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Orlando innamorato

Front matter (continued 12)

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La dama di sapere entrò in pensiero Perché qua stesse e chi sia quella gente, E trovando in discosto un cavalliero, Del tutto il dimandò cortesemente. Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero, E sono agionto pur mo di presente Con Carlo imperatore e re di Franza, Che ivi adunata ha tutta sua possanza.

Però che un saracin passato ha il mare E rotto in campo il duca di Bavera; Ora è sparuto, e non si può trovare, Né comparisce uno omo di sua schiera; Ma quel che ancor ci fa maravigliare, Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera, Venendo de Ongheria con gente nuova, Morto né vivo in terra se ritrova.

Tutta la corte ne è disconsolata, Perché ci manca il conte Orlando ancora, Qual la tenea gradita e nominata Con sua virtù che tutto il mondo onora; E giuro a Dio, se solo una fiata Vedessi Orlando, e poi senza dimora Io fossi morto, e' non me incresceria, Ché io l'amo assai più che la vita mia. -

Quando la dama a tal parlare intese De il cavallier la voglia e il gran talento, A lui rispose: - Tanto sei cortese, Che il mio tacer serebbe un mancamento; Onde io destino de aprirte palese Quel che tu brami, e di farti contento: Ranaldo e Orlando insieme con gran pena Sono in battaglia alla selva de Ardena. -

Quando Oliviero intese quel parlare Ne la sua vita mai fu così lieto, E presto il corse in campo a divulgare. Or vi so dir che alcun non stava queto. Re Carlo in fretta prese a cavalcare; Chi gli passa davante e chi vien drieto. Ma lui tien seco la dama soprana, Che lo conduca a ponto alla fontana.

E così andando intese la cagione Che avea condutti entrambi a tal furore. Molto se meraviglia il re Carlone, Che il conte Orlando sia preso de amore, Perché il teneva in altra opinïone; Ma ben Ranaldo stima anco peggiore Che non dice la dama, in ciascuno atto, Perché più volte l'ha provato in fatto.

Così parlando intrarno alla foresta, Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa; Chi cerca quella parte e chi per questa De la fontana che è al bosco nascosa. Ma così andando odirno la tempesta De la crudel battaglia e furïosa; Suonano intorno i colpi e l'arme isparte, Come profondi il celo in quella parte.

Ciascun verso il romore a correr prese, Chi qua chi là, non già per un camino; Primo che ogni altro vi gionse il Danese, Dopo lui Salamone, e poi Turpino; Ma non però spartirno le contese, Ché non ardisce il grande o il piccolino De entrar tra i duo baroni alla sicura: Di que' gran colpi ha ciascadun paura.

Ma come gionse Carlo imperatore, Ciascun se trasse adietro di presente; E benché egli abbian sì focoso il core, Che de altrui poco curano o nïente, Pur portavano a lui cotanto onore, Che se trassero adietro incontinente. Il bon re Carlo con benigna faccia, Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.

Intorno a loro in cerchio è ogni barone, E tutti gli confortano a far pace, Trovando a ciò diverse e più ragione, Secondo che a ciascuno a parlar piace. E similmente ancora il re Carlone Or con losinghe or con parole audace Tal volta prega e tal volta comanda, Che quella pace sia fatta di banda.

La pace serìa fatta incontinente, Ma ciascadun vôl la dama per sé, E senza questo vi giova nïente Pregar de amici e comandar del re. Or de qua si partia nascosamente La damisella, e non so dir perché, Se forse l'odio che a Ranaldo porta A star presente a lui la disconforta.

Il conte Orlando la prese a seguire, Come la vidde quindi dipartita; Né il pro' Ranaldo si stette a dormire, Ma tenne dietro ad essa alla polita. Gli altri, temendo quel che può avenire, Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita Per trovarsi mezani alla baruffa, Se ancor la questïon tra lor se azuffa.

E poco apresso li ebber ritrovati Con brandi nudi a fronte in una valle, A benché ancor non fussero attaccati, Ché troppo presto gli fôrno alle spalle; Ed altri che più avanti erano andati, Trovâr la dama, che per stretto calle Fuggia per aguatarsi in un vallone, E lei menarno avanti al re Carlone.

Il re da poscia la fece guardare Al duca Namo con molto rispetto, Deliberando pur de raconciare Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto, Promettendo a ciascun di terminare La cosa con tal fine e tal effetto, Che ogniom iudicherebbe per certanza Lui esser iusto e dritto a la bilanza.

Poi, ritornati in campo quella sera, Fece gran festa tutto il baronaggio, Però che prima Orlando perduto era, Né avean di lui novella né messaggio. Or la matina la real bandera Verso Parigi prese il bon vïaggio. Io più con questi non voglio ire avante, Perché oltra al mare io passo ad Agramante.

Il qual lasciai nel monte di Carena Con tanti re meschiati a quel torniero, E forte sospirando se dimena, Perché abattuto al campo l'ha Rugiero; Ed esso ancora stava in maggior pena, Ché era ferito il giovanetto fiero: La cosa già narrai tutta per ponto, Sì che ora taccio e più non la riconto.

E sol ritorno che, essendo ferito, Come io vi dissi, il giovenetto a torto Da Bardulasto, qual l'avea tradito, Benché da lui fu poi nel bosco morto, Nascosamente si fu dipartito, Né alcun vi fu di quel torniero accorto, E gionse al sasso, sopra alla gran tana, Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.

Quando Atalante vidde il damigello Sì crudelmente al fianco innaverato, Parve esso al cor passato di coltello, Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato Lo antivedere il tuo caso sì fello, Benché sì presto non l'avea stimato. - Ma il pro' Rugier facendo lieto viso Quasi il rivolse da quel pianto in riso.

- Non pianger, non, - dicea - né dubitare, Che, essendo medicato con ragione, Sì come io so che tu saprai ben fare, Non avrò morte, e poca passïone; E peggio assai mi parve alor di stare Quando occise nel monte quel leone, E quando prese ancora l'elefante Che tutto il petto mi squarciò davante. -

Il vecchio poi, veggendo la ferita, Che non era mortal, per quel che io sento, Poi che la pelle insieme ebbe cusita, La medica con erbe e con unguento. Ora Brunello avea la cosa udita, Sì come era passato il torniamento, E prestamente immaginò nel core De aver di quello il trïonfale onore.

Subitamente prese la armatura Che avea portata il giovane Rugiero. Benché sia sanguinosa, non se cura, Salta sopra Frontino, il bon destriero, E via correndo giù per la pianura Gionse che ancor ogniom era al torniero; Ma, come gli altri il viddero arivare, Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.

Ed Agramante, il quale era turbato Per la caduta, come io vi contai, Avendo il brando suo riposto a lato, Dicea: - Per questo giorno è fatto assai, Se pur Rugier se fosse ritrovato; Ma ben credo io che non si trovi mai. - E fatto ritrovare il re Brunello, A sé lo dimandò con tale appello:

- Io credo per mostrar tua vigoria Che oggi dicesti colui ritrovare, Il qual non credo ormai che al mondo sia, Se non è sopra al celo o sotto al mare; E ben te giuro per la fede mia, Che io te ho veduto in tal modo provare Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero, Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -

Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore Sia fatto quel ch'io feci o bene o male; E tutta mia prodezza o mio valore Tanto me è grata, quanto per voi vale; Ma più voglio alegrarvi, alto segnore, Perché trovato è il giovane reale, Dico Rugiero. È disceso dal sasso; Prima lo avriti che sia il sole al basso. -

Quando Agramante intese così dire, Nella sua vita mai fu più contento; Con gli altri verso il sasso prese a gire, Né se ricorda più de torniamento; A benché molti non potean soffrire, Mirando il piccolin che pare un stento, Aver contra di lui quel campo perso, Onde ciascun lo guarda de traverso.

Or, così andando, gionsero al boschetto, Ove era Bardulasto de Alganzera, Partito da la fronte insino al petto. Sopra al suo corpo se fermò la schiera, Però che il re, turbato ne lo aspetto, A' circonstanti dimandò chi egli era; E benché avesse il viso fesso e guasto, Pur cognosciuto fu per Bardulasto.

Non se mostrò già il re di questo lieto, Anzi turbato cominciava a dire: - Chi fu colui che contra al mio deveto Villanamente ardito ha di ferire? - A tal parlar ciascun si stava queto, Né alcuno ardiva ponto de cetire; Veggendo il re che in tal modo minaccia, Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.

E come far se suole in cotal caso, Mirando ognuno or quella cosa or questa, Fu visto il sangue il quale era rimaso Ne l'arme de Brunello e sopravesta. Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso Che occise Bardulasto alla foresta! - Né avendo ciò Brunello apena inteso, Da quei de intorno subito fu preso.

Esso cianzava, e ben gli fa mestiero, E sol la lingua gli può dare aiuto, Dicendo a ponto sì come Rugiero Con quelle arme nel campo era venuto; Ma sì rado era usato a dire il vero, Che nel presente non gli era creduto. Ciascun cridando intorno a quella banda, Sopra alle forche al re l'aricomanda.

Onde esso, che se trova in mal pensero, Del re e de gli altri se doleva forte, Narrando come era ito messaggero Per quello annello a risco de la morte. Gli altri ridendo il chiamano grossero, Poi che servigi ramentava in corte; Però che ogni servire in cortesano La sera è grato e la matina è vano.

Proprio è bene un om dal tempo antico Chi racordando va quel ch'è passato; Ché sempre la risposta è: "Bello amico, Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato"; E per questo Brunel, come io vi dico, Era da tutti intorno caleffato, E ciascadun di lui dice più male, Come intraviene a l'om che troppo sale.

Ora fu comandato al re Grifaldo Ch'incontinente lo faccia impiccare; Onde esso, che a tal cosa era ben caldo, Diceva: - S'altri non potrò trovare, Con le mie mani lo farò di saldo. - E prestamente lo fece menare Di là dal bosco, a quel sasso davante Ove Rugier si stava ed Atalante.

Il giovanetto, che il vide venire, Ben prestamente l'ebbe cognosciuto; Lui non era di quelli, a non mentire, Che scordasse il servigio recevuto, Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire, In ogni modo io gli vo' dare aiuto. Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone: Non lo aiutando, ben serìa fellone. -

Ed Atalante ben cridava assai Per distorlo da ciò che avea pensato, Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai? Or non cognosci che sei disarmato? Se ben giongi tra loro, e che farai? Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato. Tu non hai lancia né brando né scudo: Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -

Il giovanetto a ciò non attendia, Ma via correndo fu gionto nel piano, E, perché alcun sospetto non avia, Tolse una lancia a un cavallier di mano. Avea Grifaldo molti in compagnia, Ma non gli stima il giovane soprano, L'uno occidendo e l'altro trabuccando; E da quei morti tolse un scudo e un brando.

Come ebbe il brando in mano, ora pensati Se egli mena da ballo il giovanetto; Non fôrno altri giamai sì dissipati: Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto. Grifaldo e' duo compagni eran campati, Ma treman come foglia, vi prometto, Veggendo far tal colpi al damigello, Il qual ben presto desligò Brunello.

Ora Grifaldo ritornò piangendo Al re Agramante e non sapea che dire, Ma per vergogna, sì come io comprendo, Non se curava ponto de morire. Ma maravigliosse il re questo intendendo Ed in persona volse al campo gire, Ché a lui par cosa troppo istrana e nova Avendo fatto un giovane tal prova.

