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Onde rimase a terra la donzella, Ché 'l suo destriero è in duo pezi partito. Adosso a gli altri il saracin martella; Roberto, il conte de Asti, ebbe cernito: De un colpo il fende insino in su la sella. Alor fu ciascaduno sbigotito, Mirando il colpo di tanta tempesta: Chi può fuggire, in quel campo non resta.
Rimase, com'io dico, Brandimante Col destrier morto adosso in su l'arena Tra quelle genti occise, che eran tante, Che più morta che viva era con pena. E Rodamonte, busto de gigante, Col brando tutto il resto a morte mena; Sempre alla folta in mezzo è il gran pagano, E manda pezzi da ogni banda al piano.
Pezzi de omini armati e de destrieri Da ciascun canto in su la terra manda: Contarvi e colpi non vi fa mestieri, Né quanto sangue per terra si spanda. Vanno a fraccasso e nostri cavallieri, Ciascun fuggendo a Dio si racomanda; Ed a dir presto e ben la cosa intera, Tutta a roina è già la prima schiera.
E gionto è quel pagano alla seconda, E rinovata è qui l'aspra battaglia, Ché gente sopra a gente più ve abonda, E fatto ha intorno al saracin serraglia; Ma lui col brando tutti li profonda, E men gli stima che un covon de paglia. Il duca Naimo, che ogni cosa vede, Per la gran doglia di morir se crede.
- Segnor del cel, - dicea - se alcun peccato Contra de noi la tua iustizia inchina, Non dar l'onore a questo rinegato, Che così strazia tua gente meschina! - Questo dicendo, un messo ebbe mandato, Che racontasse a Carlo la roina Che era incontrata, e dimandasse aiuto, Benché se tenga ormai morto e perduto,
Poi che 'l pagano ha sì franca persona, Che non trova riparo a sua possanza. Ecco scontrato ha Bovo de Dozona, E tutto feso l'ha fin nella panza. Sua gente morto in terra lo abandona, E ciascadun che avea prima baldanza, Veggendo il colpo orrendo oltra al dovere, Volta le spalle e fugge a più potere.
Ma sempre a loro è in mezo il pagan fiero: Tutti li occide senza alcun riguardo. Chi fugge a piede, e chi fugge a destriero, Ma nanti al saracin ciascuno è tardo, Ché Rodamonte è sì presto e legiero, Che al corso avea più volte gionto un pardo. Non vi giova fuggire e non diffesa: Tutti li manda morti alla distesa.
Come al decembre il vento che s'invoglia, Quando comincia prima la freddura: L'arbor se sfronda e non vi riman foglia; Così van spessi e morti a la pianura. Ecco Americo, il duca di Savoglia, Ch'è rivoltato in sua mala ventura, E gionse a mezo il petto lo Africano, Roppe sua lancia, e fu quel colpo vano;
Ché a lui ferì il pagan sopra la testa, E tutto il parte insin sotto al gallone. Or fugge ciascaduno e non se arresta; Mai non se vidde tal confusïone. Il duca Naimo una grossa asta arresta, E move la sua schiera il bon vecchione, E seco ha quattro figli, ogniom più fiero, Avino, Avorio, Ottone e Belengiero.
Cresce la zuffa e il crido se rinova, E levasi il rumore e 'l gran polvino. Primeramente Avorio il pagan trova, E ben rompe sua lancia il paladino; Ma Rodamonte sta fermo alla prova, E non se piega il forte saracino; E similmente nel colpir de Ottone Stette in duo piedi saldo al parangone.
L'un dopo l'altro Avino e Belengero A lui feriano adosso arditamente, E scontrò Naimo ancora, il buon guerriero; Ma, come gli altri, pur fece nïente. Al quinto colpo quel saracin fiero Alciò la faccia a guisa de serpente; Crollando il capo disse: - Via, canaglia! Ché tutti non valeti un fil di paglia. -
Né più parole; ma del brando mena, E gionse nella testa al franco Ottone. Come a Dio piacque e sua Matre serena, Voltosse il brando e colse de piattone, E fo quel colpo di cotanta pena, Che tramortito lo trasse d'arzone; Né sopra a questo il saracin se arresta, Ma dà tra gli altri e mena gran tempesta.
E misse a terra duo de quei gagliardi, Avorio e Belengier, feriti a morte; E gli altri tutti, e nobili e codardi, Seriano occisi da quel pagan forte, Se Desiderio e' suoi franchi Lombardi Non avesser turbata quella sorte, Perché a quel tempo con sua gente scorta La ria canaglia avea sconfitta e morta;
E gionto era alle spalle al saracino, Che roïnando gli altri avanti caccia E già per terra avea disteso Avino, Ferito crudelmente nella faccia. Come un gran vento nel litto marino Leva l'arena e il campo avanti spaccia, Così quel crudo con la spada in mano Tutta la gente manda morta al piano.
Per l'aria van balzando maglie e scudi, Ed elmi pien di teste, e braccie armate, Ma benché taglia come corpi nudi Sbergi e lameri e le piastre ferrate, Pur rivoltava spesso gli occhi crudi Alle sue gente rotte e dissipate, E tutta via mirando alla sua schiera, Facea battaglia avanti orrenda e fiera.
Quale il forte leone alla foresta, Che sente alle sue spalle il cacciatore, Squassando e crini e torzendo la testa Mostra le zanne e rugge con terrore; Tal Rodamonte, odendo la tempesta Che faceano e Lombardi, e 'l gran furore Della sua gente rotta e posta in caccia, Rivolta a dietro la superba faccia.
Sua gente fugge, e chi più può sperona: Beato se tenìa chi era il primiero. Re Desiderio mai non li abandona, Anci li caccia per stretto sentiero. A lui davanti è il conte di Cremona, Qual fu suo figlio e fu bon cavalliero, Dico Arcimbaldo, e seco a mano a mano Vien Rigonzone, il forte parmesano.
Era costui feroce oltra a misura, Ma legier di cervel come una paglia; O ver guarnito, o senza l'armatura, Battendo gli occhi intrava alla battaglia; Né della vita né de onor si cura, Ché sua ballestra non avea serraglia, Dico, perché scoccava al primo tratto: A dire in summa, el fu gagliardo e matto.
Or questi duo la gente saracina, Dico Arcimbaldo insieme e Rigonzone, Cacciano in rotta con molta roina. Del re di Sarza in terra è 'l confalone, Ch'era vermiglio, e dentro una regina, Quale avea posto il freno ad un leone: Questa era Doralice de Granata, Da Rodamonte più che il core amata.
Però ritratta nella sua bandiera La portava quel re cotanto atroce, Sì naturale e proprio come ella era, Che altro non li manca che la voce. E lei mirando, alla battaglia fiera Più ritornava ardito e più feroce, Ché per tal guardo sua virtù fioriva, Come l'avesse avante a gli occhi viva.
Quando la vidde alla terra caduta, Mai fu nella sua vita più dolente; La fiera faccia di color si muta, Or bianca ne vien tutta, or foco ardente. Se Dio per sua pietate non ce aiuta, Perduto è Desiderio e la sua gente, Perché il pagano ha furia sì diversa, Che nostra gente fia sconfitta e persa.
Questa battaglia tanto sterminata Tutta per ponto vi verrò contando, Ma più non ne vo' dire in questa fiata, Perché tornar conviene al conte Orlando, Quale era gionto al fiume della fata, Sì come io vi lasciai alora quando Con Falerina se pose a camino, Poi che disfatto fu quel bel giardino:
Quel bel giardino ove era guardïano Il drago, il toro e l'asinello armato, E quel gigante, che era ucciso in vano Come di sopra vi fu racontato. Tutto il disfece il senator romano, Benché per arte fosse fabricato, Ed alla dama poi dette perdono, Per trar dal ponte quei che presi sono:
Quei cavallier, che presi erano al ponte Dal vecchio ingannator, come io contai. Quivi n'andava drittamente il conte, Per trar cotanta gente di tal guai, Via caminando per piani e per monte; Con seco è Falerina sempre mai, A piede, come lui, né più né meno, Ché non avean destrier né palafreno.
Perduto aveva il conte Brigliadoro, Come sapiti, e insieme Durindana; Or, così andando a piè ciascun de loro, Gionsero un giorno sopra alla fiumana, Ove la falsa Fata del Tesoro Avea ordinata quella cosa strana, Più strana e più crudel che avesse il mondo, Perché il fior de' baroni andasse al fondo.
Fu profondato quivi il fio de Amone, Come di sopra odesti raccontare, E seco Iroldo e l'altro compagnone, Che ancor mi fa pietate a ricordare; Né dopo molto vi gionse Dudone, Il qual venìa questi altri a ricercare, Ché comandato li avea Carlo Mano Che trovi Orlando e il sir de Montealbano.
Caminando il baron senza paura, Cercato ha quasi il mondo tutto quanto; E, come volse la mala ventura, Gionse a quel lago fatto per incanto, Ove Aridano, orrenda creatura, Cotanta gente avea condutta in pianto, Perché ogni cavalliero e damigella Getta nel lago la persona fella.
Così fu preso e nel lago gettato Dudone il franco, e non vi ebbe diffesa, Perché Aridano in tal modo è fatato, Che ciascadun che avea seco contesa, Sei volte era di forza superchiato, Onde veniva ogni persona presa; Perché, se alcun baron ha ben possanza, E lui sei tanta di poter lo avanza.
Tanta fortezza avea quel disperato Che, come spesso se potea vedere, Natava per quel lago tutto armato, E tornava dal fondo a suo piacere; E quando alcuno avesse profondato, Giù se callava senz'altro temere, E poi, notando per quella acqua scura, Di lor portava a soma l'armatura.
E tanto era superbo ed arrogante, Che delle gente occise e da lui prese L'arme che avea spogliate tutte quante A sé d'intorno le tenea suspese; Ma a tutte l'altre se vedea davante, Sopra a un cipresso bene alto e palese, La sopravesta e l'arme de Ranaldo, Che avea spogliato il saracin ribaldo.
Or, come io dissi, in su questa riviera Ne gionge il conte caminando a piede, E Falerina sempre a canto gli era; Ma quando quella dama il ponte vede, Tutta se turba e cangia ne la ciera, Biastemando Macone e chi li crede; Poi dice: - Cavallier, con duol amaro Tutti siam morti, e più non c'è riparo.
Questo voluto ha il perfido Apollino (Così poss'el cader dal celo al basso!) Che ce ha guidato per questo camino, Per roïnarce a quel dolente passo. Or, perché intendi, quivi è un malandrino Che già robbava ogniomo a gran fraccasso, Crudele, omicidiale ed inumano, E fu il suo nome, ed è ancora, Aridano.
Ma non avea possanza e non ardire, Ché è de rio sangue e de gesta villana; Or tanto è forte, e il perché ti vo' dire, Ché cosa non fu mai cotanto strana. Dentro a quel lago che vedi apparire, Stavi una fata, che ha nome Morgana, Qual per mala arte fabricò già un corno, Che avria disfatto il mondo tutto intorno.
Perché qualunche il bel corno suonava, Era condutto alla morte palese. Sì lunga istoria dirti ora mi grava, Come le gente fusser morte, o prese. In poco tempo un barone arivava (Il nome suo non so, né il suo paese): Lui vinse e tori, il drago e la gran guerra Di quella gente uscita della terra.
Quel cavallier, persona valorosa, Così disfece il tenebroso incanto, Onde la fata vien sì desdignosa Che mai potesse alcun darsi tal vanto; E fie' questa opra sì meravigliosa, Che, ricercando il mondo tutto quanto, Non serà cavallier di tanto ardire, Qual non convenga a quel ponte perire.
Ella si pensa che quel campïone Che suonò il corno, quindi abbia a passare, O ver che per ardir, come è ragione, Venga questa aventura a ritrovare; Così l'averà morto, o ver pregione, Ché omo del mondo non potria durare. Per far perir quel cavallier Morgana Fatto ha quel lago, il ponte e la fiumana.
