← Table of contents
Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

LIBRO SECONDO.

Reading edition

Capitolo I. GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.]

In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e molto famosi imperatori Svevi di Hohenstaufen finiva nel prode giovinetto Corradino, speranza de’ Ghibellini e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto con regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel piano dell’Arno sotto Laterina di ottocento cavalieri che il re Carlo teneva a guardia nella Toscana:[68] poi vinto appena che egli ebbe tocchi i confini del Reame, imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo, cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse questo rampollo di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva a termine la grandezza di quella contesa tra ’l sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre due secoli: le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre, ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. Noi non sapremmo essere in Italia equi giudici di Casa Sveva, segno agli odii contemporanei e a molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e certo con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla caduta di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero a dar mano per tutta Italia agli stranieri, ai grandi nemici del nome latino, a coloro che impedivano, quale si fosse, la nuova vita di questo popolo che, disciolto dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso.

Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe poca parte, siccome quella che era intenta a far vendetta contro a’ Senesi della battaglia di Montaperti, ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena era quasi che principe, fatto prigione, ebbe mozzo il capo. Resisteva Poggibonsi, nobile castello e molto splendido di edifizi; ma espugnato appena, mandava il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino a terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo di borghi giù nel piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, avute più altre fortezze dei Ghibellini, andava sotto le mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore di un accordo coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena, quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un Grifone da Figline, costretti partirsi di quella città, nell’andare in Casentino furono presi e condotti in Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo di quel che fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti furono decapitati, eccetto il più giovine degli Uberti tratto a morire nella fortezza di Capua. La mattina quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: dove andiamo noi? Rispose il cavaliere: «a pagare un debito che a noi lasciarono i nostri padri.[69]»

Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio di Lione passò per Firenze in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato allora dall’infelice spedizione in cui perì san Luigi, e di Baldovino imperatore latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze accolse a grande onore questi monarchi e la loro numerosa baronia; ed al Pontefice piacendo il mite soggiorno, ordinò di passarvi l’estate con la sua Corte. Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua cara città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, s’adoperava perchè tornasse in concordia. Fatti pertanto venire sindachi della parte ghibellina che da sei anni era in esiglio, congregò a’ due di luglio il popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte Rubaconte, dove erano stati fatti grandi pergami di legname pei Principi e per la Signoria. Venutovi il Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e l’imperatore Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza di pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi di ambedue le parti che si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi e mallevadori, fece rendere in mano di Carlo tutte le castella che restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò pure al re Carlo, che gli mandò in Maremma sotto la guardia del conte Rosso dell’Anguillara. Il dì medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la chiesa di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti del Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo tempo era venuta in tanta ricchezza e stato, che potè allora albergare il Pontefice nei suoi palazzi: ma egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. I sindachi dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, erano rimasti in Firenze per dare compimento ai trattati; e tornandosene al loro albergo ebbero avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli farebbe tagliare a pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, i Ghibellini incontanente essendosi partiti da Firenze, la pace fu rotta: di che il Papa si turbò forte, e ritiratosi in Mugello molto sdegnato contro al re Carlo, interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo fare a meno di passare per Firenze a causa di una grande piena dell’Arno, all’entrarvi la ribenedisse; e non appena ne fu uscito, la scomunicava di bel nuovo. La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia.

L’Italia tutta era sconvolta per le contese di parte, ed i Fiorentini s’ingerivano in quelle di Toscana e di Romagna: Bologna vedeva nelle sue mura combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa il conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano rimessi per l’opera massimamente dei Fiorentini. Varia sorte ebbero le città lombarde, le quali dopo essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale, vivevano però sempre nella dipendenza di signorie cittadine e castellane. Era in Milano possente la casa di quei Della Torre, i quali sconfitti dal marchese di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono in bando, e insieme con essi la parte guelfa. Allora tornò ivi con quelli di sua famiglia e con gli altri fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui fratello Matteo, fatto capitano del popolo milanese, diede principio alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due secoli. La Romagna, turbata del pari che le altre provincie italiane dal parteggiare delle sue città, veniva concessa (o, come dicevano, privilegiata) da Rodolfo di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli Orsini, che cardinale modesto e pontefice ambizioso accumulava ricchezze e stati nella famiglia. Contuttociò il re Carlo ebbe a schivo d’imparentarsi con lui dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso, suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la sua signoria non è retaggio.[70]» Così voltavasi contro al Papa, e aduggiava con la potenza sua la maestà del pontificato, colui medesimo che dai papi male era stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo alle personali cupidigie, e per amore della famiglia sua forte sdegnato contro al re Carlo, privava questi del titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana, e quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa provincia un luogotenente dell’Impero. Solevano questi dimorare in San Miniato; di là contrastando, secondo che avevano sussidio d’armi, alla potenza sempre crescente delle città e ai governi popolari. Questo faceva o tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: privava dipoi l’Angioino del grado onorifico di senatore della città di Roma, e serbava contro lui maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la ribellione, che poi non vidde, della Sicilia.

Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori e ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, cominciavano per invidie e per superbie a nimicarsi fra loro. La maggior briga ferveva tra gli Adimari e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città n’era grandemente travagliata. Quindi i Capitani di Parte ed il Comune di Firenze inviarono ambasciatori a papa Niccolò III, chiedendo pacificasse i Guelfi tra loro e che non si cacciassero via l’un l’altro. Nello stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza di pace fatta da papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. Questa il Pontefice confermava, e sulla fine del 1279 ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca suo nipote di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi a Firenze con trecento cavalieri per sedare quelle dissensioni. Costui, uomo destro, riconciliò co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei primi alcuni si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso Cardinale nei primi giorni del 1280 convocò il popolo a parlamento nella piazza di Santa Maria Novella: era dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli la prima pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle due parti nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini furono richiamati e rintegrati nelle loro possessioni, salvo che a circa sessanta dei più principali fu ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia del Pontefice: primi descritti tra gli esclusi sono i figliuoli ed i congiunti del quondam Farinata degli Uberti. E paci singolari furono fatte, dal che tornò calma per breve tempo nella terra.[71] Ordinò inoltre il Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero per due anni eletti dal Papa, e che gli Anziani o Buonomini, in luogo di dodici, d’allora in poi fossero quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi che ne rimangono. Al Papa giovava col riamicare le parti attribuirsi un’alta mano nelle cose di Toscana; disegno concetto prima da Celestino e Innocenzio terzi, e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in questa provincia. Ad abbreviare le gelosie e le impazienze ed i sospetti, massime ora che nei magistrati sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava che l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; il quale termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle successive mutazioni, perchè il popolo, una volta che ebbe gustato i magistrati brevi, non fu possibile che se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine rimase quest’una, pieghevole sempre al dominio delle fazioni ed all’arbitrio dei potenti.

Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del suo capo agitazioni novelle: si apprestava Carlo a portare guerra in Oriente, e già sognava maggiori grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare una tempesta per la quale in un giorno venne egli a perdere la Sicilia. Giovanni da Procida gentiluomo napoletano preparò quella sollevazione, che indi scoppiava per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa erano partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione del 1282 a ora di vespro ebbe principio in Palermo la carnificina; tutta la Sicilia fu in ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la Sicilia come ultimo erede della Casa Sveva: Carlo, avuta la trista novella, francescamente esclamò: «Sire Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna, piacciati almeno che il mio calare sia a petitti passi.[72]» Volgevasi intanto con grande sforzo alla recuperazione dell’Isola; al quale effetto, poichè era scaduto il termine della signoria che i Fiorentini gli aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri di corredo e cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini delle principali case di Firenze, perch’egli desse loro il cingolo militare; e con essi altri cinquecento bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido da Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: i quali tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono in Sicilia seco lui, ed ebbero parte nelle grandi guerre che ivi con varie e fiere sorti furono combattute.

In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, e il Luogotenente di Rodolfo si era partito dalla Toscana con le sue poche genti, dopo avere inutilmente tentato con le minaccie e con le armi le città guelfe. Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione del nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come francese al re Angiovino; intantochè la lontananza di questo Re per i fatti di Sicilia veniva a togliere d’in sul capo a quelle città un protettore fatto gravoso perchè non era più necessario. A sostegno della parte ghibellina non rimaneva altro che Pisa, implicata nelle guerre ad essa infelici contro a’ Genovesi; e nella Romagna non aveva il conte Guido di Montefeltro nome ed insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante più potesse in quella provincia delle città della Chiesa, per quindi tenerle senza nè papa nè imperatore.

Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i Fiorentini, per la venuta nella Toscana di un altro Luogotenente dell’Impero,[73] cominciarono a vedere con dispetto la Repubblica governarsi da rettori d’ambedue le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto tornare nella città molte famiglie ch’aveano nome non già potenza, nè forse animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. Ma esclusi erano gli Uberti e quei da Gangalandi ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di Val d’Arno e i da Ricasoli del Chianti, e gli altri che vivere più non sapevano nella patria loro se dominare non la potessero sotto all’ombra dell’Impero. Il Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno a Roma sotto alla guardia e a discrezione sua; ma credo io pochi accettassero: laonde molti dei confinati vennero tosto fatti ribelli, e ad essi tolta l’assegnazione (la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre ed agli averi dei quali furono privati al tempo della condannagione. Degli altri, dicono gli scrittori che riebbero i beni loro; ma Firenze non ha istorici se non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del trattato dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo rei di antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio non è da credere inclinasse a benefizio dei tornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva poi che la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte ghibellina. Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero degli Anziani, e sì nelle altre stipulazioni di quel trattato per cui veniva concesso a pochi stentatamente riporre il piede nella città: era prescritto che rimanessero altri molti nelle ville, sintanto almeno che il Potestà e il Capitano non avessero forza bastante di cavalieri e di pedoni da contenere cotesti uomini, sospetti sempre di non amare lo Stato libero. Oltre ciò, è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei successivi imperatori confuse avevano le due parti: più volte i papi si adoprarono perchè fossero i Ghibellini o i ribelli di altro nome restituiti nella città; e nel trattato, quando si viene alla formazione dei Consigli, troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se a pigliare cotesto nome si arrischiassero. Era il contrasto oggimai tutto tra ’l nuovo popolo e gli antichi nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’ castelli, quale che fosse la parte loro: e intanto che una dei Tosinghi andava moglie a Maghinardo da Susinana gran condottiero, un Adimari principale uomo di parte guelfa si era congiunto ad una figlia del capo stesso dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste erano ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei nobili procacciando partecipare co’ mercatanti grossi la popolare dominazione. I grandi guelfi erano signori, scrive il Compagni che intervenne tuttora giovine a quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, contraffare ai patti della pace. Il soprastare montò a questo, che levarono in breve tempo tutti gli onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono, due anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento costituendolo tutto popolare.

I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, otto dei quali erano Guelfi, come dicemmo, e sei Ghibellini, male si accordavano tra loro. A racconciare quindi lo Stato ed a stringere il governo in poche mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio dei Quattordici, creando in quella vece altra signoria di durata parimente bimestrale: ai nuovi magistrati diedero il nome, anche prima usato, di Priori delle Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo trafficante:[74] della quale innovazione furono autori i consoli dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi e possenti cittadini di Firenze, di maggior seguito, grandi e popolani, che intendevano a procaccio di mercatanzia e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa. I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile schiatta, per il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; Rosso Bacherelli, per il sesto di San Piero Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi del Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per l’arte della Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio per ivi durare fino alla metà d’agosto, al qual tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti. Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel luogo stesso dove si adunavano gli Anziani al tempo del popolo vecchio e i Quattordici dipoi, cioè nelle case presso Badia: avevano a loro servizio sei berrovieri o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il titolo di difensore delle Arti, spettava amministrare le grandi e gravi cose del Comune e raunare i Consigli e fare le provvisioni. Essendo piaciuto all’universale quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle sette Arti maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero quella dei Medici e Speziali, quella dei Setaioli e Merciai di Porta santa Maria, e quella dei Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori e minori fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune volte anco il numero dei Priori. Tra essi erano dei grandi e dei popolani, ma di buona fama ed opere, e che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle leggi, e che in Firenze ora si dice dei fannulloni e scostumati. Così per allora si ordinava la Repubblica; erano eletti i nuovi Priori da quelli che uscivano di ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: l’elezione si faceva per isquittinio segreto, e chi aveva più voci era fatto de’ Priori. Ciò avveniva nella chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia alla quale abitava il Capitano del popolo nelle case che furono de’ Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva eletto dai Consigli del popolo, siccome era il Potestà dai consigli del Comune. Finalmente, a somiglianza delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi e bandiere loro. Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai e rigattieri, un gonfalone bianco e vermiglio; quella dei beccai, giallo con entro un capro nero; i calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori e falegnami, il campo vermiglio con entro la sega e l’ascia; e quella dei fabbri e ferrai, col campo bianco e tanaglie in nero.[75] In breve il numero delle Arti minori crebbe fino a quattordici; le arti più minute e di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle ventuna, che avevano consoli ed insegne loro, e massimamente delle sette chiamate maggiori, nelle quali era la forza del capitale e gli estesi traffici, o risiedeva l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad imitazione dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistrato dei Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle arti: Pistoia, Lucca e le altre città guelfe di Toscana, per le cagioni medesime e ad esempio di Firenze, anch’esse adottarono somiglianti ordini popolari.

Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante. Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari, perchè in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, per lungo tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi; altiero animo pigliava il popolo, e i mestieri s’innalzavano allo splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo; il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, con la riverita autorità del Pontificato, e da principio con quella non bene cancellata dell’Impero.[76]

Capitolo II. SCONFITTA DEI PISANI ALLA MELORIA. — IL CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA. — GUERRA CONTRO AI GHIBELLINI D’AREZZO; VITTORIA DI CAMPALDINO, E BUONO STATO DELLA CITTÀ DI FIRENZE. [AN. 1282-1292.]

I mari di Pisa e di Genova vedevano l’anno 1284 quei feroci combattimenti onde era abbassata la potenza dei Pisani totalmente sconfitti da’ Genovesi in una battaglia navale presso lo scoglio della Meloria; nella quale perderono essi più di quaranta galere e sedici mila combattenti, cinque mila uccisi ed il resto prigionieri. Firenze e le altre città guelfe in tal congiuntura viepiù si ristrinsero contro la misera Pisa ridotta alle angustie estreme. Fermarono esse di assaltarla per terra, mentre i Genovesi continuerebbero a tempestarla dal mare; tanto era l’odio già contro quella città rivale e la cupidigia di soverchiarla pei commerci.

Allora il conte Ugolino della Gherardesca, potentissimo ed ambizioso tra’ cittadini di Pisa, divisò rompere questa lega e conducendo a parte guelfa la città sua, occuparne egli la signoria. A lui nuoceva la mala fama, correndo voce che egli avesse nella battaglia della Meloria dato il segnale di ritirarsi alle galere da lui comandate, a fine con ciò di indebolire la patria sua e divenirne più facilmente signore, contrapponendosi per il fine stesso anche al ritorno dei prigionieri ch’erano in Genova. Ora costui, per acquistarsi favore in Firenze, presentò alcuni (come fu detto) dei maggiori cittadini di grandi fiaschi di vernaccia, nei quali insieme col vino erano fiorini d’oro. Ottenne così che i Lucchesi ed i Genovesi soli andassero contro Pisa, della quale il conte Ugolino pigliava lo Stato con la oppressione degli Anziani che in essa reggevano. Cresciuto in tirannide, divenne più odioso: inimicossi co’ suoi e con parte guelfa; cacciò da Pisa Nino Visconti ch’era giudice di Gallura nella Sardegna, dove i Pisani avevano grande signoria. Fu accusato di avere fatto per gelosia dello Stato avvelenare il conte Anselmo da Capraia suo nipote, giovane di grande aspettazione, e di avere a’ Fiorentini ed a’ Lucchesi voluto tradire alcune castella de’ Pisani. Nel tempo stesso cercava pure segreti accordi co’ Ghibellini, ma rifiutando poi di chiamarli ad avere parte nella signoria, fu assalito armata mano dall’arcivescovo della città, Ruggero degli Ubaldini. Scrive il Villani che poco innanzi mostrando egli a un Marco Lombardo, uomo di corte che stava seco, le grandi ricchezze della sua casa, gli domandò se cosa alcuna vi mancasse; rispose quegli, che una sola: l’ira di Dio, che sopravverrebbe. Appresso, comunque valorosamente combattesse, il conte Ugolino della Gherardesca fu chiuso prigione con due figli e due nipoti nella torre dei Gualandi, di cui le chiavi dopo alcuni mesi nel marzo dell’anno 1289 furono fatte gettare in Arno; cosicchè quell’infelice, dopo di avere chiesto invano un sacerdote che lo confessasse, moriva di fame con i quattro giovinetti: davano a lui perpetuo nome i versi di Dante.

Essendo morto Carlo d’Angiò primo re di Puglia, ed il successore di lui Carlo II caduto per grande battaglia navale in prigionia degli Aragonesi di Sicilia nel 1287, i Ghibellini avevano rialzato gli animi a speranze nuove e fatto capo in Arezzo. Quivi si era prima formato sotto parte guelfa un governo popolare, il quale odioso del pari ai grandi guelfi e ghibellini, da loro insieme fu abbattuto con sanguinoso rivolgimento; ed il governo venuto in mano dei grandi, bentosto divenne cosiffattamente ghibellino, che Rodolfo imperatore potè mandare in Arezzo con poche genti un suo Vicario. Capo di quella parte in Toscana e nella Romagna e nella Marca era Guglielmo degli Ubertini vescovo d’Arezzo: ma essendo nata di queste cose grande paura e gelosia nei Fiorentini,[77] questi chiamarono bentosto a sè le altre città guelfe, ed assembrarono loro sforzo; in tutto due mila seicento cavalieri e dodici mila pedoni. Dei cavalieri, ottocento erano di Firenze grandi e popolani, e trecento pigliati a soldo, e cinquecento della taglia o lega guelfa; Lucca ne mandò trecento, Siena quattrocento, Pistoia centocinquanta, Prato, Volterra, San Miniato e San Gimignano cinquanta ciascuna, Colle trenta: quelli tra’ conti Guidi che erano Guelfi, i marchesi Malespini, il Giudice di Gallura, i conti Alberti di Mangona, Maghinardo da Susinana ed altri signori, il rimanente: questo fu il maggiore esercito che i Fiorentini adunassero dopo il ritorno di parte guelfa. Si formava in questo modo, secondo abbiamo dalle provvigioni di quegli anni stessi, ed era modo quale si conveniva a una milizia di cui le cerne si facevano per le botteghe; com’ivi è detto:[78] descrivevano per cinquantine gli uomini ch’erano in età dai 15 ai 70 anni, e tra essi cavavano fuori quelli che andassero con l’esercito; gli altri restavano come esenti alla custodia della città, pagando le spese ed il soldo di coloro i quali erano andati in campo. I Ghibellini a quelle guerre non andavano, ma i cavalli loro doveano imprestare ai Guelfi. Vi erano poi le cavallate che s’imponevano ai sudditi guelfi e ghibellini, e si distinguevano dalla cavalleria degli ausiliari e mercenari.[79] Dipoi Carlo re di Napoli già liberato di prigionia, traversando la Toscana per andare in Puglia, e soffermatosi in Firenze qualche tempo, diede alla Repubblica cento de’ suoi cavalieri e un gentiluomo francese che gli comandasse, col rinnovare ad essa il privilegio di portare in oste la insegna reale.

Ma prima che tutte si radunassero queste forze, aveva la guerra continuato già tutto l’anno 1288 con vari successi di correrie; nelle quali una volta gli Aretini si erano mostrati giù per la valle dell’Arno fino a San Donato in Collina, tanto che si vedevano da Firenze i fumi delle case e delle arsioni. Un’altra volta cercando i Senesi occupare o guastare Lucignano, castello che era disputato tra essi e gli Aretini, questi incontratigli alla Pieve al Toppo non lungi da Arezzo, gli misero in fuga con grave disastro. Buonconte da Montefeltro e Guglielmino de’ Pazzi usciti d’Arezzo furono autori della sconfitta nella quale periva Rinuccio Farnese capitano di molta fama in quella età. Dipoi, l’anno susseguente, con maggiore sforzo e più maturo disegno, la prima mossa dell’esercito fiorentino accennava contro Arezzo; ma poi ad un tratto, come era convenuto, a’ 2 di giugno, suonando le campane a martello, s’indirizzò verso Casentino con buona mano d’ausiliari, andando a porsi sul Monte al Pruno, per ivi attendere di Bologna altre genti collegate e fare campo grosso: di lì scesero tosto nel piano di Casentino per guastare le terre del conte Guido Novello ch’era potestà d’Arezzo.

Il Vescovo e gli altri capitani ghibellini accorsero con tutta l’oste loro a Bibbiena per impedire il guasto: erano 800 cavalieri e 8 mila fanti, molto bella milizia ed il fiore dei Ghibellini di Toscana, della Marca, del ducato di Spoleto e della Romagna; i quali pigliando i Fiorentini in dileggio, gli proverbiavano dicendo che si lisciavano come donne e pettinavano le zazzere. Era un sabato mattina, 11 giugno 1289, e già i due eserciti l’uno a fronte dell’altro appiè del monte di Poppi presso Certomondo nel piano di Campaldino si ordinavano più maestrevolmente che non fosse mai stato fatto sino allora in Italia. Amerigo di Narbona, siniscalco del re Carlo, e i capitani dei Fiorentini disponevano le schiere: scelsero 150 armati alla leggera da stare in fronte di tutto l’esercito col nome allora di feditori; tra’ quali erano venti cavalieri novelli decorati del cingolo militare in quella occorrenza: messer Vieri de’ Cerchi uno dei capitani, ancorchè malato di una gamba, non si ristette perciò dal voler essere di quel numero, e quando eleggere gli convenne per lo suo sesto, non volendo alcuno di ciò gravare, elesse con sè i suoi figli e i nipoti. Del che si ebbe grande onore; e pel suo buono esempio e per vergogna molti altri nobili cittadini si misero tra’ feditori: uno dei quali era Dante Alighieri, giovane allora di ventiquattro anni. Veniva poi la schiera grossa fasciata di pedoni, e dietro tutta la salmeria radunata, che la munisse e tenesse ferma. Di costa erano due ale di palvesari, di balestrieri e di pedoni con le lance lunghe; ed i palvesi col campo bianco e giglio vermiglio attelati dinanzi: allora il Vescovo aretino, che avea corta vista, vedendo biancheggiare qualcosa, domandò: «quelle che mura sono?» fugli risposto: «i palvesi dei nemici.» Più indietro, ai fianchi dell’oste fiorentina, dugento cavalieri e pedoni Lucchesi e Pistoiesi sotto il comando di Corso Donati, allora potestà di Pistoia. Messer Barone de’ Mangiadori di San Miniato, franco ed esperto cavaliere, raunati gli uomini d’arme, disse loro: «Signori, le guerre di Toscana solevansi vincere per bene assalire e non duravano, e pochi uomini vi moriano; chè non era in uso l’ucciderli: ora è mutato modo e vinconsi per istare ben fermi; il perchè io vi consiglio che voi stiate forti, e lasciateli assalire.[80]»

Gli Aretini dalla loro parte, avendo buoni capitani di guerra, ordinarono saviamente loro schiere; e anch’essi posero innanzi tutti i feditori in numero di trecento, fra i quali dodici dei maggiorenti della terra, che si faceano chiamare i dodici paladini: e dato il nome ciascuna parte alla sua oste, i Fiorentini Nerbona Cavaliere e gli Aretini San Donato Cavaliere, i feditori degli Aretini si mossero con grande baldanza a sproni battuti a ferire sopra l’oste de’ Fiorentini. Gli seguitava tutto l’esercito, salvo il conte Guido Novello, il quale rimase, quale se ne fosse la cagione, senza mettersi alla battaglia e poi fuggì alle sue castella. Gli Aretini veniano innanzi con grande animo e sicurtà; e fu così forte la percossa, che i più dei feditori de’ Fiorentini furono scavallati, e la schiera grossa rinculava buon pezzo del campo: ma però non si smagarono nè ruppono, anzi costanti e forti ricevettero i nemici; e avendo le ali in ordinanza da ciascuna parte, gli rinchiusono tra quelle e combatterono aspramente. Corso Donati, che era da banda coi Lucchesi e Pistoiesi, ed avea comandamento di stare fermo e di non ferire sotto pena della testa, quando vidde cominciata la battaglia, disse come valente uomo: «se noi perdiamo, io voglio morire nella battaglia co’ miei cittadini; e se noi vinciamo, chi vuole venga a noi a Pistoia per la condannagione:[81]» e francamente mosse sua schiera, e col ferire i nemici di costa fu grande cagione che fossero rotti. La battaglia fu molto aspra e dura, le quadrella piovevano, gli Aretini ne avevano poche ed erano feriti per costa; l’aria coverta di nuvoli, la polvere grandissima. I pedoni degli Aretini si metteano carpone sotto i ventri dei cavalli con le coltella in mano e gli sbudellavano; alcuni dei loro feditori trascorsero tanto, che nel mezzo della schiera furono uccisi molti di ciascuna parte.