Ma quando vidde e colpi smisurati, Per meraviglia se sbigotì quasi, Perché tutti in duo pezzi eran tagliati Quei cavallier che al campo eran rimasi; Poi sorridendo disse: - Ora restati Ne la malora qua, giotton malvasi, Ché, se Macon me aiuti, io do nïente De aver perduta così fatta gente. -

Come Brunello ha visto il re Agramante, In ogni modo via volea scampare; Ma Rugier l'avea preso in quello istante, Dicendo: - Converrai mia voglia fare, Ch'io vo' condurti a quel segnore avante. E ad esso e agli altri aperto dimostrare, Che fan contra a ragione e loro avisi, Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -

E, questo ditto, se ne venne al re Pur con Brunello, e fosse ingenocchiato - Segnor, - dicendo - io non so già perché Fosse costui alla forca mandato; Ma ben vi dico che sopra di me La colpa toglio e tutto quel peccato, Se peccato se appella alla contesa Occidere il nemico in sua diffesa.

Da Bardulasto fui prima ferito A tradimento, ché io non mi guardava, Ed essendo da poscia lui fuggito, Io qua lo occisi, e ben lo meritava; E se egli è quivi alcun cotanto ardito (Eccetto il re, o se altri lui ne cava) Qual voglia ciò con l'arme sostenere, Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -

Parlando in tal maniera il damigello, Ciascun lo riguardava con stupore, Dicendo l'uno a l'altro: - È costui quello, Che acquistar debbe al mondo tale onore? E veramente ad un cotanto bello Convien meritamente alto valore, Perché lo ardir, la forza e gentilezza Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -

Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero Di riguardarlo in viso non se sacia, Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!" E di ciò tutto il celo assai ringracia. Or più parole qua non è mestiero; Subitamente lo bacia ed abracia. Di Bardulasto non se prende affanno: Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.

Il giovanetto, di valore acceso, Di novo incominciò con voce pia - Parmi - dicendo - aver più volte inteso Che il primo officio di cavalleria Sia la ragione e il dritto aver diffeso: Onde, avendo io ciò fatto tuttavia, Ché di campar costui presi pensiero, Famme, segnor, ti prego, cavalliero.

E l'arme e il suo destrier me sian donate, Ché altra volta da lui me fu promesso, Ed anco l'ho dapoi ben meritate, Ché per camparlo a risco mi son messo. - Disse Agramante: - Egli è la veritate, E così sarà fatto adesso adesso. - Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero, Con molta festa il fece cavalliero.

Era Atalante a quel fatto presente, E ciò veggendo prese a lacrimare, Dicendo: - O re Agramante, poni mente, E de ascoltarmi non te desdignare; Perché di certo al tempo che è presente Quel che esser debbe voglio indovinare; Non mente il celo, e mai non ha mentito, Né mancarà di quanto io dico, un dito.

Tu vôi condurre il giovane soprano Di là dal mare ad ogni modo in Francia; Per lui serà sconfitto Carlo Mano, E cresceratti orgoglio e gran baldancia; Ma il giovanetto fia poi cristïano. Ahi traditrice casa di Magancia! Ben te sostiene il celo in terra a torto; Al fin serà Rugier poi per te morto.

Or fusse questo lo ultimo dolore! Ma restarà la sua genologia Tra Cristïani, e fia de tanto onore, Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia. Da quella fia servato ogni valore, Ogni bontate ed ogni cortesia, Amore e legiadria e stato giocondo, Tra quella gente fiorita nel mondo.

Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto, Che giù discende al campo paduano, De arme e di senno e de ogni gloria esperto, Largo, gentile e sopramodo umano. Odeti, Italïani, io ve ne acerto: Costui, che vien con quel stendardo in mano, Porta con seco ogni vostra salute; Per lui fia piena Italia di virtute.

Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino, Né vi so iudicar qual sia maggiore, Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino, E l'altro ha rotto Enrico imperatore. Ecco uno altro Ranaldo paladino: Non dico quel di mo, dico il segnore Di Vicenzia e Trivisi e di Verona, Che a Federico abatte la corona.

Natura mostra fuor il suo tesoro: Ecco il marchese a cui virtù non manca. Mondo beato e felici coloro Che seran vivi a quella età sì franca! Al tempo di costui gli zigli d'oro Seran congionti a quella acquila bianca Che sta nel celo, e seran sue confine Il fior de Italia a due belle marine.

E se l'altro filiol de Amfitrïone, Qual là si mostra in abito ducale, Avesse a prender stato opinïone, Come egli ha a seguir bene e fuggir male, Tutti li occei, non dico le persone, Per obedirlo avriano aperte l'ale. Ma che voglio io guardar più oltra avante? Tu la Africa destruggi, o re Agramante,

Poi che oltra mar tu porti la semente De ogni virtù che nosco dimorava; De qui nascerà il fior de l'altra gente, E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava, Che esser conviene, e non serà altramente! - Così piangendo il vecchio ragionava; Il re Agramante al suo dir bene attende, Ma di tal cosa poco o nulla intende.

Anci rispose, come ebbe finito, Quasi ridendo: - Io credo che lo amore, Il qual tu porti a quel viso fiorito, Te faccia indovinar sol per dolore. Ma a questa cosa pigliarem partito, Ché tu potrai venir con seco ancore, Anci verrai: or lascia questo pianto. - Addio, segnor, ché qua finito è il canto.

Canto ventesimosecondo

Se a quei che trïonfarno il mondo in gloria, Come Alessandro e Cesare romano, Che l'uno e l'altro corse con vittoria Dal mar di mezo a l'ultimo oceàno, Non avesse soccorso la memoria, Serìa fiorito il suo valore invano; Lo ardire e senno e le inclite virtute Serian tolte dal tempo e al fin venute.

Fama, seguace de gli imperatori, Ninfa, che e gesti e' dolci versi canti, Che dopo morte ancor gli uomini onori E fai coloro eterni che tu vanti, Ove sei giunta? A dir gli antichi amori Ed a narrar battaglie de' giganti, Mercè del mondo che al tuo tempo è tale, Che più di fama o di virtù non cale.

Lascia a Parnaso quella verde pianta, Ché de salirvi ormai perso è il camino, E meco al basso questa istoria canta Del re Agramante, il forte saracino, Qual per suo orgoglio e suo valor si vanta Pigliar re Carlo ed ogni paladino. D'arme ha già il mare e la terra coperta: Trentaduo re son dentro da Biserta.

E poi che ritrovato è quel Rugiero, Qual di franchezza e di beltate è il fiore, L'un più che l'altro a quel passaggio è fiero: Non fu veduto mai tanto furore. Or ben se guardi Carlo lo imperiero, Ché adosso se gli scarca un gran romore; Contar vi voglio il nome e la possanza Di ciascadun che vôl passar in Franza.

Venuto è il primo insin de Libicana, Re Dudrinaso, che è quasi un gigante: Tutta senz'arme è sua gente villana, Ricciuta e negra dal capo alle piante; Ma lui cavalca sopra ad una alfana, Armato bene è di dietro e davante, E porta al paramento e sopra al scudo In campo rosso un fanciulletto nudo.

E Sorridano è gionto per secondo, Qual signoreggia tutta la Esperia; Cotanto è in là, che quasi è fuor del mondo, Ed è pur negra ancor la sua zinia. Rossi ambi gli occhi e il viso furibondo Costui che io dico e i labri grossi avia; Sotto ha una alfana, sì come il primiero. Or viene il terzo, che è spietato e fiero:

Tanfirïone, il re de l'Almasilla, Anci nomar si può re del diserto, Ché non ha quel paese o casa o villa, Ma tutta sta la gente al discoperto. Chi me donasse l'arte de Sibilla, Indovinando io non sarrìa di certo Della sua gente scegliere il megliore, Ché senza ardir son tutti e senza core.

Non vi meravigliati poi se Orlando Caccia costor tal fiata alla disciolta, E se cotanti ne taglia col brando, Ché nuda è quasi questa gente istolta; E sempre è bon cacciare alora quando Fugge la torma e mai non se rivolta. Ma dal proposto mio troppo mi parto: Dett'ho del terzo, odeti per il quarto,

Ch'è Manilardo, il re de la Norizia, La qual di là da Setta è mille miglia; De pecore e di capre ha gran divizia, E la sua gente a ciò se rassomiglia. Non han moneta e non hanno avarizia De oro e de argento; e non è maraviglia, Che tra noi anco il bove né il montone Ciò non desia, perché è senza ragione.

Il re di Bolga, il quinto, è Mirabaldo, Che è longi al mare ed abita fra terra. Grande è il paese, tutto ardente e caldo, Sempre sua gente con le serpe han guerra. Il giorno va ciascun sicuro e baldo, La notte ne le tane poi si serra; D'erba se pasce, e non so che altro guste: Scrive Turpin che vive de locuste.

Re Folvo è il sesto, il qual venne di Fersa: Non trovo gente di questa peggiore; Come il sol se alcia al mezo giorno, è persa, Biastemando chi 'l fece e 'l suo splendore. La feccia qua del mondo se roversa, Per dar travaglia a Carlo imperadore. Or vengano pur via, gente balorda, Che ogni cristian ne avrà cento per corda.

E se nulla vi manca, per aiuto Già Pulïano, il re di Nasamona, Con gente di sua terra è qua venuto. Non trovaresti armata una persona; Chi porta mazza e chi bastone acuto, Trombe ni corni a sua guerra si suona; Avengaché il suo re sia bene armato, Di molto ardire e gran forza dotato.

Il re de le Alvaracchie è Prusïone, Che le Isole Felice son chiamate, E tra gli antiqui ne è larga tenzone, E ne le istorie molto nominate. Ma lui condusse alla terra persone Ignude quasi, non che disarmate; Ciascun portava in mano un tronco grosso, E sol di pelle avean coperto il dosso.

Venne Agrigalte, il re de la Amonia, Qual ha il suo regno in mezo de la arena. Una gran gente detro a lui seguia, Ma tutta quanta de pedocchi è piena. Apresso di questo altro ne vien via Re Martasino, e la sua gente mena, Qual più de altre de arme non se vanta: Il giovanetto è re di Garamanta.

Perché, dopo che morto fu il vecchione, Quale era negromante e incantatore, Il re concesse questa regïone A Martasino, a cui portava amore. Apresso a questo venne Dorilone; Aveva pur costui gente megliore, Ché è re di Septa ed ha porto su il mare; La gente sua selvatica non pare.

Vennevi ancora Argosto di Marmonda, Che stimato è guerrer molto soprano. Il suo paese di gran pesci abonda, Perché è disteso sopra allo oceàno, Tornando dietro al mare, alla seconda. Bambirago d'Arzila, a destra mano. La gente di costor è de una scorza Nera, come è il carbon quando se smorza.

Ma tra' Getuli avea perso Grifaldo, Che, via passando, non me venne a mente. Lontano è al mare il suo paese caldo, Populo ignudo, tristo e da nïente. Bardulasto era morto, quel ribaldo, Ma novo re fu posto alla sua gente, La qual condotta venne da Alghezera; Questa tra l'altre è ben gagliarda e fiera.

Vero è che non han ferro in sua provenza, Ma tutti portano ossa de dragoni Tagliente e acute, e non vedresti un senza; Per elmi in capo han teste de leoni, Sì che a mirarli è strana appariscenza. In Francia periran questi poltroni; Tutti han scoperte le gambe e le braccia; Un sol non vi è, che assembri uno omo in faccia.

Bucifaro il suo re fu nominato, Qual di prodezza è tra' baroni il terzo. Il re di Normandia gli viene a lato, Forte ed ardito, e nome ha Baliverzo; Ma il popol che ha condotto è sciagurato, Qual sordo, quale è zoppo e quale è guerzo: Gente non fu giamai cotanto istrana; Poi vien Brunello, il re de Tingitana.

Più sozza fronte mai non fie' natura, E ben li ha posti del mondo in confino, Ché a l'altra gente potria far paura, Che se scontrasse avante al matutino. Né già il suo re gli avanza di figura, Negretto come loro e piccolino; Più volte vi narrai come era fatto, Però lo lascio e più de lui non tratto.

