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Orlando innamorato

Front matter (continued 14)

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Gionse a Ranaldo dal sinistro lato E ne l'elmo il ferì de un manriverso; Quasi stordito lo mandò nel prato, Tanto fu il colpo orribile e diverso. Tardoco ancor di novo era arivato, E Bardarico gionse di traverso Con Marbalusto, che è sì grande e grosso; Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.

Lui da cotanti se diffende apena, Sì spesso del colpire è la tempesta; Ciascun de questi quattro è di gran lena, Né l'un per l'altro di ferir se arresta. Ranaldo irato a Bardarico mena, E colse de Fusberta ne la testa, E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo: A mezo il petto andò quel colpo crudo.

Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto, Il qual portava in mano un gran bastone, Che avea ferrato tutto intorno il fusto; Lui gionse ne la testa il fio de Amone. Cotanta forza ha quel pagan robusto, Che quasi lo gettò fuor de lo arcione; Già tutto da quel canto era piegato, Ma Tardoco il ferì da l'altro lato.

Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella, Ferendo, come io dico, a l'altro canto, E Martasino adosso gli martella, Ed il cimier gli ruppe tutto quanto. E mentre che Ranaldo stava in quella, Il popol de' Pagan, che era cotanto, Da Grifaldo guidato e Dudrinasso, Di novo i nostri posero in fraccasso.

Tanta la gente sopra a' nostri abonda, Che non vi val diffesa a ogni maniera, A benché alcun però non se nasconda. Ma tutta consumata è quella schiera, Onde al soccorso mosse la seconda, Che alle baruffe entrò ben volentiera; Né soi megliori aveva il re de Francia Di questi dui, de ardire e di possancia:

Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri, E 'l bono Uberto, duca di Baiona, Usi in battaglia e franchi cavallieri; E l'uno e l'altro avea forte persona. Via se ne vanno al par de bon guerrieri, De arme e de cridi il cel tutto risuona. E par che 'l mondo seco se comova; Or la battaglia al campo se rinova.

Uberto se incontrò col re Grifaldo, Sigiero e Dudrinasso l'africante; Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo, Voltando verso il celo ambe le piante. Vicino a questo loco era Ranaldo, Qual combattendo, come io dissi avante, Con quei pagan, condutto era a mal porto, Benché de' quattro Bardarico ha morto.

Pur sempre il re Tardoco e Martasino E quel gigante il quale è re de Orano Toccano adosso al nostro paladino, L'un col bastone e' duo col brando in mano. Ora Sigieri, essendo là vicino, Presto cognobbe il sir de Montealbano, E là per dargli aiuto se abandona: A tutta briglia il suo destrier sperona.

E mena al re Tardoco in prima gionta, E tra lor duo se cominciò la danza, Con gran percosse di taglio e di ponta. Ma pur Sigieri il saracino avanza, Come Turpino al libro ce raconta; Al fin gli messe il brando per la panza, E le rene forò sotto al gallone, Via più de un palmo passò ancor l'arcione.

Né avendo ancora il brando rïavuto, Ché forte ne l'arcione era inclinato, Per voler dare al re Tardoco aiuto Aponto Martasino era voltato; Ma, poi che il vidde a quel caso venuto, Che il freno aveva e il brando abandonato, Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa, E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.

Tanta possanza avea quel maledetto, Che per la fronte gli partì la faccia, E 'l collo aperse e giù divise il petto, Ché non vi valse usbergo né coraccia. Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto, E con Fusberta adosso a lui se caccia: Dico Ranaldo adosso a Martasino Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.

Forte era l'elmo, come aveti odito, E per quel colpo ponto non se mosse, Ma rimase il pagano imbalordito, Ché la barbuta al mento se percosse, E stette un quarto de ora a quel partito, Che non sapeva in qual mondo se fosse; E, mentre che in tal caso fa dimora, Re Marbalusto col baston lavora.

Ad ambe mano alzò la grossa maccia, E sopra al fio de Amon con furia calla; Ranaldo a lui rimena, non minaccia, Con sua Fusberta che giamai non falla. Meza la barba gli tolse di faccia, Ché la masella pose in su la spalla, Né elmo o barbuta lo diffese ponto, Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto.

Smarito di quel colpo il saracino Subitamente se pose a fuggire, E ritrovò nel campo il re Sobrino, Qual, veggendo costui in tal martìre, - Ove è, - cridava - dove è Martasino, E Bardarico, che ebbe tanto ardire? Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto? So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

Non fu dato credenza al mio parlare; Da Rodamonte apena me diffese, Quando a Biserta io presi a racontare La possanza di Carlo in suo paese. Se io dissi veritate ora si pare, Ché faciamo la prova a nostre spese; Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna, Ché qua voglio io morir senza vergogna. -

Così dicendo quel crudo vecchiardo Via va correndo e Marbalusto lassa; Tagliando e nostri senza alcun riguardo E sempre dissipando avanti passa. Da ciascun canto quel pagan gagliardo Destrieri insieme ed omini fraccassa. E ne lo andare il forte saracino Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.

Perché, dapoi che in sé fu rivenuto, Fu con Ranaldo di novo alle mano, Ma certamente gli bisogna aiuto, Ché male il tratta il sir de Montealbano. Come Sobrino il fatto ebbe veduto, Cridava, essendo alquanto anco lontano: - Ove son le prodezze e l'arroganze Che dimostravi in Africa di zanze?

Ove lo ardir che avesti, e quella fronte Che dimostravi in quello giorno, quando Con tal ruina giù callavi il monte E che stimavi tanto poco Orlando? Or questo che ti caccia non è il conte, Che avevi morto e preso al tuo comando; Questo non è colui che ha Durindana, E pur ti caccia a guisa de puttana. -

Non guarda Martasino a tal parlare, E ponto non l'intende e non l'ascolta, Ché certamente aveva altro che fare, Tanto Ranaldo lo menava in volta. Ma il re Sobrin non stette ad aspettare: Avendo ad ambe man sua spada còlta, Percosse di gran forza il fio d'Amone Sopra al cimier, che è un capo di leone.

Un capo di leone e il collo e il petto Portava il pro' Ranaldo per cimiero, Ma il re Sobrino il tolse via di netto, Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero; Onde prese de ciò molto dispetto, E volta a quel pagano il cavalliero; Ma, mentre che si volta, Martasino Percosse lui ne l'elmo de Mambrino.

Come ne l'alpe, alla selva men folta, Da' cacciatori è l'orso circondato, Quando l'armata è d'intorno aricolta, Chi tra' davanti e chi mena da lato; Lui lascia questo, e a quello altro si volta, Ché de ciascun vôle esser vendicato, E mentre che a girarse più se affretta, Più tempo perde e mai non fa vendetta:

Cotale era Ranaldo in quel zambello, Sendo condutto a quei pagani in mezo; A lui sempre feriva or questo or quello, Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo. Ciascuno de quei re sembrava ocello, Come scrive Turpino, il quale io lezo; Tanto eran presti e scorti nel ferire, Ch'io nol posso mostrar, né in rima dire.

Come io vi dico, senza alcun riguardo Qual dietro mena e qual tocca davante; Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo Pur fa gran prove, e non potria dir quante. Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo, Del monte era disceso il re Agramante, E di tanta canaglia il piano è pieno, Che par che al crido il mondo venga meno.

Poco davanti è Rugier paladino, Daniforte vien dietro e Barigano, Ed Atalante, quel vecchio indivino, Mulabuferso, che è re di Fizano, El re Brunello, il falso piccolino, Mordante, Dardinello e Sorridano, E seco Prusïone e Manilardo E Balifronte, il perfido vecchiardo.

Re de Almasilla vien Tanfirïone: Chi potria racordar tutti costoro? Mancavi il re di Septa, Dorilone, Che dietro ne venìa con Pinadoro. Provato ha l'uno il figlio di Melone, E l'altro è copïoso di tesoro: Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti, Mandan gli arditi e' disperati avanti.

Per tal cagione indetro era rimaso Il re di Constantina e quel di Cetta, E ben confortan gli altri in questo caso A gire avanti, ove è la folta stretta. Ora me aiuta, ninfa di Parnaso, Suona la tromba e meco versi detta; Sì gran baruffa me apparecchio a dire, Che senza aiuto io non potrò seguire.

Re Carlo tutto il fatto avea veduto, E a' soi rivolto il franco imperatore Dicea: - Filioli, il giorno oggi è venuto, Che sempre al mondo ce può fare onore. Da Dio dovemo pur sperare aiuto, Ponendo nostra vita per suo amore, Né perder se può quivi, al parer mio: Chi starà contra noi, se nosco è Iddio?

Né vi spaventi quella gran canaglia, Benché abbia intorno la pianura piena; Ché poco foco incende molta paglia, E piccol vento grande acqua rimena. Se forïosi entramo alla battaglia, Non sosterranno il primo assalto apena. Via! Loro adosso a briglie abandonate! Già sono in rotta; io il vedo in veritate. -

Nel fin de le parole Carlo Mano La lancia arresta e sprona il corridore. Or chi serìa quel traditor villano Che, veggendo alla zuffa il suo segnore, Non se movesse seco a mano a mano? Qua se levò l'altissimo romore; Chi suona trombe e chi corni, e chi crida: Par che il cel cada e il mondo se divida.

Da l'altra parte ancora e Saracini Facean tremar de stridi tutto il loco. Correndo l'un ver l'altro son vicini: Discresce il campo in mezo a poco a poco, Fosso non vi è né fiume che confini, Ma urtarno insieme gli animi di foco, Spronando per quel piano a gran tempesta; Ruina non fu mai simile a questa.

Le lancie andarno in pezzi al cel volando, Cadendo con romore al campo basso, Scudo per scudo urtò, brando per brando, Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso. Questa mistura a Dio la racomando: Re, caval, cavallier sono in un fasso, Cristiani e Saracini, e non discerno Qual sia del celo, qual sia de l'inferno.

Chi rimase abattuto a quella volta, Non vi crediati che ritrovi iscampo, Ché adosso gli passò quella gran folta, Né se sviluppâr mai di quello inciampo; Ma la schiera pagana in fuga è volta, E già de' nostri è più de mezo il campo; Ferendo e trabuccando a gran ruina, Via se ne va la gente saracina.

Essendo da due arcate già fuggiti, Pur li fece Agramante rivoltare; Allora e nostri, in volta e sbigotiti, Incominciarno il campo abandonare, Fuggendo avanti a quei che avean seguiti: Come intraviene al tempestoso mare, Che il maestrale il caccia di riviera, Poi vien sirocco, e torna dove egli era.

Così tra Saracini e Cristïani Spesso nel campo se mutava il gioco, Or fuggendo or cacciando per quei piani, Cambiando spesso ciascaduno il loco, Benché e signori e' cavallier soprani Se traesseno a dietro a poco a poco. Pur la gente minuta e la gran folta Com'una foglia ad ogni vento volta.

Tre fiate fu ciascun del campo mosso, Non potendo l'un l'altro sostenire. La quarta volta se tornarno adosso, E destinati son de non fuggire. Petto con petto insieme fu percosso; L'aspra battaglia e l'orrendo ferire Or se incomincia e la crudel baruffa: Questo con quello e quel con questo ha zuffa.