E ricercando tutte le contrate De uno om crudel, malvaggio e traditore, Trovò Arridano senza pïetate Che già la terra non avea peggiore, E ben guarnito l'ha de arme affatate E d'una maraviglia ancor maggiore, Che qualunche baron seco s'affronta, Sei tanta forza a lui vien sempre agionta.
Onde io mi stimo il vero, anci son certa Che a tale impresa non potria durare; Ed io con teco, misera, diserta Dentro a quella acqua me vedo affogare, Ché noi siam gionti troppo a la scoperta, E non c'è tempo o modo di campare. Non è rimedio ormai: noi siam perduti, Come Aridano il fier ce abbia veduti. -
Il conte, sorridendo a tal parole, Disse alla dama ragionando basso: - Tutta la gente dove scalda il sole, Non mi faria tornare adietro un passo. Sasselo Idio di te quanto mi dole, Poi che soletta in tal loco te lasso; Ma sta pur salda e non aver temanza: Il ferro è il mezo a l'om che ha gran possanza. -
La dama ancor piangendo pur dicia: - Fuggi per Dio, baron, campa la morte! Ché il conte Orlando qua non valeria, Né Carlo Mano e tutta la sua corte. Lasciar m'incresce assai la vita mia, Ma de la morte tua mi dôl più forte, Ché io son da poco e son femmina vile, Tu prodo, ardito e cavallier gentile. -
Il franco conte a quel dolce parlare A poco a poco si venìa piegando, E destinava dietro ritornare. Oltra quel ponte d'intorno guardando L'arme cognobbe che suolea portare Il suo cugin Ranaldo, e lacrimando: - Chi mi ha fatto - dicea - cotanto torto? O fior d'ogni baron, chi te me ha morto?
A tradimento qua sei stato occiso Dal falso malandrin sopra quel ponte, Ché tutto il mondo non te avria conquiso, Se teco avesse combattuto a fronte. Ascoltami, baron; dal paradiso, Ove or tu dimori, odi il tuo conte, Qual tanto amavi già, benché uno errore Commesse a torto per soperchio amore.
Io te chiedo mercè, damme perdono, Se io te offesi mai, dolce germano, Ch'io fui pur sempre tuo, come ora sono, Benché falso suspetto ed amor vano A battaglia ce trasse in abandono, E l'arme zelosia ce pose in mano. Ma sempre io te amai ed ancor amo; Torto ebbi io teco, ed or tutto me 'l chiamo.
Che fu quel traditor, lupo rapace, Qual ce ha vetato insieme a ritornare Alla dolce concordia e dolce pace, A i dolci baci, al dolce lacrimare? Questo è l'aspro dolor che mi disface, Ch'io non posso con teco ragionare E chiederti perdon prima ch'io mora; Questo è l'affanno e doglia che me accora. -
Così dicendo Orlando con gran pianto Tra' for la spada, e il forte scudo imbraccia: La spada a cui non vale arme né incanto, Ma sempre dove gionge il camin spaccia. Il fatto già vi contai tutto quanto, Sì che non credo che mistier vi faccia Tornarvi a mente con quale arte e quando Da Falerina fusse fatto il brando.
Il conte, de ira e de doglia avampato, Salta nel ponte con quel brando in mano; Spezza il serraglio e via passa nel prato, Ove iaceva il perfido Aridano. Sotto al cipresso stava il renegato, Quelle arme del segnor de Montealbano, Che erano al tronco de intorno, mirando, Quando li gionse sopra 'l conte Orlando.
Smarrisse alquanto il malandrino in viso, Quando a sé vide sopra quel barone, Però che adosso gli gionse improviso; Pur saltò in piede e prese il suo bastone, E poi dicea: - Se tutto il paradiso Te volesse aiutare e idio Macone, E' non avrian possanza e non ardire, Ché in ogni modo ti convien morire. -
Al fin delle parole un colpo lassa Con quel baston di ferro il can fellone; Gionse nel scudo e tutto lo fraccassa, E cadde Orlando in terra ingenocchione. A braccia aperte il saracin se abassa, Credendolo portar sotto al gallone, Come portar quelli altri era sempre uso E poi nel lago profondarli giuso.
Ma il conte così presto non si rese, Benché cadesse, e non fu spaventato; Per il traverso un gran colpo distese, E gionse a mezo del scudo afatato. A terra ne menò quanto ne prese, E cadde il brando nel gallone armato, Rompendo piastre e il sbergo tutto quanto, Ché a quella spada non vi vale incanto.
E se non era il saracin chinato, Ché ben non gionse quella spata a pieno, Tutto l'avrebbe per mezo tagliato, Come un pezzo di latte, più né meno; Pur fu Aridano alquanto vulnerato, Onde li crebbe al cor alto veleno, E mena del bastone in molta fretta; Ma il conte l'ha assaggiato, e non l'aspetta.
Gettosse Orlando in salto de traverso E menò il brando per le gambe al basso, Ed a quel tempo il saracin perverso Callava il suo bastone a gran fraccasso. Tirando l'uno e l'altro di roverso Ben se gionsero insieme al contrapasso, Ma il brando, che non cura fatasone, Duo palmi e più tagliò di quel bastone.
Mosse Aridano un crido bestïale, E salta adosso al conte, d'ira acceso. Nulla diffesa al franco Orlando vale, Con tanta furia l'ha quel pagan preso, E vien correndo, come avesse l'ale. Alla riviera nel portò di peso, E così seco, come era abracciato, Giù nel gran lago se profonda armato.
Da l'alta ripa con molta roina Caderno insieme per quella acqua scura. Quivi più non aspetta Falerina, Ma via fuggendo su per la pianura Giva tremando come una tapina, Guardando spesso adietro con paura, E ciò che sente e vede di lontano, Sempre alle spalle aver crede Aridano.
Ma lui bon tempo stette a ritornare, Ché gionse con Orlando insino al fondo. Più nel presente non voglio cantare, Ché al tanto dir parole me confondo: Piacciavi a l'altro canto ritornare, Che la più strana cosa che abbia il mondo E la più dilettosa e più verace Vi contarò, se Dio ce dona pace.
Canto ottavo
Quando la terra più verde è fiorita, E più sereno il cielo e grazïoso, Alor cantando il rosignol se aita La notte e il giorno a l'arboscello ombroso; Così lieta stagione ora me invita A seguitare il canto dilettoso, E racontare il pregio e 'l grand'onore Che donan l'arme gionte con amore.
Dame legiadre e cavallier pregiati, Che onorati la corte e gentilezza, Tiratevi davanti ed ascoltati Delli antiqui baron l'alta prodezza, Che seran sempre in terra nominati: Tristano e Isotta dalla bionda trezza, Genevra e Lancilotto del re Bando; Ma sopra tutti il franco conte Orlando,
Qual per amor de Angelica la bella Fece prodezze e meraviglie tante, Che 'l mondo sol di lui canta e favella. E pur mo vi narrai poco davante Come abracciato alla battaglia fella Con Aridano, il perfido gigante, Cadde in quel lago nel profondo seno; Ora ascoltati il fatto tutto a pieno.
Cadendo della ripa a gran fraccasso Callarno entrambi per quella acqua scura, Dico Aridano e lui tutti in un fasso. Già giuso erano un miglio per misura, E, roïnando tutta fiata a basso, Cominciò l'acqua a farsi chiara e pura, E cominciarno di vedersi intorno: Un altro sol trovarno e un altro giorno.
Come nasciuto fosse un novo mondo, Se ritrovarno al sciutto in mezo a un prato, E sopra sé vedean del lago il fondo, Il qual, dal sol di suso aluminato, Facea parere il luogo più iocondo; Ed era poi d'intorno circondato Quel loco d'una grotta marmorina Tutta di pietra relucente e fina.
Era la bella grotta a piede al monte: Tre miglia circondava questo spaccio. Ora torniamo a ragionar del conte, Ch'è qui caduto col gigante in braccio, Seco sempre ristretto a fronte a fronte, E ben se aiuta per uscir de impaccio, Ma pur se sbatte e se dimena invano: Sei tanto è più de lui forte Aridano.
Né l'un da l'altro si potean spiccare, Sin che fur gionti in sul campo fiorito. Quivi Aridano il volse disarmare, Credendo averlo tanto sbigotito, Che più diffesa non dovesse fare; A benché tal pensier li andò fallito, Però che non l'avea lasciato a pena, Che 'l conte imbraccia il scudo e il brando mena.
Alor se incominciò l'aspra tencione E l'assalto crudele e dispietato. Il saracino adopra quel bastone Che avrebbe a un colpo un monte dissipato. Da l'altra parte il fio di Melone Avea quel brando ad arte fabricato, Che cosa non fu mai cotanto fina, E ciò che trova taglia con roina.
Orlando a lui ferì primeramente, Come li uscitte a ponto delle braccia, E roppe avanti l'elmo relucente, Benché non gionse il colpo nella faccia. Diceva il saracin tra dente e dente: - A questo modo la mosca se caccia, A questo modo al naso si fa vento; Ma ben ti pagarò, s'io non mi pento. -
Tra le parole un gran colpo disserra, Ma già non gionse il conte a suo talento, Ché ben lo avria disteso morto a terra, E tutto rotto con grave tormento. Or se rinforza la stupenda guerra: Quello ha possa maggior, questo ardimento, E ciascadun de vincer se procura: Battaglia non fu mai più orrenda e scura.
Benché gran colpi menasse Aridano, Non avea ponto Orlando danneggiato, E giva sempre il suo bastone invano. Ma il conte, che è di guerra amaestrato, Menava bene il gioco d'altra mano, E già l'aveva in tre parte impiagato, Nel ventre, nella testa, nel gallone: Fuora uscia il sangue a grande effusïone.
E, per non vi tenire a notte scura, L'ultimo colpo che Orlando li dona, Tutto lo parte, insino alla centura, Onde la vita e il spirto lo abandona, E cadde morto sopra a la pianura. Quivi d'intorno non era persona; Altro che il monte e il sasso non appare, Pur guarda il conte e non sa che si fare.
La bianca ripa che girava intorno, Non lasciava salire al monticello, Quale era verde e de arboscelli adorno, Tutto fiorito a meraviglia e bello. E dalla parte ove apparisce il giorno, Era tagliata a punta di scarpello Una porta patente, alta e reale: Più mai ne vidde il mondo un'altra tale.
Guardando, come ho detto, intorno Orlando Scorse nel sasso la porta tagliata, E verso quella a piede caminando Vien prestamente e gionse su l'intrata; E de ogni lato quella remirando, Vide una istoria in quella lavorata Tutta di pietre precïose e d'oro, Con perle e smalti di sotil lavoro.
Vedeasi un loco cento volte cinto De una muraglia smisurata e forte; Chiamavasi quel cerchio il Labirinto, Che avea cento serraglie e cento porte; Così scritto era in quel smalto e depinto. E tutto parea pieno a gente morte, Ché ogni persona che è d'intrare ardita, Vi more errando e non trova la uscita.
Mai non tornava alcuno ove era entrato, E, come è detto, errando si moria; O ver, dalla fortuna al fin guidato, Dopo l'affanno della mala via, Era nel fondo occiso e divorato Dal Minotauro, bestia orrenda e ria, Che avea sembianza d'un bove cornuto: Più crudel mostro mai non fu veduto.
Ritratta era in disparte una donzella, Che era ferita nel petto de amore De un giovanetto, e l'arte gli rivella Come potesse uscir di tanto errore. Tutta depinta vi è questa novella, Ma il conte, che a tal cosa non ha il core, Alle sue spalle quella porta lassa, E per la tomba caminando passa.
Via per la grotta va senza paura, Ed era gito avante da tre miglia Senza alcun lume per la strata oscura, Alor che gl'incontrò gran meraviglia; Perché una pietra relucente e pura, Che drittamente a foco se assimiglia, Gli fece luce mostrandoli intorno, Come un sol fosse in cielo a mezo giorno.
Questa davanti gli scoperse un fiume Largo da vinte braccia, o poco meno; Di là da lui rendea la pietra il lume, In mezo a un campo sì de zoie pieno, Che solo a dir di lor serìa un volume; E non ha tante stelle il cel sereno, Né primavera tanti fiori e rose, Quante ivi ha perle e pietre precïose.
