CAPITOLO XIX.
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Indagini analitiche su' miracoli; quale si crede essere il loro principale oggetto; ogni Setta ne vanta in profusione; come pervenire a conoscerne i veri, e distruggere le obbjezioni che agitano gli increduli contro de' medesimi.

L'uomo per sua intima natura, tanto è più limitato nelle sue proprie cognizioni, tanto la sua curiosità diventa estesa oltre i confini di ogni dubbio, in cui esso non si adatta facilmente dia restare, almeno per lungo tempo; questo è uno stato che lo angustia, e che sembra toglierli qualche parte di quella vanagloriosa dignità, che si è temerariamente attribuita. Or siccome baldanzoso egli cimentasi a discutere, o investigare i fenomeni della natura, benchè desso ne ignori onninamente l'essenza non meno, che le proprietà intrinseche di quest'essenza, da quando il di lui meschino sapere è ridotto al periodo estremo dell'inscizia, esso ricorre ad una causa soprannaturale; allorquando i fatti sono un poco remoti, e che mancano i solidi principj da mettere in campo, l'esatta distinzione del chimerico, e del vero, riesce per esso lui un assunto molto arduo ad intraprendere, ed eccessivamente spinoso ad eseguire; la pigrizia naturale dell'uomo, e la sua insita deficienza vi ripugnano d'accordo, egli è in questo solo caso ch'esso fa intervenire il prodigio, il quale fa dissipare in un istante dalla sua mente tutte quelle impossibilità che la rendevano come affatto inerte, e paralizzavano tutto le di lui ardite intraprese: Il est trop flatteur pour la creature, dice un pensatore illustre, de voir le créateur bouleverser l'ordre préétabli en sa faveur. In questa circostanza come in tante altre di simile natura, il suo circoscritto discernimento non gli accorda l'adito a riflettere ch'egli è positivamente impossibile che una cosa esista, e non esista insieme ed un tempo medesimo. Ecco il solo punto di rilievo, che servì molte volte di appoggio a quegli uomini che vollero farsi rispettare da' popoli, e che i primi conobbero la sicura maniera di soggiogarli.
Per poco che rivolgiamo con attenzione l'Istoria, essa ci convincerà evidentemente ad ogni tratto, che tutti i capi, e fondatori di nuove Sette, in qualunque epoca del mondo, hanno tentato di provare la lealtà delle loro particolari missioni col mezzo di straordinarie operazioni, variamente immaginate da essi e di supposti prodigj (155). Ma avanti d'internarci a conoscere il valore intimo, che religiosamente dobbiamo noi attaccare a questi decantati prodigj, analizzare ci è duopo, di passaggio essenzialmente cosa mai sia per se medesimo un miracolo. Ad una sì fatta ricerca, io odo ripetermi essere questa una straordinaria operazione; opposta del tutto direttamente alle leggi della natura, preestabilite già da tempo immemorabile dall'Eterno consiglio del suo Divino Autore. Per altro, questa diffinizione sembrami altro non essere che un semplice raffinamento dell'idea che gli uomini ebbero in origine del termine miracolo, cioè, res miranda, prodigium, portentum, monstrum, cosa ammirabile, che annunzia, cosa stupenda, che reca novità, oggetto da mostrarsi come raro, ec.; e in questo senso anche la stessa nostra esistenza potrebbe fondatamente considerarsi un continuato miracolo.
Noi però ci siamo formati tutt'altra idea del miracolo; questo è secondo l'opinione volgare ciò che non era mai accaduto, e che succedere mai non potrà in tempo alcuno; come sarebbe, per esempio, il colloquio del serpente con Eva; quello dell'asina con Balaamo; la carrozza di fuoco che condusse nel Cielo il Profeta Elia; la caduta delle mura di Gerico al suono di tromba, e molti altri dell'ordine medesimo, de' quali ci fa espressa menzione la Scrittura.
