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Orlando innamorato

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Se pur hai voglia di mostrare ardire, E di provare un'altra novitate, Assai fia meglio con meco venire A fare una opra di molta pietate, Come altra fiata io t'ebbi ancora a dire; E tu mi promettesti in veritate Venir con meco, ed esser mio campione, Per trare Orlando e li altri di pregione. -

Stette Ranaldo un gran pezzo pensoso, E nulla alla donzella respondia, Perché entrare al giardin meraviglioso Sopra ogni cosa del mondo desia, E non è fatto il baron paüroso Del gran periglio che sentito avia; Ma la difficultà quanto è maggiore, Più li par grata e più degna d'onore.

Da l'altra parte, la promessa fede Alla donzella, che la ricordava, Forte lo strenge; e quella ora non vede Ch'el trovi Orlando, che cotanto amava. Oltra di questo, ben certo si crede Un'altra volta, come desïava, A quel giardino soletto venire, Ed entrar dentro, e conquistarlo, e uscire.

Sì che nel fin pur se pose a camino Con la donzella e con quei cavallieri. Sempre ne vanno, da sira al matino, Per piano e monte e per strani sentieri; E della selva già sono al confino, Dove suolea vedersi il bel verzieri Di Dragontina, sopra alla fiumana, Che ora è disfatto, e tutto è terra piana.

Come io vi dissi, il giardin fu disfatto, E il bel palagio, e il ponte, e la riviera, Quando fo Orlando con quelli altri tratto; Ma Fiordelisa a quel tempo non vi era, E però non sapea di questo fatto, E trovar Brandimarte ella se spera, E con lo aiuto del figliuol de Amone Trarlo con li altri fuor della pregione.

E cavalcando per la selva scura, Essendo mezo il giorno già passato, Viddon venir correndo alla pianura Sopra un cavallo uno omo tutt'armato, Che mostrava alla vista gran paura; Ed era il suo caval molto affannato, Forte battendo l'uno e l'altro fianco; Ma l'omo trema, ed è nel viso bianco.

Ciascadun di novelle il dimandava, Ma lui non respondeva alcuna cosa, E pure adietro spesso risguardava. Dopo, alla fine, in voce paürosa, Perché la lingua col cor li tremava, Disse: - Male aggia la voglia amorosa Del re Agricane, ché per quello amore Cotanta gente è morta a gran dolore!

Io fui, segnor, con molti altri attendato Intorno ad Albracà con Agricane; Fo Sacripante de il campo cacciato, Ed avemmo la terra nelle mane; Solo il girone ad alto fo servato. Ed ecco ritornare una dimane La dama, che la rocca diffendia, Con nove cavallieri in compagnia:

Tra i quali io vi conobbi il re Ballano E Brandimarte e Oberto da il Leone; Ma non cognosco un cavallier soprano, Che non ha di prodezza parangone. Tutti soletto ce cacciò del piano; Occise Radamanto e Saritrone Con altri cinque re, che in quella guerra Tutti in duo pezi fece andar per terra.

Io vidi (e ancor mi par ch'io l'aggia in faccia) Giongere a Pandragone in sul traverso; Tagliolli il petto e nette ambe le braccia. Da poi ch'io vidi quel colpo diverso, Dugento miglia son fuggito in caccia, E volentier me avria nel mar sumerso, Perché averlo alle spalle ognior mi pare. A Dio sïàti; io non voglio aspettare,

Ch'io non mi credo mai esser sicuro, Sin ch'io non sono a Roccabruna ascoso; Levarò il ponte, e starò sopra al muro. - Queste parole disse il paüroso, E fuggendo nel bosco folto e scuro Uscì de vista nel camino umbroso. La damisella e ciascun cavalliero Rimase del suo dire in gran pensiero.

E l'un con l'altro insieme ragionando Compreser che e baroni eran campati, E che quel cavalliero è il conte Orlando, Che facea colpi sì disterminati; Ma non sanno stimare o come o quando, E con qual modo e' siano liberati; Ma tutti insieme sono de un volere: Indi partirsi ed andarli a vedere.

Fuor del deserto, per la dritta strada, Sopra il mar del Bacù van tuttavia. Essendo gionti al gran fiume di Drada, Videro un cavallier, che in dosso avia Tutte arme a ponto, ed al fianco la spada: Una donzella il suo destrier tenìa; Però che alor montava in arcïone, Quella teniva il freno al suo ronzone.

Ai compagni se volse Fiordelisa Dicendo: - S'io non fallo al mio pensiero, E se io ramento ben questa divisa, Quel che vedeti, non è un cavalliero, Anci una dama, nomata Marfisa, Che in ogni parte, per ogni sentiero, Quanto la terra può cercarsi a tondo, Cosa più fera non si trova al mondo.