Avea quel fiume ch'è sopra contato, Di sopra un ponte di poca largura, Che non è mezo palmo misurato. Da ciascun lato stava una figura Tutta di ferro, a guisa d'omo armato. Di là dal fiume aponto è la pianura, Ove posto il tesoro è di Morgana; Ora ascoltati questa cosa strana.
Non avea posto il piede su la intrata Del ponticello il figlio di Melone, Che la figura ad arte fabricata Levò da l'alto capo un gran bastone. Bene avea il conte sua spata fatata Per incontrare il colpo di ragione; Ma non bisogna che a questo risponda, Che dà nel ponte e tutto lo profonda.
A questa cosa riguardava il conte Meravigliando assai nel suo pensiero, Ed ecco a poco a poco uno altro ponte Nasce nel loco dove era il primiero. Su vi entra Orlando con ardita fronte, Ma de quindi varcar non è mistiero, Ché la figura mai passar non lassa Qual dà nel ponte, e sempre lo fraccassa.
Il conte avea de ciò gran meraviglia, Fra sé dicendo: "Or che voglio aspettare? Se il fiume fusse largo diece miglia, In ogni modo voglio oltra passare." Al fin delle parole un salto piglia: Vero è che indietro alquanto ebbe a tornare A prender corso; e, come avesse piume, D'un salto armato andò di là dal fiume.
Come fu gionto alla ripa nel prato Ove Morgana ha posto il gran tesoro, A sé davante vidde edificato Un re con molta gente a concistoro. Ciascun sta in piede, ed esso era assettato; Tutte le membre avean formato d'oro, Ma sopra eran coperti tutti quanti Di perle, de robini e de diamanti.
Parea quel re da tutti riverito; Avanti avea la mensa apparecchiata Con più vivande, a mostra di convito, Ma ciascadun di smalto è fabricata. Sopra al suo capo avea un brando forbito, Che morte li minaccia tutta fiata; Ed al sinistro fianco, a men d'un varco, Un che avea posto la saetta a l'arco.
Avea da lato un altro suo germano, Che lo rasomigliava di figura, E tenea un breve scritto nella mano. Così diceva a ponto la scrittura: ' Stato e ricchezza e tutto il mondo è vano Qual se possede con tanta paura; Né la possanza giova, né il diletto, Quando se tiene o prende con sospetto.'
Però stava quel re con trista ciera, Guardando intorno per suspizïone. A lui davanti, ne la mensa altiera, Sopra de un ziglio d'oro era il carbone, Che dava luce a guisa de lumiera, Facendo lume per ogni cantone; Ed era il quadro di quella gran piaccia Per ciascun lato cinquecento braccia.
Tutta coperta de una pietra viva Era la piazza e d'intorno serrata; Per quattro porte di quella se usciva, Ciascuna riccamente lavorata. Non vi ha fenestra e d'ogni luce è priva, Se non che è dal carbone aluminata, Qual rendeva là giù tanto splendore, Che a pena il sole al giorno l'ha maggiore.
Il conte, che di questo non ha cura, Verso una porta prese il suo camino, Ma quella nella entrata è tanto scura, Che non sa dove andare il paladino. Ritorna adietro e d'intorno procura De l'altre uscite per ogni confino; Tutte le cerca senza alcuna posa: Ciascuna è più dolente e tenebrosa.
Mentre che pensa e sta tutto suspeso, Andogli il core a quella pietra eletta, Che nella mente parea foco acceso, Onde a pigliarla corse con gran fretta; Ma la figura che avea l'arco teso, Subitamente scocca la saetta, E gionse drittamente nel carbone, Spargendo il lume a gran confusïone.
Cominciò incontinente un terremoto, Scotendo intorno con molto rumore. Mugiava in ogni lato il sasso voto: Odita non fu mai voce maggiore. Fermosse il conte stabile ed immoto, Come colui che fu senza terrore: Ecco il carbone al ziglio torna in cima, E rende il lume adorno come in prima.
Orlando per pigliarlo torna ancora, Ma, come a ponto con la mano il tocca, Lo arcier che è a lato al re, senza dimora Una saetta d'oro a l'arco scocca; E durò il terremoto più d'un'ora, Squassando con rumor tutta la rocca; Poi cessò al tutto, e il bel lume vermiglio Tornò come era avanti in cima al ziglio.
Or fa pensiero il bon conte de Anglante Avere al tutto quella pietra fina. Trasse a sé il scudo e quel pose davante Ove l'arciero il suo colpo destina; Poi prese il bel carbone, e 'n quello istante Gionse la frizza al scudo con roina, Ma non puote passarlo il colpo vano: Via ne va Orlando col carbone in mano.
E come lo guidava la fortuna, Non prese a destra mano il suo vïaggio, Che serìa uscito de la grotta bruna Salendo sempre suso, il baron saggio. Là gioso ove non splende sol né luna, Né se può ritornar senza dannaggio, Callava il conte, verso la pregione Ove Ranaldo stava con Dudone.
Fôr questi presi sopra la rivera, Sì come già davanti io vi contai, E Brandimarte ancora con questi era, Ed altri cavallieri e dame assai, Ch'eran più de settanta in una schiera, Che non avean speranza uscir giamai Di quello incanto orribile e diverso, Ma ciascadun si tiene al tutto perso.
E sappiati che il franco Brandimarte Non fu per forza, come gli altri, preso; Ma Morgana la fata con mala arte L'avea d'amor con falsa vista acceso; E seguendola lui per molte parte, Non fu da alcun giamai con arme offeso, Ma con carezze e con viso iocondo Fu trabuccato a quel dolente fondo.
Or, come io dissi, il bon conte di Brava Giù nella tomba alla sinistra mano Per una scala di marmo callava Più de un gran miglio, e poi gionse nel piano; E col carbone avanti alluminava, Perché altramente serìa gito invano, Ché quel camino è sì malvaggio e torto, Che mille fiate errando serìa morto.
Poi che fu gionto in su la terra piana Il conte, che a quel lume si governa, Parbe vedere a lui molto lontana Una fissura in capo alla caverna; E, caminando per la strata strana, A poco a poco pur par che discerna, Che quella era una porta al fin del sasso, Qual dava uscita al tenebroso passo.
L'aspra cornice di quel sasso altiero Con tal parole a lettre era tagliata: ' Tu che sei gionto, o dama, o cavalliero, Sappi che quivi facile è la entrata, Ma il risalir da poi non è legiero A cui non prende quella bona fata, Qual sempre fugge intorno e mai non resta, E dietro ha il calvo alla crinuta testa.'
Il conte le parole non intese, Ma passa dentro quella anima ardita, E, come a ponto nel prato discese, Voltando gli occhi per l'erba fiorita Alto diletto riguardando prese; Perché mai non se intese per odita, Né pNr veduta in tutto quanto il mondo Più vago loco, nobile e iocondo.
Splendeva quivi il ciel tanto sereno, Che nul zaffiro a quel termino ariva, Ed era d'arboscelli il prato pieno, Che ciascun avea frutti e ancor fioriva. Longe alla porta un miglio, o poco meno, Uno alto muro il campo dipartiva, De pietre trasparente e tanto chiare, Che oltra di quello il bel giardino appare.
Orlando dalla porta se alontana, E mentre che per l'erba via camina, Vidde da lato adorna una fontana D'oro e di perle e de ogni pietra fina. Quivi distesa stavasi Morgana Col viso al cielo e dormiva supina, Tanto suave e con sì bella vista Che rallegrata avrebbe ogni alma trista.
Le sue fattezze riguardava il conte Per non svegliarla, e sta tacitamente. Lei tutti etcrini avea sopra la fronte, E faccia lieta, mobile e ridente; Atte a fuggire avea le membre pronte, Poca trezza di dietro, anzi nïente; Il vestimento candido e vermiglio, Che sempre scappa a cui li dà de piglio.
- Se tu non prendi chi te giace avante, Prima che la se sveglia, o paladino, Frustarai a' tuoi piedi ambe le piante Seguendola da poi per mal camino; E portarai fatiche e pene tante, Prima che tu la tenghi per il crino, Che serai reputato un santo in terra Se in pace soffrirai cotanta guerra. -
Queste parole fur dette ad Orlando, Mentre che attento alla fata mirava, Onde se volse adietro, ed ascoltando Verso la voce tacito ne andava; E forse trenta passi caminando A piè de l'alto mur presto arivava, Qual tutto di cristallo è tanto chiaro, Che oltra si vede senza alcun divaro.
Così cognobbe lo ardito barone Come colui che avanti avea parlato, Di là da quel cristallo era pregione, E prestamente l'ha rafigurato, Perché quello era il suo franco Dudone; Ed ora l'un da l'altro è separato Forse tre piedi, o poco meno, o tanto: Pensati che ciascun facea gran pianto.
Ben distendevan l'una e l'altra mano Per abracciarse insieme ad ogni parte. Dice a Dudone: - Io me affatico invano, Ché in nulla forma mai potria toccarte. - In quello giunse il sir de Montealbano, Che a braccio ne venìa con Brandimarte, E non sapevan del conte nïente; Ciascun di lor piangendo fu dolente.
Disse Ranaldo: - Egli ha pur l'armi in dosso, E tiene al fianco ancor la spata cinta: Ciascun de noi, per Dio! verrà riscosso, Ché sua prodezza non serà mai vinta; Abenché rallegrar pur non mi posso, Perché io non so se l'ira ancora è estinta, Quando per colpa mia quasi fui morto, Alor che seco combatteva a torto.
Ch'io non doveva per nulla cagione Prender con seco alcuna differenza; Egli è di me maggiore, e di ragione Lo debbo sempre avere in riverenza. - Diceva Brandimarte al fio d'Amone: - Di questo ditto non aver temenza; Così quindi te tragga Dio verace, Come tra voi farò presto la pace. -
E così l'un con l'altro ragionando, Come vi dico, assai pietosamente, Per caso allor se volse il conte Orlando, Ed ambi li cognobbe incontinente; E piangendo di doglia e sospirando, Con parlar basso e con voce dolente Li adimandava con qual modo e quanto Fusser già stati presi a quello incanto.
E poi che intese la fortuna loro, Che ciascadun piangendo la dicia, Prese dentro dal core alto martoro, Perché forza né ingegno non valìa A romper quel castello e il gran lavoro, Qual chiudea intorno quella pregionia; E tanto più se turba il conte arguto, Che gli ha davanti e non può darli aiuto.
Avanti a gli occhi suoi vedea Ranaldo E gli altri tutti che cotanto amava, Onde di doglia e di grande ira caldo Per dar nel mur col brando il braccio alzava; Ma cridarno e prigion tutti: - Sta saldo! Sta, per Dio! queto, - ciascadun cridava, - Ché, come ponto si spezzasse il muro, Giù nella grotta caderemo al scuro. -
Seguiva poi parlando una donzella, La qual di doglia in viso parea morta, E così scolorita era ancor bella; Costei parlava al conte in voce scorta: - Se trar ce vuoi di questa pregion fella, Conviente gir, baron, a quella porta Che de smiraldi e de diamanti pare; Per altro loco non potresti entrare.
Ma non per senno, forza, o per ardire, Non per minaccie, o per parlar soave Potresti quella pietra fare aprire, Se non te dona Morgana la chiave; Ma prima se farà tanto seguire, Che ti parrebbe ogni pena men grave Che seguir quella fata nel deserto Con speranza fallace e dolor certo.
Ogni cosa virtute vince al fine: Chi segue vince, pur che abbia virtute; Vedi qua tante gente peregrine, Che speran per te solo aver salute. Tutte noi altre misere, tapine, Prese per forza al fondo siàn cadute: Tu sol, sopra ad ogni altro appregïato, In questo loco sei venuto armato.
