si trova che i cittadini di Firenze andassero di persona in grande numero alle guerre.

Nè indugiò guari il vincitore, che scese rapido e terribile alla volta di Firenze. Ripigliate le tolte castella, che tosto disfece, poneva assedio a Carmignano; e senza aspettare la resa di quello, invadeva Signa, che per viltà dei soldati bentosto cedette. Ed egli padrone oramai di quella ricca e popolata pianura che sta intorno alla città dalle due parti dell’Arno, percorsala tutta partitamente in più giorni e quasi a disegno di bene ordinata distruzione, dopo avere lasciato ai soldati campo alle rapine dei ricchi mobili e degli arnesi ond’erano piene le ville e le chiese ed i monasteri decorati dalla pietà dei cittadini, cominciò a disfare le ville stesse e gli edificii. Cosicchè tutto lo spazio il quale è dai poggi di Colombaia e di Marignolle e di Giogoli infino a quelli che soprastanno a Careggi, ed a piè del monte infino a Sesto e a Calenzano, e quanto egli più poteva intorno alla città, tutto fu arso o devastato: fu danno gravissimo anche di opere che avevano pregio eccellente per l’arte, la pittura avendo già formato scuola in Firenze di chiari artefici, ed i cittadini compiacendosi adornare co’ dipinti le case loro ed i monasteri. Azzo Visconti veniva poi a vendicare l’ingiuria sofferta quando i Fiorentini pochi anni innanzi avevano corso un palio intorno alle mura di Milano; e venne Azzo a solo fine di correre un palio presso alle mura di Firenze al ponte a Rifredi, siccome tre altri ne aveva Castruccio corsi a Monticelli; che uno di cavalli, l’altro di fanti e il terzo di femmine meretrici: e in onta pure dei Fiorentini, a Signa dove egli aveva posto il campo suo, fece battere moneta d’oro. I Fiorentini a quei danni e a quelle depredazioni non si mossero, com’è solito delle città ricche, le quali temono più che ardiscano: e pure Firenze era gremita di gente ivi rifuggita da ogni parte della vicina campagna; ma non fecero, pel troppo ingombro, altro che produrre malattie e morti che furono in città più numerose di quelle che avrebbono incontrate combattendo. Si aggiungeva, che le mura lasciavano spazi tuttora aperti, di poco avendo cominciato a cingere il sesto d’oltrarno; il che serviva molto ad accrescere il terrore: era questo il terzo cerchio della città che via via si ampliava. Castruccio dipoi tornato a Lucca, volle onorare a modo antico le sue vittorie, e conduceva trionfo splendido, egli preceduto da lunga fila di prigionieri, i quali andavano con torchietti accesi a fare offerta a san Martino, da lui prescelto nuovo patrono alla città. E di lì subito si riconduceva intorno a Firenze, ponendo assedio a Montemurlo e continuando le devastazioni; le quali così dai primi giorni d’ottobre durarono sino al finire di quell’anno ed anche all’entrare del successivo 1326, per lo spazio di più mesi.

In tali angustie dei Fiorentini, abbiamo documento che richiamarono, facendone cerna molto rigorosa, non pochi di quelli uomini o famiglie i quali avessero avuto condanna per causa di parte o anche di private nimicizie, sebbene fossero veri Guelfi.[164] Temevano anche di tradimento; e a quelle famiglie che avevano prigionieri alcuni dei loro nelle mani di Castruccio, stanziarono fosse vietato il governo dei castelli, con farle inabili agli uffici che più importassero alla guerra. Cresceva terrore il sospetto che Guido Tarlati dei signori di Pietramala, vescovo d’Arezzo, muovendo dall’opposta parte, venisse a compiere la ruina; ma questi, geloso della grandezza di Castruccio, si tenne fermo nella provincia sua, contento recare ai Fiorentini non gravi danni, che profittassero a lui solo. E questi, sebbene allora messi a sì dure strette, quel che potevano per moneta sempre operavano francamente; e col nemico alle porte loro diedero aiuto ai Bolognesi in certa guerra di Lombardia: quindi posero altre gabelle, e le riscossero in grande somma. Ma tuttociò non bastando, e caduti un’altra volta nella consueta necessità di ricorrere a signoria forestiera, concessero questa negli ultimi giorni del dicembre a Carlo duca di Calabria figlio primogenito del re Roberto, facendo a lui condizioni anche più larghe di quelle che erane usate: doveva egli tenere al servigio de’ Fiorentini mille cavalli oltramontani, ed essi pagare a lui per dieci anni della signoria duecentomila fiorini d’oro all’anno finchè durasse la guerra, e centomila in tempo di pace. Co’ Fiorentini erano dunque Spagnuoli, Francesi ed inclusive Tedeschi, essendo soliti i cavalieri di quella età porsi al servizio di chiunque gli facesse battagliare: Castruccio aveva seco Tedeschi ed Inglesi e Borgognoni, taluni dei quali avendo contro lui ordito congiura, egli con fiero animo, ed in presenza di tutto il campo, ad essi fece mozzare il capo. Tornava dipoi una terza volta nel febbraio intorno Firenze, e smantellata Signa che non gli serviva, fortificò Carmignano che egli voleva fare sedia della guerra; corse la valle di Pesa fino a San Casciano ogni cosa distruggendo, e con audace proponimento voleva chiudere l’Arno nella Golfolina per indi allagare l’odiata città: ma trovò essere ciò impossibile. Tirato quindi per falsi complici dentro un aguato Piero di Narsi, che prigione liberato da Castruccio poi capitano de’ Fiorentini gli aveva tramata la morte, fece a lui mozzare il capo come traditore delle onorate leggi della milizia. Furono allora Castruccio ed il Vescovo d’Arezzo percossi dal Papa di nuova scomunica; il quale però non volle bandire contro ad essi la crociata, benchè richiesto dai Fiorentini; bensì eleggeva il re Roberto vicario in Italia dell’Impero che in Allemagna era vacante. Da Napoli veniva allora in Firenze con la prima mano di soldati il francese Gualtieri di Brienne duca d’Atene, che poi vedremo troppo famoso nelle istorie nostre. E nei giorni ultimi del luglio 1326 giungeva lo stesso Duca di Calabria, con la Duchessa sua moglie figlia di Carlo di Valois, e con Giovanni principe della Morea suo zio che aveva anch’esso la moglie, e con Filippo despòto di Romania suo cugino, e con molta baronia di varie nazioni; in tutto duemila cavalieri, dei quali duecento erano a spron d’oro: si aggiungeva poi la corte del Cardinale Legato, venuto anch’egli nei giorni stessi. Ingente spesa alla città, ed ai costumi molto gran guasto recarono quelle corti forestiere, con grave lamento dei timorati popolani che a noi trasmisero questi fatti.[165] Leggi frequenti, e sempre inutili, tentavano porre un qualche freno agli adornamenti ed allo sfoggiare delle donne: ora i Francesi, grandi vagheggiatori, ottennero dalla Duchessa di Calabria si abolissero quelle leggi; e le donne imbaldanzite viepiù sfrenarono negli addobbi: coteste erano le valenti donne magnificate poi dal Boccaccio e fatte celebri nel Decamerone.

Tanto numero di assoldati, e gli aiuti che man mano venivano dalle città guelfe di Toscana, e le cerne di milizie che si facevano nel contado, allontanarono da Firenze la guerra portata allora da Castruccio in Lunigiana; dove i marchesi Malaspina, da lui spossessati, se gli volgevano contro con fresche armi di Lombardia. Continuava essa più mesi senza gran frutto, poichè Castruccio, solenne maestro, la sosteneva com’era solito animosamente. Piaceva al Duca di Calabria più che il combattere starsi a Firenze in largo vivere: aveva tolto egli per sè anche il diritto di nominare i magistrati della Repubblica, ed annullando le imborsazioni vecchie, faceva eleggere chi a lui piacesse: fu tra gli altri Gonfaloniere un della casa degli Acciaioli, già bene affetta ai re di Napoli. Ma in ciò mostrava egli buon giudizio, che i cittadini delle famiglie grandi facendo pratiche perchè fosse a lui data signoria libera, la rifiutava, ben conoscendo la forza vera della città stare nel popolo, e che meglio era farselo amico volonteroso che averlo suddito malcontento. Altre città e non poche terre di Toscana s’erano a lui date; e Prato in perpetuo, ch’era il più prossimo a Firenze: inoltre Carlo teneva Siena e grande stato da quella parte; in Roma aveva potenti amici, e più altri in Genova che lo seguitavano: così da Napoli fino alla Provenza, che apparteneva al re Roberto, ogni cosa era in soggezione di questo capo di parte guelfa: Parma e Bologna si erano date al Legato del Pontefice, che in Italia guerreggiava. Dal che venuti in apprensione grande i Ghibellini, s’appigliarono dal canto loro a quel partito che era ad essi consueto, chiamando in Italia questa volta non le forze ma la persona ed il nome dell’Imperatore di Germania. Era questi Lodovico di Baviera, salito all’Impero per lungo contrasto, ma in esso mal fermo, e svogliato dell’Italia perchè, non avendo sue forze proprie, gli conveniva stare quasi a discrezione di quei vassalli dei quali era egli poco altro che un mercenario. Venuto a Trento, si radunarono intorno ad esso i Visconti di Milano con gli Scaligeri di Verona e co’ signori di Mantova e co’ Marchesi da Este, e gli ambasciatori di Federigo re di Sicilia e di Castruccio, e quanti erano fuorusciti ghibellini da ogni parte d’Italia. Vi andò il Vescovo d’Arezzo, dal quale fu poi l’Imperatore incoronato a Milano come re di Lombardia; e quel Vescovo scomunicato si rivolgeva contro al Papa, che dai Ghibellini radunati venne deposto e chiamato eretico.

Mentre avvenivano tali cose, e che il Bavaro intorno a sè raccoglieva quante forze a lui prestassero gl’Italiani, in Toscana il Duca di Calabria intendeva con la guerra ad infestare Castruccio, e in Lucca stessa gli suscitava contro una potente congiura, bentosto repressa e ferocemente gastigata. Una mossa vigorosa dell’esercito dei Fiorentini aveva intanto miglior successo, imperocchè Santa Maria in Monte, allora tenuta come il più forte castello il quale fosse nella Toscana, a un tratto investita con fiero assalto, dovette cedere alle armi guelfe, stando Castruccio sulle difese intorno a Lucca finchè il Bavaro non giungesse, ed aspettando maggiori cose. Gli andava incontro sino a Pontremoli con grande pompa di accoglienze; quindi con forze riunite, nei primi giorni del settembre 1327, vennero a porre l’assedio a Pisa; la quale, benchè fosse antica ghibellina, temeva Castruccio ed aborriva sopra ogni cosa dal sottostare alla vicina Lucca. Era nel campo il Vescovo d’Arezzo, anch’egli pauroso di quella grandezza a cui vedeva salire costui quando egli avesse acquistato Pisa. Tantochè, dopo avere inutilmente cercato gli accordi, quando egli vidde l’Imperatore entrato in Pisa e seco quell’uomo dal quale ogni cosa dipendeva, si partì cruccioso, e in pochi giorni venne a morte, prima di giungere in Arezzo. Rimane di lui nella chiesa cattedrale di quella città un molto splendido monumento, dove con belle sculture sono effigiate le profane imprese di lui, coi nomi di molte castella espugnate.