Unde a voi tutti so ben racordare Che non entrati di giostra al periglio: Spacciànci pur de adrieto ritornare. Credeti a me, che bene io vi consiglio: Se non ci ha visto, potremo campare, Ma se adosso vi pone il fiero artiglio, Morir conviensi con dolore amaro, Ché non si trova a sua possa riparo. -

Ride Ranaldo di quelle parole, E del consiglio la dama ringraccia, Ma veder quella prova al tutto vôle; Prende la lancia, il forte scudo imbraccia. Era salito a mezo il celo il sole, Quando quei duo fôr gionti a faccia a faccia, Ciascun tanto animoso e sì potente Che non stimava l'un l'altro nïente.

Marfisa riguardava il fio de Amone, Che li sembrava ardito cavalliero; Già tien per guadagnato il suo ronzone, Ma sudar prima li farà mestiero. Fermosse l'uno e l'altro in su lo arcione Per trovarse assettato al scontro fiero; E già ciascuno il suo destrier voltava, Quando un messaggio in su il fiume arivava.

Era quel messagiero vecchio antico, E seco avea da vinti omini armati. Gionto a Marfisa, disse: - Il tuo nemico Ce ha tutti al campo rotti e dissipati. Morto è Archiloro, e non vi valse un fico Il suo martello e i colpi smisurati; E fo Agricane che occise il gigante: Tutta la gente a lui fugge davante.

Re Galafrone a te se racomanda, Ed in te sola ha posta sua speranza, L'ultimo aiuto a te sola dimanda. Fa che il tuo ardire e la tua gran possanza In questo giorno per nome si spanda; E il re Agricane, che ha tanta arroganza Che crede contrastare a tutto il mondo, Sia per te preso, o morto, o messo al fondo. -

Disse Marfisa: - Un poco ivi rimane, Ch'io vengo al campo senza far dimora; Ora che questi tre mi sono in mane, Darotegli prigioni in poco de ora; Poi prenderaggio presto il re Agricane, Che bene aggia Macone e chi lo adora! Vivo lo prenderò, non dubitare, Ed alla rocca lo farò filare. -

E più non disse la persona altiera, Ma verso il cavallier se ebbe a voltare; E poi con voce minacciante e fiera Tutti tre insieme li ebbe a disfidare. Fo la battaglia sopra alla rivera Terribile e crudele a riguardare, Ché ciascun oltra modo era possente, Come odirete nel canto seguente.

Canto decimottavo

Nel canto qua di sopra aveti odito Quando Marfisa, quella dama acerba, Tre cavallier in su il prato fiorito Avea sfidati con voce superba. Prasildo era omo presto e molto ardito, Subitamente se mise per l'erba: Benché Ranaldo fosse il più onorato, Lui prima mosse, senza altro combiato.

Quello scontrar che fie' con la donzella Roppe sua lancia, e lei già non ha mossa; Ma lui de netto uscì fuor della sella, E cadde al prato con grave percossa. Alor parlava quella dama bella: - Su, presto, a li altri! che partir me possa. Vedete qua il messaggio che me affretta, Ché il re Agricane a battaglia me aspetta. -

Iroldo, come vide il compagnone Al crudo scontro in su la terra andare, E tra li armati menarlo pregione, Corse alla giostra senza dimorare; E così cadde anco esso dello arcione. Ora nel terzo più serà che fare; Se vi piace, segnor, state ad odire La fiera mossa e l'aspero colpire.

Una grossa asta portava Marfisa De osso e de nerbo, troppo smisurata; Nel scudo azuro aveva per divisa Una corona in tre parte spezzata; La cotta d'arme pure a quella guisa, E la coperta tutta lavorata; E per cimer ne l'elmo, al sommo loco, Un drago verde, che gettava foco.

Era il foco ordinato in tal maniera Che ardeva con romore e con gran vento; Quando essa entrava alla battaglia fiera, Più gran furor menava e più spavento; Ogni malia che ha in dosso e ogni lamiera Tutti eran fatti per incantamento; Da capo a piedi per questa armatura Era diffesa la dama e sicura.

Fu il suo ronzone il più dismisurato Che giamai producesse la natura: Era tutto rosigno e saginato, Con testa e coda ed ogni gamba scura; Benché non fosse per arte affatato, Fu di gran possa e fiero oltra a misura. Sopra di questo la forte regina Con impeto se mosse e gran roina.

Da l'altra parte il franco fio de Amone Con una lancia a meraviglia grossa Vien furïoso, quel cor di leone, E proprio nella vista l'ha percossa; Ma, come avesse gionto a un torrïone, Non ha piegata Marfisa, né mossa. A tronchi ne andò l'asta con romore, Né restò pezzo de un palmo maggiore.