Comunque siasi però; l'opinione recentemente adottata incontra delle forti opposizioni dalla parte di certi stravaganti filosofi del secolo; quindi poichè Dio è il sommo Creatore di queste Leggi (ci ripetono essi temerariamente) Dio che ha tutto preveduto, ed a cui il passato, il presente, e l'avvenire, sono sempre del pari ad esso in egual grado astanti, come avrebb'egli mai contrariate queste Leggi medesime che la sua ineffabile saggezza avea imposte alla natura? Non potendo mai supporre ch'esse fossero mancanti, si dovrà non per tanto dunque opinare, che in certe circostanze quelle più non si accordassero cogli eterni disegni di quest'Essere Supremo, poichè si pretende farci credere che ha esso dovuto sospenderle, o contrapporle? Inoltre, come si oserà egli sostenere che un Dio (questi audaci miscredenti persistono ancora) il quale non ha potuto fare che delle Leggi perfettissime, ed immutabili, ad ogni esperimento, com'è la sua natura, sia costretto ad impiegare de' cambiamenti ad oggetto di fare sortire felicemente le di lui mire divine, o che accordare voglia alle sue creature l'assoluta possanza di operarli, onde la sua eterna inalterabile volontà resti per ogni parte compiuta? È egli credibile per alcun modo (essi conchiudono infine) che un Dio Sommo, ed infinito abbia d'uopo del concorso di un essere terrigeno, e limitato affine di rendere manifesti sopra la terra i alti ammirabili prodigj?
Or come superare tali obbjezioni, ed altre moltiplici sì fatte, che baldanzosi mettono in campo sovente i furibondi avversarj de' miracoli contro di noi, che pervenuti siamo a conoscerne i veri, ed a esperimentarne, ad ogni tratto, i salutari effetti? La più efficace risposta che potremmo noi addurre dalla parte nostra, si è che le vie dell'onnipossente sono incomprensibili per l'uomo, che un Dio il quale può creare, e trarre le cose dal niente, e l'edifizio ammirabile dell'universo dal Caos orrido, informe in cui giacea sepolto, può altresì tutto rivolgere egli stesso, a suo piacere, in via straordinaria, e ad un tempo medesimo abilitare i suoi eletti dell'assoluta facoltà di operare dei prodigj, i quali viemaggiormente confermano in essi l'amore e la venerazione per l'opifice supremo della natura.
Ma tuttochè le nostre adotte ragioni sieno troppo bene fondate, ed inconcusse per elleno medesime, pure i nostri pertinaci oppositori le riguardano come un debolissimo baluardo per la difesa a cui noi pretendiamo di farle efficacemente servire; frattanto lasciamo pure costoro immersi nel paludoso pelago delle loro tenebre deplorabili, e procuriamo noi di rischiarare le nostre colla fiacola eterna dell'esimia incontaminata religione, che abbiamo la felicità di professare (156).
Ragionando però con quell'acume di cui al provido Creatore piacque fornirci onde meglio contemplare possiamo le di lui opere sorprendenti, noi dunque stabiliremo che un miracolo altro per se stesso non è (secondo ancora gli odierni sani filosofi, ed i Teologi pure) solo che un eccezione positiva, e reale alle divine leggi preestabilite della natura: ma con quali dati giudicare mai possiamo di un miracolo senza un'esatta, e profonda cognizione di tutto queste Leggi, che l'uomo, d'altronde, in vano tenterebbe giammai di acquistare sopra le terra (157)? In tale precaria posizione di deficienza, come potrebb'egli pervenire in alcun tempo a discernere con qualche probabilità il genuino carattere de' venerabili miracoli che procedono dalla volontà immediata onnipossente dell'arbitro disponitore de' Cieli, e della terra, da quelli che propriamente non sono che il mero effetto qualche volta dell'accidente, bene di raro della scienza, e molto sovente dell'astuzia (158)? Mosè operava de' miracoli sorprendenti: ciò è innegabile, ma frattanto lo Scrittura medesima chiaro ci dimostra che gli aruspici, ed i maghi dell'Egitto gli operavano essi ancora con eguale successo (Exod. C. VII. v. 12) non è già per questo che noi titubiamo un solo momento a decidere quali fossero fra questi que' prodigi emanati direttamente da Dio, e quali conoscessero per prima loro base l'artifizio, la scienza, o i sortilegj, mentre tutto concorre intimamente a persuaderci che altri fuori che il solo Mosè non potea essere il vero depositario degli arcani supremi di un Dio, e l'organo immediato della di lui Eterna volontà ineffabile, ed altro io quì non faccio che rendere un semplice ragguaglio meramente dell'ardita incredulità di certuni per rapporto a' miracoli; ma nulla ostante, questa nostra convinzione riesce un debole sostegno di difesa, contro gli assalti ostili degli avversarj; nè ha per se stesso forza