LIBRO TERZO. (continued 3)
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Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le schiere che già erano passate innanzi cominciavano a sbigottire. Ma con esse erano gli ambasciatori del Comune di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto, che le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. Gli ambasciatori che nonostante si sentissero in lealtà pure temevano per sè stessi, usando una autorità che non era commessa loro, ai molti armati che erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi da quelli, lasciando libero il cammino; e le due schiere si ridussero quel giorno stesso in Dicomano. Dove abbarrati come potessero con botti ed altro legname stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune aveva all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila erano balestrieri scelti, e quattrocento cavalli; ma più temevano gli Alpigiani, poichè gli avevano assaggiati. Udito in Firenze il romore di quei fatti, i rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono per il contado a far gente, che là si trasse da ogni parte per non lasciarli passare. E sebbene uno degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in Firenze, ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata e posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero in tre altri Consigli molto numerosi di richiesti, il preso partito fu ogni volta confermato e dato ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve tutti occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le uscite fossero più larghe; grande il numero dei pedoni mandati dal Comune o che per volontà vi erano tratti; gran voglia avea il popolo di levare di terra una volta quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse (crede Matteo Villani), in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della Compagnia per lungo tempo in Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori (un Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali contavano in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero più che al Comune i capitani mandati a reggere quelle genti; il potestà si trovò essere uomo di poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi della Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi insieme con gli ambasciatori, deliberarono trarre fuori a salvamento i rinchiusi e porli a Vicchio; il che era farli signori di tutto il piano di Mugello. Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate e le fosse, ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco furono messi alla retroguardia. E avendo fasciata la Compagnia co’ balestrieri del Comune di Firenze, li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare del pane che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne che non potendosi raffrenare i fedeli dei Conti dall’appiccare la mischia, i balestrieri ebbero comando dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo capitanata e non sapendo cui obbedire nè offendere, non si partiva dalle poste: il che vedendo quei della Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un aguato di cento Ungheri che si avevano lasciato addietro, avendo colto quei balestrieri che si erano fatti innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia, sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno cavalcando quarantadue miglia, non si fermò finchè si ridusse a salvamento in su quello d’Imola. Gli ambasciatori, fornito il servigio, tornarono a Firenze; e a chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La gran Compagnia vicina a disciogliersi per la mancanza de’ suoi capi, e indi ricomposta da un altro tedesco, Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta l’anno dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al contado di Firenze, trovò questo essere ben guardato, nè bastò a prendere sua vendetta. Quella volta Bernabò Visconti aveva mandato contro alla Compagnia aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri di Puglia in proprio e per comandamento di quel Re amico alla Repubblica.
Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non si soglia da noi; ma ci spediremo brevemente di un’altra guerra di maggior conto, della quale più ne importa esporre le cause che narrare le battaglie, perchè non fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 una co’ Pisani infinta pace, e la mala volontà era continua tra’ due popoli. Pisa ghibellina parea soffocasse dentro terra le ambizioni crescenti ognora dei Fiorentini e i commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per la pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino a ducento mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a trenta mila; da indi in su doveano pagare gli uni e gli altri due soldi per libbra. Ma dopo cacciati i Gambacorti, venuto il governo di Pisa in mano della fazione che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore di costruire altre navi per la sicurezza del mare infestato di frequente dai pirati, fecero a tutti essere comune la gabella dei due soldi, togliendo via le franchigie: avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero sopportato per l’agiamento del porto e la comodità delle strade. Ma superbia e guasti animi credo potessero più del computo; e la Repubblica decretando che i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato termine, s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio di Firenze andasse al Porto di Talamone, con l’agevolare le strade a quel porto e col disporre le albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i mercanti e vetturali pisani venivano presi e rubati sulla via. Quindi aggravarono il divieto decretando che chi procurasse o consigliasse o in palese o in segreto tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona. Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del mare con grande balía, nel quale entravano due de’ grandi perch’era ufficio del Comune, e perchè i grandi per le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle cose della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile danno e solitudine della città loro, tanto che vi ebbero congiure per le sofferenze degli artefici e il desiderio che aveva il clero dell’antico reggimento. Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova Simone Boccanegra, del quale erano grandi amici, e n’ebbero sei galere, sperando per quelle chiudere Talamone, e che ogni naviglio fosse menato a scaricare a Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza a fare armare galere; chè prima d’allora non aveva la Repubblica avuta armata nel mare; ed alle mercatanzie loro si procacciarono una via di Fiandra per terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa lietamente comportando per mantenere l’impresa.[268] Tentarono anche i Pisani Talamone per mare e per terra, ma lo trovarono ben guardato dai Fiorentini e dai Senesi: lo strano impegno continuava, cercando i Pisani a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza le navi, le quali andassero non che a Pisa a Corneto ed in altri porti, avendo armate a questo effetto in Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno. Con le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la grida che sotto piccolo nolo avrebbono caricate con sicurezza per Talamone le mercatanzie sulle galere del Comune di Firenze; ed i Pisani, per la meglio, mandarono il bando che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini era proposito mostrare ai Pisani che senza loro ed il loro porto potevano fare, ch’era un averli a discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti i Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire il segreto, confessa pure che a cercare sottilmente lo stato in che erano le due città, questa materia aveva dentro più che al difuori non apparisse.[269]