Gionse Ranaldo la dama diversa In fronte a l'elmo, con molta tempesta; Sopra alle groppe adietro lo riversa, Tutta ne l'elmo gli intona la testa. Ora ha Marfisa pur sua lancia persa, Perché se fraccassò sino alla resta; In cento e sei battaglie era lei stata Con quella lancia, e sempre era durata.

Ora se roppe al scontro furïoso: Ben se ne meraviglia la donzella, Ma più la ponge il crucio disdegnoso, Perché Ranaldo ancora è in su la sella. Chiama iniquo Macone e doloroso, Cornuto e becco Trivigante appella: - Ribaldi, - a lor dicea - per qual cagione Tenete il cavalliero in su lo arcione?

Venga un di voi, e lasciasi vedere, E pigli a suo piacer questa diffesa, Ch'io farò sua persona rimanere Qua giù riversa e nel prato distesa. Voi non voliti mia forza temere, Perché là su non posso esser ascesa; Ma, se io prendo il camino, io ve ne aviso, Tutti vi occido, ed ardo il paradiso. -

Mentre che la orgogliosa sì minaccia, E vuol disfare il celo e il suo Macone, Ranaldo ad essa rivolta la faccia, Che era stato buon pezzo in stordigione, E de gire a trovarla se procaccia; Ma lei, che non stimava quel barone, Quando contra di sé tornare il vide, Altieramente disdignando ride.

- Ora ché non fuggivi, sciagurato, Mentre che ad altro il mio pensiero attese? Forse hai diletto indi esser pigliato, Perché altrimente non trovi le spese? Ma, per mia fede! sei male incapato, Ed al presente te dico palese, Come io te avrò tutt'arme dispogliate, Via cacciarotte a suon di bastonate. -

Cotal parole usava quella altera; Il pro' Ranaldo risponde nïente. Esso zanzar non vôl con quella fera, Ma fa risposta col brando tagliente; E, come fu con seco alla frontera, Non pose indugia al suo ferir nïente, Ma sopra a l'elmo de Fusberta mena: Marfisa non sentì quel colpo apena.

Lei per quel colpo nïente se muta, Ma un tal ne dette al cavalliero ardito, Che batter li fie' il mento alla barbuta: Calla nel scudo, e tutto l'ha partito. Maglia, né piastra, né sbergo lo aiuta, Ma crudelmente al fianco lo ha ferito. Quando Ranaldo sente il sangue ch'esce, L'ira, l'orgoglio e l'animo gli cresce.

Mai non fo gionto a così fatto caso, Come or se trova, il sir de Montealbano. Getta via il scudo che li era rimaso, E furïoso mena ad ambe mano: Benché il partito vide aspro e malvaso, Non ha paura quel baron soprano; Ma con tal furia un colpo a due man serra, Che tutto il scudo li gettò per terra,

E sopra al braccio manco la percosse, Sì che li fece abandonar la briglia. Molto de ciò la dama se commosse, E prese del gran colpo meraviglia; Sopra alle staffe presto redricciosse Tutta nel viso per furor vermiglia, Ed un gran colpo a quel tempo menava, Quando Ranaldo l'altro radoppiava.

Perché ancora esso già non stava a bada, Anci li rispondeva di bon gioco; Ora se incontra l'una a l'altra spada, E quelle, gionte, se avamparno a foco. Tagliente è ben ciascuna, e par che rada, Ma fie' l'ultima prova questo loco; Fusberta come un legno l'altra afferra, Più de un gran palmo ne gettò per terra.

Quando Marfisa vide che troncata Era la ponta di sua spada fina, Che prima fu da lei tanto stimata, Rimena colpi de molta ruina Sopra Ranaldo, come disperata; Ma lui, che del scrimire ha la dottrina, Con l'occhio aperto al suo ferire attende, E ben se guarda e da lei se diffende.

Menò Marfisa un colpo con tempesta, Credendo averlo còlto alla scoperta; Se lo giongeva la botta rubesta, Era sua vita nel tutto deserta. Lui, che ha la vista a meraviglia presta, Da basso se ricolse con Fusberta, E gionse il colpo nella destra mano, Sì che cader li fece il brando al piano.

Quando essa vide la sua spada in terra, Non fu ruina al mondo mai cotale; Il suo destrier con ambi sproni afferra, Urta Ranaldo a furia di cingiale, E col viso avampato un pugno serra: Dal lato manco il gionse nel guanziale, E lo percosse con tanta possanza, Che assai minor fu il scontro de la lanza.

Io di tal botta assai me maraviglio, Ma come io dico, lo scrive Turpino; Fuor delle orecchie uscia il sangue vermiglio, Per naso e bocca a quel baron tapino. Campar lo fece dal mortal periglio Lo elmo afatato che fo de Mambrino; Ché se un altro elmo in testa se trovava, Longe dal busto il capo li gettava.