Re Pulicano e Ottone, il bono anglese, Se urtarno insieme con la spada in mano; Rugiero al campo de' Cristian distese, Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano. Ricardo ed Agramante alle contese Stettero alquanto sopra di quel piano, Ma al fin lo trasse il saracin de arcione, Poi rafrontò Gualtier da Monlïone,

E Barigano, el duca de Baiona, E Gulielmier di Scoccia, Daniforte. De Carlo Mano la real corona Feritte in testa Balifronte a morte. Re Moridano avea franca persona, Né de lui Sinibaldo era men forte, Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: Costor toccâr l'un l'altro a bon partito.

Apresso Daniberto, il re frisone, Col re de la Norizia, Manilardo; Brunello il piccolin, che è un gran giottone, Stava da canto con molto riguardo. Ma poco apresso il re Tanfirïone S'affrontò con Sansone, il bon picardo; E gli altri tutti, senza più contare, Chi qua chi là se avean preso che fare.

È la battaglia in sé ramescolata, Come io ve dico, a questo assalto fiero; De crido in crido al fin fu riportata Sin là dove era il marchese Oliviero, Che combattuto ha tutta la giornata Contra a Grandonio, il saracino altiero, E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio, Benché vi è poco o nulla d'avantaggio.

Ma, sì come Olivier per voce intese L'alta travaglia ove Carlo è condotto, Forte ne dolse a quel baron cortese: Lasciò Grandonio e là corse di botto. Così fu reportato anche al Danese, Qual combatteva, e non era al desotto, Anci ben stava a Serpentino al paro; De la lor zuffa vi è poco divaro.

Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano Entrato era a battaglia sì diversa, Subitamente abandonò il pagano, Io dico Serpentin, l'anima persa, E via correndo il cavallier soprano Poggetti e valli e gran macchie atraversa, Sin che fu gionto sotto a l'alto monte Ove azuffato è Carlo e Balifronte.

Così a ciascun che al campo combattia, Fu l'aspra zuffa subito palese, Ove il re Carlo e la sua baronia Contra Agramante stava alle contese. L'un più che l'altro a gran fretta venìa A spron battuti e redine distese, E sì ve se adunarno a poco a poco, Che ormai non è battaglia in altro loco.

Però che 'l re Marsilio e Balugante, Grandonio di Volterna e Serpentino E l'altre gente sue, ch'eran cotante, Mirando per quel monte il gran polvino, Ben se stimarno che gli era Agramante, Ed ormai gionger dovea per confino, Onde tornarno adietro a dargli aiuto; Ma già con lor non viene Feraguto.

Però che era fiaccato in tal maniera Dal pro' Ranaldo, come io vi contai, Che, stando a rinfrescarsi alla riviera, Più per quel giorno non tornò giamai. Vago fu molto il loco dove egli era, De fiori adorno e de occelletti gai, Che empìan di zoia il boschetto cantando, E là in nascosto stava ancora Orlando;

Perché, poi che esso lasciò Pinadoro (Non so se ricordate il convenente), Venne in quel bosco e scese Brigliadoro, E là pregava Iddio devotamente Che le sante bandiere a zigli d'oro Siano abattute e Carlo e la sua gente; E pregando così come io ve ho detto, Lo trovò Feraguto in quel boschetto.

Né l'un de l'altro già prese sospetto Come se fôrno insieme ravisati; Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto, Da poi vi narrarò, se me ascoltati. Or l'aspro assalto che di sopra ho detto, Quale ha tanti baron ramescolati, Si rinovò sì crudo e sì feroce, Che io temo che al contar manchi la voce.

Onde io riprenderò di posa alquanto, Poi tornarò con rime più forbite, Seguendo la battaglia de che io canto, Ove l'alte prodezze fiano odite Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto. Baron cortesi, ad ascoltar venite, Perché al principio mio io me dispose Cantarvi cose nove e dilettose.

Canto trentesimoprimo

Il sol girando in su quel celo adorno Passa volando e nostra vita lassa, La qual non sembra pur durar un giorno A cui senza diletto la trapassa; Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno, Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa, Ed ogni affanno ed ogni pensier grave Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.

Ed io, quivi a voi tuttavia cantando, Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero, E la istoria passata seguitando, Narrar vi voglio il fatto tutto intiero, Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando Con Feraguto, quel saracin fiero, Qual, come gionse in su l'acqua corrente, Orlando il ricognobbe amantinente.

Era in quel bosco una acqua di fontana; Sopra alla ripa il conte era smontato, Ed avea cinta al fianco Durindana, E de ogni arnese tutto quanto armato. Or così stando in su quella fiumana, Gionse anche Feragù molto affannato, Di sete ardendo e d'uno estremo caldo Per la battaglia che avea con Ranaldo.

Come fu gionto, senza altro pensare Discese de lo arcione incontinente; Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare De l'onda fresca al bel fiume lucente, O per la fretta o per poco pensare L'elmo gli cadde in quella acqua corrente, Ed andò al fondo sin sotto l'arena: Di questo Feraguto ebbe gran pena.

L'elmo nel fondo basso era caduto, Né sa quel saracin ciò che si fare, Se non in vano adimandare aiuto E al suo Macone starsi a lamentare. In questo Orlando l'ebbe cognosciuto Al scudo e a l'arme che suolea portare; Ed appressato a lui in su la riviera, Lo salutò parlando in tal maniera:

- Chi te puote aiutare, ora te aiute, Ed usi verso te tanta pietate, Che non te mandi a l'anime perdute, Essendo cavallier di tal bontate. Così te dricci alla eterna salute Cognoscimento de la veritate; Nel ciel gioia te doni e in terra onore, Come tu sei de' cavallieri il fiore. -

Alciando Feraguto il guardo altiero A quel parlar cortese che ho contato, Incontinente scorto ebbe il quartiero, E ben se tenne alora aventurato, Poi che la cima de ogni cavalliero Aveva in quel boschetto ritrovato, Parendo a lui de averlo a sua balìa O de pigliarlo o farli cortesia.

E fatto lieto, dove era dolente Per quel bello elmo che è caduto al fondo, - Non vo' - disse - dolermi per nïente Più mai di caso che mi venga al mondo; Perché, dove io stimai de esser perdente, Più contento mi trovo e più iocondo Che esser potesse mai de alcuno acquisto, Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.

Ma dimmi, se gli è licito a sapere: Perché nel campo, ove è battaglia tanta, Non te ritrovi a mostrar tuo potere, Dove Ranaldo sol de onor si vanta? Sopra di me ben l'ha fatto vedere, Che son fatato dal capo alla pianta Per tutti e membri, fora che un sol loco; Ma ciò giovato me è nïente, o poco.

Né credo che abbia il mondo altro barone Qual superchi Ranaldo di valore, Benché per tutto sia la opinïone La qual ti tien di lui superïore; Ma se veder potessi il parangone E provar qual di voi fosse il minore Di fortezza, destrezza e de ardimento, E poi morissi, io moriria contento.

E certo che io te volsi disfidare Come io te viddi ed ebboti compreso, Ché ogn'altra cosa fabula mi pare, Poiché dal fio de Amon me son diffeso. - Odendo Orlando questo ragionare, De ira e de sdegno fu nel core acceso, Onde rispose: - E' si può dir con vero Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero.

Ma quel parlare e lunga cortesia Qual tanto loda alcun fuor di misura, Ne offende l'onor de altri in villania. Se tu tenessi in capo l'armatura, In poco d'ora si dimostraria Quel parangon de che hai cotanta cura; Se il valor di Ranaldo ti è palese, Me provaresti, e forse alle tue spese.

Poscia che stracco sei di gran travaglia, Non ti farebbe adesso adispiacere, Ché tornar voglio in campo alla battaglia, E, mal per qual che sia, farò vedere Se la mia spada al par d'una altra taglia. - Così parlando il conte, al mio parere, Con molta fretta ed animo adirato Sopra al destrier salì de un salto armato.

Rimase Feraguto alla foresta, Che era affannato, come io ve contai, Ed era disarmato de la testa, E penò poi ad aver l'elmo assai. Ma il conte Orlando menando tempesta Via va correndo, e non se posa mai Sin che fu gionto a ponto in quelle bande Ove è la zuffa e la battaglia grande.

Come io ve dissi nel passato giorno, Re Carlo ed Agramante alla frontiera Avea ciascuno e suoi baroni intorno: Battaglia non fu mai più orrenda e fiera. Non vi è chi voglia di vergogna scorno, Ma ciascun vôl morir più volentiera E che sia il spirto e l'animo finito, Che abandonar del campo preso un dito.

Le lancie rotte e' scudi fraccassati, Le insegne polverose e le bandiere, E' destrier morti e' corpi riversati Facean quel campo orribile a vedere; E' combattenti insieme amescolati, Senza governo on ordine de schiere, Facean romore e crido sì profondo, Come cadesse con ruina il mondo.

Lo imperator per tutto con gran cura Governa, combattendo arditamente, Ma non vi giova regula o misura: Suo comandar stimato è per nïente; E benché egli abbia un cor senza paura, Pur mirando Agramante e sua gran gente, De retirarse stava in gran pensiero, Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

Correndo venìa il conte di traverso, Superbo in vista, in atto minacciante. Levosse il crido orribile e diverso, Come fu visto quel segnor de Anglante; E se alcun forse avea l'animo perso, Mirando il paladin se trasse avante; E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano, Lodava Idio levando al cel le mano.

Or chi contarà ben l'assalto fiero? Chi potrà mai quei colpi dessignare? Da Dio l'aiuto mi farà mestiero, Volendo il fatto aponto racontare; Perché ne l'aria mai fu trono altiero, Né groppo di tempesta in mezo al mare, Né impeto d'acque, né furia di foco, Qual l'assalir de Orlando in questo loco.

Grandonio di Volterna, il fier gigante, Gionto era alora alla battaglia scura; Con un baston di ferro aspro e pesante Copria de morti tutta la pianura. Questo trovosse al conte Orlando avante, E ben gli bisognava altra ventura, Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone, Che mezo morto uscì fuor de l'arcione.

Quel cadde tramortito alla foresta; Il conte sopra lui non stette a bada, Ma trasse il brando e mena tal tempesta Come a ruina lo universo cada, Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa. Non si trova riparo a quella spada, Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia, Ché omini e l'arme a gran fraccasso taglia.

Cavalli e cavallieri a terra vano Ovunque ariva il conte furïoso. Ecco tra gli altri ha visto Cardorano, Quel re di Mulga, che è tutto peloso. Il paladin il gionse ad ambe mano, E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso; Lui cade de l'arcion morto di botto, Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:

Il re Gualciotto di Bellamarina, Qual ben fuggia da lui più che di passo; E 'l conte fra la gente saracina Segue lui solo e mena gran fraccasso, Ché porlo in terra al tutto se destina; Ma avanti se gli oppose Dudrinasso, A benché dir non sappia in veritate Se sua sciagura fosse o voluntate.

