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Orlando innamorato

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Ed era il ciel de stelle tutto pieno Prima che alcun parlasse del partire, Però che aveano al cor tanto veleno, Che se credean l'un l'altro far morire. Poi che la luce venne al tutto meno, Restarno, per vergogna, di ferire, Perché in quel tempo combattere al scuro Opra non era di baron sicuro.

Diceva Orlando: - Pôi ringrazïare Il giorno che è partito, e il vivo sole, Che alquanto t'ha la morte a indugïare, E certamente me ne incresce e dole. - Dice Ranaldo: - Ciò lasciamo andare: Io vo' che meco vinci di parole; Ma già di fatto vantaggio non hai, Né creder, fin ch'io viva, averlo mai.

E fino ad ora io sono apparecchiato (Per mostrar ch'io non ho di te paura) Di trare al fin lo assalto cominciato, Ch'io non te stimo, o giorno, o notte oscura. - Rispose il conte: - Ladro, scelerato, Che pur convien mostrar la tua natura, Come sei uso, tristo, doloroso, Far guerra al scuro, nel bosco nascoso.

Io vo' teco azzuffarme al giorno chiaro, Perché tu vedi il tuo dolor palese, E che prender non possi alcun riparo, Né fuggirti da me, né far diffese. - Disse Ranaldo: - Adunque e' m'è ben caro Esser tanto lontano al mio paese, Per non dar quel dolore al duca Amone, Poi che morir convengo a ogni rasone.

Io so combatter nel bosco nascoso, E nel monte alto e all'aperta pianura, E fo battaglia al giorno luminoso, Matina e sera e ne la notte scura. Or tu sei solo al mondo glorïoso, Ed hai de l'onor tuo cotanta cura, Che non combatti se no' al sole altiero, Credendo altrui smarir col tuo quartiero. -

Stavan gli altri baroni a lor d'intorno, Quei de la rocca e quei de la regina, Che avean lasciata sua battaglia il giorno Per mirar de costor l'alta ruina. Tra questi fo ordinato far ritorno Sopra quel campo ne l'altra matina, E diffinir la ultima battaglia, Chi più de ardire e di possanza vaglia.

Così tornorno questi nel girone, Orlando, dico, e la sua compagnia; E gli altri ciascadun al pavaglione. Or suonar trombe e gran corni se odìa, Diversi cridi de istrane persone; Ed alti fuochi al campo se vedia, E per le mura d'intorno alla rocca Spesse lumere; e la campana ciocca.

Angelica, di dame accompagnata, Venne a trovare Orlando paladino Dentro alla zambra ricca ed apparata: Quivi ha frutti, confetti e bon vino. La sopravesta il conte avea stracciata, E rotto il scudo d'ôr da l'armelino, E perduto il cimier del dio d'amore, Unde di doglia gli crepava il core.

Ed aveva tal doglia nel pensiero, Che non sa dir se egli è morto né vivo, Se quella dama chiedesse il cimiero, O domandasse come ne fo privo. Ma de ciò dubitar non fo mestiero, Ché lei, ad antiveder troppo cativo, Ciò che vedeva che al conte gradava, Quel gli chiedeva, e sol di ciò parlava.

Ma, così ragionando con diletto De la battaglia che era stata al piano, Non so come, ad Orlando venne detto, Che là giuso era il sir de Montealbano. La dama se commosse nello aspetto, Odendol nominare a mano a mano; Ma come quella che era saggia e trista, Coperse il suo pensier con falsa vista.

E disse al conte: - Io ho malenconia, Ché oggi stetti a le mura tutto 'l giorno, E mai tra gli altri io non te cognoscia, Cotanta gente ti stava d'intorno. Ma se volesse la ventura mia Che una sol fiata, de tutte arme adorno, Io te vedessi bene adoperare, Dio d'altra cosa non voria pregare.

Benché spietata sia Marfisa e dura, Io certamente pur voglio provare Se per un giorno mi farà sicura, Tanto ch'io possa una zuffa mirare; E solo or penso a cui doni la cura Che vada la salvezza ad impetrare. Qual serà quel che a lei ne vada avante? Io mandarò lo ardito Sacripante. -

Così fu dimandato incontinente Re Sacripante ad Angelica bella. Questo avea il core e le medolle ardente D'amor soperchio per quella donzella, Come odireti nel libro sequente. Or, seguitando la nostra novella, La dama, ragionando a lui, divisa Quel che impetrar desidri da Marfisa.

E lui se parte, ed al campo se accosta, Benché sia oscuro il cel, come io vi conto; E fece alla regina la proposta, Come davante a lei fo prima gionto. Ebbe subito grata e tal risposta, Qual seppe dimandare a ponto a ponto; La littra è suggillata, e con bel dire Fu ogniom securo al ritornare e al gire.

Ogni stella del celo era partita, Fuor quella che va sempre al sol davante; E la rugiada per l'aria fiorita Se vedea cristallina e lustrigiante; Il celo, a la bell'alba ora apparita, D'oro e di rose avea preso sembiante; E, per dir questo in simplice parole, La notte è gita e non è gionto il sole,

Quando la dama, mossa di quel caldo Che agiaccia l'intelletto ed arde il core, De Angelica dico io, che per Ranaldo Se consumava nel foco d'amore, Fuora del letto se levò di saldo; E non aspetta il giorno o il suo splendore, Ché ogni altro tempo li par speso invano Fuor che a vedere il sir de Montealbano.

E poi che seppe, come io ve contai, Che esso nel campo al basso dimorava, Tutta la notte non dormì giamai, Né prese possa, e sol di lui pensava. Sperando in zoia e sospirando in guai L'alba serena e il bel giorno aspettava, Però che ogni sua voglia e suo desire È di veder Ranaldo, e poi morire.

Ma il conte Orlando, senza altro pensiero, Era dormendo nel letto colcato, E sempre, in sogno, quello animo fiero Stava alla zuffa del giorno passato; Né credo che sia al mondo cavalliero Che non si fosse alquanto spaventato Mirando il conte in quel sonno dissolto, Tanto feroce e orribile è nel volto.

La damigella venne a lui soletta, E ponto non l'ardiva risvegliare; Ma come fa qualunche il tempo aspetta, Che l'ora un giorno, e il giorno un mese pare, Così la dama, che avea maggior fretta Che 'l conte Orlando assai de cavalcare, Or col viso suave, or con la mano, Svegliò, toccando, il cavallier soprano.

- Su, - disse ella - baron! Non più dormire, Ché da ogni parte già se scopre il giorno; Io me levai, ché me parve de odire Là giù nel campo al basso uno alto corno; E perché io voglio con teco venire E, se a Dio piace, far teco ritorno, Son venuta a svegliarti per me stessa; E da te voglio un dono in tua promessa. -

Il conte al suo bel viso remirando Tutto se accese de amoroso foco, E la dama abracciò tutto tremando, Benché soletti fussero in quel loco. Dicea la dama: - Io son al tuo comando; Ma se me ami, barone, aspetta un poco, Ché quel ch'io dico per farti sicuro, Su la mia fede ti prometto e giuro.

Io ti prometto che a ogni tuo volere Soletta in questo loco, come io sono, Ti lasciarò di me prender piacere, Se me prometti ed attendi un sol dono, Perch'io voglio comprendere e vedere Stu me ami come mostri in abandono; E quel ch'io voglio e quel ch'io ti dimando, È una battaglia sola al mio comando.

Ma se tu forse sei tanto inumano, Che prenda il tuo piacere al mio dispetto, Tenuto ne sarai sempre villano, E tornarate in pianto quel diletto, Perch'io me occiderò con la mia mano, E passaromme in tua presenza il petto; Sì ch'in te solo e in tuo arbitrio dimora Se vôi ch'io mora, o vôi che viva ancora. -

Al fin delle parole lacrimando Abassò il viso con molta pietate; Non puotè più soffrire il conte Orlando, Ma più di lei piangeva in veritate; E con somessa voce ragionando, Sempre chiedea perdon con umiltate, Dando la colpa del passato errore Al core ardente ed al superchio amore.

Poi l'un promesse a l'altro in sacramento Di servar le dimande tutte a pieno. Il lume della luna era già spento, E il sole uscia del mare al ciel sereno, Quando quel cavallier pien de ardimento, Che mai di sua bontà non venne meno, Per provvederse alla cruda battaglia Tutto di piastra si copre e di maglia.

E benché fusse d'animo virile E non temesse il mondo tutto quanto, Pur tutte l'arme guarda per sotile, Ambedue le scarpette e ciascun guanto, Ché ben cognosce il cavallier gentile Che 'l suo inimico si donava il vanto D'alta prodezza in ogni baronaggio; Però non vôl ch'egli abbia alcun vantaggio.

Poi che di piastra fu tutto coperto Ed ebbe il suo bon brando al fianco cinto, Angelica la bella gli ebbe offerto Un cimiero alto e un scudo d'ôr destinto. Era il cimiero uno arboscello inserto, E il scudo a tale insegna ancor dipinto. L'elmo s'allaccia quel baron soprano, Monta a destriero e prende l'asta in mano.

Li altri, per fare ad esso compagnia, Senza arme in dosso giù calarno al piano; Quivi Aquilante e Grifon se vedìa, Brandimarte vien presso e il re Ballano; Il conte dopo questi ne venìa, Ed Angelica seco a mano a mano Sopra d'un palafren bianco ed amblante; Il re Adrïan vien dietro e Sacripante.

Rimase nella rocca Galafrone, E seco Chiarïon, che era ferito. Or diciamo de Orlando campïone: Come fo gionto nel prato fiorito, Sonando il corno sfida il fio d'Amone, Qual già nella campagna era apparito Tutto coperto a piastra e maglia fina; E seco al par Marfisa la regina.

Lei senza l'elmo el viso non nasconde: Non fu veduta mai cosa più bella. Rivolto al capo avea le chiome bionde, E gli occhi vivi assai più ch'una stella; A sua beltate ogni cosa risponde: Destra ne gli atti, ed ardita favella, Brunetta alquanto e grande di persona: Turpin la vide, e ciò di lei ragiona.

Angelica a costei già non somiglia, Che era assai più gentile e delicata: Candido ha il viso e la bocca vermiglia, Suave guardatura ed affatata, Tal che a ciascun mirando il cor gli empiglia: La chioma bionda al capo rivoltata, Un parlar tanto dolce e mansueto, Ch'ogni tristo pensier tornava lieto.

Questa ne andava con Orlando a mano, Come poco di sopra io ve ho contato; E quella col segnor de Montealbano, Che incontra gli venìa da l'altro lato, Con l'arme in dosso sopra Rabicano. Torindo e il duca Astolfo disarmato, Prasildo e Iroldo pien di vigoria, Fanno a Ranaldo onore e compagnia.

Ma poi che fôrno gionti a i verdi prati, Ciascun si stette dal suo lato alquanto; Suonando il corno si fôrno sfidati Quei duo che han di prodezza al mondo il vanto. Pregovi, bei segnor, che ritornati Ad ascoltarme nel seguente canto, Perché de l'altre zuffe ch'io contai Questa è più fiera ed è maggior assai.

Canto ventesimottavo

Chi provato non ha che cosa è amore, Biasmar potrebbe e due baron pregiati, Che insieme a guerra con tanto furore E con tanta ira se erano afrontati, Dovendosi portar l'un l'altro onore, Ch'eran d'un sangue e d'una gesta nati: Massimamente il figlio di Melone, Che più della battaglia era cagione.

Ma chi cognosce amore e sua possanza, Farà la scusa di quel cavalliero; Ché amore il senno e lo intelletto avanza, Né giova al provedere arte o pensiero. Giovani e vecchi vanno alla sua danza, La bassa plebe col segnore altiero; Non ha remedio amore, e non la morte; Ciascun prende, ogni gente ed ogni sorte.

E ciò se vide alora manifesto, Ché Orlando, qual di senno era compito, Di sua natura si cangiò sì presto, E venne impazïente allo appetito; Ed a Ranaldo se fece molesto, Col qual fu de amistà già tanto unito. Ora nel campo a morte lo desfida, Suonando il corno ad alta voce crida:

- Non hai vicino il forte Montealbano, Che possa con sue mure ora camparte; Non è teco il fratel de Vivïano, Qual ti possa giovar con sua mala arte. Chi te potrà levar dalla mia mano? Come andarai fuggendo ed in qual parte? Non è citade al mondo o tenimento, Ove non abbi fatto un tradimento.