Perse ogni sentimento il cavalliero, Benché restasse fermo in su la sella. Or lo portò correndo il suo destriero, Né mai gionger lo puote la donzella, Ché quel ne andava via tanto legiero, Che per li fiori e per l'erba novella Nulla ne rompe il delicato pede; Non che si senta, ma apena si vede.

Marfisa de stupore alciò le ciglia, Quando vide il destrier sì presto gire; Ritorna adrieto e il suo brando repiglia, E poi di novo se il pose a seguire; Ma già longe è Ranaldo a meraviglia, E come prima venne a resentire, Verso Marfisa volta con gran fretta, Voluntaroso a far la sua vendetta.

E' se sentia di sangue pien la faccia, Ed a se stesso se lo improperava, Dicendo: "Ove vorrai che mai se saccia La tua codarda prova, anima prava? Ecco una feminella che te caccia! Or che direbbe il gran conte di Brava, Se me vedesse qua nel campo stare Contro una dama e non poter durare?"

Così dicendo il principe animoso Stringe Fusberta, il suo tagliente brando, E vien contra a Marfisa forïoso. Ora voglio tornar al conte Orlando, Qual, come io dissi, sì come amoroso De Angelica, se mosse al suo comando Per dare al prodo Galafrone aiuto, Che alla battaglia avea il campo perduto.

Chi lo vedesse entrare alla baruffa, Ben lo iudicarebbe quel che egli era; Lui questo abatte e quell'altro ribuffa, Atterra ogni pennone, ogni bandiera. Or se incomincia la terribil zuffa; Fuggia degl'Indïan rotta la schiera, E va per la campagna in abandono: Sempre alle spalle i Tartari li sono.

Rotta e sconfitta la brutta canaglia A tutta briglia fuggendo ne andava; E Galafrone per quella prataglia Via più che li altri e sproni adoperava. Ora cangiosse tutta la battaglia, E fugge ciascadun che mo cacciava, Ché Orlando è gionto, e seco in compagnia Il re Adrïano, fior de vigoria,

E Brandimarte e il forte Chiarïone, Ciascun di guerra più voluntaroso, E seco in frotta Oberto da il Leone. Ferno assalto crudel e furïoso, E de' nemici tanta occisïone, Che tornò il verde prato sanguinoso: Già prima Poliferno e poscia Uldano Da Brandimarte fur gettati al piano.

Orlando ed Agricane un'altra fiata Ripreso insiem avean crudel battaglia; La più terribil mai non fo mirata: L'arme l'un l'altro a pezo a pezo taglia. Vede Agrican sua gente sbaratata, Né li pô dare aiuto che li vaglia, Però che Orlando tanto stretto il tene, Che star con seco a fronte li conviene.

Nel suo secreto fie' questo pensiero: Trar fuor di schiera quel conte gagliardo, E poi che occiso l'abbia in su il sentiero Tornar alla battaglia senza tardo; Però che a lui par facile e legiero Cacciar soletto quel popol codardo; Ché tutti insieme, e il suo re Galafrone, Non li stimava quanto un vil bottone.

Con tal proposto se pone a fuggire, Forte correndo sopra alla pianura; Il conte nulla pensa a quel fallire, Anci crede che il faccia per paura; Senza altro dubbio se il pone a seguire. E già son gionti ad una selva oscura; Aponto in mezo a quella selva piana Era un bel prato intorno a una fontana.

Fermosse ivi Agricane a quella fonte, E smontò dello arcion per riposare, Ma non se tolse l'elmo della fronte, Né piastra o scudo se volse levare; E poco dimorò che gionse il conte, E come il vide alla fonte aspettare, Dissegli: - Cavallier, tu sei fuggito, E sì forte mostravi e tanto ardito!

Come tanta vergogna pôi soffrire A dar le spalle ad un sol cavalliero? Forse credesti la morte fuggire: Or vedi che fallito hai il pensiero. Chi morir può onorato, die' morire; Ché spesse volte aviene e de legiero Che, per durare in questa vita trista, Morte e vergogna ad un tratto s'acquista. -

Agrican prima rimontò in arcione, Poi con voce suave rispondia: - Tu sei per certo il più franco barone Ch'io mai trovassi nella vita mia; E però del tuo scampo fia cagione La tua prodezza e quella cortesia Che oggi sì grande al campo usato m'hai, Quando soccorso a mia gente donai.

