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Orlando innamorato

Front matter (continued 11)

Reading edition

Ma il re del Garbo e di Bellamarina, E il franco re de Arzila e quel de Orano, E il giovanetto re de Constantina, Il re di Bolga con quel di Fizano, Urtarno e lor destrieri a gran ruina Contra Agramante con le spade in mano. Cinquanta eran costor, né più né meno, Ciascun de ardire e di prodezza pieno.

E l'una e l'altra schiera a gran furore Scontrarno insieme con molto fracasso, Con cridi e trombe, e con tanto romore Quanto caduto fosse il celo al basso. La schiera de Agramante ebbe il peggiore, Perché atterrati furno al primo passo Da venti cavallier de la sua gente, E de questi altri sette solamente.

E quasi fu pigliata la bandiera, Ch'era portata avanti al re di poco, E sì stretta era la sembraglia e fiera, Che non mostrava, sì come era, un gioco. Sobrin di Garbo, la persona altiera, Che ha per insegna e per cimero un foco, Benché canuto sia forte il vecchione, In quel tornero assembra un fier leone.

Ma il re Agramante, che porta il quartero Nel scudo e sopravesta azuro e d'oro, Sopra di Sisifalto, il gran destriero, Se muove furïoso e dà tra loro. Mulabuferso, quel forte guerrero, Che regge de Fizano il tenitoro, Fu da Agramante de uno urto percosso, E cadde a terra col destrier adosso.

Ed Agramante per questo non resta, Ma per la schiera volta il gran ronzone, E gionse Mirabaldo in su la testa, E tramortito lo trasse de arcione. Questo era re di Borga e di gran gesta: La insegna di sua casa era un montone Ritratto in campo bianco a bel lavoro; Negro è il montone ed ha le corne d'oro.

Lui cadde a terra, e il re non si rafina Ferendo intorno e di furore acceso; Il re Gualcioto di Bellamarina De un colpo abatte alla terra disteso. Questo nel scudo avea la colombina, Con un ramo de oliva in bocca preso; Bianca è la colombina e il scudo nero, Ed a tal guisa ancor fatto il cimero.

Facea Agramante prove a meraviglia, E benché sia da molti accompagnato, Alcun già di prodezza nol simiglia. Il re di Tremison gli era da lato, Che al scudo d'oro ha la rosa vermiglia: Alzirdo il campïone è nominato; E Folvo era con seco, il re di Fersa, Che ha il scudo azuro e de oro una traversa;

Molti altri ancora che io non vo' contare, Che aspetto a dirli poi più per bell'agio: E nomi e l'arme lor vo' divisare, Quando faranno in Francia il gran passagio. Ma voglio nel presente seguitare Del torniamento fatto al bel rivagio Tra que' re saracini a gran furore, Ove mostra Agramante il suo valore.

Alla sinistra e alla destra si volta, E questo abatte e quello urta per terra, Facendo col destriero aprir la folta, E l'uno al braccio e l'altro a l'elmo afferra. Tutta sua compagnia stava ricolta, E lui soletto fa cotanta guerra: Per dimostrar la sua fortezza ed arte Gli altri suoi tutti avea tratti da parte.

E prese il re de Arzila nel cimiero, Al suo dispetto lo trasse d'arcione; E non ritrova re né cavalliero Qual seco durar possa al parangone. Stava nel sasso a riguardar Rugiero Questa sembraglia, a lato a quel vecchione; A lato a quel vecchion che l'ha nutrito, Stava mirando il giovanetto ardito.

Ma per l'altezza lontano era un poco Ove quelle arme son meschiate al piano, E per gran doglia non trovava loco, Battendo e piedi e stringendo ogni mano; Ed avea il viso rosso come un foco, Pregando pure il negromante in vano Che giù lo ponga, e ripregando spesso, Sì che quel gioco più vegga di presso.

- Deh, - diceva Atalante - filiol mio, Egli è un mal gioco quel che vôi vedere! Stati pur queto e non aver disio Tra quella gente armata de apparere; Però che il tuo ascendente è troppo rio, E, se de astrologia l'arte son vere, Tutto il cel te minaccia, ed io l'assento, Che in guerra serai morto a tradimento. -

Rispose il giovanetto: - Io credo bene Che 'l celo abbia gran forza alle persone; Ma se per ogni modo esser conviene, Ad aiutarlo non trovo ragione. E se al presente qua forza mi tiene, Per altro tempo o per altra stagione Io converrò fornire il mio ascendente, Se tue parole e l'arte tua non mente.

Onde io ti prego che calar mi lassi, Sì ch'io veda la zuffa più vicina, O che io mi gettarò de questi sassi, Trabuccandomi giù con gran roina; Ché ognior ch'io vedo per que' lochi bassi Sì ben ferir la gente peregrina, Serebbe la mia gioia e il mio conforto Star seco un'ora, ed esser dapoi morto. -

Veggendo il vecchio quella opinïone, Che gire ad ogni modo è destinato, Andò di quel giardino ad un cantone, Ove un picciol uscietto ha disserrato; E menando per mano il bel garzone Per una tomba discese nel prato, A piè del sasso, a lato alla fiumana, Ove si stava il re de Tingitana.

Dico che il re Brunello alla riviera Stava soletto ove il vecchio discese, E come vidde il giovanetto in ciera, Che sia Rugiero subito comprese. Mirando il suo bel viso e la maniera, La atta persona e l'abito cortese, Cognobbe il re Brunel, che è tanto esperto, Che era Rugiero il giovane di certo.

E, preso Frontalate, il suo destriero, Accorda il speronar bene alla briglia; Onde quel, ch'era sì destro e legiero, Facea bei salti e grandi a meraviglia. A ciò mirando il giovane Rugiero, Tanto piacere e tanta voglia il piglia De aver quel bel destrier incopertato, Che del suo sangue avria fatto mercato.

E pregava Atalante, il suo maestro, Che gli facesse aver quel bon ronzone; Or, per non vi tener troppo a sinestro, E racontarvi la conclusïone, Benché Atalante avesse il core alpestro, E dimostrasse con molta ragione La sua misera sorte al giovanetto, Perché e destrieri e l'arme abbia in dispetto,

Lui tal parole più non ascoltava Che ascolti il prato che ha sotto le piante, Anci di doglia ognior si consumava, Mostrando di morirse nel sembiante. Onde a sua voglia il vecchio se piegava, E come il re Brunel fu loro avante, Dimandarno il destriero e guarnimento, Per cambio di tesoro a suo talento.

Il re, che fuor di modo era scaltrito, Veggendo andare il fatto a suo disegno, - Se l'ôr - dicea - del mondo fosse unito, Non vi darebbi il mio destrier per pegno, Però che un gran passaggio è stabilito, Ove ogni cavallier d'animo degno, Che desidri acquistar fama ed onore, Potrà mostrare aperto il suo valore.

Ora è venuta pur quella stagione Che desidrava ciascun valoroso; Or vederasse a ponto il parangone Di chi vôl loda, e chi vôl stare ascoso. Or si vedranno e cor de le persone, Qual serà vile, e qual sia glorïoso; Chi restarà di qua, come schernito Da' fanciulletti fia mostrato a dito;

Però che 'l re Agramante vôl passare Contra al re Carlo ed alla sua corona, Tutto di velle è già coperto il mare, La Africa tutta a furia se abandona. Gionto è quel tempo che può dimostrare Ciascun suo ardire e sua franca persona; Ogni bon cavalliero a tondo a tondo Farà di sé parlar per tutto il mondo. -

Mentre che sì parlava il re Brunello, Rugier, che attentamente l'ascoltava, Più volte avea cangiato il viso bello, E tutto come un foco lampeggiava, Battendo dentro al cor come un martello: E 'l re pur ragionando seguitava: - Non se vidde giamai, né in mar né in terra, Cotanta gente andare insieme a guerra.

E già trentaduo re sono adunati: Ciascun gran gente di sua terra mena; Già sono e vecchi e' fanciulletti armati, Retien vergogna le femine apena. Però, segnor, non vi meravigliati Se il mio ronzon, che è di cotanta lena, Non voglio darvi a cambio di tesoro, Perché io nol venderebbi a peso d'oro.

Ma se io stimassi che tu, giovanetto, Restassi per destrier di non venire, Insino adesso ti giuro e prometto Che de queste armi ti voglio guarnire, E donerotti il mio destriero eletto; E so che certamente potrai dire, Che 'l principe Ranaldo o il conte Orlando Non ha meglior ronzon né meglior brando. -

Non stette il giovanetto ad aspettare Che Atalante facesse la risposta, Come colui che mille anni gli pare Di esser sopra lo arcion senz'altra sosta, E disse: - Se il destrier mi vôi donare, Nel foco voglio intrare a ogni tua posta; Ma sopra a tutto te adimando in graccia Che quel che far si die', presto si faccia;

Ché là giù vedo quella gente armata, Qual tanto ben si prova in su quel piano, Che ogni atimo mi pare una giornata Di trovarmi tra lor col brando in mano; Onde io ti prego, se hai mia vita grata, Damme l'armi e il destriero a mano a mano Ché, se io vi giongo presto, e' mi dà il core O di morire, o de acquistare onore. -

Il re rispose sorridendo un poco: - Non si vôl far là giù destruzïone, Perché la gente che vedi in quel loco, De Africa è tutta ed adora Macone. Quello armeggiare è fatto per un gioco, E sol si mena il brando di piattone; Di taglio, né di ponta non si mena: Ciò comandato è sotto grave pena. -

- Damme pur il destriero e l'armatura, - Dicea Rugiero - ed altro non curare, Però che io ti prometto alla sicura Che io saprò come loro il gioco fare. Ma tu me indugiarai a notte oscura, Prima che io possa a quel campo arivare. Male intende colui che in tempo tiene, Ché mezo è perso il don che tardi viene. -

Odendo questo il vecchione Atalante, Però che era presente a le parole, Biastemava le stelle tutte quante, Dicendo: - Il celo e la fortuna vôle Che la fè di Macone e Trivigante Perda costui, che è tra' baroni un sole, Che a tradimento fia occiso con pene; Or sia così, dapoi che esser conviene. -

Così parlava forte lacrimando Quel negromante, e con voce meschine Dicea: - Filiolo, a Dio ti racomando! - Poi se ascose lì presso tra le spine. Ma il giovanetto avea già cento il brando, E guarnito era a maglie e piastre fine, E preso al ciuffo il bon destriero ardito Sopra lo arcion de un salto era salito.

Il mondo non avea più bel destriero, Sì come in altro loco io vi contai. Poi che ebbe adosso il giovane Rugiero, Più vaga cosa non se vidde mai. E, mirando il cavallo e il cavalliero, Se penarebbe a iudicare assai Se fosser vivi, o tratti dal pennello, Tanto ciascuno è grazïoso e bello.

Era il destrier ch'io dico, granatino: Altra volta descrissi sua fazone. Frontalate il nomava il saracino, Qual lo perdette ad Albraca al girone; Ma Rugier possa l'appellò Frontino, Sin che seco fu morto il bon ronzone; Balzan, fazuto, e biondo a coda e chiome, Avendo altro segnore ebbe altro nome.

Quel che facesse il giovanetto fiero Sopra questo ronzon di che vi conto, E come sparpagliasse il gran torniero, Quando nel prato subito fu gionto, Più largo tempo vi farà mestiero, Onde al canto presente faccio ponto; E nel seguente conterovi a pieno Come il fatto passò, né più né meno.

Canto decimosettimo

Come colui che con la prima nave Trovò del navicar l'arte e l'ingegno, Prima alla ripa e ne l'onda suave Andò spengendo senza vella il legno; A poco a poco temenza non have De intrare a l'alto, e poi, senza ritegno Seguendo al corso il lume de le stelle, Vidde gran cose e glorïose e belle;

Così ancora io fin qui nel mio cantare Non ho la ripa troppo abandonata; Or mi conviene al gran pelago intrare, Volendo aprir la guerra sterminata. Africa tutta vien di qua dal mare, Sfavilla tutto il mondo a gente armata; Per ogni loco, in ogni regïone È ferro e foco e gran destruzïone.