Il Bavaro intanto, il quale non volle per allora dare Pisa parendogli essere città da smugnere poi da vendere quandochè fosse, a caro prezzo; venuto a Lucca, insignì Castruccio facendolo Duca di questa città; nuovo titolo nè ad altri dato in Italia sino allora dagli Imperatori d’Allemagna: poi venne seco fino a Pistoia, da dove Castruccio gli mostrò Firenze, invano studiandosi fargli aggradire quella impresa. Al Bavaro invece premeva quella del Regno, e prima l’andare in Roma a farsi incoronare. Castruccio dovette di male animo seguitarlo, costretto da quella necessità che rendeva inabile ogni capo ghibellino ad acquistarsi una grandezza tutta sua propria e nazionale. Nè meglio fruttava agli Imperatori la corona ch’essi venivano a cercare in Roma, e meno d’ogni altra la falsa corona che il Bavaro si fece imporre sul capo da un suo antipapa, con vana pompa e poco seguito e favore. Moveva quindi inverso Napoli; ed a quell’annunzio si partiva nei giorni ultimi del dicembre da Firenze il Duca di Calabria chiamato dal padre, e qui lasciando un suo vicario. Ma non potè il Bavaro tentare l’impresa del Regno, imperocchè essendo venuto a Castruccio subito avviso che la città a lui tanto cara di Pistoia, sorpresa per grande notturno assalto dai Fiorentini, era caduta in mano di questi e posta a sacco per dieci giorni; egli, senz’altro discorrere,[166] lasciata Roma e seguitato da tutto il nerbo delle sue genti, per la via della Maremma venne a Pisa; e considerato quello essere tempo e necessità da gettar via ogni riguardo verso l’Imperatore, e che alla recuperazione di Pistoia gli abbisognava far capitale di tutta Pisa, pigliava in mano il dominio libero della città, recando a sè tutte le entrate e gabelle del Comune e gravandola di nuove taglie: al che il Bavaro fu costretto a mal suo grado di consentire. E Castruccio, venuto il dì ultimo del maggio 1328 a porre con la persona sua l’assedio a Pistoia, combattè per oltre due mesi la città contro al Vicario del Duca ed al Maliscalco della Chiesa, con grande fatica d’opere d’assedio e molti scontri con gli inimici; i quali tentato inutilmente di fargli abbandonare l’impresa col minacciarlo essi dalla banda di Pisa e di Lucca, e in lui trovata contra ogni insulto quella costanza che gli era solita, infine lo viddero sotto agli occhi loro stessi entrare a patti nella città rimasta vuota di provvigioni. Di lì anelava all’impresa di Firenze, essendosi il Bavaro digià accostato fino a Todi col proposito di farsi innanzi per la via d’Arezzo, intantochè altre delle sue genti calavano dalla parte del Mugello, e Castruccio preparava maggiore guerra e più terribile per le vie note della pianura. Nè sarebbe stato nulla che l’Imperatore avesse in quel mezzo abbandonata l’impresa, andato a congiungersi in Maremma con le forze di Pietro figliuolo del re di Sicilia ch’era sbarcato a Talamone, se tanto pericolo della città di Firenze non fosse ad un tratto venuto a cessare per la morte di Castruccio. Il quale, infermo per le fatiche da lui sostenute nell’assedio di Pistoia, finiva la vita in Lucca il terzo dì del settembre: ma quella morte rimase occulta per alquanti giorni poi, siccome aveva egli prescritto, perchè i figliuoli avessero agio di assicurarsi nello Stato. Era Castruccio duca di Lucca, signore di Pisa e di Pistoia e della Lunigiana e di gran parte della riviera di Genova di Levante, con più di trecento castella murate: ma quante fossero le difficoltà nelle quali si avvolgeva quella sforzata sua grandezza, parve che avesse egli mostrato allorachè in Roma alla incoronazione dell’Imperatore, sopra una sua roba di sciamito chermisi portava scritti questi due motti: dinanzi al petto Egli è quello che Dio vuole, e dietro le spalle Sarà quello che Dio vorrà. E poco innanzi alla sua morte, conoscendosi morire, disse ai suoi più stretti amici: che dopo lui vedrebbero rivoluzione.[167] Era in età di 47 anni quando moriva.

Due mesi dopo venne a morte Carlo duca di Calabria, il che fu ruina di casa d’Angiò rimasta priva di successione maschia; ma Firenze per tal modo riacquistava la libertà quando era cessata la necessità della difesa. Laonde attesero i magistrati a riordinare lo Stato; e perchè tale ordinamento rimase poi stabile e diede forma alla Repubblica, lo trascriveremo qui distesamente in molte sue particolarità. «Volendo che lo squittinio de’ loro magistrati procedesse sinceramente, trovarono questa via, che tutti gli ufficiali che di presente governavano la città, come Priori, Consiglieri, Gonfalonieri di compagnie, Capitani di parte guelfa, Cinque della mercatanzia e Consoli delle arti, ciascun magistrato con due arroti popolani per sesto, che vennero a fare il numero di novantotto persone, nominassero tutti coloro che di trenta anni in su erano stimati degni del priorato. Ciascun de’ quali, avendo sessantotto fave nere, avesse a imborsarsi di sesto in sesto per esser tratto a’ tempi ordinati, di mano in mano che si facea la creazione de’ nuovi magistrati. Alla qual cosa procedettono con tanto riguardo, che oltre aver preposto al contar delle fave sei Religiosi forestieri d’ottima fama, vollono ancora che il forziere ove dette borse si conservavano fosse portato nella sagrestia de’ frati Minori, e che di tre chiavi che v’erano, una tenessono i frati conversi di Settimo, l’altra il Capitano del popolo, e la terza il ministro de’ frati Minori, con ordine che ogni due mesi, tre dì innanzi che i vecchi Priori deponessero il loro ufficio, facessero venire il detto forziere, e in presenza di tutto il consiglio aprirlo e trarre a ventura tante bollette quante bisognavano a fare i nuovi Priori; i quali s’intendessero esser subitamente fatti, se non erano impediti dal divieto: il quale a quelli d’una famiglia s’intendeva esser di sei mesi, e tra padri, figliuoli e fratelli, di due anni. Questo ordine con molte altre circostanze necessarie fermato per gli opportuni Consigli, fu approvato in pieno parlamento nella piazza de’ Priori li 11 di dicembre; nel quale annullati tutti i Consigli vecchi, ne furono formati due soli; uno di trecento uomini, ove non intervenivano altri che popolani, del quale era capo il Capitano del popolo; e l’altro di ducentocinquanta, dove entravano popolani e grandi, e di questo era capo il Potestà; e le deliberazioni prese dalla Signoria doveano, per esser valide, essere prima approvate in quello del Popolo, e poi in quello del Potestà.[168]»

Nota qui presiedere il Potestà al Consiglio del Comune, e il Capitano a quello del Popolo: la distinzione era solenne, nè vuole essere dimenticata mai: il Popolo aveva il governo del Comune rappresentato dal Potestà; il Capitano era custode di quel governo, e comandava la forza armata dei popolani. Ciascun Consiglio aveva pure la sua campana, l’una appellata campana del Comune e l’altra del Popolo. Spettando al Popolo la prerogativa, il Consiglio del Comune dove i grandi si ammettevano, veniva ultimo alle approvazioni.

Qui aggiugneremo alcune altre più particolari costumanze, tratte da un’opera tuttora inedita ma d’assai fede e diligenza.[169] Allorchè la nuova Signoria entrava in possesso, sedendo i nuovi ed i vecchi insieme sulla ringhiera del Palagio abbigliata di ricchi e belli arazzi, e fatte le opportune dicerie, il Gonfaloniere nuovo riceveva lo stendardo del popolo dalle mani, nei primi tempi, del Potestà o del Capitano, poi da quelle del Gonfaloniere che usciva: andavano quindi ad offerire in San Giovanni, con molto grande accompagnamento. Nelle stanze del Gonfaloniere erano custoditi gli stendardi della Repubblica, e i contrassegni delle fortezze, e le chiavi delle porte della città chiuse la notte, e che non si aprivano senza un partito della Signoria. A lui spettava rappresentare la Repubblica nelle maggiori occasioni, dando egli la bacchetta del comando al Potestà e al Capitano del popolo e all’Esecutore ed ai Capitani che si eleggevano per le guerre. Il Gonfaloniere ed i Priori mangiavano insieme ed in cerimonia, suonando le trombe ed altri strumenti; dai quali erano pure accompagnati quando uscivano per ufficio, preceduti dai mazzieri con molta guardia e solenne pompa. La spesa pel vitto e mantenimento dei Signori e dei donzelli e serventi loro montava a dieci fiorini d’oro il giorno: erano compresi nella famiglia del Palagio cinque Religiosi, da principio Valombrosani, per dire la messa nella interiore cappella e per la custodia delle borse e dei sigilli. Era vietato ai Signori uscire di Palagio privatamente; e se taluno volesse andare la notte senza che il popolo lo sapesse alle sue case, gli abbisognava la licenza del Proposto, di quello cioè che tra’ Priori quel giorno aveva la presidenza: non potevano andare a’ mortori, nè a messe novelle, nè ai vestimenti delle monache. Ad essi non era lecito trattare da solo a solo con alcuno, quando anche fosse dei loro congiunti; ma davano udienze frequenti, e (a quello che scrive il Giannotti) continue tanto che l’impaccio delle private faccende riusciva ad essi d’impedimento a bene attendere alle pubbliche.