Però te voglio la vita lasciare, Ma non tornasti più per darmi inciampo! Questo la fuga mi fe' simulare, Né vi ebbi altro partito a darti scampo. Se pur te piace meco battagliare, Morto ne rimarrai su questo campo; Ma siami testimonio il celo e il sole Che darti morte me dispiace e duole. -

Il conte li rispose molto umano, Perché avea preso già de lui pietate: - Quanto sei - disse - più franco e soprano, Più di te me rincresce in veritate, Che serai morto, e non sei cristïano, Ed andarai tra l'anime dannate; Ma se vôi il corpo e l'anima salvare, Piglia battesmo, e lasciarotte andare. -

Disse Agricane, e riguardollo in viso: - Se tu sei cristïano, Orlando sei. Chi me facesse re del paradiso, Con tal ventura non lo cangiarei; Ma sino or te ricordo e dòtti aviso Che non me parli de' fatti de' Dei, Perché potresti predicare in vano: Diffenda il suo ciascun col brando in mano. -

Né più parole: ma trasse Tranchera, E verso Orlando con ardir se affronta. Or se comincia la battaglia fiera, Con aspri colpi di taglio e di ponta; Ciascuno è di prodezza una lumera, E sterno insieme, come il libro conta, Da mezo giorno insino a notte scura, Sempre più franchi alla battaglia dura.

Ma poi che il sole avea passato il monte, E cominciosse a fare il cel stellato, Prima verso il re parlava il conte: - Che farem, - disse - che il giorno ne è andato? - Disse Agricane con parole pronte: - Ambo se poseremo in questo prato; E domatina, come il giorno pare, Ritornaremo insieme a battagliare. -

Così de acordo il partito se prese. Lega il destrier ciascun come li piace, Poi sopra a l'erba verde se distese; Come fosse tra loro antica pace, L'uno a l'altro vicino era e palese. Orlando presso al fonte isteso giace, Ed Agricane al bosco più vicino Stassi colcato, a l'ombra de un gran pino.

E ragionando insieme tuttavia Di cose degne e condecente a loro, Guardava il conte il celo e poi dicia: - Questo che or vediamo, è un bel lavoro, Che fece la divina monarchia; E la luna de argento, e stelle d'oro, E la luce del giorno, e il sol lucente, Dio tutto ha fatto per la umana gente. -

Disse Agricane: - Io comprendo per certo Che tu vôi de la fede ragionare; Io de nulla scïenzia sono esperto, Né mai, sendo fanciul, volsi imparare, E roppi il capo al mastro mio per merto; Poi non si puotè un altro ritrovare Che mi mostrasse libro né scrittura, Tanto ciascun avea di me paura.

E così spesi la mia fanciulezza In caccie, in giochi de arme e in cavalcare; Né mi par che convenga a gentilezza Star tutto il giorno ne' libri a pensare; Ma la forza del corpo e la destrezza Conviense al cavalliero esercitare. Dottrina al prete ed al dottore sta bene: Io tanto saccio quanto mi conviene. -

Rispose Orlando: - Io tiro teco a un segno, Che l'arme son de l'omo il primo onore; Ma non già che il saper faccia men degno, Anci lo adorna come un prato il fiore; Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno, Chi non pensa allo eterno Creatore; Né ben se può pensar senza dottrina La summa maiestate alta e divina. -

Disse Agricane: - Egli è gran scortesia A voler contrastar con avantaggio. Io te ho scoperto la natura mia, E te cognosco che sei dotto e saggio. Se più parlassi, io non risponderia; Piacendoti dormir, dòrmite ad aggio, E se meco parlare hai pur diletto, De arme, o de amore a ragionar t'aspetto.

Ora te prego che a quel ch'io dimando Rispondi il vero, a fè de omo pregiato: Se tu sei veramente quello Orlando Che vien tanto nel mondo nominato; E perché qua sei gionto, e come, e quando, E se mai fosti ancora inamorato; Perché ogni cavallier che è senza amore, Se in vista è vivo, vivo è senza core. -

Rispose il conte: - Quello Orlando sono Che occise Almonte e il suo fratel Troiano; Amor m'ha posto tutto in abandono, E venir fammi in questo loco strano. E perché teco più largo ragiono, Voglio che sappi che 'l mio core è in mano De la figliola del re Galafrone Che ad Albraca dimora nel girone.

Tu fai col patre guerra a gran furore Per prender suo paese e sua castella, Ed io qua son condotto per amore E per piacere a quella damisella. Molte fiate son stato per onore E per la fede mia sopra alla sella; Or sol per acquistar la bella dama Faccio battaglia, ed altro non ho brama. -

Quando Agricane ha nel parlare accolto Che questo è Orlando, ed Angelica amava, Fuor di misura se turbò nel volto, Ma per la notte non lo dimostrava; Piangeva sospirando come un stolto, L'anima, il petto e il spirto li avampava; E tanta zelosia gli batte il core, Che non è vivo, e di doglia non muore.