Quel giorno fu grande paragone di valore: molti che erano stimati di grande prodezza si diportarono vilmente, e molti di cui non si parlava vennero in fama. Dei popolani fiorentini che avevano cavallate, molti stettero fermi, molti niente seppero se non quando i nemici furono rotti. Furono rotti gli Aretini non per poca valentia loro, ma per lo soperchio de’ nemici; i soldati fiorentini gli ammazzavano, i villani non avevano pietà. I vincitori non corsero ad Arezzo perchè al Capitano e ai giovani cavalieri bisognosi di riposo parve avere assai fatto. Più insegne ebbero di loro nemici e molti prigioni, e molti ne uccisero, che ne fu danno per tutta Toscana. Degli Aretini furono morti più di millesettecento a cavallo e a piedi e presi più di duemila, sebbene parecchi dei migliori fossero poi trafugati o per amistà o per essersi ricomperati con danari. Tra i morti rimasero Guglielmo degli Ubertini vescovo di Arezzo, grande guerriero, e messer Guglielmino de’ Pazzi di Valdarno co’ suoi nipoti; questi era tenuto il più avvisato capitano che fosse in Italia: moriva Buonconte[82] figlio del conte Guido da Montefeltro, e tre degli Uberti e uno degli Abati e più altri fuorusciti fiorentini. Dei vincitori mancarono tre soli cavalieri; ma feriti molti più, sì cittadini che stranieri. Narra il Villani che la novella di questa vittoria giunse in Firenze il giorno medesimo, a quella medesima ora ch’ella fu, essendone ai Priori venuto il grido, nè mai si seppe da chi uscisse. Egli medesimo giovinetto era in Palagio e l’udì, e vidde come all’annunzio tutta la città stesse in sentore: ma quando giunse chi era stato nella battaglia, fu grande allegrezza; e poteasi fare con ragione, avendo quella sconfitta fiaccato l’orgoglio della parte ghibellina in tutta Toscana.[83]

I Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, avuta Bibbiena ed altri castelli, andarono contro Arezzo; ma era troppo tardi, chè gli scampati dalla battaglia vi erano dentro; e il governo dell’esercito fiorentino era venuto alle mani di due Priori delle Arti, male capaci di quell’ufficio. Diedero il guasto alla contrada, e per la festa di san Giovanni fecero correre il palio sotto le mura d’Arezzo: atto di scherno o di possesso in quella età molto consueto, com’era altresì gettare dentro alle città assediate per dileggio cose vili; ed allora bruttamente vi manganarono dentro gli asini mitrati, dispetto e rimproccio all’ucciso vescovo guerriero. Stettero ivi da venti dì; ed alla fine, dopo assalti male condotti ed infruttuosi, si partirono per lo migliore, lasciando fornite le tolte castella; ed i Priori ebbero accusa di essersi ritratti per baratteria. Ad ogni modo però grandi effetti ebbe quella vittoria, beneficio della città di Firenze; laonde l’esercito fu ivi accolto a grande festa e trionfo. Tutta la spesa di questa guerra fu fatta col tesoro del Comune ed ascese a più di trentasei mila fiorini d’oro; il che fa fede del buono ordinamento della città e delle molte ricchezze; massimamente chi guardi a tanti nobili edifizi costrutti in quelli anni più che in altro tempo mai.

Tornato l’esercito, i popolani sospettando che i grandi innalzati dalla vittoria non gli opprimessero, di nuovo ordinarono più strettamente le milizie delle Arti: ma queste, intese a guardia della libertà, poco eran’atte alle imprese grandi, siccome quelle che mal soffrivano d’allontanarsi dalla città, laddove era la forza loro. Cosicchè, tranne piccoli fatti contro ad Arezzo e contro Pisa,[84] ebbe Firenze più anni di pace ogni dì montando, chè ognuno guadagnava d’ogni mercatanzia, arte o mestiere: avea da trecento cavalieri di corredo, e molte brigate di cavalieri e donzelli che sera e mattina imbandivano conviti. Di Lombardia e di tutta Italia traevano quivi buffoni ed uomini di corte; e non passava per Firenze alcun forestiere che avesse grado e nome onorato, il quale non fosse da quelle brigate a gara convitato e da esse accompagnato a cavallo per la città e fuori, come avesse bisogno. Nel mese di maggio si facevano brigate e compagnie di gentili giovani; innalzando nelle vie larghe e nelle piazze certi come padiglioni, che appellavano corti, chiuse di legname, coperte di drappi e zendadi, per convegno di sollazzi: e per la festa di san Giovanni si fece sulla contrada di Santa Felicita oltrarno una compagnia di mille uomini, o più, tutti vestiti di nuovo di robe bianche, guidata da uno chiamato il Signore dell’amore. Brigate e compagnie di donne e donzelle con musicali strumenti andavano per la terra ballando con ordine, inghirlandate di fiori: dandosi tutto il popolo ai giochi, ai lieti desinari ed alle cene, con giocondo conversare e allegre feste e graziosi canti.[85]

Capitolo III. GIANO DELLA BELLA. — ORDINI DELLA GIUSTIZIA CONTRO I GRANDI. ISTITUZIONE DEL GONFALONIERATO. [AN. 1293-1295.]

Lieti giorni erano quelli che il nostro maggiore Cronista si aveva goduti nell’età sua prima; e quindi credo in lui venisse quella serenità di giudizi per cui ne sembra non di rado Giovanni Villani andare più in là di altri storici più solenni. Non fu questo popolo temprato giammai a’ forti propositi, che sempre hanno in sè qualcosa di malinconico e di cheto; era una vita che si espandeva seguendo l’ingegno, più ch’ella non fosse raccolta in sè stessa sotto al dominio del volere. Firenze aveva poco sofferto al paragone d’altre città; e lo stato popolare si era qui formato naturalmente, agevolmente, perchè in sè aveva la propria sua necessità, e perchè insomma il popolo era qui da più che altrove ed i nobili da meno. Quindi anche troviamo nelle cose dello Stato valere il consenso più della forza e più della riposta sapienza dei pochi: guardando ai civili ordinamenti di esso, parrebbe che fosse come un vivere alla spensierata; ma la Repubblica si reggeva ed anzi lasciava un’orma profonda, perchè il numero dei buoni uomini qui era grandissimo, svegliati gli ingegni, gli animi per quella età temperati, allegri gli umori e vôlti al piacere, ma in popolo artista cercati i piaceri più eletti e gentili; era la giovinezza di Dante, era l’adolescenza di Giotto. Firenze aveva uomini affaccendati nei lavori, esperti nei traffici, ammaestrati dal conversare libero e continuo con gli altri cittadini, esercitati per la frequenza di viaggi lontani, e ampliata la mente dal molto vedere gli altri uomini e le cose. Imperocchè avevano allora i commerci pigliato rapidissimo incremento: Giovanni Villani dimorò assai tempo in Bruggia di Fiandra, dove i mercanti fiorentini avevano emporio; andavano molti negli scali di Levante.[86] E allora sorgevano a un tratto quei nobili edifizi nei quali ha Firenze la sua grandezza; ed allora questo popolo, avendo formata la nuova sua lingua, godeva l’incanto della giovane parola la quale usciva a lui dalle labbra, rivelatrice di un’armonia che stava nell’anima, strumento lucido al pensiero. Non avea Firenze per anche abusato nè le ricchezze a corruttela, nè la libertà in licenza; le passioni pubbliche non erano scese a private cupidigie; gustava tuttora in molta opulenza le care letizie dei semplici costumi, le città e i popoli fatti liberi a lei guardavano con amore.

Il nome guelfo, come era inteso nella Toscana più che in altra provincia d’Italia, questo avea fatto, che da principio nobiltà e popolo nella comunanza d’un affetto nazionale si fossero molto l’uno all’altro avvicinati e in qualche parte insieme confusi. Non pochi signori degli abbattuti castelli e cattani spossessati o dalle guerre civili ruinati, aveano cercato compenso nelle arti per le quali vedeano montare tante famiglie popolane; molti rimasti ancora in grado, e andando insieme con la parte vincitrice, s’erano calati alle ambizioni cittadine, cercandosi un modo prima insolito di potenza. Tra’ due ordini non pareva la compagnia guasta finchè la guerra continuava contro a’ Ghibellini; ma questa era vinta, e in quel mezzo l’onda popolare vie più saliva: quando il governo venne alle mani dei Priori delle Arti, non parve ai nobili che ne fosse loro lasciata parte da contentarsene, benchè nel priorato entrassero pure «dei buoni uomini mercatanti, sebbene fossero dei potenti.» Ma erano guardati con occhio geloso, ed ogni cosa voltava contro a loro nella città, dove la prevalente massa dei minori faceva gran siepe attorno ad essi. Certo che abolire i vassallaggi feudali e fare le leggi usbergo ai deboli anzi che flagello in mano dei forti, erano cause se altre mai giustissime e sante: ma gli uomini sogliono fare male anche le buone cose; per il che i signori turbati o minacciati nelle possessioni loro del contado, ed oggi angariati dove solevano angariare; e come quelli ch’avevano l’arme in mano, ed un seguito di loro fedeli e contadini dei quali aveano forse vantaggiato studiosamente le condizioni; i signori, dico, anzichè potessero alla lunga fare col popolo buona compagnia, venivano spesso alle ferite ed agli oltraggi ed agli omicidi, massimamente nel contado inverso ai piccoli cittadini; ed allegando quelli che prima erano diritti ed ora violenze, facevano forza nei beni altrui. Viveano tuttora de’ magnati che aveano veduto il ceto loro essere ogni cosa avanti al 1250, ed erano sempre in condizioni da soverchiare quella civile egualità sopra la quale si voleva ora fondare lo Stato: vi erano Comuni, dei quali il governo era in mano di militi o nobili.[87] Quindi è che parve cosa giusta fare contr’essi leggi disuguali e per sè ingiuste, dove le ire servivano di fonte al diritto. Al che si offriva molto buona l’occasione, perchè i grandi aveano tra loro brighe e discordie che le maggiori non ebbero mai dopo il ritorno della parte guelfa. Guerra tra gli Adimari e i Tosinghi, tra i Rossi e i Tornaquinci, tra i Bardi e i Mozzi, tra i Gherardini e i Manieri, tra i Cavalcanti e i Buondelmonti, tra Frescobaldi e Frescobaldi, tra Donati e Donati, ed in molte altre casate: prima le sêtte dei violenti sè stessi offendono con le proprie mani, e indi periscono per le altrui.

Correndo l’anno 1293 alcuni uomini dabbene, artigiani e mercatanti di Firenze, si posero insieme cercando rimedi a quel disordine; e capo di essi fu un valentuomo, antico e nobile cittadino ricco e possente, di grande autorità presso i Guelfi, nominato Giano della Bella. Si trovò egli dei Signori i quali entrarono in ufficio ai 15 di febbraio,[88] e cogliendo l’opportunità dell’arbitrato ch’era consueto fare per la correzione delle leggi, formarono quelli statuti contro a’ nobili che furono chiamati Ordinamenti della giustizia. Per questi erano decretati gastighi ai grandi che oltraggiassero i popolani, raddoppiando contro loro le pene comuni; prescrivendo che l’un congiunto fosse tenuto per l’altro, e che i maleficii si potessero provare per due testimoni di pubblica fama; pena barbara e dettata dai feroci odii cittadineschi era il disfare le case.