Sì che bona speranza ce conforta Che avrai di questa impresa ancor l'onore, Ed aprirai quella dolente porta, Qual tutti ce tien chiusi in tal dolore. Or più non indugiar, ché forse accorta Non se è di te la fata, bel segnore; Volgite presto e torna alla fontana, Ché forse ancor vi trovarai Morgana. -
Il conte, che d'entrare avea gran voglia, Subitamente al fonte ritornava; Quivi trovò Morgana, che con zoglia Danzava intorno e danzando cantava. Né più legier se move al vento foglia, Come ella senza sosta si voltava, Mirando ora alla terra ed ora al sole, Ed al suo canto usava tal parole:
- Qualunche cerca al mondo aver tesoro, O ver diletto, o segue onore e stato, Ponga la mano a questa chioma d'oro Ch'io porto in fronte, e quel farò beato; Ma quando ha il destro a far cotal lavoro, Non prenda indugia, ché il tempo passato Più non ritorna e non se ariva mai, Ed io mi volto, e lui lascio con guai. -
Così cantava de intorno girando La bella fata a quella fresca fonte, Ma come gionto vidde il conte Orlando, Subitamente rivoltò la fronte. Il prato e la fontana abandonando, Prese il vïaggio suo verso de un monte, Qual chiudea la valletta piccolina; Quivi fuggendo Morgana camina.
Oltra quel monte Orlando la seguia, Ché al tutto di pigliarla è destinato, Ed essendoli dietro tutta via, Se avidde in un deserto essere entrato, Che strata non fu mai cotanto ria, Però che era sassosa in ogni lato; Ora alta, or bassa è nelle sue confine, Piena de bronchi e de malvaggie spine.
Del rio vïaggio Orlando non se cura, Ché la fatica è pasto a l'animoso. Ora ecco alle sue spalle il cel se oscura, E levasi un gran vento furïoso; Pioggia mischiata di grandine dura Batte per tutto il campo doloroso; Perito è il sole e non si vede il giorno, Se il ciel non s'apre fulgorando intorno.
Tuoni e saette e fùlgori e baleni E nebbia e pioggia e vento con tempesta Aveano il cielo e i piani e i monti pieni: Sempre cresce il furore e mai non resta. Quivi la serpe e tutti i suoi veleni Son dal mal tempo occisi alla foresta, Volpe e colombi ed ogni altro animale: Contra a fortuna alcun schermo non vale.
Lasciati Orlando in quel tempo malvaggio, Né ve impacciati de sua mala sorte, Voi che ascoltando qua sedeti ad aggio: Fuggir se vôle il mal sino alla morte; Abenché lui tornasse in bon vïaggio, Perché ogni cosa vince l'omo forte; Ma chi può, scampar debbe al tempo rio. Bella brigata, io ve acomando a Dio.
Canto nono
Odeti ed ascoltati il mio consiglio, Voi che di corte seguite la traccia: Se alla Ventura non dati de piglio, Ella si turba e voltavi la faccia; Alor convien tenire alciato il ciglio, Né se smarir per fronte che minaccia, E chiudersi le orecchie al dir de altrui, Servendo sempre, e non guardare a cui.
A che da voi Fortuna è biastemata, Ché la colpa è di lei, ma il danno è vostro? Il tempo viene a noi solo una fiata, Come al presente nel mio dir vi mostro; Perché, essendo Morgana adormentata Presso alla fonte nel fiorito chiostro, Non seppe Orlando al zuffo dar di mano, Ed or la segue nel diserto in vano,
Con tanta pena e con fatiche tante, Che ad ogni passo convien che si torza. La fata sempre fugge a lui davante; Alle sue spalle il vento se rinforza E la tempesta, che sfronda le piante Giù diramando fin sotto la scorza. Fuggon le fiere e il mal tempo li caccia, E par che il celo in pioggia si disfaccia.
Ne l'aspro monte e ne' valloni ombrosi Condutto è il conte a perigliosi passi. Callano rivi grossi e roïnosi, Tirando giù le ripe, arbori e sassi, E per quei boschi oscuri e tenebrosi S'odon alti rumori e gran fraccassi, Però che 'l vento, il trono e la tempesta Dalle radici schianta la foresta.
Pur segue Orlando e fortuna non cura, E prender vôl Morgana a la finita, Ma sempre cresce sua disaventura, Perché una dama de una grotta uscita, Pallida in faccia e magra di figura, Che di color di terra era vestita, Prese un flagello in mano aspero e grosso, Battendo a sé le spalle e tutto il dosso.
Piangendo se battea quella tapina, Sì come fosse astretta per sentenzia A flagellarsi da sera e matina. Turbosse il conte a tal appariscenzia, E dimandò chi fosse la meschina. Ella rispose: - Io son la Penitenzia, De ogni diletto e de allegrezza cassa, E sempre seguo chi ventura lassa.
E però vengo a farte compagnia, Poi che lasciasti Morgana nel prato, E quanto durarà la mala via, Da me serai battuto e flagellato, Né ti varrà lo ardire o vigoria, Se non serai di pacïenza armato. - Presto rispose il figlio di Melone: - La pacïenza è pasto da poltrone.
Né te venga talento a farmi oltraggio, Ché pacïente non serò di certo. Se a me fai onta, a te farò dannaggio, E se mi servi ancor, ne avrai buon merto: Dico de accompagnarme nel vïaggio Dove io camino per questo diserto. - Così parlava Orlando, e pur Morgana Tuttavia fugge ed a lui se alontana.
Onde, lasciando mezo il ragionare, Dietro alla fata se pose a seguire, E nel suo cor se afferma a non mancare Sin che vinca la prova, o de morire. Ma l'altra, di cui mo vi ebbi a contare, Qual per compagna se ebbe a proferire, Se accosta a lui con atti sì villani, Che de cucina avria cacciati i cani.
Perché, giongendo col flagello in mano, Disconciamente dietro lo battia. Forte turbosse il senator romano, E con mal viso verso lei dicia: - Già non farai ch'io sia tanto villano, Ch'io traga contra a te la spata mia; Ma se a la trezza ti dono di piglio, Io te trarò di sopra al celo un miglio. -
La dama, come fuor di sentimento, Nulla risponde, ed anco non lo ascolta; Il conte, a lei voltato in mal talento, Gli mena un pugno alla sinestra golta. Ma, come gionto avesse a mezo il vento, O ver nel fumo, o nella nebbia folta, Via passò il pugno per mezo la testa De un lato ad altro, e cosa non l'arresta.
Ed a lei nôce quel colpo nïente, E sempre intorno il suo flagello mena. Ben se stupisce il conte nella mente, E ciò veggendo non lo crede apena. Ma pur, sendo battuto e de ira ardente, Radoppia pugni e calci con più lena; Qua sua possanza e forza nulla vale, Come pistasse l'acqua nel mortale.
Poi che bon pezzo ha combattuto in vano Con quella dama che una ombra sembrava, Lasciolla al fine il cavallier soprano, Ché tuttavia Morgana se ne andava, Onde prese a seguirla a mano a mano. Ora quest'altra già non dimorava, Ma col flagello intorno lo ribuffa, E lui se volta, e pur a lei s'azuffa.
Ma, come l'altra volta, il franco conte Toccar non puote quella cosa vana, Onde lasciolla ancora, e per il monte Se puose al tutto a seguitar Morgana; Ma sempre dietro con oltraggio ed onte Forte lo batte la dama villana. Il conte, che ha provato il fatto a pieno, Più non se volta e va rodendo il freno.
"Se a Dio piace, - diceva - on al demonio Ch'io abbi pacïenza, ed io me l'abbia: Ma siame il mondo tutto testimonio Ch'io la tragualcio con sapor di rabbia. Qual frenesia di mente o quale insonio Me ha qua giuso condutto in questa gabbia? Dove entrai io qua dentro, o come e quando? Son fatto un altro, o sono ancora Orlando?"
Così diceva, e con molta roina Sempre seguia Morgana il cavalliero. Fiacca ogni bronco ed ogni mala spina, Lasciando dietro a sé largo il sentiero; Ed alla fata molto se avicina, E già de averla presa è il suo pensiero; Ma quel pensiero è ben fallace e vano, Però che presa ancor scappa di mano.
Oh quante volte gli dette di piglio Ora ne' panni ed or nella persona! Ma il vestimento, ch'è bianco e vermiglio, Ne la speranza presto l'abandona. Pure una fiata rivoltando il ciglio, Come Dio volse e la ventura buona, Volgendo il viso quella fata al conte, Lui ben la prese al zuffo ne la fronte.
Alor cangiosse il tempo, e l'aria scura Divenne chiara e il cel tutto sereno; E l'aspro monte si fece pianura, E dove prima fo di spine pieno, Se coperse de fiore e de verdura; E 'l flagellar de l'altra venne meno, La qual, con meglior viso che non suole, Verso del conte usava tal parole:
- Attienti, cavalliero, a quella chioma, Che nella mano hai volta, de Ventura, E guarda de iustar sì ben la soma, Che la non caggia per mala misura. Quando costei par più quïeta e doma, Alor del suo fuggire abbi paura, Ché ben resta gabbato chi li crede, Perché fermezza in lei non è, né fede. -
Così parlò la dama scolorita, E dipartisse al fin del ragionare; A ritrovar sua grotta se n'è gita, Ove se batte e stasse a lamentare. Ma il conte Orlando l'altra avea gremita, Come io vi dissi, e, senza dimorare, Or con minaccie or con parlar suave De la pregion domanda a lei la chiave.
Ella con riso e con falso sembiante Diceva: - Cavalliero, al tuo piacere Son quelle gente prese tutte quante, E me con seco ancor potrai avere; Ma sol de un figlio del re Manodante Te prego che me vogli compiacere; O mename con seco, o quel mi lassa, Ché senza lui serìa de vita cassa.
Quel giovanetto m'ha ferito il core, Ed è tutto il mio bene e 'l mio disio, Sì che io te prego per lo tuo valore Che hai tanto al mondo, e per lo vero Dio, Se a dama alcuna mai portasti amore, Non trar di quel giardin l'amante mio. Mena con teco gli altri, quanti sono, Ché a te tutti li lascio in abandono. -
Rispose il conte ad essa: - Io te prometto, Se mi doni la chiave in mia balìa, Qua teco restarà quel giovanetto, Poi che averlo il tuo cor tanto desia; Ma non te vo' lasciar, ché aggio sospetto De ritornare a quella mala via Ove io son stato; e però, se 'l te piace, Dammi la chiave, e lasciarotti in pace. -
Avea Morgana aperto il vestimento Dal destro lato e dal sinistro ancora, Onde la chiave, che è tutta d'argento, Trasse di sotto a quel senza dimora, E disse: - Cavallier de alto ardimento, Vanne alla porta e sì aconcio lavora, Che non se rompa quella serratura, Ché caderesti nella tomba oscura,
E teco insieme tutti e cavallieri, Sì che seresti in eterno perduto, Ché trarti quindi non serìa mestieri, Né l'arte mia varrebbe, on altro aiuto. - Per questo intrato è il conte in gran pensieri, Da poi che per ragione avea veduto, Che mal se trova alcun sotto la luna Che adopri ben la chiave di Fortuna.
Tenendo al zuffo tuttavia Morgana, Verso al giardino al fin se fu invïato, E traversando la campagna piana A quella porta fu presto arivato. Con poco impaccio la serraglia strana Aperse, come piacque a Dio beato, Perché qualunche ha seco la Ventura, Volta la chiave a ponto per misura.
Già Brandimarte e il sir de Montealbano E tutti gli altri che fôr presi al ponte, Avean veduto Orlando di lontano, Che tenea presa quella fata in fronte; Onde ogni saracino e cristïano Ringraziava il suo dio con le man gionte. Or ciascadun de uscir ben si conforta, Sentendo già la chiave nella porta.
Da poi che aperto fu il ricco portello, Tutta la gente uscitte al verde prato. Il conte adimandò del damigello Quale era tanto da Morgana amato, E vide il giovanetto bianco e bello, Nel viso colorito e delicato, Ne gli atti e nel parlar dolce e iocondo, E fo il suo nome Zilïante il biondo.
Costui rimase dentro lagrimando, Veggendo tutti gli altri indi partire, E ben che ne dolesse al conte Orlando, Pur sua promessa volse mantenire; Ma ancor tempo sarà che sospirando Se converrà di tal cosa pentire, E forza li serà tornare ancora, Per trar del loco il giovanetto fuora.
