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Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Note (164) — CAPITOLO XIX.

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È molto più sicuro, o commendevole per l'uomo, dice un'illustre antico (benchè non fosse questi dotato di altri lumi fuorchè di quelli della propria sua ragione) di credere le operazioni della Divinità, che di volerle approfondire: Sanctius est, ac reverentius de actis Deorum credere, quam scire (Tacit. de morib. Germanor.) Infatti a quale smarrimento deplorabile non si mirano soggetti coloro che tentano d'investigare gli arcani che Dio volle rendere incomprensibili alla frale intelligenza rimane? V'ha egli follia più orribile per un essere limitato di quella di volere penetrare ciò che di gran lunga osservasi eccedere la sfera circoscritta delle umane cognizioni? Questa è una taccia che la temerità di vari filosofi antichi ha debitamente meritata. Platone dicea non istimare atto religioso quello di esaminare le opere dell'Essere Supremo, nè di fare uno studio profondo sulle natura delle cose (De Legib. Lib. VII.)

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