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Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

LIBRO TERZO. (continued 4)

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Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo, e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto; in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo: una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini, ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua, cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato senza affettazione.

In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita. Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le piaghe mortali d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe indarno, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca.

Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare beato più del Petrarca, ma tutto aveva egli in sè medesimo le tempeste; natura morbida di poeta, che negli studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e dentro all’animo era un segreto conflitto di cure affannose: intorno a queste scrisse un libro.[334] Mutando luogo di tratto in tratto, piacevagli con le agiatezze della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava, e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella e in altre età; non troppo i favori dei principi disdegnando nè il praticare spesso nelle corti, egli non esule nè mendico, ma come per fare onore a chi lo albergasse. Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe o capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel Rienzi; e quella Canzone (Spirto gentil ec.) che è tra le sue più belle, a quale dei due fosse indiritta non è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe le parti, quasi da credere che l’avesse prima ideata per animare a pro d’Italia il Colonna, e poi finita quando il Tribuno tentava un’impresa troppo rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca.

Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la grande mole di componimenti in lingua latina i quali empierono la sua vita, e quelle medesime lettere alle quali dava egli nome di famigliari, altro non sono che esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e ammirò in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e di giudizi che niuno de’ suoi scritti smentisce giammai; ammirò il sapere, pel quale sembrava fare egli rivivere l’antica Italia dalle sue ceneri cercando libri per ogni dove, non senza dare anche mano allo studio delle greche lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò nel suo scrivere quella stessa copia che a noi sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener dietro agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle imitate lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi latini che a lui erano familiari. Ma già in Italia sorgeva un secolo a cui piacevano queste cose, cercando la vita dove non erano che memorie, e quella che stava negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, e perch’ella era espressione vera non della passata ma della presente Italia, qual’era e quale i tempi ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime che da principio aveva egli meno apprezzate, e come non fosse corona vera del capo suo quella ch’egli ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio pel poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato imperfetto, e che infine a lui medesimo dispiaceva.

Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo del Petrarca messo a confronto di quello di Dante, si fa manifesto per la differenza che tra essi corre nel concetto dell’amore. Laura è una donna ed il Petrarca un innamorato; l’amore da lui portato alla somma altezza sua e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni e le sue dubbiezze, che «sana e ancide» e si avvolge per isquisite delicatezze nelle infinite sue varietà di casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine delle dolci acque, mentre «un nembo di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre e il grembo e le treccie bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella memoria alzare i tuoi sino agli affetti del grande cantore. Ma la Beatrice dell’Alighieri non è propriamente donna, ma visione; non fece tra gli uomini altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi non l’ardiscono guardare;» ma egli la vede dentro al cuore ed al pensiero, senza che amore giammai la facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu mai tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti e di Cino da Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene in questo ultimo già un poco scadente: col vivo lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea l’amore. Ma il Petrarca nelle ore del pentimento accusa l’amore suo lungo dei «giorni perduti e delle notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella mente ragionava,» ed era salute a lui e difesa contra ogni suo vaneggiamento.

Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero nei grandi fatti e nelle contenzioni del secolo XIII, ebbero più forte l’educazione degli affetti, donde poi nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali secondo che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo che sieno o vòlte alle grandi, o inceppate nelle minute cose e da ogni nobile ed alto segno disanimate, ne danno ragione dei vari caratteri per cui si distinguono tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi che seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà fondata, ma insieme all’insorgere vario e irrequieto delle ambizioni cittadine, gli affetti e con essi le volontà degli uomini divenivano incerte e divise, e quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in essi minore altezza. L’istoria di Giovanni Villani ebbe continuazione da Matteo, fratello, minore a lui di molti anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze nella città di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato la sua coscienza di storico in quelle primizie quando si cercavano e si ottenevano le cose giuste, quando le passioni private sparivano confuse in mezzo alle pubbliche e comuni, le quali infondevano alcunchè della grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui venivano giudicati. Ma invece nei tempi da Matteo descritti guardavasi meno al fine ultimo delle cose e a quella sostanza morale di esse che ne determina il valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono da una che dall’altra parte il vero ed il buono. Nelle istorie del minor fratello più non si rinvengono di quelle parole che ti s’improntano nella mente; la lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. In quella medesima età intermedia della nostra lingua, scrittore eccellente fu Iacopo Passavanti di quello stesso ordine domenicano che avea prodotto i sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi lo pareggi quanto alla limpida semplicità del dettato, alla costante dolcezza dei suoni ed alla facile egualità di uno stile da porre a modello senza che alcun vizio vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, procede il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è vena assai più copiosa. Lo scrivere inappuntabile del Passavanti non è però sempre del pari efficace; io direi quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me nasce dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua popolare avea taccia di plebea dai molti che avrebbono in Firenze voluto qual cosa di più signorile; ed egli che odiava nei predicatori del suo tempo l’abuso di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece uno scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, di timidità soverchia.

Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta la dovizia di questa lingua già pervenuta alla sua massima finitezza, quasi tornita e fatta nitida e scorrevole per molto uso nell’ampio vivere cittadino. Giovanni Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore che lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà costante delle voci, all’aggiustatezza sempre evidente della frase, alla briosa vivacità del dettato ed alla possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti generi dei più svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero primo esemplare della lingua, quanto alle parole e alle locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso congiunta a un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere diversi argomenti, dovevano ben essere il campo prescelto dall’ingegno del Boccaccio, al quale fu dato in quello spiegare tutta l’agilità sua e farsi mirabile in tutti gli stili, tranne il più eccellente. Ebbe egli facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. Narra e descrive mirabilmente più che non dipinga; sa essere parco, semplice, piano, quando non abbia fatto a sè proposito del contrario: dove entri l’affetto, si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I colli ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti graziosi d’arbusti bene pettinati e di acque zampillanti; la grande, la bella o terribile natura non vidde egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva. Ci davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole di Gismonda di Salerno; nè in quella nè in tutta la novella di Gisippo io scôrsi mai altro che ampolle vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa a un libro cui non s’addice.

La lingua novella era poco scritta nelle altre parti d’Italia dove le pronunzie o smozzicandola o tirandola a suoni estranei e diversi, ad essa impedivano sotto alla penna dello scrittore un franco e facile andamento. Aveva in Toscana invece già molti egregi autori anche nella prosa; ma come spauriti da quel nome di volgare, non credevano capace il patrio idioma di mai agguagliare la dignità dell’antica madre, temendo infangarsi se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, non era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino al comporre insieme più idee ciascuna al suo luogo come in ordinanza, altre rilevando e altre adombrando; col fare insomma di quei periodi lavorati che formano il pregio e anche talvolta la maledizione di noi popoli molto côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza sufficiente, giovano a dare pienezza al discorso senza nuocere alla speditezza; ma sono anche spesso indizio d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. Dove entra l’affetto, di questi periodi non se ne fa mai, e non sa farne il popolo semplice, del quale sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed efficace. Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, che mira a istorica eloquenza, gli ha spesso intralciati; si appaga il Cavalca di un andare piano, senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio mancare al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, che desse esempio di una forma più ampia e svariata e che si appropriasse ad ogni genere di componimenti; pareagli a ragione la nostra favella non essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata con uso sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè questa lingua essere esercitata mirabilmente da tutto il popolo della città sua; sapeva che nulla o poco assai nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui precessero nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato l’assunto di tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando tale agilità d’ingegno e tale possesso di voci e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in mezzo al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il Decamerone. A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il mancamento non era dell’ingegno, ma era dell’animo. A quello sforzato suo periodeggiare, a quelle suonanti cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti venivano allora in maggior luce. Ma egli è poi vero, che dove non lo tradisca l’ambizione, o dove non diasi a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune da questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, che di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente dal suo. E come quelli che molto sono in lui prominenti e perchè formano la sua speciale caratteristica, la quale, o buona o mala che sia, trae dietro a sè la turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio sciupare la lingua dei letterati e degli accademici col periodo latineggiante e con i suoni cantati e falsi e ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico nell’esprimersi, ma l’armonia del Boccaccio e dei retori è tutt’altro; non è armonia, ma un saltellare di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine al periodo.

Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; la giovinezza di lui trascorse nelle corruttele d’una Corte. Quel pervertimento d’indole che fece a lui scegliere il tempo della peste come occasione al suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e motteggi in bocca di donne a cui la morte aveva in quei giorni fatta deserta la casa; quel falso nei tormenti dell’amore che a lui fece provare una poco crudele bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con gravità ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione degli amanti afflitti com’esso; quel falso che è in tutto il libro, dove con serietà dottorale sono appellate savie le donne maritate che si procacciano un amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e grossolana sensualità l’amore, e poi quelle stesse donne che raccontano in cerchio sedute e ascoltano turpitudini, lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e intemerata, senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse quella convivenza delle sette gentili donne e dei tre giovani; questa falsità di pensieri e di affetti, questo pervertimento ch’era nell’anima del Boccaccio, danno anche ragione di quello che è di falso e di pervertito nel concetto che egli fece a sè dello scrivere la lingua sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori del Decamerone nè per centocinquant’anni poi, che avesse il Boccaccio trovato la forma della prosa italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento la coltivarono, per nulla seguirono le tracce impresse da lui; ed il suo regno fu decretato allorquando vennero in onore lo scrivere ozioso e i dolci solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca furono allora principi della lingua; ma il Petrarca tenne bene lo scettro dello scrivere la poesia, male il Boccaccio quello della prosa.

Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, cominciò a dettare le sue lettere santa Caterina da Siena [n. 1347, m. 1380]: fu grave ingiustizia non averla contata tra’ sommi di quella età della lingua. Si discosta ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale svolgimento del pensiero, ed ogni cosa piglia suo luogo, e quelle parole hanno più rilievo che aveano avuto prima nella voce più vivo l’accento. Imperocchè quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue lettere quante volte amore spirava: un solo è il subietto di tutte, se vuolsi, ma è tale subietto che ha in sè l’infinito. Esperta di varie città italiane e di una Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa e ardita, ma sempre umile e cortese, scriveva a papi ed a cardinali, e ai magistrati delle repubbliche, ed a giovani mondani e a donne perdute. Facili sgorgano le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte parere anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato come in lei da una proprietà costante e dalle stesse ragioni della etimologia ignote a chi la seguiva, ottenga il discorso quella evidenza cui non pervengono scrittori volgari.[335] Alcune di quelle lettere appartengono all’istoria, s’intravede in altre una fantasia repressa: la misticità prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre non di rado. Non la perdonavano all’accesa donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel pochino di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata santa Caterina; ma è grande scrittore, e più veramente nobile e più naturale del Boccaccio.

Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola avere una qualche derivazione da santa Caterina. Notiamo, tra gli altri, un Giovanni dalle Celle frate e cittadino che scriveva lettere ai magistrati di cose politiche e di religiose con franco parlare ed elevatezza di concetti.[336] Ebbe grande fama per bontà e dottrina Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica soleva con riverenza consultare in cose di stato e di religione: Roberto de’ Bardi, teologo, morto in Parigi cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il cardinale Piero Corsini, che s’immischiò molto nelle cose dello Scisma e fu a’ suoi tempi gran personaggio.

Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, primo è il Boccaccio che i versi faceva con disinvolta naturalezza e spesso graziosa; nè ultimi certamente Sennuccio del Bene e Buonaccorso da Montemagno pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli Uberti compose un poema più noto che letto, che ha per titolo il Dittamondo: non oserei chiamarlo imitazione della Divina Commedia, essendo bastato all’Uberti descrivere il mondo delle cose materiali con buono stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: vissuto povero alle corti dei signori Lombardi, moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da Strada, che fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355, male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla prosa, tradusse in bel volgare il libro dei Morali di San Gregorio allora che molti attendevano al tradurre; ma non compì l’opera, andato in Avignone Segretario, nè a lungo vissuto.

In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, e sappiamo che nel 1334 vi furono condotti Recupero da San Miniato e Cino da Pistoia ad insegnare canoni e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena cessata la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso privilegi e facoltà di dottorare in ambe le leggi; e imperiale privilegio da Carlo IV nel 1364. Proibirono agli uomini dello Stato mandare i figliuoli altrove a studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di Pisa, che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; ma ordinarono che i dottori si pigliassero da fuori, temendo le brighe a porre innanzi i meno degni; tuttavia più volte vi furono eletti uomini della città stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, Lapo da Castiglionchio e Donato Barbadori. Aveano molto desiderato chiamarvi il Petrarca, al quale andava inutilmente il Boccaccio con amplissime profferte: questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova cattedra eretta per la spiegazione della Divina Commedia. Prevenuto dalla morte, non potè compiere il Commento, che solo tra molte sue opere minori può sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello stile. Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò mai così da farsi università vera: a molti la spesa parea troppo grave; e a città mobile e chiassosa e volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.[337]

La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi suoi scolari parve rimanere nei confini segnati da lui; ma una Compagnia o Confraternita dei Pittori nasceva nell’anno 1350. L’architettura e la scultura progredivano per gli edifizi che la sontuosità privata o la devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze veniva ornata splendidamente dal gran siniscalco Niccolò Acciaioli negli anni che seguitarono al 1341. L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè i moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; ma troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte del tempio. La loggia di Orsanmichele era stata ridotta a chiesa, e dentro e fuori si ornava con magnificenza di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante per la conservazione dei grani che la Repubblica teneva in serbo a benefizio pubblico nelle carestie. In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che ha nome dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, o per opera del grande artista o sul disegno di lui, che oltrechè scultore insigne fu anche pittore. Quella Loggia era principal ritrovo ai cittadini per la conversazione di cose pubbliche e private. Gridavano ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:[338] correa questo popolo a criticare e a motteggiare le grandi opere che faceva.

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