Belisandra robbasti in Barbaria, Quando gli andasti come mercadante. Vôi tu forse tornar per quella via, O fuggir per il regno de Levante Dove sette fratei per tua folìa E per le fraude tue, che son cotante, A tradimento son condutti a morte? Forse in Tesaglia andar te riconforte?

Re Pantasilicor da te fo preso, Né usata fu più mai tanta viltate, Perché, essendo pregion, da te fu impeso, Sì che non passarai per sue contrate. E già non posso a pieno aver inteso Tutte le tue magagne e crudeltate; Ma so che a Montalbano a notte scura Né al chiaro giorno è la strata sicura.

So che robbasti il tesoro indïano, Che a me toccava per dritta ragione, Perché il re de India, Durastante, al piano Fu da me morto, e non da te, ladrone. Sotto la tregua del re Carlo Mano Robbasti al re Marsilio il suo Macone. Ora te penti, e fa che ben m'intenda: Oggi di tanto mal farai l'amenda. -

Ranaldo fece al conte aspra risposta, Forte suonando il suo corno bondino, Dicendo dopo il suon: - Vieni a tua posta, Ché or sei vasso ed eri paladino, E poi che la tua mente è pur disposta Far la vendetta d'ogni Saracino, Di qualunque sia morto in ogni lato, Preso o disfatto, o sia da me robbato.

Ma a te ramento che aggio a vendicare La morte iniqua d'ogni cristïano. Don Chiaro il paladin vo' ricordare, Che l'occidesti in campo di tua mano; Perciò se ebbe Girardo a disperare, E per tua colpa divenne pagano. Ascolta, renegato e maledetto: Chi dà cagione al mal, lui n'ha il diffetto.

Il padre de Olivier, malvaggio cane, Venne per tua cagion da Carlo occiso; Ranaldo di Bilanda per tue mane Avanti al vecchio patre fo diviso. E tu quando ti levi la dimane, Credi acquistar zanzando il paradiso Con croce e patrinostri? Altro ci vôle Che per rei fatti dar bone parole.

Ricordate, crudel, che a Monteforte, Per prender quel castello a tradimento, Il franco re Balante ebbe la morte, E ciò fu ben di tuo consentimento, Ché stavi apresso a Carlo Magno in corte; Né ti bastando il core o l'ardimento Di scontrarti con lui sopra al sentiero, Altrui mandasti, e fu morto Rugiero. -

Queste parole ed altre più diverse Dicea Ranaldo con voce rubesta. Ora più oltra il conte non sofferse, Ma contra lui se mosse a gran tempesta; Ciascadun sotto il scudo si coperse, E con alto furor la lancia arresta, E vengonsi a ferir con ardimento: Sembrâr quei duo destrier folgor e vento.

Come nel celo o sopra la marina Duo venti fieri, orribili e diversi Scontrano insieme con molta roina, E fan conche e navigli andar roversi; E come un rivo dal monte declina, Con sassi rotti ed arbori dispersi; Così quei duo baron pien di valore Se urtarno con altissimo rumore.

Non fu piegato alcun di loro un dito, A benché delle lancie smisurate Ciascun troncone insino al celo è gito. Già son rivolti ed han tratto le spate; Né intorno fu pagan cotanto ardito Che non se sbigotisse in veritate, Quando l'un l'altro rivoltò la faccia Piena de orrore e de ira e de minaccia.

Non vide il mondo mai cosa più cruda Che il fiero assalto di questa battaglia, E ciascun sol mirando trema e suda: Pensati che fa quel che se travaglia! In più parte avean lor la carne nuda, Ché mandate han per terra piastra e maglia. Ranaldo sopra al conte se abandona, Nel forte scudo il gran colpo risuona.

Il scudo aperse e il brando dentro passa: Sopra la spalla gionse al guarnimento, La piastra del braccial tutta fraccassa. Sente a quel colpo il conte un gran tormento; Adosso de Ranaldo andar se lassa, E ben sembra al soffiar tempesta e vento; A man sinestra gionge il brando crudo, Sino alla spalla rompe e parte il scudo.

A poco a poco più l'ira s'accende: Ranaldo sopra l'elmo gionse il conte; Taglio del brando a questo non offende, Però che era incantato e fu de Almonte, Ma il cavallier stordito se distende Per quel colpo superbo che ebbe in fronte, E rivenne in se stesso in poco d'ora; Ira e vergogna al petto lo divora.

Stringendo e denti, il forte paladino Mena a Ranaldo un colpo nella testa: Gionse ne l'elmo che fu de Mambrino; Non fu veduta mai tanta tempesta. Quel baron tramortito andava e chino, Via fugge Rabicano, e non s'arresta, Intorno al campo, e par che metta l'ale; Al conte Orlando il suo spronar non vale.

Non fu veduto mai tanto peccato, Quanto era di Ranaldo valoroso, Ch'era sopra l'arcione abandonato, E strasinava il brando al prato erboso; Fuor de l'elmo uscia il sangue da ogni lato, Però che a quel gran colpo furïoso Tanta angoscia sofferse e tanta pena, Che 'l sangue gli crepò fuor d'ogni vena.

Fuor della bocca usciva e fuor del naso, Già ne era l'elmo tutto quanto pieno; Spirto nel petto non gli era rimaso, Correndo il suo destriero a voto freno. E così stette in quel dolente caso Quasi una ora compita, o poco meno; Ma non fu giamai drago ni serpente Quale è Ranaldo, allor che se risente.

Non fu ruina al mondo mai maggiore, Ché l'altre tutte quante questa passa; Strazia dal petto il scudo, e con rumore Contro alla terra tutto lo fraccassa. Fusberta, il crudo brando, a gran furore Stringe a due mane e le redine lassa, E ferisce cridando al forte conte: Proprio lo gionse al mezo della fronte.

Non puotè il colpo sostenire Orlando, Ma su le croppe la testa percosse; Le braze a ciascun lato abandonando, Già non mostra d'aver l'usate posse. Di qua di là se andava dimenando, Ed ambe l'anche di sella rimosse; Poco mancò che 'l stordito barone Fuor non uscisse al tutto de l'arzone.

Ma come quel che avea forza soprana, Ben prestamente uscì di quello affanno, E, riguardando la sua Durindana, Dicea: "Questo è il mio brando, o ch'io m'inganno; Questo è pur quel ch'io ebbi alla fontana, Che ha fatto a' Saracin già tanto danno. Io me destino veder per espresso S'io son mutato o pur se 'l brando è desso."

Così diceva: ed intorno guardando, Vidde un petron di marmore in quel loco; Quasi per mezo lo partì col brando Persino al fondo, e mancòvi ben poco. Poi se volta a Ranaldo fulminando; Torceva gli occhi, che parean di foco, D'ira soffiando sì come un serpente; Mena a due mani e batte dente a dente.

O Dio del celo, o Vergine regina, Diffendete Ranaldo a questo tratto, Ché 'l colpo è fiero e di tanta ruina, Che un monte de diamanti avria disfatto. Taglia ogni cosa Durindana fina, Né seco ha l'armatura tregua o patto; Ma Dio, che campar volse il fio d'Amone, Fece che 'l brando colse di piatone.

Se gionto avesse la spada di taglio, Tutto il fendeva insino in su l'arcione; Sbergo ni maglia non giovava uno aglio, Ed era occiso al tutto quel barone. Ma fu di morte ancora a gran sbaraglio, Ché il colpo gli donò tal stordigione, Che da l'orecchie uscia il sangue e di bocca; Con tanta furia sopra l'elmo il tocca.

Tutta la gente che intorno guardava Levò gran crido a quel colpo diverso; E Marfisa tacendo lacrimava, Perché pose Ranaldo al tutto perso. Il conte ad ambe mano anco menava Per tagliar quel baron tutto a traverso; E ben puoteva usar di cotal prove: Ranaldo è come morto e non se move.

Quel colpo sopra lui già non discese, Ché Angelica alla zuffa era presente. Lei tenne il conte, e per il braccio il prese, Ed a lui volta con faccia ridente, Disse: - Barone, egli è chiaro e palese Che tra gentile e generosa gente Solo a parole se osserva la fede: Senza giurare l'uno a l'altro crede.

Questa matina promisi e giurai Per una volta di farti contento, E come e quando tu comandarai; Ma prima tu dèi trare a compimento Una impresa per me, come tu sai, La qual comandar posso a mio talento; Sì che io te dico, franco paladino, Incontinente pòneti a camino.

Prendi la strata per questa campagna, Né te curar de indugia né de posa, Sin che sei gionto nel regno de Orgagna, Là dove trovarai mirabil cosa; Ché una regina piena di magagna (Così Dio ne la faccia dolorosa!) Ha fabricato un giardin per incanto, Per cui destrutto è il regno tutto quanto.

Perché alla guarda del falso giardino Dimora un gran dragone in su la porta, Qual ha deserto intorno a quel confino Tutta la gente del paese, e morta; Né passa per quel regno peregino, Né dama o cavalliero alla sua scorta, Che non sian presi per quelle contrate, E dati al drago con gran crudeltate.

Onde te prego, se me porti amore, Come ho veduto per esperïenza, Che questa doglia me levi del core, De la qual più non posso aver soffrenza; E so ben che cotanto è il tuo valore E 'l grande ardire e l'alta tua potenza, Che, abenché il fatto sia pericoloso, Pur nella fin serai vittorïoso. -

Orlando alla donzella presto inchina, Né se fece pregar più per nïente, E con tanto furor ratto camina, Che uscito è già di vista a quella gente. Or, menando fraccasso e gran roina, Il fio d'Amon turbato se risente; Strenge a due mano il furïoso brando Credendo vendicarse al conte Orlando.

Ma quello è già lontan più de una lega: Ranaldo se 'l destina di seguire, Ché mai non vôl con lui pace né trega, Sin che l'un l'altro non farà morire. Marfisa, Astolfo e ciascuno altro il prega, E tanto ogniom di lor seppe ben dire, Che Ranaldo, che avea la mente accesa, Pur fu acquetato e lasciò quella impresa.

Questo fin ebbe la battaglia fella. Tornò Ranaldo a farse medicare; Parlar li volse Angelica la bella, Lui per nïente la volse ascoltare, Ché tanto odio portava a la donzella, Che apena la puoteva riguardare. Or lei si parte e vien sopra al girone; Ranaldo in campo torna al paviglione.

Su nella rocca ritornò la dama, E de amor si lamenta e di fortuna; Piange dirottamente e morte chiama, Dicendo: "Or fo giamai sotto la luna Per l'universo una donzella grama, O nello inferno passò anima alcuna, Che avesse tanta pena e tale ardore, Quale io sostengo a l'affannato core?

Quel gentil cavallier l'alma m'ha tolta, Né vôl ch'io campa, e non mi fa morire, Ed è tanto crudel, che non m'ascolta. Che al manco gli potessi io fare odire Li affanni che sostengo, una sol volta, E di poi presto mia vita finire! Ché dopo morte ancor sarei contenta, Se egli ascoltasse il dôl che mi tormenta.

Ma ciascuna alma disdegnosa e dura Amando e lacrimando al fin se piega, Sì che speranza ancor pur mi assicura Che a un tempo mi darà quel che or mi niega; E sol di quello è la bona ventura, Che pacïenzia segue e piange e priega; E, s'io son fuor di tal condizïone, Pur stato non serà per mia cagione.

Io vincerò la sua discortesia; Ancor se placherà, se ben fia tardo, Faràgli ancor pietà la pena mia, E 'l fuoco smisurato ove io dentro ardo. Poi che seguir conviensi questa via, Io vo' mandarli adesso il suo Baiardo, Ché, come intendo e per ciascun se nara, Cosa del mondo a lui non è più cara.

Orlando più non tornarà giamai, Ché non giovarà forza né sapere, Allo estremo periglio ove il mandai: Far posso del destriero il mio parere. Ahi re del cel! come forte fallai A far perir colui che ha tal potere! Ma Dio lo sa ch'io non puote' soffrire Quel che tanto amo vederlo morire.