E torno ver ponente alla marina, Ove è il paese più domesticato, Benché la gente è negra e piccolina, Né trovaresti tra mille uno armato. Di là vien Farurante di Maurina; Feroce è lui, ma male accompagnato. Ora nel nostro mar mi volto adesso: Il re di Tremison gli viene apresso

(Alzirdo ha nome, e la sua schiera è armata Di lancie e scudi, e de archi e de saette), E Marbalusto, la anima dannata, Che seco ha tante gente maledette, E per menarle meglio alla spiegata La Francia tutta in preda gli promette, Onde quei pacci volentier vi vano; Costui de cui ragiono, è re d'Orano.

Un altro, che al suo regno gli confina, Venne con gente armata con vantaggio: Ciò fu Gualciotto di Bellamarina, Forte ne l'armi e di consiglio saggio. Poi Pinadoro, il re di Costantina; Questo dal mare è longi in quel vïaggio: Quando già fece con gli Arabi guerra, Fie' Costantino al monte quella terra.

Non par, segnor, che io ne abbia detto assai Che lasso son cercando ogni confino? E parmi ben ch'io non finirò mai; Pur mo se me apresenta il re Sobrino, Che è re di Garbo, come io vi contai. Non è di lui più savio saracino; Tardocco, re di Alzerbe, venne apresso. Tre vi ne sono ancora, io ve 'l confesso.

Quel Rodamonte che è passato in Francia, È re di Sarza, ed è tanto gagliardo, Che non è pare al mondo di possancia. Ora vi venne ancora il re Branzardo Con belle gente armate a scudo e lancia; Re di Bugia se appella quel vecchiardo. Lo ultimo venne, perch'è più lontano, Mulabuferso, che è re di Fizano.

Era già prima in corte Dardinello, Nato di sangue e di casa reale, Che fu figlio de Almonte il damigello, Destro ne l'arme, come avesse l'ale, Molto cortese, costumato e bello, Né se potrebbe apponervi alcun male. Il re Agramante, che gli porta amore, Re de Azumara l'ha fatto e segnore.

Io credo ben che serà notte bruna Prima che tutti possa nominare, Perché giamai non fu sotto la luna Tal gente insieme, per terra o per mare. Re Cardorano a gli altri anco se aduna: Chi gli potrebbe tutti ramentare? E vien con seco il nero Balifronte: Quasi il lor regno è fuor de l'orizonte.

Il primo ha in Cosca la sua regïone, Mulga se appella poi l'altro paese. Africa tutta e le sue nazïone Intorno de Biserta son distese, Varii di lingue e strani di fazone, Diversi de le veste e de lo arnese; Né se numerarebbe a minor pena Le stelle in celo o nel litto l'arena.

Fece Agramante e re tutti alloggiare Dentro a Biserta, che è di zoie piena; Là con baldanza stanno ad armeggiare Con balli e canti e con festa serena; Altro che trombe non se ode suonare, L'un più che l'altro gran tempesta mena; Chi a destrier corre, e chi l'arme si prova, Cresce nel campo ognior più gente nova.

Da Tripoli e Bernica e Tolometta Vien copia de pedoni e cavallieri; Questa è ben tutta quanta gente eletta Con arme luminose e bon destrieri. Quivi il re di Canara anco se aspetta, Ma già non son cotali e suoi guerrieri, Ché alle lor lancie non bisogna lima; Corne di capre gli han per ferri in cima.

Era il suo re nomato Bardarico, Terribil di persona e bene armato; Or quando fu giamai nel tempo antico Per tale impresa un popolo adunato, Tanto diverso quanto è quel che io dico, La terra e il mar coperto in ogni lato? Oh quanto era superbo il re Agramante, Che a suo comando avea gente cotante!

Benché gli Arabi e il suo re Gordanetto Ad obedirlo ancor non sian ben pratichi; Questi non hanno né casa né tetto, Ma ne le selve stan come selvatichi; Ragione e legge fanno a suo diletto, Né son tra loro astrologi o gramatichi. Non è de questi alcun paese certo, Robbano ogniuno e fuggono al diserto.

E chi volesse dietro a lor seguire, Serìa perdere il tempo con affanno; Essi de frutti se sanno nutrire E vivere al scoperto senza panno; Però fan gli altri di fame morire, Né se acquista a seguirli se non danno; Onde Agramante per questa paura De subiugarli mai non prese cura.

E standosi in Biserta a sollacciare, Come io vi dissi, con molto conforto, Un messo li aportò come nel mare Son più nave apparite sopra al porto, Le qual già Rodamonte ebbe a menare, Ma de lui non se sa se è vivo o morto; E che seco avean loro un gran pregione, Che è cristiano ed ha nome Dudone.

Il re turbato incominciò gran pianto, Stimando che sia morto Rodamonte; Ma io il vo' piangendo abandonare alquanto, Per tornare a que' duo che a fronte a fronte De ardire e de fortezza se dàn vanto. Forse stimati che io parli del conte, Qual con Ranaldo a guerra era venuto; Ma io dico Rodamonte e Ferraguto,

Che non ha tutto il mondo duo pagani Di cotal forza e tanta vigoria. Crudel battaglia quei baron soprani Menata han sempre e menan tuttavia. De arme spezzate avean coperti i piani, Né alcun de lor sa già chi l'altro sia; Ma ciascun giuraria senza riguardo Non aver mai trovato un più gagliardo.

De l'altro è Feraguto assai minore, Ma non gli lasciaria del campo un dito, Ché a lui non cede ponto di valore, Perché ogni piccoletto è sempre ardito; Ed èvi la ragion, però che il core Più presso a l'altre membra è meglio unito; Ma ben vorebbe aver la pelle grossa Il cane ardito, quando non ha possa.

Durando anco tra lor lo assalto fiero, Per l'aspri colpi orribile a guardare, Passava per quel campo un messaggiero, Qual, fermo un poco, gli prese a parlare: - Se alcun di voi de corte è cavalliero, Male novelle vi sazo contare, Ché 'l re Marsilio, il perfido pagano, Posto ha lo assedio intorno a Montealbano.

E dissipato in campo ha il duca Amone, E con soi figli l'ha dentro cacciato, Seco Anzoliero e il suo parente Ivone: Alardo è preso, e non so se è campato; E quel paese è in gran destruzïone, Ché tutto intorno l'hanno arso e robbato. Questo vidi io, che son de là venuto Per dimandare a Carlo Mano aiuto. -

Non fece alcuna indugia quel corriero, Che dopo le parole è caminato. Assai turbosse Feraguto il fiero, Poi che a quel fatto non se era trovato; E stato essendo alquanto in tal pensiero Da Rodamonte al fin fu domandato Se di tal guerra avea ponto che fare, Ché non vi avendo, è da lasciarla andare.

E Feraguto a ponto gli contava Come era il re Marsilio suo cïano, E poi cortesemente lo pregava Che seco voglia pace a mano a mano; Né mai più de impicciarsi gli giurava Per la figliola del re Stordilano. Non lasciò già per tema cotal prova, Ma sol per gire a quella guerra nova.

Re Rodamonte, che l'avea provato Di tal franchezza e di tanto ardimento, Assai nel suo parlar l'ebbe onorato, Facendo il suo volere a compimento; E poi se furno l'un l'altro abracciato, E fratellanza ferno in giuramento, Con sì grande amistate e tanto amore Che tra duo altri mai non fu maggiore.

E destinati non se abandonare L'un l'altro mai sin che in vita serano, Insieme cominciarno a caminare, Per ritrovarse entrambi a Montealbano; E, via passando senza altro pensare, Scontrarno Malagise e Vivïano: Venian que' duo fratei, de' qual vi parlo, Per impetrar soccorso dal re Carlo

Per Montealbano, il quale è assedïato, Come di sopra potesti sentire. Or Malagise se trasse da lato, Come e due cavallier vidde venire, Dicendo a Vivïan: - Per Dio beato! Chi sian costoro io vo' saperti dire -; Ed intrato lì presso in un boschetto, Fece il suo cerchio ed aperse il libretto.

Come il libro fu aperto, più né meno, Ben fu servito di quel che avea voglia, Ché fu a demonii il bosco tutto pieno: Più de ducento ne è per ogni foglia. E Malagise, che gli tiene a freno, Comanda a ciascadun che via se toglia, Largo aspettando insin che altro comanda; Poi di costoro a Scarapin dimanda.

Era un demonio questo Scarapino, Che dello inferno è proprio la tristizia: Minuto il giottarello e piccolino, Ma bene è grosso e grande di malizia; Alla taverna, dove è miglior vino, O del gioco e bagascie la divizia, Nel fumo dello arosto fa dimora, E qua tentando ciascadun lavora.

Costui, da Malagise adimandato, Gli disse il nome e lo esser de' baroni; Là dove il negromante ebbe pensato Pigliarli entrambi ed averli pregioni. Tutti e demonii richiamò nel prato In forma de guerreri e de ronzoni, Mostrando in vista più de mille schiere, Con cimeri alti e lancie e con bandiere.

Lui da una parte, da l'altra Viviano Uscirno di quel bosco a gran furore. Diceva Feraguto: - Odi, germano, Ch'io non sentitte mai tanto rumore! Questo è veramente Carlo Mano. Or bisogna mostrar nostro valore; Abench'io voglia te sempre obedire, Per tutto il mondo non voria fuggire. -

- Come fuggir? - rispose Rodamonte - Hai tu di me cotale opinïone? Senza te solo io vo' bastare a fronte A tutti e cristïani e al re Carlone, E alle gente di Spagna seco aggionte. Se sopra il campo vi fosse Macone E tutto il paradiso con lo inferno, Non me farian fuggire in sempiterno. -

Mentre che e duo baron stavano in questa, Ragionando tra lor con cotal detti, E Malagise uscì de la foresta, Già non stimando mai che alcun lo aspetti, Però che seco avea cotal tempesta De urli e de cridi da quei maledetti, Che sotto gli tremava il campo duro: Dal lor fiatare è fatto il celo oscuro.

Venìa davanti agli altri Draginazza, Che avea le corne a l'elmo per insegna; Questo di rado a vil gente se abbrazza: Tra gli superbi alle gran corte regna. La lancia ha col pennone e spada e mazza, Ma di portare il scudo se disdegna. Questo si serra adosso a Rodamonte, E con la lancia il gionse ne la fronte.

Avea la lancia il fer tutto di foco, Che entrò alla vista ed arse ambe le ciglia: E questo mosse Rodamonte un poco, Perché ebbe di tal fatto meraviglia; Ma urtò il ronzon cridando: - Aspetta un poco, Giotton, giotton, ché tua faccia somiglia Proprio al demonio mirandoti apresso, E certamente io credo che sei desso. -

Al fin de le parole il brando mena, Come colui che avea forza soprana, E fu il gran colpo de cotanta lena, Che dentro lo passò più d'una spana, E dette a Draginazza una gran pena, Benché il passasse come cosa vana; Ma gli altri maledetti gli èno adosso Con tanta furia, che contar nol posso.

E lui per questo non è meno ardito, Non ve pensati che 'l dimandi aiuto; Or questo or quel demonio avea colpito: Già se pente ciascun d'esser venuto, E Draginazza via ne era fuggito: Ma molti sono adosso a Feraguto, E sopra a tutti un gran dïavolone, E questo è Malagriffa dal rampone.

Con quel rampone agriffa gli usurari, Conducendoli a ponto ove li piace, Perché ha possanza sopra de li avari, E giù gli coce in quel fuoco penace, E piglia preti e frati e i scapulari, Perché ciascun di loro è suo seguace. Ora al presente a Feraguto è intorno; Ben se diffende il cavalliero adorno.