Un tristo fatto vuolsi notare: nel precedente anno 1327 per condanna dell’Inquisizione fu arso in Firenze come eretico e stregone Francesco Stabili, noto col nome di Cecco d’Ascoli. Abbiamo di lui fatto ricordo come poeta, ma ebbe altresì fama grandissima per dottrina; lesse in Bologna astronomia, ed in un trattato della Sfera avea prodotto molte opinioni sugli influssi delle stelle. Allora stava come astrologo presso il Duca di Calabria, ma un frate Minore vescovo d’Aversa e cancelliere del Duca lo fece pigliare; e più cose inverosimili si raccontano di quella morte, della quale però sembra che fosse principale autore Dino del Garbo, solenne medico fiorentino, scrittore anch’esso di vari libri. L’Inquisizione non fu giammai in Firenze molto viva; tolta di mano ai Predicatori fin dal secolo precedente, fu data invece ai frati Minori, bene accetti a questo popolo perchè nella regola di san Francesco era stata la consecrazione o in qualche modo il primo inizio della Italiana democrazia. Favorirono gli Inquisitori ne’ primi tempi gli odi di parte con le condanne e le confiscazioni di cui percossero i Ghibellini: ma dipoi stettero quasi inoperosi, messi anche in burla da questo popolo; il quale sebbene parteggiasse per la Chiesa e nelle opere di religione si dimostrasse molto magnifico, era geloso e guardingo assai quanto allo stato ed alla giurisdizione.

Capitolo II. IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA DI LUCCA. [AN. 1328-1342.]

Nel detto anno 1328 e fino al 1330 fu grande caro in Firenze e in tutta Toscana ed in gran parte d’Italia, tantochè il grano dai 17 soldi lo staio montò fino al prezzo di un fiorino d’oro. Fu sì crudele la carestia, che i Perugini, i Sanesi, i Lucchesi, i Pistoiesi e più altre terre di Toscana cacciarono fuori degli Stati loro tutti i poveri mendicanti, per non poterli sostenere. I quali venuti in grande copia a Firenze, quivi trovarono campamento, avendo il Comune fatto venir grano di Sicilia, ch’era portato a Talamone; e con la perdita di 60 mila fiorini d’oro in quei due anni, gli riuscì tenere il prezzo del grano a mezzo fiorino, tuttora col quarto d’orzo mescolato. «Vendevasi in piazza ad Or San Michele con tanta furia di popolo, che convenia vi stessero a guardia le famiglie delle Signorie armate col ceppo e mannaia per fare giustizia, e se ne fece tagliando membri. Infine provviddero di fare pane per il Comune a tutti i forni, di peso d’once sei il pane mischiato, a danari quattro l’uno. E (dipoi seguita il Villani) tuttochè io scrittore non fossi degno di tanto ufficio, mi trovai ufficiale con altri a così amaro tempo, e con la grazia di Dio fummo de’ trovatori di questo rimedio, onde si contentò la povera gente, senza scandalo o rumore; e con questo testimonio di verità, che in niuna terra si fece per gli possenti e pietosi cittadini tante elemosine a’ poveri, quante in quella disordinata carestia si fece per gli buoni Fiorentini.[170]»

I figliuoli di Castruccio dopo la morte del padre aveano a Pisa corso la terra; usato modo di attestare e con la forza di confermare la possessione d’una città: ma vennero tosto dall’Imperatore privati di quella, e poi di Lucca stessa, e perdettero ogni signoria, la quale tentarono più volte poi di racquistare, ma senza frutto. Rialzava il capo nella Toscana la lega guelfa capitanata dai Fiorentini, che strinsero pace con Pistoia liberata, e poco dipoi in Montopoli con Pisa istessa conciliando a breve tempo le vertenze consuete per il passaggio delle mercatanzie. Ma l’Imperatore, dopo avere dai Pisani cavati danari quanti più poteva, lasciò la Toscana costretto partirsi per il motivo che ora diremo; e dopo essersi trattenuto qualche tempo in Lombardia, se ne tornava in Allemagna. Causa al partirsi gli aveva dato, che ottocento cavalieri tedeschi per non essere pagati se gli ribellarono, postisi a campo in sul poggio del Cerruglio che aveva Castruccio fortificato gli anni innanzi; e di qui poi sotto la condotta di Marco Visconti, correndo le terre e devastando le campagne, come gente bisognosa che vivevano di ratto, ebbero il castello dell’Agosta dal quale Lucca era dominata, ed in breve ora la città stessa. Questa, perchè non ne volevano altro che moneta, mandarono a offrire per ottanta mila fiorini d’oro ai Fiorentini; e Marco istesso venuto in Firenze sollecitava il trattato, che andò a vuoto quella volta e un’altra poi, quando i Tedeschi la profferirono di bel nuovo, ed una compagnia di mercanti Fiorentini, tra i quali era Giovanni Villani, accettavano di comperarla privatamente per conto loro: ma ne furono impediti da gelosie tra’ cittadini; ed i Tedeschi, dopo averne anche avuto trattato co’ Pisani, la venderono a Gherardino Spinola genovese, il quale divenne per trenta mila fiorini d’oro signore di Lucca: a tale bassezza era caduta quella città. Ebbe egli guerra co’ Fiorentini, i quali cinta con vano assedio la stessa Lucca, espugnarono Montecatini, con buoni successi anche nell’inferiore Valdarno; e San Miniato, antico seggio degli imperiali Vicari o Capitani, venne pur esso in potestà loro. Qui dirò cosa da farne amare al paragone i tempi nostri: il Capitano dei Fiorentini perdè la condotta perchè lasciava per moneta i contadini seminare le terre loro: dovevano i campi dei nemici rimanere incolti, e tutti patire degli odii scambievoli. Tanto crudeli erano le guerre quando tra’ popoli si facevano, e così era l’amor di patria ristretto dentro a breve spazio.

In questo mezzo era disceso nell’Italia il re Giovanni di Boemia, figlio rimasto d’Arrigo VII, invitato dai Bresciani, a’ quali pareva essere oppressi dai Visconti. Di prima giunta ebbe, oltre a Brescia, Bergamo e Parma e Reggio e Modena, e dallo Spinola a buon mercato ebbe in vendita la infelice Lucca. Aveva la Chiesa antiche ragioni su talune di quelle città; ma il Re procedeva d’intelligenza e con l’amistà del Cardinale Legato, il Papa cercando farsene strumento contro all’Imperatore bavarese e ai Ghibellini di Lombardia. Laonde temette Firenze allora quell’ingrossarsi dello Stato pontificio intorno ad essa da ogni lato; temeva il Papa più che l’Imperatore lontano e povero e discreditato. E quanta fosse la confusione in cui vivevano le italiane cose mostrò la lega che insieme strinsero i Fiorentini ed il re Roberto con gli Scaligeri e co’ Visconti e con gli altri Ghibellini; lega improvida tra nemici, che per viluppi ogni ora nuovi sempre dovevano poi combattersi. Ma i primi frutti se ne ottennero, e ciò bastava: i collegati presso Ferrara ebbero la meglio in una grande giornata, e il francese Cardinale restò prigione dei Bolognesi; se non che tosto i Fiorentini ne procurarono la liberazione, perchè troppo non volevano tenere guerra contro alla Chiesa: il re Giovanni ripassò le Alpi.

Nuovi disastri sopravvenivano in questi tempi alla città. Le inondazioni dell’Arno più gravi erano e più frequenti in quei secoli che a’ dì nostri. Narra Giovanni Villani come nell’anno 1333, il dì d’Ognissanti, «cominciò a piovere diversamente in Firenze ed intorno al paese nell’alpi e montagne, e così seguì al continuo quattro dì e quattro notti, crescendo la pioggia sformatamente che pareano aperte le cateratte del cielo, e colla pioggia continuando spessi e grandi e spaventevoli tuoni e baleni, e cadendo folgori assai; onde tutta la gente viveva in grande paura, sonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, e in ciascuna casa bacini o paiuoli; con grandi strida gridandosi a Dio Misericordia Misericordia; fuggendo le genti di tetto in tetto, facendo ponti da casa a casa; ond’era sì grande il romore e il tumulto, ch’appena si potea udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza d’acqua, che prima onde si muove scendendo dell’alpi con grande empito e rovina, sommerse molto del piano di Casentino, e poi tutto il piano d’Arezzo e del Valdarno di sopra, abbattendo e divellendo gli alberi e mettendosi innanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano in Arno, e ogni edificio e casa appresso all’Arno che fosse non forte: onde perirono molte genti. E poi scendendo nel nostro piano presso a Firenze, accozzandosi coll’Arno il fiume della Sieve, la qual’era per simil modo sformata e grandissima, e avea allagato tutto il piano di Mugello; il giovedì a nona, a dì 4 novembre, l’Arno giunse sì grosso alla città di Firenze, che egli coperse tutto il piano all’intorno della città fuori di suo corso in altezza in più parti sopra i campi, ove braccia sei e dove otto e dove più di dieci braccia. E fu sì grande l’empito dell’acqua, che rotte le porte e gran parte delle mura, inondò tutta la città stessa; tantochè nella chiesa e duomo di San Giovanni salì l’acqua infino al piano di sopra dell’altare, più alto che mezze le colonne di porfido le quali stanno alla porta. E al Palagio del popolo dove stanno i Priori salì il primo grado della scala dove s’entra, incontro alla via Vacchereccia, che è quasi il più alto luogo di Firenze. E al Palagio dove sta il Potestà salì nella corte disotto, dove si tiene la ragione, braccia sei. Ruppe la pescaia d’Ognissanti, e incontanente rovinò e cadde il ponte alla Carraia, e poi subito quello di Santa Trinita, e il ponte Vecchio; cadde in Arno la statua di Marte che era a piè di esso ponte; e quello a Rubaconte fu danneggiato molto, e rovinò a terra il palagio del castello d’Altafronte: caddero gran parte delle case di qua e di là d’Arno fino al ponte alla Carraia e alla gora del Mulino; che a riguardare le dette rovine pareva quasi un caos. Tutte le vie e case e botteghe terrene e vôlte sotterra rimasero piene d’acqua e di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi; e quasi tutti i pozzi furono guasti e si convennero rifondare. L’Arno coperse tutto il piano verso ponente fin’oltre a Prato e fin presso a Pisa, guastando i campi e vigne, menandone masserizie, case, mulina, ponti e molte genti, e quasi tutte le bestie. Questo diluvio fece alla città e contado di Firenze infinito danno; di persone intorno a trecento, che al principio si credea più di tremila; e di bestiame grande quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere in grande numero, che nel contado non rimase ponte sopra nessun fiume o fossato che non rovinasse; di perdita di mercatanzie, panni lani di lanaiuoli per lo contado; e di arnesi e di masserizie e del vino, che ne menò le botti piene, assai ne guastò; e simile di grano e biade ch’erano per le case; senza la perdita di quello ch’era seminato, e il guastamento e rovina delle terre e de’ campi: che se l’acqua coperse e guastò i piani, i monti e le piaggie ruppe e dilaniò, e menò via tutta la buona terra.[171]» I danni pubblici e privati, scrive il cronista contemporaneo, che gli era impossibile per alcun numero adequare. Avremo però spesso occasione di accennare come nei pubblici danni cercasse suo pro la ferocia delle parti, cagione forse anche degli incendi che assai frequenti si rinnovarono in tutto il corso di quegli anni.