Assembrava in Levante il re Gradasso, In Ponente Marsilio, il re di Spagna, Che ad Agramante ha conceduto il passo, Ed esso è in mezo giorno alla campagna. Tutta Cristianitate anco è in fraccasso, La Francia, l'Inghilterra e la Allemagna; Né Tramontana in pace se rimane: Vien Mandricardo, il figlio de Agricane.

Tutti vengono adosso a Carlo Mano Da ogni parte del mondo, a gran furore; Allor fia pien di sangue il monte e il piano, E se odirà nel cel l'alto romore; Ma nel presente io me affatico in vano, Ché a questo fatto io non son gionto ancore, E, volendol chiarire, egli è mestiero Prima che io conti il tutto di Rugiero.

Il qual lasciai in su il destriero armato, Con Balisarda il bon brando al gallone, Qua già fu con tale arte fabricato, Che taglia incanto ed ogni fatasone; Or, perché il fatto ben vi sia contato, Che l'intendiati a ponto per ragione, Quel torniamento de che vi contai, Era nel prato più caldo che mai.

Ché Pinadoro, il re de Constantina, E il re di Nasamona, Pulïano, Veggendo de Agramante la ruina, Qual solo abatte la sua schiera al piano (Ché il re di Bolga e di Bellamarina, E quel d'Arzila con quel di Fizano, Qual d'urto avea atterrato e qual di spada, E ben tra gli altri se facea far strada;

E la schiera di lui stava da lato, Come tal fatto non toccasse a loro): Onde e due franchi re ch'io v'ho contato, Io dico Pulïano e Pinadoro, Avendo il campo alquanto circondato, Ferirno a tutta briglia tra costoro, E ferno aprir per forza quella schiera, Gettando a terra la real bandiera.

Alla guardia di quella era Grifaldo Re di Getula, e 'l re de la Alganzera: Bardulasto avea nome quel ribaldo, Di cor malvaggio e di persona fiera. Né l'un né l'altro al gioco stette saldo: Fo lor squarciata in braccio la bandiera, E fo Grifaldo tratto de l'arcione Da Pulïano a gran confusïone.

E Bardulasto quasi tramortito Fu per cadere anch'esso alla foresta; Ché Pinadoro, il giovanetto ardito, A gran roina il gionse in su la testa; Onde, al colpo diverso imbalordito, Via ne 'l porta il destriero a gran tempesta; E Pinadoro a gli altri se disserra, E questo abatte e quello urta per terra.

Gionse alla fronte il forte re di Fersa, Fiaccando sopra a l'elmo la corona, Che ne andò a terra in più parte dispersa; Poi verso Alzirdo tutto se abandona, E tramortito al campo lo riversa. Questo Alzirdo era re di Tremisona; Gettollo a terra il re di Constantina, Che sopra al campo mena tal roina.

Fo costui figlio a l'alto re Balante, Che da Rugier Vassallo ebbe la morte, Vago di faccia e di core arrogante, Maggior del patre e più destro e più forte. Ora la gente a lui fugge davante, Né se ritrova alcun che se conforte Di star con seco voluntieri a faccia, Ma come capre avante ogniom se caccia.

Il re Agramante non era vicino, Ed intendea di tal fatto nïente, Però che avea afrontato il re Sobrino, E quel se diffendeva arditamente; Ma vidde di lontano il gran polvino Che menava fuggendo la sua gente. Fuggia sua gente a Pinadoro avante: Forte turbosse in faccia il re Agramante,

E rivoltato con la spada in mano Ne l'elmo a Pinadoro un colpo lassa, E tramortito lo distese al piano; Ma, mentre che turbato avanti passa, Gionse a lui nella coppa Pulïano, E la coperta a l'elmo li fraccassa, Scendendo sì gran colpo in su le spalle, Che quasi il pose del destriero a valle.

Pur, come quel che avea soperchia lena, Se tenne per sua forza nello arcione, E verso Pulïano il brando mena, E qui se cominciò l'aspra tenzone. Or, mentre che ciascun più se dimena, Vi gionse il re di Garbo, quel vecchione, El re de Arzila, ch'era rimontato, Quel de Fizano e quel di Bolga a lato.

Adosso ad Agramante ogniom si serra, E quando l'un promette, e l'altro dona, Come fosse mortal l'odio e la guerra; Pur che si possa, alcun non se perdona. Tutto il cimiero avean gettato a terra Ad Agramante e rotta la corona Quei cinque re ch'io dissi; ogniom martella, Cercando trarlo al fin for della sella.

E certo l'avrian preso al suo dispetto, A benché fosse sì franco guerrero, Ché avere a far con uno egli è un diletto, Ma cinque son pur troppo, a dire il vero. Ora vi gionse il forte giovanetto, Qual giù callava, io dico il bon Rugiero, Che l'arme avea del re de Tingitana; Callò la costa e gionse in su la piana.

Come fo gionto, tutto se abandona Ove stava Agramante a mal partito; Frontino, il bon destrier, forte sperona E dà tra loro il giovanetto ardito; Gionse alla testa il re di Nasamona, E fuor d'arcione il trasse tramortito, E toccò dopo lui quel re Fizano; Sì come al primo, lo distese al piano.

Alto da terra volta il suo Frontino, Che proprio un cervo a' gran salti somiglia; Alcun già non cognosce il paladino: Che sia Brunello ogniom si meraviglia. Ora ecco gionto ha d'urto il re Sobrino, Correndo l'uno e l'altro a tutta briglia; Ed andò il re Sobrino, a gran fraccasso, Il suo destriero e lui tutto in un fasso.

Dopo lui pose a terra Prusïone, Quale era re de l'Isole Alvaracchie. Come da l'aria giù scende il falcone, E dà nel mezo a un groppo di cornacchie: Lor, sparpagnate a gran confusïone, Cridando van per arbori e per macchie; Così tutta la gente in quel torniero Fuggia davanti al paladin Rugiero.

Il re de Arzila, io dico Bambirago, Fu da Rugier colpito in su la testa; Costui portava per cimiero un drago: Con quel percosse il capo alla foresta. Sempre più viene il giovanetto vago Di ben ferire, e menando tempesta Pose Tardoco e Marbalusto al piano, L'un re de Alzerbe e l'altro re d'Orano.

E Baliverzo, il re di Normandia, Fo tratto dello arcione al suo dispetto. Quando Agramante e gran colpi vedia, Per meraviglia usciva de intelletto, Ché 'l re de Tingitana esser credia, Per l'arme che avea indosso il giovanetto; Ma prima nol tenea gagliardo tanto, Or ben li dava di prodezza il vanto.

Perché sappiati il fatto ben compito, Ordinato è il torniero a tal ragione, Che non poteva alcuno esser ferito, Menando tutti e brandi de piatone, Ed altrimente a morte era punito Chiunque facesse al gioco fallisone. Di taglio né di ponta alcun non mena: Sapea Rugiero e l'ordine e la pena.

Però menava sol di piatto il brando, E gionse il fio d'Almonte, Dardinello, Che portava il quarter sì come Orlando, E for de arcion lo trasse a gran flagello. Dicea Agamante: - A Dio mi racomando, Ch'io non credetti mai che quel Brunello Un regno meritasse per valore: Ma ben serebbe degno imperatore. -

Queste parole diceva Agramante, E stavasi da parte a riguardare E colpi orrendi e le prodezze tante, Quanto potesse alcuno imaginare. Ecco Rugiero abatte a lui davante Argosto, che armiraglio era del mare, Argosto de Marmonda, il pagan fiero, Che avea il timone a l'elmo per cimiero.

Gionse Arigalte, il re de l'Amonia, E 'l re de Libicana, Dudrinasso, E seco Manilardo in compagnia, Re di Norizia, e mena gran fraccasso. Eran costoro il fior de Pagania, Che non curavan tutto il mondo uno asso; Veggendo che colui fa tanta guerra, Se destinâr di porlo al tutto in terra.

Ciascun percosse il giovanetto franco, Ma lui trasse Arigalte de la sella, Qual porta senza insegna il scudo bianco, E per cimero un capo di donzella. Al primo colpo non parbe già stanco, Ché Dudrinasso sì forte martella, Che gli roppe 'l cimero e la corona, E tramortito a terra lo abandona;

Ed avantosse contra a Manilardo, Né più de' primi fu questo diffeso; Benché tra gli altri assai fusse gagliardo, Rimase allora in su il prato disteso. Quando Agramante a ciò fece riguardo, Fu ben de invidia grande al core acceso, Che un altro avesse più di lui valore, Stimando assai per questo esser minore.

E destinato veder se Brunello Potesse il campo contra a lui durare, Mossese ratto, che parbe uno uccello. Sopra a Rugiero un colpo lascia andare, E gionse di traverso il damigello, E quasi il fece a terra trabuccare; Ma pur se tenne nello arcion apena, Presto se volta ad Agramante e mena.

Era il cimero e la insegna reale Tre fusi da filare e una gran rocca; Rugier, che gionse il re sopra al frontale, Roppe le fuse e a terra lo trabocca. A' soi sequaci ciò parbe gran male, Onde ciascuno il giovanetto tocca: Alzirdo, Bardulasto e Sorridano, Ciascun quanto più pô, mena a due mano.

Quel Sorridano è re della Esperia, Ove il gran fiume Balcana discende, Qual crede alcun che il Nil d'Egitto sia, Ma chi ciò crede, poco se n'intende. Or questi tre che io dissi, tuttavia Ciascun quanto più pô Rugiero offende; Chi di qua chi di là mena tempesta, L'un per le braccie e l'altro per la testa.

Voltosse verso Alzirdo il pro' Rugiero, E quel ferì de un colpo sì diverso, Che a gambe aperte il trasse del destriero; Poi mena a Sorridano un gran roverso, E lui distese sì come il primiero. Allor fu Bardulasto tutto perso, Né gli bastando d'affrontarsi il core Venne alle spalle il falso traditore;

E ferì de una ponta nel costato Quel franco giovanetto a tradimento. Quando Rugier si sente innaverato, Forte adirosse e non prese spavento; E verso Bardulasto rivoltato, Lo vidde ritornar di mal talento Per donarli la morte a l'altro tratto; Ma non andò come credette il fatto.

Ché, rivoltato essendo a lui Rugiero, Non lo sofferse di guardare in faccia, Che era in sembianza sì turbato e fiero, Che par che al mondo e 'l cel tutto minaccia; Onde esso, rivoltato il suo destriero, Fuggendo avante a lui si pose in caccia. Rugiero il segue, e sembra una saetta, Cridando: - Volta! volta! Aspetta! aspetta! -

Ma quel, che non volea ponto aspettare, Giva ad un bosco assai quindi vicino, Credendo di nascondersi e campare; Ma troppo corridore era Frontino. Non valse a Bardulasto il speronare, Ché presso al bosco il gionse il paladino, Là dove al suo dispetto essendo gionto, Venne animoso a quello estremo ponto;

E rivoltato con molto furore Menò più colpi in vano al giovanetto, Ma durò la battaglia poco d'ore, Ché presto fu partito insino al petto. Così il re de Algazera traditore Rimase morto a canto a quel boschetto; Rugier, spargendo il sangue for del fianco, A poco a poco quasi venìa manco.

Ma per pigliare a ciò rimedio e cura Tornava al sasso dove era Atalante, Il qual sapea de l'erbe la natura E le virtute e l'opre tutte quante; Onde di cavalcar ben se procura Per ritrovarsi presto a lui davante, Ché tanto la ferita lo adolora, Che non bisogna far lunga dimora.

Così ne andò Rugier, che era ferito; E gli altri che restarno al torniamento, Non se accorgevan che fosse partito, Tanto gli avea percossi alto spavento. Ma il re Agramante tutto sbigotito A destrier rimontò con gran tormento, Perché avea di vergogna un tal sconforto, Che avria pena minore ad esser morto.

Or lasciamo costor tutti da parte, Ché nel presente ne è detto a bastanza, Però che il conte Orlando e Brandimarte Mi fa bisogno di condurli in Franza, Accioché queste istorie che son sparte, Siano raccolte insieme a una sustanza; Poi seguiremo un fatto tanto degno Quanto abbia libro alcuno in suo contegno.