Ora fia morto il bon conte di Brava, Sol per campar la vita al fio d'Amone. Quel molto più che sua vita me amava, Questo non ha di me compassïone; E certo conscïenza assai me grava, E vedo ch'io fo pur contra ragione: Ma la colpa è d'Amor, che senza legge E soi subietti a suo modo corregge."

Così dicendo chiede una donzella, Che fu con lei creata piccolina, Di aria gentile e di dolce favella; Alla sua dama davanti se inchina. Disse Angelica a lei: - Va, monta in sella Calla nel campo di quella regina, Qual per suo orgoglio, contra ogni ragione, Sta nello assedio di questo girone.

Tu montarai sopra il tuo palafreno: Baiardo, quel destrier, menalo a mano. Di tende e paviglioni il campo è pieno: Cerca tu quel del sir de Montealbano. A lui del bon destrier dà in mano il freno, E digli, poi ch'egli è tanto inumano Che comporta ch'io pèra in tante brame, Non vo' che il suo ronzon mora di fame.

Io non potrebbi mai già comportare, Che 'l suo destrier patisse alcun disaggio, A benché lui mi venne assedïare, E femmi oltra al dover cotanto oltraggio. Sol d'una cosa me può biasimare: Ch'io l'amo oltra misura; ed ameraggio Sin che avrò spirto in core e sangue adosso, O voglio o non, però che altro non posso.

A lui ragionarai in cotal guisa, Ed a trarne risposta abbi lo ingegno; Ché tanto è la pietà da quel divisa, Che forse di parlarti avria disdegno. Partendoti da lui, vanne a Marfisa, Né far de onore o reverenzia un segno; Senza smontar d'arcione a lei te accosta, E da mia parte fa questa proposta.

Diragli ch'io credetti che Agricane Dovesse per suo esempio spaventare E le genti vicine e le lontane Dal non dover con me guerra pigliare; Ma da poi ch'essa ancor non se rimane, Che gli altri se potranno ammaestrare Per lo esempio di lei, che tanto è paccia, Che bisogno ha d'aiuto e pur minaccia. -

La damisella uscì di quel girone, E giù nel campo subito discese; La sua ambasciata fece al fio d'Amone Con bassa voce e ragionar cortese: Sempre parlando stette ingenocchione. Io non so dir se ben Ranaldo intese, Ché, come prima odì chi la mandava, Voltò le spalle e più non l'ascoltava.

Era con lui Astolfo al paviglione, Il qual, veggendo la dama partire, Che seco ne menava il bon ronzone, Subitamente la prese a seguire, Dicendo a lei che per dritta ragione Questo destrier potrebbe ritenire Come sua cosa, poi che era palese Che esso l'avea condutto in quel paese.

A concluder, la dama puotea meno, E il modo non avea da contrastare, Onde se lasciò tuor di mano il freno: Adietro l'ebbe Astolfo a remenare. Or per quel campo d'arme tutto pieno La messagiera se pone a cercare: Cerca per tutto, e mai non se rafina, Sin che fu gionta avanti alla regina.

E non se sbigotì di sua presenzia, Ma fece sua proposta alteramente, Con ardire mestiato di prudenzia. Quella regina, che ha l'animo ardente, La odìa parlar con poca pacïenzia, E sol rispose: - Bene è tostamente Il minacciar d'altrui; ma il fin del gioco È di cui fa de' fatti e parla poco. -

Lasciamo il ragionar della donzella, La qual, nel modo che aviti sentito, Tornò davanti ad Angelica bella; E ragionamo di quel conte ardito, Che per li fiori e per l'erba novella Via caminando è de una selva uscito; Fuor della selva, a ponto in su quel piano, Armato è un cavallier con l'asta in mano.

Sopra d'una acqua un ponte marmorino Tenìa quel cavallier in sua diffesa; Alla ripa del fiume, ad un bel pino Stava una dama per le chiome impesa, La qual facea lamento sì tapino, Che avrebbe di dolor quella acqua accesa; Sempre soccorso e mercede domanda, Di pianto empiendo intorno in ogni banda.

Di lei molta pietà si venne al conte, E per ella sligare al pino andava. Ma il campïon, che armato era sul ponte, - Non andar, cavallier! - forte cridava - Ché fai a tutto il mondo oltraggio ed onte, Dando soccorso a quella anima prava; Perché l'antiqua etade e la novella Non ebbe mai più falsa damigella.

Per sua malizia sette cavallieri Sono perduti e per sua fellonia. Ma ciò contarti non mi fa mestieri, Che troppo è lungo: vanne alla tua via; Lasciala stare e prendi altri pensieri. - Cari segnori e bella baronia, Stati contenti a quel che aveti odito: Per questa fiata il canto è qui finito.

Canto ventesimonono

Ne l'altro canto io ve contai che Orlando Vide il bel pino a lato alla riviera, Dove la dama impesa lacrimando Avria mosso a pietate un cor di fiera; E mentre che lui stava riguardando, Quello altro campïon con voce altiera Gli disse: - Cavallier, va alla tua via, Né dare aiuto a quella dama ria.

La quale adesso ha ben tutta sua voglia, Poi che sta impesa con le chiome al vento, E voltasi leggier come una foglia; E ben fo questo sempre il suo talento: Or con vana speranza, or certa doglia Tenir li amanti in estremo tormento. Come al vento si volge per se stessa, Così sempre rivolse ogni promessa. -

Rispose il franco conte: - In veritate, Nella mia mente non posso pensare, Non che aprir gli occhi a tanta crudeltate; In ogni modo la voglio campare, Né credo che abbi in te tanta viltate, Che a questa cosa debbi contrastare. Se offeso sei e di vendetta hai brama, Ciò non conviene oprar sopra a una dama. -

- Questa donzella - disse il cavalliero - Fo sempre sì crudele e dispietata, E tanto vana e d'animo leggiero, Che drittamente è quivi condennata. Ma tu forse, baron, tu forastiero Non sai la istoria di questa contrata, Però pietà te muove a dar soccorso A quella che è crudel più che alcuno orso.

Ascolta, ch'io te prego, in qual mainera Ben iustamente e per dritta ragione Fosse nel pino impesa quella fiera. Lei nacque meco in una regïone, E fo per sua beltade tanto altiera, Che mai non fo mirato alcun pavone Che avesse più superbia nella coda, Quando la sparge al sole ed ha chi 'l loda.

Origille è il suo nome, e la citade Dove nascemmo Batria è nominata. Io l'amai sempre dalla prima etade, Come piacque a mia sorte isventurata; Lei or con sdegni, or con finta pietade, Promettendo e negando alcuna fiata, Me incese di tal fiamma a poco a poco, Che tutto ardevo, anzi ero io tutto un foco.

Un altro giovanetto ancor l'amava; Non più di me, ché più non se può dire, Ma giorni e notti sempre lacrimava, Quasi condutto a l'ultimo morire. Locrino il cavallier si nominava, Qual soffrea per amor tanto martìre, Che giorno e notte, lacrimando forte, Chiedea per suo ristor sempre la morte.

Lei l'uno e l'altro con bone parole E tristi fatti al laccio tenìa preso, Mostrandoci nel verno le vïole, E il giaccio nella state al sole acceso; E benché spesso, come far si suole, Fosse l'inganno suo da noi compreso, Non fo l'amor d'alcuno abandonato, Credendo più ciascuno essere amato.

Più volte avante a lei mi presentai, Formando le parole nel mio petto, Ma poi redirle non puote' giamai, Ché, come io fu' condutto al suo cospetto, Quel che pensato avea, domenticai, E sì perdei la voce e l'intelletto E tutti e sentimenti per vergogna, Ch'era il mio ragionar d'un om che sogna.

Pur mi diè amore al fin tanta baldanza, Che un tal parlare a lei da me fu mosso: "Se voi credesti, dolce mia speranza, Ch'io potessi soffrir quel che io non posso, E che la vita mia fosse a bastanza Del foco che m'ha roso insino a l'osso, Lasciati tal pensiero in abandono, Ché se aiuto non ho, morto già sono.

Ciò vi giuro, ed è vero, e non ve inganno; E pensar ben doveti in vostro core Che l'uom die' sostener l'estremo danno Prima che 'l provi il suo amico maggiore; Perché essendo ingannato, ogni altro affanno, Anci la morte, è ben pena minore, Perché alla fine ogni martìre avanza Trovarsi vana l'ultima speranza.

Ben lo sa Dio che in altri non ho spene, E che voi seti quella che più amo; Soffrir non posso ormai cotante pene: A l'estremo dolor mercè vi chiamo. Camparme al vostro onor ben si conviene, Ché sol per voi servir la vita bramo, E, se aiuto non dati al mio gran male, Io moro, e voi perdeti un cor leale."

Non fuor queste parole simulate, Anci tratte al mio cor della radice; Lei, che femina è ben in veritate, (Che tutte son peggior che non se dice), Fece risposta con gran falsitate, Per farme più dolente ed infelice, Dicendo: "Uldarno - (ché così mi chiamo) - Più che 'l mio spirto e più che gli occhi v'amo.

E se io potessi mostrarne la prova, Come io posso in voce proferire, Cosa non ho nel cor che sì me mova, Quanto al vostro desio poter servire; E se alcun modo o forma se ritrova, Ch'io possa contentar questo disire, Io sono apparecchiata a tutte l'ore, Pur che si servi insieme il nostro onore.

Ma certamente io vedo una sol via (Volendo, come io dico, riservare Nel vostro onor la nominanza mia) Che ce possiamo insieme ritrovare. Come sapete, la fortuna ria Fece a la morte insieme disfidare Oringo, il cavallier tanto inumano, Contra a Corbino, mio franco germano.

E fo quel damigello al campo morto, Dico Corbino, e contra alla ragione, Ché ancor non era ben ne l'arme scorto, E l'altro fo più volte al parangone. Ora per vendicar cotanto torto Mio patre va cercando un campïone, Proferendo a ciascuno estremo merto, Ed hal trovato, o trovaral di certo.

Voi, che portate adunque l'arme indosso D'Oringo e la sua insegna e il suo cimero, Fuor de la terra vi serete mosso, Là dove scontrarete un cavalliero. Poi che l'un l'altro ve areti percosso, Pigliar vi lasciareti di legiero, E questo è solo il modo e la maniera A far contenta vostra voglia intiera.

Però che quivi sereti menato Da l'altro cavallier, che ve avrà preso; Sotto mia guarda stareti legato, E non temeti già de essere offeso, Ché a vostra posta vi darò combiato. E benché 'l patre mio sia d'ira acceso, Ed abbia molta voluntate e fretta Di far del suo figliolo aspra vendetta,

Nulla di manco ho già preso il partito Di poter vosco alquanto dimorare, Poi mostrarò che via siati fuggito." Così la falsa m'ebbe a ragionare, Ed io ben presto presi questo invito, Né a periglio o fatica ebbi a pensare, Ché, per trovarme seco ad un sol loco, Passato avria per mezo un mar di foco.

Addobbato mi fu' subitamente L'arme de Oringo ed ogni sua divisa; Ma, come io fu' partito, incontinente Costei, che del mio mal facea gran risa, Come quella che è troppo fraudolente E perfida e crudel for d'ogni guisa, Partito, come io dico, a lei davante, Fece chiamare a sé quell'altro amante.

Ciò fu Locrino, de chi ragionai, Che a un tempo meco questa falsa amava, E con promesse e con parole assai, Come sapea ben far, lo alosingava, Dicendo, se sperar dovea giamai Guidardon de l'amor che gli mostrava, Che per un giorno sia suo campïone: Dïagli Oringo morto, o ver pregione.

Il loco li raconta, ove mandato M'avea lei stessa fuor de la citate, E tanto fece al fin, che l'ebbe armato De insegne contrafatte e divisate, E fuora venne per trovarmi al prato. Nel scudo verde ha due corne dorate E nella sopravesta e nel cimiero, Come portava un altro cavalliero.

Quel cavallier avea nome Arïante, Che per insegna le corne portava, Tanto animoso e di membre aiutante Che forse un altro par non attrovava. Questo era d'Origille anco esso amante, Ed averla per moglie procacciava; E già col patre de essa stabilito Avea per patto d'esser suo marito.

Ma prima Oringo dovea conquistare, Ed a lui presentarlo, o morto o preso. Or, per far breve il nostro ragionare, Questo ne venne a quel prato, disteso, Là dove io stava armato ad aspettare: Dopo lieve battaglia io mi fui reso. Credendo a questa falsa esser menato, Feci poca diffesa e fui pigliato.