E quel ferì de un colpo sì diverso, Che io vi so dir che l'altro non aspetta, E a tutti gli altri mena anco a traverso; Ma tanta era la folta maledetta, Che sol cridando quasi l'han somerso. Ora ecco un altro, che ha nome Falsetta, Ingannatore e de ogni vizio pieno: A fraude e trufferia mai non vien meno.

Costui con Feraguto fie' battaglia, Non gli stando però molto dapresso, Ma errando intorno gli dava travaglia, Fuggendo e ritornando a gioco spesso. Mal fa chi sì gran pezzo al panno taglia, Che non sa de cusirlo per espresso; Credea Falsetta ad arte e con inganni Tenire il cavallier sempre in affanni.

Ma Rodamonte, che venìa da lato, A caso riscontrò quel maledetto; Intra le corne il brando ebbe callato, E divise la testa e tutto il petto. Via va cridando quel spirto dannato, Ma dove andasse, io non so per effetto, E Rodamonte dà tra quei malvasi, Benché ormai pochi al campo sian rimasi.

Fuggiano urlando e stridendo con pianti, Ché eran spezzati e non potean morire; E dove prima al bosco eran cotanti, Ora son pochi, e ciascun vôl fuggire. A benché Malagise con incanti Facesse alquanto il campo mantenire, Pur non gli puote ritenere al fine, Che irno in profondo alle anime tapine.

Esso, veggendo il fatto andar sì male, A fuggir cominciò con Vivïano; Ma tal fuggire ad essi poco vale: Feraguto gli segue per il piano Sopra a un destrier che par che metta l'ale, E in somma ambi li prese a mano a mano, Benché pur ferno alquanto de diffesa; Ma Rodamonte gionse alla contesa.

Ed ambi gli legarno in su un ronzone, E verso Montealbano andarno via, Per presentarli al re Marsilïone. Segnori e grazïosa compagnia, Io voglio mo finire il mio sermone, Seguendo poi con bella diceria La istoria cominciata e la gran guerra: Dio vi contenti in celo e prima in terra.

Canto ventesimoterzo

Quella battaglia orribile e infernale Che io ve ho contata, e piena di spavento, Me piacque sì che, s'io non dico male, Mirarla in fatto avria molto talento, Sol per veder se il demonio è cotale E tanto sozzo come egli è dipento, Ché non è sempre a un modo in ogni loco: Qua maggior corne, e là più coda un poco.

Sia come vôle, io ne ho poca paura, Ché solo a' tristi e a' desperati nôce, E men fatica ancor più me assicura, Ché io so ben fare il segno de la croce. Or via lasciamolo in la mala ventura Nel fuoco eterno che il tormenta e coce, Ed io ritorno a dilettarvi alquanto Ove io lasciai l'istoria a l'altro canto.

Andando Feraguto a Montealbano E Rodamonte, come io ve contai, Che preso ha Malagise e Vivïano, Via caminando non restarno mai, Sin che trovâr lo esercito pagano, Che avea gran nobiltate e gente assai; Re, duci, cavallier, marchesi e conti Coperti di trabacche han piani e monti.

Feraguto andò avanti al re Marsilio, E conta in breve, stando ingenocchiato, Sì come a Malagise diè di piglio, E Rodamonte assai gli ebbe lodato. Il re, che più l'amava assai che figlio, Oltra meza ora lo tenne abracciato, Baciandolo più volte, e per suo amore A Rodamonte fece un grande onore.

Balugante era in campo e Falcirone, Fratei del re, con molta baronia, L'un de Castiglia e l'altro di Leone, E Maradasso, il re de Andologia, E il re di Calatrava, Sinagone, Grandonio di Volterna in compagnia, Qual dapoi mise e Cristïani al fondo (Sopra a Moroco regna il furibondo);

Re de' Galegi, il quale era pedone, Ché destriero al portar non ha balìa, Vi venne Maricoldo col bastone; Ma di Biscaglia alcun non vi venìa, Perché il re Alfonso tien la regïone, Bon cristïano e de alta gagliardia, Di cui la stirpe e 'l bel seme iocondo Non Spagna sol, ma illuminato ha il mondo.

Né trovo per scrittura, o per ragione Più real sangue, e non credo che sia; Fanne Sardegna dimostrazïone, Le due Cecilie e in parte Barbaria: Ed è verace quella opinïone Che fu da' Goti sua genologia. Chi fosser questi, già non vi respondo: La terra il seppe e il mar che gira in tondo.

Or veritate ed anco affezïone Me ha tratto alquanto de la strata mia; Ma torno adesso e dico le persone Sopra a le qual Marsilio ha signoria. Larbin di Portugallo era in arcione, E Stordilano ancor, che possedia Tutta Granata; e già non vi nascondo Il Maiorchin, che nome ha Baricondo;

Ma poi la corte di Marsilïone, Di tanto pregio e tal cavalleria. Serpentin de la Stella, il fier garzone, Ed Isolier s'aspetta tuttavia, Che è sir de Pampaluna, e Folicone, Del re bastardo e conte de Almeria; Non par di Spagna il terzo, né il secondo, Quel colorito, e questo bianco e biondo.

Ma perché vi faccio io tanta dimora Il nome e le provenze a racontare, Che poi ne le battaglie in poco de ora Gli sentireti a ponto divisare? Re Carlo giongerà senza dimora, Poscia per tutti vi serà che fare, A benché alcun pagan qua non l'aspetti, Che tutti in zoia stanno e gran diletti.

Aveano usanza tutti i re pagani, La quale in questo tempo anco è rimasa, Che, campeggiando, o vicini o lontani, Ma' le lor dame lasciavano a casa; Né so se lor pensier sian fermi o vani, Ché pur sta mal la paglia con la brasa; Ma, da altra parte ancora, per amore Lo animo cresce e più se fa de core.

Per questo erano in campo le regine Quasi di tutta Spagna, e pur le belle; Ma sopra a tutte l'altre peregrine Era stimata il fior de le donzelle La Doralice; come tra le spine Splende la rosa e tra foglie novelle, Così lei di persona e di bel viso Sembra tra l'altre dea del paradiso.

Re Rodamonte, che tanto l'amava, Ogni giorno per lei facea gran prove; Or combatte a ristretto ed or giostrava, Sempre con paramenti e foggie nove, E Feraguto a ciò l'accompagnava; Onde per questo par che non se trove Altro baron che a lui tenga la fronte, Tanto era forte e destro Rodamonte.

Il re Marsilio per più fargli onore Facea gran feste e trïonfal conviti, E sempre Rodamonte ha più favore Tra quelle dame dai visi fioriti. Or così stando un giorno, alto rumore E trombe con gran cridi fôrno oditi, E la novella vien de mano in mano Come assalito è il campo giù nel piano.

Re Carlo ne venìa per la campagna, Ed avea seco il fior de' Cristïani De l'Ongheria, di Franza e de la Magna, E la sua corte, quei baron soprani; Ma quando vidde la gente di Spagna Tutta assembrata per callare a i piani, Chiamò Ranaldo ed ebbe a lui promesso Non dar la dama a Orlando per espresso,

Pur che facesse quel giorno col brando Sì fatta prova e dimostrazïone, Che più di lui non meritasse Orlando. Poi d'altra parte il figlio de Milone Fece chiamar da parte, e ragionando Con lui gli diè segreta intenzïone Che mai la dama non avrà Ranaldo, Pur che combatta il giorno al campo saldo.

Ciascun di lor quel giorno se destina Di non parer de l'altro mai peggiore. Ahi sventurata gente saracina, Che adosso ben ti viene un gran romore! Quei duo baron faran tanta ruina, Che mai fu fatta al mondo la maggiore. Or tacete, segnori, e non v'incaglia, Ch'io vo' contare un'aspra e gran battaglia.

Re Carlo Mano avea fatte le schiere Molto ordinate e con gran sentimento; Il nome de ciascuno e le bandiere Poi sentirete e l'altro guarnimento, Secondo che usciran le gente fiere Che contra lor ne van con ardimento. Ma la prima che è gionta alla campagna È Salamone, il bon re de Bertagna.

Con la bandiera a scacchi neri e bianchi Ricardo e' soi Normandi è seco in schiera; Guido e Iachetto, che èn duo baron franchi, L'un de Monforte e l'altro de Riviera. Sei de sei millia non credo che manchi Di questa gente, che è animosa e fiera; Ne vien correndo e mena gran pulvino, Per assalire il campo saracino.

Marsilio avea mandato Balugante, Che refrenasse quello assalto un poco, Acciò che le sue gente, che son tante, Potesse trare alquanto di quel loco. Serpentino era seco e lo Amirante E il re Grandonio, l'anima di foco; Con più de trenta millia de Pagani Callarno il monte e gionsero in que' piani.

Suonâr le trombe, e con molta tempesta L'un verso l'altro a gran crido se mosse A tutta briglia, con le lancie a resta, E con fraccasso l'un l'altro percosse. Aspra battaglia non fu più di questa: Volarno i tronchi al cel de l'aste grosse E l'arme resuonarno insieme e' scudi, Quando scontrarno insieme a li urti crudi.

Era al principio questo un bel riguardo Per l'arme relucente e per cimieri; Ciascun destriero ancora era gagliardo, Coperte e paramenti erano intieri; Ma, poi che Salamone e il bon Ricardo E Iachetto con Guido, e baron fieri, Intrarno furïosi alla gran folta, La bella vista in brutta fu rivolta.

Roncioni e cavallier morti e tagliati Tutto infiammarno il campo sanguinoso, E l'arme rotte e gli elmi spenacchiati Facean riguardo tristo e doloroso. E paramenti e' squarci dissipati, E ciascun pien di sangue e polveroso; Il ruïnare a terra e il gran fraccasso Avrian smariti gli occhi a un satanasso.

Ricardo entrò primiero alla battaglia, Il qual portava per cimiero un nido, E Salamone adosso alla canaglia, E Iachetto con seco e 'l franco Guido. Ciascun sì crudamente i Pagan taglia, Che sino al cel se odiva andare il crido; Ma alor se mosse incontra Balugante, Grandonio e Serpentino e lo Amirante.

E per la lor prodezza e suo valore, E per sua gente ancor, che gli abondava, La nostra certo arìa avuto il peggiore, Che indietro a poco a poco rinculava; Ma, ciò veggendo Carlo imperatore, Che a lato alla baruffa sempre istava, Mandò in soccorso Olivieri il marchese, E Naimo e il conte Gano e il bon Danese;

E seco Avino e Ottone e Berlengiero E Avorio, che anco lui fu paladino; Avenga che io nol ponga per primiero, Pur va con gli altri, e dietro a lui Turpino. Alor se radoppiò lo assalto fiero E levossi di novo alto polvino; Altro che trombe non se ode nïente, E lancie rotte de una e de altra gente.

Carlo chiamò da parte Bradamante, Ch'è fior de gagliardia, quella donzella, E 'l bon Gualtiero, il cavalliero aitante, Ed alla dama in tal modo favella: - Tu vedi il monte il quale è qua davante. Là con Gualtiero a quel bosco ti cella, Con questi cavallier che teco mando, Né te partir di là, se io nol comando. -

Ella ne andò; ma sopra di quel piano Era battaglia sì crudele e stretta, Che nol potria contare ingegno umano. A furia vien la gente maledetta; Benché il franco Olivier col brando in mano Di qua di là gli taglia a pezzi e fetta, Pur si diffende assai la gente fiera: Ecco de il monte scende un'altra schiera.

Questo è il re Stordilano, e Malgarino E Baricondo è seco e Sinagone, E Maradasso più gli era vicino: La schiera guida al campo Falcirone. Costui portava al suo stendardo un pino Col foco ne le rame e nel troncone, Ed ha la gente spessa come piova: Ben vi so dir che il gioco se rinova.