Andava Brandimarte e il conte Orlando Per ritrovare Angelica al girone, Sì come io vi contava alora quando Lasciò Ranaldo Astolfo con Dudone; Or là ritorno e dico, seguitando, Che in diversi paesi e regïone Per aventure strane ebber che fare, Come io vi voglio a ponto racontare.

Insieme cavalcando una matina; In India, se trovarno ad un gran sasso, Ove presso a una fonte una regina Tenea piangendo forte il viso basso; Sopra ad un ponte che quivi confina, Guardava un cavalliero armato il passo. Fermârsi e duo baron, pur con pensiero Di aver battaglia con quel cavalliero.

Ma ciascun d'essi, io dico il paladino E Brandimarte, in prima volea gire; E, standosi in contesa, un peregrino Col suo bordone in man vedon venire. Quel mostrava aver fatto un gran camino, E passandosi via senz'altro dire, Più non pensando, al ponte se ne entrava, Ma il cavallier di là forte cridava:

- Tòrnati adietro, se non vôi morire, Tòrnati adietro, - cridava - poltrone, Ché non è cavallier di tanto ardire, Qual commettesse questa fallisone! Se tu non torni, io te farò partire Con sì fatto combiato, vil giottone, Che mai non vederai ponte né sasso Qual non te torni a mente questo passo. -

Il peregrin, mostrandosi tapino, Dicea: - Baron, per Dio! lasciami andare, Ch'io aggio un voto al tempio de Apollino, Il quale è in Sericana a lato al mare. Se un altro ponte qua fosse vicino, Ove questa acqua si possa vargare, E me lo mostri, io te ringrazio e lodo; Se non, qua passar voglio ad ogni modo. -

- Come "a ogni modo", schiuma di cucina! - Rispose il cavallier forte adirato, E verso lui se mosse con ruina, Per averlo del ponte trabuccato; Ma il peregrin, gettando la schiavina, Di sotto si scoperse tutto armato; Lasciando andare a terra il suo bordone, Trasse con furia un brando dal gallone.

E' non se vidde mai livrer né pardo, Il qual levasse sì legiero il salto, Come faceva il peregrin gagliardo, E quanto il cavallier sempre è tanto alto. Né questo a quello avea ponto riguardo, Ma con feroce e dispietato assalto L'un l'altro avea ferito in parte assai, E pur van drieto e non s'arrestan mai.

Il cavallier smontato era de arcione, Temendo che il destrier gli fosse occiso, E, se non fosse sì forte barone, Dal peregrin serìa stato conquiso. Ciò riguardando il figlio di Melone E Brandimarte, fo ben loro aviso Non aver visti al mondo duo guerrieri Che sian de questi più gagliardi e fieri.

E benché a ciascun d'essi un'altra volta Sembri aver visto il peregrino altronde, Lo abito strano e la gran barba e folta Non gli lascia amentare il come o il donde. Or la battaglia è ben stretta e ricolta, Né abatte il vento sì spesso le fronde, Né si spessa la neve o pioggia cade, Come son spessi e colpi de le spade.

Il peregino ognior del ponte avanza, Come colui che a meraviglia è fiero, Ed era de alto ardire e gran possanza, Onde avea già ferito il cavalliero Nel braccio, nella testa e nella panza, Sì che ritrarsi gli facea mestiero; E benché ancor mostrasse ardita fronte, Pur se ritrava abandonando il ponte.

Era di là dal ponte una pianura Intorno al sasso di quella fontana; Quivi era un marmo de una sepoltura, Non fabricata già per arte umana, E sopra, a lettre d'oro, una scrittura, La qual dicea: ' Bene è quella alma vana, Qual s'invaghise mai del suo bel viso; Quivi è sepolto il giovane Narciso.'

Narciso fu in quel tempo un damigello Tanto ligiadro e di tanta bellezza, Che mai non fu ritratta con pennello Cosa che avesse in sé cotal vaghezza; Ma disdegnoso fu come fu bello, Però che la beltate e l'alterezza Per le più volte non se lascian mai, Dil che perita è gran gente con guai:

Sì come la regina de Orïente Amando il bel Narciso oltra misura, E trovandol crudel sì de la mente, Che di sua pieta o di suo amor non cura, Se consumava misera, dolente, Piangendo dal matino a notte oscura, Porgendo preghi a lui con tal parole, Che arian possanza a tramutare il sole.

Ma tutte quante le gettava al vento, Perché il superbo più non l'ascoltava Che aspido il verso de lo incantamento, Onde ella a poco a poco a morte andava, E gionta infin allo ultimo tormento Il dio d'Amore e tutto il cel pregava, Ne gli estremi sospir piangendo forte, Iusta vendetta a la sua iniusta morte.

E ciò gli avenne, però che Narciso Alla fontana, de che io ve contai, Cacciando un giorno fo gionto improviso, E corso avendo dietro a un cervo assai, Chinosse a bere, e vide il suo bel viso, Il qual veduto non avea più mai; E cadde, riguardando, in tanto errore, Che de se stesso fu preso d'amore.

Chi odì giamai contar cosa sì strana? O iustizia de Amor, come percote! Or si sta sospirando alla fontana, E brama quel che avendo aver non pote. Quell'anima che fu tanto inumana, A cui le dame ingenocchion devote Si stavano adorar come uno Dio, Or mor de amore in suo stesso desio.

Esso, mirando il suo gentile aspetto, Che di beltate non avea pariglio, Se consumava di estremo diletto, Mancando a poco a poco, come il ziglio O come incisa rosa, il giovanetto, Sin che il bel viso candido e vermiglio E gli occhi neri e 'l bel guardo iocondo Morte distrusse, che destrugge il mondo.

Quindi passava per disaventura La fata Silvanella a suo diporto, E dove adesso è quella sepoltura Iacea tra' fiori il giovanetto morto. Essa, mirando sua bella figura, Prese piangendo molto disconforto, Né se sapea partire; e a poco a poco Di lui s'accese in amoroso foco.

Benché sia morto, pur di lui s'accese, Avendo di pietate il cor conquiso, E lì vicino a l'erba se distese, Baciando a lui la bocca e il freddo viso, Ma pur sua vanitate al fin comprese, Amando un corpo dal spirto diviso, E la meschina non sa che si fare: Amar non vôle, e pur conviene amare.

Poi che la notte e tutto l'altro giorno Ebbe la fata consumato in pianto, Un bel sepolcro di marmoro adorno In mezo il prato fece per incanto; Né mai poi se partitte ivi de intorno, Piangendo e lamentando, infino a tanto Che a lato alla fontana in tempo breve Tutta se sfece, come al sol la neve.

Ma per aver ristoro o compagnia A quel dolor che a morte la tirava, Struggendosi de amor, fu tanto ria, Che la fontana in tal modo affatava, Che ciascun, qual passasse in quella via, Se sopra a l'acqua ponto rimirava, Scorgea là dentro faccie di donzelle, Dolce ne gli atti e grazïose e belle.

Queste han ne gli occhi lor cotanta grazia, Che chi le vede, mai non può partire, Ma in fin convien che amando se disfazia, Ed in quel prato è forza de morire. Ora ivi arivò già per sua disgrazia Un re gentile, accorto e pien d'ardire, Quale era in compagnia de una sua dama: Lei Calidora e lui Larbin si chiama.

Essendo questo alla fonte arivato, E dello incanto non essendo accorto, Per la falsa sembianza fu ingannato, E sopra l'erbe ivi rimase morto. La dama, che l'avea cotanto amato, Abandonata de ogni suo conforto, Si pose a lacrimare in quella riva, E star si vôle insin che serà viva.

Questa è la dama che piangeva al sasso, E il ponte al cavallier facea guardare, Accioché ogni altro che arivava al passo Non se potesse a quel fonte mirare. Da poi che il suo Larbin dolente e lasso Per quello incanto vidde consumare, Pietà gli prese de ogni altra persona, E stassi al fonte, e mai non l'abandona.

E questa istoria, quale io v'ho contata, Del bel Narciso e di sua morte strana, Lei tutta la narrò, come era stata, Al conte Orlando presso alla fontana, Poscia che vidde la disconsolata Alla battaglia orribile e inumana Quel franco peregrino esser sì forte, Che al suo barone avria dato la morte.

Temendo che sia morto il suo barone, Aiuto o pace dimandava al conte, Mostrando a lui che per compassïone De ogni altra gente fa guardare il ponte; Onde a bona drittura di ragione Non debbe il cavallier ricevere onte, Qual non dimora là per fellonia, Ma per campare altrui da morte ria.

Cognosce il conte che ella dice il vero, Però ben presto se trasse davante, E tra quel peregrino e il cavalliero Spartì la fiera zuffa in uno istante; Poi, riguardando a lor con più pensiero, Cognobbe che l'uno era Sacripante E l'altro, che in più parte fu ferito, Era Isolieri, il giovanetto ardito;

Qual, per guardare a Calidora il passo, Insin di Spagna a l'India era venuto, Che pur pensando al gran camin son lasso; Amor l'avea condutto e ritenuto. Ma Sacripante andava al re Gradasso, Da Angelica mandato per aiuto, Come io vi dissi alora che Brunello A lui tolse il destriero, a lei lo anello.

Alor contai come prese il camino: Non so se a ponto ben lo ricordati, Che l'abito pigliò di peregrino. Avendo già più regni oltra passati, Gionse alla fonte in su questo confino. Segnor, che intorno e mei versi ascoltati, Se alcun de voi de odire ha pur talento, Ne l'altro canto io lo farò contento.

Canto decimottavo

Fo glorïosa Bertagna la grande Una stagion per l'arme e per l'amore, Onde ancora oggi il nome suo si spande, Sì che al re Artuse fa portare onore, Quando e bon cavallieri a quelle bande Mostrarno in più battaglie il suo valore, Andando con lor dame in aventura; Ed or sua fama al nostro tempo dura.

Re Carlo in Franza poi tenne gran corte, Ma a quella prima non fo sembïante, Benché assai fosse ancor robusto e forte, Ed avesse Ranaldo e 'l sir d'Anglante. Perché tenne ad Amor chiuse le porte E sol se dette alle battaglie sante, Non fo di quel valore e quella estima Qual fo quell'altra che io contava in prima;

Però che Amore è quel che dà la gloria, E che fa l'omo degno ed onorato, Amore è quel che dona la vittoria, E dona ardire al cavalliero armato; Onde mi piace di seguir l'istoria, Qual cominciai, de Orlando inamorato, Tornando ove io il lasciai con Sacripante, Come io vi dissi nel cantare avante.

Dapoi che il conte intese dove andava Re Sacripante, ed ove era venuto, E come in tema Angelica si stava Non aspettando d'altra parte aiuto, Il franco cavallier ben sospirava, E tutto se cambiò nel viso arguto; E senza fare al ponte altro pensiero, Calidora lasciò con Isoliero.

E Sacripante prese la schiavina E la tasca e il cappello e il suo bordone; Al re Gradasso via dritto camina. Ma torno adesso al figlio di Melone, Che cavalcando gionse una matina Con Brandimarte ad Albraca il girone; Ma non san come far quivi l'intrata, Cotanta gente intorno era acampata.

Torindo, il re de' Turchi, e 'l Caramano Quivi era in campo, e 'l re di Santaria E Menadarbo, il quale era Soldano, Che tenne Egitto e tutta la Soria; Coperto era a trabacche e tende il piano: Non se vidde giamai tanta genia; Solo adunata è quella gente fella Per donar pena e morte a una donzella.

Ma chi per una e chi per altra iniuria Intorno a quella dama era attendato; Torindo il Turco menava tal furia Per Trufaldino, il qual fo spregionato; E Menadarbo, quel Soldan, lo alturia, Però che fo gran tempo inamorato De Angelica la bella; e sempre mai Ebbe repulsa e beffe e scorni assai.

Onde l'amore avea in odio rivolto, E sol per disertarla venuto era. Veggendo Orlando il gran popolo accolto, Che avea coperto il piano e la costiera, Benché egli ardisse e disïasse molto Di far battaglia più che voluntiera, Tanto vedere Angelica li piace Che provar volse di passare in pace.