Locrino, in questo tempo, il giovanetto, Nel vero Oringo a caso fu inscontrato, Né menarno la zuffa da diletto, Questo d'amore e quel ch'era infiammato. Fu ferito Locrino a mezo il petto, Oringo nella testa e nel costato; E fu l'assalto lor sì crudo e forte, Che ciascun d'essi quasi ebbe la morte;

Abench'al fine Oringo fu pregione, Ché uno amoroso cor vince ogni cosa. Ora intervenne che 'l crudo vecchione, Il quale è patre a questa dolorosa, Avea di far vendetta il cor fellone, E notte e giorno mai non stava in posa. Sempre guardando, cerca con gran pena Se 'l suo campione Oringo ancor li mena.

Ed ecco avanti lo vide venire, Con la man disarmata e senza brando, Come colui ch'è preso, a non mentire. Andogli incontra pallido e tremando, E apena se ritenne de ferire; Ma poi, dapresso con lor ragionando, Cognobbe nella voce e nel sembiante Che Locrino era quel, non Arïante.

Ben sapea il vecchio che quel giovanetto La sua figliola avea molto ad amare, E però gli diceva: "Io ti prometto, Se questo tuo pregion me vôi donare, Contento ti farò di quel diletto Qual più nel mondo mostri desïare. Se vero è che mia figlia cotanto ami, Io te contentarò di quel che brami."

Locrino paccio fu presto accordato, Benché darli il pregion non gli era onore; Tanto già lui d'amore era spronato, Che gli avria dato parte del suo core. Essendo già tra lor fatto il mercato, La nostra gionta gli pose in errore, Perché Arïante ed io, che ero pregione, Giongemmo avanti a quel crudo vecchione.

Quivi la cosa fu tutta palese E la cagion de l'arme tramutate. Alora Oringo molto me riprese, Che in dosso le sue insegne avea portate; E tra noi quattro fur molte contese, E quasi ne venemmo a trar le spate, Perché Arïante ancor se lamentava Pur de Locrin, che sua insegna portava.

Nel regno nostro è legge manifesta Che chiunque porta scudo o ver cimero D'un altro campïone o d'altra gesta, È disfamato con gran vitupero, E se non ha perdon, perde la testa. Benché 'l statuto sia crudele e fero, Ché la pena è maggior che la fallanza, Pur è servata per antiqua usanza.

Avanti al re fu tratta la querella; Il qual, veggendo tutta la cagione Essere uscita da questa donzella, Qual li avea indotto a quella guarnisone, E con le insegne altrui montare in sella, Prese consiglio, con molta ragione, Che, avendo ogniom di noi fatto gran male, Tutti dian voce a pena capitale:

Oringo, perché morto avea Corbino, Ch'era garzone, e lui già di gran fama; Ed Arïante, sì come assassino, Qual per avere il prezo d'una dama Avea promesso a quel vecchio mastino La morte di colui che tanto brama. Così meco Locrino ad una guisa, Ché avevamo portata altrui divisa.

Sì iudicati tutti quattro a morte, Fummo obligati sotto a sacramento Non uscir for de Batria delle porte, Sin che non è il iudicio a compimento; E fece il re da poi ponere a sorte Chi menar debba la dama al tormento, Perché lei, che è cagion di tanto errore, Non aggia morte, ma pena maggiore.

Come tu vedi, per le chiome impesa Sopra a quel pino al vento se trastulla, E per farla campare è bene attesa D'ogni vivanda, e non gli manca nulla. La prima sorte a me dette la impresa De stare in guardia alla falsa fanciulla, E così già tre giorni ho combattuto Contra a ciascun che gli vuol dare aiuto.

E sette cavallieri ho tratto a fine: E nomi tutti non te vo' contare; Mira quei scudi e l'armi peregrine, Qual ciascadun di lor suolea portare. Tutti han perduto l'anime tapine Per voler questa dama liberare; Il scudo de ciascuno e l'elmo e 'l corno Sono attaccati a quel troncon d'intorno.

E se caso averrà ch'io pur sia morto, Oringo e poi Locrino ed Arïante Verran l'un dopo l'altro a questo porto, Ciascun di me più fiero ed aiutante; E però, cavalliero, io te conforto Che non te curi di passare avante, Perché qualunche al ponte non se attiene, Aver battaglia meco li conviene. -

Orlando stava attento al cavalliero Che avea contata lunga diceria; Ma la donzella da quel pino altiero Forte piangendo il cavallier mentia, Dicendo che malvaggio era e sì fiero, Che la tormenta sol per fellonia, E perché è dama e non può far diffesa, La tien per crudeltate al pino appesa.

E che sette baroni a tradimento Aveva occiso, e non per sua virtute, E per dar tema agli altri e gran spavento Tenea quei scudi in mostra e le barbute. Così dicea la dama, e con lamento Parlava al conte per la sua salute, Per Dio pregando e sempre per pietate, Che non la lasci in tanta crudeltate.

Non stette Orlando già molto a pensare, Perché pietà lo mosse incontinente, Dicendo a Uldarno o che l'abbia a spiccare, O che prenda battaglia di presente. Così l'un l'altro s'ebbe a disfidare; Ciascadun volta il suo destrier corrente, E vengonsi a ferir con cruda guerra: Al primo incontro Orlando il pose in terra.

Poi che fu il cavallier caduto al piano, Il conte prestamente al pino andava. Sopra una torre a quel ponte era un nano, Che incontinente un gran corno suonava; Dopo quel suono apparve a mano a mano Un cavalliero armato, che cridava, E morte al conte e gran pena minaccia, Se s'avicina al pino a vinte braccia.

Il conte aveva integra ancor sua lanza; Presto se volta, e quella al fianco arresta, E ferisce al baron con tal possanza, Che sopra al prato il fie' batter la testa. Ma far nova battaglia ancor gli avanza, Ché 'l nano suona il corno a gran tempesta, E gionge il terzo cavalliero armato: Sì come gli altri andò disteso al prato.

Sopra la torre il nano il corno suona: Il quarto cavallier ne vien palese. Orlando contra lui forte sperona, E con fraccasso a terra lo distese. Poi tutti come morti li abandona, E passa il ponte senza altre contese, E gionge al pino e smonta della sella: Salisce al tronco e spicca la donzella.

Giù per le rame la portava in braccio, E quella dama lo prese a pregare, Poiché tratta l'avea di tale impaccio, Che via con seco la voglia portare, Perché di lei serìa fatto gran straccio, Se quivi se lasciasse ritrovare. Orlando la assicura e la conforta, In croppa se la pone, e via la porta.

Era la dama di estrema beltate, Malicïosa e di losinghe piena; Le lacrime teneva apparecchiate Sempre a sua posta, com'acqua di vena. Promessa non fie' mai con veritate, Mostrando a ciascadun faccia serena; E se in un giorno avesse mille amanti, Tutti li beffa con dolci sembianti.

Come io dissi, la porta il conte Orlando; E già partito essendo di quel loco, Lei con dolci parole ragionando Lo incese del suo amore a poco a poco. Esso non se ne avide e, rivoltando Pur spesso il viso a lei, prende più foco, E sì novo piacer gli entra nel core, Che non ramenta più l'antiquo amore.

La dama ben s'accorse incontinente, Come colei che è scorta oltra misura, Che quel baron d'amore è tutto ardente, Onde a infiamarlo più pone ogni cura; E con bei motti e con faccia ridente A ragionar con seco lo assicura; Però che 'l conte, ch'era mal usato, D'amor parlava come insonnïato.

Mille anni pare a lui che asconda il sole, Per non avere al scur tanta vergogna; Perché, benché non sappia dir parole, Pur spera de far fatti alla bisogna; Ma sol quel tempo d'aspettar gli dole, E fra se stesso quel giorno rampogna, Qual più de gli altri gli par longo assai, Né a quella sera crede gionger mai.

E così cavalcando a passo a passo, Ragionando più cose intra di loro, A mezo il prato ritrovarno un sasso, Che è scritto tutto intorno a littre d'oro, E trenta gradi, dalla cima al basso, Avea tagliato con netto lavoro; Per questi gradi in cima se saliva A quel petron, che asembra fiamma viva.

Disse la dama al conte: - Or te assicura, Se hai, come io credo, la virtù soprana, Che in questo sasso è la maggior ventura Che sia nel mondo tutto, e la più strana. Monta quei gradi e sopra quella altura: La pietra è aperta a guisa di fontana; Ivi te appoggia, e giù callando il viso Vedrai l'inferno e tutto il paradiso. -

Il conte non vi fece altro pensiero: Certo il demonio e Dio veder si crede, Ed alla dama lascia il suo destriero. Lei, come gionto sopra il sasso il vede, Forte ridendo disse: - Cavalliero, Non so se seti usato a gire a piede, Ma so ben dir che usar ve gli conviene: Io vado in qua; Dio ve conduca bene. -

Così dicendo volta per quel prato, E via fuggendo va la falsa dama. Rimase il conte tutto smemorato, E sé fuor d'intelletto e paccio chiama, Benché serìa ciascun stato ingannato, Ché di legier si crede a quel che s'ama; Ma lui la colpa dà pure a se stesso, Locchio e balordo nomandosi spesso.

Non sa più che se fare il paladino, Poi che perduto è il suo bon Brigliadoro. Torna a guardare il sasso marmorino, E va leggendo quelle littre d'oro. Quivi ritrova che sepolto è Nino, Qual fu già re di questo tenitoro, E fece Ninivè, l'alta citate, Che in ogni verso è lunga tre giornate.

Ma lui, che de guardare ha poca cura, Poi che ha perduto il suo destrier soprano, Smonta dolente della sepoltura; E, caminando a piede per il piano, La notte gionge e tutto il cel se oscura. Vede una gente, e non molto lontano; E così andando ognior più s'avicina, Perché la gente verso lui camina.

Dirovi tutta quanta poi la cosa, Qual gli incontrò, quando fu gionto al gioco, E serà di piacere e dilettosa; Ma poi la contaremo in altro loco, Perché il cantar della storia amorosa È necessario abandonare un poco, Per ritornare a Carlo imperatore, E ricontarvi cosa assai maggiore.

Cosa maggior, né di gloria cotanta Fu giamai scritta, né di più diletto, Ché del novo Rugier quivi si canta, Qual fu d'ogni virtute il più perfetto Di qualunche altro che al mondo si vanta. Sì che, segnori, ad ascoltar vi aspetto, Per farvi di piacer la mente sazia, Se Dio mi serva al fin la usata grazia.

Libro secondo

Canto primo

Nel grazïoso tempo onde natura Fa più lucente la stella d'amore, Quando la terra copre di verdura, E li arboscelli adorna di bel fiore, Giovani e dame ed ogni creatura Fanno allegrezza con zoioso core; Ma poi che 'l verno viene e il tempo passa, Fugge il diletto e quel piacer si lassa.

Così nel tempo che virtù fioria Ne li antiqui segnori e cavallieri, Con noi stava allegrezza e cortesia, E poi fuggirno per strani sentieri, Sì che un gran tempo smarirno la via, Né del più ritornar ferno pensieri; Ora è il mal vento e quel verno compito, E torna il mondo di virtù fiorito.

Ed io cantando torno alla memoria Delle prodezze de' tempi passati, E contarovi la più bella istoria (Se con quïete attenti me ascoltati) Che fusse mai nel mondo, e di più gloria, Dove odireti e degni atti e pregiati De' cavallier antiqui, e le contese Che fece Orlando alor che amore il prese.

Voi odireti la inclita prodezza E le virtuti de un cor pellegrino, L'infinita possanza e la bellezza Che ebbe Rugiero, il terzo paladino; E benché la sua fama e grande altezza Fu divulgata per ogni confino, Pur gli fece fortuna estremo torto, Ché fu ad inganno il giovanetto morto.

Nel libro de Turpino io trovo scritto Come Alessandro, il re di gran possanza, Poi che ebbe il mondo tutto quanto afflitto E visto il mare e il cel per sua arroganza, Fu d'amor preso nel regno de Egitto De una donzella, ed ebbela per manza; E per amor che egli ebbe a sua beltade, Sopra il mar fece una ricca citade.