Gli Ordinamenti della giustizia furono in seguito ampliati, e ne abbiamo assai redazioni. Lo Statuto Fiorentino comprende tutto intero l’arsenale delle leggi e ordini contro ai grandi, e noi da esso abbiamo tolti alcuni punti qui sotto notati, i quali sieno schiarimento a questa materia.[89] Non potevano i magnati accusare nè testimoniare, nè stare in giudizio contro a’ popolani senza il consenso dei Priori (Statut., Rub. 43 et alibi); ma per contrario non si ammettevano eccezioni a favor loro contro ai testimoni popolani: non abitare dove commisero malefizi, nè presso ai ponti centocinquanta braccia (Rub. 49, 50): non uscire di casa in tempo di rumore, nè altri andare alle loro case; non assistere accompagnati da masnadieri in arme ai funerali, monacazioni o nozze fuori della famiglia loro (Rub. 46, 47, 48): quando il Gonfaloniere andasse per la città in ufizio, alcun grande non poteva mostrarsi in quel luogo (Rub. 44). La Rubrica 24, sotto il titolo de causis faciendi magnates, contiene la forma del processo e del giudizio spettante ai Priori e ai Collegi delle Arti, pel quale un uomo o una famiglia popolana erano fatti grandi; il che faceva cadere sopra essi tutti i divieti dagli ufizi e tutte le pene di chi fosse nato dentro a quell’ordine. Bastava un solo testimonio de visu e due di pubblica fama, o solamente quattro di questi ultimi (Rub. 23): un tamburo o cassetta murata era posta innanzi la casa dell’Esecutore per le denunzie segrete (Rub. 96). Dovevano i grandi dare sicurtà per le offese e pel pagamento delle multe a cui venissero condannati (Rub. 33): ma era proibito ad essi fare accatto od imprestito per il detto pagamento, con pena anche ai prestatori (Rub. 9 degli Ordinamenti di giustizia): i popolani non denunzianti l’ingiuria sofferta dai grandi pagavano multa (Statut., Rub. 68); ma era permesso anche ai grandi battere in casa impunemente i servi loro, e in ciò si stava al gius comune (Rub. 69). Minutamente si provvedeva contro agli acquisti ed occupazioni di beni fatte dai magnati a pregiudizio dei popolani o delle chiese e dei conventi. In certi casi erano i grandi fatti sopraggrandi; il che importava, oltre alla perdita di ogni beneficio o attenuazione ad essi concessa, anche il divieto di abitare ulteriormente in quel luogo della città o del contado dove solevano e dove erano per l’addietro le case loro (Rub. 31). I popolani consorti dei magnati non potevano abitare nello stesso quartiere in Firenze o nella stessa pievania in contado che i magnati consorti loro, nè tenerli come tali, nè immischiarsi nelle loro brighe (Rub. 23). I magnati che per favore divenivano popolani, avevano obbligo di mutare le armi delle famiglie loro (Rub. 41).

A ciò queste leggi avessero certa e permanente esecuzione, ordinarono contemporaneamente che al novero dei sei Priori fosse aggiunto un Gonfaloniere di giustizia, da rinnovarsi ogni due mesi (cosicchè ogni anno uno ne avesse ciaschedun sesto della città); a lui consegnando il Gonfalone del popolo col campo bianco e la croce rossa, con mille eletti pedoni, pronti a muovere ad ogni suo ordine e richiesta contro ai grandi: e perchè la prima cosa a lui commessa era disfare le case, troviamo oltre a’ fanti essere centocinquanta maestri di pietre e di legname, e cinquanta picconieri armati di buoni picconi e di scuri e di altri arnesi cosiffatti. Baldo Ruffoli fu il primo in quell’ufficio di Gonfaloniere, che poi rimase e fu il supremo tra i magistrati della Repubblica per tutto il tempo ch’essa ebbe vita: i vecchi Signori con certi aggiunti o arroti elessero i nuovi. Le Arti maggiori e le minori rappresentate dai loro consoli ebbero Balía, per la quale procedettero a cosiffatti ordinamenti. I mille pedoni del Gonfaloniere furono in seguito aumentati fino al doppio, poi a quattromila; cinquecento erano somministrati dai pivieri suburbani.

Riordinarono a questo effetto nel contado quelle che appellavano Leghe del popolo, secondo abbiamo più sopra descritto. Si componevano esse di comunelli e di parrocchie unite tra loro come in piccole federazioni che s’amministravano da sè, ma governate da un vicario o capitano della Repubblica, per mezzo del quale imponeva essa all’occorrenza le taglie in uomini e in danaro.[90] Le aggregazioni erano mutabili, ma ogni popolo doveva appartenere a una di esse leghe. Le quali avean obbligo di stare a difesa di parte guelfa cacciando i ribelli e gli sbanditi, o conducendoli nelle forze del Comune; opporsi a qualunque violenza e incendi e rapine, facendo osservare contro a’ grandi gli Ordinamenti della giustizia; venire al soccorso della città e del popolo di Firenze armati e presti ad ogni chiamata. La Repubblica aveva le gabelle dei mulini, gualchiere, mercati e pedaggi; insomma, quasi una signoria feudale sopra le leghe, le quali da sè provvedevano alle interne spese per via di tasse o penalità liberamente imposte ed amministrate: eleggevano a questo fine i loro propri Gonfalonieri e Pennonieri ed un Consiglio pel governo della lega; ma sopra questi era l’alta vigilanza dei magistrati della Repubblica, la quale obbligava gli eletti ad accettare gli ufizi e ad amministrarli sinceramente e virilmente.

Nello stesso anno 1293, per fortificare il governo del popolo e per abbattere sempre più il potere dei grandi, chè spesso la guerra gli rinvigoriva, i Fiorentini acconsentirono a fare pace co’ Pisani affievoliti e abbassati dalla fortuna delle armi: i Pisani rimandassero il conte Guido di Montefeltro riponendo i Guelfi, e avessero in Pisa i Fiorentini libera franchigia, senza pagare gabella di loro mercatanzie. A detta pace intervennero i Lucchesi ed i Senesi e tutte le terre della lega guelfa di Toscana. In questo tempo era tanto il tranquillo stato, che dì e notte non si chiudevano le porte della città; nè vi avea gabelle; ma essendovi bisogno di moneta, anzichè porre balzelli, si vendevano le mura vecchie e i terreni dentro e di fuori ai confinanti. Ed il Comune rivendicò parecchie sue giurisdizioni sulle terre del distretto.[91] Così nel cominciamento di questo nuovo Stato si fece molto di bene al Comune, ed a ciascuno cui per l’addietro fossero dai potenti state occupate le possessioni, furono restituite. Riebbe il Comune per questo modo la giurisdizione intera di Poggibonsi, che si reggeva prima da sè, e di Certaldo e di Gambassi e di Loro e di altre terre, e molte possessioni state prima occupate dai Conti e nel Mugello dagli Ubaldini, e in città lo spedale di sant’Eusebio, nel quale i grandi avevano poste le mani. Il popolo era molto fiero e caldo dentro e al di fuori, ed in signoria. L’autore di un maleficio essendosi fuggito in Prato, mandarono i Signori un messo a richiederlo: e perchè i Pratesi, allegando la libertà loro, negarono darlo, gli condannarono a pagare lire diecimila e che lo rendessero. Stavano sempre disubbidienti; ma quando udirono mosse le masnade dei Fiorentini inverso Prato, diedero i danari e il malfattore.

De’ primi ad essere puniti, secondo le leggi novellamente poste, furono i Galigai, uno dei quali rissando aveva ucciso in Francia un popolano. Dino Compagni, istorico di quei fatti e che fu il terzo Gonfaloniere di giustizia, col gonfalone e le armi andò alle loro case ed a quelle dei loro congiunti, e le fece disfare secondo le leggi. Questo principio fu pernicioso ai Gonfalonieri seguenti (così Dino); perchè se le disfacevano secondo le leggi, il popolo diceva che erano crudeli, e che erano vili, se non le disfacevano bene affatto: quindi avvenne che molti sformarono la giustizia per tema del popolo. Uno dei Buondelmonti avendo commesso un maleficio di morte, gli furono disfatte le case per modo che dipoi ne fu ristorato. Pochi maleficii si nascondevano, che dagli avversari non fossero ritrovati; ma la giustizia però, o a dir meglio le vendette, si facevano disegualmente. I giudici ossia tutta la turba dei legisti che insieme ai rettori o magistrati forestieri intervenivano nei giudizi, diversamente corrotti o parteggianti in vario modo, ingarbugliavano le ragioni, ed era lagnanza che tenessero sospese lungamente le questioni e ogni ragione si confondesse. Troppo gran braccio dato ai giudici cresceva il male che era inerente alla ingiustizia delle leggi, da cui pigliavano scusa i giudici a non mantenerle. Ma i grandi di questo fortemente si dolevano, ed agli esecutori di esse dicevano: «un caval corre e dà la coda nel viso a un popolano; o in una calca uno darà di petto senza malizia ad un altro, o più fanciulli di piccola età verranno a questione; gli uomini gli accuseranno; e se battiamo un nostro fante, dobbiamo noi essere disfatti?» Giano della Bella, uomo di grande animo e tanto ardito che difendeva quelle cose che altri abbandonava, e parlava quelle che altri taceva, era tutto contro a’ colpevoli; e tanto era temuto dai rettori, che non osavano nascondere i maleficii. Allora i grandi cominciarono a parlare contro a lui, e abbominando le leggi, minacciavano di squartare i popolani che reggevano. Tali minaccie rapportate furono cagione che questi sempre più inacerbissero, e per paura e sdegno inasprissero le leggi; sì che da ciascuna parte l’odio si raddoppiava.

Il magistrato di parte guelfa era la sede e la fortezza dove i grandi ritenevano tuttora il grado che in altri uffici era loro dinegato; e per lunghi anni vedremo noi contro agli artefici accesa la guerra di quel magistrato, rifugio ultimo che rimanesse alla ingerenza dei magnati. Quelli che ne erano capitani, solevano essere cavalieri; e contro a questi aveva ordinato Giano, che le famiglie dove fossero uomini aventi il grado di cavaliere, s’intendessero dei grandi e fossero inabili ad essere dei Signori, o ad aver luogo nei Collegi: queste famiglie furono trentatre.[92] Si trova altresì che Giano volesse togliere ai Capitani di parte guelfa il suggello ed il mobile o patrimonio della Parte, che era cresciuto in quegli anni, come era stato l’intendimento della sua prima istituzione: ma ora Giano volea quei beni recare in comune, non già che fosse egli poco guelfo, ma per abbassare i grandi che dominavano quell’ufficio. Con essi andavano uomini potenti, i quali non tutti erano nobili di sangue ma per altri accidenti chiamati grandi,[93] e molti che aveano co’ magnati parentela. A questi erano da aggiugnere non pochi uomini di famiglie nobili per ambizione fatte di popolo, ma cui sarebbe piaciuto meglio avere grado dalla nobiltà loro, che non sedere nei Consigli come speziali o lanaioli. Tutti costoro male pativano l’uguaglianza delle leggi, ed astiavano l’autorità di Giano, e la parte troppo grande da lui toltasi nello Stato. Toccando quel tasto il quale sapevano in Firenze essere il più sensitivo, spargevano ch’egli col togliere forza al magistrato di parte guelfa volesse di cheto dare mano ai Ghibellini e fargli salire di bel nuovo in signoria: in ogni tempo questa fu l’arte dei potenti Guelfi, tenere il popolo a sè ubbidiente con la paura dei Ghibellini; la quale valse allora non poco a sgominare la parte stessa che era con Giano stata da prima, e per siffatti sollevamenti a rigonfiare la feccia plebea. Era uno chiamato Pecora, gran beccaio protetto dai Tosinghi, il quale faceva la sua parte con falsi modi e nocivi alla Repubblica: tutti l’avevano in odio, persino gli altri dei beccai, perchè le sue malizie usava senza timore, minacciava i rettori e gli ufficiali, e profferivasi a malfare con grande nerbo di uomini armati. Giano, ambizioso di stare contro a ogni disordine egli solo, bentosto si ebbe tirato addosso molto gran piena d’inimicizie; i grandi attizzavano le gelosie de’ falsi amici, e le invidie popolari, e la malizia dei giudici, e le ree opere de’ beccai. Si congiurarono contro lui; congreghe si facevano in casa dei grandi; il partito d’uccidere Giano, più volte posto, non ebbe seguito; gli artifiziosi consigli prevalsero. «Ed io (scrive Dino) gli palesai la congiura un giorno che io era con molti, e tra essi dei falsi popolani, per raunarci in Ognissanti, e Giano se n’andava a spasso per l’orto; e mostraili come lo faceano nemico del popolo e degli artefici, e che il popolo gli si volgerebbe contro.»