Ed a quei tempi venne in Firenze una di quelle processioni di Flagellanti, noti abbastanza per le istorie in altre parti d’Europa. Erano da diecimila Lombardi condotti da un frate Venturino da Bergamo dell’ordine dei Predicatori. Dovunque passavano, gridavano pace e misericordia. Ed il Frate predicava con efficaci parole, «quasi affermando e dicendo: quello che io vi dico sarà, e non altro; chè Iddio così vuole.» In Firenze dimorarono quindici dì, ed ogni giorno nella piazza Vecchia di Santa Maria Novella erano messe tavole e mangiavano 500 per volta e più. A Roma andarono, ingrossati molto d’uomini toscani che gli seguitavano; e di là quindi in Avignone a Corte del Papa: ma per la presunzione del Frate, e perchè diceva che non era niuno degno papa se non stesse a Roma alla sedia di san Piero, e per tema ch’ebbe il Papa che per le sue prediche non commuovesse il popolo cristiano, lo mandò a confino, e comandogli che non confessasse persona nè predicasse a popolo. «E questi sono (continua il giusto e pio Villani) i buoni meriti che hanno le sante persone da’ prelati di Santa Chiesa; ovvero che fu giusto per temperare la soperchia ambizione del Frate, tutto ch’adoperasse con buona intenzione.[172]»

In quelli stessi anni cominciarono a crollare e poco dopo fallirono la compagnia dei Peruzzi e quella dei Bardi, le quali avevano sovvenuto il re d’Inghilterra nelle guerre contro a’ Francesi che a lui valsero le vittorie di Crécy e di Poitiers. Per le loro mani venivano tutte le rendite e lane e cose di quel re, ed essi fornivano tutte sue spese e bisogni: tantochè i Bardi si trovarono avere da lui più di centottanta migliaia di marchi di sterlini, e i Peruzzi più di centotrentacinque migliaia; che ogni marco valeva più di fiorini quattro e un terzo d’oro, e in tutto montava più di un milione e trecentosessantacinque mila fiorini d’oro. Bene erano in quella somma da contare le provvisioni a loro fatte in molti anni; «ma grande follia fu avere messo tanta gran somma in uno Signore,» come scrive lo stesso Villani il quale era o era stato in società coi Peruzzi.[173] Molti di questi danari erano ad essi dati in deposito da cittadini e forestieri; cosicchè il danno fu grande, e per qualche tempo scemò il credito della città di Firenze, nelle mercatanzie e nelle arti. Continuava però la costruzione dei pubblici edifizi; e allora sorgeva il campanile di Giotto, ed all’Arte della lana fu data la cura di proseguire la fabbrica di Santa Maria del Fiore, interrotta molti anni, a questa assegnando certi proventi nuovi o soprattasse alle gabelle del Comune.

La Repubblica frattanto da ogni parte si ampliava fuori dei termini dell’antico Stato; e primo passo in quella via per cui si perde la libertà fu estendere il dominio in altre città use a viver libere ed a fiorire nella indipendenza.[174] La giustizia delle repubbliche cessa pel fatto delle conquiste; non sanno reggerle temperatamente, e con le offese che ad altri recano, a sè preparano servitù. A Roma e in Grecia le oppressioni di molti popoli si coprivano con la bugia delle colleganze; nella Toscana lo stesso nome soleva darsi alle dedizioni, rifugio ultimo delle città smunte o lacerate dalla discordia. Prima a cedere fu Pistoia, che prima era stata cagione di scandali, e che aveva sopra ogni altra patito in quegli anni, talchè l’istoria ne è lamentevole.[175] Fidava da ultimo nella fortuna di Castruccio; ma pochi mesi dopo la morte del gran condottiero dovette Pistoia venire a patti co’ Fiorentini, i quali ne presero la guardia, ed uno loro cittadino popolare andò a risedervi per capitano. Due anni dopo, nel 1331, entrativi a forza con l’aiuto della parte che stava per loro, corsero la terra, disfecero tutte le fortezze del contado, ed una tosto ne fabbricarono dentro la stessa città. La dedizione era per due anni,[176] continuata di mano in mano; un magistrato istituito per le cose di Pistoia, e che dipoi ebbe nome di Pratica Segreta, non è gran tempo che fu abolito. Nel 1332 i Fiorentini fecero lega con la famiglia dei Casali, i quali avevano la signoria di Cortona, e gli tolsero in protezione; ch’era già porre come un freno in bocca ad Arezzo.

Le ambizioni del Vescovo Tarlati avevano fatto a questa città quel che alla misera ed esausta Lucca le grandezze di Castruccio. Morto il Vescovo, era capo di quella famiglia il vecchio Piero, suo maggior fratello, noto col nome di Pier Saccone: questi avuta contraria la sorte delle armi, e stretto in mezzo tra città guelfe, prima cercò fare accordo co’ Perugini per la signoria d’Arezzo, poi la cedè ai Fiorentini l’anno 1337. I patti furono, che per dieci anni il Comune di Firenze avesse in Arezzo impero e libera giurisdizione, tenendo quivi oltre al potestà e al giudice delle appellazioni, un capitano di custodia e di guardia con dugento cavalli ed altrettanti fanti italiani, ma non d’Arezzo nè del contado. Che gli Aretini fossero esenti da nuove prestanze, che si reggessero a popolo guelfo e ghibellino; che gli esuli della città e del contado fossero rimessi a’ loro beni ed agli onori. L’istesso obbligo noi troviamo nel trattato con Pistoia, inteso al fine di mantenere viepiù divise le città suddite: dai Ghibellini poco temevasi, ed in Firenze il nome guelfo era strumento alle soperchierie d’alcuni uomini prepotenti. I Fiorentini mandarono a pigliare la possessione di Arezzo dodici Commissari grandi e popolani: i grandi veggiamo questa volta figurare, perchè l’impero spettava al Comune di Firenze, nel quale tutti si comprendevano i cittadini indistintamente, benchè lo stato fosse del Popolo; ed in Arezzo poi volevano (come dicemmo) piaggiare i nobili. Vi mandarono nel tempo stesso il Generale di guerra con trecento cavalieri in arme e tremila pedoni del Valdarno di sopra, ai quali uscì incontro due miglia fuori della città il popolo d’Arezzo con rami d’ulivo in mano gridando pace e perpetua felicità alla Repubblica Fiorentina. Piero Tarlati gli ricevè in sulla porta della città, della quale poi nel maggior tempio furono date ad essi le chiavi e il gonfalone della giustizia; non senza le pompe delle usate dicerie, che si facevano in latino. Contuttociò il primo atto della nuova signoria fu edificare una fortezza a sopraccapo della città, e una bastìa presso alla porta la quale s’apre verso Firenze. Nell’anno 1338 Colle di Valdelsa si diede anch’esso ai Fiorentini. I patti vari delle dedizioni per cui si compose il nuovo Stato della Toscana, indussero molta varietà di privilegi, e condizioni disuguali nelle città minori e nelle terre o comunità, e vita propria in ciascuna d’esse.

I Tarlati ritenevano intorno Arezzo molte castella, che per l’accordo furono date in protezione alla Repubblica. I Barbolani, cui era sede il forte sito di Montaguto, ottennero anch’essi esenzioni e privilegi finchè più tardi vennero a porsi sotto la stessa accomandigia. I possenti Conti Guidi, che rimasero per cento anni poi dominatori del Casentino, in quel trattato ebbero favore siccome amici della Repubblica; la quale però in quell’anno dava opera a fondare Terranuova nel Valdarno superiore perch’ella stesse a fronteggiare cotesti Conti e gli Ubertini, e raccogliesse gli uomini liberi via via sottratti alla dominazione loro: alla famiglia degli Ubertini, ed ai Pazzi di Valdarno, ed a quei della Faggiuola, ed ai conti di Montefeltro, ed ai conti Montedoglio fu vietato d’accostarsi per dieci miglia alla città d’Arezzo. Molte contese e trattati vari in questi anni ebbe la Repubblica, siccome n’ebbe essa in ogni tempo co’ Signori dei castelli fin dal principio della libertà:[177] costrinse i Bardi alla cessione della contea di Mangona, restando ad essi quella di Vernio, l’una e l’altra avute in compra dai successori dei Conti Alberti che la tenevano dai Cadolingi. Ai più deboli talvolta prestava aiuto contro a’ potenti; riduceva altri a prestarle omaggio offrendo un cero a San Giovanni; i vassalli dei Signori faceva sorgere a coloni liberi,[178] ed il popolo dei contadini viepiù avanzandosi da ogni lato, in mezzo ad esso rimanevano le rôcche nude e solitarie, intorno intorno come assiepate dai frutti vegeti della libertà. Per le quali opere la Repubblica meritava molto bene di tutta Italia e della umanità: quel carattere che la Toscana ebbe suo proprio e che apparve nella formazione della lingua, fu mantenuto nelle istituzioni; e il genio etrusco ed il latino presso che soli vi dominarono, perchè il suolo era quasi sgombro da ogni vestigio di fedualità straniera. Quindi la copia delle tradizioni che indussero in questo popolo, come esperienze anticipate, la temperanza nei pensieri; e quindi la buona economica istituzione e le abitudini civili, che pure in mezzo a feroci tempi lo educavano tuttavia alla mitezza dei costumi; pregi del popolo di Toscana, che sopravvissero a ogni decadenza ed a lui sono felicità.