E dal suo nome la fece chiamare, Dico Alessandria, ed ancor si ritrova; Dapoi lui volse in Babilonia andare, Dove fu fatta la dolente prova, Che un suo fidato l'ebbe a velenare, Onde convien che 'l mondo si commova, E questo un pezzo e quello un altro piglia; Il mondo tutto a guerra se ascombiglia.

Stava in Egitto alora la fantina, Che fu nomata Elidonia la bella, Gravida de sei mesi la meschina. Quando sentitte la trista novella, Veggendo il mondo che è tutto in ruina, Intrò soletta in una navicella, Che non avea governo di persona, Ed a fortuna le vele abandona.

Lo vento in poppa via per mar la caccia, In Africa quel vento la portava. Sereno è il celo e il mar tutto in bonaccia, La barca a poco a poco in terra andava. Quella donzella, levando la faccia, Visto ebbe un vecchiarel che ivi pescava: A questo aiuto piangendo dimanda, E per mercede se gli racomanda.

Quel la ricolse con umanitate, E poi che 'l terzo mese fu compito, Ne la capanna di sua povertate La dama tre figlioli ha parturito. Quivi fu fatta poi quella citate Che Tripoli è nomata, in su quel lito, Per gli tre figli che ebbe quella dama; Tripoli ancora la cità se chiama.

E come il cel dispone gioso in terra, Fôrno quei figli di tanto valore, Che il re Gorgone vinsero per guerra, Qual de l'Africa prima era segnore. L'un d'essi fu nomato Sonniberra, Che fu il primo che nacque, e fu il maggiore; Il secondo Attamandro, e il terzo figlio Nome ebbe Argante, e fu bel come un giglio.

E tre germani preser segnoria De Africa tutta, come io ho contato, E la rivera della Barberia E la terra de' Negri in ogni lato. Non per prodezza né per vigoria, Non per gran senno acquistâr tutto il stato, Ma la natura sua, ch'è tanto bona, Tirava ad obedirli ogni persona.

Perché l'un più che l'altro fu cortese, E sempre l'acquistato hanno a donare; Onde ogni terra e ciascadun paese Di grazia gli veniva a dimandare. E così subiugâr senza contese Dallo Egitto al Morocco tutto il mare, Ed infra terra quanto andar si puote Verso il deserto, alle gente remote.

Morirno senza eredi e duo maggiori, E solo Argante il regno tutto prese, Che ebbe nel mondo trïonfali onori; E di lui l'alta gesta poi discese, Della casa Africana e gran segnori, Che ferno a' Cristïan cotante offese, E preser Spagna con grande arroganza, Parte de Italia, e tempestarno in Franza.

Nacque di questo il possente Barbante, Che in Spagna occiso fu da Carlo Mano; E fu di questa gente re Agolante, Di cui nacque il feroce re Troiano, Qual in Bergogna col conte d'Anglante Combattè e con duo altri sopra il piano, Ciò fu don Chiaro e 'l bon Rugier vassallo: Da lor fu morto, e certo con gran fallo.

Del re Troiano rimase un citello, Sette anni avea quando fu il patre occiso: Di persona fu grande e molto bello, Ma di terribil guardo e crudel viso. Costui fu de' Cristian proprio un flagello, Sì come in questo libro io ve diviso. State, segnori, ad ascoltarme un poco, E vederiti il mondo in fiamma e in foco.

Vinti duo anni il giovanetto altiero Ha già passati, ed ha nome Agramante, Né in Africa si trova cavalliero Che ardisca di guardarlo nel sembiante, Fuor che un altro garzone, ancor più fiero, Che vinti piedi è dal capo alle piante, Di summo ardire e di possanza pieno; Questo fu figlio del forte Ulïeno.

Ulïeno di Sarza, il fier gigante, Fu patre a quel guerrier di cui ragiono, Qual fu tanto feroce ed arrogante, Che pose tutta Francia in abandono; E dove il sol si pone e da levante De l'alto suo valor odise il suono. Or vo' contarvi, gente pellegrine, Tutta la cosa dal principio al fine.

Fece Agramante a consiglio chiamare Trentaduo re, che egli ha in obidïenzia; In quattro mesi gli fie' radunare, E fuor tutti davanti a sua presenzia. Chi vi gionse per terra e chi per mare. Non fu veduta mai tanta potenzia; Trentadue teste, tutte coronate, Biserta entrarno, in quella gran citate.

Era in quel tempo gran terra Biserta, Che oggi è disfatta al litto alla marina, Però che in questa guerra fu deserta: Orlando la spianò con gran roina. Or, come io dissi, alla campagna aperta Fuor se accampò la gente saracina; Dentro a la terra entrarno con gran festa Trentaduo re con le corone in testa.

Eravi un gran castello imperïale, Dove Agramante avea sua residenzia: Il sol mai non ne vide uno altro tale, Di più ricchezza e più magnificenzia. A duo a duo montarno i re le scale, Coperti a drappi d'ôr per eccellenzia; Intrarno in sala, e ben fu loro aviso Veder il celo aperto e il paradiso.

Lunga è la sala cinquecento passi, E larga cento aponto per misura: Il cel tutto avea d'oro a gran compassi, Con smalti rossi e bianchi e di verdura. Giù per le sponde zaffiri e ballassi Adornavan nel muro ogni figura, Però che ivi intagliata, con gran gloria, Del re Alessandro vi è tutta la istoria.

Lì si vedea lo astrologo prudente, Qual del suo regno se ne era fuggito, Che una regina in forma de serpente Avea gabbata, e preso il suo appetito. Poi se vedeva apresso incontinente Nato Alessandro, quel fanciullo ardito, E come dentro ad una gran foresta Prese un destrier che avea le corna in testa.

Buzifal avea nome quel ronzone: Così scritto era in quella depintura; Sopra vi era Alessandro in su l'arcione, E già passato ha il mar senza paura. Qui son battaglie e gran destruzïone: Quel re di tutto il mondo non ha cura; Dario gli venne incontra in quella guerra, Con tanta gente che coprì ogni terra.

Alessandro il superbo l'asta abassa, Pone a sconfitta tutta quella gente, E più Dario non stima ed oltra passa; Ma quel ritorna ancora più possente, E di novo Alessandro lo fraccassa. Poi se vedeva Basso il fraudolente, Che a tradimento occide il suo segnore, Ma ben lo paga il re di tanto errore.

E poi si vede in India travargato, Natando il Gange, che è sì gran fiumana; Dentro a una terra soletto è serrato, Ed ha d'intorno la gente villana. Ma lui ruina il muro in ogni lato Sopra a' nemici e quella terra spiana; Passa più oltra e qui non se ritiene; Ecco il re d'India, che adosso gli viene.

Porone ha nome, ed è sì gran gigante: Non ritrova nel mondo alcun destriero, Ma sempre lui cavalca uno elefante. Or sua prodezza non gli fa mestiero, Né le sue gente, che n'avea cotante, Perché Alessandro, quel segnore altiero, Vivo lo prende; e, com'om di valore, Poi che l'ha preso, il lascia a grande onore.

Eravi ancora come il basilisco Stava nel passo sopra una montagna, E spaventa ciascun sol col suo fisco, E con la vista la gente magagna; Come Alessandro lui se pose a risco Per quella gente ch'era alla campagna, E, per consiglio di quel sapïente, Col specchio al scudo occise quel serpente.

In somma ogni sua guerra ivi è depinta Con gran ricchezza e bella a riguardare. Possa che fu la terra da lui vinta, A duo grifon nel cel si fa portare Col scudo in braccio e con la spada cinta; Poi dentro a un vetro se calla nel mare, E vede le balene e ogni gran pesce, E campa, e ancor quivi di fuora n'esce.

Dapoi che vinto egli ha ben ogni cosa, Vedesi lui che è vinto da l'amore; Perché Elidonia, quella grazïosa, Con soi begli occhi gli ha passato il core. Evi da poi sua morte dolorosa, Come Antipatro, il falso traditore, L'ha avelenato con la coppa d'oro; Poi tutto 'l mondo è in guerra e gran martoro.

Fugge la dama misera tapina, Ed è ricolta dal vecchio cortese, E parturisce in ripa alla marina Tre fanciulletti alle rete distese; Ed evi ancor la guerra e la roina Che fanno e tre germani in quel paese, Sonniberra, Attamandro e il bello Argante: L'opre di lor sono ivi tutte quante.

Intrarno e re la gran sala mirando, Ciascun per meraviglia venìa meno; Genti legiadre e donzelle danzando Aveano il catafalco tutto pieno. Trombe, tamburi e piffari sonando, Di romor dolce empian l'aer sereno. Sopra costoro ad alto tribunale Stava Agramante in abito reale.

Ad esso fier' quei re gran riverenzia, Tutti chinando alla terra la faccia; Lui gli racolse con lieta presenzia, E ciascadun di lor baciando abraccia. Poi fece a l'altra gente dar licenzia. Incontinente la sala se spaccia: Restarno i re con tutti e consiglieri, Duci e marchesi e conti e cavallieri.

Di qua di là da l'alto tribunale Trentadue sedie d'ôr sono ordinate; Poi l'altre son più basse e diseguale, Pur vi sta gente di gran dignitate. Là più si parla, chi bene e chi male, Secondo che ciascuno ha qualitate; Ma, come odirno il suo segnor audace, Subitamente per tutto si tace.

Lui cominciò: - Segnor, che ivi adunati Seti venuti al mio comandamento, Quanto cognosco più che voi me amati, Come io comprendo per esperimento, Più debbo amarvi ed avervi onorati; E certamente tutto il mio talento È sempre mai d'amarvi, e il mio disio Che 'l vostro onor se esalti insieme e il mio.

Ma non già per cacciare, o stare a danza, Né per festeggiar dame nei giardini, Starà nel mondo nostra nominanza, Ma cognosciuta fia da tamburini. Dopo la morte sol fama ne avanza, E veramente son color tapini Che d'agrandirla sempre non han cura, Perché sua vita poco tempo dura.

Né vi crediate che Alessandro il grande, Qual fu principio della nostra gesta, Per far conviti de ottime vivande Vincesse il mondo, né per stare in festa. Ora per tutto il suo nome si spande, E la sua istoria, che è qui manifesta, Mostra che al guadagnar d'onor si suda, E sol s'acquista con la spada nuda.

Onde io vi prego, gente di valore, Se di voi stessi aveti rimembranza, E se cura vi tien del vostro onore, S'io debbo aver di voi giamai speranza, Se amati ponto me, vostro segnore, Meco vi piaccia di passare in Franza, E far la guerra contra al re Carlone Per agrandir la legge di Macone. -

Più oltra non parlava il re nïente, E la risposta tacito attendia. Fu diverso parlar giù tra la gente, Secondo che 'l parer ciascuno avia. Tenuto era fra tutti il più prudente Branzardo, quel vecchion, re di Bugia, E, veggendo che ogni om solo a lui guarda, Levasi al parlamento e più non tarda.

- Magnanimo segnor, - disse il vecchione, - Tutte le cose de che se ha scïenzia, O ver che son provate per ragione, O per esempio, o per esperïenzia; E così, rispondendo al tuo sermone, Dapoi ch'io debbo dir la mia sentenzia, Dirò che contra del re Carlo Mano Il tuo passaggio fia dannoso e vano.

Ed evi a questo ragion manifesta. Carlo potente al suo regno si serra, Ed ha la gente antiqua di sua gesta, Che sempre sono usati insieme a guerra; Né, quando la battaglia è in più tempesta, Lasciaria l'un compagno l'altro in terra; Ma a te bisogna far tua gente nova, Qual con l'usata perderà la prova.

Esempio ben di questo ci può dare Il re Alessandro, tuo predecessore, Che con gente canuta passò il mare, Ma insieme usata con tanto valore. Dario di Persia il venne a ritrovare, E messe molta gente a gran romore: Perché l'un l'altro non recognoscia, Morta e sconfitta fu quella zinia.

La esperïenzia voria volentieri Poterla dimostrare in altra gente Che nella nostra, perché Caroggieri, Qual del bisavol tuo fu discendente, Passò in Italia con molti guerreri. Tutti fôr morti con pena dolente: Fu morto Almonte e Agolante il soprano, E dopo tutti il tuo patre Troiano.