Costui ch'io dico, è re de Libicana. Un volto non fu mai cotanto fiero, Larga la bocca avea più de una spana; Grosso e membruto e come un corbo nero. Orlando lo assalì con Durindana Ed ispiccolli il capo tutto intiero; Via volò l'elmo, e dentro avia la testa: Già per quel colpo il conte non s'arresta,

Perché adocchiato avea Tanfirïone, Re de Almasilla, orrenda creatura, Che esce otto palmi e più sopra a l'arcione, Ed ha la barba insino alla cintura. A questo gionse il figlio de Melone, E ben gli fece peggio che paura, Perché ambedue le guanze a mezo 'l naso Partì a traverso il viso a quel malvaso.

Né a sì gran colpi in questo assalto fiero Giamai se allenta il valoroso conte. Più non se trova re né cavalliero Qual pur ardisca di guardarlo in fronte, Quando vi gionse il giovane Rugiero, E vidde fatto di sua gente un monte: Un monte rasembrava più né meno, Tutto di sangue e corpi morti pieno.

Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso, A benché a poco se ne discernia, Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso, Pel sangue de' Pagan che morti avia. Verso del conte il giovane fu mosso: Ben vi so dir che ormai de vigoria, De ardire e forza e di valore acceso, Una sol dramma non vi manca a peso.

E se incontrarno insieme a gran ruina: Tempesta non fu mai cotanto istrana Quando duo venti in mezo la marina Se incontran da libezio a tramontana. De le due spade ogniuna era più fina: Sapeti ben qual era Durindana, E qual tagliare avesse Balisarda, Che fatasone e l'arme non riguarda.

Per far perire il conte questo brando Fu nel giardin de Orgagna fabricato: Come Brunello il ladro il tolse a Orlando, E come Rugier l'ebbe, è già contato, Più non bisogna andarlo ramentando; Ma seguendo l'assalto incominciato, Dico che un sì crudele e sì perverso Non fu veduto mai ne l'universo.

Come loro arme sian tela di ragna, Tagliano squarci e fanno andare al prato. Di piastre era coperta la campagna, Ciascadun de essi è quasi disarmato, E l'un da l'altro poco vi guadagna: Sol di colpi crudeli han bon mercato; E tanto nel ferir ciascun s'affretta, Che l'una botta l'altra non aspetta.

Sopra de Orlando il giovane reale Ad ambe mano un gran colpo distese, E spezzò l'elmo dal cerchio al guanzale, Ché fatason né piastra lo diffese. Vero che al conte non tocca altro male, Come a Dio piacque; ché il colpo discese Tra la farsata aponto e le mascelle, Sì che lo rase e non toccò la pelle.

Orlando ferì lui con tanta possa, Che spezzò il scudo a gran destruzïone, Né lo ritenne nerbo o piastra grossa, Ma tutto lo partì sino a lo arcione; E fuor discese il colpo ne la cossa, Tagliando arnese ed ogni guarnisone: La carne non tagliò, ma poco manca, Ché il celo aiuta ogni persona franca.

Fermate eran le gente tutte quante A veder questi duo sì ben ferire; Ed in quel tempo vi gionse Atalante, Qual cercava Rugiero, il suo disire; E come visto l'ebbe a sé davante Per quel gran colpo a risco de morire, Subito prese tanto disconforto, Che quasi dal destrier cadde giù morto.

Incontinente il falso incantatore Formò per sua mala arte un grande inganno E molta gente finse, con romore, Che fanno a Cristïan soperchio danno. Nel mezo sembra Carlo imperatore Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno: Ed Olivier legato alla catena, Un gran gigante trasinando il mena.

Ranaldo a morte là parea ferito, Passato de un troncone a mezo il petto, E cridava: - Cugino, a tal partito Me lasci trasinar con tal dispetto? - Rimase Orlando tutto sbigotito, Mirando tanto oltraggio al suo cospetto, Poi tutto il viso tinse come un foco Per la grande ira, e non trovava loco.

A gran roina volta Brigliadoro, E Rugiero abandona e la battaglia, Né prende al speronare alcun ristoro. Avanti ad esso fugge la canaglia, Menando li pregioni in mezo a loro, Che gli ha de intorno fatto una serraglia; E proprio sembra che li porti il vento, Tanta è la forza de lo incantamento!

Rugier, poiché partito è il paladino, Rimase assai turbato ne la mente; Prese una lancia e, rivolto Frontino, Con molta furia dà tra nostra gente, E sopra al campo ritrovò Turpino. Né vespro o messa a lui valse nïente, Né paternostri on altre orazïone, Ché a gambe aperte uscì fuor de l'arcione.

Rugier lo lascia e a gli altri se abandona, Come dal monte corre il fiume al basso; Colse nel petto al duca di Baiona, E tutto lo passò con gran fraccasso. Re Salamon, che in capo ha la corona, Andò col suo destrier tutto in un fasso; Dà a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino: Tra lor non fu vantaggio de un lupino;

Ché tutti quattro insieme nel sabbione Se ritrovarno a dar de' calci al vento. Rugier tutti gli abatte, el fier garzone, E sempre cresce in forza ed ardimento; Poi riscontrò Gualtier da Monlïone, E fuor di sella il caccia con tormento. Non fu veduto mai cotanta lena: Quanti ne trova, al par tutti li mena.

Già gli altri saracin, che prima ascosi Per la tema de Orlando eran fuggiti, Or più che mai ritornano animosi, E sopra al campo se mostrano arditi. Rugier fa colpi sì meravigliosi, Che quasi sono e nostri sbigotiti, Né posson contrastare a tanta possa; La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

Però che 'l re Agramante e Martasino Dopo Rugiero entrarno al gran zambello, Mordante e Barigano e 'l re Sobrino, Atalante il mal vecchio e Dardinello, Mulabuferso, il franco saracino; E dietro a tutti stava il re Brunello, Benché conforta ogniom che avanti vada, Per governar qualcosa che gli cada.

Rugier davanti fa sì larga straza Che non bisogna a lor troppa possancia, Né fuor del fodro ancor la spada caza, Però che resta integra la sua lancia. Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza, E fia sconfitta la corte di Francia. Ma non posso al presente tanto peso: Nel terzo libro lo porrò disteso.

Prima vi vo' contar quel che avenisse Del conte Orlando, il quale avea seguito Quel falso incanto, sì come io vi disse, Ove sembrava Carlo a mal partito. Parea che avanti a lui ciascun fuggisse Tremando di paura e sbigotito, Sin che fôr gionti al mare in su l'arena, Poco lontani alla selva de Ardena.

Di verde lauro quivi era un boschetto Cinto d'intorno de acqua di fontana, Ove disparve il popol maledetto: Tutto andò in fumo, come cosa vana. Ben se stupitte il conte, vi prometto, Per quella meraviglia tanto istrana, E sete avendo per la gran calura, Entrò nel bosco in sua mala ventura.

Come fu dentro, scese Brigliadoro Per bere al fonte che davanti appare; Poi che legato l'ebbe ad uno alloro, Chinosse in su la ripa a l'onde chiare. Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro, Che tutto intento lo trasse a mirare: Là dentro de cristallo era una stanza Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

Le vaghe dame danzavano intorno, Cantando insieme con voce amorose, Nel bel palagio de cristallo adorno, Scolpito ad oro e pietre prezïose. Già se chinava a l'occidente il giorno, Alor che Orlando al tutto se dispose Vedere il fin di tanta meraviglia, Né più vi pensa e più non se consiglia;

Ma dentro a l'acqua sì come era armato Gettossi e presto gionse insino al fondo, E là trovosse in piede, ad un bel prato: Il più fiorito mai non vidde il mondo. Verso il palagio il conte fu invïato, Ed era già nel cor tanto giocondo, Che per letizia s'amentava poco Perché fosse qua gionto e di qual loco.

A lui davante è una porta patente, Qual d'oro è fabricata e di zafiro, Ove entrò il conte con faccia ridente, Danzando a lui le dame atorno in giro. Mentre che io canto, non posa la mente, Ché gionto sono al fine, e non vi miro; A questo libro è già la lena tolta: Il terzo ascoltareti un'altra volta.

Alor con rime elette e miglior versi Farò battaglie e amor tutto di foco; Non seran sempre e tempi sì diversi Che mi tragan la mente di suo loco; Ma nel presente e canti miei son persi, E porvi ogni pensier mi giova poco: Sentendo Italia de lamenti piena, Non che or canti, ma sospiro apena.

A voi, legiadri amanti e damigelle, Che dentro ai cor gentili aveti amore, Son scritte queste istorie tanto belle Di cortesia fiorite e di valore; Ciò non ascoltan queste anime felle, Che fan guerra per sdegno e per furore. Adio, amanti e dame pellegrine: A vostro onor di questo libro è il fine.

Libro terzo

Canto primo

Come più dolce a' naviganti pare, Poi che fortuna li ha battuti intorno, Veder l'onda tranquilla e queto il mare, L'aria serena e il cel di stelle adorno; E come il peregrin nel caminare Se allegra al vago piano al novo giorno, Essendo fuori uscito alla sicura De l'aspro monte per la notte oscura;

Così, dapoi che la infernal tempesta De la guerra spietata è dipartita, Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa E questa corte più che mai fiorita, Farò con più diletto manifesta La bella istoria che ho gran tempo ordita: Venite ad ascoltare in cortesia, Segnori e dame e bella baronia.

Le gran battaglie e il trïomfale onore Vi contarò di Carlo, re di Franza, E le prodezze fatte per amore Dal conte Orlando, e sua strema possanza; Come Rugier, che fu nel mondo un fiore, Fosse tradito; e Gano di Maganza, Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele, Lo uccise a torto, il perfido crudele.

E seguirovi, sì come io suoliva, Strane aventure e battaglie amorose, Quando virtute al bon tempo fioriva Tra cavallieri e dame grazïose, Facendo prove in boschi ed ogni riva, Come Turpino al suo libro ce espose. Ciò vo' seguire, e sol chiedo di graccia Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.

Nel tempo che il re Carlo de Pipino Mantenne in Franza stato alto e giocondo, Uscì di Tramontana un Saracino, Che pose quasi lo universo al fondo; Né dove il sol se leva a matutino, Né dove calla, né per tutto il mondo, Fo mai trovato in terra un cavalliero Di lui più franco e più gagliardo e fiero.

Mandricardo appellato era il Pagano, Qual tanta forza e tale ardire avia, Che mai non vestì l'arme il più soprano, Ed era imperator di Tartaria; Ma fo tanto superbo ed inumano Che sopra alcun non volse segnoria, Che non fosse in battaglia esperto e forte: A tutti gli altri facea dar la morte.

Onde fo il regno tutto disertato, Abandonò ciascuno il suo paese. Ora trovosse un vecchio disperato, Qual, non sapendo fare altre diffese, Passando avanti al re preso e legato Con alti cridi a terra se distese, Facendo sì diverso lamentare Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.

- Mentre ch'io parlo, - disse il vecchio - aspetta, E poi farai di me quel che ti pare. L'anima del tuo patre maledetta Non può il mal fiume allo inferno passare, Perché scordata se è la sua vendetta. Sopra alla ripa stassi a lamentare: Stassi piangendo e tien la testa bassa, Ché ogni altro morto sopra li trapassa.