Ivi il lasciarno, e gli altri tutti quanti Uscirno del giardino alla ventura; Facea quel bel garzone estremi pianti, E biastemava sua disaventura. Ora alla porta che io dissi davanti, Che ritornava nella tomba scura, Intrarno tutti, e 'l conte andava prima; Montâr la scala e presto fôrno in cima.
E dentro a l'altra porta eran passati, Ove sta ne la piazza il gran tesoro: Quel re che siede e gli altri fabricati De robini e diamanti e perle ed oro. Tutti color che furno impregionati Miravan con stupore il gran lavoro; Ma non ardisce alcun porve la mano Temendo incanto o qualche caso istrano.
Ranaldo, che non sa che sia dotanza, Prese una sedia, che è tutta d'ôr fino, Dicendo: - Questa io vo' portare in Franza, Ché io non feci giamai più bel bottino. A' miei soldati io donarò prestanza, Poi non affido amico, né vicino, O prete, o mercatante, o messaggero; Qualunche io trova, io manderò legiero. -
Il conte li dicea che era viltate A girne carco a guisa de somiero. Disse Ranaldo: - E' mi ricordo un frate Che predicava, ed era suo mestiero Contar della astinenza la bontate, Mostrandola a parole de legiero; Ma egli era sì panzuto e tanto grasso, Che a gran fatica potea trare il passo.
E tu fai nel presente più né meno, E drittamente sei quel fratacchione, Che lodava il degiuno a corpo pieno, E sol ne l'oche avea devozïone. Carlo ti donò sempre senza freno, E datti il Papa gran provisïone, Ed hai tante castelle e ville tante, E sei conte di Brava e sir de Anglante.
Io tengo, poverello! un monte apena, Ché altro al mondo non ho che Montealbano, Onde ben spesso non trovo che cena, S'io non descendo a guadagnarlo al piano; Quando ventura o qual cosa mi mena, Ed io me aiuto con ciascuna mano, Perch'io mi stimo che 'l non sia vergogna Pigliar la robba, quando la bisogna. -
Così parlando gionsero al portone, Che era la uscita fuor di quella piaccia; Quivi un gran vento dette al fio de Amone Dritto nel petto e per mezo la faccia, E dietro il pinse a gran confusïone, Longi alla porta più de vinte braccia. Quel vento agli altri non tocca nïente, E sol Ranaldo è quel che il fiato sente.
Lui salta in piede e pur torna a la porta, Ma come gionto fu sopra alla soglia, Di novo il vento adietro lo riporta, Soffiandolo da sé come una foglia. Ciascun de gli altri assai si disconforta, E sopra a tutti Orlando avea gran doglia, Però che de Ranaldo temea forte Che ivi non resti, o riceva la morte.
Il fio de Amone senza altro spavento Pone giù l'oro e ritorna alla uscita; Passa per mezo, e più non soffia il vento, E via poteva andare alla polita. Ma lui portar quello oro avea talento, Per dar le paghe a sua brigata ardita; Benché più volte sia provato in vano, Pur vôl portarlo in tutto a Montealbano.
Ma poi che indarno assai fu riprovato, Né carco puote uscir di quella tomba, Trasse la sedia contra di quel fiato Che dalla porta a gran furia rimbomba. La sedia d'ôr, di cui sopra ho parlato, Sembrava un sasso uscito de una fromba, Benché è seicento libbre, o poco manco: Cotanta forza avea quel baron franco.
Trasse la sedia, come io ve ragiono, Credendola gettar del porton fore, Ma il vento furïoso in abandono La spense adietro con molto rumore. Gli altri a Ranaldo tutti intorno sono, E ciascadun lo prega per suo amore Ch'egli esca for con essi di pregione, Lasciando l'oro e quella fatasone.
Sì che alla fine abandonò la impresa, E con questi altri de la porta usciva. Era la strata un gran miglio distesa, Sin che alla scala del petron se ariva, Ed è trea miglia la malvaggia ascesa. Sempre montando per la pietra viva, E con gran pena, uscirno al cel sereno, In mezo a un prato de cipressi pieno.
Ciascun cognobbe incontinente il prato E gli cipressi e 'l ponte e la riviera Ove stava Aridano il disperato; Ma quivi nel presente più non era, Anzi è nel fondo, de un colpo tagliato Da cima al capo insino alla ventrera, E più non tornarà suso in eterno: Là giuso è il corpo, e l'anima allo inferno.
Quivi eran l'armi de ciascun barone Ne' verdi rami d'intorno distese. Roverse le avea poste quel fellone, Per far la lor vergogna più palese; Ranaldo incontinente e poi Dudone E insieme ogniom de gli altri le sue prese, E tutti quanti se furno guarniti De' loro arnesi e cavallieri arditi.
Tutti quei gran baroni e re pagani, Che fôrno presi all'incantato ponte, Ne andarno chi vicini e chi lontani, Ma prima molto ringraziarno il conte; E sol restarno quivi e Cristïani, Ove Dudone con parole pronte Espose che Agramante e sua possanza Eran guarniti per passare in Franza.
E come lui, mandato da Carlone, Avea cercate diverse contrate Per ritrovar lor duo franche persone, Che eran il fior de corte e la bontate, E per condurle, come era ragione, Alla diffesa de Cristianitate. Ciò de Ranaldo diceva e de Orlando, Ed a lor proprio lo venìa contando.
Ranaldo incontinente se dispose Senza altra indugia in Francia ritornare. Il conte a quel parlar nulla rispose, Stando sospeso e tacito a pensare, Ché il core ardente e le voglie amorose Nol lasciavan se stesso governare; L'amor, l'onore, il debito e 'l diletto Facean battaglia dentro dal suo petto.
Ben lo stringeva il debito e l'onore De ritrovarse alla reale impresa; E tanto più ch'egli era senatore E campïon della Romana Chiesa. Ma quel che vince ogni omo, io dico Amore, Gli avea di tal furor l'anima accesa, Che stimava ogni cosa una vil fronda, Fuor che vedere Angelica la bionda.
Né dir sapria che scusa ritrovasse, Ma da' compagni si fu dispartito; E non stimar che Brandimarte il lasse, Tanto l'amava quel barone ardito. Or di lor duo convien che oltra mi passe, Perch'io vo' ricontare a qual partito Ranaldo ritornasse a Montealbano: Lunga è la istoria, ed il camin lontano.
E prima cercarà molte contrate, Strane aventure e diversi paesi; Ma il tutto contaremo in brevitate E con tal modo che seremo intesi; E mostraremo il pregio e la bontate De Iroldo e de Prasildo, e duo cortesi, La possa de Dudone, il baron saldo, Che tutti son compagni di Ranaldo.
Erano a piedi quei quattro baroni, De piastre e maglia tutti quanti armati, (Perduti aveano al ponte e lor ronzoni, Quando nel lago fôrno trabuccati), Onde ridendo e con dolci sermoni Tra lor scherzando se fôrno invïati, E la fatica de la lunga via Minor li pare essendo in compagnia.
Ed era già passato il quinto giorno Poi che lasciarno quel loco incantato, Quando da lunge odîr suonare un corno Sopra ad un castello alto e ben murato. Nel monte era il castello, e poi d'intorno Avea gran piano, e tutto era de un prato; Intorno al prato un bel fiume circonda: Mai non se vidde cosa più ioconda.
L'acqua era chiara a meraviglia e bella, Ma non si può vargar, tanto è corrente. A l'altra ripa stava una donzella Vestita a bianco e con faccia ridente; Sopra a la poppa d'una navicella Diceva: - O cavallieri, o bella gente, Se vi piace passare, entrati in barca, Però che altrove il fiume non si varca. -
E cavallier, che avean molto desire Di passare oltra e prender suo vïaggio, La ringraziarno di tal proferire, E travargarno il fiume a quel passaggio. Disse la dama nel lor dipartire: - Da l'altro lato si paga il pedaggio, Né mai de quindi uscir se può, se prima A quella rocca non saliti in cima.
Perché questa acqua che qua giù discende Vien da due fonte da quel poggio altano, E da l'un lato a l'altro se distende, Tanto che cinge intorno questo piano; Sì che uscir non si può chi non ascende A far prima ragion col castellano, Ove bisogna avere ardita fronte: Eccovi lui, che fuora esce del ponte. -
Così dicendo li mostrava a dito Una gran gente che del ponte usciva. Alcun de' nostri non fo sbigotito; La gente armata sopra al piano ariva. Ranaldo è avanti, il cavalliero ardito, E ben ciascun de gli altri lo seguiva; Con le spade impugnate e' scudi in braccio Ben se apprestarno uscir de tal impaccio.
Era tra quella gente un bel vecchione, Che a tutti gli altri ne venìa davante, Senza arme in dosso, sopra a un gran ronzone. Costui con voce queta e bon sembiante Disse: - Sappiati voi, gentil persone, Che questa è terra del re Manodante, Ove ora entrasti, e non potresti uscire Se non volesti un giorno a lui servire.
E quel servigio è di cotal manera Quale io vi contarò, se me ascoltati. Ove discende al mar questa rivera Son duo castelli a un ponte edificati; Ivi dimora una persona fiera, Che molti cavallieri ha dissipati: Balisardo se appella quel gigante, Malvaggio, incantatore e negromante.
Re Manodante lo voria pregione, Perché al suo regno ha fatto assai dannaggio, Ed ha ordinato che ciascun barone Che varca al passo di quel bel rivaggio, Promette stare un giorno al parangone, Sin che sia preso o prenda quel malvaggio; Onde anco a voi là giuso convien gire, O in questo prato di fame morire. -
Disse Ranaldo: - Là vogliamo andare, Né andiamo cercando altro che battaglia; Ed io questo gigante vo' pigliare, E manco il stimo che un fascio de paglia; E incanti incanta pur, se sa incantare, Ché non trovarà verso che li vaglia. Or facce pur guidar via senza tardo, Sì che io me azuffi a questo Balisardo. -
Il castellano senza altra risposta Chiamò la dama de bianco vestita, Ed a lei disse: - Fa che senza sosta Tu porti al ponte questa gente ardita. - Ella ben presto alla ripa s'accosta, E sorridendo quei baroni invita Ad entrar ne la nave picciolina: Lor saltâr dentro, e lei gioso camina.
Giù per quella acqua come una saetta Fo giù la barca dal fiume portata, Di qua di là girando la isoletta; Pur se piegarno al mar l'ultima fiata, Là dove del gran ponte ebber vedetta, Che avea tra due castelle alta murata, E sopra a l'arco di quella gran foce Sta Balisardo, saracin feroce.
Proprio un fuste de torre a mezo il ponte Sembrava quel pagan di cui ragiono, Barbuto in faccia e crudo nella fronte; Il crido de sua voce parea un trono. Convien che altrove il tutto ve raconte, Ché al presente al fin del canto sono; Ne l'altro contarò tal meraviglia, Che altra nel mondo a quella non somiglia.
Canto decimo
Se onor di corte e di cavalleria Può dar diletto a l'animo virile, A voi dilettarà l'istoria mia, Gente legiadra, nobile e gentile, Che seguite ardimento e cortesia, La qual mai non dimora in petto vile. Venite ed ascoltati lo mio canto, De li antiqui baroni il pregio e il vanto.
Tirative davanti ed ascoltate Le eccelse prove de' bon cavallieri, Che avean cotanto ardire e tal bontate Che ne' perigli devenian più fieri. Vince ogni cosa la animositate, E la fortuna aiuta volentieri Qualunche cerca de aiutar se stesso, Come veduto abbiam lo esempio spesso.
E nel presente dico de Ranaldo, Che, essendo apena de un periglio uscito, A sotto entrare a l'altro era più caldo, Né se fu per incanto sbigotito. Benché Aridano, il saracin ribaldo, Lo avesse già per tale arte schernito, Con Balisardo or torna al parangone, Spezzando incanto ed ogni fatasone.