Poi disse a Orlando: - Tu debbi pensare Che, come il giorno serà dimostrato, Debbiamo insieme la battaglia fare, E l'uno o l'altro rimarrà sul prato. Or de una cosa te voglio pregare, Che, prima che veniamo a cotal piato, Quella donzella che il tuo cor disia, Tu la abandoni, e lascila per mia.

Io non puotria patire, essendo vivo, Che altri con meco amasse il viso adorno; O l'uno o l'altro al tutto serà privo Del spirto e della dama al novo giorno. Altri mai non saprà, che questo rivo E questo bosco che è quivi d'intorno, Che l'abbi riffiutata in cotal loco E in cotal tempo, che serà sì poco. -

Diceva Orlando al re: - Le mie promesse Tutte ho servate, quante mai ne fei; Ma se quel che or me chiedi io promettesse, E se io il giurassi, io non lo attenderei; Così potria spiccar mie membra istesse, E levarmi di fronte gli occhi miei, E viver senza spirto e senza core, Come lasciar de Angelica lo amore. -

Il re Agrican, che ardea oltra misura, Non puote tal risposta comportare; Benché sia al mezo della notte scura, Prese Baiardo, e su vi ebbe a montare; Ed orgoglioso, con vista sicura, Iscrida al conte ed ebbelo a sfidare, Dicendo: - Cavallier, la dama gaglia Lasciar convienti, o far meco battaglia. -

Era già il conte in su l'arcion salito, Perché, come se mosse il re possente, Temendo dal pagano esser tradito, Saltò sopra al destrier subitamente; Unde rispose con l'animo ardito: - Lasciar colei non posso per nïente, E, se io potessi ancora, io non vorria; Avertila convien per altra via. -

Sì come il mar tempesta a gran fortuna, Cominciarno lo assalto i cavallieri; Nel verde prato, per la notte bruna, Con sproni urtarno adosso e buon destrieri; E se scorgiano a lume della luna Dandosi colpi dispietati e fieri, Ch'era ciascun di lor forte ed ardito. Ma più non dico: il canto è qui finito.

Canto decimonono

Segnori e cavallieri inamorati, Cortese damiselle e grazïose, Venitene davanti ed ascoltati L'alte venture e le guerre amorose Che fer' li antiqui cavallier pregiati, E fôrno al mondo degne e glorïose; Ma sopra tutti Orlando ed Agricane Fier' opre, per amore, alte e soprane.

Sì come io dissi nel canto di sopra, Con fiero assalto dispietato e duro Per una dama ciascadun se adopra; E benché sia la notte e il celo oscuro, Già non vi fa mestier che alcun si scopra, Ma conviensi guardare e star sicuro, E ben diffeso di sopra e de intorno, Come il sol fosse in celo al mezo giorno.

Agrican combattea con più furore, Il conte con più senno si servava; Già contrastato avean più de cinque ore, E l'alba in orïente se schiarava: Or se incomincia la zuffa maggiore. Il superbo Agrican se disperava Che tanto contra esso Orlando dura, E mena un colpo fiero oltra a misura.

Giunse a traverso il colpo disperato, E il scudo come un latte al mezzo taglia; Piagar non puote Orlando, che è affatato, Ma fraccassa ad un ponto e piastre e maglia. Non puotea il franco conte avere il fiato, Benché Tranchera sua carne non taglia; Fu con tanta ruina la percossa, Che avea fiaccati i nervi e peste l'ossa.

Ma non fo già per questo sbigotito, Anci colpisce con maggior fierezza. Gionse nel scudo, e tutto l'ha partito, Ogni piastra del sbergo e maglia spezza, E nel sinistro fianco l'ha ferito; E fo quel colpo di cotanta asprezza, Che il scudo mezo al prato andò di netto, E ben tre coste li tagliò nel petto.

Come rugge il leon per la foresta, Allor che l'ha ferito il cacciatore, Così il fiero Agrican con più tempesta Rimena un colpo di troppo furore. Gionse ne l'elmo, al mezo della testa; Non ebbe il conte mai botta maggiore, E tanto uscito è fuor di cognoscenza Che non sa se egli ha il capo, o se egli è senza.

Non vedea lume per gli occhi nïente, E l'una e l'altra orecchia tintinava; Sì spaventato è il suo destrier corrente, Che intorno al prato fuggendo il portava; E serebbe caduto veramente, Se in quella stordigion ponto durava; Ma, sendo nel cader, per tal cagione Tornolli il spirto, e tennese allo arcione.

E venne di se stesso vergognoso, Poi che cotanto se vede avanzato. "Come andarai - diceva doloroso - Ad Angelica mai vituperato? Non te ricordi quel viso amoroso, Che a far questa battaglia t'ha mandato? Ma chi è richiesto, e indugia il suo servire, Servendo poi, fa il guidardon perire.

