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Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

LIBRO SECONDO. (continued 3)

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La Pittura nei secoli precedenti era in mano dei Greci, i quali anche nella decadenza dell’Impero bizantino uscivano fuori a praticare come mestiero le arti belle. I mosaici soli mantenevano qualche grandiosità di composizione, ed era il pennello rozzamente usato dai miniatori: queste arti in Italia comunque non affatto estinte mai, da pochi si trovarono oscuramente esercitate prima del secolo tredicesimo. Firenze, venuta (come dicemmo) in potenza assai più tardi di altre città toscane, incominciava forse ultima tra queste la serie dei suoi pittori; ma occupò tosto il primo seggio, e lo ritenne poi senza intermissione. Siena ebbe il suo Guido, mentre Giunta Pisano dipingeva in quella città dove Niccola aveva innalzato a più alto segno la scultura. Ad essi in Lucca s’accostava un Buonaventura Berlinghieri; e in Arezzo Margheritone scultore e architetto, che fioriva dopo la metà di quel secolo medesimo, fu anche pittore: nei primi tempi gli stessi uomini professavano tutte insieme le arti del bello. Veniamo adesso ai Fiorentini. Andrea Tafi, mosaicista, è messo innanzi come pittore con lode soverchia dal Vasari, studioso di corteggiare alla città principesca; Buffalmacco ha più nome dai novellieri come bizzarro ingegno, di quel che egli abbia pe’ suoi dipinti. A Giovanni Cimabue si volle negare, contro al Vasari ed all’Alighieri stesso, il vanto dell’avere egli innanzi a Giotto suo discepolo tenuto il campo della pittura; ed il plauso popolare che diede il nome alla via Borgo Allegri, e le fiaccole onde fu accompagnata in Santa Maria Novella quella Madonna di lui che ivi tuttora si vede, oggi con troppa incredulità si tengono come favole: in qualunque tempo ciò avvenisse, potè quella tavola, che per ampiezza di stile segna un progresso nell’arte, esser cagione di festa in un popolo già tanto vivo al senso del bello. Ma Giotto agli altri poco dovette, e l’arte a lui ogni cosa [n. 1276, m. 1337]; e se le pratiche del dipingere dopo lui molto si raffinarono, e all’arte venne grande soccorso da quella scienza che si trasmette; io non so poi chi lo vincesse quanto alla verità dei concetti, e alla naturalezza delle mosse, e alla evidenza dell’espressione. Il pecoraio del Mugello, che ampliò la pittura con la potenza che era in lui somma di comporre semplicemente le grandi storie, ornava con le sue opere molte tra le maggiori città d’Italia; e fu capo d’una scuola che instaurava le arti moderne, e che dipoi le conduceva sino all’ultimo confine loro: Gaddo e Taddeo della casata illustre dei Gaddi, furono primi tra’ suoi discepoli. A Giotto Firenze deve anche il suo mirabile campanile, dove la varietà delle ardite forme che il medio evo seppe inventare, vien temperata e quasi costretta a regolare bellezza dalla semplicità delle linee che appartengono allo stile classico. Le tradizioni grecolatine, in Italia mantenute dalla presenza dei monumenti, di rado concessero alle nostre cattedrali quella terribile maestà ch’esse ebbero nel settentrione, e forse renderono talvolta incerto lo stile anche dei primi restauratori.