Così accesi erano gli animi, allorchè messer Corso Donati, de’ più nobili e possenti cittadini di Firenze, ebbe parte in una zuffa nella quale per alcuni suoi familiari e consorti era stato morto un popolano ed alcuni altri feriti. Correndo il gennaio del 1295, fu presentata l’accusa da ambe le parti, ed il processo era venuto innanzi al potestà Gian di Lucino da Como, cavaliere di gran senno e bontà. Il popolo era contro a messer Corso e attendeva che il Potestà lo condannasse. Già il gonfalone della giustizia era stato tratto fuori, quando il Potestà (dicono) ingannato da un suo giudice, assolvè il Donati e condannò gli avversari suoi. Il popolo minuto credette che ciò avesse fatto per danari, e uscendo a corsa dal palagio, gridò ad una voce: muoia il Potestà! al fuoco, al fuoco! all’armi, all’armi! viva il popolo! Si armarono allora e trassero a furia al palagio del Potestà con stipa per ardere la porta. Giano, che era coi Priori, udendo il grido, esclamava: io voglio andare a campare il Potestà dalle mani del popolo. E monta a cavallo e si presenta alla moltitudine, esortandola di richiamarsi in debito modo al Gonfaloniere di giustizia; ma la plebe forsennata gli rivolta contro le lancie e lo costringe a tornare indietro. Anche i Priori scendono in piazza col Gonfaloniere per attutare quel furore, ma invano; chè il popolo invade il palagio, pone a ruba i cavalli e gli arnesi del Potestà, straccia i processi, pone le mani addosso alla sua famiglia, ed in quella rabbia commette di mille strane cose. Il Potestà e la sua moglie, gentildonna di gran bellezza, menata da lui di Lombardia, spaventati chiamando la morte si erano rifugiati nelle case de’ Cerchi: messer Corso, che era pure nel palagio, non per anche terminato, fuggì per i tetti. «Il dì seguente si radunò il Consiglio e per onore della città fu deliberato, che le cose rubate si rendessero al Potestà, e che del suo salario fosse pagato: e così fecesi, ed ei partissi.»

La città rimase in gran disordine: i cittadini buoni biasimarono quello che era stato fatto, altri ne dava la colpa a Giano cercando cacciarlo o farlo mal capitare, e diceano: poichè cominciato abbiamo, osiamo il resto. I grandi e i giudici e notai con molti popolani grassi, amici e parenti de’ grandi, accordatisi contro lui, fecero sì che i nuovi Priori loro aderenti formassero inquisizione contro a Giano e suoi seguaci per aver messo la terra a romore. Ma il popolo minuto per ciò grandemente conturbato si affollò attorno alla casa di Giano, profferendosi di esser con lui in arme a difenderlo e correre e combattere la terra. E già un suo fratello avea tratto in Orto san Michele un gonfalone dell’arme del popolo; ma Giano vedendosi tradito ed ingannato da quelli stessi che erano stati con lui a fare il popolo, e conoscendo che la loro forza unita a quella dei grandi era molto potente, e che tutti già si erano assembrati in arme attorno al palagio dei Priori, abborrì dalla guerra civile. I Magalotti suoi parenti, famiglia che aveva tra gli artefici grande seguito, lo consigliarono che a cansare quei primi impeti si assentasse alquanti giorni dalla città. Ed egli, cedendo al malo consiglio, si partì di Firenze il 3 marzo 1295: subito fu sbandito, e condannato negli averi e nella persona, e la sua casa rubata e mezzo disfatta. Si aggiunse ai suoi danni anche il papa Bonifazio VIII, come si rileva da un breve assai violento contro a Giano, fino a bandire la scomunica contro a chiunque lo favorisse; in essa involvendo tutta la città, nel caso che Giano vi fosse tornato, e ordinando sotto le censure stesse il bando anche di un suo fratello e di un nipote. Aveva egli l’anno innanzi avuto in Pistoia, dov’era andato potestà, gravi dissidii col vescovo, pe’ quali perdette la potesteria; e pochi giorni innanzi l’esiglio da Firenze, ebbe in Pistoia condanna di ribello egli ed una figlia di lui maritata. L’istoria non mai si conosce tutta intera; e in questo fatto noi troviamo Bonifazio sin da’ primi giorni del pontificato avere posto le mani nelle cose di Firenze, e ordite già quelle intelligenze nella città che indussero poi mutazioni tanto gravi.[94]

Moriva Giano esule in Francia. «Ciò fu gran danno alla città nostra, scrive Giovanni Villani, e massimamente al popolo, perchè egli era il più leale e diritto popolano, e amatore del bene comune, che uomo di Firenze, e quegli che mettea del suo in comune e non ne traeva. Era presuntuoso e volea le sue vendette fare, e fecene alcuna contro gli Abati suoi vicini col braccio del Comune: e forse per gli detti peccati fu per le medesime leggi, benchè a torto e senza colpa, giudicato.[95]» Lasciava Giano di sè gran traccia nella Repubblica di Firenze, che dall’ufficio del Gonfaloniere avrebbe pigliato maggiore forza e stabilità, se era creato a più lungo tempo. Ma il voto di lui e del Villani e del Compagni e degli altri buoni popolani, quello di mettere in comune il governo dello Stato cosicchè ad esso partecipassero le Arti maggiori e le minori e il popolo grasso e gli artefici minuti, cotesto voto incontrò pure nuovi e diversi impedimenti. Negli anni stessi era in Venezia Piero Gradenigo, pel quale mutavasi ivi il politico reggimento, ma oppostamente a quel di Firenze. Qui ogni cosa era per il popolo, tutto in Venezia per gli ottimati: parvero allora le due maggiori tra le città libere d’Italia capitanare le divisioni e la nazionale debolezza, la quale può dirsi che in quegli anni fosse decretata.

Capitolo IV. CERCHI E DONATI. — BIANCHI E NERI. [AN. 1295-1300.]

Bandito Giano della Bella, si venne ad accusare gli amici di lui, i quali furono condannati chi in cinquecento lire e chi in mille. La città rimase in grande discordia; chè prendendosi in disamina le azioni di lui, variamente se ne parlava in biasimo e in lode. Intanto i contrari occupavano gli ufficii: il Pecora beccaio, uomo bilingue, seguitatore di male, lusinghiero, insomma tristo per ogni verso, corrompeva il popolo minuto, ordiva congiure, e maliziosamente dava ad intendere ai nuovi Signori che erano eletti per sua operazione. Molti altri abbindolava promettendo loro ufficii: grande era del corpo, ardito e sfacciato e gran ciarlatore, e diceva palesemente chi erano stati i congiurati contro a Giano. Intanto, per voglia di mal fare, non per amore di giustizia, pigliava a perseguitare questo e quello; arringava spesso nei Consigli, e si millantava essere egli che aveva liberata la città dal tiranno Giano, e che molte notti era ito di queto con certo suo lanternino a sollecitare i congiurati ed a conferir con loro in non so quale cantina sotterra. I pessimi cittadini chiamarono Potestà un messer Monfiorito da Padova, povero gentiluomo, acciò rendesse ragione come a loro piacesse. Egli e la famiglia sua palesemente vendevano la giustizia, e non ne schifavano prezzo piccolo o grande che fosse: ma finalmente cadde in tanto abominio che i cittadini, non potendolo più soffrire, fecero pigliare lui e due suoi famigli e metterli alla tortura. Confessò cose che produssero vitupero e pericolo a molti; e nato disparere se dovesse più lungamente torturarsi o no, vinse la prima sentenza; e però quel cattivo cantò nuovamente sulla corda, sicchè nuova infamia ne raccolsero i rettori e parecchie condanne in danari. Ad onta che i Padovani più volte mandassero a domandare il Monfiorito, fu cacciato in prigione; e vi sarebbe vilmente marcito, se certa donna degli Arrigucci che aveva il marito in prigione con lui, non avesse loro fatto pervenire lime sorde ed altri ferri, per cui si fuggirono.[96]

I grandi frattanto non si ristavano dal tentare novità in Firenze: capi erano di quella parte Forese degli Adimari e Vanni de’ Mozzi e Geri Spini, i quali una volta si appresentarono in arme sopra cavalli coperti, co’ loro masnadieri e contadini; ma vista la forza del popolo soperchiare, si ritrassero senza far nulla. Avevano pure chiamato in Toscana un cavaliere Giovanni di Celona, che dall’Imperatore ebbe carta e giurisdizione sulle terre che egli guadagnasse. Venne costui per consentimento, come fu detto, di papa Bonifazio, e andò a posarsi in Arezzo con cinquecento cavalli; ma poco fece, e per trenta mila fiorini d’oro che a lui diedero i Fiorentini, si partiva. E questi frattanto, i quali avevano fatto lega con gli amici guelfi di Toscana, per afforzarsi da quella parte edificarono nel Valdarno di sopra i castelli di San Giovanni e di Castel Franco, dove si rifuggissero i vassalli dei vicini signori e tutti quelli che amavano la parte guelfa ed il viver libero. In Firenze erano anni prosperi; e allora ebbero cominciamento il grande tempio di Santa Maria del Fiore e quello di Santa Croce ed altri, e il Palagio del popolo per abitazione della Signoria. Ma (dice il Villani) la grassezza partorì superbia e corruzione, per la quale furono finite le feste e le allegrezze dei Fiorentini, che infino a quei tempi stavano in molte delizie e morbidezze. Dalla discordia dei Buondelmonti cogli Amidei, già gran tempo, erano sorte le maledette parti Guelfa e Ghibellina; ora dalle discordie di due altre famiglie, i Cerchi e i Donati, sorsero le parti Bianca e Nera: rinnovamento sotto altro nome delle fazioni medesime. Firenze la quale ogni dì montava per il numero di genti, chè aveva dentro più di trenta mila cittadini atti alle armi e più di settanta mila distrettuali in contado,[97] e buona cavalleria e franco popolo e ricchezze; signoreggiando quasi tutta Toscana, non paventando nè dell’Impero nè dei propri fuorusciti; Firenze la quale poteva a tutti gli Stati d’Italia colle sue forze rispondere; essa medesima colle proprie mani si fece quel male che dal di fuori non paventava. Era la famiglia dei Cerchi di nuova schiatta, ma buoni mercatanti e gran ricchi: tenevano molti familiari e cavalli, sfoggiavano in vesti ed in suppellettili, superbi per grande e numeroso parentado; ma uomini rozzi e salvatichi, siccome gente venuta di picciol tempo in grande stato e potere: avevano comprato il palazzo dei conti Guidi, il quale era presso alle case dei Pazzi e dei Donati in quel sesto di porta San Piero che si chiamò Sesto degli Scandali, perchè ivi la vicinanza di molte famiglie possenti era occasione di gelosie, ogni sesto avendo suoi propri uffiziali e quasi in sè le passioni di una piccola repubblichetta. I Donati erano gentiluomini e guerrieri; ma di poca ricchezza e possanza, sebbene capo di quella famiglia fosse un uomo assai formidabile, Corso, il cui nome stava in alto fino dalla giornata di Campaldino: talchè per la bizzarra salvatichezza degli uni e la superba invidia degli altri nacque sdegno tra le due casate. Tra gli avversari si lanciavano motti pungenti; e perchè Vieri, capo della famiglia de’ Cerchi e chiaro anch’egli in Campaldino, era di poca malizia e poco bel parlatore, quando si sapeva che avesse parlato nelle ragunate de’ suoi, Corso diceva ha ragghiato oggi l’asino di Porta: e i motti si risapevano, nè mancavano giullari che gli rapportassero anche l’un cento peggiori del vero.[98]