Come io ve dissi nel canto passato, Là giù per l'acqua il paladin sicuro Alla foce del fiume fu portato, Ove tra due castella è lo gran muro; E come vidde quel dismisurato, Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro Strideva in voce di tanta roina, Che ne tremava il fiume e la marina.
Ciascun de quei baron che lo han veduto, De azuffarse con lui prese disio, Benché fusse tanto alto e sì membruto, E nel sembiante sì superbo e rio. Sopra l'arco del ponte era venuto Quel maledetto e sprezzator di Dio, Sol per veder chi fusse questa gente Che giù callava per l'acqua corrente.
Quando la dama il vide da lontano, Pallida in viso venne come terra, E dal timone abandonò la mano, Tanta paura l'animo li afferra; Ma Dudon franco e il sir di Montealbano E gli altri dui, che han voglia di far guerra, Lasciâr la dama né morta né viva, E for di barca uscirno in su la riva.
Longi al primo castel forse una arcata Smontarno a terra e franchi campïoni, E caminando gionsero all'entrata, Che avea a tre porte grossi torrïoni: Ma dentro non appare anima nata, Giù ne la strata, o sopra nei balconi; Senza trovar persone andarno avante Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.
Entro le due castelle il fiume corre, L'arco del ponte sopra a lui voltava, Ed avea ad ogni lato una alta torre; In mezzo Balisardo aponto stava, Né se potrebbe a sua persona apporre, Né a l'armatura che in dosso portava. Gigante non fu mai di meglior taglia, Coperto è a piastre ed a minuta maglia.
Forbite eran le piastre e luminose, E questa maglia relucente e d'oro, Con tante perle e pietre prezïose, Che 'l mondo non avea più bel tesoro. Ora torniamo alle gente animose, Dico a' nostri baron, che ogniom di loro, Volontaroso e di animo più fiero, Vôle azuffarse ed esser il primiero.
Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco, E fo percosso dal gigante e preso, E Prasildo ancor lui pur durò poco, E fu nel fine a Balisardo reso. Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco, D'ira nel core e di furore acceso; Ma quel gigante ne menò prigioni Di là dal ponte e duo franchi baroni.
Poi tornò fuora squassando il bastone, E minacciando pugna adimandava. Allor se mosse il franco fio de Amone, E con roina adosso a lui ne andava; Ma avanti ingenocchiato avea Dudone, Che per mercede e grazia dimandava De gir primo de lui nel ponte avante A far battaglia contra a quel gigante.
Ranaldo consentì mal volentiera, Ma pur non seppe a' soi colpi disdire. Questa baruffa fia d'altra maniera Che le passate, e de un altro ferire, Né passarà la cosa sì legiera Come le due davante, vi so dire; Però che 'l giovanetto de cui parlo, È di gran pregio nei baron di Carlo.
Turpin loda Dudone in sua scrittura Tra' primi cavallier di quella corte; E quasi era gigante di statura, Destro e legiero, a meraviglia forte, E con sua mazza ponderosa e dura A molti saracin dette la morte: Ma poi di tal bontà si dava il vanto, Che era appellato in sopranome il Santo.
Or sopra il ponte il campïon se caccia, Di piastra e maglia armato e ben coperto; E Balisardo il forte scudo imbraccia, Come colui che è di battaglia esperto. L'uno e l'altro di loro avea la maccia, Sì che un bel gioco cominciâr di certo, Menando botte de sì gran fraccasso Che 'l fiume risuonava al fondo basso.
Feritte a lui Dudon sopra la testa, E ruppe il cerchio a quello elmo forbito, E fu il gran colpo di tanta tempesta, Che Balisardo cadde sbalordito. Dudon mena a due mane, e non s'arresta Sopra il pagano il giovanetto ardito; Gionse nel scudo, che è d'argento fino, Tutto lo aperse il franco paladino.
Ma, come fusse dal sonno svegliato Per l'altro colpo, il saracino altiero Salta di terra, e subito è dricciato Ed alla zuffa ritornò primiero. Mena a Dudone, e gionselo al costato Col suo baston, che già non è ligiero, Anci è ben cento libre e più de peso: Cadde alla terra il giovane disteso.
Per quel gran colpo andò Dudone a terra, E non poteva trare il fiato apena, Ma non per questo abandonò la guerra, Come colui che avea soperchia lena; Presto se riccia e la sua mazza afferra, Sopra de l'elmo a Balisardo mena, E la farsata al capo ben gli accosta, Poi che adocchiato ha sempre quella posta.
Sempre alla testa toccava Dudone, Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia; E quel menava ancora il suo bastone, Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia. Risuona il celo alla cruda tenzone, E par che 'l mondo a foco se disfaccia: Quando l'un l'altro ben fermo se ariva, Tra ferro e ferro accende fiama viva.
Tira Dudone adosso a quel malvaso, Sopra il frontale ad ambe mani il tocca; Roppe ad un colpo tutto quanto il naso, E ben tre denti li cacciò di bocca. Senza sapone il mento gli ebbe raso, Perché la barba al petto gli dirocca, E menò il tratto sì dolce e ligiero, Che seco trasse il zuffo tutto intiero.
Quando se vidde il falso Balisardo De una percossa tanto danneggiare, Poi che il franco Dudone è sì gagliardo Che a sua prodezza non puotea durare, Verso l'alto castel fece riguardo, E prestamente se ebbe a rivoltare; Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa, E per il ponte via fuggendo passa.
Segue Dudone e nel castel se caccia, Ché non temeva il giovane altro scorno. Come fu dentro, gionse entro una piaccia Edificata di colonne intorno, Con volte alte e dorate in ogni faccia. Il sôl di sotto è di marmoro adorno, Né persona si vede in verun lato Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.
Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente, E tutto quanto ignudo se mostrava, Ed avea il collo e il capo di serpente, E 'l resto a poco a poco tramutava. Ambe le braccia fece ale patente, E l'una gamba e l'altra se avingiava, E fiersi coda; e poi d'ogni gallone Uscirno branche armate e grande ongione.
Mutato, come io dico, a poco a poco, Tutto era drago il perfido gigante, Gettando per l'orecchie e bocca foco, Con tal romore e con fiaccole tante, Che le muraglie intorno di quel loco Pareano incese a fiamma tutte quante. Ben puotea fare a ciascadun paura, Perché era grande e sozzo oltra misura.
Ma non smarritte la persona franca Del giovanetto, degno d'ogni loda. Viensene il drago e nel scudo lo branca, E per le gambe volta la gran coda, Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, Giù per le coscie insino ai piè l'annoda; Non se spaventa per questo Dudone, Getta la mazza e prende quel dragone.
Nel collo il prese, a presso de la testa, Ad ambe mani, e sì forte l'afferra, Che a quella bestia, che è tanto robesta, Il fiato quasi e l'anima gli serra. Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta Lo gira ad alto e trallo in su la terra, Che era la strata a pietra marmorina; Sopra vi batte il drago a gran roina.
Là dove gionse, se aperse la piaccia, Tutto si fese il marmo da quel lato; Sotto la terra il serpente se caccia, Benché di fora è subito tornato. Ma già cangiata avea persona e faccia, Ed era istranamente trasformato, Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale: Mai non se vidde il più crudo animale.
Fatto avea il capo de porco salvatico Costui, che in ogni forma sapea vivere, E non serìa poeta, né grammatico Che lo sapesse a ponto ben descrivere. Ora, ben che de ciò poco sia pratico, Dal muso al piè convien che tutto il livere: Poi che io cominciai sua forma a dire, Come era fatto vi voglio seguire.
Lunghi duo palmi avea ciascadun dente E gli occhi accesi de una luce rossa, Piloso il busto e d'orso veramente, Con le zampe adongiate e di gran possa; La coda ritenuta ha di serpente, Sei braccia lunga ed a bastanza grossa; L'ale avea grande e la testa cornuta: Più strana bestia mai non fu veduta.
Venne mugiando adosso al giovanetto, Né lui per tema le spalle rivolse, Ma ben coperse sotto il scudo il petto, E prestamente in man sua mazza tolse. Or gionse il negromante maledetto, E con le corne a mezo il scudo acolse; Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre, E lui disteso abatte in su le lastre.
Subitamente si fu rilevato, Sì come cadde il giovanetto franco; Ma quel malvagio che era tramutato, Per lo traverso lo ferì nel fianco. Con uno dente il gionse nel costato, Sì che gli fece il fiato venir manco; Il fiato venne manco e crebbe l'ira: Alcia la mazza ad ambe mane e tira.
Sopra del capo a l'animal diverso Tira sua mazza il paladino adorno; Dal destro lato il gionse de roverso, E con fraccasso manda a terra un corno. Or ben si tiene Balisardo perso, E per la loggia va fuggendo intorno; Per le colonne d'intorno alla piazza Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.
Battendo l'ale basso basso giva, Né mai spiccava da terra le piante; Così fuggendo, a la marina usciva Fuor del castello; ed ecco in quello istante Una alta nave dentro al porto ariva. Sopra di quella il falso negromante Fu prestamente de un salto passato; E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.
Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato, Proprio alla prora stava un laccio teso, Ove Dudone intrando fu incappato, Né so a qual modo subito fu preso; E per ambe le braccia incatenato, Sotto la poppa fu posto di peso Da molti marinari e dal parone; Or più di lui non dico, che è pregione.
De Balisardo voglio racontare, Che nella forma sua presto tornò, E fece il giovanetto disarmare, Poi di quelle arme tutto se adobbò. Proprio Dudone alla sembianza pare; Prese la mazza e il suo baston lasciò, E se cambiò la voce e la fazione, Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."
Con tal fazione il perfido ribaldo Passò il primo castello, e nel secondo Vicino al ponte ritrovò Ranaldo, Che lo aspettava irato e furibondo. Ma, come il vidde, il dimandò di saldo Se Balisardo avea tratto del mondo, Perché lui crede senza altra mancanza Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.
E quel rispose: - Il gigante è fuggito, Ed io gli ho dato tre miglia la caccia. Prima l'aveva nel capo ferito, E rotto il muso e 'l mento con la faccia: Fuor della rocca l'ho sempre seguito, Sino ad un fiume largo cento braccia. Dentro a quella acqua se gettò il malvaso, Ove ogni altro che lui serìa rimaso.
Ma non te sapria dir per qual ragione A l'altra ripa lo viddi passato, Là dove stava Iroldo, che è pregione, E Prasildo, che apresso era legato. Ambo gli viddi sotto al pavaglione, Là dove Balisardo era fermato, Ma non mi dette il core a trapassare L'acqua, che al corso una roina pare. -
Ranaldo non lasciò più oltra dire, Ma sopra il ponte subito è passato, A lui dicendo: - Io voglio anzi morire, Che vivo rimaner vituperato; Né mai nel mondo se puotrà sentire Ch'io abbi un mio compagno abandonato, Sì come tu facesti, omo da poco, Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -
Mostrò il gigante in forma de Dudone Forte adirarse per queste parole, Onde rispose: - Paccio da bastone! Ché sempre alla tua vita fusti un fole, E stimi esser tenuto un campïone Con questo tuo zanzare; altro ci vôle Che per se stesso tenersi valente Stimando gli altri poco e da nïente.
Or vanne tu, ch'io non voglio venire, E varca il fiume, poi che sai natare. - Ranaldo, non curando del suo dire, Subitamente il ponte ebbe a passare. Lasciollo Balisardo alquanto gire, Mostrando a quella porta riposare; Poi di nascoso il falso malandrino Per darli morte prese il mal camino.
Per l'altra strata lui gionse improviso, E ferì del bastone ad ambe mano; Né già se gli mostrò davanti al viso, Anci alle spalle il perfido pagano, E ben credette de averlo conquiso, E roïnarlo a quel sol colpo al piano; Ma lui, che avea possanza smisurata, Non andò a terra per quella mazzata.
Anci se volse, e con voce cortese Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare? Se io non guardassi al tuo padre Danese, Sotto la terra ti farebbi entrare. Vanne in malora e cerca altro paese! - Così dicendo s'ebbe a rivoltare, Ma nel voltarsi il saracin fellone Sopra la coppa il gionse del bastone.