Il tuo patre Agrican, non so se 'l sai, O nol saper te infingi per paura, Dal conte Orlando occiso fo con guai: A te del vendicar tocca la cura. Tu fai morir chi non te offese mai, E meni per orgoglio tanta altura; Non è stimato, datelo ad intendere, Chi offende quel che non si può deffendere.

Va, trova lui, che ti potrà respondere, E mostra contra a Orlando il tuo furore. La tua vergogna non si può nascondere: Troppo è palese ogni atto de segnore. Codardo e vile, or non ti dèi confondere Pensando alla onta grande e il disonore Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco Che hai faccia de apparire in alcun loco? -

Così cridava il vecchio ad alta voce, Come io vi conto, e più volea seguire; Se non che Mandricardo, il re feroce, A lo ascoltar non puote sofferire. Una ira sì rovente il cor li coce, Che se convenne subito partire, E ne la zambra se serrò soletto, Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.

Dopo molto pensar prese partito Suo stato e tutto il regno abandonare. Per non esser da altrui mostrato a dito Giurò nella sua corte mai tornare, Ma reputar se stesso per bandito Sin che il suo patre possa vendicare; Né a sé ritenne tal pensiero in petto, Ma palesollo e poselo ad effetto.

Avendo a tutto il regno proveduto Di bon governo de ottima persona, Nel tempio de' suoi dei ne fo venuto, E sopra al foco offerse la corona; Poi se partì la notte scognosciuto, Ed a fortuna tutto se abandona: Senza arme, a piede, come peregrino Verso ponente prese il suo camino.

Arme non tolse e non mena destriero, Per non voler che al mondo fosse detto Che alcuno aiuto a lui facea mestiero Per vendicar sua onta e suo dispetto. E lui prosume molto de legiero De acquistarse arme e un bon destrier eletto, Sì che ponga ad effetto el suo disegno Sol sua prodezza, e non forza di regno.

Così, soletto sempre caminando, Passò gli Armeni ed altra regïone, E da un colletto un giorno remirando Presso a una fonte vidde un paviglione. Là giù se calla, nel suo cor pensando, Se vi trova arme dentro né ronzone, Per forza o bona voglia a ogni partito Non se levar de là se non fornito.

Poiché fu gionto in su la terra piana, Ne la cortina entrò senza paura. Non vi è persona prossima o lontana, Che abbia del pavaglion guarda né cura; Solo una voce uscì de la fontana, Qual gorgogliava per quella acqua pura, Dicendo: - Cavallier, per troppo ardire Fatto èi pregione, e non te poi partire. -

O che lui non odette, o non intese, Alle parole non pose pensiero, Ma per il pavaglione a cercar prese, Se ivi trovasse né arme né destriero. L'arme a un tapete tutte eran distese, Ciò che bisogna aponto a un cavalliero; E lì fuori ad un pino in su quel sito Legato era un ronzon tutto guarnito.

Quello ardito baron senza pensare L'arme se pose adosso tutte quante. Preso è il destriero e, via volendo andare, Subito un foco a lui sorse davante. Nel pino prima si ebbe a divampare, E, quello acceso sin sotto le piante, Per ogni lato il foco se trabocca, Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.

Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco Tutte avamparno a gran confusïone; La fiamma cresce intorno a poco a poco, Tanto che dentro chiuse quel barone. A lui se aventa lo incantato foco Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone, E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia Gli ardeano a cerco, come arida paglia.

El cavallier per cosa tanto istrana Lo usato orgoglio ponto non abassa; Smonta de arcion quella anima soprana, Per mezo il foco via correndo passa. Come fu gionto sopra alla fontana, Dentro vi salta e al fondo andar si lassa; Né più potea campare ad altra guisa: Arso era tutto insino alla camisa.

Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo Gli ardeano atorno come foco di esca; Arse la giuppa, e lui rimase ignudo Sì come nacque, in mezo a l'onda fresca; E mentre che a diletto il baron drudo Per la bella acqua se solaccia e pesca, Parendo ad esso uscito esser de impaccio, Ad una dama se ritrova in braccio.

Era la fonte tutta lavorata Di marmo verde, rosso, azurro e giallo E l'acqua tanto chiara e riposata, Che traspareva a guisa de cristallo; Onde la dama che entro era spogliata, Così mostrava aperto senza fallo Le poppe e il petto e ogni minimo pelo, Come de intorno avesse un sotil velo.

Questa ricolse in braccio quel barone, Basandoli la bocca alcuna fiata, E disse ad esso: - Voi seti pregione, Come molti altri, al Fonte de la Fata; Ma, se sereti prodo campïone, Cotanta gente fia per voi campata, Tanti altri cavallieri e damigelle, Che vostra fama passarà le stelle.

Perché intendiati il fatto a passo a passo, Fece una fata ad arte la fontana, Che tanti cavallieri ha posti al basso, Che nol potria contar la gente umana. Quivi pregione è il forte re Gradasso, Quale è segnor di tutta Sericana; Di là da la India grande è il suo paese: Tanto è potente, e pur non se diffese!

Seco pregione è il nobile Aquilante E lo ardito Grifon, che è suo germano, Ed altri cavallieri e dame tante, Che a numerarli me affatico invano. Oltre a quel poggio che vedeti avante, Edificato è un bel castello al piano, Ove rinchiuse dentro ha quella fata L'arme di Ettorre, e mancavi la spata.

Ettor di Troia, il tanto nominato, Fu la eccellenzia di cavalleria, Né mai si trovarà né fu trovato Chi il pareggiasse in arme o in cortesia. Ne la sua terra essendo assedïato Da re settanta ed altra baronia, Dece anni a gran battaglie e più contese: Per sua prodezza sol se la difese.

Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno, Se può donar tra gli altri unico vanto Che trenta ne sconfisse in un sol giorno, Che de battaglia avea mandato il guanto; Poi d'ogni altra virtù fu tanto adorno, Che il par non ebbe il mondo tutto quanto, Né il più bel cavallier, né il più gentile; A tradimento poi lo occise Achile.

Come fu morto, andò tutta a roina Troia la grande e consumosse in foco. Or dir vi vo' di sua armatura fina Come se trovi adesso in questo loco. Prima la spata prese una regina Pantasilea nomata; e in tempo poco, Essendo occisa in guerra, perse il brando; Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

Tal spata Durindana è nominata (Non so se mai la odesti racordare), Che sopra a tutti e brandi vien lodata. Or de l'altre arme vi voglio contare. Poi che fu Troia tutta dissipata, Gente da quella se partì per mare Sotto un lor duca nominato Enea; Lui tutte l'arme eccetto il brando avea.

De Ettorre era parente prossimano El duca Enea, che avea quella armatura; E questa fata, per un caso istrano, Trasse tal duca de disaventura, Che era condotto a un re malvaggio in mano, Che 'l tenea chiuso in una sepoltura: Stimando trar da lui tesoro assai, Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

La fata con incanto lo disciolse, Per arte il trasse fuor del monumento, E per suo premio le belle arme volse, E il duca de donarle fu contento. Lei poscia a questo loco se racolse E fece l'opra de lo incantamento Onde io vi menarò, quando vi piacia, E provarò se in core aveti audacia.

Ma quando non ve piaccia de venire E vinto vi trovati da viltate, Contro a mia voglia me vi convien dire Quel che serà di voi la veritate: In questa fonte vi convien perire, Come perita vi è gran quantitate; De quai memoria non serà in eterno, Ché il corpo è al fondo e l'anima a lo inferno. -

A Mandricardo tal ventura pare Vera e non vera, sì come si sogna; Pur rispose alla dama: - Io voglio andare Ove ti piace e dove mi bisogna; Ma così ignudo non so che mi fare, Ché me ritiene alquanto la vergogna. - Disse la dama: - Non aver pavento, Ché a questo è fatto bon provedimento. -

E soi capegli a sé sciolse di testa, Ché ne avea molti la dama ioconda, Ed abracciato il cavallier con festa Tutto il coperse de la treccia bionda; Così, nascosi entrambi di tal vesta, Uscîr di quella fonte la bella onda, Né ferno al dipartir lunga tenzone, Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

Non lo avea tocco, come io disse, il foco, Pieno è di fiori e rose damaschine. Loro a diletto se posarno un poco Entro un bel letto adorno de cortine. Già non so dir se fecero altro gioco, Ché testimonio non ne vide el fine; Ma pur scrive Turpin verace e giusto Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa Tra fresche rose e fior che mena aprile, La damigella prese una camisa Ben perfumata, candida e sotile; Poi de una giuppa a più color divisa Di sua man vestì il cavallier gentile; Calcie gli diè vermiglie e speron d'oro, Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.

Dopo lo arnese lo usbergo brunito Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco, E uno elmo a ricche zoie ben guarnito Li porse e cotta d'arme e scudo bianco; Indi condusse un gran destriero ardito, E Mandricardo non parve già stanco, Né che lo impacci l'arme o guarnisone: D'un salto armato entrò sopra allo arcione.

La damigella prese un palafreno Che ad un verde genevre era legato, E caminando un miglio o poco meno Passarno il colle e gionsero al bel prato, Dicendo a lui la dama: - Intendi appieno, Ché tutto il fatto ancor non te ho contato: Acciò che intenda ben quel che hai a fare, Col re Gradasso converrai giostrare.

Adesso del castello è campïone E diffensore il re tanto membruto; Cotale impresa prima ebbe Grifone, Qual da lui poco avanti fu abattuto. Se quel te vince, restarai pregione Sin che altro cavallier ti doni aiuto; Ma se lui getti sopra alla pianura, Te provarai a l'ultima ventura.

Provar convienti al glorïoso acquisto Di prender l'arme che fôrno di Ettòre; Più forte incanto il mondo non ha visto, E sino a qui ciascun combattitore Ce è reuscito a tale impresa tristo, Né par che gionga alcuno a tanto onore; E tu la proverai, poiché èi venuto: Fortuna o tua virtù ti darà aiuto. -

Così parlando gionsero al castello. Mai non se vidde il più ricco lavoro: Le mura ha de alabastro, e il capitello De ogni torre è coperto a piastre d'oro. Verdeggiava davanti un praticello Chiuso de mirto e de rami de aloro Piegati insieme a guisa di steccato, E stavi dentro un cavalliero armato.

- El re Gradasso è quel che avanti appare - Disse la dama - dentro a quel ridotto. Ora con me non averai a fare, Che sempre teco mi trovai di sotto. - E Mandricardo, odendo tal parlare, La vista a l'elmo se chiuse di botto; Spronando a tutta briglia e gran tempesta, A mezo il corso l'asta pose a resta.

Da l'altra parte il forte re Gradasso Contra di lui se mosse con gran fretta. Alcun de' duo corsier non mostra lasso, Anci sembravan folgore e saetta, E se incontrarno insieme a tal fraccasso, Che par che nello inferno il cel si metta E la terra profondi e la marina: Odita non fu mai tanta ruina.

Ni quel ni questo se mosse de arcione, E sì fiaccarno l'una e l'altra lanza, Che sino a l'aria andava ogni troncone: Un palmo integro d'esse non avanza. Or veder se conviene il parangone De' cavallieri e l'ultima possanza, Perché, voltati con le spade in mano, Se razuffarno insieme in su quel piano.