Ma la più lunga delle contese che la Repubblica avesse mai co’ Signori dei castelli, fu con la casa degli Ubaldini, dominatori assai potenti degli appennini verso Bologna, pei quali spesso davano mano ai Ghibellini di Lombardia, e infestavano le strade con grave scapito dei commerci.[179] Vedemmo come i Fiorentini validamente gli contenessero dalla parte del Mugello; edificarono in questi anni dall’altra banda di quei monti ed afforzarono una terra, cui diedero nome di Firenzuola a suggerimento del Villani, siccome narra egli medesimo.[180] Tutte queste terre franche che si rinvengono per l’Italia, mi pare abbiano la stessa forma, come hanno certo nella Toscana: un quadrilatero che le due maggiori vie dividono in quattro minori quadrati, facendo croce in una piazza che sta nel mezzo ed una porta a ciascun capo di quelle vie: eguale in tutto era la forma che anticamente i Romani eserciti davano ai loro accampamenti. Nè prima sorta era una di queste terre che ad essa concedevano lo Statuto, com’era costume che ogni Comunità avesse allora sue proprie leggi per l’interiore amministrazione. Costretti noi a tacere molte di quelle piccole fastidiose guerre che ad ogni tratto si combattevano, e il por mano che faceva la Repubblica a molte cose in ogni luogo dove occorresse alla difesa o all’ampliazione di quello Stato ch’essa reggeva; diremo solo che il Comune libero di San Marino fu mantenuto per l’amicizia e co’ denari de’ Fiorentini, cui premeva da quel lato averlo a guardia della Romagna; talchè per essi potè scampare quella onorata repubblichetta, che avanzata come un saggio o una briciola del medioevo, rimane infino ai giorni nostri.[181]

Ma la Repubblica di Firenze in tutto il corso di quegli anni troviamo essere governata, non da uomini potenti de’ quali il nome ottenesse fama per grandi geste e grande seguito, bensì da mediocri ed oscuri cittadini e di famiglie che poi rimasero anche talvolta dimenticate, sebbene altre pure ne fossero che appunto allora pigliavan luogo tra le maggiori della città. Quella politica operosità che da più anni si dispiegava con sufficiente concordia, o almeno senza civili guerre, non ebbe capi che la guidassero, nè alcuna sorta di continuità ne’ magistrati e nei consigli, che si mutavano ogni tratto; e i divieti erano molto lunghi; pareva che ognuno da sè facesse la parte sua, gl’ingegni essendo molto arguti e gli animi eccitati, e questo popolo mercatante avendo esteso l’azione sua molto al di là della breve cerchia del suo piccolo territorio. Firenze condusse le cose sue prosperamente quanto era dato a democrazia, che non è atta alle imprese grandi; quella di Lucca ebbe mali effetti, come appresso racconteremo.

Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece d’Italia, negli ultimi giorni del 1334 aveva impegnato per poca moneta la città di Lucca ai Rossi di Parma; e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la rivenderono a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande pro dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di Matteo e la discesa del Bavaro, potè accrescere la potenza di casa Scaligera così da essere egli divenuto a tutta Italia formidabile più che altro principe fosse stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per le ricchezze e per il numero delle città che gli ubbidivano: dicevano ch’egli si avesse di già fatto fare una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito contro a lui si collegarono i signori di Lombardia e di Romagna e le città di Toscana; il re Roberto, impacciato nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco valevole. Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di uno Stato che minacciasse le città libere, sempre andavano di grande animo;[182] e avuta la meglio in un primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto del Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la guerra. Nella quale erano già entrati i Veneziani gelosi molto di quella potenza di Mastino che già da più parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova e Treviso e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta che la Repubblica di Venezia pigliasse parte molto attiva ne’ fatti d’Italia, ogni suo studio essendo volto alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo una lunga guerra, benchè di gran mole quanto il secolo concedesse, non prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto a Mastino la signoria di Padova, e questi anche perduto Brescia; i Veneziani, cui bastava l’avere frenate le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed i Fiorentini bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di aversi meglio assicurata la possessione delle castella di Valdinievole e di quelle del Valdarno, che per l’addietro erano parte così dello Stato come della diocesi di Lucca, allorchè era questa città, insin dai tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè a capo della Toscana.

D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica giorni tristi. Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta in Europa per le Crociate e pe’ commerci, entrò in Firenze la prima volta. E fu scritto vi perissero quindici mila persone; preludio a quello tanto maggiore e assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni dopo. Alla peste tenne dietro la carestia; ed in quel terrore volti gli animi a pietà, decretarono il richiamo d’alcuni sbanditi, e parte dei beni posti in comune restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.[183] E in quello stesso anno Mastino avendo perduto Parma, la quale venne in potestà dei signori da Correggio, fece mercato co’ Fiorentini per la vendita di Lucca, poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città la via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini rifiutato quella compra per poca moneta; ora accettarono il trattato per dugentocinquanta mila fiorini d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra ogni cosa vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali loro, strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori di Lombardia; e insieme con essi rotta la guerra, si afforzarono presso alla stessa città di Lucca. Questa riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca gente; ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto d’arme, e inferiori per la qualità e per il numero dei soldati e mal serviti di capitano, si trovavano a mal partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma essendo da lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, tuttochè Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di Mastino, volgersi al Bavaro il quale era in quei giorni venuto a Trento. Si vidde allora ciò che importasse quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche diecine (chè altro non aveva) di cavalieri tedeschi: voleva però fosse in Toscana riconosciuto un vicario dell’Impero, il che era disfare e capovolgere ogni cosa; e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro che tenevano depositato nei banchi di Firenze, talchè fallirono molte case, ed ai mercanti fiorentini mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato. Radunarono contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, ma di nessun frutto; dal che il nostro maggior cronista piglia occasione a rilevare come le guerre stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati son da condurre non da mandare al combattimento.[184] Aveva egli alle prime guerre che si facevano contro a’ Ghibellini veduto accorrere la città intera; e cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio mancò il sangue cittadino benchè più scarso: piaceva adesso agli uomini delle botteghe restare a casa e far le spese ai soldati mercenari; del che avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. Le insegne imperiali venute nel campo guelfo non bastarono, e ai Fiorentini avvenne quello che più temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette anni.

Capitolo III. IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.]

Le guerre esterne ed i mali pubblici che in città bene ordinata hanno virtù di unire gli animi, viepiù in Firenze gli dividevano, mancando quivi l’accumunarsi nella disciplina delle armi o negli uffici dello Stato; quelle fidate a mercenari, ed una parte dei cittadini essendo esclusi da ogni ingerenza che desse grado nella Repubblica. I grandi erano in Firenze anch’essi popolo quanto alle gravezze che più degli altri pagavano, ma battuti dalle leggi e dai magistrati popolani e dai giudici o rettori chiamati sempre ai loro danni; potenti però tuttavia per l’ampiezza delle possessioni o per l’antica autorità sopra gli uomini del contado, stretti per leghe e parentele co’ signori de’ castelli e in tutta Italia co’ baroni e co’ principi delle città che dipendevano dall’Imperatore.[185] Quindi era il popolo sempre in guardia, e le milizie cittadine bene ordinate e numerose, ognora pronte a quella guerra che sola amassero, contro a’ nobili; onde il sospetto cresceva sempre nei danni pubblici e bastava a fare insorgere questa guerra. In mezzo ai guasti di quel diluvio che fu nell’anno 1333, i grandi avendo in forza loro il sesto d’Oltrarno e il solo ponte che rimanesse, temette il popolo qualche novità, e in mezzo a quelle devastazioni per poco stette non si venisse tra le due parti a civil battaglia. Nell’anno 1340 (e tristo a dire, cessato appena il flagello della peste), era in Firenze, oltre al Potestà e al Capitano del popolo e all’Esecutore, un Capitano della guardia o bargello creato di fresco a fare di quelle che le parti chiamano giustizie: era costui un malvagio uomo di quella casa dei Gabbrielli da Gubbio, d’onde altri uscirono a lui consimili strumenti agli odii cittadineschi, lasciando brutta celebrità. Aveva egli condannato per lievi cagioni uno dei Bardi e uno dei Frescobaldi, le due maggiori tra le famiglie grandi; le quali perciò si congiurarono tutte insieme e co’ Tarlati e gli Ubaldini ed i Pazzi di Valdarno e i Guazzalotri di Prato e i Belforti di Volterra e quanti erano in Toscana avversi agli ordini popolari. Nascevano Piero ed il vescovo Tarlati da una donna de’ Frescobaldi, i Pazzi tenevano case e amistà dentro a Firenze. Al primo annunzio della congiura la città fu in arme; e a que’ di fuori chiusa la via con la prestezza, ed avendo già forzata il popolo molta parte del sesto d’Oltrarno, erano i grandi in cattive strette, allorchè il Potestà, che era Maffeo da Ponte Carali da Brescia, francamente con sua compagnia passato il ponte Rubaconte, comunque ciò fosse con pericolo di sua persona, parlò ai congiurati con savie parole, e con cortesi minaccie gli condusse la notte sotto la sua sicurtà e guardia a partirsi di città; del che fu egli assai commendato. Si venne poi alle condanne; e perchè a procedere contra coloro che aderivano alla congiura ma non si erano scoperti, sarebbe stato troppo gran fascio, bastò avere condannato negli averi e nelle persone, oltre a pochi altri, presso che trenta delle maggiori due casate. Non erano tutti (per quel ch’io mi creda) congiunti di sangue, ma forse consorti, siccome dicevano allora, per carta, di cosiffatte consorterie essendo molto grande usanza, talchè mutavano i casati pigliando quello del più possente. Furono i palazzi di quelle famiglie messi in puntelli nella città e nel contado, e guasti infino a’ fondamenti; fu vietato a’ cittadini tenere castello che fosse meno di venti miglia lungi dai confini del contado o del distretto; posero, invece d’uno solo che era prima, due Capitani della guardia, che uno in città, l’altro nel contado: ordinarono che ogni popolano, il quale potesse, fosse armato di corazza e di barbuta alla fiamminga; furono in tutto più di seimila, e molte balestre. Ed a viemeglio fortificarsi, tolsero il bando agli sbanditi, solo che pagassero certa gabella; ma fu grande male recare in città molti rei uomini e malfattori.[186]

Tuttociò era inteso a conservare lo Stato di quelli i quali teneano nelle loro mani la Repubblica, venuta allora a duro passo. Dal principio della guerra una Balìa di venti cittadini popolani fu istituita ad amministrarla con facoltà di levare tasse in quel modo che volessero, o fare guerra o pace o leghe, senza sindacato. Quest’era un porgli sopra le leggi; e in ciò si mostrava la mala costituzione della Repubblica fiorentina, ch’essa era ogni tratto costretta ricorrere a tali balìe o dittature fidate a molti; pessime sempre perchè in esse, tra gli altri vizi, entra il disordine che si ha in animo riparare. I Venti erano di quei popolani grassi, ai quali o ad alcuni tra essi appartenne quasi direi legittimamente per tutto il tempo della Repubblica il governo dello Stato, ma senza formare tra sè un ordine che avesse fermezza alcuna nè continuità, nè a’ grandi casi virtù bastante. Il Comune aveva dugentosessanta mila fiorini d’oro l’anno di rendita assisa (come la chiamavano), ed essi lo avevano indebitato verso i cittadini suoi di quattrocento mila fiorini. Sapevano essere diffamati per mal governo e baratterie, con l’accostarsi all’Imperatore aveano offeso la parte guelfa; e mercatanti com’essi erano, cercavan modo a rassicurare que’ loro amici napoletani che richiedevano i depositi. A queste loro difficoltà parve giungesse molto opportuno Gualtieri di Brienne duca d’Atene e conte di Lecce nella Puglia, ch’essendo già stato (come noi vedemmo) luogotenente pel duca di Calabria nella guerra di Castruccio, aveva lasciato di sè buon nome nella città: veniva da Napoli, ma non però di commissione del re Roberto, con bella compagnia di gente d’arme, a cercare sua fortuna. Era Gualtieri di grande sangue dei reali di Francia, e aveva ragioni nel regno di Cipro; di molta entrata ma bisognoso, piccolo e brutto e barbuto, scaltro e disleale, nutrito in Grecia più che in Francia. Grande favore godeva egli presso ai re della casa di Valois, e quindi ancora presso a’ pontefici che in Avignone dimoravano assai devoti a quella corte.