Presso a duo giorni ho già fatto dimora Per il conquisto de un sol cavalliero, E seco a fronte me ritrovo ancora, Né gli ho vantaggio più che il dì primiero. Ma se più indugio la battaglia un'ora, L'arme abandono ed entro al monastero: Frate mi faccio, e chiamomi dannato, Se mai più brando mi fia visto al lato."

Il fin del suo parlar già non è inteso, Ché batte e denti e le parole incocca; Foco rasembra di furore acceso Il fiato che esce fuor di naso e bocca. Verso Agricane se ne va disteso, Con Durindana ad ambe mano il tocca Sopra alla spalla destra de riverso; Tutto la taglia quel colpo diverso.

Il crudel brando nel petto dichina, E rompe il sbergo e taglia il pancirone; Benché sia grosso e de una maglia fina, Tutto lo fende in fin sotto il gallone: Non fo veduta mai tanta roina. Scende la spada e gionse nello arcione: De osso era questo ed intorno ferrato, Ma Durindana lo mandò su il prato.

Da il destro lato a l'anguinaglia stanca Era tagliato il re cotanto forte; Perse la vista ed ha la faccia bianca, Come colui ch'è già gionto alla morte; E benché il spirto e l'anima li manca, Chiamava Orlando, e con parole scorte Sospirando diceva in bassa voce: - Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.

Batteggiame, barone, alla fontana Prima ch'io perda in tutto la favella; E se mia vita è stata iniqua e strana, Non sia la morte almen de Dio ribella. Lui, che venne a salvar la gente umana, L'anima mia ricoglia tapinella! Ben me confesso che molto peccai, Ma sua misericordia è grande assai. -

Piangea quel re, che fo cotanto fiero, E tenìa il viso al cel sempre voltato; Poi ad Orlando disse: - Cavalliero, In questo giorno de oggi hai guadagnato, Al mio parere, il più franco destriero Che mai fosse nel mondo cavalcato; Questo fo tolto ad un forte barone, Che del mio campo dimora pregione.

Io non me posso ormai più sostenire: Levame tu de arcion, baron accorto. Deh non lasciar questa anima perire! Batteggiami oramai, ché già son morto. Se tu me lasci a tal guisa morire, Ancor n'avrai gran pena e disconforto. - Questo diceva e molte altre parole: Oh quanto al conte ne rincresce e dole!

Egli avea pien de lacrime la faccia, E fo smontato in su la terra piana; Ricolse il re ferito nelle braccia, E sopra al marmo il pose alla fontana; E de pianger con seco non si saccia, Chiedendoli perdon con voce umana. Poi battizollo a l'acqua della fonte, Pregando Dio per lui con le man gionte.

Poco poi stette che l'ebbe trovato Freddo nel viso e tutta la persona, Onde se avide che egli era passato. Sopra al marmo alla fonte lo abandona, Così come era tutto quanto armato, Col brando in mano e con la sua corona; E poi verso il destrier fece riguardo, E pargli di veder che sia Baiardo.

Ma creder non può mai per cosa certa Che qua sia capitato quel ronzone; Ed anco nascondeva la coperta, Che tutto lo guarnia sino al talone. "Io vo' saper la cosa in tutto aperta, - Disse a se stesso il figliol di Milone - Se questo è pur Baiardo, o se il somiglia; Ma se egli è desso, io n'ho gran meraviglia."

Per saper tutto il fatto il conte è caldo, E verso del caval se pone a gire; Ma lui, che Orlando cognobbe di saldo, Gli viene incontra e comincia a nitrire. - Deh dimme, bon destriero, ove è Ranaldo? Ove ene il tuo signor? Non mi mentire! - Così diceva Orlando, ma il ronzone Non puotea dar risposta al suo sermone.

Non avea quel destrier parlare umano, Benché fosse per arte fabricato. Sopra vi monta il senator romano, Che già l'avea più fiate cavalcato. Poi che ebbe preso Brigliadoro a mano, Subitamente uscì fuora del prato, Ed entrò dentro de la selva folta; Ma così andando un gran romore ascolta.

Senza dimora atacca Brigliadoro A un tronco de una quercia ivi vicina. Ma voglio che sappiate che coloro Che entro a quel bosco fan tanta roina, Son tre giganti; ed han molto tesoro, E sopra de un gambelo una fantina Tolta per forza a l'Isole Lontane: Un cavallier con loro era alle mane.

Quel cavalliero è di soperchia lena, E per scoder la dama se travaglia. Un de' giganti la donzella mena, E li altri duo con esso fan battaglia. Poi vi dirò la cosa integra e piena, Ma di saperla adesso non ve incaglia; Presto ritornarò dove io ve lasso: Or vo' contar del campo il gran fraccasso.