Cominciâr la battaglia orrenda e scura: Già non mostrava un scherzo il crudo gioco, Ché pure a riguardarlo era paura, Perché a ogni colpo se avampava el foco. A pezzi si ne andava ogni armatura, Già ne era pieno il prato in ogni loco; E lor pur drieto, e non guardano a quella: Ciascuno a più furor tocca e martella.

Duo guerrier son costor di bona raccia, E ben lo dimostravan ne lo aspetto: Cinque ore e più durò tra lor la traccia; Pervennero alla fine in questo effetto, Che Mandricardo il re Gradasso abraccia Per trarlo de lo arcione al suo dispetto, E il re Gradasso a lui se era afferrato, Sì che ne andarno insieme in su quel prato.

Non so se fu fortuna o fusse caso, Quando caderno entrambi de lo arcione Di sopra Mandricardo era rimaso, E convenne a Gradasso esser pregione. Già se ne andava il sol verso l'occaso Allor che se finì la questïone, E la donzella di cui vi ho parlato, Con piacevol sembiante entrò nel prato;

Ed a Gradasso disse: - O cavalliero, Vetar non pôsse quel che vôl fortuna; Lasciar questa battaglia è di mestiero, Perché la notte vene e il cel se imbruna. Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero; E dir ti so che mai sotto la luna Fo sì strana ventura in terra o in mare, Come al presente converrai provare.

Come di novo il giorno sia apparito, Vedrai l'arme di Ettorre e chi le guarda; Ora che il sole all'occidente è gito, Entrar non pôi, ché l'ora è troppo tarda. In questo tempo pigliaren partito Che tua persona nobile e gagliarda Qua sopra a l'erba prenda alcun riposo, Sin che il sol se alci al giorno luminoso.

Dentro alla rocca non potresti entrare (Di notte mai non se apre quella porta); Tra fiori e rose qua pôi riposare, Ed io vegliando a te farò la scorta. Ben, se ti piace, te posso menare Ove una dama grazïosa e accorta Onora ciascaduno a un suo palagio, Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.

Perché un ladron, che Dio lo maledica! Quale è gigante e nome ha Malapresa, Alla donzella, come sua nemica, Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa; Onde non pigliarai questa fatica, Ché converresti seco aver contesa, Né a te bisogna più briga cercare, Perché domane avrai troppo che fare. -

Rispose Mandricardo: - In fede mia, Tutto è perduto il tempo che ne avanza, Se in amor non si spende o in cortesia, O nel mostrare in arme sua possanza; Onde io ti prego per cavalleria Che me conduci dentro a quella stanza Qual m'hai contata; e farem male, o bene, Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. -

Per compiacere adunque al cavalliero La damigella se pose a camino. Lei era a palafreno, esso a destriero, Sì che in poca ora gionsero al giardino Ove è posto il palagio del verziero, Qual lustreggiava tutto quel confino; Cotanti lumi accesi avea de intorno, Che si cerniva come fusse il giorno.

Sopra alla porta del palagio altano Era un verone adorno a meraviglia, Ove si stava giorno e notte un nano, Che di far guarda molto se assotiglia. Come suonato ha il corno, a mano a mano Corre de intorno tutta la famiglia; E se egli è Malapresa, il rio ladrone, Saette e sassi tran da ogni balcone.

Se egli è barone, o cavalliero errante, Dece donzelle, ad onorare avezze, Apron la porta e con lieto sembiante Al cavallier fan festa e gran carezze; E notte e giorno il servon tutte quante, Con sì bon viso e tal piacevolezze E con tanto piacere e tanta zoglia, Che indi a partirse mai non li vien voglia.

Dunque a tal modo tra le dame accolto Fu Mandricardo con faccia serena. La dama del verzier con lieto volto A braccio seco festeggiando il mena; Né passeggiarno per la loggia molto, Che con diletto se assettarno a cena, Serviti alla real di banda in banda De ogni maniera de ottima vivanda.

A lor davanti cantava una dama, E con la lira a sé facea tenore, Narrando e gesti antichi e di gran fama, Strane aventure e bei moti d'amore; E mentre che de odire avean più brama, Odirno per la corte un gran romore. - Ahimè! ahimè! - dicean - che cosa è questa, Che 'l nano suona il corno a tal tempesta? -

Così dicean le dame tutte quante, E ciascuna nel viso parea morta. Già Mandricardo non mutò sembiante, Ché era venuto a posta per tal scorta. Perché intendiati il tutto, quel gigante De cui vi dissi, avea rotta la porta, E del romore e gran confusïone Che ora vi conto, lui ne era cagione.

Entrò cridando quel dismisurato: Parean tremar le mura alla sua voce; De una spoglia di serpe ha il busto armato, Che spata o lancia ponto non vi nôce. Portava in mano un gran baston ferrato Con la catena il malandrin feroce; In capo avea di ferro un bacinetto, Nera la barba e grande a mezo il petto.

Quando egli entrava ne la loggia aponto, Tratto avea Mandricardo il brando apena; Né stette a calcular la posta o il conto, Ma nel primo arivare assalta e mena, Ed ebbe nella cima il baston gionto, E via tagliò di netto la catena. Ricopra il colpo e tira un manroverso, E tagliò tutto il scudo per traverso.

Per questo colpo il gigante adirato Menò del suo baston, che a due man prese; E il cavallier de un salto andò da lato, E ben de gioco a quella posta rese; A ponto gionse dove avea segnato, Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese, E spezzò quello e le calcie di maglia, Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.

Quel cade a terra. A voi lascio pensare Se le donzelle ne menavon festa. Più Mandricardo nol volse toccare, Onde un sergente li partì la testa. Fuor del palagio il fecer trasinare, E longi il sepellirno alla foresta; Le gambe gettâr seco in quella fossa: Di lui più mai non si parlò da possa.

Come se stato mai non fosse al mondo, Di lui più non si fa ragionamento. Le dame cominciarno un ballo in tondo, Suonando a fiato, a corde ogni instromento, Con voci vive e canto sì iocondo, Che ciascun qual ne avesse intendimento, Essendo poco a quel giardin diviso, Giurato avria là dentro il paradiso.

Così durando il festeggiar tra loro, Bona parte di notte era passata, E stando incerco come a consistoro, Venne di dame una nova brigata: Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro, E ciascuna fu presto ingenocchiata, E la dama cortese e il cavalliero Se renfrescarno senza altro pensiero.

De bianche torze vi è molto splendore, E girno a riposar senza sospetti. Parate eran le zambre a grande onore De fina seta e bianchissimi letti; Rame de aranci intorno a molto odore, E per quei rami stavano ocelletti, Che a' lumi accesi se levarno a volo. Ma qua non stette il cavallier lui solo,

Perché una dama il rimase a servire De ciò che chieder seppe, più ni meno. La notte ivi ebbe assai che fare e dire, Ma più ne avrà nel bel giorno sereno, Come tornando potereti odire Lo orrendo canto e di spavento pieno, Che il maggior fatto mai non fo sentito. Addio, segnori: il canto è qui finito.

Canto secondo

Il sol, de raggi d'oro incoronato, Trasse il bel viso fuor de la marina, E il cel depinto di color rosato Già nascondea la stella matutina; Sentiasi entro il palagio in ogni lato Cantar la rondinella peregrina, E li augelletti nel giardino intorno Facean bei versi a lo apparir del giorno;

Quando dal sonno Mandricardo sciolto Uscì di zambra e nel prato discese; Ad una fonte renfrescosse il volto, E prestamente se vestì lo arnese. Combiato avendo da le dame tolto, Là dove era venuto, il camin prese, E quella dama che l'avea guidato, Non l'abandona e sempre gli è da lato.

Ragionando con seco tuttavia De arme e de amore e cose dilettose, Lo ricondusse in quella prataria Ove eran l'opre sì maravigliose. Lo alto edificio avanti se vedia, Candido tutto a pietre luminose, Con torre e merli, a guisa di castello: Mai vide al mondo un altro tanto bello.

Un quarto avea de miglio ad ogni fronte, Ed era quadro aponto di misura; Dritto a levante avea la porta e il ponte, Ove se puote entrar senza paura: Ma come ariva cavalliero o conte Sopra alla soglia dell'entrata, giura Con perfetta leanza e dritta fede Toccar quel scudo che davante vede.

Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza, A ricontarvi el come non dimoro; Avea la corte intorno ad ogni faza Logie dipinte con sotil lavoro; Gran gente era ritratta ad una caza, E un gentil damigello era tra loro: Più bel di lui tra tutti non si vede, Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'

Tutta la istoria sua vi era ritratta Di ponto in ponto, che nulla vi manca: Come, cacciando alla selva disfatta, Lo portò sino al cel l'acquila bianca, Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta, Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca, Occiso fu nel campo a tradimento; Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento.

L'acquila prima avea bianche le piume, Ché candida dal celo era mandata; Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume, Ne la crudele e misera giornata Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume, La lieta insegna allor fu tramutata: Per somigliarse a sua scura fortuna, L'acquila bianca travestirno a bruna.

Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato, Quale era posto in mezo alla gran corte, Non era in parte alcuna tramutato; Ma tal quale il portava il baron forte, Ad un pilastro d'oro era chiavato, Ed avea scritto sopra in lettre scorte: ' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare: Chi me portò, non ebbe al mondo pare.'

Di quel color che mostra il cel sereno Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia. La dama dismontò del palafreno E fece in su la terra riverenzia, E Mandricardo fece più né meno; Poi passò dentro senza resistenzia. Essendo gionto in mezo a quel bel loco, Trasse la spada e toccò el scudo un poco.

Come fu tocco il scudo con la spada, Tremò de intorno tutto il territoro, Con tal romor che par che il mondo cada; Indi se aperse il campo del tesoro. Questo era un campo folto de una biada Che avea tutte le paglie e spiche de oro: Quel campo se mostrò senza dimora Per una porta che se aperse alora.

Ma l'altra da levante, ove era entrato Il cavallier, se chiuse tutta quanta. La dama disse a lui: - Baron pregiato, Uscir de quindi alcun mai non se vanta, Se la biada che vedi in ogni lato, Prima non tagli, e se la verde pianta Qual vedi in mezo a quel campo felice, Prima non schianti in fin dalla radice. -

E Mandricardo senza altro pensare Entrò nel campo con la spada in mano, E, cominciando la biada a tagliare, Lo incanto apparve ben palese e piano; Ché ogni granetto se ebbe a tramutare In diverso animale orrendo e strano, Or leonza, or pantera, ora alicorno: Al baron tutti se aventarno intorno.

Come cadeva il grano in su la terra, In diverso animal se tramutava; Per tutto intorno Mandricardo serra, E sua prodezza poco gli giovava, Ché non se vidde mai sì strana guerra. La folta sempre più multiplicava De lupi, de leoni e porci ed orsi: Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.

Durando aspra e crudel quella contesa Quasi era posto il cavalliero al basso, E restava perdente de la impresa, Tanto era de le fiere il gran fracasso; Né potendo più quasi aver diffesa, Chinosse a terra e prese in mano un sasso. Quel sasso era fatato; e non sapea Già Mandricardo la virtù che avea.