Sì che lascia per Dio! la mala impresa, E frena l'ardir tuo con tempo e spaccio. Dolce segnor, s'io te faccio contesa, Sicuramente più de gli altri il faccio, E d'ogni danno tuo troppo mi pesa, Ché piccoletto t'ho portato in braccio; E tanto più me stringe il tuo periglio, Ch'io te ho come segnore e come figlio. -

Fu il re Branzardo a terra ingenocchiato, Poi nel suo loco ritorna a sedere. In piedi un altro vecchio fu levato, Ch'è 'l re d'Algoco, ed ha molto sapere: Nostro paese avea tutto cercato, Però che fu mandato a provedere Dal re Agolante ogni nostro confino, Ed è costui nomato il re Sobrino.

- Segnor, - disse costui - la barba bianca, Qual porto al viso, dà forse credenza Che per vecchiezza l'animo mi manca; Ma per Macon ti giuro e sua potenza, Che, a bench'io senta la persona stanca, De l'animo non sento differenza Da quel ch'egli era nel tempo primiero, Che andai a Rissa a ritrovar Rugiero.

Sì che non creder che per codardia Il tuo passaggio voglio sconfortare, Né per la tema della vita mia, Che in ogni modo poco può durare. Benché di piccol tempo e breve sia, Spender la voglio sì come ti pare; Ma, come quel che son tuo servo antico, Quel che meglio mi par, conseglio e dico.

Sol per duo modi in Franza pôi passare: Quei lochi ho tutti quanti già cercati. L'uno è verso Acquamorta il dritto mare: Partito serìa quel da disperati, Ché, come in terra vogli dismontare, Staranno al litto e Cristïani armati, Tutti ordinati nel suo guarnimento: Dece di lor varran de' nostri cento.

Par l'altro modo più convenïente, Passando giù nel stretto al Zibeltaro: Marsilio re di Spagna, il tuo parente, Avrà questa tua impresa molto a caro, E teco ne verrà con la sua gente, Né avrà Cristianitate alcun riparo. Così se dice, ma il mio core estima Che più serà che fare al fin, che prima.

Nella Guascogna scenderemo al piano, E quella gente poneremo al basso; Ma qui ritrovaremo a Montealbano Ranaldo il crudo, che diffende il passo. Dio guardi ciascadun dalla sua mano! Non si può contrastare a quel fraccasso; Poi che l'avrai sconfitto e discacciato, Ancor te assalirà da un altro lato.

Carlo verrà con tutta la sua corte: Non è nel mondo gente più soprana. Né stimar che sian dentro da le porte, Ma sotto alle bandiere, in terra piana. Verrà quel maladetto che è sì forte, Che ha il bel corno d'Almonte e Durindana: Non è riparo alcuno a sua battaglia, Ché ciò che trova, con la spada taglia.

Cognosco Gano e cognosco il Danese, Che fu pagano, e par proprio un gigante, Re Salamone e Oliviero il marchese, Ad uno ad un lor gente tutte quante. Nui se trovamo seco alle contese, Quando passò tuo avo, il re Agolante; Io gli ho provati: possote acertare Che 'l bon partito è de lasciargli stare. -

Parlò in tal forma quel vecchio canuto, Quale io ve ho racontata, più né meno. Il re de Sarza fu un giovane arguto: Questo era il figlio del forte Ulïeno, Maggiore assai del patre e più membruto. Nullo altro fu d'ardir più colmo e pieno, Ma fu superbo ed orgoglioso tanto, Che disprezava il mondo tutto quanto.

Levossi in piede e disse: - In ciascun loco Ove fiamma s'accende, un tempo dura Piccola prima, e poi si fa gran foco; Ma come viene al fin, sempre se oscura, Mancando del suo lume a poco a poco. E così fa l'umana creatura, Che, poi che ha di sua età passato il verde, La vista, il senno e l'animo si perde.

Questo ben chiar si vede nel presente Per questi duo che adesso hanno parlato, Perché ciascun di lor già for prudente, Ora è di senno tutto abandonato, Tanto che niega al nostro re potente Quel che, pregando ancor, gli ha dimandato; Così dà sempre ogni capo canuto Più volentier consiglio che lo aiuto.

Non vi domanda consiglio il segnore, Se ben la sua proposta aveti intesa, Ma per sua riverenza e vostro onore Seco il passaggio alla reale impresa. Qualunque il niega, al tutto è traditore, Sì che ciascun da me faccia diffesa, Qual contradice al mandato reale, Ch'io lo disfido a guerra capitale. -

Così parlava il giovanetto acerbo, Che è re di Sarza, come io vi contai. Rodamonte si chiama quel superbo, Più fier garzon di lui non fu giamai; Persona ha de gigante e forte nerbo: Di sue prodezze ancor diremo assai. Or guarda intorno con la vista scura, Ma ciascun tace ed ha di lui paura.

Era in consiglio il re di Garamanta, Quale era sacerdote de Apollino, Saggio, e de gli anni avea più de nonanta, Incantatore, astrologo e indovino. Nella sua terra mai non nacque pianta, Però ben vede il celo a ogni confino: Aperto è il suo paese a gran pianura; Lui numera le stelle e il cel misura.

Non fu smarito il barbuto vecchione, A benché Rodamonte ancor minaccia, Ma disse: - Bei segnor, questo garzone Vôl parlar solo e vôl che ogni altro taccia. Pur che esso non ascolti il mio sermone, Il mal che mi può far, tutto mi faccia; Ascoltati de Dio voi le parole, Ché non di lui, ma de gli altri mi dole.

Gente devota, odeti ed ascoltati Ciò che vi dice il dio grande Apollino: Tutti color che in Francia fian portati, Dopo la pena del lungo camino Morti seranno e per pezzi tagliati, Non ne camparà grande o picciolino: E Rodamonte con sua gran possanza Diverrà pasto de' corbi de Franza. -

Poi che ebbe detto, se pose a sedere Quel re, che ha molta tela al capo involta. Ridendo Rodamonte a più potere La profezia di quel vecchione ascolta. Ma quando quieto lo vide e tacere, Con parlare alto e con voce disciolta - Mentre che siam qua, - disse - io son contento Che quivi profetezi a tuo talento;

Ma quando tutti avrem passato il mare, E Franza struggeremo a ferro e a foco, Non me venistù intorno a indovinare, Perch'io serò il profeta di quel loco. Male a quest'altri pôi ben minacciare, A me non già, che ti credo assai poco, Perché scemo cervello e molto vino Parlar te fa da parte de Apollino. -

Alla risposta di quello arrogante Riseno molti e odirla volentieri. Giovani assai della gente africante A quell'impresa avean gli animi fieri; Ma e vecchi, che passâr con Agolante E che provarno e nostri cavallieri, Mostravan che questo era per ragione De Africa tutta la destruzïone.

Grande era giù tra quelli il ragionare, Ma il re Agramante, stendendo la mano, Pose silenzio a questo contrastare; Poi con parlar non basso e non altano Disse: - Segnor, io pur voglio passare In ogni modo contra a Carlo Mano, E voglio che ciascun debbia venire, Ch'io soglio comandar, non obedire.

Né vi crediate, poi che la corona Serà di Carlo rotta e dissipata, Aver riposo sotto a mia persona. Vinta che sia la gente battizata, Adosso a li altri il mio cor se abandona, Fin che la terra ho tutta subiugata; Poi che battuta avrò tutta la terra, Ancor nel paradiso io vo' far guerra. -

Or chi vedesse Rodamonte il grande Levarsi allegro con la faccia balda, - Segnor, - dicendo - il tuo nome si spande In ogni loco dove il giorno scalda; Ed io te giuro per tutte le bande Tenir con teco la mia mente salda; In celo e ne l'inferno il re Agramante Seguirò sempre, o passarogli avante. -

Questo affirmava il re di Tremisona, Sempre seguirlo per monte e per piano: Alzirdo ha nome, ed ha franca persona. Questo affirmava il forte re de Orano, Che pur quello anno avea preso corona; E 'l re de Arzila, levando la mano, Promette a Macometto e giura forte Seguire il suo segnor sino alla morte.

Che bisogna più dir? ché ciascun giura: Beato chi mostrar si può più fiero! Non vi si vede faccia di paura, Ciascun minaccia con sembiante altiero. Benché a quei vecchi par la cosa dura, Pur ciascadun promette di legiero; Ma il re di Garamanta, quel vecchione, Comincia un'altra volta il suo sermone

- Segnor, - dicendo - io voglio anch'io morire Poi che al tutto è disfatta nostra gente; Teco in Europa ne voglio venire. Saturno, che è segnor dello ascendente, Ad ogni modo ci farà perire; Sia quel che vôle, io non ne do nïente, Ché in ogni modo ho tanti anni al gallone, Che campar non puotria lunga stagione.

Ma ben ti prego per lo Dio divino, Che al manco in questo me vogli ascoltare. Ciò te dico da parte de Apollino, Da poi che hai destinato di passare. Nel regno tuo dimora un paladino, Che di prodezza in terra non ha pare; Come ho veduto per astrologia, Il megliore omo è lui che al mondo sia.

Or te dice Apollino, alto segnore, Che se con teco avrai questo barone, In Francia acquistarai pregio ed onore, E cacciarai più volte il re Carlone. Se vuoi sapere il nome e il gran valore Del cavalliero e la sua nazïone, Sua matre del tuo patre fu sorella, E fu nomata la Galacïella.

Questo barone è tuo fratel cugino, Che ben provisto t'ha Macon soprano De far che quel guerrier sia saracino, Ché, quando fusse stato cristïano, La nostra gente per ogni confino Tutta a fraccasso avria mandato al piano. Il patre di costui fu il bon Rugiero, Fiore e corona de ogni cavalliero.

E la sua matre misera, dolente, Da poi che fu tradito quel segnore, E la città de Rissa in foco ardente Fu ruïnata con molto furore, Tornò la tapinella a nostra gente, E parturì duo figli a gran dolore; E l'un fu questo di cui t'ho parlato: Rugier, sì come il patre, è nominato.

Nacque con esso ancora una citella, Ch'io non l'ho vista, ma ha simiglianza Al suo germano, e fior d'ogni altra bella, Perché esso di beltate il sole avanza. Morì nel parto alor Galacïella, E' duo fanciulli vennero in possanza D'un barbasore, il quale è nigromante, Che è del tuo regno, ed ha nome Atalante.

Questo si sta nel monte di Carena, E per incanto vi ha fatto un giardino, Dove io non credo che mai se entri apena. Colui, che è grande astrologo e indovino, Cognobbe l'alta forza e la gran lena Che dovea aver nel mondo quel fantino, Però nutrito l'ha, con gran ragione, Sol di medolle e nerbi di leone;

Ed hallo usato ad ogni maestria Che aver se puote in arte d'armeggiare; Sì che provedi d'averlo in balìa, A bench'io creda che vi avrai che fare. Ma questo è solo il modo e sola via A voler Carlo Mano disertare; Ed altramente, io te ragiono scorto, Tua gente è rotta, e tu con lor sei morto. -

Così parlava quel vecchio barbuto: Ben crede a sue parole il re Agramante, Perché tra lor profeta era tenuto E grande incantatore e nigromante, E sempre nel passato avea veduto Il corso delle stelle tutte quante, E sempre avanti il tempo predicia Divizia, guerra, pace, caristia.

Incontinente fu preso il partito Quel monte tutto quanto ricercare, Sin che si trovi quel giovane ardito, Che deggia seco il gran passaggio fare. Questo canto al presente è qui finito; Segnor, che seti stati ad ascoltare, Tornati a l'altro canto, ch'io prometto Contarvi cosa ancor d'alto diletto.

Canto secondo

Se quella gente, quale io v'ho contata Ne l'altro canto, che è dentro a Biserta, Fusse senza indugiar di qua passata, Era Cristianità tutta deserta, Però che era in quel tempo abandonata Senza diffesa: questa è cosa certa, Ché Orlando alora e il sir de Montealbano Sono in levante al paese lontano.

De Orlando io vi contai pur poco avante, Che Brigliadoro avea perso, il ronzone, Quando la dama con falso sembiante L'avea fatto salire a quel petrone. Ora lasciamo quel conte d'Anglante, Ch'io vo' contar de l'altro campïone, Dico Ranaldo, il cavalliero adorno, Qual con Marfisa a quel girone è intorno.