Così cercavano le due parti di schermirsi dalla guerra che poi nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; da chi voluta, mal si direbbe. Ai Fiorentini era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno, avendo i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente retta da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano Belfredotti), ma debole sempre contro alle insidie o agli assalti delle maggiori città vicine, per la scarsezza dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano i Pisani tentato Volterra, che allora sarebbesi accordata per la meglio ricevere da Firenze il Capitano di guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini, cortesemente avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro discorso occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze del tiranno per via d’un’altra scelleratezza, fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero quella città e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio ai Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai luoghi forti ed alle marine. E frattanto Piero Gambacorti con la forza di settecento soldati ungheri era fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la quale sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini. Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio Lupo, nobile di Parma dei marchesi di Soragna, si diedero in fretta a provvedersi di gente; scegliendo uomini volonterosi ed atti alla guerra, che formassero le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si era dovuto anche pe’ contadini il servizio personale commutare in una tassa, che essi pagavano con grande loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni e soldati forestieri:[270] bene potevano essere chiamati quando era necessità, scontando la tassa, come avvenne in questo tempo; ma era servigio dannoso e disutile: e tutto il nerbo della guerra stava negli Ungheri e Tedeschi.[271]
Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e abbiamo registro[272] di ventisei compagnie, la maggior parte di forestieri, le quali sotto varie insegne e nomi diversi furono in quegli anni tenute a soldo dai Pisani. Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano per le strade loro passeggiare baroni e cavalieri armati d’ogni nazione: tra gli altri, un Ridolfo ed un Giovanni di Habsburgo vennero l’anno 1365 agli stipendi dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona tolto ai Pisani furtivamente, questi riebbero per assalto. Di Val di Nievole si portò la guerra tosto in Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate castella di picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari e rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; quando per dappocaggine o malizia dei consiglieri o commissari che la Repubblica inviava a stare a guardia del capitano, Bonifazio fu deposto da quell’ufficio; egli accontentatosi nobilmente di servire nella qualità di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da Camerino, che gli aveva tolto il luogo suo. Viveva quegli poi molti anni in Firenze, dov’ebbe cittadinanza, ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la fondazione d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene anche oggi il suo nome.[273] Ridolfo avuta con lungo e faticoso assedio la terra di Peccioli, e corso anch’egli inutilmente devastando il piano e distruggendo nobili possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon frutto non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, condotto dai Fiorentini con quattro galere, facea buona prova; tenendo questi a grande onore umiliare Pisa colà dov’era la forza sua; tantochè avendo occupato per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo le rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali fino ai giorni nostri restarono appese alle colonne di porfido presso alla porta maggiore del tempio di San Giovanni. Altre due galere aveva mandate in servigio della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli grande Siniscalco del regno di Napoli.
Continuava la guerra tutta quella state, nè per il verno cessavano le due parti dall’assalire castelli, avendo i Pisani tentato Barga e Pescia e Santa Maria in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre i Fiorentini sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi avere Lucca per trattato, da quella furono ributtati per la diligenza dei Pisani. Avevano questi sul principio della guerra (se fede intera prestar si debba al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori per bando crudele.[274] E in Garfagnana si raccendeva feroce la guerra nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri da Baschi capitano de’ Pisani avendo rotte due grosse bande di cavalieri e fatto prigioni i due valorosi capitani che avea mandati Piero da Farnese a rifornire le castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe splendida rivalsa presso al Bagno a Vena, dove la battaglia due ore e mezzo fu combattuta pertinacemente con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con la spada in mano, e seco molti valenti uomini e le insegne dei Pisani. Del che in Firenze fu molto grande e popolare allegrezza, entratovi Piero quasi trionfalmente: e subito quindi correva egli sotto Pisa e fino alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù di soldato e perizia di capitano. Ma egli moriva in quei giorni della peste ch’avea ritoccato di nuovo in Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del quarantotto: di lui fu grande e universale compianto, ed ebbe esequie splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna una statua equestre di legno che stette infino a questi ultimi anni nel maggior tempio; dove Piero da Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di quando egli, mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato dai suoi, montò sopra un mulo da soma e a quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu tanto allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al modo stesso come era morto Giovanni, Matteo Villani che la storia sua condusse infino all’ultimo giorno della vita: quando s’apprestava a raccontare l’esequie di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta, continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo suo figliuolo, più letterato dei suoi maggiori, ma istorico troppo da meno, al breve saggio che egli ne diede.
Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la guerra, dacchè i Pisani ebbero condotta ai loro stipendi una compagnia d’Inglesi che aveva nome la Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro a Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela da dosso; era egli avverso ai Fiorentini e amico ai Pisani: avriano potuto i Fiorentini farsi innanzi, molti di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra gli altri essendo guida in Italia della compagnia; ma invece trassero di Alemagna poche altre genti capitanate dal conte Arrigo di Monforte, all’uopo scarse e di minor conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato camminavano inverso Firenze per il piano di Pistoia infino alle porte, guastando al solito case e ville, correndo palii e impiccando asini; finchè ritrattisi all’udire le campane di Firenze suonare a stormo, discesi a Empoli per i poggi, di là per il Chianti si andarono a posare nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa terra e il castello di Figline. Campeggiarono tutto il Valdarno ad agio loro alquanti dì, ed all’Incisa avendo rotta l’oste fiorentina che si faceva loro incontro,[275] un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze da opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era capitano messer Pandolfo dei Malatesti, il quale o che pe’ mali ordini del governo gli paresse necessario, o che a pro suo volgesse in mente consigli malvagi, chiedeva gli dessero giurisdizione di sangue nella città e fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che negatogli e tumultuando la città che ricordava il Duca d’Atene, male potevane avvenire; quando saputosi che gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando i poggi del Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura e s’acchetarono i sospetti.[276] E già il verno soprastava, nel mezzo del quale non si ristavano quella dura gente degl’Inglesi dal correre e dare il guasto alle terre cercando preda. Con maggior impeto e più ordinata battaglia si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera; e più volte ebbero a sè propizia la fortuna delle armi, tenendo stretti nella città i Fiorentini con disagio e con pericolo molto grande; quando ecco si videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra loro dividersi e insieme combattere, essendo una parte già compra, e l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a Cascina rimanendo vinta in molto grossa battaglia. Ed in quei giorni anche fu preso ed abbruciato Livorno per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato nelle compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, come i nobili spesso facevano, e di rado utile alla patria sua. Così tra le due città rivali erano venute a pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano V già s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni sofferti e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente consigliavano, e che Giovanni dell’Agnello, che si era in Pisa levato a doge, promoveva pe’ suoi privati disegni. Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze pubblicata non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali quali com’erano state innanzi la guerra: tornava meglio alle due città se non l’avessero cominciata.[277]
La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento di dignità, veniva a rendersi ogni giorno più, non che odiosa agli Italiani, subietto amaro alla riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e Urbano V, benchè francese, non prima assunse il pontificato che pose mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. Questo annunziava egli col pigliare il nome d’Urbano. Muovevanlo i danni che ne venivano alla Chiesa, e lo squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul papato i re di Francia, ed ultimamente per le guerre di quel regno parevagli fosse male sicura ivi la dimora: vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli al dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le armi e per le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia della presenza dei papi, che il nuovo stato costituisse e gli acquistasse la moral forza; si confidava con la presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni e dalle rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;[278] sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti che fu insigne per malvagità anche tra gli uomini della casa sua, e che d’ogni erba faceva fascio. Si accordava al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva questi passando in Italia nel tempo stesso che il Pontefice, meglio rialzarvi l’imperial nome e confortarne l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza di Bernabò, che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo suo. Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella primavera del 1367, e dimorato alcuni mesi in Viterbo, a’ 16 ottobre faceva l’entrata solenne e lieta veramente nella desolata Roma, in mezzo al corteggio dei signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e l’Imperatore e il Re d’Ungheria la regina Giovanna di Napoli e i signori di Mantova e di Padova e di Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti, alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento si rifiutarono aderire. Oltre al tenere in gran sospetto quell’amicizia tra ’l Papa e Cesare, pensavano come per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà più forte nella propria difensione e alla unità del comando, le forze di quante in Italia erano compagnie, cioè delle sole milizie vere che allora sapessero tenere il campo e mantenessero disciplina. Ma fuori anche di tutto ciò, per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni cosa; e della quale non saprei dire se fosse Carlo o più avido o più bisognoso.[279] Egli disceso nel maggio del 1368, trovata l’impresa più dura che in lui fossero l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti per molto danaro e piccioli ossequi o concessioni da loro fatte; e la lega fu disciolta, ed egli con poche armi recavasi in Toscana.
Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a Roma, accrebbe quivi lo splendore di quei giorni al Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in Siena, della quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo; ma ora cercando mettere in palagio un suo Vicario, infuriò la plebe, ed ei dovette salvarsi nelle case dei Salimbeni con suo pericolo e vergogna. A Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto lo stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero Gambacorti, dal quale ottennero essi la conferma degli antichi privilegi e aggiunta di nuovi, cosicchè allora per sempre cessarono dal fare porto a Talamone. Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani ricuperava dopo ventisette anni l’indipendenza; riordinandosi a governo per allora popolare e molto amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano le solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, come vedemmo, fossero libere le città una per una e spicciolate, ma non formassero uno stato di più insieme, e non facessero acquisti di terre senza il beneplacito di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra essere stata contro ai patti del 55, e grave scandalo gli pareva che la Repubblica si arrogasse dare castella in feudo ai signori del distretto, a sè rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da Lucca e da Siena e da Pisa e dai Visconti avuti buon numero, tornò in Germania soddisfatto. Ma lasciava però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione di San Miniato; non poteva quella terra dimenticare l’essere stata rôcca ai Vicari dell’Imperatore; e molti avendo e possenti nobili usati al vivere ghibellino, le istituzioni popolari male vi sapevano allignare: quelli umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini, partito lui, di già si erano accampati sotto alle mura della città, allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo si ritraessero, avendo avuto egli dall’Imperatore il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica questa volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva essere ben guardata. Ciò nonostante in un primo scontro ebbe la peggio, ed i nemici erano corsi fino alle porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si tenne finita in Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il capo, e i ragazzi della plebe fiorentina addosso a loro inferocivano. Si disperderono le casate dei Sanminiatesi, e una donna della famiglia dei Borromei, portò a Milano le sue ricchezze.[280] Il Pontefice, che da gran tempo lodevolmente sollecitava le città e i principi dell’Italia a unire insieme gli sforzi loro contro alle straniere Compagnie, si era da ultimo collegato ai Fiorentini; talchè quella guerra si protrasse fiaccamente qualche altro mese in Lombardia, finchè una pace venne conchiusa massimamente perchè il Papa si era tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne egli a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370.
Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica: l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni. Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze, la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato. Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona, o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282]
Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo, che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285] le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363, poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma (come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti, più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie: questo si ottenne a gran fatica.[289]
Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano: egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di paperini, giocando sul nome quasi che fossero paterini. La setta degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi, dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi.
Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare, e fatte, essere ipso jure irrite e nulle, senza che prima fosse consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla Camera Apostolica, e più di essere ipso facto dichiarato e tenuto per Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare. Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295]
Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini, porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti, Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento; e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi; e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova essere scemata l’autorità di quel magistrato.
Capitolo VIII. GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]
Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica, questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati, lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti) pericolare la libertà.
I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’ Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini, usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297]
La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298] Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299] mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti: ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300] E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo, chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato, ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro, veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti.
Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie, per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto, perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori: quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila; poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse: queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare minutamente nell’istoria della Repubblica.
Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza, ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo a favellare.[304]
Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso anche le terre dei Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi e degli Aretini, costringendoli, com’era usanza, a riscattarsi dalle devastazioni per molto danaro. Siena bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo anche i Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: v’entrò anche Arezzo, ch’avea alle coste la minaccia dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi s’aggiunsero alla confederazione, bensì con patto di non inviare genti a soccorso di chi occupasse i possedimenti della Chiesa.[305] Laonde Firenze, a sè cercando più saldo appoggio e di maggiore riputazione, non temette collegarsi al più antico e più costante dei suoi nemici, Bernabò Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte guelfa, cercato indarno di storpiare quella lega, la quale si trova, nè senza ragione, biasimata da taluno di quelli stessi ch’erano pure dei più caldi per la guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, avvalorato in quello scrittore anche dai fatti che ne provennero. «Fu tenuto allora da molti buoni e savi cittadini che questo fosse de’ rei partiti che il Comune pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere e fare discredenti i prelati superbi, malvagi e ingrati, che allora reggevano e governavano la Chiesa di Dio, non dovevano però in tutto mortificare e disfare lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono stati d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, e con questa collegazione gli avevano sempre tenuti a freno: e però seguì che, disfatto lo stato della Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca di Milano, ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore ecclesiastico; e oltre a ciò spese la nostra città in detta guerra tre milioni di fiorini, di che seguì che i nostri mercatanti perderono molti avviamenti e traffichi per lo mondo; e forse per questo seguirono poi le discordie cittadinesche, per le quali il reggimento venne in mano de’ Ciompi e popolo minuto.[306]» Ma vero è poi, che ai Fiorentini quella guerra non parve che fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome avvenne, che la riputazione della possanza di Bernabò avrebbe condotto più agevolmente all’effetto che essi cercavano, quello cioè di rubellare al Papa lo stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro che prima solevano avere alle mani loro il governo delle città. Cotesta era guerra meno prode che efficace, e fu dagli Otto proseguita con sagace e appassionata operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e con gli amici che avevano sparsi per le terre della Chiesa, o man mano guadagnavano; in sè concordi, e senza intralcio d’altrui sindacati, portati a cielo da grande aura di favore popolare, encomiati delle opere loro perchè la città non si credette in altro tempo mai essere stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto Santi. Molto facevano col danaro, ma chi delle terre della Chiesa volendosi rubellare cercava aiuto d’armati, lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro scrittovi Libertà in bianche lettere a traverso: se alcuna terra si volesse dare ai Fiorentini, non l’accettavano. Così molte furono in pochi dì liberate: «poi, alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure alla Chiesa era tolta;[307]» e ciò bastava.
Città di Castello fu la prima che, levando rumore e soccorsa dai Fiorentini, si ribellasse: seguitarono Perugia, Orvieto, Montefiascone, Viterbo; in questa rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che infino allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: poi Todi, Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna Forlì dove tornarono gli Ordelaffi, come in Imola gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi Fermo ed Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città minori o terre o castelli: la prima cosa era atterrare le fortezze che i Legati dentro vi avevano fabbricato. «Pareva che intervenisse delle terre della Chiesa come d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre, rovina quasi tutto il resto.[308]» Allora il Papa assoldò in Provenza alcune migliaia di Brettoni, uomini in guerra valorosi, in pace crudeli, per fargli scendere in Italia. Citò a comparire i Signori ed i Collegi, e nominatamente gli Otto della guerra, sotto minaccia delle più gravi censure e pene che allora fossero in casi simili proferite, se rimanessero contumaci. Ma insieme volendo alla conciliazione aprire una via, mandò in Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e un Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di Castello e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, purchè non andassero più innanzi con la guerra. Per questo si tennero molte pratiche e consigli di richiesti; ed era la pace già deliberata, quando gli Otto, che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che in Bologna si era offerta, strinsero i trattati che avevano dentro e vi mandarono gente, sì che la città levata in armi cacciò il Legato: erano ancora gli ambasciatori in Firenze quando giunse la novella, e si fece grande festa decretando fosse quel giorno solenne allora e in perpetuo: tanto più sfoggiavano in cosiffatte dimostrazioni, quanti più erano i contrari.