Messi alle strette i Reggitori, e non trovando altro partito, prima lo elessero Conservatore del popolo e Capitano della guardia, poi gli diedero per un anno la capitaneria generale della guerra, e che potesse fare giustizia personale nella città e fuori. Ma egli veggendo la città divisa, e fatto cupido di maggiori cose, cominciò tosto a praticare intelligenze co’ grandi che di continuo cercavano rompere gli ordini del popolo; a’ quali si aggiunsero anche di quei grossi popolani i cui banchi erano in fallimento, e non potendo del proprio, si confidavano di quel d’altri pagare i loro debiti. Da costoro era il Duca visitato segretamente in Santa Croce, dove egli aveva preso dimora, e da essi molto sollecitato: quindi per darsi riputazione di severo e di giusto, e per quella via accrescersi grazia nella plebe, quelli che avevano amministrata la guerra di Lucca perseguitava. Fece ad un Medici e ad un Altoviti mozzare il capo; condannò a morte uno dei Ricci e uno degli Oricellai (così chiamati da una tinta gialla di cui tingevano i loro drappi), a’ quali dipoi fece grazia della vita. Erano quattro delle maggiori famiglie uscite di mezzo al popolo, e assai potenti di parentadi e di ricchezze: i falli apposti ai condannati non avean prove a sufficienza, ed essi chiari per gli alti uffici esercitati nella Repubblica, tenuto avendo anche più volte il Gonfalonierato e alcuni essendo stati dei Venti.[187] A questo modo si rendeva egli nella città molto ridottato; ma i grandi ed il popolo minuto, soliti essere soverchiati dalla prepotenza dei mezzani, a quei fatti molto applaudivano; e quando il Duca cavalcava per la città, la plebe gridava Viva il Signore; quasi in ogni canto e palagio di Firenze aveano dipinto l’arme sua, gli uni per avere da lui favore, gli altri per tema. Quindi parendogli ogni cosa poter tentare sicuramente, fece intendere ai Priori che per il bene della città giudicava necessario gli fosse data signoria libera: ma essi, co’ Dodici buonuomini, e i Gonfalonieri delle compagnie e i Consiglieri, in nulla guisa vollero acconsentire di sottomettere la libertà della Repubblica di Firenze sotto giogo di signoria a vita; il che non fu mai acconsentito nè ad imperatore nè al re Carlo nè ad alcuno suo discendente. Il Duca allora, che si fidava sopra l’aiuto de’ grandi e il favore della plebe, fece pubblicare per la città che nell’indomani egli farebbe parlamento sulla piazza di Santa Croce, per il bene del Comune. Al quale annunzio i Priori ed i principali dei Consigli essendo entrati in grande sospetto, andarono a sera tarda in Santa Croce, per quivi trattare d’accordi col Duca. Una parte della notte si consumò in discorsi, ed alla fine rimase conchiuso che la Signoria sarebbe a lui data per un anno con quella stessa giurisdizione ch’ebbe il Duca di Calabria; il quale accordo si fermò per vallati e pubblici strumenti, avendo il Duca sacramentato conserverebbe il popolo in sua libertà e l’ufficio de’ Priori e gli Ordini della giustizia.

La mattina che fu il dì 8 di settembre 1342 il Duca fece armare la sua gente, circa a centoventi uomini a cavallo, e aveva in Firenze da trecento de’ suoi fanti, e quasi tutti i grandi gli erano a’ fianchi: Giovanni Della Tosa ed i suoi consorti erano a cavallo insieme con gli altri con le armi coperte, e l’accompagnarono da Santa Croce alla piazza de’ Priori. La Signoria scese di palazzo, ed essendosi posti a sedere col Duca in sulla ringhiera, uno dei Priori avea cominciato a parlare, alloraquando la plebe ed alcune masnade di quelle venute co’ grandi l’interruppero gridando: che sia la Signoria del Duca a vita, che il Duca sia nostro Signore! I grandi allora presolo a un tratto tra le loro braccia, lo condussero al Palagio; e perchè questo era serrato, forzando la porta, misero il Duca in Palagio ed in signoria, cacciando vilmente i Priori nella sala delle Armi. Quindi per alcuni dei grandi fu tolto via il Gonfalone, e il libro degli Ordini della giustizia stracciato, e poste le bandiere del Duca in sulla torre, e suonate le campane a Dio laudiamo: il Potestà e il Capitano del popolo assentirono al tradimento. Due giorni dopo si fece il Duca confermare signore a vita per gli opportuni Consigli; e mise i Priori fuori del Palagio in una casa privata con poca guardia, levando loro ogni ufficio ed autorità, senza rifare il Gonfaloniere: tolse le armi a tutti quei cittadini, qualunque si fossero, i quali avevano privilegio di portarle. Otto dì poi fece il Duca grande festa e solennità a Santa Croce, ed il vescovo Acciaiuoli sermonando commendava innanzi al popolo le magnificenze del nuovo signore. Per tale modo il Duca d’Atene usurpava il principato. Poco dipoi Arezzo, Pistoia, Colle di Valdelsa, e fuor del dominio della città di Firenze San Gimignano e Volterra, se gli diedero in potestà. Raccoglieva egli intorno a sè tutti i Francesi e Borgognoni ch’erano in Italia, dei quali ebbe tosto più di 800, e molti de’ suoi parenti ed amici vennero di Francia. «Recarono questi in Firenze nuove foggie di vestire, che anticamente era il più bello e nobile e onesto che di niuna altra nazione, a modo di togati romani; ora pigliarono i giovani una cotta ovvero gonnella corta e stretta, che non si poteano vestire senza l’aiuto altrui, e una correggia come cigna di cavallo con isfoggiata scarsella alla tedesca dinanzi, e il becchetto del cappuccio lungo insino in terra per avvolgerlo al capo per lo freddo, e colle barbe lunghe per mostrarsi più fieri in arme; e i cavalieri vestiti d’uno sorcotto ovvero guarnacca stretta, e le punte dei manicottoli lunghe infino a terra, foderati di vaio e ermellini, come per natura siamo disposti noi vani cittadini a contraffare gli stranii oltre al modo d’ogni altra nazione, sempre traendo al disonesto e a vanitade.» Trascrivo parole del vecchio cronista, il quale narra pure, come i fatti del Duca d’Atene essendo rapportati al re di Francia Filippo VI di Valois, dicesse questi a’ suoi baroni: Albergé il est le pélerin, mais il y a mauvais hostel.[188] Il re Roberto scrisse al Duca ammonendolo stesse col popolo e conservasse gli ordini popolari, senza di che gli vaticinava non manterrebbe lo stato suo a lungo tempo nella città.

Il Duca dipoi fece la pace co’ Pisani, i quali dovessero tenere Lucca per quindici anni, con altri patti che riuscirono poco graditi ai Fiorentini. A’ 15 ottobre creò in Firenze nuovi Priori, senza Gonfaloniere; i più, artefici minuti e mischiati di quegli, che i loro antichi erano stati Ghibellini: ad essi diede un gonfalone tripartito, dov’era l’arme del Duca in mezzo tra l’insegna del Comune e quella del Popolo, e sopra il rastrello dell’arme del re. Con che egli venne a scontentare tutti gli ordini della città; e i grandi, che prima lo avevano fatto signore perch’egli in tutto annullasse il popolo, se ne turbarono forte, massime quando egli ebbe fatto condannare uno dei Bardi, il quale aveva stretto la gola ad un suo vicino popolano che gli diceva villania. Cassò l’ufficio dei Gonfalonieri delle compagnie e ogni altro pel quale fosse la plebe sotto l’autorità dei popolani di maggior conto; il Duca reggendosi co’ beccai, vinattieri e scardassieri, ad essi dando consoli e rettori al loro volere, e disfacendo gli ordinamenti delle Arti, pei quali solevano avere regola i salari; in che era il forte della contesa tra il grasso popolo e il minuto. Fece torre ai cittadini anche le balestre grosse; ed al Palagio del popolo fece nuove antiporte, e ferrare le finestre della sala di sotto, dove si faceva il Consiglio; e volle comprendere intorno al Palagio un grande circuito di grosse mura e torri e barbacani, per fare col Palagio insieme un grande e forte castello, il quale egli cominciò a fondare; lasciando il lavorìo d’edificare il Ponte Vecchio, ch’era di tanta necessità al Comune di Firenze, togliendo di quello pietre conce e legname: disfece le case, ed anche volle disfare le chiese ch’erano dentro a quel compreso per fare piazza, e altre belle case tolse ai cittadini, mettendovi dentro di suoi baroni e di sua gente. Di donne e di donzelle de’ cittadini per sè e per sue genti si cominciarono a fare violenze e molto laide cose; infra le altre, per cagione di donna tolse Sant’Eusebio a’ poveri di Cristo che era alla guardia dell’Arte di Calimala, e lo diè altrui illicitamente. Levò a’ cittadini gli assegnamenti fatti loro sopra le gabelle per i danari ch’essi avevano dovuto prestare per forza a tempo delle guerre di Lombardia e di Lucca, ch’erano più di trecentocinquanta mila fiorini d’oro assegnati in più anni con alcuno guiderdone; e questo fu grande male e rompimento di fede, e molti ne furono diserti. Fermò le paghe dovute a Mastino della Scala per la matta compera di Lucca, talchè gli statichi ne rimasero due anni poi in Verona, e la Repubblica restaurata, per liberarli, dovette pagare centotto mila fiorini d’oro. Recò a sè tutte le gabelle che andavano a più di dugento mila fiorini, senza l’altre entrate e gravezze: fece fare l’estimo in città ed in contado, e fecelo pagare, che montò a più di ottanta mila fiorini; onde i grandi e popolani e contadini, che vivevano di loro rendite, se ne teneano forte gravati, siccome erano i cittadini di continuo con le prestanze; e fece creare nuove e sformate gabelle. Sicchè in dieci mesi e diciotto dì ch’egli regnò signore, gli vennero alle mani quattrocento mila fiorini d’oro solo di Firenze, dei quali mandò tra in Francia e in Puglia più di fiorini dugento mila; perocchè in tutte le terre signoreggiate da lui non teneva più di ottocento cavalieri, e quegli pagava male, che al bisogno della sua ruina se n’avvidde. Costrinse i mallevadori di quello degli Oricellai o Rucellai, del quale sopra abbiamo detto, a farlo tornare con sua securtà dal confine dov’egli era stato mandato a Perugia; ma non serbandogli fede, lo fece impiccare con una catena al collo, acciocchè non potesse essere spiccato, e tolse ai mallevadori cinque mila quattrocentoquindici fiorini d’oro, opponendo che il Rucellai gli avea frodati al Comune in Lucca; i beni di quella famiglia confiscò a sè. Creò nel contado sei potestà con grande balìa di poter fare giustizia, e grossi salari: i più furono delle case de’ grandi, e di quelli che erano stati ribelli e rimessi in Firenze di poco: la qual nuova potestà molto dispiacque a’ cittadini, e più a’ contadini che portavano la spesa e la gravezza. Crudeli e sconce giustizie faceva contro a’ cittadini, e due ne mise a morte barbaramente perchè gli avevano rivelato trattati o congiure fatte contro lui, ma egli credette che lo dicessero per inganno.