E mentre che Agramante e sua brigata Va cercando Rugier, qual non se trova, Ranaldo, che ha la mente anco adirata, Poi che visto non ha l'ultima prova Della battaglia ch'io ve ho racontata, Sempre il sdegno crudel più si rinova: Dico della battaglia ch'io contai, Ch'ebbe col conte con tormento assai.

Né sa pensar per qual cagion partito Sia il conte Orlando da quella frontera, Perché né l'un né l'altro era ferito, Poco o nïente d'avantaggio vi era. Ben stima lui che non serìa fuggito Mai con vergogna per nulla maniera: Ma, sia quel che si voglia, è destinato Sempre seguirlo insin che l'ha trovato.

Poi che venuta fu la notte bruna, Armase tutto e prende il suo Baiardo, E via camina al lume della luna. Astolfo a seguitarlo non fu tardo, Ché vôl con lui patire ogni fortuna. Iroldo è seco e Prasildo gagliardo; E già non seppe la forte regina De lor partita insino alla mattina.

E mostrò poi d'averne poca cura, O sì o no che ne fusse contenta. Cavalcano e baroni alla pianura D'un chiuso trotto, che giamai non lenta. Ora passata è via la notte scura, E l'aria de vermiglio era dipenta, Perché l'alba serena, al sol davante, Facea il ciel colorito e lustrigiante.

Davanti a gli altri il figlio del re Otone, Astolfo dico, sopra a Rabicano, Dicendo sue devote orazïone, Come era usato il cavallier soprano. Ecco davanti sede in su un petrone Una donzella e batte mano a mano; Battese 'l petto e battese la faccia Forte piangendo, e le sue treccie straccia.

- Misera me! - diceva la donzella - Misera me! tapina! isventurata! O parte del mio cor, dolce sorella, Così non fosti mai nel mondo nata, Poi che quel traditor sì te flagella! Meschina me! meschina! abandonata! Poi che fortuna mi è tanto villana, Ch'io non ritrovo aiuto a mia germana. -

- Qual cagione hai, - Astolfo gli diciva - Che ti fa lamentar sì duramente? - In questo ragionar Ranaldo ariva, Gionge Prasildo e Iroldo di presente. La dama tutta via forte piangiva, Sempre dicendo: - Misera! dolente! Con le mie mane io mi darò la morte, S'io non ritrovo alcun che mi conforte. -

Poi, vòlta a quei baron, dicea: - Guerrieri, Se aveti a' vostri cor qualche pietate, Soccorso a me per Dio! che n'ho mestieri Più che altra che abbia al mondo aversitate. Se drittamente seti cavallieri, Mostratimi per Dio! vostra bontate Contra a un ribaldo, falso, traditore, Pien di oltraggio villano e di furore.

Ad una torre non quindi lontana Dimora quel malvaso furibondo, Di là da un ponte, sopra a una fiumana Che poi fa un lago orribile e profondo. Io là passava ed una mia germana, La più cortese dama che aggia il mondo; E quel ribaldo del ponte discese, La mia germana per le chiome prese,

Villanamente quella strascinando, Sin che di là dal ponte fu venuto. Io sol cridavo e piangia lamentando, Né gli puotea donare alcuno aiuto. Lui per le braccia la venne legando Al tronco de un cipresso alto e fronduto, E poi spogliata l'ebbe tutta nuda, Quella battendo con sembianza cruda. -

Abondava alla dama sì gran pianto, Che non puotea più oltra ragionare. A tutti quei baron ne incresce tanto Quanto mai si potrebbe imaginare; E ciascadun di lor si dona vanto, Sapendo il loco, de ella liberare, Ed in conclusïone il duca anglese A Rabicano in croppa quella prese.

E forse da due miglia han cavalcato, Quando son gionti al ponte di quel fello. Quel ponte per traverso era chiavato De una ferrata, a guisa di castello, Che arivava nel fiume a ciascun lato; Nel mezo a ponto a ponto era un portello. A piedi ivi si passa de legieri, Ma per strettezza non vi va destrieri.

Di là dal ponte è la torre fondata In mezo a un prato de cipresso pieno; Il fiume oltra quel campo se dilata Nel lago largo un miglio, o poco meno. Quivi era presa quella sventurata, Ch'empiva di lamenti il cel sereno; Tutta era sangue quella meschinella, E quel crudele ognior più la flagella.

A piede stassi armato il furïoso: Dalla sinistra ha di ferro un bastone, Il flagello alla destra sanguinoso; Batte la dama fuor de ogni ragione. Iroldo di natura era pietoso: Ebbe di quella tal compassïone, Che licenzia a Ranaldo non richiede, Ma presto smonta ed entra il ponte a piede,

Perché a destrier non se puote passare, Come io ve ho detto, per quella ferrata. Quando il crudele al ponte il vide entrare, Lascia la dama al cipresso legata. Il suo baston di ferro ebbe a impugnare, E qui fo la battaglia incominciata; Ma durò poco, perché quel fellone Percosse Iroldo in testa del bastone;

E come morto in terra se distese, Sì grande fu la botta maledetta. Quello aspro saracino in braccio il prese, E via correndo va come saetta, Ed in presenzia a gli altri lì palese Come era armato dentro il lago il getta. Col capo gioso andò il barone adorno: Pensati che già su non fie' ritorno.

Ranaldo de l'arcione era smontato Per gire alla battaglia del gigante, Ma Prasildo cotanto l'ha pregato, Che fu bisogno che gli andasse avante. Quel maledetto l'aspetta nel prato, E tien alciato il suo baston pesante; Questa battaglia fu come la prima: Gionse il bastone a l'elmo nella cima.

Quel cade in terra tutto sbalordito; Via ne 'l porta il Pagano furibondo, E, proprio come l'altro a quel partito, Gettalo armato nel lago profondo. Ranaldo ha un gran dolore al cor sentito, Poiché quel par d'amici sì iocondo Tanto miseramente ha già perduto, E presto sì, che a pena l'ha veduto.

Turbato oltra misura, il ponte passa Con la vista alta e sotto l'arme chiuso; Va su l'aviso e tien la spada bassa, Come colui che è di battaglia aduso. Quell'altro del bastone un colpo lassa, Credendol come e primi aver confuso; Ma lui, che del scrimire ha tutta l'arte, Leva un gran salto e gettasi da parte.

Lui d'un gran colpo tocca quel fellone, Ferendo a quel con animo adirato; Ma l'arme di colui son tanto bone, Che non han tema di brando arrodato. Durò gran pezzo quella questïone: Ranaldo mai da lui non fu toccato, Cognoscendo colui che è tanto forte, Che gli avria dato a un sol colpo la morte.

Esso ferisce di ponta e di taglio, Ma questo è nulla, ché ogni colpo è perso, E tal ferire a quel non nôce uno aglio. Mosse alto crido quello omo diverso, E via tra' il suo bastone a gran sbaraglio Contra a Ranaldo, e gionselo a traverso, E tutto gli fraccassa in braccio il scudo: Cade Ranaldo per quel colpo crudo.

A benché in terra fo caduto apena, Che salta in piedi e già non se sconforta; Ma quel feroce, che ha cotanta lena, Prendelo in braccio e verso il lago il porta. Ranaldo quanto può ben se dimena, Ma nel presente sua virtute è morta: Tanto di forza quel crudel l'avanza, Che de spiccarsi mai non ha possanza.

Correndo quel superbo al lago viene, E come gli altri il vol gioso buttare; A lui Ranaldo ben stretto si tiene, Né quel si può da sé ponto spiccare. Cridò il crudel: - Così far si conviene! - Con esso in braccio giù se lascia andare; Con Ranaldo abracciato il furïoso Cadde nel lago al fondo tenebroso.

Né vi crediati che faccian ritorno, Ché quivi non vale arte di notare, Perché ciascuno avea tante arme intorno, Che avrian fatto mille altri profondare. Astolfo ciò vedendo ebbe tal scorno, Che è come morto e non sa che si fare. Perso Ranaldo ed affocato il vede, Né, ancor vedendo, in tutto bene il crede.

Presto dismonta e passa la ferrata, In ripa al lago corse incontinente. Una ora ben compita era passata, Dentro a quell'acqua non vede nïente. Or s'egli aveva l'alma adolorata Dovetelo stimar certanamente; Poi che perduto ha il suo caro cugino, Più che si far non sa quel paladino.

Passava il ponte ancor quella donzella Ed a l'alto cipresso se ne è gita; Dal troncon desligò la sua sorella, E de' soi panni l'ebbe rivestita. Astolfo non attende a tal novella, Preso di doglia cruda ed infinita: Crida piangendo e battese la faccia, Chiedendo morte a Dio per sola graccia.

E tanto l'avea vento il gran dolore, Che se volea nel lago trabuccare, Se non che le due dame con amore L'andarno dolcemente a confortare. - Che? - dician lor - Baron d'alto valore, Adunque ve voleti disperare? Non se cognosce la virtute intera Se non al tempo che fortuna è fiera. -

Molti saggi conforti gli san dare, Or l'una or l'altra con suave dire, E tanto seppen bene adoperare, Che da quel lago lo ferno partire. Ma come venne Baiardo a montare, Credette un'altra volta di morire, Dicendo: - O bon ronzone! egli è perduto Il tuo segnore, e non gli hai dato aiuto? -

Molte altre cose a quel destrier dicia Piangendo sempre il duca amaramente; In mezo de due dame ne va via, Baiardo ha sotto il cavallier valente. Sopra de Rabican l'una venìa, L'altra de Iroldo avea il destrier corrente; Quel de Prasildo, tutto desligato E senza briglia, rimase nel prato.

E caminando insino a mezo il giorno, Ad un bel fiume vennero arivare, Dove odirno suonare uno alto corno. Ora de Astolfo vi voglio lasciare, Perché agli altri baron faccio ritorno, Che ad Albraca la rocca hanno a guardare, E sempre fan battaglia a gran diffesa Contra a Marfisa di furore accesa.

Torindo era di fuor con la regina, Ed ha un messaggio a Sebasti mandato, Alla terra di Bursa, che confina A Smirne, a Scandeloro in ogni lato: Per tutta la Turchia con gran roina Ciascun che può venir ne venga armato. Questi conduce il forte Caramano, Che de Torindo è suo carnal germano.

Egli ha giurato mai non si partire D'intorno a quella rocca al suo vivente, Sin che non vede Angelica perire Di fame o foco, e tutta la sua gente; Però sì gran brigata fie' venire, Per esser fuor nel campo sì potente, Che non possan gir quei de dentro intorno, Che or mille volte n'escon fuora il giorno.

Perché il fiero Antifor e il re Ballano Stan sempre armati sopra dello arcione; Oberto dal Leone e re Adrïano, Re Sacripante e il forte Chiarïone Sopra la gente di Marfisa al piano Callano spesso a gran destruzïone; La dama esser non puote in ogni loco, Ché ben fuggian da lei come dal foco.

Acciò che 'l fatto ben vi sia palese, Aquilante non vi era, né Grifone, Né Brandimarte, il cavallier cortese. Questo fo il primo che lasciò il girone, Perché l'amor de Orlando tanto il prese, Nel tempo che con lui fu compagnone, Che, come sua partenza oditte dire, Subitamente se 'l pose a seguire.

E figli de Olivieri il simigliante Ferno ancor lor la seguente matina, Dico Grifone e 'l fratello Aquilante: E tanto ogni om de' duo forte camina, Che al conte Orlando trapassarno avante. Essendo gionti sopra a una marina, In mezo ad un giardin tutto fiorito Trovarno un bel palagio su quel lito.

Una logia ha il palagio verso il mare, Davanti vi passarno e duo guerreri; Quivi donzelle stavano a danzare, Ché vi avean suon diversi e ministeri. Grifon passando prese a dimandare A duo, che tenian cani e sparavieri, Di cui fosse il palagio; e l'un rispose: - Questo si chiama il Ponte dalle Rose.

Questo è il mar del Baccù, se nol sapeti. Dove è il palagio adesso e 'l bel giardino, Era un gran bosco, ben folto de abeti, Dove un gigante, che era malandrino, Stava nel ponte che là giù vedeti; Né mai passava per questo confino Una donzella o cavalliero errante, Che lor non fusse occisi dal gigante.