Alor Grandonio, quella anima accesa, Qual mai non se ha potuto adoperare, Sol per tenir la sua gente diffesa (Ché a ricoprirla troppo avea che fare), Ora una lancia in su la coscia ha presa, E sopra Salamon se lascia andare. Avendo posta già quella asta a resta, Roverso al campo il getta con tempesta.

Guido abattuto fu da Serpentino, Io dico Guido il conte de Monforte, E non il Borgognon, che è paladino, Il qual si stava con re Carlo in corte. Or Balugante, il forte saracino, Al conte de Rivera diè la morte, Dico a Iachetto; gionselo al costato, E via passando lo distese al prato.

Quando il Danese vidde Balugante, Che avea in tal modo morto il giovanetto, Turbato acerbamente nel sembiante Sprona il ronzone adosso al maledetto. Gionse al cimier, che è un corno de elefante, E specciòl tutto e roppe il bacinetto, E se dritto il colpiva a compimento, Tutto il fendeva di sotto dal mento.

Ma il brando per traverso un poco calla, Sì che una guanza con la barba prese, E venne gioso e colse nella spalla, Né piastra grossa o maglia la diffese. Nel scudo de osso il bon brando non falla, Ma seco ne menò quanto ne prese, E fo sì gran ferita e sì diversa, Che quasi ha lui da poi la vita persa.

Ma Balugante volta il suo ronzone Menando le calcagne forte e spesso, Sin che fo avante al re Marsilïone, Come io vi contarò qua poco apresso. Ora Oliviero abatte Sinagone, Ed hagli il capo insino ai denti fesso: Barbuta non gli valse o l'elmo fino; E poi se volta e segue Malgarino.

Ma non lo aspetta lui, che è impaurito; Mostrògli Sinagon ciò che 'l die' fare, Ed ebbe senno a pigliar bon partito. Ecco Grandonio, che un serpente pare: E gionse Avino, il giovanetto ardito, E sottosopra il fece trabuccare; Poi Belengero abatte in sul sabbione, E seco Avorio e il suo fratello Ottone.

Gionse anche Serpentino a un'altra banda E scontrò il bon Ricardo paladino: For dello arcione alla campagna il manda; Né qui se arresta e scontrase a Turpino, E benché 'l prete a Dio se ricomanda, Pur fu abattuto da quel saracino. Rimescolata è tutta quella traccia, Qua fugge questo, e là quell'altro caccia.

Vidde Olivier Grandonio di Volterna, Che abatte sopra al campo gente tanta Che altri che lui non par che se discerna, E tutto è sangue dal capo alla pianta. Dicea Oliviero: - O Maiestate Eterna, Io pur diffendo la tua Fede santa, Come far deggio, e il tuo culto divino; Dammi possanza contra al Saracino! -

Egli avea già racolta un'altra lanza Così dicendo, e con animo ardito Spronava il suo destrier con gran baldanza. Or non so dir se ben fusse seguito, Però che gionse il conte di Maganza, E per traverso ha il Saracin colpito; Non se guardando forse da quel lato, Tutto el distese fuor de arcione al prato.

Quando Grandonio se vidde abattuto, Non dimandati se rodea la brena; Presto ricciato rembracciava il scuto, E mena il brando, e non è dritto apena; Ma il conte Gano, che stava aveduto, Volta il destriero e le calcagna mena; Ma il re Grandonio afferra il suo ronzone, Rimette il brando e salta nello arcione.

Poi che salito fu sopra al destriero, Tra la gran folta col brando se caccia; Mai non fu Saracin cotanto fiero: Questo abatte per terra e quello amaccia. Ecco raggionto il marchese Oliviero, Che avea ferito Falcirone in faccia, E spezzato gli ha l'elmo e rotto il scuto, Quando gionse Grandonio a darli aiuto.

Gionse Grandonio, e ben gli bisognava, Ché non potea durar lunga stagione; Presto Oliviero a questo se voltava, Lasciando mezo morto Falcirone. Or l'uno e l'altro gran colpi menava; Benché più forte sia quel can fellone, Era Olivier di lui poi più maestro, Ma molto accorto e più legiero e destro.

Menò Grandonio un colpo a quel marchese, E nel fondo del scudo agionse al basso, Qual ponto nol coperse né diffese, Ma tutto se fiaccò con gran fraccasso, E passò il brando ed arivò allo arnese: Se egli avea forza, a voi pensar vi lasso. Poco prese la coscia, e nello arcione Via passò il brando e gionse 'l bon ronzone.

Colse il ronzone a quella spalla stanca, E sconciamente l'ebbe innaverato; Per questo ad Oliviero il cor non manca, Mena a due mano il suo brando affilato; Gionse a Grandonio quella anima franca Sopra del scudo, e tutto l'ha spezzato, Né piastra integra al forte usbergo lassa: Tutte le speza e dentro al petto passa.

Come io ve dico, ove gionse Altachiera Non lascia a quello usbergo piastra sana; Spezza ogni cosa quella spada fiera, E 'l fianco aperse più de una gran spana. Ciascadun de essi a tristo partito era, Spargendo il sangue in su la terra piana, Né per ciò l'uno a l'altro dava loco, Ed ogni colpo accresce legne al foco.

Cresce lo assalto dispietato e fiero, E ben de l'arme sentirno il polvino; Ma da altra parte il bon danese Ogiero Per tutto il campo caccia Malgarino, E di suo scampo non ve era mestiero, Se non vi fosse agionto Serpentino, Quel dalla Stella, il giovanetto adorno, Che avea fatate l'arme tutte intorno.

Come fu gionto, e vidde che il Danese Condotto ha Malgarino a mal partito, Sopra de Ogiero un gran colpo distese Dal lato manco in su l'elmo forbito, Quale era grosso e ponto nol diffese, Perché aspramente al capo l'ha ferito. Volta il Danese a lui, forte adirato: Bene ha di che, sì come io vi ho contato.

Cominciarno battaglia aspra e feroce Que' duo guerrer mostrandosi la fronte, Benché Curtana a quelle arme non nôce, Ché eran fatate per tagli e per ponte. Or cresce un novo crido ed alte voce, Ché un'altra schiera giù calla del monte, Maggiore assai de l'altre due davante: Non fur vedute mai gente cotante.

Colui che vien davanti è Folicone, Il figlio de Marsilio, che è bastardo, Che ha de Almeria la terra e il bel girone: Ben vi posso acertar che egli è gagliardo. Larbin de Portugallo, il fier garzone, Gli viene apresso in su un corsier leardo; Maricoldo il Galego, che è gigante, Vien seco, e lo Argalifa e il re Morgante;

Ed Alanardo, conte in Barzelona, Vi venne, e Dorifebo, il fier pagano, Qual porta di Valenza la corona, E il conte de Girona, Marigano, E il franco Calabrun, re de Aragona. Par che quel monte giù roini al piano; A sì gran folta ne vien via la gente, Che par che il cel profondi veramente.

Quando re Carlo vidde gente tante, Ben se crede quel dì de aver gran scorno; Chiamando a sé Ranaldo e il sir de Anglante, - Filioli, - dicea - questo è il vostro giorno! - E poi mandava un messo a Bradamante Che, giù voltando quella costa intorno, Quanto nascosta può, per quella valle Ferisca a i Saracin dietro alle spalle.

E dapoi che ebbe la dama avisata, Ranaldo e Orlando chiamò, con amore Dicendo a lor: - Questa è quella giornata Che sempre al mondo vi può fare onore: Or questa è quella che ho sempre espettata Per discerner qual sia di voi megliore; Per mia man seti entrambi cavallieri, Né so di qual di voi meglio mi speri.

Or via, miei paladini, alla battaglia! Ecco e nimici! Io non vi gli nascondo; Fatime un squarcio entro a quella canaglia, Che sempre mai di voi se dica al mondo. Io non li stimo tutti un fil di paglia, Quando io vi guardo il viso furibondo; Nel vostro viso ben mi sono accorto Che il mio nemico è già sconfitto e morto. -

Non aspettâr più oltra e duo baroni Il ragionar che fece Carlo Mano. Come dal cel turbato escon duo troni, E duo venti diversi allo oceàno, Così van loro a furia di ronzoni. Ahi sventurato e tristo quel pagano, Qual sia scontrato da Ranaldo ardito! Né quel de Orlando avrà meglior partito.

Ranaldo avanti il conte un poco avancia, Perché aveva il destrier più corridore; A mezo il corso aresta la sua lancia, Spronando tutta fiata a gran furore. Il re Larbino avea molta arrogancia, Come hanno tutt'e Portugesi il core; E veggendo venire il fio de Amone, - Chi è costui, - disse - che ha sì bel ronzone?

Come ne vene! E' par che metta l'ale! E pure ha un gran poltrone armato adosso; Per manco nol darebbe come il vale, Né lasciarebbe del suo pregio un grosso. E veramente che io faccio ben male Ferire a quel meschin, ma più non posso; Qua fusse Orlando con Ranaldo a un fasso, Ché io so che a un colpo l'uno e l'altro passo. -

Così dicendo il re, che è bravo tanto, Un tronco for di modo ebbe arestato. Ranaldo ne venìa da l'altro canto, E l'uno a l'altro a gran corso è scontrato; Quel roppe il tronco grosso tutto quanto, E questo lui passò da l'altro lato, Dico Ranaldo il passa, e la sua lancia Dietro alle spalle un gran braccio gli avancia.

Poi lo urta a terra e quella asta abandona, E dà tra gli altri con Fusberta in mano. Forte era Calabron, re de Aragona, Quanto fosse nel campo altro pagano, Ad ogni prova de la sua persona. Costui, veggendo il senator romano Che vien spronando con la lancia a resta, Verso di lui se mosse a gran tempesta.

Chi li avesse cernuti ad uno ad uno, Duo più superbi non avea quel campo, Come era quel Larbino e Calabruno, Che contra al conte vien con tanto vampo; Benché gli serìa meglio esser digiuno Di cotal prova e di cotale inciampo, Ché il conte lo passò da banda a banda, E morto for de arcione a terra il manda.

Poi dà tra gli altri e trasse Durindana, Perché allo incontro avea rotta la lanza. Come apre il mare intrando una fiumana, Così quel paladin, che è il fior di Franza, Nel mezo a quella gente ch'è pagana, Dimostra molto ardire e gran possanza, Tagliando e dissipando ad ogni mano; L'arme spezzate insino al cel ne vano.

Ecco nel campo ha visto un gran pedone: Questo era Maricoldo di Galizia, Che fa de' nostri tal destruzïone Che a riguardare egli era una tristizia. Il conte lo mirava di storzone, Ché de sì fatti avea morti a dovizia, Fra sé dicendo: "Sì grandon ti veggio, Ch'io te voglio ascurtar un piede e meggio."

E parlando così come io ve conto, Con lui se azuffa e fu corto quel gioco, Ché dove avea segnato, lo ebbe agionto; Nïente vi lasciò del collo, o poco, Ed ascurtollo un piede e mezo aponto. Poi dà tra gli altri; come fusse un foco Posto di zugno in un campo de biada, Così destrugge e taglia con la spada.

Re Stordilano abatte e Baricondo, E' soi destrier e lor getta in un fasso. Colpito ha in fronte il primo, e quel secondo Avea ferito nel gallone al basso; La gente saracina va in profondo. Ecco scontrato al campo ha Maradasso, Maradasso da Argina, lo Andaluccio, Che ha per insegna e per cimero un struccio.

Sì come io dico, è re de Andologia Quel Maradasso che il struccio portava. Per tutto il campo Orlando lo seguia, Ma per nïente lui non lo aspettava; Onde cacciosse tra l'altra genia. Chi contarebbe e colpi che menava? Questo ha per largo e quel per lungo aperto: Dal capo al piè di sangue era coperto.