La divisione ebbe nuova esca dal seme di parte Bianca e Nera, venuto di Pistoia, dove un legnaggio di nobili e possenti uomini, ch’erano i maggiori di quella città, poco prima si era diviso in due parti, l’una detta dei Cancellieri bianchi, l’altra dei Cancellieri neri. I Fiorentini, per timore che di ciò non sorgesse ribellione a danno dei Guelfi, s’intromisero tra le due parti, e tolta per sè la signoria della città, sconsigliatamente mandarono a confino in Firenze questi e quelli: così gli odii pistoiesi passati a Firenze moltiplicarono la contaminazione. I Cerchi divennero capi di parte bianca, e i Donati di parte nera.[99] I cittadini grandi, e popolani e artefici minuti, viepiù si partirono; gli stessi uomini di chiesa diedero l’anima chi ad una setta chi all’altra. Quella dei Cerchi era la più numerosa, e pel grande seguito che avea, pareva che fosse in loro potere la città: erano ben veduti dagli artefici perchè di buona condizione e molto serviziati, e per la memoria di Giano della Bella cui avevano aderito: i Ghibellini gli amavano perchè meno duri nel mantenere le leggi: e allora si trova che i Cerchi disertando le raunate della parte guelfa, più si accostarono ai popolani e alla Signoria. Delle maggiori famiglie avevano seco gli Scali e tutti i Cavalcanti e gli Adimari, parte dei Mozzi, dei Bardi, dei Nerli, dei Frescobaldi, dei Rossi; i Mannelli, i Malespini, i Falconieri. Tutti i mezzani stavano con essi, e i migliori uomini che volevano con Dino Compagni l’egualità e la pace, e i fieri ingegni di Dante Alighieri e di Guido Cavalcanti per l’ampio concetto che si avevano formato del viver libero e civile. Cotesti già un poco infino d’allora si accostavano al ghibellinesimo, perchè i grandi e possenti Ghibellini essendo iti in bando, rimanevano di quella parte in Firenze le sole famiglie di minor conto, e con esse molti del minuto popolo, i quali educati alle antiche clientele in casa dei grandi, vivevano male sotto alla meno lauta e spesso più dura signoria dei grossi mercanti. Co’ Donati erano quasi tutti questi, nobiltà nuova e popolana che già intendeva in sè ristringere signorilmente lo Stato, unita co’ grandi Guelfi, ed insieme con essi volendo imporsi al popolo degli artefici. Aveva questa parte le sue maggiori aderenze fuori, e credito e amicizie co’ signori: la seguitavano in Firenze, tra gli altri, i Pazzi, i Visdomini, i Buondelmonti, i Tornaquinci, i Gianfigliazzi, i Brunelleschi, gli Acciaiuoli, e con molta parte delle casate loro due possenti uomini, Geri degli Spini e Rosso dei Tosinghi della Tosa, e le più grosse famiglie guelfe. Messer Corso Donati era cavaliere, gentile di sangue, del corpo bellissimo e grazioso parlatore, sottile d’ingegno, superbo, cupido, animoso, audacissimo nelle ambizioni e in quelle smodato; a grandi cose attendeva sempre. Era congiunto in amicizia co’ signori di fuori, e molti servizi faceva; radunava intorno a sè masnadieri, e grande seguito aveva: tale era quell’uomo.[100]

Venute le feste di calen di maggio 1300, le brigate d’ambedue le parti in arme scorrevano per la città, prendendo sollazzo. I giovani della famiglia dei Cerchi cavalcavano con altri in numero di più di trenta. E coi giovani dei Donati erano i Pazzi, gli Spini ed alcuni loro masnadieri. Si guardavano gli uni dagli altri; ma intantochè stavano a vedere ballare donne sulla piazza di Santa Trinita, ambedue le parti cominciarono a provocarsi e a spingere i cavalli l’uno contro l’altro, tanto che nacque una grande mischia, in cui molti restarono feriti: fu tagliato il naso ad uno dei Cerchi da un masnadiere dei Donati; quindi gli odii più crebbero, aspirando ambedue le parti alle vendette.

Molto aderivano i Donati, siccome coloro che si vantavano Guelfi puri, all’amicizia del Papa, rinfacciando di continuo ai Cerchi ed ai Bianchi la loro lega co’ Ghibellini. Sedeva allora sulla cattedra pontificale Bonifazio VIII, uomo d’ingegno grande e di audacia smisurata. A lui pertanto molti si volsero di concordia, pregandolo che egli per il bene della città e di parte di Chiesa vi mettesse consiglio: il Papa mandava per messer Vieri dei Cerchi, sperando, perch’egli era grande mercatante in Roma, volesse in lui rimettere le differenze; offrendogli pace onorevole, ed aggrandire lui ed i suoi. Ma Vieri non volle ciò assentire, dicendo che non aveva guerra con nessuno; e si tornò a Firenze: il Papa rimase molto sdegnato contro a lui ed ai Bianchi.

Avvenne (prima o poi si fosse) che molti cittadini recatisi per seppellire una morta alla piazza de’ Frescobaldi, ed essendo usanza della terra a simili radunate che i cittadini sedessero in basso in sulle stoie di giunchi, e i cavalieri e dottori in alto in sulle panche, e dei Cerchi e dei Donati quelli che non erano cavalieri essendo a sedere in terra gli uni dirimpetto agli altri; uno di loro, o per racconciarsi i panni o per altra cagione, si levò ritto. Gli avversari per sospetti si levarono anch’essi, e misero mano alle spade; stavano per azzuffarsi, ma i presenti s’intramezzarono; e per allora non fu altro. Ma i Cerchi, e tra essi Guido Cavalcanti, vollero andare contro alle case dei Donati; dalle quali furono o ributtati, o per consiglio di buoni uomini trattenuti. Narrammo di Guido essere egli stato unito in matrimonio con la figlia di Farinata degli Uberti: giovane ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio che a lui diede gloria; era egli nemico di messer Corso, e più volte avea deliberato d’offenderlo. Corso, che forte lo temeva perchè lo conosceva di grande animo, aveva tentato di farlo assassinare mentre andava in pellegrinaggio a San Iacopo di Gallizia. Perlochè Guido tornato a Firenze istigò molti giovani, che gli promisero aiutarlo contro a messer Corso; e un dì essendo a cavallo con alcuni de’ Cerchi, con un dardo in mano spronò contro lui, credendosi seguitato dai compagni, che non si mossero. Trascorrendo, lanciò il dardo, ma invano; e inseguito dai Donati, fu percosso coi sassi anco dalle finestre e ferito in una mano. Dipoi essendo alcuni dei Cerchi ai loro poderi di Nipozzano in Val di Sieve, e nel tornare dovendo passare sotto a Remole ch’era dei Donati, questi co’ loro armati contesero il passo, e vi ebbero feriti di ambe le parti. Per la qual cosa gli uni e gli altri furono accusati e condannati a pagare certa moneta, e, in mancamento, a stare in prigione: erano poveri i Donati, che non potendo pagare andarono in carcere; poteano i Cerchi, ma non vollero per non essere consumati, come fare si soleva, con le condanne. Così anch’essi furono chiusi nelle prigioni; dove un giorno a desinare quattro dei Cerchi, mangiato un migliaccio, del quale erano stati regalati dal soprastante della prigione che era ser Neri Abati, morirono: questi, che poi vedremo pessimo uomo, ne fu incolpato, ed anche si disse ciò avere fatto ad istigazione di Corso Donati: non si cercò il maleficio perchè provare non si poteva, ma l’odio più crebbe tra le due parti.

Allora i Capitani di parte guelfa e gli altri Neri, temendo che per le dette sètte e brighe, parte ghibellina non esaltasse in Firenze; che sotto titolo di buon reggimento già ne facea il sembiante, e molti Ghibellini tenuti buoni uomini erano stati cominciati a mettere in sugli uffici; furono col Papa, col mezzo degli Spini, che erano banchieri di lui e molto possenti in Roma. Laonde il Papa mandava legato in Firenze il cardinale Matteo d’Acquasparta; il quale vi giunse nel mese di giugno dell’anno 1300, e fu ricevuto dai Fiorentini a grande onore. Ma quando egli chiese balìa di riformare la terra e di raccomunare gli uffici, quelli della parte bianca che guidavano la Signoria, per tema di perdere loro stato ed essere ingannati dal Papa e dal Legato, non vollero ubbidire. Di già la contesa, per quante altre cause vi si mescolassero e qualsivoglia nome avesse, mostrava essere tra’ mercanti guelfi e i grandi oppressi co’ loro seguaci, che in sè riteneano un qualche spirito ghibellino. I primi tentavano raccogliersi sotto un nuovo ordine di ottimati, e per essi era il Cardinale; la Signoria stava in mano dei Bianchi, i quali voleano meno esclusivo il reggimento. Dante Alighieri per nobiltà di sangue e d’animo mal soffrendo i nuovi possenti, e già inclinato a favorire la parte oppressa dei Ghibellini, fu tra’ Priori di quel bimestre. Avvenne che andando la vigilia di san Giovanni le Arti alla chiesa del Santo ad offrire, secondo l’usanza, precedute dai loro consoli, questi furono manomessi e battuti da certi grandi, i quali dicevano: «noi siamo quelli che demmo la sconfitta a Campaldino, e voi ci avete rimossi dagli uffici e onori della città nostra.» Su di che i rettori tennero consiglio di più cittadini, e tra questi era Dino Compagni: deliberarono confinare,[101] della parte dei Donati, Corso e Sinibaldo suo fratello, Rosso della Tosa e Geri Spini con due dei Pazzi ed altri, a Castello della Pieve; dei Cerchi tre, ma rimase Vieri in Firenze; andò con altri di questa parte a Sarzana Guido Cavalcanti. Ma i Donati, forse perchè vedevano rimasto colui che era capo dei nemici loro, non si volevano partire; e già i Lucchesi, di coscienza del Cardinale, venivano in loro aiuto con grande numero di soldati, se non che la Signoria con le minaccie gli obbligò a fermarsi. Corso ed i Neri furono costretti andare al confine; ma le intenzioni del Cardinale troppo essendosi palesate, molti se gli voltarono contro, e uno del popolo andò colla balestra a saettare un quadrello alla finestra del Vescovo dove abitava il Cardinale: il dardo si ficcò nell’asse, e quegli impaurito andò a stare oltrarno in casa de’ Mozzi: i Signori, per un cotale rimedio, lo fecero presentare di mille trecento fiorini nuovi. «Io glieli portai in una coppa d’argento (scrive Dino Compagni), e dissi: Monsignore, non gli disdegnate perchè sieno pochi, perchè senza i Consigli palesi non si può dare più moneta. Rispose gli avea cari; molto gli guardò, e non gli volle.» Poi data opera, sebbene invano, a fine di ridurre a miglior modo la elezione dei Priori, che frattanto però saviamente facevano armare la città, vedendo essergli contrari i Bianchi che guidavano la Signoria, partissi lasciando la città interdetta.

Questa rimase allora tutta in mano dei Bianchi, i Cerchi essendo stati, non bene sappiamo dopo quanto tempo, rivocati dal confine per l’infermo luogo di Sarzana: tornò ammalato Guido Cavalcanti, che della infermità moriva.[102] Corso Donati, rotto il confine, andossene in Roma o in Anagni, dov’era il Papa; il perchè fu condannato nell’avere e nella persona. Gli altri dei Neri furono più tardi rimessi in patria: ma pareva loro troppa male stare; tantochè fu detto, che se Vieri dei Cerchi avesse avuto quell’animo e quella capacità che non aveva, poteva forse anche pigliare la signoria per sè; nè mancava chi a ciò lo esortasse. Laonde i principali dei Neri e i Capitani di parte guelfa e altri cittadini si radunarono in Santa Trinita, deliberati di rialzare lo stato loro comunque si fosse; ma conosciuto di non avere forze a ciò sufficienti, senza niente fare uscirono dalla chiesa. Tra essi era, benchè non fosse di loro parte ma desideroso di unità e pace, Dino Compagni, che innanzi si partissero diceva loro: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? contro a’ vostri fratelli? Che vittoria avrete? non altro che pianto.» Uscito anch’egli di Santa Trinita, andò insieme con altri Priori, facendosi mezzano perchè niuno scompiglio nascesse da quella raunata. E ciò promisero i Signori; ma quando si seppe che il conte Guido da Battifolle chiamato dai Neri s’accostava in arme, questi fu condannato in grave pena; e più che mai scoprendosi gli odii e le malevolenze d’amendue le parti, ciascuno procurava offendere l’altro. Frattanto in Pistoia, dove i Fiorentini avevano giurisdizione, per opera di rettori mandati a tal fine, con lunga offensione e atroce guerra e miserie grandi era cacciata la parte dei Neri.[103] In Lucca la casa degli Interminelli co’ loro seguaci, che teneano parte bianca e s’accostavano co’ ghibellini Pisani, credendo fare così in Lucca come i Cancellieri bianchi in Pistoia, si levarono, ed ucciso il giudice Obizzo degli Obizzi, volevano pigliare la terra; ma i Neri, essendo in maggior forza, gli oppressero e sbandirono, e molte loro possessioni arsero e disfecero. In Gubbio pure i Ghibellini aveano cacciati i Guelfi; ma questi, con l’aiuto de’ Perugini rientrati, cacciarono i Ghibellini dalla città.[104]

Capitolo V. VENUTA IN FIRENZE DI CARLO DI VALOIS. — CACCIATA DEI BIANCHI. — ESILIO DI DANTE. [AN. 1301-1302.]