bastante a dissuadere i filosofi del secolo da' loro opposti principj, il quali prendono tanta maggiore possanza nelle loro menti sovvertite, quanta è più esorbitante l'affluenza de' miracoli di ogni specie da cui osservasi inondata tutta la terra dall'origine della sua popolazione fino a' tempi nostri (159); ed a fronte di tutto il rispetto che protestiamo di nutrire perpetuamente per i sacri Codici, non meno che per tutto quanto essi contengono; ci troviamo astretti a dovere confessare con Bayle, che chiunque si è formato delle vere idee dell'ignoranza, della credulità, e dell'incuria del volgo, riguarderà sempre mai le opinioni come altrettanto più sospette; quanto che le ritroverà esso più stabilmente propalate. Gli uomini, per la massima parte, non esaminano niente, essi lasciansi ciecamente condurre da un abitudine macchinale, o dall'autorità, e le loro sacre opinioni tradizionali specialmente, sono quelle appunto ch'essi hanno meno il coraggio, e la capacità di esaminare; e siccome non è loro permesso di fare uso della propria ragione sopra questa dilicata materia (160), essi debbono gemere nel più torpido silenzio, e sopportare con paziente rassegnazione il giogo ferale ch'essi medesimi s'imposero. Quale solido vantaggio possono recarci mai tutte quelle regole che ogni settario non ha mancato di fornirci dal canto suo, come sicure per discernere i veri da' supposti miracoli, se una volta stabilita questa distinzione, niuno fu mai più imbarazzato per consolidare il suo trionfo sulle basi medesime del principio già fissato? Questo inconveniente procede da ciò che la regola è presa quasi sempre dalla stessa natura delle prove, che ciascuno si sente capace di produrre, e sostenere; è appunto sopra un tale proposito che un critico de' nostri tempi dicea: Un vrai faiseur de miracles pourrait trancher toute difficulté quelconque à leur égard, en rendant la vie à un homme au quel on aurait arraché le coeur, ou coupé la tête: l'esprit raisonneur serait bien humilié à la vue d'un tel prodige (Trait. des mirac. Introd. p. 25.)
Ma ciò che più di ogni altra cosa concorre a disgustare ogni niente illuminata, e che noi non possiamo contemplare senza fremere, malgrado il religioso trasporto che intimamente nutriamo per i giusti, e per i bene fondati miracoli, si è, oltre l'immensa quantità di prodigj, non so come scaltramente introdotti sulla scena del mondo, il vedere adottare alla rinfusa come tali le azioni le più ridicole, i più puerili aneddoti, e le favole più insensate; è in vano che Crisostomo ci ripete incessantemente che oggi la chiesa più non opera per via di miracolo non avendone più d'uopo, e che Agostino dopo di avere seriosamente interrogato perchè mai que' miracoli che operavansi altre volte più non si miravamo ripetere a' giorni suoi, produce la medesima ragione: Cur, dic'egli, nunc illa miracula quae praedicatis facta esse non fiunt? Possem quidem dicere necessaria prius fuisse, quam crederet mundus, ad hoc ut crederet mundus (Aug. De Civit. Dei Cap. XXI.)
A fronte di tali autorevoli opposizioni frattanto questi supposti prodigj ripullulare si mirano bene di frequente fra gli uomini, e ciò che di peggio si è coll'impronta il più delle volte della menzogna, e della contraddizione (161).
Da tutto quanto abbiamo fino ad ora significato, non meno per ciò che riguarda le profezie, che per quello che rapportasi a' miracoli, o alle intuitive apparizioni che ne fanno parte (162), può illativamente inferirsi che non v'ha delirio più pericoloso nell'uomo di quello da cui esso fu sempre mai predominato, cioè di pretendere a tutta forza di rivelare quegli arcani avvenimenti, che Dio volle rendere occulti alla sua specie, avviluppandogli in una oscura notte, senza lasciargli neppure la debole speranza di potergli in alcuna maniera penetrare (163). Egli si schernisce de' superbi mortali che tentano di portare arditamente le loro inquiete ricerche oltre il punto che fu ai medesimi prescritto, e che all'umana deficienza si compete. Fu ricercato un giorno ad un filosofo ciò ch'egli opinerebbe se vedesse il sole arrestarsi nel suo corso (cioè se l'annua rivoluzione della terra intorno quest'astro cessasse); se tutti i morti resuscitassero in sua presenza; se gli uomini si metamorfosassero in bruti, e tutto ciò per provare qualche verità importante, come per esempio, l'efficacia del Lampadario del Sabato, o la grazia versatile; ciò che io penserei rispose il filosofo? Io mi farei tosto Manicheo; io direi che avvi assolutamente un principio nella natura che rovescia, e disordina tutto ciò che un'altro avea precedentemente disposto, e sistemato.