Dei quali fatti in Avignone giunse l’avviso quando erano ivi di già arrivati messer Donato Barbadori, Domenico di Silvestro e Alessandro dell’Antella, oratori del Comune ed avvocati presso al Pontefice. Recitarono, com’era usanza, grave orazione, magnificando l’antico ossequio dei Fiorentini verso la Chiesa e le recenti offese che spinsero la Repubblica a provvedersi contro le ambizioni e il nemico animo dei Legati; per essi venuta in pericolo la libertà, e Firenze suo malgrado cercare a sè ogni via di scampo. Rispose il Papa, avviserebbe: pochi dì poi chiamati a sè con solenni cerimonie gli ambasciatori, fece ad essi leggere il decreto pel quale veniva Firenze interdetta, ed oltre alle pene spirituali volendo ancora contr’essa procedere a gastighi corporali, ordina il Breve che sieno i Fiorentini cacciati da ogni parte del mondo cristiano, ed i beni loro confiscati; e se al divieto non obbedissero, sieno ridotti in servitù, «a fine che il pianto loro sia ai posteri di terrore:[309]» parole gravi come i fatti, ed io vorrei che gli scrittori della Curia si astenessero da tali enfasi di linguaggio. Narrano che il Barbadori uscendo di sala, volto a un Crocifisso che ivi era, a lui appellasse di quella sentenza come a giudice supremo.[310] E trovo scritto che d’Avignone sola fossero cacciati oltre a seicento Fiorentini dimoranti in quella città pei grandi traffici di Provenza, e come banchieri principali o cambiatori nella Corte pontificia. La sentenza ebbe esecuzione in Inghilterra ed in altre parti, sebbene andassero ambasciatori ai re d’Inghilterra e di Francia e di Ungheria per la tutela delle persone e degli averi che i Fiorentini tenevano sparsi in tanti luoghi della cristianità. Da Pisa non furono accomiatati i mercanti che ivi dimoravano, e la città fu interdetta; ma il Gambacorti, che la reggeva, cercando schermirsi col Papa insieme e co’ Fiorentini, inverso a questi batteva freddo; nè le altre città di Toscana si dimostrarono molto vive in quella contesa, nè Lucca nè Siena trovo che fossero interdette.[311]
A vie più accendere le passioni bentosto si aggiunsero due fatti crudeli, e inique stragi ed abominazioni commesse da quelle straniere milizie che dal Pontefice assoldate, doveano stare a difesa sua nel suo discendere in Italia. Santa Caterina da Siena e Francesco Petrarca gli avean prima dato miglior consiglio; venisse senz’armi, con la sola croce sarebbe più forte.[312] Per la ribellione di Bologna essendo l’Aguto rimasto fuori della città, fece pensiero di occupare con le sue genti Faenza che si teneva per la Chiesa; le quali entratevi, la città tutta fu messa a sacco, forzate le donne fin dei monasteri e tenute pe’ soldati, le vecchie cacciate fuori di città, costretti gli uomini a ricomperarsi o ad andare tapinando: poi quando l’Aguto credette essersi ben rifatto, vendè la città vuota com’era al marchese di Ferrara; poi vi rientravano i Manfredi, ch’erano soliti dominarla. Nè il cardinale Roberto di Ginevra, venuto al governo della legazione di Bologna, mostrò risentirsi di quel fatto scellerato, e tosto poi adoperò l’Aguto contro a Cesena, che desse mano ad altra opera anche più crudele. Erano in questa città i Brettoni, selvaggi uomini corrivi ad ogni eccesso; talchè alla fine, moltiplicando le offese e vinta essendo la pazienza de’ cittadini, levati su, diedero addosso ai Brettoni sparpagliati, e molti ne uccisero, che fu detto essere qualche centinaio. Era il Legato presso la città in luogo forte, alla Murata, ed era con lui Galeotto Malatesta; ai quali andati i cittadini, ebbero promessa non ne sarebbe altro, e tornassero ai fatti loro. Ma tosto dipoi sopravvenendo le genti dell’Aguto, e ravviatisi i Brettoni, insieme entrarono in Cesena; e qui uccidere a man salva uomini e donne e i bambini nelle culle: erano tutte le vie e le piazze piene di corpi morti nel fango, le chiese di sangue, e su per gli altari uccisero parecchi: tremila o più furono i morti: scampò chi riuscì a fuggirsi della terra, perocchè gli Inglesi più attendevano alla preda, ed i Brettoni alla vendetta.[313] Destava quel fatto pietà commista a odii atroci, e per le città della Toscana si fecero esequie a’ morti in Cesena.[314] Il Papa tacque; ma s’egli dannava con pubblico breve il Cardinal di Ginevra, costui non sarebbe più tardi riuscito a portare scisma dentro alla Chiesa di Dio col farsi eleggere falso papa.
La Toscana restò immune da cosiffatte calamità, del che gli Otto s’acquistarono maravigliosa benemerenza con l’accortezza dei provvedimenti. Radunarono quanta più gente dovunque potessero, e l’avviarono a Bologna o su per le Alpi a guardare i passi, avendo anche molto estese le giurisdizioni loro per la Romagna col soggettarsi i signori dei castelli, e le terre fatte libere pigliarsi com’eran soliti in accomandigia. Teneano frattanto a bada il Legato facendo nascere in Bologna un finto trattato di fargli riavere quella città; ivi il governo del Legato aveva per sè la minuta plebe: i Fiorentini si tenevano in devozione i rettori con le grandi provvigioni. Facevano buona guardia, avendovi anche di continuo due commissari, uno dei quali fu il cronista Marchionne Stefani.[315] Comandava allora le genti di tutta la Lega Ridolfo da Varano dei signori di Camerino, reputato capitano, che i Fiorentini, poichè la guerra più era ingrossata, condotto avevano a’ loro stipendi. Si teneva egli chiuso in Bologna, ed alle provocazioni dei nemici rispondeva, non uscire egli perchè non vi entrassero. Giovanni Aguto conduceva guerra lenta, male soddisfatto dello stare ai servigi della Chiesa che non aveva di che pagarlo, poich’ebbe perduta tanta parte dello Stato; ond’egli, scaduto che fu il tempo della condotta, s’acconciò co’ Fiorentini. Il che parve gran ventura, perchè se si fossero insieme congiunte due tanto grosse compagnie, com’era la sua e quella dei Brettoni, sarebbe stato disfacimento d’Italia. Questi avevano in Francia promesso pigliare Firenze, dicendo che se v’entrava il sole, essi v’entrerebbero. Ma non avevano tale condottiero qual era l’Aguto; e due loro capitani già erano stati dagli Otto guadagnati: sicchè tutto quell’apparato grande di guerra andò a scaricarsi in ruberie e in crudeltà sulle infelici terre di Romagna, senza alcun danno ma solamente con grande spesa dei Fiorentini.