Però se ascose in un bosco vicino, E là si stette insino a notte oscura, Poi, come quel che ben sapea il camino, Intrò dentro alla rocca alla sicura. Quando la dama vidde il paladino, Di tutto il mondo ormai non ha più cura; Non dimandati se ella ebbe conforto, Perché certo credea che 'l fusse morto.

Molte fôr le carezze e l'accoglienza Che Angelica li fece a quel ritorno. Il conte di narrarle indi comenza Poscia che se partitte il primo giorno, Insin che è gionto nella sua presenza; Come trovò Marfisa e perse il corno, E de Origille quelle beffe tante, Sin che in prigion lo pose Manodante;

Come Ranaldo quindi era partito Per gire in Franza, ed Astolfo e Dudone; E ciò che prima e poscia era seguito Li disse Orlando a ponto per ragione. La dama, benché il tutto avesse odito, Pure ascoltando che il figlio d'Amone Era tornato in Franza al suo paese, De rivederlo ancor tutta se accese.

Onde cominciò il conte a confortare, Mostrando a lui per diverse cagione Come doveva in Francia ritornare; E che ormai più dentro a quel girone Non è vivanda che possa durare, Sì che star non vi può lunga stagione, Ed è bisogno aritrovar rimedio Onde si campi for di quello assedio.

E che ella seco ne volea venire, Ove ad esso piacesse, in ogni loco. Or quivi non fu già molto che dire, Né il conte vi pensò troppo né poco; Ma quella notte se ebbero a partire, E nella rocca in molte parte il foco Lasciarno, che alle torre e nei merli arda, Per dimostrar che ancor vi sia la guarda.

E poi per l'aria scura e tenebrosa Tutto passarno senza impaccio il campo; Ma possa che ogni stella fu nascosa, E del giorno vermiglio apparbe il lampo, Non gli coprendo ormai la notte ombrosa, Pigliâr rimedio ed ordine al suo scampo: Tutta lor compagnia forse è da venti, Tra dame e cavallieri e lor sargenti.

E questa alora tutta se disparte, Chi qua, chi là, ciascuno a suo comando; Rimase Fiordelisa e Brandimarte Ed Angelica bella e il conte Orlando. Or questi quattro se trasse da parte, E tutto il giorno appresso cavalcando Ne andarno insino a l'ora della nona Senza trovare impaccio de persona.

Essendo alora il giorno riscaldato, Ciascadun de essi del destrier discese Sotto l'ombra de un pin, ad un bel prato, Ma non che se spogliasse alcun l'arnese; E, stando il conte e Brandimarte armato, Né temendo ormai più de altre offese, Stavano ad agio parlando d'amore, Quando a sue spalle odirno un gran rumore.

Onde levati, un poco di lontano Videro una gran gente a belle schiere, Che via ne vien distesa per il piano, Ed ha spiegato al vento le bandiere. Questo era Menadarbo, il gran Soldano, E 'l re de' Turchi e l'altre gente fiere, Che avean l'assedio a quella rocca intorno, Anci l'han presa ed arsa pur quel giorno.

Perché, essendo aveduti la mattina Che più persona non era in quel loco, Intrarno tutti dentro con roina, La bella rocca abandonarno in foco; Poi Menadarbo al tutto se destina Aver la dama e di farli un mal gioco, E Torindo gli è dietro e 'l Caramano, E tutti gli altri poi di mano in mano.

Quando se accorse Orlando de la gente Che ratta ne venìa per la pianura, Turbosse for di modo nella mente, Però che de le dame avea paura; Ma Brandimarte se cura nïente, Anci diceva al conte: - Or te assicura Che, piacendoti far quel che io te dico, Quella canaglia non estimo un fico.

Io ho, come tu vedi, un bon destriero, Quanto alcun altro che n'abbia il Levante, E non è tra costor già cavalliero, Che ad un per uno io non li sia bastante. Quivi voglio arrestarmi in su il sentiero; Tu con le dame passarai avante, Io con parole e fatti sì faraggio Che prenderai andando alcun vantaggio. -

A benché il conte cognoscesse a pieno Che quello è vero e bon provedimento Qual dice Brandimarte, nondimeno Lo abandonarlo parria mancamento; Ma pur rivolse ne la fine il freno, Per far di questo quel baron contento; In mezo a le due dame avanti passa, E Brandimarte in su quel prato lassa.

La gente sterminata ne venìa Per la campagna senza alcun riguardo; Secondo che il destrier ciascun avia, Chi giongeva più presto, e chi più tardo; Ma avanti a gli altri il re di Satalia Venìa, broccando un gran ronzon leardo; Sopra la briglia già non se ritiene, Più de una arcata avanti a gli altri viene.

Sembrava proprio al corso una saetta Quel re, che era appellato Marigotto; E Brandimarte stava alla vedetta. Come lo scorse ben, disse di botto: "Costui ha di morire una gran fretta, Ché avanti a gli altri vôl pagare il scotto." Così dicendo e crollando la testa Sprona il destriero e la sua lancia arresta.

E Marigotto fece il simigliante: Verso di questo venne, e l'asta abassa; Ma Brandimarte, che 'l gionse davante, Dopo alle spalle con la lancia il passa; E d'urto dapoi gionse lo afferante, E con ruina a terra lo fraccassa, Là dove Marigotto e 'l suo ronzone Ne andarno in fascio, a gran destruzïone.

Già Brandimarte avea sua spata tratta, E dà tra gli altri senza alcun riparo. Oh come bene intorno se sbaratta, Facendo de lor pezzi da beccaro! Onde alla gente che venìa sì ratta, Cominciava il terreno a parer caro, E non mostrano ormai cotanta fretta, Ché più che voluntier l'un l'altro aspetta.

Ma Menadarbo vi gionse, adirato Che un sol barone arresti tanta gente, E stringendo la lancia al destro lato Ne vien spronando il suo destrier corrente; E colse Brandimarte nel costato, Ma de arcione il piegò poco o nïente: La lancia rotta in pezzi cade a terra, E Brandimarte adosso a lui si serra.

Levando alto a due mano il brando nudo, Mena con furia al mezo della testa. Or lui coperto avea l'elmo col scudo: Né l'un né l'altro quel gran colpo arresta, Ché il scudo e l'elmo ruppe il brando crudo, E cadde Menadarbo alla foresta, Partito dalla fronte insino ai denti; Or vi so dir che gli altri avean spaventi.

Ma non di manco gli stavano intorno, E chi lancia da longi e chi minaccia. Poco gli stima il cavalliero adorno, Ed ora questi ed or quelli altri caccia; Così gran parte è passata del giorno, Perché la gente che seguia la traccia Crescendo ne venìa di mano in mano: Ecco gionto è Torindo e il Caramano.

Prima gionse Torindo a gran baldanza: Con l'asta bassa Brandimarte imbrocca, E spezzò sopra al scudo la sua lanza; Ma Brandimarte ad una spalla il tocca, E quasi lo partì insino alla panza, E dello arcione a terra lo trabocca. Vedendo quel gran colpo il Caramano Volta il destriero e fugge per il piano.

Ma quel fuggire avria poco giovato, Se non avesse avuto a volar piume. Venne la notte, e il giorno era passato, Né per quel loco si vedea più lume; E 'l Caramano avanti era campato, Natando per paura un grosso fiume; Poi molte miglia per le selve ombrose Andò fuggendo ed al fin se nascose.

E Brandimarte, che l'avea seguito Cacciando a tutta briglia il suo destriero, Dapoi che vide ch'egli era fuggito E che a pigliarlo non era mestiero, Guardando al prato dove era partito Non vi sa più tornare il cavalliero, Perché la notte che ha scacciato il giorno Avea oscurato per tutto d'intorno.

Intrato adunque per la selva alquanto, E non sapendo mai di quella uscire, Smontò di sella e trassese da un canto, Sopra alle fronde se pose a dormire; Ma rotto li fo il sonno da un gran pianto, Qual quindi presso li parve de odire, E sembrava la voce de una dama, Che a Dio mercede lacrimando chiama.

Chi sia la dama qual mena tal guai, Poi oderiti stando ad ascoltare. Ma sia de Brandimarte detto assai, Ché al conte Orlando mi convien tornare, Il qual, partito come io vi contai, Verso Ponente prese a caminare, Né passato era avanti oltre a sei miglia, Che ebbe travaglia e pena a meraviglia.

Però che, intrato essendo in duo valloni, Chinandosi già il sole in ver la sera, Trovò sopra a que' sassi e Lestrigioni, Gente crudele e dispietata e fiera. Costoro han denti ed ungie de leoni, Poi son come gli altri omini alla ciera, Grandi e barbuti e con naso di spana: Bevono il sangue e mangian carne umana.

Il conte entrato gli vede a sedere Ad una mensa che è posta tra loro, E sopra quella da mangiare e bere, Con gran piatti d'argento e coppe d'oro. Come ciò scorse Orlando, a più potere Sprona il ronzon per giongere a costoro, E ben seguìto lo tenean le dame, Ché l'una più che l'altra ha sete e fame.

Via van trottando per giongere a cena, Ma prestamente fia ciascuna sacia. Or vanne il conte, e con faccia serena A que' ribaldi disse: - Pro vi facia. Poi che fortuna a tale ora mi mena In questo loco, prego che vi piacia Per li nostri dinari, o in cortesia, Che siamo a cena vosco in compagnia. -

Il re de' Lestrigoni, Antropofàgo, Odendo le parole levò il muso. Questo avea gli occhi rossi come un drago, E tutto di gran barba il viso chiuso; De veder gente occisa è troppo vago, Come colui che tutto il tempo era uso Matina e sera di farne morire, Per divorarli e il suo sangue sorbire.

Quando costui odì il conte parlare, Veggendolo a destriero e bene armato, Dubitò forse nol poter pigliare, Onde li fece loco a sé da lato, Pregando che volesse dismontare; Ma il conte aveva già deliberato, Se lo invitasse, de accettar lo invito, Se non, pigliar da cena a ogni partito.

Onde discese de il destriero al basso, Ma non se assetta, le dame aspettando, Le qual venian però più che di passo. Ora odì il conte lor, che mormorando Dicevan l'uno a l'altro: - Egli è ben grasso. - E quel rispose: - Io nol so, se non quando Io il vedo a rosto, o ver quand'io l'attasto; E sapròl meglio se io ne piglio un pasto. -

Non attendeva Orlando a tal sermone, Come colui che alle dame guardava, Ma in questo Antropofàgo il Lestrigone Da mensa pianamente se levava, E, preso avendo in mano un gran bastone, Venne alle spalle del conte di Brava, E sopra l'elmo ad ambe mano il tocca, Sì che disteso a terra lo trabocca.

Molti altri se aventarno anco di fatto Verso le dame dai visi sereni, Perché volevan tutti ad ogni patto Aver di quella carne e corpi pieni; Ma lor, che se smarirno di quello atto, Voltarno incontinente i palafreni, E l'una in qua e l'altra in là fuggiva; La mala gente apresso le seguiva.

Givan piangendo e lamentando forte Le damigelle con molta paura, E, non essendo nel paese scorte, Andarno errando per la selva oscura. Tornamo al conte, che è presso alla morte: Già tratta gli han di dosso l'armatura, E non è ancora in sé ben rinvenuto Per il gran colpo che ha nel capo avuto.

Antropofàgo, il re crudo e superbo, Gli pose adosso il dispietato ungione, Dicendo a gli altri: - Questo è tutto nerbo: Da gli occhi in fora non c'è un buon boccone. - Sentendo Orlando lo attastare acerbo, Per quella doglia uscì de stordigione, E saltò in piede il cavallier soprano; Come a Dio piacque, a lor scappò di mano.

Dietro gli è il re con molti Lestrigoni, Cridando a ciascadun ch'e passi chiuda; Chi gli tra' sassi, e chi mena bastoni: Tutta gli è adosso quella gente cruda, Né lo lascia partir de que' cantoni. Ora ecco ha vista Durindana nuda, Che avean lasciata quei ribaldi a terra; Ben prestamente il conte in man l'afferra.