Né già Ranaldo fa minor roina Ove si trova con Fusberta in mano, Ché intrato è tra la gente saracina, E tutta in pezzi la distende al piano; Menar Fusberta mai non se raffina. Ora ecco ha visto il forte Marigano, Qual, come io dissi, è conte de Girona; Sopra di lui Ranaldo se abandona.

Ed ebbel gionto in testa con Fusberta, E fraccassò il cimiero e il bacinetto; La fronte e la gran barba gli ebbe aperta, E callò il brando insino a mezo il petto. Fugge allo inferno la anima diserta, Rimase in terra il corpo maledetto. Quivi lo lascia il paladin gagliardo E dietro in caccia è posto ad Alanardo:

Conte Alanardo, quel barcelonese. Ranaldo non gli pone differenza; O sia de l'uno o de l'altro paese, Tutti gli mena al pare a una semenza. Questo stordito per terra distese; Poi Dorifebo, che era di Valenza, Abatte al campo sì de un colpo crudo: Rotto avia l'elmo e fraccassato il scudo.

Come alla verde selva del ginepre Se 'l foco dentro vi è posto talora Per cacciar fora caprioli e lepre, La fiama intorno e in mezo se avalora; Tal da Ranaldo convien che si sepre Quella canaglia, e non prende dimora, Ché gli spaventa e caccia in ogni loco, Come la lepre e il capriolo il foco.

Lui lo Argaliffa abatte e Folicone, E il re Morgante for di sella caccia: Il primo avea ferito nel gallone, El secondo nel petto, e 'l terzo in faccia. Chi contaria la gran destruzïone? A questo taglia il collo, a quel le braccia; Non se vidde giamai tanta tempesta: Sin da le piante è sangue in su la testa.

Dico, segnor, che il bon Ranaldo ardito Tutto era sangue dal capo alle piante: Non dico già che lui fosse ferito, Ma per le gente che ha occise cotante. Ora di lui vi lascio a tal partito, Però che io vo' tornare a Balugante, Qual, dissipato a gran confusïone, Gionse davante al re Marsilïone.

Rotto avea il capo e aperta una masella, Fessa una spalla, e il scudo avea perduto, E dimenando se crollava in sella, Come morendo al fin fosse venuto. E benché apena con dolor favella, Pur quanto più potea, cridava: - Aiuto! Aiuto! aiuto! ché il re Carlo Mano Tutta tua gente ha dissipata al piano. -

Quando ciò vidde il re Marsilïone, Ambe le man se batte in su la fronte, E forte biastemando il suo Macone Facea le ficche al celo a pugne gionte; Poi comanda a ciascun che sia in arcione. Feraguto fu il primo e Rodamonte, Re Malzarise apresso e Folvirante; Questo non è spagnol, ma di Levante,

Benché al presente sia re di Navara, Ché il re Marsilio a lui l'avea donata; Ma questo giorno li costarà cara. Or viene a furia giù la gran brigata, Che a riguardar parìa mille migliara. Non dico che sian tanti tutta fiata; Ma chi all'incontro e suoi nemici vede, Più del dovere assai gli estima e crede.

Come io ve dico, giù callano al piano: Par che profondi il mondo da quel lato; Tutti meschiati e senza ordine vano, Sì come vôl Marsilio disperato. Bavarte era davanti e Languirano (Ciascuno era de un regno incoronato), E Doriconte apresso e Baliverno E il vecchio Urgin, che è schiavo de l'inferno.

Par che la terra e il mare e il cel ruine; Ciascun di essere il primo a denti freme. Ma quelle dame misere e tapine Li guardan drieto, e chi piange e chi geme; E tutte le donzelle e le regine Battean le palme lacrimando insieme, Dicendo ai cavallier: - Per nostro amore Oggi mostràti se aveti valore!

Voi ben vedeti che alle vostre mani Macone ha posta nostra libertate; Via nel bon ponto, o cavallier soprani, Contra a' nemici! e sì ve diportate, Che non giongiamo in forza di que' cani, Sendo in eterno poi vituperate. Nostra persona e l'anima col core Vi acquistareti e insieme il vostro onore. -

Non fu nel campo re né cavalliero, Qual non se commovesse a cotal dire; Ma sopra a gli altri Rodamonte il fiero Di starsi in loco non potea soffrire; Ma già partirse gli facea mestiero, Perché Marsilio gli mandava a dire Ad esso e a Feraguto alora alora Che sian con seco senza altra dimora.

Onde callarno quei duo saracini, Che erano al mondo fior di gagliardia. Oh quanti cristïan faran tapini! Donaci aiuto, o Santa Matre pia! Non menaran la cosa in quei confini Che se è menata e mena tuttavia; Ranaldo e Orlando, che or paion di foco, Avran suo carco e soprasoma un poco.

Callarno quei baron, che aveano il vanto, Come io vi dico, di forza e di ardire; Parve che il mondo ardesse de quel canto E che la terra se volesse aprire. Questo cantare è stato lungo tanto, Che ormai ve increscerebbe il troppo dire, Onde io prenderò possa e voi diletto; Ne l'altro canto ad ascoltar vi espetto.

Canto ventesimoquarto

Quando la tromba alla battaglia infesta Suonando a l'arme sveglia il crudo gioco, Il bon destrier superbo alcia la testa, Battendo e piedi, e par tutto di foco; Squassa le crine e menando tempesta Borfa le nare e non ritrova loco, Ferendo a calci chi se gli avicina; Sempre anitrisce e mena alta ruina.

Così ad ogni atto degno e signorile, Qual se raconti, di cavalleria, Sempre se allegra lo animo gentile, Come nel fatto fusse tuttavia, Manifestando fuore il cor virile Quel che gli piace e quel ch'egli disia; Onde io di voi comprendo il spirto audace, Poi che de odirme vi diletta e piace.

Non debbo adunque a gente sì cortese Donar diletto a tutta mia possanza? Io debbo e voglio, e non faccio contese, E torno ove io lasciai ne l'altra stanza Di Feraguto, che il monte discese, E Rodamonte con tanta arroganza Che de i lor guardi e de la orribil faccia Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.

Venian davanti a gli altri e duo baroni Più de una arcata per quella pianura. Sì come fuor del bosco duo leoni Che abbian scorto lo armento e la pastura, Così venian spronando e lor ronzoni Sopra la gente che de ciò non cura; Io dico e Cristïani e Carlo Mano, Che ben veduti gli han callare al piano.

Lo imperator gli vidde alla costiera, Dico e Pagani e il re Marsilïone, A benché allora non sapea chi egli era; Pur fece presto a ciò provisïone. Subitamente fece una gran schiera De cavallieri arditi e gente bone; Ove gli trova, senza altro riguardo Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.

Poi mosse Carlo questa compagnia, Sopra a un destriero a terra copertato; Per quel furor la terra sbigotia, Tamburi e trombe suonan da ogni lato. Marsilio d'altra parte anco vien via, Ma son davanti, come io ve ho contato, Il franco Feraguto e Rodamonte; E duo de' nostri a lor scontrarno a fronte,

Il conte Gano e lo ongaro Otachiero, Contra di lor spronando a gran baldanza; E Rodamonte, che gionse primero, Scontrò nel scudo al conte di Maganza. Tutto il fraccassa il saracino altiero, E usbergo e 'l fianco passa con la lanza. Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo, Che Satanasso alor lo tenne vivo.

Questo servizio allor gli fie' di certo, Per far dapoi dell'anima più straccio. Or Feraguto, il cavalliero esperto, Ben dette ad Otachier più presto spaccio; Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto, Dietro a le spalle andò di lancia un braccio. Caderno entrambi a grave disconforto: L'un mezo è vivo, e l'altro al tutto morto.

E dui pagan lasciâr costoro in terra, E dan tra' nostri a briglia abandonata; Il conte Gano ben presto si sferra, E se nascose, l'anima dannata. Or chi me aiuta a ricontar la guerra Che fan color, crudele e disperata? Io non mi credo mai di poter dire L'aspre percosse e il lor crudo ferire.

Lingua di ferro e voce di bombarda Bisognarebbe a questo racontare, Che par che 'l cel de lampi e di foco arda, Veggendo e brandi intorno fulminare; E benché nostra gente sia gagliarda, Contra a' duo saracin non può durare, Come iudichi il cel quel giorno a morte Lo imperatore e la sua real corte.

Questo da quella e quel da questa banda Armi e persone tagliano a traverso; Il re Carlone a Dio si racomanda, Ché, come gli altri, di stupore è perso, Benché per tutto provede e comanda; Ma tanto è il crido orribile e diverso Di gente occisa e de arme il gran rumore, Che non intende alcun lo imperatore.

Ma ciascaduno, ove meglio far crede, Corre alla zuffa come disperato; Ben vi so dir, se Dio non gli provede, Che Carlo questo giorno è disertato, E rimarrà la Francia senza erede, Ché ogni barone a quel campo è tagliato, Ed è occiso anco il popol più minuto Da Rodamonte insieme e Feraguto.

Dal destro lato intrò re Rodamonte Col brando di Nembrot ad ambe mano, E partì Ranibaldo per la fronte, Duca de Anversa, che è bon cristïano. Da poi Salardo, che de Alverna è conte, Taglia a traverso e lascia morto al piano; Ugo e Raimondo trova il maledetto, L'un sino al collo e l'altro fende al petto.

Quel di Cologna, e questo era Picardo: Il Saracino a terra gli abandona, E gli altri occide senza alcun riguardo Quel re che di prodezza è la corona; Né di lui Feraguto è men gagliardo, Ché meraviglia fan de la persona: Ranier di Rana, il patre de Oliviero, Ferito a morte abatte del destriero;

E il conte Ansaldo, il quale era alemano, Ed è segnor de la città de Nura, Percote sopra a l'elmo ad ambe mano, E tutto il parte insino alla cintura. Tutta la gente fugge per il piano: Chi non avria di que' colpi paura? Duca di Clevi, il duca di Sansogna, Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;

Però che il collo a l'un tagliò di netto, Volò via il capo e l'elmo col cimiero; L'altro divise da la fronte al petto, Poi dà tra gli altri quel saracin fiero. Re Carlo avea di ciò tanto dispetto, Che non capìa di doglia nel pensiero. Ecco Marsilio ariva e la gran gente: Non sa re Carlo che farsi nïente.

Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando, Nïun Danese e nïuno Oliviero; Chi qua, chi là nel campo combattando, Ciascun di adoperarse avea mestiero; Onde il bon re, de intorno riguardando, Poi che non vede conte o cavalliero Che a' soi nemici più volti la faccia, Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,

Dicendo: - O Dio, che mai non abandoni Chiunque in te spera con perfetto core, Sì come fanno adesso e miei baroni, Che abandonano al campo il suo segnore: Meglio è morire e poter star tra' boni, Che più campare al mondo in disonore; Aiutame, mio Dio, dammi baldanza: In te sol fido ed ho la mia speranza. -

Tra le parole una grossa asta aresta, Sempre chiamando a Dio del celo aiuto, E dove è la battaglia e più tempesta, Sprona il destriero e scontra Feraguto. Proprio alla vista il gionse nella testa, Poco mancò che non fosse caduto; Ma tal possanza avea il crudo barone, Che se mantiene a forza ne l'arcione.

La lancia volò in pezzi con romore, E Feraguto, che il colpo avea preso, Qual mai pigliato non avea il maggiore, Se rivoltò, de furia e de ira acceso; Gionse ne l'elmo al franco imperatore, E sopra al prato lo mandò disteso. Ciascun che 'l vidde, crede che 'l sia morto: Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.

Ma sopra agli altri il franco Balduino, Benché sia nato de la falsa gesta, Forte piangendo se chiama tapino, E via correndo di cercar non resta Per ritrovare Orlando paladino. Ugetto di Dardona ancora in questa Veggendo il fatto se partì di saldo, E va correndo per trovar Ranaldo.