Aveano i Tarlati allora tentato rientrare in Arezzo con intelligenza di loro amici ghibellini e con la forza dei soldati della Chiesa, tanto ogni cosa era capovolta: ma gli Otto mandarono gente a riparo, e non ne fu altro, a pochi essendo tagliato il capo. Più tardi il vescovo Albergotti avea ritentato dare alla Chiesa quella città; ma fu invano, e dovè fuggirsi.[316] Guerreggiava nella Marca il capitano dei Fiorentini, il quale avendo tolta per sè Fabriano ed essi vietando la ritenesse, egli si voltò alla parte della Chiesa; del che in Firenze fu un gran dire, e la sua imagine fu dipinta per la città in più luoghi col capo all’ingiù, impiccato come traditore: faceva Ridolfo negli Stati suoi dipingere gli Otto della guerra, effigiati con iscrizione di sordido vitupero.[317] Ebbe il comando in vece sua un conte Luzzo o Lucio tedesco della casa di quel conte di Lando verso cui meglio adoperarono i villani delle Alpi quando egli tentava i confini di Toscana: ma il conte Luzzo guadagnava sopra a Ridolfo insigne vittoria; ed i Fiorentini se ne contentarono, molto onorando il conte Luzzo; e lieti che l’altro nuovo loro capitano Giovanni Aguto avesse in Maremma fugate le genti del Papa, e corso con le armi le terre fin sotto Perugia, facendo quivi assai gravi danni. Bolsena, con grave suo danno e ruina, si era data con l’aiuto dei Fiorentini al Prefetto da Vico; il che avvenne sotto agli occhi stessi del Pontefice.
Imperocchè Gregorio, avendo cessato allora per sempre il soggiorno d’Avignone, s’era in Italia ricondotto. La navigazione sua fu piena di casi per le traversie del mare; talchè essendosi egli mosso a’ 13 di settembre, non giunse a Corneto prima de’ 4 dicembre, avendo anche fatto in Genova qualche indugio; tuttora incerto com’egli era del tornare, attraversato dai cardinali e dai francesi della Corte, cui troppo piaceva quello starsene appartati in quieta dimora, nè come a Roma posti in alto con gli occhi addosso della cristianità. Quivi alla fine si ricondusse Gregorio XI il giorno diciassettesimo dell’anno 1377. Pigliava dipoi stanza in Anagni, dove lo raggiunsero gli ambasciatori de’ Fiorentini per la pace, richiesti da lui non prima fu egli disceso a Corneto. La Repubblica frattanto, usando la penna di Coluccio Salutati, esortava con la facondia di molto aspre e concitate parole i Banderesi di Roma, non facessero abbandono della libertà, che è cara cosa più d’ogni altra; non si lasciassero trarre all’esca delle curiali magnificenze, a prostrare quella dignità che invano dipoi si crederebbero racquistare al sangue romano. Questo scriveva Coluccio a’ 25 dicembre; ed ai 26 rendendo grazie alla regina Giovanna che si era interposta premurosamente per la pace, protestava esserne la Repubblica desiderosa. Le condizioni dal Papa offerte sin dal principio furono tali, ch’era impossibile accettarle; imponeva l’abbandono de’ collegati, ed una multa che oltrepassava un milione di fiorini: ne aveano offerti gli ambasciatori fino a settecento mila. Ma io non so quale delle due parti fosse meno inclinevole alla pace, entrambi cercando versare sull’altro l’odiosità del rifiuto. Da una lettera di Coluccio (26 ottobre 1377) si vede che il Papa imponeva anche l’andata in Corte, a chiedere perdonanza, di cento uomini fiorentini scelti da lui, e cento delle altre città di Toscana. Laonde Coluccio nelle sue lettere protestava più che mai essere necessario continuare la guerra, a ciò animando i collegati, e al Cardinale di Firenze e a quel di Cosenza molto vivamente denunziando l’avverso animo del Pontefice.[318]
A questo modo si protraeva quell’infruttuoso negoziare da oltre sei mesi, quando Bologna fece pace con la Chiesa mantenendo le sue libertà, ma disciogliendosi dalla Lega. Dal che Gregorio pigliato animo, e sapendo essere in Firenze contrari molti a quella guerra, mandava due frati nel predicare valenti, i quali cercassero innanzi al popolo radunato mostrare il buon animo del Papa inverso della città, e persuadere la pace. Parlarono questi, ma nel Palagio e ad una congrega molto numerosa di richiesti dagli Otto medesimi, dei quali la causa doveva essere giudicata: ciò almeno apparisce dal paragone degli scrittori, i quali poi narrano che gli oratori fossero rinviati, con la protesta di mantenere più salda che mai la difesa della libertà dagli Otto propugnata con tanto merito nell’universale.[319] Pare altresì che fosse allora nelle città di Toscana maggiore prontezza che per lo innanzi, o almeno gli Otto vollero fare di tale consenso grande e solenne dimostrazione. Radunati in Firenze gli ambasciatori delle altre città, e in Palagio convitati con molto studio di magnificenza, convennero tutti fare buona guerra, e che ad ogni deliberazione degli Otto dovessero stare le altre città, come se fatte venissero dai propri loro magistrati. Grande era l’animosità dalle due parti; il che veggiamo da un’altra lettera di Coluccio ai Banderesi, dove gli esorta a resistere con ogni sforzo al Pontefice, come avean fatto gli antichi loro progenitori a Brenno e a Pirro e ad Annibale, offrendo in nome della Repubblica e di Bernabò tre mila lance a soccorso loro. Ma peggio fu quando tornati essendo gli ambasciatori ai 4 d’ottobre, ed in solenne radunata esposto quello che aveano fin qui operato, deliberarono i Consigli che si facesse guerra a oltranza; e ad un ambasciatore di Bernabò, che era rimasto in Anagni e offriva trattare nel nome dei Fiorentini, risposero molto risolutamente se ne stesse, e che pace non farebbero, e che ritiravano le condizioni da prima offerte.[320] Gli Otto, che prima venivano confermati di sei in sei mesi, ebbero rafferma d’un altro anno dopo la scadenza; che era mostrare grande proposito e fermo animo alla guerra.