Ranaldo se avampò nel viso de ira, E disse: - Testimonio il ciel mi sia, Che contra al mio voler costui mi tira A darli morte sol per sua folìa. - Così parlando di pietà sospira, Tanto lo stringe amore e cortesia; Benché dritta ragione e sua diffesa Lo riscaldasse alla mortal impresa.
Trasse Fusberta e cominciò la zuffa, Com' quel che crede che lui sia Dudone. Or s'io vi conto come se ribuffa L'un colla spata e l'altro col bastone, E tutti e colpi di quella baruffa, Che ben durò cinque ore alla tenzone, A ricontarvi tutto io staria tanto, Che avria finito questo e un altro canto.
Ma per conclusïon vi dico in breve: Benché il gigante sia de ardire acceso, E l'abbi quel baston cotanto greve, Che un altro non fu mai de cotal peso, Pure alla fine, come un om di neve, Serebbe da Ranaldo morto o preso, Se per incanto o per negromanzia Non ritrovasse al suo scampo altra via.
Perché in cento maniere Balisardo Se tramutava per incantamento; Fiesse pantera con terribil guardo, Ed altre bestie assai di gran spavento. Tramutosse in ïena, in camelpardo, E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento, E fie' battaglia in forma de griffone, De cocodrillo e in mille altre fazone.
E dimostrosse ancor tutto de foco, Qual sfavillava come de fornace. Ranaldo, in cui dotanza non ha loco, Saltò nel mezo, il paladino audace, E la rovente fiamma estima poco, Ma con Fusberta tutta la disface; E già trenta ferite ha quel pagano, Benché più volte è tramutato invano.
Al fin tutto deserto e sanguinoso Fuor della porta se pose a fuggire; Or sendo occello, ora animal peloso, E in tante forme ch'io non saprei dire. Ranaldo sempre il segue furïoso, Che destinato è di farlo morire. Già sono alla marina; senza tardo Sopra alla nave salta Balisardo.
Dalla ripa alla nave è poco spaccio, De un salto Balisardo fu passato; E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio, Dietro gli salta tutto quanto armato; E nella intrata se incappò nel laccio, Ove Dudone prima fu pigliato. Sue braccie e gambe avengia una catena; Ben se dibatte invano e si dimena.
Non valse il dimenar, ché preso fu Da duo poltron coperti de pedocchi, E sotto poppa lo menarno giù, Là dove il sole gli abagliava gli occhi. Tre onze avrà Ranaldo e non già più De biscotella, che è senza fenocchi, Vivendo a pasto come un Fiorentino, Né brïaco serà per troppo vino.
In cotal modo stette un mezo mese, Incatenato per piedi e per mane, Con altre gente che seco eran prese, Dico e compagni e più persone istrane; Sin che arivarno a l'ultimo paese De Manodante, a l'Isole Lontane, Ove furno alloggiati a una pregione Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.
Ben forte il guardïan dentro gli serra, Ma ciascuno avea prima dislegato. Molta altra gente quivi eran per terra Giacendo e in piede, d'intorno e da lato; Tra questi stava Astolfo de Anghilterra, Che pur da Balisardo fu pigliato; El modo a dir serìa lunga novella, Perché lo prese in forma de donzella.
Quando partisse là dove Aridano Cadette con Ranaldo a quel profondo, Lui con Baiardo e il destrier Rabicano E con due dame andò cercando il mondo, Sempre piangendo e sospirando invano, Poi che ha perduto il suo cugin iocondo; E così caminando gionse un giorno Ove al castello odì suonare il corno:
A quel castello ove era la riviera Che al verde piano intorno lo girava; E quella dama, che era passaggiera, Da Balisardo al ponte lo guidava. Quivi fu preso per strana maniera, Ché in forma de donzella lo gabbava: Or non vi è tempo racontarvi il tutto Come in la nave al laccio fu condutto.
Però che mi conviene ora tornare Al conte Orlando, qual, come io contai, Volse questi compagni abandonare, Sol per colei che gli dona tal guai, Che giorni e notte nol lascia posare; E quel pensier non l'abandona mai, Ma sempre a rivederla lo retira: Sol di lei pensa e sol per lei sospira.
Con Brandimarte il franco paladino A rivedere Angelica tornava, E per contar che strutto avea il giardino, Ed esser presto se altro comandava. Al terzo giorno di questo camino, Che 'l sole a ponto alora si levava, Trovarno a lato un fiume una pianura Tutta di prato e di bella verdura.
Stative queti, se voleti odire De' duo che ritrovarno in questo loco, Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire: A riguardarli mai non fu tal gioco. Or chi fosser costoro io vo' dire, Se ve amentati della istoria un poco, Quando a Marfisa quel ladro africano Tolse, Brunello, il bon brando di mano.
E lei seguìto l'ha sino a quel giorno, E de impiccarlo sempre lo minaccia. Lui la beffava ogniora con gran scorno, E cento fiche gli avea fatto in faccia. A suo diletto la menava intorno, Già sei giornate gli ha dato la caccia; Esso, per darle più battaglia e pena, Sol per gabbarla dietro se la mena.
Lui ben serìa scampato de legiero, Che a gran fatica pur l'avria veduto, Però che egli era sopra quel destriero Che un altro non fu mai cotanto arguto; Né credo che a contarvi sia mestiero, Come l'avesse l'Africano avuto: Alor che ad Albracà se fu condotto, A Sacripante lo involò di sotto.
Or, come io dico, sempre intorno giva, Beffando con più scherni la regina; E lei di mal talento lo seguiva, Perché pigliarlo al tutto se destina. Trista sua vita se adosso gli ariva! Ché lo fraccasserà con tal ruina, Che il capo, il collo, il petto e la corata Tutte fian peste sol de una guanzata.
A questa cosa sopragionse Orlando, Come io vi dissi, insieme e Brandimarte, E l'uno e l'altro alquanto remirando, Senza fare altro, se tirarno in parte. Or, bei segnori, a voi mi racomando, Compìto ha questo canto le sue carte, Ed io per veritate aggio compreso Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.
Canto decimoprimo
Gente cortese, che quivi de intorno Seti adunati sol per ascoltare, Dio vi dia zoia a tutti, e ciascun giorno Vostra ventura venga a megliorare; Ed io cantando a ricontar ritorno La bella istoria, e voglio seguitare Ove io lasciai Marfisa sopra al piano, Che è posta in caccia dietro allo Africano:
Dietro a quel ladro, io dico, de Brunello, Che già dal re Agramante fu mandato Per involar de Angelica lo annello; Ma lui più fie' che non fu comandato, Perché un destriero il falso ribaldello De sotto a Sacripante avea levato, Ed a Marfisa di man tolse il brando; So che sapeti il tutto, e come, e quando.
E lei, che a meraviglia era superba, Sì come già più volte aveti inteso, L'avea seguito in quel gran prato de erba Già da sei giorni, ed anco non l'ha preso; Onde di sdegno la donzella acerba Se consumava ne l'animo acceso, Poi che con tante beffe e tanto scorno Li agira il capo quel giottone intorno.
Perché, fuggendo e mostrando paura, Gli stava avanti e non si dilungava; Ed or, voltando per quella pianura, Spesso alle spalle ancor se gli trovava; E per mostrar di lei più poca cura, La giuppa sopra al capo rivoltava, E poi se alciava (intenditime bene) Mostrando il nudo sotto dalle rene.
Il conte Orlando, che stava da parte E cognosciuta avea prima Marfisa, Mirando l'atto, ed esso e Brandimarte Di quel giottone insieme fier' gran risa; Ma la regina per forza o per arte Pigliar pur vôl Brunello ad ogni guisa, Per far de tanti oltraggi alfin vendetta: E lui fuggendo sembra una saetta.
Fuggeva, spesso il capo rivoltando, E truffava di lengua e delle ciglia. Nel passar di traverso vidde Orlando, E di torli qualcosa se assotiglia. L'occhio gli corse incontinenti al brando, Che fu già fatto con tal meraviglia Da Falerina de Orgagna al giardino: Brando nel mondo mai fu tanto fino.
Egli era bello e tutto lavorato D'oro e de perle e de diamanti intorno: Ben si serebbe il ladro disperato, Se avuto non avesse il brando adorno. Subitamente lo trasse da lato; Mai non se vidde al mondo maggior scorno, Ché 'l ladro passa e crida al conte: - Ascolta, Io torno per il corno a l'altra volta. -
Del brando non se avidde alora il conte, Ma alla minaccia sol del corno attese. Quel corno de cui parlo, fu de Almonte, Che il trasse a uno elefante in suo paese, Poi lo perse morendo in Aspramonte (Sì come io credo che vi sia palese), Allor che Brigliadoro e Durindana Acquistò Orlando sopra alla fontana.
Come la vita il conte l'avea caro, Però lo prese prestamente in mano; Ma non valse a tenerlo alcun riparo, Tanto è malvaggio quel ladro Africano. E ben che aponto io non sappia dir chiaro Come passasse il fatto in su quel piano, Pur vi concludo senza diceria Che 'l ladro tolse il corno e fuggì via.
Benché Marfisa l'ha sempre seguito, Lui ne va via col corno e con la spata. Quivi rimase il conte sbigotito, Né sa come la cosa sia passata. Già de sua vista è quel ladro partito, Con Marfisa alle spalle tutta fiata; Né lui, né Brandimarte ormai lo vede, Né lo posson seguir, ché sono a piede.
Onde, biasmando tal disaventura, Via se ne vanno, e non san che se fare. Ciascuno aveva indosso l'armatura, Che a piede è mala cosa da portare. Or, caminando per quella pianura, Sopra de un fiume vennero arivare. Oltre a quella acqua, in un bel prato piano, Stava una dama col destriero a mano.
Da l'altra ripa, aponto ove si varca, Era la dama del destrier discesa; In mezo il fiume, sopra de una barca, Un'altra dama avea seco contesa. Quella di là quest'altra molto incarca De biasmi, e de ogni inganno l'ha ripresa, - Perfida, - a lei dicendo - a che cagione M'hai qua passata a ponermi in pregione? -
Altre parole usarno ancor tra loro, Sì come l'una dama a l'altra dice. Mentre che contendeano a tal lavoro, Orlando gionse in su quella pendice, Ed ebbe visto il destrier Brigliadoro, Che già gli tolse quella traditrice; Non so se aveti alla istoria il pensiero, Quando Origilla a lui tolse il destriero.
Quella Origilla che già sopra al pino Si stava impesa per le chiome al vento, E poi, campata dal bon paladino, Gli tolse Brigliadoro a tradimento; Né molto dopo in Orgagna al giardino, Ove fu l'opra dello incantamento, Di novo ancor la perfida villana Li tolse il bon destriero e Durindana.
Orlando quivi la trovò contendere Con l'altra, come io ho detto pur mo. Or, bei segnor, voi doveti comprendere Che la fiumana di cui parlato ho, È quella ove Ranaldo volse scendere Con tre compagni, e mai non ritornò, Ma fu ad inganno ne la nave preso Da Balisardo, come aveti inteso.
Sì come il conte vidde la donzella Che col destriero a l'altra ripa stava, Amor di novo ancora lo martella, Né il doppio inganno più si ramentava, Che gli avea fatto quella anima fella; Lui fuor di modo più che inanzi amava. Chiese di grazia a quella passaggiera Che per mercè lo varca la riviera.
Ed Origilla, che cognobbe il conte, Ben se credette alora de morire; Pallida viene ed abassa la fronte, E per vergogna non sa che se dire. Intorno ha il fiume senza varco o ponte, E gionta è in loco che non può fuggire; Ma non bisogna a lei questa paura, Ché Orlando l'ama fuor d'ogni misura.
E ben ne fece presto dimostranza, Come a lei gionse, con dolci parole. Essa piangendo, o facendo sembianza, Sì come far ciascuna donna suole, Al conte dimandava perdonanza, E tanto invilupò frasche e vïole, Come colei che a frascheggiare era usa, Che al suo fallire aritrovò la scusa.
Mentre che fu tra loro il ragionare Alla riviera sopra al verde piano, Odirno ad alto un corno risuonare Del castelletto sopra al poggio altano; E poi vidderno al ponte giù callare E scendere alla costa il castellano. Senz'arme quel vecchione in arcion era, Ma seco avea d'armati una gran schiera.