L’Architettura cristiana a cominciare dal quarto secolo (infino cioè dalla istituzione del culto pubblico e solenne) si creò forme sue proprie, ed innovò sull’antica arte. Poi nel dodicesimo secolo la forma di croce data generalmente alle chiese e i sesti acuti e le spire sostituivano all’arte greca un’arte nuova e tutta germanica, la quale non vuolsi certo paragonare all’antica quanto alla purità dello stile e alla simmetrica perfezione delle parti; ma come barbara e più audace sorpassa e trascende quegli esemplari del bello, con la profusione degli ornati, con la novità delle invenzioni, con l’arrischiato congegno degli archi e delle volte e delle cupole; ma sopra ogni cosa per l’accorgimento del temperare la luce, e per l’intendere che fanno le grandi linee verso il cielo, con religiosa ispirazione. Nel Duomo di Santa Maria del Fiore l’opera del Brunelleschi soverchia oramai quella d’Arnolfo, il quale poneva mano al grande edifizio l’anno 1298; ma sien pure false le parole della commissione che la Repubblica avrebbe a lui data quattro anni innanzi, certo è che la Cattedrale fiorentina è la maggiore tra quelle nelle quali gareggiavano allora tante città d’Italia. Ed in quegli anni Firenze deliberava tutte in un punto mirabili costruzioni; imperocchè per l’opera dello stesso Arnolfo sorgeva il Palagio del Comune [1298]; e l’audacissima torre s’innalzava sopra un’altra torre che appartenne già a una famiglia di grandi; e la piazza della Signoria s’apriva sulle rovine delle case che furono degli Uberti: anche il tempio di Santa Croce, cominciato l’anno 1294, fu architettura d’Arnolfo. L’antico Palagio del Potestà, monumento d’altri tempi e d’altri ordini politici, è dell’anno 1250; dell’anno 1268 la chiesa del Carmine, del 78 Santa Maria Novella, dell’85 la Loggia d’Orsanmichele, dell’anno 1299 San Marco, e del 1308 la Prigione delle Stinche in qua carcerentur et custodiantur magnates: di quei medesimi anni splendidissimi è la chiesa vecchia di Santo Spirito, rifabbricata dipoi grandiosamente dal Brunelleschi. Nel 1293 il Battistero di San Giovanni, più anni prima ornato già di mosaici, venne al di fuori incrostato di marmi bianchi e neri.

Alle civili passioni mescevasi del pari ardente ed operosa la carità cittadina; molte tra le benefiche fondazioni di cui fu l’Italia iniziatrice alle altre genti, appartengono a quelli anni stessi. Tra le quali è debito ricordare la sempre vivace nelle buone opere confraternita della Misericordia per l’assistenza degli infermi; e quella del Bigallo, e più altre che furono istituite dalle compagnie degli artigiani a soccorso degli ammalati e dei poveri dell’arte loro. Lo Spedale di Santa Maria Nuova venne fondato l’anno 1285 da un cittadino il cui nome è a noi già caro per altro modo, Folco padre di Beatrice Portinari: abbiamo tuttora l’effigie in marmo della vecchia serva di quella famiglia, mona Tessa, la quale cominciò prima a raccogliere malati in alcune stanze della casa. La religiosa pietà del padre cresceva ai gentili costumi la figlia ispiratrice dell’Alighieri; e mona Tessa con l’operosa carità sua temprava forse al poeta giovinetto, anch’essa, talune delle più dolci sue note.

In quelli stessi ultimi mesi dell’anno 1298, nei quali ponevasi la prima pietra di Santa Maria del Fiore, ebbe anche principio il terzo cerchio della città: il vescovo di Firenze e quelli di Fiesole e di Pistoia, in compagnia di molti prelati e religiosi, furono a benedire la prima pietra, seguitati da popolo innumerabile e da tutta la Signoria e ordini della città.[149] Dentro alla quale gli uomini atti a portare armi, si trova che sommavano a trenta mila, e settanta mila nel contado. Ne manca una istoria piena abbastanza ed accurata degli incrementi che il commercio e le industrie dei Fiorentini dovettero avere rapidissimi in quella seconda metà del secolo tredicesimo, e i quali produssero la grande opulenza cui sorse a un tratto questa città. I Fiorentini si spargevano per tutta Europa e per l’oriente, infaticabili faccendieri;[150] al moto degli animi non bastavano i confini angusti della città e dello Stato; e anche gli esilii servivano ad ampliare le relazioni e l’ingerenza loro nelle faccende dei più lontani paesi. Un racconto di cui si trova frequente ricordo nelle antiche scritture, non vuol credersi del tutto falso: narrano esse come l’anno 1300 essendo in Roma venuti ambasciatori a Bonifazio VIII da ogni parte della cristianità, dodici tra questi (dei quali i nomi si leggono) mandati da vari principi e perfino di Russia e di Tartaria, fossero di patria fiorentini. Forse erano uomini mercatanti andati a Roma pel Giubbileo ed insieme convenuti all’udienza del Pontefice; del quale poi corse questo detto: i Fiorentini essere nel mondo il quinto elemento. Quello fu il tempo delle più vere grandezze a questo popolo fiorentino che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe le conteneva: nè credo si trovi nelle istorie esempio d’un’altra città, la quale più secoli vissuta con piccola fama, sorgesse in pochi anni fino a porsi direi quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente, e ad un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale magnificenza d’opere e tale altezza d’ingegni. Maggiori sorti forse potevansi allora promettere alla città di Firenze, se non che molto d’appresso e da ogni parte la stringevano le forze rivali di tante altre città italiane; e ciò che a lei facessero i politici rivolgimenti veniamo adesso a narrare.

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