Quando se vidde la sua spada in mano, Pensati pur tra voi se il fo contento. Ove se imbocca quel vallone a piano, Eran firmati di costor da cento, Tutti di viso ed abito villano; Né scudo o brando o altro guarnimento, Ma pelle d'orsi e di cingiali in dosso Avea ciascun, e in mano un baston grosso.

Il conte Orlando tra costor se caccia, Menando il brando a dritto ed a roverso, E l'un getta per terra, e l'altro amaccia, Questo per lungo e quel taglia a traverso; Spezza e bastoni e seco ambe le braccia, Ma quel rio populaccio è sì perverso Che, avendo rotto e perso e piedi e mane, Morde co' denti, come fa lo cane.

Convien che spesso il conte se ritorza, Perché ciascun de intorno l'aggraffava. Ora il suo re, sì come avea più forza, Maggior baston de gli altri assai portava, Ed era tutto armato de una scorza; Giù per la barba gli cadea la bava, Che colava di bocca e del gran naso, Come un cane arabito, a quel malvaso.

Più di tre palmi sopra gli altri avanza Questo re maledetto che io vi conto; Orlando lo assalì con gran possanza, E dritto a mezo il capo l'ebbe gionto; Callò il brando nel petto e nella panza, Sì che in due parte lo divise a ponto, E cadde da due bande alla foresta; Il conte dà tra gli altri e non s'arresta.

E fece un tal dalmaggio in poco de ora, Che di quella canaglia maledetta Non vi è persona che faccia dimora Avanti al conte: tristo chi lo aspetta! Perché col brando in tal modo lavora, Che non si trova né pezzo né fetta De alcun, che morto al campo sia rimaso, Qual sia maggior che prima fosse il naso.

Onde lui restò solo in quel vallone, Ed era il giorno quasi tutto spento, Quando esso se adobbò sue guarnisone; E di mangiare avendo un gran talento, Venne alla mensa, a quelle imbandisone, Le qual mirando quasi ebbe spavento, Però che quelle gente disoneste Cotte avean bracie umane e piedi e teste.

Ben vi so dir che gli fuggì la fame A quel convito dispietato e fiero, Se ben ne avesse avuto maggior brame. Ma torna adietro e prende il suo destriero, Deliberato di cercar le dame, Ché ritrovarle avea tutto il pensiero. E diceva piangendo: "Or chi me aiuta Forza né ardir, se mia dama è perduta?

Se mia dama è perduta, or che mi vale Aver morto costor dal brutto viso? Che se io non la ritrovo, era men male Esser da lor con quei bastoni occiso. O Patre eterno! o Re celestïale! O Matre del Segnor del paradiso! Datime presto l'ultimo conforto, Ch'io la ritrovi, o che io presto sia morto."

Piangendo il conte parlava così, Come io vi ho detto, e nella selva intrò; Errando andò per quella in sino al dì, Ma ciò ch'el va cercando non trovò. Essendo l'alba chiara, ed ello odì Cridar: - Va là! va là! ché ella non può Scappare ormai più fuora di quel passo, Ché là davanti è ruïnato il sasso. -

Dricciosse Orlando ove colui favella, E presto del cridar vidde lo effetto, Perché cognobbe quella gente fella De' Lestrigoni, il popol maledetto, Che avean cacciata Angelica la bella Ove se era condutta al passo stretto, Che arendersi bisogna a chi la caccia, O roïnarsi da ducento braccia.

Quando la vidde il conte a tal periglio, Non dimandati se fretta menava. Era per ira in faccia sì vermiglio, Che poco longi un foco dimostrava. Urtò il destriero e al brando diè di piglio, E quel de intorno a gran furia menava, Lasciando ove giongeva un tal segnale, Che per guarirlo medico non vale.

Eran costor che io dico, da quaranta, Che avean stretta la dama in su quel sito, Né già de tutti quanti un sol si vanta Che senza la sua parte sia partito. Se la canaglia fosse due cotanta, Ciascuno a bon mercato era fornito Di squarci per la testa e per la faccia: A chi troncò le gambe, a chi le braccia.

Angelica fu scossa in questa via, La quale era fuggita in ver ponente; Ma Fiordelisa, che a levante gìa, Pur fu seguita ancor da questa gente. Tutta la notte la brigata ria L'avea cacciata, sino al sol nascente, E proprio l'ha condutta in quella parte Ove dormiva il franco Brandimarte.

Ella piangendo a Dio se accomandava, Ed era già sì stracco il palafreno, Che, pur fuggendo, indarno il speronava. De Lestrigoni intorno il bosco è pieno, Ché ciascun de pigliarla procacciava, Onde essa di paura venìa meno, E già, ponendo il corpo per perduto, A Dio per l'alma adimandava aiuto.

Già riluceva alquanto pure il giorno, Come io vi dissi, e l'alba era schiarita, E Brandimarte, il cavalliero adorno, Dormia lì presso in su l'erba fiorita, Onde svegliosse; e guardando de intorno Vidde la dama trista e sbigotita, Che da que' Lestrigoni avia la caccia; Ben la cognobbe incontinenti in faccia.

Onde fo presto al suo destrier salito, E con roina verso lei si mosse; Avendo tratto il suo brando forbito, Incontrò un Lestrigone e quel percosse. Non vi restava apena integro un dito, Ché tagliate gli avrebbe ambe le cosse, Né a quel ch'è in terra il cavalliero attende, Ma tocca un altro e insino al petto il fende.

Erano allora trenta Lestrigoni, O forse qualcun manco, a dire il vero, E qual tutti con sassi e con bastoni Chi dava a Brandimarte e chi al destriero, Ma lui facea de lor tanti squarcioni, Che pieno avea de intorno a quel sentiero Di teste e braccia; e tuttavia tagliando, Carco avea tutto di cervelle il brando.

Ivi de intorno alcun più non appare Di quella gente brutta e maledetta; Lui Fiordelisa corse ad abracciare, E ben mez'ora a sé la tenne stretta, Prima che insieme potesse parlare; Ma poi piangendo quella tapinetta Contava al cavallier con disconforto Come alla terra Orlando ha visto morto.

Così dicea perché l'avea veduto Tra i Lestrigoni alla terra disteso; Or Brandimarte per donarli aiuto A quella parte se ne va disteso. Ma io sono al fin del canto già venuto: Segnori e dame, che l'avete inteso, Dio vi faccia contenti e di tal voglia, Che ritornati a l'altro con più zoglia.

Canto decimonono

Già me trovai di maggio una matina Intro un bel prato adorno de fiore, Sopra ad un colle, a lato alla marina Che tutta tremolava de splendore; E tra le rose de una verde spina Una donzella cantava de amore, Movendo sì soave la sua bocca Che tal dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Toccami il core e fammi sovenire Dal gran piacer che io presi ad ascoltare; E se io sapessi così farme odire Come ella seppe al suo dolce cantare, Io stesso mi verrebbi a proferire, Ove tal volta me faccio pregare; Ché, cognoscendo quel ch'io vaglio e quanto, Mal volentieri alcuna fiata io canto.

Ma tutto quel che io vaglio, o poco o assai, Come vedeti, è nel vostro comando, E con più voglia e più piacer che mai La bella istoria vi verrò contando; Ove, se me ramenta, vi lasciai Nel ragionar di Brandimarte, quando Con Fiordelisa, di bellezza fonte, Tornava adietro a ritrovare il conte.

Tornando adietro il franco cavalliero Con Fiordelisa, a mezo la giornata Trovarno un varletino in su un destriero, Che avea dietro una dama iscapigliata. Lui via ne andava sì presto e legiero, Che mai saetta de arco fu mandata Con tanta fretta, o da ballestra il strale, Qual non restasse a lui dietro a le spale.

La dama, che era a piedi, pur seguia, A benché fosse a lui molto lontana. Il cavalliero incontra gli venìa Con Fiordelisa per la terra piana; E l'altra dama, che questa vedia, Cridando incominciò: - Falsa puttana! Non ti varrà costui ch'è la tua scorta, Ché in ogni modo a sto ponto sei morta. -

Lasciò la briglia, battendo ogni mano, E ben se tenne morta Fiordelisa, Perché cognobbe presto aperto e piano Che quella dispietata era Marfisa, La qual seguito avea Brunello invano (Il tutto vi ho contato, ed a qual guisa); Avendo quel giottone assai seguito, Trovò la dama e il cavalliero ardito.

Era Brunello adunque il varletino Ch'è sopra a quel destrier di tanta lena; Lui via passò, fuggendo al suo camino, Né con la vista lo seguirno apena. Quando Marfisa l'occhio serpentino Voltò, di doglia e di grande ira piena, Mirando Brandimarte e la sua dama Far la vendetta sopra a questi ha brama.

E le parole che ho sopra contate A Fiordelisa disse minacciando; E benché l'arme avesse dispogliate, E senza destrier fusse e senza brando, Di sommo ardire avea tanta bontate Che, Brandimarte armato riguardando, Volea seco battaglia a ogni partito; Ma a lui non piacque de accettar lo invito.

Ché a ferire una dama disarmata A lui parea vergogna e grande iscorno. Era una pietra in quel campo piantata, Ove seguito avea Brunello il giorno, Da trenta passi, o quasi, diruppata, E cento ne voltava, o più, de intorno; Per un scaglione alla cima se sale: Altronde non, chi non avesse l'ale.

Questa adocchiata avea l'aspra donzella, Né pose alcuna indugia al pensamento, Ma trasse Fiordelisa de la sella E, via fuggendo ratta come un vento, Montò la pietra, che parbe una occella; A benché Brandimarte non fu lento A seguitarla, come vidde il fatto, Ma pur rimase in asso a questo tratto.

Perché il scaglione è tanto diruppato, Che non che alcun destrier possa salire, Ma non vi puote lui montare armato, Onde si cominciava a disguarnire. Marfisa dal più sconcio ed alto lato Portò la dama per farla morire: In braccio la portò sopra a quel sasso Per trabuccarla dalla cima al basso.

E Fiordelisa menava gran pianto, Come colei che morta se vedia, E 'l cavallier ne faceva altro tanto, E de ira e de dolor quasi moria. Egli è coperto de arme tutto quanto, E di camparla non vede la via; Se ben salisse, salirebbe invano, Ché a suo mal grato fia gettata al piano.

Onde con pianto e con dolce preghiera Incominciò Marfisa a supplicare Che non voglia esser sì spietata e fiera, Sé proferendo e ciò che potea fare. Sorrise alquanto la donzella altiera, Poi disse: - Queste zanze lascia andare: Se costei vôi campare, egli è mestiero Che l'arme tu me doni e il tuo destriero. -

Or non fu molta indugia a questo fatto, Ché ciascaduno il prese per megliore. A Brandimarte parve un bon baratto Se ben cambiasse per sua dama il core; Così Marfisa ancora attese il patto, E, preso che ebbe l'armi e il corridore, Lasciò la dama che avea giù portata, E salta in sella e via cavalca armata;

E via passando con molta baldanza, Come colei che fu senza paura, Trovò duo che èno armati a scudo e lanza Sopra duo gran ronzoni alla pianura. Costor fôr quei che la menarno in Franza. Ma poi vi conterò questa aventura, E torno a Brandimarte e Fiordelisa, Come Turpin la istoria a me divisa.

Brandimarte montò nel palafreno Della sua dama, e quella tolse in groppa, E cavalcando assai per quel terreno Trovarno a lato a un fiume una alta pioppa, E nella cima, o ver nel mezo almeno, Stava un ribaldo e cridava: - Galoppa, Galoppa, Spinamacchia e Malcompagno, Ché qua di sotto è robba da guadagno. -

Il cavallier, che intese tal latino, Fermosse a quello, e non sa che si fare, Perché cognobbe che egli è un malandrino, Qual chiamava e compagni per robbare; E lui se trova sopra a quel ronzino, Né vede modo a poterse aiutare, Ché non ha spata né scudo né maglia; Trovar non sa diffesa che li vaglia.