Potestà era per il Duca messer Baglione dei Baglioni da Perugia, e Conservatore Guglielmo d’Assisi; Simone da Norcia giudice sopra il rivedere le ragioni del Comune, ed era più barattiere di coloro che condannava per baratteria: di suo consiglio erano il Giudice di Lecce ed il Vescovo d’Assisi fratello del Conservatore, il Vescovo d’Arezzo degli Ubertini, e un Tarlati da Pietramala, il Vescovo di Pistoia e quello di Volterra, e messer Ottaviano de’ Belforti; ma questi erano d’apparenza, tenuti da lui per sicurtà delle loro terre. Co’ cittadini aveva di rado consiglio; i Priori erano in nome, ma non in fatto; le sue lettere sottoscriveva dux et dominus Florentinorum;[189] ed egli poi si ristrigneva con messer Baglione, e il Conservatore, e Cerrettieri de’ Visdomini fiorentino di casa di grandi, uomini corrotti in ogni vizio a sua maniera. Teneva giostre in sulla piazza di Santa Croce, ma pochi grandi e popolani vi giostrarono; fece sei brigate di gente del popolo minuto, del quale cercava recarsi l’amore, ma poco gli valse. La festa di san Giovanni, fece fare alle Arti al modo antico, senza gonfaloni; e la mattina della festa, oltre a’ ceri usati delle castella del Comune ch’erano da venti, ebbe da venticinque drappi, ovvero palii ad oro, e sparvieri e astori per omaggio d’Arezzo, Pistoia, Volterra, e da San Gimignano e da Colle, e da tutti i Conti Guidi e da Mangona e da Cerbaia e da Monte Carelli e da Pontormo, e dagli Ubertini e dai Pazzi di Valdarno e da ogni baroncello o conticello d’attorno e dagli Ubaldini. A’ 2 di luglio il Duca fermò lega e taglia con Mastino della Scala e co’ Marchesi da Este e col signore di Bologna: e prima l’aveva fatta coi Pisani, la quale molto dispiacque a’ Fiorentini e a tutti i Toscani guelfi, e poco si osservò; perchè non era piacevol mischiato nè buona compagnia, dice il Villani; del quale abbiamo sin qui pigliate in prestito molte parole, come sovente facciamo, perchè l’istoria di Firenze verrebbe ad essere conosciuta male quando gli storici non si conoscessero.

Era in Firenze un antico proverbio, il quale diceva: «Firenze non si muove se tutta non si duole.» Non ebbe ancora il Duca regnato tre mesi, e tutti gli ordini della città a lui si erano nimicati; i grandi per non avere riavuto lo Stato, ed i grossi popolani perchè lo avevano perduto, ed i mezzani e minuti artefici perchè il mal governo aveva fatto cessare i guadagni. S’aggiungevano poi le insolenze di signoria francese, gli oltraggi alle donne, e le rapine e crudeltà; cosicchè ad un tratto più congiure si formarono contro al Duca, tutti correndo allo stesso fine celatamente per vie diverse. Dell’una era capo il vescovo Acciaiuoli, quel medesimo che prima avevalo magnificato nelle sue prediche; e con lui erano i Bardi e i Frescobaldi e altri de’ grandi stati rimessi dal Duca, e le famiglie dei popolani i quali, a fine di racconciare loro private fortune, a lui si erano accostati. Avevano essi trattato coi Pisani ed altri di fuori per assalirlo in Palagio; ma egli si provvidde col mutare due volte le guardie e crescere le difese, talchè il fatto andava in lungo. Una seconda congiura, nella quale erano i Donati e i Pazzi ed i Cerchi, voleva porgli le mani addosso quando egli andasse in casa degli Albizzi a veder correre il Palio; ma per sospetto non vi andò. Nella terza si accoglievano in maggior numero di quei popolani che più erano stati offesi, tra’ quali i Medici ed i Rucellai; ma innanzi a tutti un Antonio degli Adimari di casa i grandi. Era questa la congiura più vasta e possente e pronta alle opere: se non che un masnadiere senese comunicava la cosa ad uno de’ Brunelleschi, non per iscoprirla, ma per credere che egli fosse uno de’ congiurati; ed il Brunelleschi, per non essere incolpato, la rivelò al Duca, e a lui condusse il masnadiere: onde che altri furono presi e infine richiesto lo stesso Antonio degli Adimari; il quale, tenendosi sicuro per la grandezza sua, comparve in Palagio, dove anch’egli fu ritenuto. Il che saputosi, molti altri dei principali di ogni sètta o si nascosero o fuggirono, e la città era in tremore. Ma il Duca trovando la congiura contro a lui sì grande, ed egli essendo uomo di piccola levatura e poca fermezza, non sapeva che si fare; ed anzichè correre la terra con la sua gente e col favore del popolazzo minuto, indugiò aspettando altre masnade di fuori e trecento cavalieri che a lui mandava da Bologna Taddeo de’ Peppoli signore o tiranno di quella città. S’appigliò intanto ad un partito, il quale fu a lui cagione ultima di ruina. Fece richiedere trecento dei principali cittadini, sotto colore di volersi nei casi presenti consultare seco loro, e mandò fuori i suoi sergenti per la città con le liste, nelle quali erano compresi molti ancora dei congiurati. Ma la cattura dell’Adimari, ed il sapersi delle masnade che il Duca aspettava, posero grande sospetto negli animi dei cittadini; corse gran voce e dipoi fu scritto che egli volesse, una volta che tutti fossero in Palagio, assicurarsi di loro o con la morte o in altro modo, e disertare la città per indi averla a discrezione. Talchè i richiesti, comunicando gli uni agli altri il sospetto, tutti negarono ubbidire; e scoprendosi l’una sètta all’altra, di grande accordo, e diponendo tra loro ogni ingiuria e malevolenza, deliberarono levarsi in arme contro al Duca.

Venuto dunque il dì seguente, che era sabato 26 luglio 1343, giorno di sant’Anna, all’ora di nona quando erano usciti i lavoranti dalle botteghe, certi ribaldi e fanti in Mercato vecchio, com’era ordinato, s’azzuffarono insieme gridando All’arme all’arme; e incontanente tutti i cittadini corsero a sgombrare i cari luoghi, e s’armarono traendo ciascuno a sua contrada e vicinanza, mettendo fuori le bandiere di cheto rifatte con le armi del Popolo, e gridando Muoia il Duca e i suoi seguaci, Viva il Popolo e il Comune e la Libertà! E di presente fu asserragliata la città a ogni capo di via: e quegli d’oltrarno grandi e popolani si giurarono insieme e si baciarono in bocca, facendo sbarre ai capi de’ ponti con intenzione, se tutta l’altra terra di qua dall’acqua si perdesse, di tenersi francamente nel sesto di là; prima avevano mandato chiedendo aiuti ai popoli circonvicini. La gente del Duca, sentendo il romore, montò a cavallo; e chi potè fare in tempo, corsero alla piazza del popolo in numero di trecento; furono gli altri presi, o morti o feriti per gli alberghi e per le vie, e rubati i cavalli e le armi. Uguccione de’ Buondelmonti ed i suoi consorti, i Cavalcanti ed alcuni altri di case di grandi, con dei beccai e scardassieri, andavano verso il Palagio gridando Viva il Signore lo Duca; Giannozzo de’ Cavalcanti, montato sopra un desco da tavernai, gridava al popolo che traeva in piazza: Non andate, chè voi sarete tutti morti: ma visto ch’ebbero come il fatto andava, se ne tornarono a casa o seguitarono il popolo, eccetto Uguccione rimasto poi nel Palagio insieme co’ Priori delle arti, che ivi si erano rifuggiti. Quelli del popolo, occupate le bocche delle vie che vanno in piazza, e quelle sbarrate, si combatterono lungamente con la gente armata del Duca, finchè la sera medesima non furono questi costretti a fuggirsi dentro il compreso del Palagio, lasciando fuori i cavalli. Amerigo Donati e più altri, co’ loro parenti o amici, assalirono allora le carceri delle Stinche con tanto vigore che, aiutati dai rinchiusi, gli ebbero tutti liberati; e con quell’impeto avviatisi al palagio del Potestà, lo combatterono; insinchè essendosi il Potestà fuggito con grande paura, fu quel palagio saccheggiato, le carte bruciate, la prigione aperta: ruppero poi la camera del Comune ed arsero i libri dov’erano scritti i banditi ed i ribelli; e similmente quelli degli atti della Mercatanzia: altre violenze non si fecero, se non contro la gente del Duca. Allora quelli d’oltrarno, avendo aperte le sbarre dei ponti, valicarono di qua dall’acqua a piedi e a cavallo, e insieme con gli altri, fatti levare i serragli delle vie maestre, liberamente e da più lati e con le insegne del popolo alzate, e grida e plausi, mossero tutti per la città verso il Palagio. Erano più di mille a cavallo, e a piè diecimila cittadini armati a corazze e barbute come cavalieri; «il quale popolo fu molto nobile a vedere così possente ed unito.»

Il Duca assalito così fieramente, e non avendo in Palagio che quattrocento uomini, e quasi altro che biscotto, aceto e acqua, tardi cercando guadagnarsi la grazia del popolo, la domenica mattina creò cavaliere Antonio degli Adimari, che non voleva saperne; e poi lasciato lui e gli altri i quali erano in custodia, fece levare le insegne sue di sopra il Palagio, e porvi quelle del Popolo; ma non per questo cessò l’assedio. La domenica notte giunse il soccorso dei Senesi, trecento cavalieri e quattromila balestrieri, molto bella gente, e con loro sei grandi popolani Senesi per ambasciatori. San Miniato inviò dugento fanti ben armati, e Prato cinquecento. Il conte Simone, ch’era dei Guidi da Battifolle, ne condusse quattrocento; e il dì seguente venne grandissima quantità di contadini bene armati, di modo che la città si trovò piena di gente del contado e di cittadini in arme. Da Pisa venivano cinquecento cavalieri; ma perchè essi erano stati richiesti dai grandi senza il consenso del Comune, ne fece il popolo grande mormorio e il Comune gli rimandò; furono assaliti, nel tornarsi, da quelli d’Empoli e di Montelupo e di Pontormo e di Capraia, e presi e morti più di cento.