V'ha poche persone sulla terra le quali soddisfatte unicamente del presente, non inclinino d'imbarazzarsi dell'avvenire; questa esemplare condotta l'appannaggio de' sani, e de' religiosi filosofi, essi sanno che è un eccesso di demenza quello di tentare l'acquisto della cognizione di ciò che per se stesso dovrà essere eternamente impenetrabile alla mente dell'uomo (164); e persuasi di non potere risentire alcun solido vantaggio a sapere ciò che dee necessariamente succedere, solo restano paghi del presente, riconoscendo, per esperienza, quanto riesce malagevole per l'uomo di tormentarsi futilmente per l'avvenire: Ne utile quidem (riflette sensatamente Cicerone) est scire quid futurum sit; miserum est enim nihil proficientem angi (De Nat. Deor. Lib. III. Cap. 6.)
La facilità di credere, e l'orgoglio smodato di volere tutto conoscere, verità infinite volte rimarcata da' saggi, furono sempre mai le due funeste inesauribili sorgenti di tutti gli errori degradanti, che oscurarono i pregi della primitiva religione de' popoli, e resero lo spirito umano incapace di lumi, di coltura, e di ragione: Dans tous les siecles, et dans tous les pays (osserva l'erudito Freret, mem. de l'Acad. des Inscrip. T. 23. p. 187) les hommes ont été également avides de connoítre l'avenir, et cette curiosité doit être regardée comme le principe de presque toutes les pratiques superstitieuses qui ont defigurée la Religion primitive chez tous les peuples.
I veri dotti parlano dubbiosamente delle cose dubbiose, e non esitano di confessare con ingenuo candore, la loro propria incapacità relativamente a quelle che oltrepassano la portata dello spirito umano; è ben vero ch'essi credono di sapere molto meno cose di ciò che orgogliosamente vantano coloro che pretendono tutte conoscerle; ma almeno i primi sono garantiti di quelle ch'essi sanno, quando gli ultimi all'opposto ignorano eziandio quelle ch'essi immaginano di conoscere con evidenza.
Quanti prodigj sparirebbero, in fine dalle menti ottenebrate de' popoli, quanti miracoli cesserebbero di essere tali in faccia di essi, se gli uomini volessero assumere l'ardua impresa di ripiegarsi un solo istante sopra essi medesimi, di ponderare accuratamente tutto ciò che si passa nel loro proprio individuo, e in tutti gli esseri che gli circondano; eglino allora si assicurerebbero, con positiva certezza, della causa necessaria che tutto regge, che tutto dispone, ed alimenta nell'universo, essi riconoscerebbero altresì con perfetta cognizione di causa, che ciò che volgarmente chiamasi miracolo, prodigio, cosa straordinaria, altro per se stesso non è che la conseguenza immediata della maniera di esistere del nostro mondo, di cui il disordine apparente, o reale, rientra nell'ordine preestabilito dal provido consiglio del suo Eterno Creatore. Con tale mezzo essi resterebbero ampliamente convinti di una verità sì urgente, e sì essenziale alla loro felicità, ed alla loro tranquillità inalterabile: quindi è perchè la natura, non meno che le sue intime proprietà saranno mai sempre un mistero indissolubile per l'uomo, il quale spera indarno di penetrarvi giammai, fino a tanto che desso non si determinerà di proposito ad opinare, ed a credere fermamente col più saggio filosofo della Grecia (Socrate) che le cose che sono al di sopra della condizione umana, riescono affatto straniere per noi, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardino, concernere non ci possono giammai di sorte alcuna, come appartenere non potrebbe al corpo nostro un sesto senso esterno, di cui non potremmo in verun modo concepire un'idea.