«Levatevi o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco colle vostre mani, e distendete le vostre malizie; palesate le vostre inique volontà e i pessimi proponimenti: non pensate più; andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città. Spandete il sangue dei vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell’amore; nieghi l’uno all’altro aiuto e servizio; seminate le vostre menzogne, le quali empieranno i granai de’ vostri figliuoli. Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende uno per uno. Guardate a’ vostri antichi, se ricevettero merito nelle loro discordie. Non v’indugiate, miseri; chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace; e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»

Con queste parole Dino Compagni, dà principio al secondo libro della sua storia, apprestandosi a narrare i tristi fatti che seguitarono per la venuta in Firenze di Carlo di Valois, che ebbe soprannome di Carlo senza terra, perchè avendo tutta sua vita cercato un regno, non l’ebbe mai. Questo principe, fratello di Filippo il Bello di Francia, era passato in Italia in soccorso del re Carlo II di Napoli alla guerra di Sicilia, allettato anche dalla speranza che il Papa a lui avea data di cose maggiori. Ma i seguaci di parte nera tanto avevano operato presso Bonifazio, mettendo innanzi che la città tornava in mano dei Ghibellini, gli Spini suoi mercatanti di tante reti lo avevano avviluppato, che appena il Valois fu disceso in Italia, lo stesso Pontefice l’aveva pregato venisse in Firenze per essere ivi arbitro e finitore delle discordie con titolo di paciero. Ma era sospetta la costui venuta molto ai reggitori di Firenze che seguitavano parte bianca; il perchè mandarono al Papa tre ambasciatori, uno dei quali fu Dante Alighieri. Molto in quei mesi poteva in Firenze l’autorità di tanto ingegno: aveva nei Consigli due volte opinato così da offendere del pari Bonifazio ed il Valois, negando al primo cento cavalli da lui chiesti, e al secondo ogni sussidio per la impresa di Sicilia. Quando si fu al mandare l’ambasciata in Roma, avrebbe egli detto queste superbe parole: «s’io vo, chi resta? s’io resto, chi va?» Andò con gli altri;[105] ed appena giunti, il Papa gli ebbe soli in camera, e disse loro in segreto: «perchè siete voi così ostinati? umiliatevi a me, ed io vi dico in verità, che io non ho altra intenzione che di vostra pace: tornate indietro due di voi, ed abbiano la mia benedizione se procurano che sia ubbidita la mia volontà.» Due si partivano, rimase Dante. Mentre era Carlo in via, gli si erano appresentati in Bologna uomini mandati dalle due parti; quelli dei Neri dichiarandosi Guelfi e fedeli della Casa di Francia; quelli dei Bianchi protestandosi del pari amici di lui, e facendogli molte profferte: nondimeno egli per allora, senza passare nè per Pistoia nè per Firenze, tirò diritto a Roma.

Cadeva appunto allora in Firenze la elezione della nuova Signoria; tra gli eletti era Dino Compagni: ma gli altri pure erano uomini non sospetti e buoni, nei quali il popolo minuto non meno che i Bianchi riponevano grande fidanza; ma tuttavia troppo deboli rispetto alle presenti condizioni della Repubblica, e tali che i Neri si confidavano guadagnarseli. Accorsi a visitarli, dicevano loro: «Signori, voi siete buoni, e quali bisognavano a questa nostra città. Voi vedete la discordia dei cittadini: a voi conviene pacificarli, o la città perirà. Voi siete quelli che avete la balía. E noi a ciò fare vi profferiamo l’avere e le persone di buono e leale animo.» Rispondeva loro Dino per commissione dei suoi colleghi, e diceva: «Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciare vogliamo a usarle: e richieggiamovi che voi ci consigliate in tal guisa, che la nostra città debba posare.» Promisero intanto accomunare gli uffici tra gli uomini delle due parti. «E così noi perdemmo il primo tempo (seguita Dino), perocchè non ci ardimmo a chiudere le porte nè a cessare l’udienza ai cittadini; diemmo loro intendimento di trattare la pace, quando si conveniva arrotare i ferri.[106]» Più di loro ne sapeva messer Corso pel suo ingegno e per la domestica educazione a maggioreggiare. Quei dabbene, usciti dal banco o dal fondaco, non erano atti a reggere lo Stato in condizioni tanto difficili, tra ’l furore delle parti, in faccia al Papa ed allo straniero. I Capitani di parte guelfa, esortati a ciò dai Priori, si diedero di buon animo a interporsi per la concordia; ma niuno gli ascoltava, anzi in quel mentre i Neri, che aspettavano la venuta del Valois, fecero deposito pel soldo di lui e de’ suoi cavalieri di settanta mila fiorini d’oro.

Carlo intanto da Roma si era mosso inverso Toscana, e giunto a Siena, inviava suoi ambasciatori a Firenze, chiedendo essere quivi ammesso. I Signori, per essere il caso grande e nulla volendo fare senza il consentimento de’ loro cittadini, richiesero il Consiglio generale della parte guelfa, e le Arti divise nei settantadue mestieri, i quali tutti avevano consoli; e imposero loro, che ciascuno consigliasse per iscrittura, se alla sua Arte piaceva che messer Carlo di Valois fosse lasciato venire in Firenze come paciere. Risposero tutti, si accogliesse come signore di nobile sangue; salvo i Fornai, che dissero che nè ricevuto nè onorato fosse, perchè venía per distruggere la città. Gli furono dunque mandati alcuni autorevoli cittadini a significargli che poteva liberamente venire come paciere, purchè promettesse per lettere bollate che non intenderebbe con ciò acquistare giurisdizione sopra i cittadini, non occuperebbe veruno onore della città nè per titolo d’Impero nè per altra cagione; nè le leggi della città muterebbe, nè le usanze. Avevano pregato il suo cancelliere a distorlo dal fare l’entrata il dì d’Ognissanti, perchè il popolo minuto in tal giorno faceva festa coi vini nuovi; il che poteva dare cagione d’assai scandali. Gli ambasciatori si presentarono al principe per avere le suddette lettere bollate; che se non avessero potuto conseguirle, avevano comando di negargli il passo e la vettovaglia, quando fosse giunto a Poggibonsi. Ma egli promise tutto, e diede la lettera: «ed io la vidi, e feci copiare (soggiunge Dino), e tennila fino alla sua venuta.» E quando fu venuto, io lo domandai, se di sua volontà era scritta: rispose, sì certamente. E perchè egli camminava alla volta di Firenze con paurosa esitanza, i Neri per affrettarlo gli donarono diciassette mila fiorini.

Intanto il nostro dabben Compagni con onesto e santo pensiero radunava molti buoni cittadini, oltre agli ufficiali della Repubblica, nella chiesa di San Giovanni, e con paterna effusione di cuore gli esortava ad onorare la venuta di Carlo di Valois col togliere di mezzo gli sdegni ed unirsi tutti in un sol volere, come convenivasi ai cittadini della più nobile città del mondo, ed a giurarsi buona e perfetta pace sul fonte del loro battesimo. Giuravano toccando i sacri vangeli; ma quelli stessi che mostravano piangere per tenerezza e baciavano il libro, furono poi i più ardenti nelle vendette. I Neri cercarono fin dal principio trarre profitto dalle aderenze dei Bianchi con la parte ghibellina; il che tirava addosso a questi tutto il pondo di parte guelfa.

Il primo novembre 1301[107] entrò in Firenze Carlo di Valois seguíto da ottocento cavalieri francesi, ai quali poi s’aggiunsero altri quattrocento venuti a pochi per volta di Lucca, di Siena, e di Perugia e dalla Romagna, cosicchè in tutto erano 1200 all’ubbidienza sua. Fu ricevuto a grande onore e con armeggiamenti. Smontò a casa i Frescobaldi, perchè erano oltrarno, dove abitavano i grandi in luogo più facile a difendere, e segregato dalla frequenza del popolo e dalle vie strette degli artigiani che egli temeva. Attendeva intanto co’ suoi cavalieri ad afforzarsi oltrarno; il che diede ai cittadini tale sospetto che molti s’armarono grandi e popolani, ciascuno a casa de’ suoi amici, abbarrandosi la città in più luoghi. La Signoria vecchia aveva eletto quaranta cittadini d’ambedue le parti, che la consigliassero; ma costoro tutto il giorno non facevan altro che ingombrare la ringhiera, biasimare i Priori, chiedere eleggessero i nuovi prima del tempo debito; erano impaccio e non aiuto. Carlo avea fatto invito di mangiar seco ai Priori, che rifiutarono, dicendo non essere ciò ad essi lecito per le leggi: e inoltre temevano uscire di palagio, sospettando un qualche agguato, e per essere la città inquieta e in grande trepidazione. In mezzo alla quale, ed a richiesta di Carlo, dai Priori della Repubblica adunati nella chiesa di Santa Maria Novella, col Potestà e Capitano, col Vescovo e molti dei più spettabili di Firenze, gli fu data balía di pacificare i Guelfi insieme.[108] Giurò, e come figlio di re promise conservare la città in pacifico e buono stato; ma incontanente fece il contrario.

In questo mentre erano tornati da Roma i due ambasciatori con le parole del Papa; al quale bramavano taluni almeno della Signoria ubbidire, scrivendo a lui ma segretamente per la paura dei Neri, mandasse in Firenze per addirizzare la città un messer Gentile da Montefiore cardinale. Da Roma scriveano che gli ambasciatori erano d’accordo col Papa; laonde i Neri temendo per quelle pratiche una qualche mutazione, si ponevano dal canto loro sulle difese. La Signoria ordinava processione e preghiere a fine di allontanare la tempesta, che altri avrebbe voluto affrontare. Si provarono a mandar fuori bandi e leggi rigorose, ma non si ardivano farle eseguire. Intanto quelli di parte nera andavano dicendo: «noi abbiamo un signore in casa, il Papa è con noi; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra nè da pace; danari non hanno, i soldati non sono pagati.» A questi pensieri consentiva molta parte del popolo, ansiosa di cogliere quella occasione a fare una buona cacciata di nobili, e assicurarsi per l’avvenire. In tale baldanza i Neri prendevano le armi; e primieramente i Medici potenti popolani, dopo l’ora di vespro assalivano e ferivano a morte un valoroso uomo di popolo. La moltitudine allora s’armava a piede e a cavallo; la Signoria comandava che venissero fuori le schiere del Comune; e queste, sebbene parteggianti in segreto pei Neri, venivano e spiegavano le loro bandiere; ma non vi era chi confortasse la gente che si accogliesse al palagio dei Signori, quantunque il gonfalone della giustizia fosse alle finestre. Solamente quei soldati che non erano corrotti, con alcuni altri cittadini convenuti più per curiosità che per zelo, stavano in armi attorno al palagio. I Signori, non usi a guerra, attendevano a dare udienze; e frattanto cadeva il giorno. Il Potestà, invece d’andare com’egli doveva in armi alla casa dei malfattori, lasciava i Priori nelle peste: il popolo era senza consiglio: lo stesso Capitano nulla faceva. Venuta la notte, la gente si ritrasse, e ciascuno asserragliò le vie che menavano alle proprie case.

Manetto Scali, in cui parte bianca poneva grande fidanza perchè era potente di amici e di seguito, afforzò le sue case con edificii da lanciar pietre: gli Spini, di parte nera, che avevano il loro grande palagio incontro al suo, ed eransi gagliardamente premuniti, dissero agli avversari con finta amistà: «deh! perchè facciamo noi così? noi siamo pure amici e parenti, e tutti Guelfi: noi non abbiamo altra intenzione che di levarci dal collo la catena che il popolo ha posto a voi e a noi. Perdio, dunque siamo uniti tra noi, come dobbiamo essere.» Egualmente parlarono i Buondelmonti ai Gherardini, i Bardi ai Mozzi, l’istesso molti altri; sicchè i contrari si ammollarono, ed i seguaci loro invilirono. I Ghibellini, ciò vedendo, si crederono traditi da quei medesimi guelfi bianchi nei quali fidavano, e presso che tutti si ritrassero da parte. I baroni di Carlo intanto stavano attorno ai Signori, facendo istanza perchè loro dessero la guardia della città. Ebbero soltanto quella del sesto d’oltrarno, dopochè Carlo ebbe giurato per mezzo de’ suoi, cancelliere e maresciallo, l’avrebbe tenuta a petizione della Signoria. Ma questa, smarrita, non sapeva a qual risoluzione appigliarsi; gli confondevano le novelle varie che a loro giungevano, ogni rimedio andava a vuoto: chiamarono alle armi gli uomini del contado; ma essi, devoti al nome guelfo ed al Papa, spiccavano le insegne dalle aste e gli tradivano.