Questa pietra ch'io dico, avea segnali Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro, E, come tratta fu tra gli animali, Tra quelli apportò zuffa e gran martoro; Perché e tauri selvatici e' cingiali E l'altre bestie cominciâr tra loro Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi, Che in poco d'ora fôr tutti dispersi.

Le bestie fôr disperse in poco de ora, Ché l'una occise l'altra incontinente; E Mandricardo non fece dimora, Ché a ciò che far conviene, avia la mente. L'altra aventura vi restava ancora, Dico la pianta lunga ed eminente, Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito; A quella presto il cavalliero è gito.

Di tutta forza al tronco s'abbracciava, E pone a radicarla ogni vigore, Ma dibattendo forte la crollava, Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, E giù cadendo per l'aria volava. Odeti se mai fu cosa maggiore: Cadendo foglie e fiori a gran fusone, Qual corbo diveniva, e qual falcone.

Astori, aquile e guffi e barbagianni Con seco cominciarno a far battaglia; A benché non potean stracciarli e panni, Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia, Pur eran tanti, che davano affanni D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia, Che non potea fornire il suo lavoro De trare il tronco alle radice d'oro.

Ma come quel che avea molto ardimento, Non teme impaccio e la forza radoppia, Sì che in fin la divelse a grave istento, E nel stirparla parbe tuon che scoppia. Con orribil romore uscitte un vento, E tutti quelli ocelli a l'aria soffia: Il vento uscitte, come Turpin dice, Dal buco proprio ove era la radice.

For di quel buco il gran vento rimbomba Gettando con romor le pietre in sue Come fossero uscite de una fromba; E riguardando il cavallier là giue, Vide una serpe uscir di quella tomba; Indi li parbe non una, ma due, Poi più de sei e più de otto le crede, Cotante code invilupate vede.

Or, perché sia la cosa manifesta, Era la serpe di quel buco uscita, Quale avea solo un busto ed una testa, Ma dietro in dece code era partita; E Mandricardo ponto non se arresta, Ché volea sua ventura aver finita; Col brando in mano alla serpe se accosta, E il primo colpo a mezo il collo aposta.

Ben gionse il tratto dove era apostato, Dietro alla testa, a ponto nella coppa; Ma quel serpente aveva il coio fatato. Sì come un scoglio al legno che se intoppa, Adosso al cavallier se fu lanciato; E con due code alle gambe lo agroppa, Con altre il busto e con altre le braccia, Sì che legato a forza in terra il caccia.

Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, E l'occhio par un foco che riluca; Con quello azaffa il cavalliero al fianco, La piastra come pasta se manduca. Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, E rivolgendo cade in quella buca Ove uscia quel gran vento oltre misura: Non è da dimandar s'egli ha paura.

Ma sua ventura nel cader fu questa, Ché in altro modo da la morte è preso: Cadendo nel profondo con tempesta, Fiaccò il capo al serpente col suo peso, Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa, Onde se sciolse e tutto s'è disteso; Dibattendo le code tutte quante, Rimase a terra morto in uno istante.

Morto il serpente, or guarda il cavalliero La scura grotta de sopra e de intorno (Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, Qual rendea lume come il sole al giorno): La tomba era de un sasso tutto intiero, Ma quello era coperto e tanto adorno De ambra e corallo e de argento brunito, Che non si vede di quel sasso un dito.

Avea nel mezo un palco edificato, De uno avorio bianchissimo e perfetto, E sopra un drapo azuro ad ôr stellato, Posto come dossiero o capoletto. Parea là sopra un cavalliero armato, Che se posasse senza altro sospetto: Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.

Queste arme fôr de la franca persona Che viene al mondo tanto racordata, De Ettor, dico io, che ben fu la corona De ogni virtute al mondo apregïata. Sua guarnison, di cui mo se ragiona, Priva è del scuto e priva de la spata. Ove stia il scuto, poco su se spiana; La spata ha Orlando, e quella è Durindana.

Forbite eran le piastre e luminose, Che apena soffre l'occhio di vederle, Frissate ad oro e pietre prezïose, Con rubini e smiraldi e grosse perle. Mandricardo ha le voglie disïose, Mille anni a lui pare de indosso averle; Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno, Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.

Questo avea de oro alla cima un leone, Con un breve d'argento entro una zampa; Di sotto a quel pur d'oro era il torchione, Con vinti sei fermagli de una stampa; Ma dritto nella fronte avea il carbone, Qual reluceva a guisa de una lampa. E facea lume, com'è sua natura, Per ogni canto de la grotta oscura.

Mentre che il cavallier stava a mirare L'arme, che eran mirande senza fallo, Sentì dietro alle spalle risuonare Ne lo aprir de una porta di metallo. Voltosse, e vidde a sé più dame intrare, Che a copia ne venian menando un ballo, Vestite a nova gala e strane zacare, Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.

Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno, Con salti dritti se innalciano a l'aria; Così danzando, una canzon comincieno Di nota arguta, consonante e varia; E con le voci, ch'e stormenti vinceno, Fan rintonar la tomba solitaria; Poi ne la fin, tacendo tutte quante, Se ingienocchiarno al cavalliero avante.

Quindi se fu levata una di quelle, E Mandricardo comincia a lodare, Ponendo sua virtù sopra alle stelle Per questa impresa tanto singulare. Come ella tacque, e due altre donzelle Apresero il barone a disarmare, E disarmato sotto alla sua scorta Fuor de la tomba il misero alla porta.

Adosso poi gli posero un bel manto De fina seta, ricamato a ziffere, E perfumârlo apresso tutto quanto De odor suavi e con acque odorifere; E con festa ioconda e dolce canto, Suonando tamburini e trombe e piffere, Per una scala di marmoro ad aggio Con lui se ritornarno entro al palaggio:

Nel bel palaggio, quale io ve contai, Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza. Quivi eran cavallieri e dame assai, Chi canta e danza, e chi ride e sollaza: Più regal corte non se vidde mai; Ma, come apparve Mandricardo in faza, Gli andarno contra, e a sumissimo onore Lo riceverno a guisa de segnore.

Nel mezo a ricco seggio era la fata, Che a sé davante Mandricardo chiede, E disse: - Cavallier, questa giornata Tal tesoro hai, che il simil non si vede. Or se conviene agiongervi la spata, E ciò mi giurarai su la tua fede: Che Durindana, lo incantato brando, Torai per forza de arme al conte Orlando.

E sin che tale impresa non sia vinta, Giamai non posarà la tua persona, Nulla altra spada portarai più cinta, Né adornarai tua testa di corona; L'aquila bianca a quel scudo dipinta, Nulla alta enchiesta mai non la abandona, Ché quella arma gentile e quella insegna Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. -

Re Mandricardo allor con riverenzia, Sì come piace a quella fata, giura; E l'altre dame ne la sua presenzia Tutte il guarnirno a ponto de armatura. Come fu armato, allor prese licenzia, Avendo tratta a fin l'alta aventura, Per la qual più baron de summo ardire Eron là presi, e non potean partire.

Ora uscirno le gente tutte quante, Che gran cavalleria vi era pregione: Isolieri il spagnolo e Sacripante, Il re Gradasso e il giovane Grifone, E sieco uscitte il fratello Acquilante. Gente di pregio e di condizïone Vi erano assai, e nomi de alta gloria, Che non accade a dire in questa istoria.

Però che il re Gradasso e Mandricardo Insieme se partirno in compagnia, Né a ricontarvi molto serò tardo Ciò che intravenne a loro in questa via. Ben vi so dir che un par tanto gagliardo Non fu in quel tempo in tutta Pagania; Però faran gran cose e peregrine, Prima che in Francia sian condotti a fine.

Ma Grifone e Aquilante altro camino Presero insieme, perché eran germani, E sapendo il lenguaggio saracino Securi andarno un tempo tra' Pagani. Or, cavalcando un giorno a matutino, Due dame ritrovarno con duo nani; L'una di quelle a bruno era vestita, L'altra di bianco, candida e polita.

E similmente e nani e' palafreni Di neve e di carbone avean colore; Ma le donzelle avean gli occhi sereni, Da trar col guardo altrui di petto il core, Accoglimenti di carezze pieni, Parlar suave e bei gesti d'amore; Ed è tra queste tanta somiglianza, Che l'una l'altra de nïente avanza.

E cavallier le dame salutaro Chinando il capo con atto cortese: Ma quelle l'una a l'altra se guardaro, E la vestita a nero a parlar prese, Dicendo alla compagna: - Altro riparo Far non si può, ni fare altre diffese Contra di quel che il cel destina e il mondo, Come infinito è il suo girare a tondo.

Ma pur se puote il tempo prolungare E far col senno forza a la fortuna: Chi fece il mondo, lo potrà mutare, E porre il sole in loco de la luna. - - Prendiam dunque partito, se ti pare, - Disse la bianca alla donzella bruna - De ritener costor, poi che la sorte Or gli conduce in Francia a prender morte. -

Queste parole insieme ragionando Avean le dame, e non erono intese Da quei duo cavallieri, insino a quando La bianca verso de essi a parlar prese, Dicendo loro: - Io me vi racomando: Se la ragion per voi mai se diffese, Se amate onore e la cavalleria, Esser vi piaccia alla diffesa mia. -

Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto Proferse a quelle aiuto a suo potere. Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto, Poi che inteso abbiam noi vostro volere. Fermar vogliamo a fede questo patto, Che una battaglia avrete a mantenere, Insin che un cavallier sia al tutto morto Il qual ce offende e villaneggia a torto.

Quel disleale è nominato Orilo, E non è in tutto il mondo il più fellone; Tiene una torre in su il fiume del Nilo, Ove una bestia a guisa de dragone, Che là viene appellata il cocodrilo, Pasce di sangue umano e di persone. Per strano incanto è fatto il maledetto, Che de una fata nacque e de un folletto.

Com'io vi dico, nacque per incanto Quella persona di mercè ribella, Che questo regno ha strutto tutto quanto, Perché ogni cavalliero o damigella, Qual quivi gionga o passi in ogni canto, Fa divorare a quella bestia fella. Cercato abbiamo de un barone assai, Che tragga il regno e noi de tanti guai.

Ma sino a qui rimedio non si trova Né alcun riparo a tal destruzïone, Ché quel da morte a vita se rinova Per alta forza d'incantazïone. Ora de voi se vederà la prova, Ché ciascun mostra d'essere campïone Per trare a fine ogn'impresa eminente, Se a vostra vista lo animo non mente. -

A quei duo cavallier gran voglia preme De provar questa cosa tanto istrana; E, caminando con le dame insieme, Girno alla torre, e poco era lontana. Già se ode il maledetto che là freme Come fa il mar quando esce tramontana; Fremendo batte Orilo in forma e denti, Che sembra un mar turbato a suon de venti.

Avea ne l'elmo per cimero un guffo Cornuto, a penne e con gli occhi di foco, E lui soffiava con orribil buffo; Ma quei duo cavallieri il stimon poco, Perché altre volte han visto il lupo in zuffo, E stati sono a danza in altro loco, Né stimono il periglio una vil paglia; Onde il sfidarno presto alla battaglia.