Ma il re Marsilio intrò nella battaglia, Suonando trombe e corni e tamburini, E tanto è il crido de la gran canaglia, Che par che ne lo abisso il cel ruini. La nostra gente tutta se sbaraglia, Perché adosso gli sono i Saracini, Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta: Chi può fuggir, nel campo non aspetta.

Ma Balduin cercando atrovò il conte, Che pure alora occise Balgurano; Come di sangue là fusse una fonte, Fatto avea rosso tutto intorno il piano; E Balduin, battendosi la fronte, Conta piangendo come Carlo Mano È morto al campo, o sta con tal martìre Che in poco de ora converrà morire.

Orlando alle parole stette un poco, Per la gran doglia che gli gionse il core, Ma poi divenne rosso come un foco, Battendo i denti insieme a gran furore. Da Balduino avendo inteso il loco Ove abattuto è Carlo imperatore, Là se abandona quella anima fiera: Ciascun fa loco più che volentiera.

Chi non il fa ben presto, se ne pente, Ché lui non cegna, ma del brando mena, Ed è tanto turbato e tanto ardente, Che non discerne e soi da gli altri apena. Per quel camino occise una gran gente; Ma ritorno ad Ugiero di Dardona, Qual mai non posa cercando a ogni mano, Sin che ha trovato il sir di Montealbano.

Né il cognoscea, tanto era sanguinoso, Ché il scudo avea coperto e l'armatura; Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso Gli racontò la gran disaventura, Come era andato il fatto doloroso, E che il re Carlo sopra alla pianura Era abattuto, de la vita in bando, Se non lo ha già soccorso il conte Orlando;

Perché venendo lo vidde passare, Ed era seco a lato Balduvino, Qual forse questo gli debbe contare, Però che anch'esso a Carlo era vicino. Quando Ranaldo odìa ciò racontare, Forte piangendo disse: - Ahimè tapino! Che se egli è ver ciò che costui favella, Perduta ho in tutto Angelica la bella.

Se di me prima là vi gionge Orlando, Io so che Carlo aiutarà di certo, Ed io serò, come fui sempre, in bando, Disgrazïato, misero e diserto. Almen potevi tu venir trottando! Venuto sei di passo, io il vedo aperto, Né me il faria discreder tutto il celo, Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. -

- A tutta briglia venni speronando, - Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora; Or che sai tu se qualche impaccio Orlando Ha retenuto, e non sia gionto ancora? Tu provar debbi la ventura, e quando Venga fallita, lamentarti alora; Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. -

Parve a Ranaldo che il dicesse il vero, Però ben presto se pose a camino. Spronando a tutta briglia il suo destriero, A gran fraccasso va quel paladino; Qualunque trova sopra del sentiero, O voglia esser cristiano o saracino, Con lo urto getta a terra e con la spada, Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.

Marcolfo il grande, che fu un pagano Che servia in corte il re Marsilïone, Il qual, seguendo e nostri in su quel piano, Scontrossi a caso nel figlio de Amone, Che de Fusberta lo gionse a due mano E tutto lo partì sino al gallone; E poco apresso truova Folvirante, Re di Navarra, di cui dissi avante.

Ranaldo de una ponta l'ha percosso, Dietro alle spalle ben tre palmi il passa, E de urto gli cacciò Baiardo adosso Percotendolo a terra, e quivi il lassa; E Balivorne, quel saracin grosso, Che avea rivolto al capo una gran fassa, De cotal colpo tocca con Fusberta, Che gli ha la faccia insino al collo aperta.

Ranaldo non gli stima tutti uno asso, Pur che se spacci a trovar Carlo Mano. Ecco uno abbate ch'è davanti al passo, Limosinier di Carlo e capellano: Grassa era la sua mula, e lui più grasso, Né sa che farsi, a benché sia nel piano: Questo avea tanta tema de morire, Che stava fermo e non sapea fuggire.

Ranaldo l'urta a mezo del camino, Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla; Quel che ne fosse, non scrive Turpino, Ed io più oltra ve ne so dir nulla. Sopra a lui salta il franco paladino, E ben col brando intorno se trastulla, Facendo braccie e teste al cel volare: Ben vi so dir che largo se fa fare.

Ecco davanti vidde una gran folta, Ma che sia in mezzo non pô discernire. Questa è gente pagana, che era involta De incerco a Carlo per farlo morire; E dietro tanta vi ne era aricolta, Che ad alcun modo non ne potea gire; Ben che lui mostri arditamente il viso E si diffenda, pur l'avriano occiso.

Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo, Avenga che non sappia di quello atto, Ma, come dentro al cerchio fie' riguardo, Subitamente se accorse del fatto. Qui vi so dir che se mostra gagliardo, Onde il re Carlo il cognobbe di tratto, - Aiutami, - dicendo, - filiol mio, Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! -

Parlava Carlo, e tuttavia col scuto Stava coperto e la spada menava, E veramente gli bisogna aiuto, Tanta la gente adosso gli abondava. Di Corduba era il conte qua venuto (Partano il saracin se nominava), Qual mai non lascia che Carlo se mova; Per dargli morte pone ogni gran prova.

Ma gionto da Ranaldo all'improviso Non se diffese, tanto impaurì; A benché in ogni modo io faccia avviso Che il fatto serìa pur gito così. Ranaldo dà ne l'elmo, e fesse il viso, E 'l mento e il collo, e il petto gli partì. Lascialo andare, e mena a più non posso A un altro, che al re Carlo è pure adosso.

Questo era il conte de Alva, Paricone: Ranaldo lo tagliò tutto a traverso E prestamente prese il suo ronzone. Però che quel de Carlo era già perso; E tanto se sostenne il fio de Amone, Dando e togliendo in quel stormo diverso, Che a mal dispetto de ciascun pagano Sopra al destrier salì re Carlo Mano.

Né bisognava che fosse più tardo, Perché non era apena in su la sella, Che Feraguto, il saracin gagliardo, E 'l re Marsilio gionse proprio in quella. Venian quei duo pagan senza riguardo, Ciascaduno a due man tocca e martella; Come tra gente rotta e dissipata, Venian ferendo a briglia abandonata.

La nostra gente avante a lor non resta, Ma fugge in rotta, piena di spavento; Chi avia frappato il viso e chi la testa: Non fu veduto mai tanto lamento. Ma quando Carlo e i baron di sua gesta Al campo se voltâr con ardimento, Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo, Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.

Suonâr le trombe e il crido se rinova, E la battaglia più s'accende e aviva. Ciascuno intorno a Carlo se ritrova, Né mostra de esser quel che mo fuggiva, Anci per amendar pone ogni prova. Marsilio, che sì ratto ne veniva, E Feraguto ancor da l'altro canto, A ciò mirando, se affermarno alquanto.

Ciascun di loro in su la briglia sta, Già non temendo che altri se gli appressi; Or l'uno e l'altro a furia se ne va Ove e nimici son più folti e spessi. E' si suol dir che Dio gli uomini fa, Poi se trovano insieme per se stessi, Sì come Carlo al re Marsilïone Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.

Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita! Che chi l'avesse con gli occhi veduta, Credo che l'alma tutta sbigotita Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!' E, poi che fosse for del corpo uscita, Mai non serebbe in quel loco venuta, Per non vedere in viso e due guerrieri De ira infiamati e de arroganza fieri.

Or de Marsilio e de lo imperatore Vi lasciarò, ch'io non ne fo gran stima, E contarò la forza e il gran valore De gli altri duo, che son de ardire in cima. A cominciarla mi spaventa il core: Che debbo io dire al fin? che dirò in prima? Duo fior di gagliardia, duo cor di foco Sono a battaglia insieme a questo loco.

E cominciarno con tanta ruina L'aspra baruffa e con tanto fraccasso, Che già non sembra che da la mattina Sian stati in arme al sol che era già basso. Ciascun stare al suo loco se destina, Né se tirâr dal campo a dietro un passo, Menando colpi di tanto furore Che a' riguardanti fa tremare il core.

Ranaldo gionse in fronte a Feraguto, E se non era quello elmo affatato, Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto, Che ne l'arena non se avria trovato. Callò Fusberta e giù colse nel scuto, Che era di nerbo e di piastra ferrato; Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione: Mai non se vidde tal destruzïone.

E ben responde il saracino al gioco, Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino, E quel se divampava a fiamma e foco, Ma nol puote attaccar, cotanto è fino. Il scudo fraccassò proprio a quel loco Che a lui avea fiaccato il paladino, E gionse ne lo arcione a gran tempesta: Più de tre quarti en porta a la foresta.

Né pone indugia, ché un altro ne mena, E gionse pur ne lo elmo di traverso. Pensàti se egli avea soperchia lena: Quasi Ranaldo a terra andò roverso, E se sostenne con fatica e pena; La vista aveva e lo intelletto perso. Baiardo il porta e nel corso se serra, Ciascun che 'l guarda, dice: - Eccolo in terra! -

Ma pur rivenne, e veggendo il periglio A che era stato e la vergogna tanta, Tutto nel viso divenne vermiglio Dicendo: - Un Saracin di me si vanta? Ma se mo mo vendetta non ne piglio, La vita vo' lasciarvi tutta quanta, E l'anima allo inferno e il corpo a' cani, Se mai de ciò se vanta tra' Pagani. -

Mentre che parla, ponto non se aresta, Ma mena a Feraguto invelenito, E gionse il colpo orribile alla testa, Tal che alle croppe il pose tramortito. Ferir non fu giamai di tal tempesta: Ben stava il saracino a mal partito, Per uscir da ogni lato dello arcione; Quasi mezza ora stette in stordigione.

Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso, Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno. Or lasciar me il conviene in questo caso, Ché la istoria ad Orlando volge il freno. Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso, Però che 'l suo destrier corre assai meno, Io dico Brigliador, che non Baiardo; Però qua gionse il conte un poco tardo.

Quando fu gionto e vidde il re Carlone Fuor di periglio in su lo arcion salito, Che avea afrontato il re Marsilïone, Anci in tre parte già l'avea ferito; E d'altra parte il franco fio de Amone Conduce Feraguto a mal partito: Quando ciò prese il conte a rimirare, - Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare!

A quel che io vedo, le poste son prese; Male aggia Balduino il traditore! Qual bene è de la gesta maganzese, Che in tutto il mondo non è la peggiore. Per lui son consumato alla palese, Perduta è la speranza del mio amore; Persa è mia gioia e il mio bel paradiso Per lui che tardo gionse a darmi avviso.

Ben dirà Carlo ch'io venni in gran fretta Per dargli aiuto, come io debbo fare! Ma tu, gente pagana maledetta, Tutta la pena converrai portare; Sopra di voi serà la mia vendetta, E, se io dovessi il mondo ruïnare, Farò quanto Ranaldo questo giorno, O che davanti a Carlo mai non torno. -

Così dicendo in dietro si rivolta, Torcendo gli occhi de disdegno e de ira. Sì come un tempo oscuro alcuna volta, Che brontolando intorno al cel se gira, E il tristo villanel che quello ascolta, Guarda piangendo e forte se martira; E quel pur viene ed ha il vento davante, Poi con tempesta abatte arbori e piante:

Cotal veniva col brando a due mano Il conte Orlando, orribile a guardare. Non ebbe tanto ardire alcun pagano Che sopra al campo osasse de aspettare; Tutti a ruina e in folta se ne vano, Ma il conte altro non fa che speronare, Dicendo a Brigliador gran villania, Dandoli gran cagion del mal che avia.