Ma Poliferno fu bon cavalliero, E da poi fatto re per suo valore, Occise quel gigante tanto fiero; Tagliò poi tutto il bosco a gran furore, Dove fece piantar questo verziero, Per fare a ciascadun che passi, onore. Ciò vedreti esser ver, come io vi dico; Al ponte anco ha mutato il nome antico.

Ché 'l Ponte Periglioso era chiamato, Or dalle Rose al presente si chiama: Ed è così provisto ed ordinato, Che ciascun cavalliero ed ogni dama, Quivi passando, sia molto onorato, Acciò che se oda nel mondo la fama Di quel bon cavallier, che è sì cortese Che merta lodo in ciascadun paese.

Là non potreti adunque voi passare, Se non giurati, a la vostra leanza, Per una notte quivi riposare; Sì ch'io ve invito a prender qui la stanza, Prima che indrieto abbiati a ritornare. - Disse Grifon: - Questa cortese usanza Da me, per la mia fè, non serà guasta, Se 'l mio germano a questo non contrasta. -

Disse Aquilante: - Sia quel che ti piace. - E così dismontarno alla marina. Verso il palagio va Grifone audace, Ed Aquilante apresso li camina. Gionti a la logia, non se pôn dar pace, Tanta era quella adorna e peregrina. Dame con gioco e festa, ministreri Vennero incontra a quei duo cavallieri.

Incontinenti fôrno disarmati, E con frutti e confetti e coppe d'oro Se rinfrescarno e cavallier pregiati, Poi nella danza entrarno anche con loro. Ecco a traverso de' fioriti prati Venne una dama sopra Brigliadoro; Istupefatto divenne Grifone, Come alla dama vide quel ronzone.

Similmente Aquilante fu smarito, E l'uno e l'altro la danza abandona, E verso quella dama se ne è gito, E ciascadun di lor seco ragiona, Dimandando a qual modo e a qual partito Abbia il destriero, e che è della persona Che suolea cavalcar quel bon ronzone. Lei d'ogni cosa li rende ragione,

Come colei che è falsa oltra misura, E del favolegiare avea il mestiero. Dicea che sopra un ponte alla pianura Avea trovato morto un cavalliero, Con una sopravesta di verdura E uno arboscello inserto per cimiero; E che un gigante apresso morto gli era, Feso d'un colpo insino alla gorgiera;

Che già non era il cavallier ferito, Ma pista d'un gran colpo avea la testa. Quando Aquilante questo ebbe sentito, Ben gli fuggì la voglia di far festa, Dicendo: - Ahimè! baron, chi t'ha tradito? Ch'io so ben che a battaglia manifesta Non è gigante al mondo tanto forte, Qual condutto se avesse a darti morte. -

Grifon piangendo ancor se lamentava, E di gran doglia tutto se confonde; E quanto più la dama dimandava, Più de Orlando la morte gli risponde. La notte oscura già s'avicinava, Il sol di drieto a un monte se nasconde; E duo baron, ch'avean molto dolore, Nel palagio alogiarno a grande onore.

La notte poi nel letto fuor' pigliati, E via condutti ad una selva oscura, Dove fôrno a un castello impregionati, Al fondo d'un torrion con gran paura, Dove più tempo sterno incatenati, Menando vita dispietata e dura. Un giorno il guardïan fuora li mena, Legati ambe le braccia di catena.

Seco legata mena la donzella Che sopra Brigliadoro era venuta; Un capitano con più gente in sella In questa forma quei baron saluta: - Oggi aveti a soffrir la morte fella, Se Dio per sua pietate non ve aiuta. - La dama se cambiò nel viso forte, Come sentì che condutta era a morte.

Ma già non se cambiarno e duo germani, Ciascuno è bene a Dio racomandato. Avanti a sé scontrarno in su quei piani Un cavalliero a piedi e tutto armato. Eran da lui ancor tanto lontani, Che non l'avrebbon mai rafigurato; Ma poi dirovi a ponto questo fatto, Che nel presente più di lor non tratto;

E tornovi a contar di quel castello Qual era assedïato da Marfisa. Chiarïone ogni giorno era al zambello Con gli altri che la istoria vi divisa; La regina cacciava or questo or quello, Ma non la aspetta alcun per nulla guisa; Già tutti quanti, eccetto Sacripante, L'avian provata nel tempo davante.

Esso non era della rocca uscito, Però che nella prima questïone De una saetta fu alquanto ferito, Sì che non può vestir sua guarnisone. Già tutto un mese integro era compito Poi che qua gionto fu il re Galafrone, Quando tutti e baroni una matina Saltâr nel campo di quella regina.

Cridan le gente: - Ad arme! - tutte quante; Ciascun di quei baron sembra leone. Il re Ballano a tutti vien davante, Poi Antifor e Oberto e Chiarïone, Il re Adrïano è drieto e Sacripante: Di quella gente fan destruzïone. Ben ha cagion ciascun de aver paura, Tutta è coperta a morti la pianura.

L'un doppo l'altro de quei baron fieri Venian di qua di là, gente tagliando; I scudi hanno alle spalle e bon guerrieri, E ciascuno a due man mena del brando. Vanno a terra pedoni e cavallieri, Ogniom davanti a lor fugge tremando; Rotti e spezzati vanno a gran furore: Ecco Marfisa gionta a quel rumore.

Giunse alla zuffa la dama adirata: Già non bisogna tempo a lei guarnire, Però che sempre se trovava armata. Quando Ballano la vide venire, Che ben sapea sua forza smisurata, In altra parte mostra di ferire, E più li piace ciascuno altro loco Che la presenza di quel cor di foco.

Già tutti insieme avean prima ordinato Che l'un con l'altro se debba aiutare, Perché la dama ha l'animo adirato E contra a tutti vôlse vendicare. Come Ballano adunque fu voltato, Lei prende dietro a quello a speronare, Cridando: - Volta! volta! can fellone, Ché oggi non giongi tu dentro al girone. -

Così cridando il segue per il piano; Ma il forte Antifor de Albarossia Di drieto la ferisce ad ambe mano; Lei non mostra curare e tira via. Disposta è di pigliare il re Ballano, Che a spron battuti innanzi le fuggia; Vien di traverso Oberto a gran tempesta, E lei ferisce al mezo della testa.

Non se ne cura la dama nïente, Ché dietro al re Ballano in tutto è volta. Or Chiarïone a guisa di serpente Mena a due mani e ne l'elmo l'ha còlta, Ma lei non cura il colpo e non lo sente; Tutta a seguir Ballano è lei disciolta. Lui, che a le spalle sente la regina, Voltasi e mena un colpo a gran ruina.

Mena a due mano e le redine lassa, Gionse nel scudo alla dama rubesta; Come una pasta per traverso il passa, E mezo il tira a terra a gran tempesta. Lei gionse lui ne l'elmo e lo fraccassa, E ferillo aspramente nella testa; Sì come morto l'abatte disteso, Dalle sue gente incontinente è preso.

Ma non vi pone indugio la donzella, Per la campagna caccia Chiarïone; Ciascun de gli altri adosso a lei martella; Non gli stima lei tutti un vil bottone. Già tolto Chiarïone ha fuor di sella, E via lo manda preso al paviglione; Questo veggendo quel de Albarossia, A più poter davanti li fuggia.

Ma lei lo gionse e ne l'elmo l'afferra; Al suo dispetto lo trasse de arcione, E poi tra le sue gente il getta a terra Come fusse una palla di cottone. Or comincia a finirse la gran guerra, Però che 'l re Adrïano è già pregione; Re Sacripante qui non se ritrova, Altrove abatte e fa mirabil prova.

Oberto dal Leon, quel sire arguto, Mette a sconfitta sol tutta una schiera. Marfisa da lontan l'ebbe veduto, Spronagli adosso la donzella fiera; Da cima al fondo gli divise il scuto, E fende sotto il sbergo ogni lamiera, E maglia e zuppa tutta disarmando Sino alla carne fie' toccare il brando.

Quel cavallier, turbato oltra misura, Lascia a due mano un gran colpo di spata. Di cotal cosa la dama non cura, Né parve aponto che fosse toccata: Ché l'elmo che avea in capo e l'armatura Tutta era per incanto fabricata; Ma lei contra de Oberto s'abandona, Sopra de l'elmo un gran colpo gli dona.

Con tal roina quel colpo discende, Che l'elmo non l'arresta de nïente; La fronte a mezo il naso tutta fende, Il brando calla giù tra dente e dente, E l'arme e busto taglia, e ciò che prende. Mena a fraccasso la spada tagliente, Né mai si ferma insino in su l'arcione: Cadde in due parte Oberto dal Leone.

Re Sacripante col brando a due mano Fende e nemici e taglia per traverso; Tuttavia combattendo, di lontano Ebbe veduto quel colpo diverso, Quando Oberto in due parte cadde al piano. Non ha l'animo lui per questo perso, Ma, speronando con molta roina, Col brando in mano afronta la regina;

E nella gionta un gran colpo li mena: Non ebbe mai la dama uno altro tale, Che quasi se stordì con grave pena. Par che il re Sacripante metta l'ale, Né l'estrema possanza e l'alta lena Della regina a questo ponto vale; Tanto è veloce quel baron soprano, Che ciascun colpo della dama è vano.

Egli era tanto presto quel guerrero, Che a lei girava intorno come occello, E schiffava e soi colpi de legiero, Ferendo spesso a lei con gran flagello. Frontalate avea nome quel destriero, Qual fu cotanto destro e tanto isnello, Che quando Sacripante a quello è in cima, Gli omini tutti e il mondo non istima.

Quel bon destrier, che fu senza magagna, E sì compito che nulla gli manca, Baglio era tutto a scorza di castagna, Ma sino al naso avea la fronte bianca. Nacque a Granata, nel regno di Spagna: La testa ha schietta e grossa ciascuna anca; La coda e côme bionde a terra vano, E da tre piedi è quel destrier balzano.

Quando gli è sopra Sacripante armato, De aspettar tutto il mondo si dà vanto; Ben ha di lui bisogno in questo lato, Né mai ne la sua vita ne ebbe tanto, Dapoi che con Marfisa èssi afrontato. La zuffa vi dirò ne l'altro canto, Che per l'uno e per l'altro, a non mentire, Assai fu più che far ch'io non so dire.

Canto terzo

Marfisa vi lasciai, ch'era affrontata Ne l'altro canto al re de Circasia. Benché sia forte la dama pregiata, Quel re circasso un tal destriero avia, Che non vi era vantaggio quella fiata. De ira Marfisa tutta se rodia, E mena colpi fieri ad ambe mano; Ma nulla tocca e ciascaduno è vano.

Ecco il re che ne vien come un falcone, Gionge a traverso quella nel guanzale; Essa risponde a lui d'un riversone Quanto puote più presto, ma non vale, Ché via passa de un salto quel ronzone Da l'altro lato, come avesse l'ale. Mena a quel canto ancor la dama adorna: De un altro salto lui di qua ritorna.

Il re percosse lei sopra una spalla, Ma non se attacca a quella piastra il brando, E giù nel scudo con fraccasso calla, Quanto ne prende a terra roïnando. Or se Marfisa un sol colpo non falla, Per sempre il pone della vita in bando; Se una sol volta a suo modo l'afferra, Feso in due pezzi lo distende a terra.

Come un castello in cima d'un gran sasso Intorno è d'ogni parte combattuto, Giù manda pietre e travi a gran fraccasso, Chiunche è di sotto sta ben proveduto; Mentre che la roina calla al basso, Ciascun cerca schiffando darsi aiuto: Questa battaglia avea cotal sembiante, Che è tra Marfisa e il forte Sacripante.

Lei sembrava dal celo una saetta, Quando menava sua spada tagliente, E mettia nel ferir cotanta fretta, Che l'aria sibillava veramente. Ma giamai Sacripante non l'aspetta, Mai non è in terra quel destrier corrente; Di qua, di là, da fronte e da le spalle, Quasi in un tempo col brando l'assalle.

Tutto il cimier gli avea tagliato in testa E rotto il scudo a quella zuffa dura; Stracciata tutta avea la sopravesta, Ma non puotea falsar quella armatura. Intorno da ogni canto li tempesta: Lei di suo tempestar nulla si cura; Aspetta il tempo, e nel suo cor si spera Finire a un colpo quella guerra fiera.

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