E già scoperti son forse da sette, Chi a piedi, chi a destrier, di quella gente. "Or non bisogna che quivi gli aspette!" Diceva Brandimarte in la sua mente; E per la selva correndo se mette, E lor non lo abandonan per nïente, Ma chi dice: - Sta forte! - e chi minaccia: Già più di trenta sono a dargli caccia.

Oh quanto se vergogna il cavalliero Fuggir davante a gente sì villana! Che se egli avesse l'arme e il suo destriero, Non se trarebbe adietro a meza spana. Or via fuggendo per stretto sentiero Gionse intra un prato, ove era una fontana: Cinto d'intorno è da la selva il prato, E uno altissimo pino a quello a lato.

Fuggendo il cavallier con disconforto, Come io vi dico, e molto mal contento, Un re vidde alla fonte, che era morto, Ed avea in dosso tutto il guarnimento; E Brandimarte come ne fo accorto, Ad accostarsi ponto non fu lento, E prese il brando, che avea nudo in mano, E giù del palafren saltò nel piano.

Il manto se rivolse al braccio manco, E con la spada e malandrini affronta. Mai non fu campïon cotanto franco: Questo tocca di taglio, e quel di ponta, A l'uno il petto, a l'altro passa il fianco. Or che bisogna che più ve raconta? Tutti e ladroni occise in poco de ora, Sì ben col brando intorno egli lavora.

Camponne solamente un sciagurato (Già non campò, ma poco uscì de impaccio), Il qual fuggì ferito nel costato, E via di netto avea tagliato un braccio. Alla capanna subito fo andato, Ove si stava il crudo Barigaccio, Barigaccio, il figliol di Taridone: Corsar fo il patre, ed esso era ladrone.

Ma Barigaccio grande di statura Fo più del patre, e forte di persona. Ora a lui gionse con molta paura Lo inaverato, e il tutto gli ragiona Come passata è la battaglia scura, Poi morto a lui davante se abandona; Essendo uscito il sangue de ogni vena, Cadegli avante e più non se dimena.

Onde turbato Barigaccio il fiero Fo a maraviglia, e prese un gran bastone; De arme adobato, come era mestiero, Salta sopra Batoldo, il suo ronzone. Troppo era smesurato quel destriero: La pelle nera avea come un carbone, E rossi gli occhi, che parean di foco; Sol nella fronte avea di bianco un poco.

E Barigaccio, poi che fu montato, Di speronarlo mai non se rimane. Or Brandimarte, che rimase al prato Poi che spezzato ha quelle gente istrane, Guardando il re che stava al fonte armato, Cognobbe al scudo ch'egli era Agricane, Qual fo occiso da Orlando alla fontana: Già vi contai l'istoria tutta piana.

Egli avea ancor la sua corona in testa, D'oro e di pietre de molto valore, Ma Brandimarte nulla li molesta, Ché ancor portava al corpo morto onore. De arme il spogliò, ma non di sopravesta, E baciandoli il viso con amore: - Perdonami, - dicea - ché altro non posso, Se ora queste arme ti toglio di dosso.

Né la temenza di dover morire Mi pone di spogliarti in questa brama, Ma nella mente non posso soffrire Veder poner a morte la mia dama; E ben son certo, se potessi odire, Se sì fosti cortese, come hai fama, Odendo la cagion perché io ti prego, Non mi faresti a tal dimanda niego. -

Parlava in questo modo il cavalliero A quel re morto con piatoso core, Il quale era ancor bello e tutto intiero, Sì come occiso fosse di tre ore; E stando Brandimarte in quel pensiero, Sentì davanti al bosco un gran romore, Qual facea Barigaccio per le fronde, Che rami e bronchi e ogni cosa confonde.

Presto adobosse il cavalliero ardito Di piastra e maglia e de ogni guarnisone, Prese Tranchera, il bel brando forbito, E lo elmo che far fece Salamone. De tutte l'armi a ponto era guarnito, Quando sopra gli gionse quel ladrone, Il qual, mirando de intorno e da lato, E suoi compagni vidde in pezzi al prato.

Fermosse alquanto, e poi che gli ha veduti, Disse: - In malora, gente da bigonci! Ché non me incresce de avervi perduti, Poi che un sol cavallier così vi ha conci; Ché io voria prima, se Macon me aiuti, Ne la mia compagnia cotanti stronci. Colui voglio impicar senza dimora, E voi con seco, così morti, ancora. -

Così parlando, verso del gran pino, Ove era Brandimarte, se voltava. Come lo vidde a piede in sul cammino, Subito a terra anch'esso dismontava; Né per virtù ciò fece il malandrino, Ma perché forte il suo ronzone amava: Dubitò forse che quel campïone Non lo occidesse, essendo esso pedone.

Senza altramente adunque disfidare, Adosso a Brandimarte fu invïato: Proprio un gigante alla sembianza pare, Tutto di coio e di scagliette armato. Col scudo de osso che suolea portare E il suo baston di ferro e il brando a lato Venne alla zuffa, e senza troppo dire Se cominciarno l'un l'altro a ferire.

Sopra del scudo a Brandimarte colse Menando ad ambe mano il rio ladrone; E quanto ne toccò tanto via tolse, Come spezzasse un pezzo di popone. Il cavalliero ad esso si rivolse Col brando, e gionse a mezo del bastone, E come un gionco lo tagliò di netto: Ora ebbe Barigaccio un gran dispetto.

E saltò adietro forse da sei braccia, E trasse il brando senza dimorare, E biastemando il cavallier minaccia Di farli quel baston caro costare. Ma Brandimarte adosso a lui se caccia; Or se comincia l'un l'altro a menare Ponte, tagli, mandritti e manroversi: Mai non fu visto colpi sì diversi.

Il cavallier se maraviglia assai Come abbia un malandrin tanta bontade, Perché in sua vita non vidde più mai Tanta fierezza ad altri in veritade. Ambi avean l'arme, quale io vi contai; Già tutte l'han falsate con le spade, Né di ferire alcun di lor se arresta, Ma la battaglia cresce a più tempesta.

Cresce più forte la battaglia fiera, Per colpi sterminati orrenda e scura, E Barigaccio il crudo se dispera, Che tanto il cavallier contra li dura. Or Brandimarte il tocca di Tranchera, E portò seco un squarcio de armatura; Lui fu gionto anco dal forte ladrone, Che l'arme gli tagliò insino al giuppone.

A tal percossa piastra non vi vale, Né grossa maglia, né sbergo acciarino, Né cor de adante, il quale è uno animale, Di che armato era il forte saracino. Ora pareva a Brandimarte male Che sì prodo uomo fusse malandrino; Onde, essendo uno assalto assai durato, Così parlando se trasse da lato:

- Io non so chi tu sia, né per qual modo T'abbia condutto a tal mestier fortuna, Ma per più prodo campïon te lodo Ch'io sappia al mondo, sotto della luna; E ben me avedo che fermato è il chiodo, Che prima che sia sera o notte bruna, O l'uno o l'altro fia nel campo morto; E spero che serà colui che ha il torto.

Ma stu volessi lasciar quel mestiero, Qual nel presente fai, di robbatore, Vinto mi chiamo e son tuo cavalliero: In ogni parte vo' portarti onore. Or che farai? Hai tu forse pensiero Che manchi giamai robba al tuo valore? Lascia questo mestier: non dubitare, Ché a tal come sei tu, non può mancare. -

Rispose il malandrin: - Questo che io faccio, Fallo anco al mondo ciascun gran signore; E' de' nemici fanno in guerra istraccio Per agrandire e far stato maggiore. Io solo a sette o dece dono impaccio, E loro a dieci millia con furore; Tanto ancora di me peggio essi fanno, Togliendo quel del che mestier non hanno. -

Diceva Brandimarte: - Egli è peccato A tuor l'altrui, sì come al mondo se usa; Ma pur quando se fa sol per il stato, Non è quel male, ed è degno di scusa. - Rispose il ladro: - Meglio è perdonato Quel fallo onde se stesso l'omo accusa; Ed io te dico e confessoti a pieno Che ciò che io posso, toglio a chi può meno.

Ma a te, qual tanto sai ben predicare, Non voglio far di danno quanto io posso Se quella dama che là vedo stare Mi vôi donare e l'arme che hai indosso. E ne la borsa te voglio cercare, Ché io non me trovo di moneta un grosso; Poi te lasciarò andar legiero e netto. Ma voglio baratare anche il farsetto,

Però che questo è rotto e discucito; Tu te 'l farai conciar poi per bell'agio. - E Brandimarte, quando l'ebbe odito, Disse nel suo pensier: "L'omo malvagio Non se può stor al male onde è nutrito; Né di settembre, né il mese di magio, Né a l'aria fredda, né per la caldana Se può dal fango mai distor la rana."

E senza altra risposta disdegnoso Imbracciò il scudo ed isfidò il ladrone; E fu questo altro assalto furïoso, Spezzando e scudi ed ogni guarnisone, Ed era l'uno e l'altro sanguinoso, Crescendo ogniora più la questïone; Né più vi è di concordia parlamento, Ma trarse a fine è tutto il lor talento.

Or Brandimarte afferra il brando nudo, Ché destinato è di donarli il spaccio, E disserra a due mano un colpo crudo Per il traverso adosso a Barigaccio, E tagliò tutto con fraccasso il scudo, Quale era de osso, e sotto a quello il braccio. A quel gran colpo ogni arma venne manco, E sino a mezo lo tagliò nel fianco.

Lui cadde a terra biastemando forte, Ed al demonio se racomandava, E benché Brandimarte lo conforte, Con più nequizia ognior se disperava; Ma il cavallier non volse darli morte, E così strangosciato lo lasciava, Partendosi di qua senza dimora; Ma lui moritte appresso in poco d'ora.

Il cavallier, lasciando il ladro fello, Con la sua dama si volea partire, Quando Batoldo, il suo destrier morello, Ch'era nel prato, cominciò a nitrire; Veggendol Brandimarte tanto bello, Con la sua Fiordelisa prese a dire: - Il palafren serìa troppo gravato Se te portasse e me, che sono armato,

Sì che io me pigliarò quel bon destriero, Come pigliato ho il brando e l'armatura, Perché serebbe pazzo e mal pensiero Lasciar quel che appresenta la ventura. Quei morti più de ciò non han mestiero, Ché sono usciti fuor de ogni paura. - Così dicendo se accosta al ronzone, Prende la briglia e salta in su lo arcione.

E via con Fiordelisa cavalcando Trovò due cose spaventose e nove, Tal che gli fie' mistiero avere il brando. Ma questo fatto contaremo altrove Ché or mi convien tornare al conte Orlando, Quale avea fatto le diverse prove Contra de Antropofàgo e' Lestrigoni, Come contarno avanti e miei sermoni.

Campata avendo Angelica la bella, Troppo era lieto di quella aventura. Via caminando assai con lei favella, Ma di toccarla mai non se assicura. Cotanto amava lui quella donzella, Che di farla turbare avea paura; Turpin, che mai non mente, de ragione In cotale atto il chiama un babïone.

Essendo in questo modo costumato, L'un giorno apresso a l'altro via camina. Già il paese de' Persi avea passato, E la Mesopotamia che confina; Poi, lasciando li Armeni al destro lato, Soria vargò giongendo alla marina; E tutto questo ricco e bel paese Passò senza trovar guerre o contese.

Essendo gionto, come io dico, al mare, Nel porto di Baruti ebbe trovato Un bel naviglio, che volea passare; Ma troppo estremamente era ingombrato, Però che in Cipri convenea portare Un giovanetto re, che era assembrato A dimostrar ne l'arme il suo valore, Per una dama a cui portava amore.

Era re di Damasco il giovanetto Quale io ve dico, e nome ha Norandino, Ardito e forte e di nobile aspetto, Quanto alcun altro fosse in quel confino. Regnava, in questo tempo che io vi ho detto, Ne la isola de Cipri un Saracino, Che avea una figlia di tanta beltate, Quanta alcuna altra di quella citate.

Lucina fu nomata la donzella De cui io parlo, e il patre Tibïano. Sendo la dama a meraviglia bella, Era da molti adimandata in vano; E sol di sua beltate si favella Ivi de intorno per monte e per piano, Onde l'ama chi è longi e chi è vicino, Ma sopra a tutti la ama Norandino.