Mentre i Francesi davanti ai Priori giuravano della loro osservanza e lealtà, fattosi giorno, si sparge voce che per chiamata di Carlo stesso, Corso Donati, seguíto da molti amici a cavallo è presso a Firenze: ed egli infatti giunto a’ sobborghi della città, trovate chiuse le porte delle vecchie mura, se n’era venuto a porta a Pinti allora vicina alle sue case; e questa coll’aiuto de’ seguaci suoi aveva sforzata. Entrato in città, fece testa sulla piazza di San Pier Maggiore, ed afforzò il campanile della stessa chiesa: dentro alla quale egli ed i suoi mangiarono ritti. Sbaragliati pochi Bianchi che s’erano a lui parati dinanzi, trasse a dare il sacco ed a bruciare le case degli antichi Priori che lo avevano sbandito: corse dipoi alle carceri del Comune, e apertele a forza, liberò i prigionieri; indi al palagio del Potestà ed alle stanze dove risiedevano i Priori, i quali costrinse ad abbandonare il seggio e tornarsene alle case loro. I Francesi tuttavia non si ristavano dalle solite protestazioni, e che il principe farebbe la vendetta grande, e per nulla toccherebbe la Signoria del Comune. Carlo si fece dare in custodia i più ragguardevoli di ambedue le parti; ma tosto i Neri lasciò andare, e i Bianchi ritenne prigionieri quella notte senza paglia e senza materasse come uomini micidiali. Grida sdegnosamente il Compagni: «o buon re Luigi, che tanto temesti Iddio! ov’è la fede della real Casa di Francia? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta Corona fatto non soldato ma assassino, senza vergogna.[109]» Avevano i Priori (o altri che fosse) fatto suonare a stormo la campana grossa del loro palagio; ma invano, perchè la gente sbigottita non trasse fuori: di casa Cerchi non uscì uomo a cavallo nè a piè armato: due soli degli Adimari co’ loro congiunti vennero al palagio; ma non vedendo altri, retrocessero, rimanendo la piazza deserta. La sera stessa, alcuno credette vedere una croce rossa appesa al palagio della Signoria, segno dell’ira divina. Allora i malfattori e sbanditi ch’erano nella città, inanimati dal vederla senza difesa nè signoria, mettono a ruba i fondachi e le botteghe, ardono le case dei loro nemici, feriscono e uccidono i migliori della parte bianca. Chi temeva gli avversari, si ricoverava, o nascondeva la roba nelle case degli amici: i Neri potenti estorcevano danari ai Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza. Messer Carlo di Valois nè sua gente non pose riparo, nè attenne sacramento nè alcuna delle cose promesse da lui.

Sei giorni durò questo malfare nella città; quindi per altri otto, masnade armate si spargevano d’intorno, mettendo a sacco e a fuoco le case, onde molto numero di belle e ricche possessioni furono guaste. Quando una casa ardea forte, Carlo domandava: «che fuoco è quello?» eragli risposto, che era una capanna, quando era un ricco palagio: il contado ardeva d’ogni parte. I Priori invano pregarono per Dio molti dei popolani potenti che avessero pietà della città loro; i quali niente ne vollero fare. Vennero ad essi a tempo rotto sostituiti altri Priori di parte nera, da continuare nell’ufficio insino a’ quindici di dicembre. Corso Donati, che dal Compagni è detto crudele più di Catilina, adunò in quel saccheggio molto tesoro a danno dei Cerchi e loro amici: quando passava per la terra, la plebe gridava: «Viva il barone!» e pareva la terra sua. Carlo, signore di grande e disordinata spesa, fece richiedere di danari gli antichi Priori aggiungendo le minaccie; ma non ne diedero; perchè tanto crebbe il biasimo per la città, che egli lasciò stare. Fece pigliare un ricco popolano, il quale lo aveva ricevuto e molto onorato ad un suo bel luogo quando andava ad uccellare co’ suoi baroni, e gli pose di taglia 4000 fiorini, o lo manderebbe prigione in Puglia; pure a preghiera di amici lo lasciò per fiorini ottocento: e per simile modo ritrasse molti danari dai cittadini. Grandissimi mali fecero i Rossi ed i Tornaquinci; alcuni dei Bostichi presero a guardare pel prezzo di cento fiorini i beni di un loro amico ricco popolano, e poichè furono pagati, li posero a ruba essi stessi: questi Bostichi davano la corda agli uomini in casa loro, le quali erano in Mercato Nuovo nel mezzo della città, e di mezzo dì li mettevano al tormento. A molti pupilli fu tolta la roba, a molte vergini l’onore: molti innocenti, dannati a pagare mille fiorini sotto pretesto che avessero fatto congiura, erano poi cacciati dalla città. Molti nascosero in luoghi segreti i loro tesori: non pochi dei Bianchi, antichi Ghibellini, si accordarono coi Neri per ingegno di malfare; molti in pochi giorni mutarono lingua. I vecchi Priori furono svillaneggiati e calunniati, perchè cessero senza combattere; ma la colpa fu dei Cerchi (questo scrive Dino), i quali per avarizia e per viltà non fecero difesa o riparo contro i loro nemici:[110] e a chi ne li riprendeva, rispondeano che temevano le leggi; quando invece se n’erano stati per non avere a mantenere i fanti.

Infine gli incendi e le ruberie cessarono: il Valois d’accordo con la Signoria prese a raffrenare alcuni popolani di parte nera. E in quel mese stesso di novembre giunse di nuovo a Firenze come legato del Papa il Cardinale di Acquasparta coll’intendimento di pacificare i cittadini: co’ matrimoni cercò riunire parecchie famiglie; ma volendo anche rendere comuni gli ufficii alle due parti, ed opponendosi acciò i Neri spalleggiati dal Valois, se ne partì non meno irato dell’altra volta. Il giorno di pasqua di Natale Niccolò de’ Cerchi, nell’andare ad una sua possessione con sei famigli ed un figlio giovinetto che era in capelli a testa scoperta, passando per la piazza di Santa Croce nel tempo che un frate vi predicava, s’abbattè in Simone Donati figlio di Corso e nipote di Niccolò dal lato di madre, che avea seco alcuni amici a cavallo. Simone allora spinto da infernale pensiero lo insegue, lo assale, lo rovescia da cavallo e lo uccide segandogli le vene; perchè messer Niccolò abbandonato da’ suoi, che solo pensano a scampare il figlio, non s’aspettava ciò dal nipote. Ma non andò questi senza punizione, perchè l’assalito gli avea menato un colpo mortale in un fianco, del quale Simone anch’egli spirava la notte seguente nella chiesa di San Piero. Prima di morire, pentito pregava il padre ed i suoi si rappacificassero co’ Cerchi. Grande fu il lutto di messer Corso per la morte di quel giovane: egli era il primo di Firenze per cortesia e valore, in lui ogni speranza del padre e della casata. Il Valois intanto era andato in Roma a domandare danari al Papa; ma questi gli rispose: io ti aveva mandato alle fonti dell’oro; se non ti sei cavato la sete, tuo danno.

Notes in this chapter

Note 1 · Sopra era uno Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni, ora Villa di Monsoglio, dove è da supporre che il misero giovane passasse l’ultima sua Note 2 · Villani, lib. VII, cap. 35.Note 3 · G. Villani, lib. VII, cap. 54.Note 4 · Di questa celebre pacificazione alcuni atti furono pubblicati nell’Appendice al tomo IX delle Delizie degli Eruditi, ed un compiuto ragguaglNote 5 · G. Villani, lib. VII, cap. 62.Note 6 · Abbiamo nel vol. IX, pag. 270, della più volte citata raccolta del P. Ildefonso, il diploma di Rodolfo per la elezione di due vicari o luogoNote 7 · G. Villani, lib. VII, cap. 79.Note 8 · G. Villani, lib. VII, cap. 13.Note 9 · Nelle Deliz. Erud. Tosc., IX, 256, è un assai notabile Discorso intorno al Governo di Firenze, ma che vale anche per altri tempi, e può esseNote 10 · Villani e Ammirato.Note 11 · «Hic est modus faciendi Exercitum per Commune Florentiæ, inventus per Mercatores Florentiæ, pro meliori et utiliori statu et commodo civitatNote 12 · Da un cenno che si trova nella Cronaca dello Stefani (lib. I, rub. 268) appare che allora quando le cavallate doveano uscire dalla città, siNote 13 · Dino Compagni, lib. I.Note 14 · G. Villani, lib. VII, cap. 131.Note 15 · Dante nel Purgatorio, con poetica maravigliosa invenzione e con affetto pietoso, descrive la morte di questo giovine cavaliero, e la scomparNote 16 · Villani, lib. VII, cap. 131.Note 17 · A uno di questi intervenne Dante, che vide uscire patteggiati di Caprona i fanti pisani.Note 18 · G. Villani, lib. VII, cap. 89, 132.Note 19 · Vedi, tra gli altri, lib. VII, cap. 145, dove racconta la perdita d’Acri (an. 1291) e le cagioni di essa, «avutane relazione da uomini degniNote 20 · Repetti, Dizionario della Toscana, art. Montopoli.Note 21 · Qui una volta per sempre dobbiamo notare come in Firenze l’anno cominciasse ai 25 di marzo: quel giorno 15 di febbraio era qui dunque tuttorNote 22 · Il prof. Bonaini pubblicava gli Ordinamenti di giustizia del 1293, (Nuova Serie dell’Archivio Storico Italiano, vol. I, 1855) con le successNote 23 · Nello Statuto Fiorentino, tomo III, pag. 692, è il registro di oltre quaranta Leghe del contado e distretto di Firenze con la descrizione deNote 24 · Vedi Cronaca di Paolino di Piero, nei tomi aggiunti alla collezione degli Scriptores Rer. Ital., e l’edizione di Roma 1755.Note 25 · Villani, lib. VIII, cap. 8. — March. Stefani, lib. III, rub. 204.Note 26 · Dino Compagni, lib. I, pag. 12.Note 27 · Ammirato, Storie, lib. IV, ann. 1295.Note 28 · Lib. VIII, cap. 8.Note 29 · Dino Compagni, lib. I.Note 30 · Villani, lib. VIII, cap. 39.Note 31 · Dino Compagni, lib. I.Note 32 · Questi nomi, stando alla Cronaca di Paolino di Piero, sarebbono esistiti in Firenze sino dall’anno 1297, venuti da Pistoia o nati in quale aNote 33 · Compagni, lib. I. — G. Villani, lib. VIII.Note 34 · Intorno al tempo di questo confine dato agli uomini delle due parti contradice Dino molto al Villani ed allo Stefani, i quali pongono tutto Note 35 · Villani, lib. VIII, cap. 42.Note 36 · Dino Compagni, in fine al lib. I.Note 37 · G. Villani, lib. VIII, cap. 44, 45.Note 38 · L’ambasceria dovette essere andata dopo al 13 di settembre, perchè in quel giorno Dante sedeva e diceva il suo parere in una consulta pubbliNote 39 · Dino Compagni, lib. II.Note 40 · Dino veramente scrive il 4 novembre, ma noi seguiamo il Villani con tutti gli altri, perchè la data del 4 non lascerebbe spazio bastante ai Note 41 · Giovanni Villani, ch’era presente in Santa Maria Novella, scrive da quel Parlamento essere stata rimessa in Carlo la signoria e guardia dellNote 42 · Dino Compagni, lib. II.Note 43 · Bindaccio dei Cerchi, nella Cronichetta di Famiglia, scrive messer Vieri essere stato tradito da uno dei Frescobaldi, che a lui doveva dicia
Explore with AITake your curiosity a little further.

Reading settings