Ma quel superbo non fece risposta, Mosse con furia e la sua mazza afferra; Né più fece Aquilante indugia o sosta, Ma la sua lancia lascia andare a terra, E poi col brando in mano a lui se accosta; E tra lor cominciarno una aspra guerra, Dando e togliendo e di sotto e di sopra, E quel la maccia e questo il brando adopra.

Di quel ferir Grifone ha poca cura, Ché era guarnito a piastre fatte ad arte, Ma lui taglia al pagano ogni armatura, Come squarciasse tegole di carte. Gionselo un tratto a mezo la cintura, E in duo cavezzi aponto lo diparte; Così andò mezo a terra quel fellone, Dal busto in giù rimase ne lo arcione.

Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci, Ma brancolando stava ne l'arena; E il suo destrier traea terribil calci, Facea gran salti e giocava di schiena, Onde convien che il resto al prato balci. Ma non fu gionto in su la terra apena, Che un pezo e l'altro insieme se sugella, E tutto integro salta ne la sella.

Se a quei baron parea la cosa nova, Quale è incontrata, a dir non è bisogno, Ché, avengaché Turpino a ciò me mova, Io stesso a racontarla mi vergogno. Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova, Se io faccio dadovero o pur insogno. - Così dicendo adosso a quel si caccia, E Orilo adosso a lui con la sua maccia.

E l'uno e l'altro a bon gioco lavora, Benché disavantagio ha quel pagano, Ché il gagliardo Aquilante in poco de ora L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano; Essendo destinato pur che ei mora, Abandona un gran colpo ad ambe mano Sopra le spalle, alla cima del petto, E il collo e il capo via tagliò di netto.

Ora ascoltati che stupendo caso: La persona incantata e maledetta, Colui, dico, che in sella era rimaso, Par che la mazza a lato se rimetta, E prende la sua testa per il naso, E nel suo loco quella se rassetta; Indi sua mazza ha presto in man ritolta, E torna alla battaglia un'altra volta.

La bianca dama cominciava a ridere, E disse ad Aquilante: - Bello amico, Lascia costui, ché non lo puoi conquidere, E credi a me che vero è quel ch'io dico: Se in mille parte l'avesti a dividere, E più minuto il tagli che il panìco, Non lo potrai veder del spirto privo: Spezato tutto, sempre sarà vivo. -

Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito Questo nel mondo o tal vergogna intesa, Che ogni mio assalto non abbi finito, Se ben me consumassi in fiama accesa; E benché a questo non veda partito, Sino alla morte seguirò la impresa. Fia de mia vita poi quel che a Dio piace, Ma con costui non vo' tregua ni pace. -

Così dicendo e turbato nel volto Voltò ad Orril, ed hallo in terra a porre; Ma quel ribaldo è già del campo tolto, E rifuggito dentro da la torre. Lo orrendo cocodrilo avea disciolto: Fuor della porta quella bestia corre, E dietro Orilo in sul cavallo armato: Ben par che il campo tremi in ogni lato.

Come vide Grifon quello animale, Qual vien correndo a quel fellone avante, Mossesi ratto, come avesse l'ale, Per dare aiuto al germano Aquilante. Altra battaglia non fu mai cotale Di tanto affanno e di fatiche tante Quanto se puote in zuffa sostenire; Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire.

Canto terzo

Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori Diversamente in terra coloriti, Tra fresche erbette e tra soavi odori De gli arboscelli a verde rivestiti, Cantando componea gli antichi onori De' cavallier sì prodi e tanto arditi, Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;

Quando mi venne a mente che il diletto Che l'om se prende solo, è mal compiuto. Però, baroni e dame, a tal cospetto Per dilettarvi alquanto io son venuto; E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto L'aspra battaglia de Grifone arguto E de Aquilante, il tanto apregïato, La qual lasciai nel canto che è passato.

Contai del cocodrilo in che maniera Da la torre de Orrilo a furia n'esce. A meraviglia grande è questa fiera, Che molto vive e sempre in vita cresce; Ora sta in terra ed or nella riviera, Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce; Fatto è come lacerta, over ramaro, Ma di grandezza già non sono al paro;

Ché questo è lungo trenta braccia, o piue, Il dosso ha giallo e maculoso e vario; La mascella di sopra egli apre in sue, Ed ogni altro animal fa pel contrario. Tutta una vacca se ingiottisce, o due, Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario, E denti ha spessi e lunghi de una spana: Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire, Come detto è di sopra, a tal tempesta, Mosse con gran possanza e molto ardire Verso di quello e la sua lancia arresta. Più bello incontro non se potria dire: Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa. Grossa era l'asta, e il ferro era pongente, Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.

Fiaccosse l'asta come una cannuza E poco fece il ferro alla percossa, Ché a quella bestia non passò la buza, Tanto era aspra e callosa e dura e grossa. Ora apizata è ben la scaramuza, E la fiera orgogliosa, ad ira mossa, Aperse la gran bocca; e senza fallo Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.

Se non che a tempo vi gionse Aquilante, Che avea già Orilo in due parte tagliato, E veggendo il germano a sé davante A tal periglio e quasi devorato, Mena un gran colpo del brando trinciante Sopra al mostaccio, che era rilevato. Fatato è il brando, ed esso avea gran forza, Ma a quella bestia non taccò la scorza.

Il cocodrilo ad Aquilante volta, Ma tanto spaventato è il suo destriero Che già non lo aspettò per quella volta, Né di aspettarlo gli facea mestiero, Ché in bocca non gli avria dato una volta, Ma travalciato in un boccone intiero: L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti Giù serian giti e non toccati e denti.

Ma, come io dico, il destriero è smarito, Fugge correndo e ponto non galoppa; Quello orrendo animal l'avea seguito, E quasi il tocca spesso ne la groppa. Essendogli vicino a men de un dito, Altro che fare ad Aquilante intoppa, Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna, Ma con la mazza alla battaglia torna.

Ora Grifone a terra era smontato, E salta al cocodrilo in su le rene, E sì pel dosso è via correndo andato, Che per la coppa al capo se ne viene. Saltava il cocodrilo infurïato, Ma Grifone attaccato a lui se tiene, Ché ad ambe man l'ha preso per il naso: Mai non fu visto il più stupendo caso.

Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante Ripresa insieme avean cruda battaglia, Quale era pur come l'altre davante. Non giovano al pagan piastre né maglia, Ché in pezzi vanno a terra tutte quante. Ecco il gionge alla spalla e quella taglia, Credendo darli a quella volta il spaccio; La spalla via tagliò con tutto il braccio.

Va il braccio dritto a terra col bastone: Non sta queto Aquilante, il sire arguto, Ché ben sapea di sua condizïone; Veggendol morto, non l'avria creduto. Da l'altro lato mena un roversone, E monca il manco braccio e tutto 'l scuto; Poi salta dell'arcione in molta fretta, Prende le braccia e quelle al fiume getta.

Nel fiume le scagliò da mezo miglio: Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare. Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio, E fami el peggio ormai che mi pôi fare. La mosca mal te cacciarai dal ciglio, E potrai peggio e gambari mondare, Malvaggio truffator, che con tuo incanto M'hai retenuto in tal travaglia tanto. -

Voltosse Orilo e parve una saetta, Tanto correndo va veloce e chiuso, E da la ripa nel fiume se getta: Col capo innanti se ne andò là giuso. Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta, Che il cocodrilo avea preso nel muso; Non bisognava che indugiasse un anno, Ché là stava il germano in grande affanno.

Come io vi dissi su poco davante, Grifon quello animale al naso ha preso, E sopra al capo vi tenea le piante, Facendo a forza il muso star disteso; E così stando, vi gionse Aquilante, Qual prestamente fu de arcion disceso, E prese la sua lancia, che era in terra, Ché non l'aveva oprata in questa guerra.

Con quella in mano allo animal s'accosta, Ponendo a tal ferire ogni possanza, E tra la aperta bocca il colpo aposta, E dentro tutta vi cacciò la lanza. Via per il petto e per la prima costa Fece apparir la ponta per la panza, Però che sotto al corpo e ne le aselle Il cocodrilo ha tenera la pelle.

Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque, Perché già più non lo potea tenire; Mai lieto fu cotanto poi che nacque. Ora comincia Orilo ad apparire, Che su venìa natando per quelle acque. Quando Aquilante lo vidde venire, - Può far - diceva - il celo e tutto il mondo Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? -

Lui l'uno e l'altro de' bracci menava E l'onda con le mano avanti apriva; Come una rana quel fiume notava, Tanto che gionse armato in su la riva. Grifon verso Aquilante ragionava: - Se questa bestia fosse ancora viva, Quale abbiam morta con affanno tanto, Di tale impresa non avremo il vanto. -

Disse Aquilante: - Io non so certo ancora Che onor ce seguirà questa aventura; Far non so io tal prova che mai mora Quella incantata e falsa creatura. Del giorno avanza poco più de un'ora: Che faren ne la notte a l'aria scura? A me par di vedere, e già il discerno: Quel ce trarà con seco nello inferno. -

Grifon diceva: - Adunque ora si vôle, Mentre che è il giorno, la spada menare, Prima che al monte sia nascoso il sole: Per me la notte non sapria che fare. - E quasi al mezo di queste parole Volta ad Orilo e vallo ad afrontare; Ciascun da dover tocca e non minaccia, L'un con la spada e l'altro con la maccia.

Molto vi era da far da ciascun lato, Ché quello a questo e questo a quel menava, Avenga che Grifone è bene armato, E di mazzate poco se curava. Durando la contesa in su quel prato, Un cavalliero armato vi arivava, Che avea preso in catena un gran gigante. Ma di tal cosa più non dico avante.

Ben poi ritornarò, come far soglio, E questa impresa chiara conterò, Ché, quando de una cosa è pieno il foglio, Convien dar loco a l'altra; ed imperò De Mandricardo racontar vi voglio, Qual con Gradasso in Franza menerò. Ma, prima che sian gionti, assai che fare Avranno entrambi e per terra e per mare.

Partiti da la fata del castello, Ove l'arme di Ettòr già star suoleano, Sorìa, Damasco e quel paese bello Senza travaglia già passato aveano. Sendo gionti sul mare ad uno ostello, Perché era tardi aloggiar vi voleano, Ma quello è aperto ed è disabitato, Né appar persona intorno in verun lato.

Guardando giuso al lito il re Gradasso, Verso una ripa a pietre dirocata, Ove la batte l'onde e il mare al basso Stava una dama ignuda e scapigliata, Che era legata con catene al sasso, Chiedendo morte la disconsolata. - Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta, Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -

E cavallier callarno incontinente Giuso nel fondo di quel gran petrone Per saper meglio l'aspro conveniente Di quella dama, e chi fosse cagione; Ma lei piangeva sì dirottamente, Ch'e sassi mossi avria a compassïone, Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate Tagliatime qua tutta con le spate.

E se il celo o fortuna vôl che io pèra, Per le man de omo almen possa perire, Né divorata sia da quella fiera, Ché peggio assai è il strazio che il morire. - Volean saper la cosa tutta intiera E duo baron, ma lei non potea dire, Sì forte in voce singiociva, e tanto Tra le parole gli abondava il pianto.