Allora trovati dottori canonici, i quali dannassero di nullità l’Interdetto, ordinarono che agli 8 d’ottobre, festa di santa Reparata, si riaprissero tutte le chiese in città e nel contado e nel dominio, celebrandosi i divini uffici come in passato pubblicamente: richiamarono i prelati e i preti semplici che si erano assentati dalle chiese, minacciandoli di gravi multe se non tornassero; gli ecclesiastici che per avere ubbidito si trovassero involti in processo o avessero gastigo dal Papa, fossero difesi a spese del Comune e compensati dei danni sofferti: quanto venissero osservate coteste leggi, noi non sappiamo. A molti pareva non essere giusta la scomunica a quel modo data e per motivi di quella fatta; nè in Firenze mancava forse chi si accostasse alle sètte dei Fraticelli o di altrettali novatori, che in Italia serpeggiarono tutto quel secolo. Delle moltitudini era devoto e sincero l’animo, e l’affetto religioso aveasi aperto sue proprie vie fin dal principio dell’Interdetto. «Parve (scrive il cronista) che una compunzione venisse a tutti i cittadini, e per molte chiese cantavansi laude ogni sera, ed uomini e femmine infiniti vi andavano, e grandi spese vi si facevano: ed ancora s’andava ogni dì a processione colle reliquie, e canti musicali, con tutto il popolo dietro. Ancora si mossero molti giovani nobili e ricchi e si convertieno, e feciono loro conventicole a Fiesole, e facevano limosine, e quivi in digiuni e in orazioni dormivano in sulla paglia e in terra, e convertivano peccatrici, e vestivanle, e monisteri muravano: ed era questa cosa sì dilatata, che ben parea che volessero vincere e aumiliare il Papa, e che voleano essere obbedienti alla Chiesa.[321]» Ma gli Otto pigliarono in sospetto le radunate delle compagnie dei disciplinati che si facevano nelle chiese dei frati, e a questi vietarono sotto gravi pene fare dette radunate[322] dov’erano certo molti di coloro ai quali spiaceva la guerra ed il vivere in contumacia di Santa Chiesa, «e gli obbrobrii e i vituperi e le ingiurie che tutto dì si facevano nelle persone degli ecclesiastici.[323]»
Era in Firenze a quei giorni Caterina Benincasa da Siena, che noi veneriamo come santa, mirabile donna nella vita e negli scritti; oratrice inviata privatamente in Avignone dai Fiorentini a Gregorio, e presso lui grande promotrice del ricondurre la Sede in Roma e mantenervela: con la parola e con le lettere fermava l’incerto animo di lui, mostrando il male colà dov’era, senza mai palliarlo per via di timide concessioni, e innanzi tutto ponendo la riforma dei pastori con pio coraggio e con umile severità; avvalorando le riprensioni col sempre tenersi dentro ai termini della riverenza, e temperandole con l’affetto. Scriveva agli Otto e alla Signoria, non s’indurissero nell’orgoglio e nella caparbietà, non mentissero alla coscienza, al Papa andassero coll’ossequio dai figli dovuto al Padre comune; le offese recate a lui e alla Chiesa riuscire in danni alla Repubblica; non guastassero quei buoni semi che già parevale di aver posto nel mite animo di Gregorio.[324] Scriveva al Papa gridando pace: racquisterebbe con la benignità le anime, che sono il tesoro della Chiesa. «Con queste guerre non veggo che possiate avere un’ora di bene; distruggesi quello dei poverelli ne’ soldati, ed impedisce il santo vostro desiderio, il quale avete della riformazione della Sposa vostra, riformarla dico di buoni pastori. — Voi potreste dire, Santo Padre: per coscenzia io son tenuto di conservare e racquistare quello della Santa Chiesa: ohimè, confesso bene che egli è la verità; ma parmi che quella cosa che è più cara, si debba meglio guardare. — Poniamo che siate tenuto di conquistare e conservare il tesoro e la signoria delle città, la quale la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle, che sono uno tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quando ella le perde. — Procurate che nelle vostre mani, quello che Dio permette per forza, si faccia con amore. — La Chiesa perde e ha perduto li beni temporali per la guerra e per lo mancamento delle virtù; che colà dove non è virtù, è sempre guerra col suo Creatore, sicchè la guerra n’è cagione: ora dico, che a volere racquistare quello ch’è perduto, non c’è altro rimedio se non col contrario di quello con che è perduto; cioè racquistare con pace e con virtù, come detto è.[325]»
Dimorò in Firenze santa Caterina quei mesi che furono alla Repubblica i più torbidi, tenendosi ella più accosta alla setta dei Capitani di parte guelfa: ai santi aggradano le città ordinate sotto un principio di autorità, e qui aveva essa dei discepoli e degli amici molto ferventi; e di là erano gli scomunicati. Trovo scritto che a suggerimento di Niccolò Soderini, il quale insieme a Piero Canigiani e a Stoldo Altoviti era dei suoi più devoti, esortasse ella i Capitani a battere con le ammonizioni la parte degli Otto, riprovando però l’abuso che essi ne fecero e i fini privati che a ciò gli movevano.[326] Per le quali cose Marchionne Stefani mostra dubbio animo verso Caterina, e morde i seguaci ch’ella ebbe in Firenze:[327] e quindi gli odii della parte che aveva sua forza nelle Arti minori si dichiararono contro lei, tantochè essendo ella rimasta nella città già insanguinata di guerra civile, venne pur essa cercata a morte. Ma con la Santa si dee credere s’intendessero molto bene quegli uomini di mezzo, i quali sono per conto loro di pacata indole e sensata; e in ogni popolo questi sono il maggior numero, benchè abbiano la minor voce; ma si riscuotono, e alle cose danno sesto, quando esse volgono a ragione.
Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo come egli era, io credo verrebbe ad aggiungere qualcosa forse non disutile all’istoria dell’umanità. Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a indi produrre quell’intestino commovimento che venne a scuotere la Repubblica. Avevano le ultime temerità degli Otto necessitato il cacciarsi innanzi essi più sempre nella via loro, posti com’erano in aperta guerra col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo tornato a Roma, e le città di Toscana divenute ora più vacillanti ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato ricevuto a grande onore dai Pisani nel suo passaggio, e s’adoperava Piero Gambacorti per la conclusione d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto venuta allora a scompaginare per la morte di Giovanni Magalotti che tra essi aveva le prime parti, onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori: fu egli sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove si vede tuttora la lapide di lui, col motto Libertas aggiunto allo stemma di famiglia per concessione della Repubblica.[328] Pigliava il suo luogo Simone Peruzzi, creato mentre era in Anagni ambasciatore: l’esserci entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed ai contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni moltiplicate; la Parte guelfa, che stava incontro a quella degli Otto, già cominciando a prevalere: fu grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava tutto il prestigio di cui godevano: al quale atto si credè avere dato mano lo stesso Peruzzi. Così avveniva che alla città stessero in capo due magistrati che la tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o dei violenti, ma bene ancora nella natura stessa delle cose, come erano queste per gradi diversi sentite dagli uomini più onesti ancora e temperati. Gli Otto venivano regalati dal Comune a segno di onore (com’era l’usanza) di targhe e pennoni e vasellami d’argento; mentrechè la Parte guelfa onorava nel modo stesso e regalava i Capitani che più andavano franchi e si mostravano più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. «Già da più tempo era cominciata addosso agli Otto grande invidia, ed i contrari facevano setta, intendendosi con certi grandi e facendosi forti al palagio della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei detti Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche ebbe ne’ Consigli la petizione della loro rafferma, avendola essi stessi anche onestamente contradetta.[329]» Ora quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un tempo dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti loro; e i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le ammonizioni, tirare in senso tutto contrario la Repubblica, la quale dovette bentosto esserne lacerata.[330]
Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie, talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo ingrandirsi della Repubblica.[332]
Capitolo IX. LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.]
Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere.
Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica invasione, a regni fiorenti.
La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei Siciliani.
Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti, nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico dovette qui essere più scarsa che altrove.
Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia, le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica, perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo. Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini meglio a riceverlo preparate.
Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato, volle e seppe essere cittadino.
Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione; poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i poveri e i deboli difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura; in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè disputavano l’impero sul mondo.
Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza. Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo, mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse. Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la rettitudine.
Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo. Gli stessi caratteri ebbe la Somma di san Tommaso, guida interiore dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità. Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza.
Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine), ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie.
Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa, necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto, levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua scritta della nazione.
Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che giovane lo aveva usato nella Vita Nuova senza che paresse a lui di far male, quando più adulto si diede a scrivere il Convivio, fece nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo De Vulgari Eloquio, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre, curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita. Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee, il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua, ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De Vulgari Eloquentia,» scrive il Boccaccio nella Vita dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una dottrina dell’Eloquenza Volgare, siccome aveva già nel Convivio annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma una scelta o pesatura (librata regula; Lib. I, cap. 18) delle voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia, la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il vagheggiato italiano illustre chiama in più luoghi latino illustre (così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato dell’Eloquenza Volgare.
A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile, e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro, ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante scriva che il volgare cercato da lui andava peregrinando e albergando negli umili asili. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia, nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro de Monarchia poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del Poema, la quale voleva non fosse Commedia, mesce più delle altre alle volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere, non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia, cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema.
A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità sufficiente, mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse proprio quello che a tutti è comune (Cap. 18). Ma (prosiegue egli) noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia corporalmente dispersa, perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe, qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione. Intende egli dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto introcque, usato una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto, ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito. Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare; ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva, scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani, tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva.
Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro, da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra, o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco.
Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate, le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la corte e la città, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura. Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina: ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno, e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava insensata l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare. Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso, gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra, e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia universale.