Come fu gionto, al conte fie' riguardo, E salutollo assai cortesemente; Poi, sì come era usato, quel vecchiardo Narrò la loro usanza e conveniente Del ponte ove dimora Balisardo, Qual consumata avea cotanta gente; Come era incantator, falso e ribaldo, E ciò che prima avea detto a Ranaldo.
Senza longare in più parole il fatto, Giù per quel fiume Orlando fu portato, E seco in nave Brandimarte adatto, Ed Origilla gli sedea da lato; E volse il conte sopra ad ogni patto Che Brigliador ben fusse governato. Il castellano il tolse, a giuramento Ciò promettendo; e 'l conte fu contento.
Gionti alla foce, ove il fiume entra in mare E sotto il ponte roïnoso corre, Già sotto a l'arco Balisardo appare, Che quasi pareggiava quella torre. A questo ponto vi serà che fare, Perché tutto l'inferno all'un soccorre, E l'altro è sì gagliardo di natura, Che omo del mondo contra a lui non dura.
Voi doveti, segnori, avere a mente Come era fabricata la muraglia Ove se varca quella acqua corrente: Quivi discese Orlando alla battaglia. Sopra alla entrata non era altra gente, Né porta chiusa avanti, né serraglia. Poi che fu tutto quel castel passato, Trovarno al ponte Balisardo armato.
Benché pregasse Brandimarte assai Di poter gire alla battaglia avante, Non volse Orlando aconsentir giamai, Ma trasse il brando ed isfidò il gigante. Sua Durindana, come io vi contai, Ha racquistata il bon conte d'Anglante, E comencion battaglia aspra e feroce A mezo il ponte sopra quella foce.
Or chi sentesse la destruzione De l'arme rotte, e l'elmi risuonare, E vedesse il gigante col bastone, Con Durindana il conte martellare, E piastre e maglia a gran confusïone Tirare a terra e per l'aria volare, Il mondo non ha cor cotanto ardito, Che a tal furor non fusse sbigotito.
Ambi gli scudi a quello assalto fiero Per la più parte a terra erano andati, Né l'un né l'altro avea in capo cimiero, Li usberghi in dosso han rotti e fraccassati; Né contar ve potrebbi de legiero Tutti per ponto e colpi smisurati, Ma sempre al conte cresce ardire e possa, A l'altro ormai la lena e il fiato ingrossa;
Ed è ferito ancora in molte parte, Ma più disconciamente nel costato, Onde malvaggio torna alle sue arte Per tramutarse, come era adusato; L'arme, che intorno avea tagliate e sparte, Gettarno foco e fiamma in ogni lato, Facendo sopra loro un fumo scuro; Tremò la terra in cerco e tutto il muro.
Lui si fece demonio a poco a poco: Come un biscione avea la pelle atorno, Da nove parte fuor gettava il foco, E sopra ad ogni orecchia avea un gran corno; Tutte le membre avea nel primo loco, Ma sfigurato dalla notte al giorno, Perché ha la faccia orrenda e tanto scura, Che puotea porre a ciascadun paura.
E l'ale grande avea di pipastrello, E le mane agriffate come uncino, Li piedi d'oca e le gambe de ocello, La coda lunga come un babuïno. Un gran forcato prese in mano il fello, Con esso vien adosso al paladino, Soffiando il foco e degrignando e denti, Con cridi ed urli pien d'alti spaventi.
Fecesi il conte il segno della croce, Poi sorridendo disse: - Io me credetti Già più brutto il demonio e più feroce. Via nell'inferno va, tra' maledetti, Là dove è il fuoco eterno che vi coce; E certo io provarò, se tu me aspetti Alla battaglia, come sei gagliardo, O vogli esser demonio, o Balisardo. -
Così ricominciò nuova tenzone, Né l'un da l'altro poco s'allontana. Orlando gionse un colpo nel forcone, E tutto lo tagliò con Durindana. Or ben se avidde il perfido giottone Che non gli può giovar quella arte vana, Onde si volta e fugge verso il mare; Battendo l'ale par che aggia a volare.
Orlando il segue, ed ègli ancor ben presso, Perché a seguirlo ogni sua forza aguzza; E Balisardo se afrettava anco esso: Trista sua vita se ponto scapuzza! La coda alciava per la strata spesso, Lasciando vento e foco con gran puzza; Soffia per tutto, tal spavento il tocca, La lingua più d'un palmo ha fuor di bocca.
Brandimarte ancor lui dietro si andava, Sol per veder di questa cosa il fine. L'un dopo l'altro correndo arivava Sopra al bel porto; e tra l'onde marine Presso la ripa la nave si stava, Che l'altre gente avea fatte tapine. Sopra di quella Balisardo passa, E il conte apresso, che giammai nol lassa.
Il negromante, che è di mala mena, D'un salto sopra il laccio fu passato, Ma il conte trabuccò ne la catena, E tutto intorno fu presto legato; Né fu disteso in su la prora apena, Che e marinari uscirno ad ogni lato. Tutti cridano insieme col parone: - Sta saldo, cavallier, tu sei pregione. -
Lui se scotteva e già non stava in posa, Perché esser preso da tal gente agogna, Morta di fame, nuda e pedocchiosa; Ma quel che vôl Fortuna, esser bisogna. Vermiglia avea la faccia come rosa Il conte Orlando per cotal vergogna; Due galiofardi grandi l'ebber preso Sopra alle spalle, e lo portâr di peso.
Ma Brandimarte gionse in su la riva, Che, come io dissi, avea questi seguiti; Quando la voce del suo conte odiva, Non fôr bisogno a quel soccorso inviti; Sopra alla nave de un salto saliva, E quei ribaldi, tutti sbigotiti, Lasciano Orlando e non san che si fare: Chi fugge a poppa, e chi salta nel mare.
E certo di ragione avean paura, Ché come al libro de Turpino io lezo, Duo pezzi fece de uno alla centura, E partì uno altro nel petto per mezo, Sì come avesse a ponto la misura. Lor, ciò mirando e temendo di pezo, Fuggian ciascun tremando e sbigotito; Or fuor di novo è Balisardo uscito.
Fuor della poppa uscì l'alto gigante, Che in la sua propria forma era tornato; Le gente della zurma, che eran tante, Chi se pose a sue spalle, e chi da lato. L'arme avean ruginente tutte quante, Quale è discalcio, e quale era strazato, Ben che sian gente al navicar maestre; E tutti han tarche e dardi e gran balestre.
Per Balisardo avean ripreso core, Cridando tutti insieme la canaglia, Che non se odì giamai tanto romore. Nel mezo della nave è la battaglia; Tra lor dà Brandimarte a gran furore, Ché tutti non li stima una vil paglia; Man roverso e man dritto il brando mena: Tutta la nave è già di sangue piena.
Così menava Brandimarte ardito, Fendendo a chi la testa a chi la panza. Ora ecco Balisardo ebbe cernito, Che de una torre armata avea sembianza. Già non bisogna che si mostri a dito, Ché undeci palmi sopra gli altri avanza; E Brandimarte verso lui s'accosta, E dietro a meza coscia il colpo aposta.
Più basso alquanto il brando fu disceso, Ché e colpi non si ponno indovinare; Tagliò le gambe, e cadde. Di quel peso La nave se piegò per affondare. Il busto sopra il legno andò disteso, Ed ambe due le gambe andarno in mare; Qua non vale arte de negromanzia, Ché Brandimarte il tocca tuttavia.
Lui chiamava il demonio con tempesta, Alïel, Libicocco e Calcabrina; Ma Brandimarte gli tagliò la testa, E via nel mar la trasse con roina. Or se incomincia de' morti la festa Tra la zurmaglia misera e tapina: Chi salta in mare, e chi nella carena, Chi per le corde scappa in su l'antena.
Tutta la gente misera e diserta Fu dissipata, come io vi ho contato, E non rimase sopra la coperta Se non il conte, che era incatenato, E Balisardo, concio come il merta, E Brandimarte, che era già montato Sopra la poppa, e là trovò il parone, Che avante a lui se pose ingenocchione,
Misericordia sempre dimandando, Ed acquistò perdono umanamente; E tornò Brandimarte al conte Orlando E tutto il dislegò subitamente. Poi col parone entrambi ragionando, E fatta ritornar quella altra gente, De ciò che è fatto, non se dànno affanno: Quei che son morti, lor se ne hanno il danno.
E poi che insieme fôr pacificati, Come io ho detto, incominciò il parone: - Segnori, io so che ve meravigliati, Ché da meravigliare è ben ragione, De questo loco ove seti arivati, Quando per forza de incantazïone Se facea Balisardo trasformare, Ch'è quivi occiso, e gettarenlo in mare.
Perché intendiati il fatto meglio avante, Il tutto vi farò palese e piano. Un vecchio re, nomato Manodante, A Damogir se sta, ne l'occeàno, Ove adunate ha già ricchezze tante, Che stimar nol potria lo ingegno umano; Ma la Fortuna in tutto a compimento Né lui né altrui giamai fece contento.
Però che per duo figli il re meschino È stato e stanne ancora in gran dolore; Il primo fu involato piccolino Da un suo schiavo malvaggio e traditore. Io viddi il schiavo, e nomase Bardino, Picchiato in faccia e rosso di colore, Coi denti radi e col naso schiazato: Portò il fanciullo, e mai non è tornato.
A l'altro giovanetto ène incontrata, Come odireti, una sventura strana, Perché pregione è fatto de una fata. Non so se odesti mai nomar Morgana; Quella del giovanetto è inamorata, Quale ha beltate angelica e soprana, Per ciò l'ha chiuso in un loco profondo: Di fuor per forza nol trarebbe il mondo.
Ma lei fatto have al re promissïone Lasciare il giovanetto salvo e sano, Se un cavallier gli può donar pregione, Che Orlando è nominato, il Cristïano; Però che un'opra de incantazione, Fabricata in un corno troppo istrano, Che serebbe a contar molta lunghezza, Disfece il cavallier per sua prodezza.
Onde lo vôl pregione a ogni partito La fata, e ben lo avrà, s'io non me inganno; Ma, perché egli è feroce e tanto ardito, Se avrebbe nel pigliarlo molto affanno; Per ciò quel Balisardo che è perito (Così se n'abbi in sua malora il danno), Presente il nostro re se dette il vanto De dargli Orlando preso per incanto.
Ma sino ad or non gli è venuto fatto, Benché ha pigliate già gente cotante, Che io non potrei contarle a verun patto. Fovi preso un Grifone e uno Aquilante, Ed uno Astolfo a quel laccio fu tratto, E fu preso un Ranaldo poco avante, E seco un altro giovane garzone; Se ben ramento, egli ha nome Dudone.
L'altra gente ch'è presa, è molta troppa, Né mi basta a contarli lo argumento; Tutti son scritti là sotto la poppa, E legger vi si pôn, chi n'ha talento. Ma tante foglie non lascia una pioppa Là nel novembre, quando soffia il vento, Quanti ènno e cavallier che quel gigante Fatto ha condur pregioni a Manodante. -
Mentre che quel paron così parlava, Orlando dentro se turbò nel core, Perché color che costui nominava Della Cristianitate erano il fiore, Ed egli ad uno ad un tutti gli amava, Ed avea di sua presa gran dolore; E destinò tra sé quel franco sire De trargli di prigione, o de morire.
E poi che quel paron si stette queto, Che alcun di lor più non stava ascoltare, Parlò con Brandimarte di secreto, A lui dicendo ciò che voglia fare; Poi mostrandosi il conte in volto lieto Prega il paron che lo voglia portare Avanti al re, però che al suo comando Gli dava il cor de appresentargli Orlando.
E così, navicando con bon vento, Fôrno condutti a l'Isole Lontane; E quei duo cavallier pien de ardimento Al re s'appresentarno una dimane Sopra una sala, che d'oro e d'argento Era coperta de figure strane; Ché ciò che è in terra e in mare e nel celo alto, Là dentro era intagliato e posto a smalto.