Il Vescovo intanto e altri popolani fecero bandire parlamento, e congregati in Santa Reparata il lunedì seguente, tutti in arme, di grande accordo elessero quattordici cittadini, sette grandi e sette popolani, con grande balìa di riformare la città e fare ufficiali e leggi e statuti; e a far le veci del Potestà deputarono tre cittadini grandi e tre popolani, i quali tenessero ragione sommaria delle violenze e ruberie, ma non avessero altro ufficio. Nè in questo mezzo il popolo si ristava dal combattere il Palagio e andare cercando gli ufficiali del Duca; e quanti poterono per la città rinvenire, o celati nelle case o che fuggivano travestiti, erano uccisi a furore, ed i fanciulli trascinavano i corpi ignudi per la città. I Quattordici ed il Vescovo e gli ambasciatori senesi e il conte Simone si cercavano intromettere e fare accordi col Duca, al quale fine alcuni di loro a parte a parte si vedevano entrare ed uscire dal Palagio, benchè poco piacesse al popolo; nè assentiva questi alcuna concordia, se non avesse nelle mani il Conservatore Guglielmo d’Assisi ed il figliuolo, e Cerrettieri dei Visdomini, per farne vendetta. Ciò il Duca negava, ma infine minacciato dai Borgognoni i quali erano rinchiusi seco, si lasciò sforzare. «Appariscono (dice il Machiavelli) gli sdegni maggiori quando si ricupera una libertà che quando si difende.» Il primo d’agosto in sull’ora della cena i Borgognoni pinsero fuori della porta del Palagio, in mano dell’arrabbiato popolo, il figliuolo del Conservatore, giovinetto di diciotto anni, vestito a bruno dolorosamente; e quei furiosi lo tagliarono e smembrarono in minuti pezzi nella presenza del padre; il quale, pinto fuori anch’egli, ebbe lo stesso governo; e chi ne portava un pezzo in sulla lancia e chi in sulla spada per la città; e vi ebbero de’ sì crudeli e bestiali i quali si dissero avere mangiato le carni crude di quei miseri. Il che fu scampo del Visdomini, che doveva essere il terzo; ma saziati i suoi nemici non lo addomandarono, e si fuggiva poi di città. Il Duca si arrese quel giorno medesimo, e cedè il Palagio, salve le persone, rinunziando ogni signoria o ragione che avesse egli nella città, e a cautela promettendo ratificare ciò quando fosse fuori del contado e distretto di Firenze. Rimase però tre altri giorni per paura; e quando il popolo fu racquetato, uscì di Palagio accompagnato dalla gente dei Senesi, dal conte Simone e da taluni dei maggiori cittadini grandi e popolani, datigli a guardia dai reggitori. Giunto a Poppi, ch’era la principale terra dei conti Guidi, ratificò male a grado la promessa; quindi per Bologna andò a Venezia, ed ivi noleggiate due galere, si tornò in Puglia. Partito il Duca, si disfecero i serragli, s’apersero le botteghe; e i Quattordici cassarono gli atti del Duca, salvo le paci da lui fatte tra’ cittadini, che fu (come scrivono) la sola buona cosa ch’egli facesse: anche gli posero taglia addosso, del che ebbero poi grave dissidio coi re di Francia; e lo fecero dipingere vituperosamente, lui ed i suoi satelliti, nella Torre del palagio del Potestà. Ordinarono che il giorno di sant’Anna fosse come pasqua; e anche oggi si veggono appese in quel dì le bandiere delle Arti in giro attorno al bell’edificio il quale ha nome di Or San Michele.[190]

Capitolo IV. CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.]

Caduto il tiranno, le terre o città a lui soggette si ribellarono; Arezzo e Pistoia si ridussero a libertà e disfecero i castelli che i Fiorentini aveano fatti, Volterra tornò in signoria dei Belforti, e Castiglione Aretino di nuovo diedesi ai Tarlati: seguitarono l’esempio presso che tutte le altre maggiori terre del dominio della città di Firenze. E come agli oppressi di fuori era stata l’occasione buona, così anche parve essere a quelli di dentro: chiedeano i grandi avere parte negli uffici, poichè erano stati insieme con gli altri a racquistare la libertà; al che assentivano certi grossi popolani, o, come dicevano in Firenze, le Famiglie, alcune delle quali avevano tenuto in mano lo Stato e si credevano ripigliarlo con l’appoggio allora dei grandi, coi quali avevano molte parentele: gli altri artefici ed il popolo minuto sarebbero stati contenti che i grandi avessero parte negli uffici, salvo quello del Priorato e dei Gonfalonieri delle compagnie. Si tennero molti ragionamenti «che parvero trattati;» perchè ogni qualità di cittadini faceva parte da sè: ma infine per mezzo del Vescovo e degli ambasciatori Senesi ottennero i grandi d’entrare anch’essi nel priorato. E perchè il numero dei priori pareva scarso a mettervi i grandi, e i Sesti erano mal divisi; quelli d’Oltrarno e di San Piero Scheraggio tra loro due soli pagando oltre alla metà delle gravezze; per queste ragioni divisero la città in Quartieri, e insieme il contado che si partiva, come sappiamo, anch’esso per sesti; aggregando ciascun Piviere o Comune al quartiere che guardava a quella parte della campagna, e facendo nuova descrizione delle poste e delle lire a pagamento, secondo portava la novella partizione.[191] Dopo di che il Vescovo ed i Quattordici elessero diciassette cittadini popolani e otto grandi per quartiere, che insieme con loro furono centoquindici a fare lo squittinio: i quali cessando dal fare per allora nuovo Gonfaloniere, ordinarono fossero dodici Priori; chè tre per quartiere, uno dei grandi e due popolani; e otto Consiglieri, metà grandi e metà popolani, che deliberassero le cose gravi con i Priori, invece di dodici, com’erano prima; e gli altri uffici a mezzo co’ grandi.[192]

Notes in this chapter

Note 1 · Villani, lib. X, cap. 86.Note 2 · Il Machiavelli scrisse la vita di Castruccio senza istorica verità, ma perchè fosse come esemplare a quella idea che egli vagheggiava; e se Note 3 · Scriviamo il numero dei soldati come si trova nei contemporanei; ma quello delle genti a piedi, incerto sempre, comprende ancora i guastatorNote 4 · G. Villani, lib. IX, cap. 214.Note 5 · Cronaca di Paolino di Piero.Note 6 · G. Villani, lib. IX, cap. 214.Note 7 · Ivi, cap. 219.Note 8 · Istoria Fiorentina di Marchionne Stefani, lib. VI, rub. 385. — Tra ’l Potestà e il Capitano del Popolo e l’Esecutore degli ordini di giustizNote 9 · G. Villani, lib. IX, cap. 273.Note 10 · Franco Sacchetti, novella 63.Note 11 · Neri Strinati, del quale abbiamo una breve Cronichetta (stampata di seguito alla Storia apocrifa di Semifonte), era insieme col suo fratelloNote 12 · Storie Pistolesi dal 1300 al 1348.Note 13 · Deliz. Erud., tom. XII, pag. 262.Note 14 · Balìa rebanniendi exbannitos habitos pro Guelfis et qui pro Guelfis habeantur [11 ottobre 1325]. Archivio di Stato, Provvisioni di quell’annNote 15 · G. Villani, lib. X, cap. 2. — Coppo Stefani, lib. VI.Note 16 · Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348.Note 17 · Villani, lib. X, cap. 86.Note 18 · Il P. Ildefonso, tomo XII, pag. 288, pubblicava il testo originale di questa riforma. È anche da vedere il libro settimo delle Istorie di ScNote 19 · È un libro o zibaldone del secolo diciassettesimo, scritto da Tommaso Forti notaro fiorentino, intorno agli uffici e magistrati della RepubbNote 20 · G. Villani, lib. X, cap. 118. — Abbiamo per quell’anno 1329 e pei susseguenti il Diario d’un Simone Lenzi biadajolo, del quale un estratto sNote 21 · G. Villani, lib. XI, cap. 1. — L’Archivio Storico dell’anno 1873, disp. II, pubblicava una notizia del signor Gherardi intorno ai danni di qNote 22 · G. Villani, lib. II, cap. 23.Note 23 · Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, tom. IV, disp. I.Note 24 · «Sono solito a dire che più d’ammirazione è che i Fiorentini abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e’ Veneziani o altro princNote 25 · Vedi le Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348.Note 26 · Abbiamo gli Atti della dedizione nel tomo I dei Capitoli del Comune di Firenze, pubblicato dalla Soprintendenza generale degli Archivi toscaNote 27 · Era proibito contrarre parentela con tali Signori (vedi Statut. Flor., lib. III, rubr. 179, tom. I, pag. 380). Ed altra rubrica, lib. III, rNote 28 · Alcuni uomini del Valdarno l’anno 1294 chiedono essere liberati ab omni hominitia et coloneria et ascriptitia conditione e ab omni nexu fideNote 29 · Quis dominatur apennini? alma domus Ubaldini; avrebbe detto l’imperatore Federigo II.Note 30 · Cronaca, lib. X, cap. 202.Note 31 · Delfico, Storia di San Marino.Note 32 · «La guerra di Mastino voleva il mese più di venticinquemila fiorini d’oro che andavano a Vinegia, senza le spese opportune che bisognavano dNote 33 · G. Villani, lib. XI, cap. 114.Note 34 · G. Villani, lib. XI, cap. 139.Note 35 · «Il popolo era da’ grandi nelle faccende private oppressato; i grandi avevano le leggi e la ordinazione della Repubblica tutta contra sè dirNote 36 · G. Villani, lib. XI, cap. 119.Note 37 · Abbiamo nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. VI, pubblicati ed illustrati dal signor Cesare Paoli i documenti dell’Archivio di SNote 38 · G. Villani, lib. XII, cap. 1, 2, 3.Note 39 · Vedi Archivio Storico, tom. XVI, parte II, pag. 532. — Donato Velluti, cronista non dispregevole, era stato de’ primi Priori creati dal DucaNote 40 · G. Villani, lib XII; Marchionne di Coppo Stefani, lib. VIII; Machiavelli, lib. II, in fine; Ammirato, lib. IX; Cronaca Senese di Andrea Dei Note 41 · Deliz. Erud., tom. XIII, pag. 207.Note 42 · G. Villani, lib. XII, cap. 18 e segg. — Marchionne Stefani. — Lionardo Aretino. — Machiavelli.
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