Re Tibïano avea preso pensiero Di voler la sua figlia maritare, Ed avea ordinato un bel torniero, Come in quel tempo se usava di fare, Ove ogni re, barone e cavalliero Potesse sua prodezza dimostrare, Ed ha invitate e dame e le regine Tutte de intorno per quelle confine.

Ciascun voluntaroso in Cipri andava, Come fu il bando per de intorno inteso. Chi de provarsi a l'arme procacciava, Chi per mirare avea quel camin preso; Ma più de gli altri gran fretta menava Re Norandino, avendo il core acceso, Fornito ben de ciò che fa mestieri, De paramenti e de arme e de destrieri.

E seco ne menava in compagnia Da vinti cavallier, ciascuno eletto. Or quando il conte in su il ponto giongia, Il re si stava a nave per diletto; Onde rivolto a' suoi baron dicia: - Se costui non me inganna ne lo aspetto, Debbe esser cima e fior de ogni valente, Se la apparenza e lo animo non mente. -

E poi lo fece al paron dimandare, Se volea seco andare al torniamento. Esso rispose senza dimorare Che egli era per servirlo a suo talento O ver per giostra, o sia per tornïare, O sia per guerra ed ogni struggimento: Pur che lo possa a suo modo servire, In ogni cosa è presto ad obedire.

Il re lo adimandò che nome avia, De sua condizïone e del paese. E lui rispose: - Io son de Circassia, Ove perdei per guerra ogni mio arnese, Eccetto l'arme e quella dama mia Di che fortuna me è stata cortese. Mio nome è Rotolante; e quel che io posso, È a tuo comando insin che ho sangue adosso. -

Il giovanetto re molto ebbe grato Il cortese parlar che fece Orlando, Ed in sua compagnia l'ebbe accettato, Poi di più cose li andò dimandando, Sin che il vento da terra fu levato. Segnori e donne, a voi mi raccomando; Finito è un canto, e l'altro io vo' seguire, Cose più belle e vaghe per odire.

Canto ventesimo

Quella stagion che in cel più raserena, E veste di verdura gli arborscelli, Ed ha l'aria e la terra d'amor piena E de bei fiori e de canti de occelli, Gli amorosi versi anco mi mena, E vôl che a voi de intorno io rinovelli L'alta prodezza e lo inclito valore Qual mostrò un tempo Orlando per amore.

Di lui lasciai sì come Norandino Lo prese per compagno al torniamento; Ben vi andò volentieri il paladino, Ché di passare avea molto talento. Ora s'aconciò il tempo al lor camino Intra Levante e Greco, ottimo vento, Qual via gli portò in Cipri alla spiegata, Ove gran gente in prima era assembrata.

Però che e Greci insieme con Pagani Alla gran festa se erano adunati, E degli circonstanti e de' lontani; Baroni e cavallieri erano armati, Ma pur fra tutti quanti e più soprani E de maggiore estima e più onorati Eran Basaldo e Costanzo e Morbeco: Li duo fôr turchi e quel di mezo greco.

Costanzo fu filiol di Vatarone, Che alor de' Greci lo imperio tenìa, E quei duo turchi avean due regïone, Di che erano amiragli, in Natolia. Ora Costanzo avea seco Grifone Ed Aquilante pien di vigoria; Ben me stimo io che abbiati già sentito Come Aquilante fu seco nutrito,

Quando la Fata Nera il damigello Mandò primeramente in quella corte, Poi che 'l levò di branche al fiero occello, Ché condotto l'avrebbe in trista sorte. Di questa cosa più non vi favello, Ché so che avete queste istorie scorte; Grifone in Spagna ed in Grecia Aquilante Furno nutriti, e più non dico avante.

Se non che, essendo poscia spregionati, Come io contai, da le Isole Lontane, Ed avendo più giorni caminati Per diversi paesi e gente istrane, Nel porto di Blancherna erano intrati, Ove con festa e con carezze umane Fôr recevuti da lo imperatore E da Costanzo, e fatto molto onore.

E volendo esso andare a quel torniero, Ebbe la lor venuta molto grata, Cognoscendo ciascun bon cavalliero Per farli un grande onore a quella fiata; Avengaché Grifone è in gran pensiero, Perché Origilla, sua dama, infirmata Era di febre tanto acuta e forte, Che quasi è stata al ponte de la morte.

Ma pure, essendo migliorata alquanto, Partì da lei, benché gli fusse grave, Né se puotè spiccar già senza pianto, Ed intrò con Costanzo alla sua nave. Indi passarno ove il fiume di Xanto Ha foce in mare, e con vento soave Gionsero in Cipri, come io vi ho contato, Ciascun bene a destriero e ben armato.

Molti altri ancora che io non vi racconto, Baroni e cavallieri e damigelle, Eran venuti, e tutti bene in ponto De arme e destrieri e de robbe novelle. Quando fu Norandino in Cipri gionto, Le cose de ciascun parvon men belle, Perché è sì ben guarnito e adorno tanto, Che sopra gli altri ogni om gli dava vanto.

Nel porto a Famagosta poser scale, E via ne andâr di lungo a Nicosia, Quale è fra terra la cità reale, E Tibïano il seggio vi tenìa. Quivi con festa e pompa trïonfale, Con duci e conti e molta baronia Intrò il re di Damasco tutto armato, Con trombe avanti e bene accompagnato.

Un monte acceso portava nel scuto E similmente nel cimero in testa; E ciascun che con esso era venuto Avea pur tale insegna e sopravesta. Così fu degnamente recevuto Con molto onor da tutti e con gran festa; Ma sopra gli altri lo onorò Lucina, Ché più che sé lo amava la tapina.

E già, passando il tempo, è gionto il giorno Che 'l tornier dovea farsi in su la nona, Ed ogni cavaliero andava intorno Facendo mostra della sua persona, L'un più che l'altro a meraviglia adorno. De trombe e de tamburi il cel risuona; Per ben vedere avante ogniom si caccia: Preso è ogni loco intorno della piaccia.

Ma da l'un capo uno alto tribunale Per le dame e regine era ordinato, Ove Lucina in abito reale E l'altre vi sedean da ciascun lato. Mostravan poco il viso naturale, Le più l'avean depinto e colorato: Turpino il dice, io nol so per espresso, Benché sian molte che ciò fanno adesso.

Angelica là sopra era tra loro, Qual se mostrava un sole infra le stelle; Con una vesta bianca, adorna d'oro, Senza alcun dubbio è il fior de l'altre belle. Re Tibïano e il suo gran concistoro Da l'altro lato incontra alle donzelle Se stava al tribunal, che era adornato Di seta e drappi d'oro in ogni lato.

Or cominciano a entrare e cavallieri: Ben vi so dir che ciascuno è forbito, Con ricche sopraveste e con cimieri; Ogniom se mostra nel sembiante ardito, Di qua de là spronando e gran destrieri, Perché il torniero in due schiere è partito: Costanzo de una parte è capitano, De l'altra Norandino il Sorïano.

Gnacare e corni e tamburini e trombe Suonorno a un tratto intorno della piaccia; Trema la terra e par che il cel rimbombe, E che lo abisso e il mondo se disfaccia. Tutte, le dame, a guisa de colombe, Per l'alto crido se smarirno in faccia; Ma i cavallier con furia e con tempesta A tutta briglia urtâr testa per testa.

Né si vedean l'un l'altro e campïoni, Benché ciascuno avesse a l'urto accolto; Ma il fremir delle nare de' ronzoni Avea sì grande il fumo a l'aria involto, E sì la polve alciata in que' sabbioni, Che avea il vedere a tutti avanti tolto, Né se guardava l'ordine o la schiera, Ciascun menando a chi più presso gli era.

Ma poi che il fatto fu atutato un poco E cominciò l'un l'altro a discernire, Apparve in quella piazza il crudo gioco, E colpi dispietati, il gran ferire; Avanti, a mezo, a dietro, in ogni loco, Si vedea gente de gli arcioni uscire; Per tutto è gran travaglia e grave affanno, Ma chi è di sotto è quel che porta il danno.

Orlando per vedere il fatto aperto Non volse ne la folta troppo intrare; Ma quel Morbeco turco, che era esperto In tal mestiero e ben lo sapea fare, Se trasse avante in su un destrier coperto, E sopra gli altri si facea mirare; Qualunche giongie o de urto, o de la spada, Sempre è mestier che al tutto a terra vada.

E già da sei de quei di Norandino Avea posti roverso in su il sabbione, Né ancor s'arresta, ma per quel confino Più furia mena e più destruzïone; Onde turbato quel re saracino A tutta briglia sprona il suo ronzone, E sopra di Morbeco andar si lassa, E di quello urto a terra lo fraccassa.

Dapoi Basaldo, che più presso gli era, Percosse ad ambe mano in su la testa; Né lo diffese piastra ni lamiera, Ché a terra lo mandò con gran tempesta. Tutta a roina pone quella schiera, A lui davante alcun più non s'arresta. Oh quanto è lieta Lucina la dama Vedendo far sì bene a chi tanto ama!

Costanzo il greco, che vede sua gente Sì mal condutta da quel Sorïano, Turbato for di modo nella mente, Gli sprona adosso con la spada in mano. L'uno e l'altro di loro era valente, Onde alcun tratto non andava in vano; Al fin menò Costanzo un colpo fiero E ruppe il monte e il foco del cimiero.

Sino alla croppa lo fece piegare Al colpo smisurato che io vi conto, Ni stette già per questo a indugïare, Ma mena l'altro e in fronte l'ebbe gionto; Ed era Norandin per trabuccare, Se non che Orlando allor se mosse a ponto, E tanto fece, che il trasse de impaccio Sin che il rivenne, e lo sostenne in braccio.

Onde Costanzo per questo adirato Adosso al conte gran colpi menava; Ma lui, come in arcion fosse murato, Di cotal cosa poco se curava. Ma sendo Norandino in sé tornato, Che a sostenirlo più non lo impacciava, Verso Costanzo se rivolse il conte, E lui percosse in mezo della fronte.

Qualunche ha un cotal colpo, non vôl più, Ché bene è paccio chi il secondo aspetta. Ora Costanzo al primo andò pur giù, Di lui rimase la sua sella netta. Diceva ad esso il conte: - Or va là tu, Che menavi a ferirme tanta fretta, Quando io stavo occupato ad altra posta; Or vien adesso e con meco te accosta. -

Lui già non se accostò, ma cadde a terra, Come io vi dico, col capo davante; Ma 'l conte adosso a un altro se disserra, Sì che lo fece al cel voltar le piante. Grifone in altra parte facea guerra Da l'un de' lati, e da l'altro Aquilante; Né se avedean de tal destruzïone, Né de Costanzo che ha tratto de arzone.

Ma il crido della gente che era intorno Voltar fece Grifone in primamente, E combattendo là fece ritorno, Benché sapesse del fatto nïente; E quando lui fu gionto, ebbe gran scorno, Poi che abattuto è il capo di sua gente, Onde adirato il suo destrier sperona; A Norandino adosso se abandona.

Da l'altra parte ancor gionse Aquilante, E quando il suo Costanzo vidde a terra, Turbato fieramente nel sembiante Con ambi e sproni il suo destriero afferra, E riscontrosse col conte de Anglante; E qui se cominciò la orrenda guerra, Benché lui non cognosce il paladino, Perché la insegna avea di Norandino.

Né lui fu cognosciuto anco da Orlando, Ché di Costanzo la insegna portava. Ora, segnori, a voi non ve domando Se ciascun de essi ben se adoperava, Cotal ruina e tal colpi menando Che l'aria per de intorno sibillava, Come la cosa andasse a tutto oltraggio, Né se vi scorge ponto di vantaggio.

Vero è, perché Aquilante era turbato, Mostrò maggior prodezza allo affrontare; Ma poi che l'uno e l'altro è riscaldato, Ben vi so dir che assai vi fu che fare, Di qua di là menando ad ogni lato, Che par che il mondo debba ruïnare, Con dritti e con roversi aspri e robesti; E pur gli ultimi colpi alfin fur questi.