E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio Più che io non mostro, n'ho cagione assai. Se il tempo bastarà, dir la vi voglio: Odeti se una al mondo è in tanti guai. Dimora uno orco là sotto a quel scoglio: Non so se altro orco voi vedesti mai, Ma questo è sì terribile alla faccia, Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.

Apena apena che parlar vi posso, Ché il cor mi trema in petto di paura. Grande non è, ma per sei altri è grosso, Riccia ha la barba e gran capigliatura; In loco de occhi ha due cocole de osso, E bene a ciò providde la natura, Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo Avria disfatto in poco tempo il mondo.

Né vi è diffesa, a benché non gli veda, Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi. Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?) Stirpar le quercie a guisa de finocchi; E tre giganti che avea presi in preda, Percosse a terra qua come ranocchi; Le cosse dispiccò dal busto tosto, E pose il casso a lesso e il resto a rosto.

Però che sol se pasce a carne umana, E tien de sangue de omo a bere un vaso. Ma gite voi in parte più lontana, Che quel malvagio non vi senta a naso; A benché giace adesso nella tana, Che per dormir là dentro si è rimaso; Ma come se resvegli, incontinente Al naso sentirà che quivi è gente.

E come un bracco seguirà la traccia; Non valerà diffesa, né fuggire, Ché cento miglia vi darà la caccia, E converravi in tutto al fin perire. Onde vi prego che partir vi piaccia, E me lasciati misera morire, Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego Che a una dimanda non facciati nego;

E questa fia: se forse tra camino Avesti un giovinetto a riscontrare, Re di Damasco (e nome ha Norandino; Non so se mai lo odesti racordare), A lui contati il mio caso tapino (So ben che lo fareti lacrimare), Dicendo: "La tua dama te conforta, Che te amò viva ed ama ancora morta."

Ma ben guardàti, e non prendesti errore, De dir ch'io viva più tra tante pene, Però che lui mi porta tale amore, Che nol potrian tener mille catene; E la mia doglia poi saria maggiore, Veggendo perir meco ogni mio bene; E più mi doleria che la mia morte, Che se a lui fosser sol due dita torte.

Direti adunque come sotterrata M'avete istessi a canto alla marina; Ma lui dimandarà de la contrata Per trovar morta almen la sua Lucina. Direti che l'aveti smenticata Come se chiami, e il loco che confina; Poi confortati lui con tal parole Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. -

Così ragiona, e la faccia serena Piangendo bagna quella sventurata. Tenea Gradasso le lacrime apena, E già dal fianco avea tratta la spata Per rompere e tagliar quella catena, Con la qual quivi al sasso era legata; Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare! Morto serai, né me potrai campare.

Questa catena, misera! dolente! Per entro al sasso passa nella tana; Come toccata fosse, incontinente Scocca uno ordegno e suona una campana; E se quel maledetto se risente, Ogni speranza del fuggire è vana. Per piani e monti e ripe e lochi forti Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -

A Mandricardo molta voglia tocca De odir se la campana avea bon suono. La dama non avea chiusa la bocca, Che è scosso la catena in abandono. Ben vi so dir che dentro là si chiocca: Sembra nel sasso risuonare un tuono; E la donzella pallida e smarita - Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!

Sol de la tema tutta me distorco: Adesso qua serà quel maledetto. - Eccoti uscir de la spelonca lo orco, Che ha la gozaglia grande a mezo il petto; E denti ha for di bocca, come il porco, Né vi crediati che abbi il muso netto, Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio; Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.

Quanto una gamba ha grosso ciascun dito E negre l'ungie e piene di sozzura. Ora Gradasso già non è smarito Per tanto istrana ed orrida figura. Col brando in mano adosso a quello è gito, Ma l'orco del suo brando ha poca cura, Nel scudo il prende e via strappò del braccio, E quel stringendo franse come un giaccio.

Se così preso avesse nella testa, L'elmo avria rotto e trito come cenere, Serìa compita ad un tratto la festa. Come se schiazzan le nociole tenere, Come se fiacca un ziglio alla tempesta, O vero un fongo che al fango se genere, Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.

Ma lui non vede ove ponga la mano, Per questo a caso l'ha nel scudo preso; E dette un scosso sì crudo e villano, Che a terra il re Gradasso andò disteso. L'orco il prese a traverso a mano a mano, Alla spelonca lo portò di peso; Ben se dibatte invano e se dimena, Pur l'orco il lega e pone alla catena.

Come legato l'ebbe, incontinente Fuor de la tana di novo è venuto; E Mandricardo si stava dolente, Ché il suo caro compagno avia perduto. Non avea brando il cavallier valente, Però che aveva in sacramento avuto Mai non portare alla sua vita brando, Se non acquista quel del conte Orlando.

Chinosse e prese una gran pietra e grossa: Bene è cinquanta libre, vi prometto; E trasse quella di tutta sua possa, E gionse lo orco proprio a mezo il petto. Ma quel non teme ponto la percossa, Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto; Ove ebbe il colpo, con la man se tocca, E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.

E dietro al cavallier par che se metta, Come un seguso a l'orme de una fiera. Già Mandricardo ponto non lo aspetta, Ché avea persona destra, atta e legiera. Su corre al poggio, e sembra una saetta; Quindi, fermato a megio la costiera, Tra' un gran sasso tratto fuor del monte, E quel percosse dritto nella fronte.

Quel sasso in mille parte se spezzò, Ma fece poco male a quel perverso, E già per questo non lo abandonò, Ché non l'aveva mai di naso perso. Mandricardo ne va quanto più può, Cercando il monte a dritto ed a traverso, Tanto che gionse a quello in su la cima, E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.

Non sa più che si fare il cavalliero, Né a questa cosa sa prender partito; Per ogni balza e per ogni sentiero Questa malvagità l'avea seguito, Né far bisogna ponto di pensiero Aver con esso de diffesa un dito; Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti, Ma non ritrova cosa che lo aresti.

Torna correndo in giù, verso il vallone, A benché indietro se voltava spesso, Ed ecco avanti trova un gran burone: Da cima al fondo tutto il monte è fesso. Alor se tenne morto quel barone, E per spazzato al tutto se è già messo; Sopra alla balza a corso pieno è mosso, Di là de un salto andò con l'arme in dosso.

Ed era larga più de vinti braccia, Sì come altri estimar puote alla grossa; Ma quel brutto orco che seguia la traccia, Perch'era cieco non vidde la fossa, Onde per quella a piombo giù tramaccia. De intorno ben se odette la percossa, Ché, quando gionse in su le lastre al fondo, Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.

Non dette la percossa sopra al letto, Perché quella aspra ripa era molto alta, E ben tre coste se fiaccò nel petto, E quelle pietre del suo sangue smalta. Diceva Mandricardo con diletto: - Chi ponto stecca al segno mal si salta. Or là giù ti riman in tua malora! - Così dicendo più non se dimora.

E giù callando lieto e con gran festa, Al mar discese e venne alla spelonca. Qua vede un braccio, e là meza una testa, Colà vede una man co' denti monca. Per tutto intorno è piena la foresta Di qualche gamba o qualche spalla tronca E membri lacerati e pezzi strani, Come di bocca tolti a lupi e a cani.

Ciò riguardando varca di bon passo; E gionse a quella tana in su la intrata, Qual molto è grande dentro da quel sasso, E riccamente d'oro è lavorata. Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso, E la dama che al scoglio era legata, Tutti se revestirno a nove spoglie, Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.

Montarno, e ciascadun forte camina; Seco è la dama dal viso soprano: E via passando a canto alla marina Iscorsero una nave di lontano. Viddero in quella, quando se avicina, L'alta bandiera del re Tibïano: Qual era parte di questa donzella, Tolta da loro alla fortuna fella.

Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era Quel Tibïano ed altre terre assai, E va cercando per ogni rivera De la filiola, e non la trova mai; Onde di doglia in pianto se dispera, E mena la sua vita in tristi guai. Come la dama la bandiera vide, Per allegrezza a un tratto piange e ride.

Già meglio se comincia a discernire La nave e la sua gente tutta quanta; E la donzella non può sofferire, Ma con la veste a quella nave amanta; E, senza più tenirvi in lungo dire, Salirno al legno; e la zoia fo tanta Quanto a sì fatto caso esser credia, Trovando lei che morta esser tenìa.

E già le poppe voglion rivoltare, Tirando con le corde alte le antene. Eccoti lo orco che nel poggio appare, E verso il mare a corso se ne viene; Ben vi so dir che ogniom si dà che fare, Ché la più parte alor morta se tiene; Ciascun de' marinari era parone A tirar presto e volgere il temone.

Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla. La barba a sangue se gli vedea piovere, Un gran pezzo de monte ha in su la spalla, Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere; Legier lo porta lui come una galla, Né cento boi l'avrian potuto movere. Correndo vien la orrenda creatura: Già dentro al mare è sino alla cintura.

E tanto passa, che va come il buffolo, Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia; Movere odendo e remi al suon del zuffolo, Trasse là verso il monte con gran rabbia. Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo, Che saltar fece l'acqua in su la gabbia; Ma se più avanti un poco avesse agionto, Sfondava il legno e li omini ad un ponto.

Se e marinari alora ebber spavento, Non credo che bisogni racontare, Ché qual di loro avea più de ardimento Nascoso è alla carena e non appare. Ora levosse da levante il vento, L'onda risuona e grosso viene il mare; Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra: Più non se vede lo orco né la terra.

De l'orco, dico, ormai non han paura, Ma morte han più che prima in su la testa, Però che orribilmente il celo oscura, Il vento cresce ogniora e gran tempesta. Pioggia meschiata de grandine dura Giù versa con furore, e mai non resta: Ora fùlgore, or trono ed or saetta, Che l'una l'altra apena non aspetta.

Per tutto intorno bursano e delfini, Donando di fortuna il tristo annoncio; Non sta contento il mare a' suoi confini, Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio: Da far vi fia per grandi e piccolini. Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio, E nel presente canto io ve abandono, Ché ogni diletto a tramutare è bono.

Canto quarto

Segnor, se voi potesti ritrovare Un che non sappia quel che sia paura, O se volesti alcun modo pensare Per sbigottire una anima sicura, Quando è fortuna quel poneti in mare, E si non se spaventa o non se cura, Toglietelo per paccio, e non ardito, Perché ha con morte il termine de un dito.

Orribil cosa è certo il mar turbato, E meglio è odirlo dir che farne prova, Però creda ciascuno a chi gli è stato, E per provar di terra non si mova, Come io contava al canto che è passato, Di quella nave che entro al mar se trova, Sì combattuta da prora e da poppa, Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.

Mandricardo era in quella e il re Gradasso, Re Tibïano e sua figlia Lucina. Ora se rompe l'onda a gran fraccasso, E mostra un gregge tutta la marina: Un gregge bianco, che si pasca al basso, Ma sempre mugge e sembra una ruina; Stridon le corde e il legno se lamenta: Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.

Or questo vento ed or quell'altro salta, Non san che farsi e marinari apena; Tra' nivoli talor è la nave alta, E talor frega a terra la carrena. Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta Fu quando gionse un colpo ne la antena; Piegosse il legno e giù dette alla banda: Ciascun cridando a Dio si racomanda.

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