Il primo che egli agionse in suo mal ponto, Fu Valibruno, il conte de Medina, E tutto lo partì, come io vi conto, Dal capo in su lo arcion con gran ruina. Poscia Alibante di Toledo ha gionto, Che non avea la gente saracina Di lui maggior ladrone e più scaltrito; Orlando per traverso l'ha partito.

Poi dà tra gli altri e trova Baricheo, Che ha il tesor di Marsilio in suo domino; Costui primeramente fu giudeo, E da poi cristïan, poi saracino, Ed in ciascuna legge fu più reo, Né credeva in Macon né in Dio divino. Orlando lo partì dal zuffo al petto: Non so chi se ebbe il spirto maledetto;

Non so se tra' Giudei o tra' Pagani Giù ne lo inferno prese la sua stanza. Il conte il lascia, e tra' Saracin cani Ferisce ad ogni banda con baldanza. Sì come in Puglia ne gli aperti piani Ponesse il foco alcun per mala usanza, Quando tra' il vento e la biada è matura, Ben faria largo e netto alla pianura;

Cotal tra' Saracini il sir de Anglante Tagliando e dissipando ne veniva. Ecco longi cernito ebbe Origante, Ma nol volse ferir quando fuggiva; Anci correndo gli passò davante, E poi se volta e nel scudo lo ariva, E taglia il scudo e lui con Durindana, Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.

Di Malica segnore era il pagano Qual v'ho contato che è in duo pezzi in terra; Orlando tocca Urgino ad ambe mano, E in due bande aponto lo disserra. A Rodamonte, il quale era lontano E facea in altro loco estrema guerra, Fu aportato il furore e 'l gran periglio Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.

Incontinente lascia Salamone, Quel di Bertagna, che era rimontato; E mal per lui, però che nel gallone E in faccia Rodamonte l'ha piagato; E già lo trabuccava de lo arcione, Che tutto il mondo non lo avria campato, Quando quel messo ch'io dissi, giongia; Lui lascia Salamone e tira via.

Ne lo andar trovò il duca Guielmino, Sir de Orlïense, de gesta reale; Insino ai denti il parte il saracino, Ché la barbuta, o l'elmo non vi vale. Quanto più andando avanza del camino, Più gente urta per terra e fa più male; Ovunque passa quel pagano ardito, Qual morto abatte e qual forte ferito.

Missère Ottino, il conte di Tolosa, E il bon Tebaldo, duca di Borbone, Per terra abatte in pena dolorosa, E via passando con destruzïone Trovò la terra tutta sanguinosa, E un monte de destrieri e di persone, L'un sopra a l'altro morti e dissipati: Il conte è quel che gli ha sì mal menati.

Quivi le strida e il gran lamento e il pianto Sono a quel loco ove se trova Orlando, Quale era sanguinoso tutto quanto, E mena intorno con ruina il brando. Ma già finito nel presente è il canto, Che non me ne ero accorto ragionando; Segue lo assalto di spavento pieno, Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.

Canto ventesimoquinto

Se mai rime orgogliose e versi fieri Cercai per racontare orribil fatto, Ora trovarle mi farà mestieri, Però che io me conduco a questo tratto Alla battaglia con duo cavallieri, Che questo mondo e l'altro avrian disfatto; Tra ferro e foco inviluppato sono, Ché l'altre guerre ancor non abandono.

Perché dove è il Danese e Serpentino, Ov'è Olivieri e Grandonio si geme; E il re Marsilio e il figlio di Pipino, Quanto se può, ciascun sopra se preme; Ranaldo e Feraguto il saracino Fan più lor duo che tutti gli altri insieme; Ed or di novo Orlando e Rodamonte Per più ruina son condutti a fronte.

Sì come a l'altro canto io vi ebbi a dire, Ciascun di loro avanti avea gran cazza; Cristian né Saracin potean soffrire, Perché l'un più che l'altro assai ne amazza. Quando la gente gli vide venire, Ognun a più poter fa larga piazza; Come avante al falcone e storni a spargo, Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -

E quei duo cavallier con gran baldanza Se urtarno adosso, senza più pensare. Avea prima ciascun rotta sua lanza, Ma con le spade ben vi fo che fare, Menando i colpi con tanta possanza, Che ciascadun che sta intorno a mirare Di trare il fiato apena non se attenta, Tanto al ferire estremo se spaventa.

Barbute e scudi e usberghi e maglie fine Ne porta seco a ogni colpo di spada, Come lo inferno e il cel tutto ruine, E mare e terra con fraccasso cada; E la piastra percossa a polverine Vola de intorno e non so dove vada, Ché ogni pezzo è sì minuto e poco Che non se trovarebbe in alcun loco.

E se non fosse per gli elmi affatati Che aveano in capo, e la bona armatura, Non vi seriano a quest'ora durati, Per la battaglia tenebrosa e scura; Ché tanto sono e colpi smisurati, Che pure a racontarli è una paura; Quando giongon e brandi in abandono, Par che 'l cel s'apre e gionga trono a trono.

Re Rodamonte, il quale ardea de andare Ove era il re Marsilio e Feraguto, Temendo forse che per dimorare Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto, Ad ambe mano un colpo lascia andare, E tocca nel cantone in cima al scuto; Per lungo il fende a l'altra ponta bassa, Gionge a l'arcion e tutto lo fraccassa.

Quando se avidde di quel colpo Orlando, Turbato d'altro, forte disdegnoso, Ira sopra ira più multiplicando, Lascia a due mano un colpo tenebroso; Gionse nel scudo il furïoso brando, E più di mezo il manda al prato erboso, Né pone indugia e tira un gran roverso, E nel guanciale il gionse di traverso.

Fo il colpo orrendo tanto e smisurato, Che trasse di se stesso quel pagano, E fo per trabuccar da l'altro lato, E da la briglia abandona la mano. Il brando che nel braccio avea legato, Tirando drieto trasinava al piano, E sì gli avea ogni lena il colpo tolta, Che per cader fo assai più che una volta.

Poi che fu il spirto e l'anima venuta, Ne la sua vita mai fu tanto orribile; Di presto vendicarse ben se aiuta: Mena ad Orlando un gran colpo e terribile, Qual dileguò in tal modo la barbuta, Che via per l'aria ne volò invisibile, Più trita e più minuta che l'arena; Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino, Ben campò alora Orlando dalla morte, Avenga che a quel colpo il paladino Del morir corse fino in su le porte; Di man gli cadde il bon brando acciarino, Ma la catena al braccio il tiene forte: Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano Spesso se piega per cadere al piano.

La gente che de intorno era a guardare, Ed avea de tal colpi assai che dire, Subitamente cominciò a cridare: - Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire; Perché, avendosi indietro a riguardare, Gran schiere sopra a lor vidder venire, E questo era Gualtier da Monlïone E Bradamante, la figlia de Amone.

Eran costor fuor dello aguaito usciti, Sì come avea commesso Carlo Mano: Ben diece millia cavallieri arditi, Che avuto impaccio quel giorno non hano. Per questo i Saracin son sbigotiti, Ciascuno a più poter spazza quel piano; E ben presto spaciarsi gli bisogna, Sì Bradamante a lor gratta la rogna.

Avanti a gli altri la donzella fiera Più de un'arcata va per la pianura, Tanto robesta e sì superba in ciera Che solo a riguardarla era paura; Là quel stendardo e qua questa bandiera Getta per terra, e de altro non ha cura Che di trovare al campo Rodamonte, Ché del passato se ramenta l'onte,

Quando in Provencia gli occise il destriero E fece di sua gente tal ruina. Ora di vendicarse ha nel pensiero, E di cercarlo mai non se rafina. Sprezando sempre ogni altro cavalliero, Via passa per la gente saracina, Né par pur che di lor se accorga apena, Benché de intorno sempre il brando mena.

Pur Archidante, il conte de Sanguinto, Ed Olivalto, il sir de Cartagena, L'un pose morto a terra, e l'altro vinto, Perché de intorno gli donavan pena; Ad Olivalto nel scudo depinto Una aspra ponta la donzella mena, E spezzò quello usbergo come un vetro; Ben più de un palmo gli passò di dietro.

Questo abandona e mena ad Archidante Ad ambe man, sì come era adirata, E ne la fronte li gionse davante: Per sua ventura se voltò la spata; E lui cadendo a su voltò le piante E rimase stordito ne la strata. La dama non ne cura e in terra il lassa, E ruïnando via tra gli altri passa.

E mena in volta le schiere pagane, Facendo deleguare or quelle or queste; Ove ella corre, il segno vi rimane E fa le strate a tutti manifeste, Che restan piene di piedi e di mane, Di gambe e busti e di braccie e di teste; E la sua gente, che alle spalle mena, È di gran sangue caricata e piena.

Veggendo tal ruina Narbinale, Conte de Algira, quel saracin fiero (Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale, Era ancor destro e forte in su il destriero): Costui veggendo il gran dalmaggio e il male Che fea la dama per ogni sentiero, Con una lancia noderuta e grossa A lei se afronta e dàgli alta percossa.

Ma lei de arcion non se crolla nïente, E mena sopra a l'elmo a quel pagano, E calla il brando giù tra dente e dente; Quel cadde morto del destriero al piano. Quando ciò vidde la pagana gente, Ben vi so dir che a folta se ne vano, Chi qua chi là fuggendo a più non posso; Ma sempre e Cristïan lor sono adosso.

Tenne la dama diverso camino, Lasciando a man sinestra gli altri andare, E gionse dove Orlando il paladino Stava for dello arcion per trabuccare. Vero è che Rodamonte il saracino Non lo toccava e stavalo a mirare; La dama ben cognobbe il pagan crudo Al suo cimiero e alle insegne del scudo.

Onde se mosse, e verso lui se afronta. Or se rinova qui l'aspra battaglia E' crudel colpi de taglio e di ponta, Spezzando al guarnimento piastra e maglia; Ma nel presente qua non se raconta, Perché Turpin ritorna alla travaglia Di Brandimarte e sua forte aventura, Sin che il conduca in Francia alla sicura.

Avendo occiso al campo Barigaccio, Come io contai, quel perfido ladrone, Con la sua dama in zoia ed in sollaccio Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone; E caminando gionse ad un palaccio, Che avea verso a un giardino un bel verone, E sopra a quel verone una donzella Vestita de oro, e a maraviglia bella.

Quando ella vidde il cavallier venire, Cignava a lui col viso e con la mano Che in altra parte ne dovesse gire, E che al palazzo passasse lontano; Ora, Segnori, io non vi saprei dire Se Brandimarte intese, o non, certano; Ma cavalcando mai non se ritiene Sin che a la porta del palazzo viene.

Come fu gionto alla porta davante, Dentro mirando vidde una gran piazza Con loggie istorïate tutte quante: Di quadro avea la corte cento brazza. Quasi a mezo di questa era un gigante, Qual non avea né spada né mazza, Né piastra o maglia, od altre arme nïente, Ma per la coda avea preso un serpente.

Il cavallier de ciò ben si conforta, Poi che ha trovata sì strana aventura; Ma in su quel dritto aperta è un'altra porta, Che del giardin mostrava la verdura, E un cavallier, sì come alla sua scorta, Si stava armato ad una sepoltura; La sepoltura è in su la soglia aponto Di questa porta, sì come io vi conto.

Ora il gigante stava in gran travaglia Con quel serpente, come io vi contai, Ma sempre a un modo dura la battaglia: Quel per la coda nol lascia giamai. Benché il serpente, che de oro ha la scaglia, Piegasse a lui la testa volte assai, Mai nol puote azaffare o darli pena, Ché per la coda sempre intorno il mena.

Mentre il gigante quel serpente agira Brandimarte alla porta ebbe veduto, Onde, soffiando di disdegno e de ira, Correndo verso lui ne fo venuto, E detro a sé il dragon per terra tira. Or doni il celo a Brandimarte aiuto, Ché questo è il più stupendo e grande incanto Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.

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