Gionse Aquilante a Orlando nella fronte, Sopra la croppa lo mandò roverso; Ma ben rispose a quella posta il conte, E lui ferì de un colpo sì diverso, Che sua baldanza e quelle forze pronte E l'animo e l'ardir tutto ebbe perso; Di qua di là piegando ad ogni mano, Le gambe aperse per cadere al piano.

E certamente ben serìa caduto, Ché più non se reggea che un fanciullino, Se non che Grifon gionse a darli aiuto, Il quale avea lasciato Norandino. Lasciato l'avea quasi per perduto, Ché ormai non potea più quel saracino; Ma per donare aiuto al suo germano Lasciò Grifone andar quel sorïano.

E de giongere al conte se procura Spronando a tutta briglia il suo ronzone. Or qui si fece la battaglia dura Più ch'altra mai de Orlando e de Grifone, Qual durò sempre insino a notte oscura, Né se potea partir la questïone, Sin che gli araldi con trombe d'intorno Bandirno il campo insino a l'altro giorno.

Ciascun tornò la sera a sua masone, E de' fatti del giorno si favella. Ora a Costanzo parlava Grifone Dicendo: - Io so contarti una novella, Che là su tra le dame, a quel verone, Veder mi parve Angelica la bella; E se ella è quella, io te dico di certo Che Orlando è quel che quasi te ha deserto.

Ed anco io l'ho compreso a quel ferire, Che cresce nella fine a maggior lena, E però ti consiglio a dipartire, Prima che ne abbi più tormento e pena; Omo non è che possa sostenire A la battaglia e colpi che lui mena; Onde lasciar la impresa ce bisogna, Non ne volendo il danno e la vergogna. -

Diceva a lui Costanzo: - Or datti il core, S'io faccio che colui ne vada via, Poi de acquistare a nostra parte onore E in campo mantenir l'insegna mia? - Grifon rispose a lui, che per suo amore Quel che potesse far, tutto faria; E che egli aveva fermamente ardire Contra ad ogni altro il campo mantenire.

Il Greco, che era di malizia pieno (Come son tutti de arte e di natura), Quando la luce al giorno venne meno, Uscì de casa per la notte scura, E via soletto sopra a un palafreno Ove era Orlando di trovar procura, E trovato che l'ebbe, queto queto Lo trasse in parte e a lui parlò secreto;

E dimostrògli che il re Tibïano Secretamente facea gente armare, Perché era gionto un messaggio di Gano, Il qual cercava Orlando far pigliare; Però, se egli era desso, a mano a mano Vedesse quel paese disgombrare; E perciò a ritrovarlo era venuto, Per palesarli questo e dargli aiuto;

E ch'egli aveva una sua fusta armata Nascosta ad una spiaggia indi vicina, Qual via lo portarebbe alla spiegata In Franza a qualche terra di marina. Fu questa cosa sì ben colorata Dal Greco, che sapea cotal dottrina, Che il conte a ponto ogni cosa li crede, Ringraziandolo assai con pura fede.

E, fatta presto Angelica svegliare, Con essa alla marina se ne gìa, Ove Costanzo il volse accompagnare, E là il condusse ove la fusta avia. Facendosi il parone a dimandare, Gli impose che il baron portasse via Ove più gli piacesse al suo talento; E lor ne andarno avendo in poppa il vento.

Quel che si fusse poi di Norandino Né di Costanzo, non saprebbi io dire, Perché di lor non parla più Turpino; Ma ben del conte vi saprò seguire, Il qual sopra alla fusta al suo camino, Fu per fortuna a risco di morire, E stette sette giorni a l'aria bruna, Che mai non vidde il sole, e men la luna.

E questo sopportò con pazïenza, Poscia che altra diffesa non può fare; Ma poi che ebbe di terra cognoscenza, Ed avendo in fastidio tutto il mare, Posar se fece al lito de Provenza, Ché de esser fuora mille anni gli pare, Per trovarsi a Parigi a mano a mano, E dar di sua amistate al conte Gano.

Ché ben l'avria trattato, vi prometto, Come dovea trattarlo il can fellone, Ma non piacque al demonio maledetto, Che lo avea tolto in sua protezïone; Al manco male il facea stare in letto Cinque o sei mesi rotto dal bastone; Ma Lucifer che lo ha preso a guardare, Al conte Orlando dette altro che fare.

Però che cavalcando il paladino, Come fortuna o sua ventura il mena, Arivò un giorno al Fonte di Merlino, Che è posto in mezo del bosco di Ardena. Del Fonte vi ho già detto il suo destino, Sì che a ridirlo non torrò più pena, Se non che quel Merlin, qual fu lo autore, Lo fece al tutto per cacciar l'amore.

Essendo gionti qua quella giornata, Come io vi dico, Orlando e la donzella, Essa, che più del conte era affannata, Smontò il suo palafren giù della sella; E poi, bevendo quell'acqua fatata, Sua mente in altra voglia rinovella, E, dove prima ardea tutta de amore, Ora ad amar non può dricciare il core.

Or se amenta lo orgoglio e la durezza, Qual gli ha Ranaldo sì gran tempo usata, Né gli par tanta più quella bellezza Che soprana da lei fu già stimata; Ed ove il suo valore e gentilezza Lodar suoleva essendo inamorata, Ora al presente il sir de Montealbano Fellone estima sopra a ogni villano.

Ma, parendo già tempo de partire, Però che era passato alquanto il caldo, Volendo aponto della selva uscire, Viddero un cavalliero ardito e baldo. Or tutto il fatto me vi convien dire: Quel cavalliero armato era Ranaldo, Qual, come io dissi, dietro a Rodamonte Era venuto presso a questa fonte.

Ma non vi gionse, perché il fiume in prima Che raccende lo amore, avea trovato. Ora io non vi saprei contare in rima Come se tenne alora aventurato, Quando vidde la dama, perché estima Sì come egli ama lei, de essere amato. Visto ha per prova ed inteso per fama Ciò che per esso ha già fatto la dama.

Non cognosceva il conte, che era armato Con quella insegna dal monte di foco; Ché sì palese non se avria mostrato, Serbando il suo parlare in altro loco. Perché, essendo ad Angelica accostato, Cortesemente e sorridendo un poco Disse: - Madama, io non posso soffrire Che io non vi parli, s'io non vo' morire,

Abench'io sappia a qual modo e partito Mi sia portato e con tal villania, Ch'io non meritarei de essere odito. Ma so che seti sì benigna e pia, Che, a benché estremamente aggia fallito, Perdonarete a quel che per folìa Contro de lo amor vostro adoperai, Del che contento non credo esser mai.

Or non se può distor quel che è già fatto, Come sapeti, dolce anima bella, Ma pur a voi mi rendo ad ogni patto; E ben cognosce l'alma meschinella Che io non serebbi degno in alcun atto Di essere amato da cotal donzella, Ma de esser dal mio lato vostro amante Sol vi dimando, e più non cheggio avante. -

Orlando stava attento alle parole, Le quale odì con poca pazïenza, Né più soffrendo disse: - Assai mi dole Che a questo modo ne la mia presenza Abbi mostrato il tuo pensier sì fole, Ché ad altri non avria dato credenza, Però che volentier stimar voria Che ciò non fosse vero, in fede mia!

Io voria amarti e poterti onorare, Sì come di ragione ora non posso; Tu per sturbarme già passasti il mare, E per altra cagion non fusti mosso, Benché a me zanze volesti mostrare, Stimandomi in amor semplice e grosso. Or che animo me porti io vedo aperto, Ma sallo Iddio che già teco nol merto. -

Quando Ranaldo vidde che costui, Qual seco ragionava, è il conte Orlando, De uno ed altro pensier stette entra dui, O de partirse o de seguir parlando. Ma pur rispose al fine: - Io mai non fui Se non quel che ora sono, al tuo comando; Né credo de aver teco minor pace Se ciò che piace a te non mi dispiace.

Non creder che più vaga a gli occhi tuoi Paia che a gli altri questa bella dama; Ed estimar ne la tua mente puoi Che ogni om, sì come tu, de amarla brama. Quanto sei paccio adunque, se tu vuoi Aver battaglia con ciascun che l'ama, Perché con tutto 'l mondo farai guerra; Chi non la amasse, ben serìa di terra.

Ma se tu mostri che sia tua per carta, O per ragion che non gli abbia altri a fare, Comandar mi potrai poi che io mi parta E che io non debba seco ragionare; Ma prima soffrirei de avere isparta L'anima al foco e il corpo per il mare, Che io mi restassi mai de amar costei, E se restar volessi io non potrei. -

Rispose alora il conte: - E' non è mia. Così fosse ella, come io son de lei! Ma non voglio adamarla in compagnia E in ciò disfido il mondo, e boni e rei. Stata è la tua ben gran discortesia Che, avendoti scoperti e pensier mei, Fidandomi di te come parente, Poi me hai tradito sì villanamente. -

Disse Ranaldo: - Questo è pur assai, Che sempre vogli altrui villaneggiare; Da me non fu tradito alcun giamai, E ciascun mente che il vôle affirmare. Sì che comincia pur, se voglia ne hai, E pigliati a quel capo che ti pare: Se ben se' tra baron tenuto il primo, Più d'uno altro uomo non ti temo o stimo. -

Orlando per costume e per natura Molte parole non sapeva usare, Onde, turbato ne la ciera oscura, Trasse la spada senza dimorare, E sospirando disse: - La sciagura Pur ce ha saputi in tal loco menare, Che l'un per man de l'altro serà morto; Vedalo Iddio e iudichi chi ha il torto! -

Come Ranaldo vidde il conte Orlando Mostrarsi alla battaglia discoperta, Poi che avea tratto Durindana il brando, Lui prestamente ancor trasse Fusberta. Ne l'altro canto vi verrò contando Questa battaglia orribile e diserta, Ed altre cose degne e belle assai; Dio vi conservi in gioia sempre mai.

Canto ventesimoprimo

O soprana Virtù, che e' sotto al sole, Movendo il terzo celo a gire intorno, Dammi il canto soave e le parole Dolci e ligiadre e un proferire adorno, Sì che la gente che ascoltar mi vôle, Prenda diletto odendo di quel giorno Nel qual duo cavallier con tanto ardore Fierno battaglia insieme per amore.

Tra gli arbori fronzuti alla fontana Insieme gli afrontai nel dir davanti; L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana: Chi sian costor, sapeti tutti quanti. Per tutto il mondo ne la gente umana Al par di lor non trovo che se vanti De ardire e di possanza e di valore, Ché veramente son de gli altri il fiore.

Lor comenciarno la battaglia scura Con tal destruzïone e tanto foco, Che ardisco a dir che l'aria avea paura, E tremava la terra di quel loco. Ogni piastra ferrata, ogni armatura Va con roina al campo a poco a poco, E nel ferir l'un l'altro con tempesta Par che profondi il celo e la foresta.

Ranaldo lasciò un colpo in abandono E gionse a mezo il scudo con Fusberta: Parve che a quello avesse accolto un trono, Con tal fraccasso lo spezza e diserta. Tutti gli uccelli a quello orribil suono Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta; E le fiere del bosco, come io sento, Fuggian cridando e piene di spavento.

Orlando tocca lui con Durindana Spezzando usbergo e piastre tutte quante, E la selva vicina e la lontana Per quel furor crollò tutte le piante; E tremò il marmo intorno alla fontana E l'acqua, che sì chiara era davante, Se fece a quel ferir torbida e scura, Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;

Anci più grandi gli ha sempre a menare. Cotal ruina mai non fu sentita; Onde la dama, che stava a mirare, Pallida in faccia venne e sbigotita, Né gli soffrendo lo animo di stare In tanta tema, se ne era fuggita; Né de ciò sono accorti e cavallieri, Sì son turbati alla battaglia e fieri.

Ma la donzella, che indi era partita, Toccava a più potere il palafreno, E de alongarsi presto ben se aita, Come avesse la caccia, più né meno. Essendo alquanto de la selva uscita, Vidde là presso un prato, che era pieno De una gran gente a piede e con ronzoni, Che ponean tende al campo e paviglioni.

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