Del campo, dico, che, come io contai, Andava a schiere in mille pezzi sparte; Più scura cosa non se vidde mai: Occisa è la gran gente in ogni parte, Con più roina ch'io non conto assai. Il re Adrïan li segue e Brandimarte; Risuona il celo e del fiume la foce Di cridi, de lamenti e de alte voce.

La gente de Agrican, senza governo, Poi che perduto è il suo forte segnore, Che mai nol vederanno in sempiterno, Fugge dal campo rotta con romore. Tutti son morti e callano allo inferno; Il vecchio Galafron, pien de furore, Di quella gente già non ha pietade, Anci li pone al taglio delle spade.

Non vôl che campi alcun di quella gente; Tutti li occide il superbo vecchione. E già son gionti ove primeramente Stava il re Agricane; il paviglione Gettato fo per terra incontinente, Dove trovarno Astolfo, che è prigione, E il re Ballano, pien de vigoria; Con seco è Antifor de Albarossia.

Tutti tre insieme, come eran legati, Fôrno condutti ad Angelica avanti; Ma la donzella li ha molto onorati, Ché ben li cognosceva tutti quanti. E poi che fôr disciolti e scatenati, Con bel parlare e con dolci sembianti, Mostrandoli carezze e bella faccia, Di ciò che han per lei fatto li ringraccia.

Diceva Astolfo: - Star quivi non posso, Ch'io me vo' vendicar con ardimento De quella gente, che mi venne addosso E mi gettarno in terra a tradimento. Io non serìa per tutto il mondo mosso, E più de un millïon n'avrebbi spento, Ma fui tradito da il falso Agricane: Oggi l'occiderò con le mie mane.

Fa che aggia l'arme e prestami un destriero, Ché incontinente giù voglio callare; E ben ti giuro che al colpo primiero Quindeci pezzi de uno uomo vo' fare. Prenderò vivo l'altro cavalliero, Intorno al capo me il voglio aggirare, Poi verso il cel tanto alto il lascio gire, Che penarà tre giorni a giù venire. -

Ballano ed Antifor, che eran presenti Quando in tal modo Astolfo braveggiava, Nol cognoscendo per fama altrimenti Ciascun fuor de intelletto il iudicava. Ambi eran poderosi, ambi valenti, E perciò ciascun l'arme adimandava. Nel castello era molta guarnigione; Presto se armorno e montarno in arcione.

Astolfo prima gionse alla pianura, Sempre suonando con tempesta il corno; Ben mostra cavallier senza paura, Sì zoioso veniva e tanto adorno. Ora ascoltati che bella ventura Li mandò avanti Dio del cel quel giorno, Ché proprio nella strata se incontrava In un che l'arme e sua lancia portava.

Quelle arme che valeano un gran tesoro Un Tartaro le tiene in sua balìa, E il suo bel scudo, e quella lancia d'oro Che primamente fu dello Argalia. Il duca Astolfo, senza altro dimoro, Per terra a gran furor quello abattia, Fuor delle spalle sei palmi passato; Smontò alla terra ed ebbel disarmato.

Esso fu armato ed ha sua lancia presa, E fatta prova grande oltra misura, Benché e nemici non faccian diffesa, Ché de aspettarlo alcun non se assicura. Tutti ne vanno in rotta alla distesa Quella gente del campo con paura; Ma presso al fiume è guerra de altra guisa Tra il pro' Ranaldo e la forte Marfisa.

Già combattuto avian tutto quel giorno, Né l'un, né l'altro n'ha ponto avanzato. Non ha Ranaldo pezzo de arme intorno, Che non sia rotto e in più parte fiaccato. Mor di vergogna e pargli aver gran scorno, E sé del tutto tien vituperato, Poi che una dama lo conduce a danza, E più li perde assai che non avanza.

Da l'altra parte è Marfisa turbata Assai più de Ranaldo nella vista, E non vorrebbe al mondo esser mai nata, Poi che in tant'ore il baron non acquista. Spezzato ha il scudo e la spata troncata, Tutta ha dolente la persona e pista, Benché le membre non abbia tagliate; Non gettan sangue per l'arme affatate.

Mentre che l'uno e l'altro combattia, Né tra lor se cognosce alcun vantaggio, La dolorosa gente che fuggia, Gionge sopra di loro in quel rivaggio. Re Galafron, che sempre li seguia Con animo adirato e cor malvaggio, Fermosse riguardando il crudo fatto: Marfisa ben cognobbe al primo tratto.

Ma non cognosce il sir de Montealbano, Che seco combattea con arroganza; Iudica ben che egli è un omo soprano, Di summo ardire e di molta possanza. Guardando iscorse il destrier Rabicano, Che fu del suo figliolo occiso in Franza; Feraguto lo occise con gran pena, Come sapeti, alla selva de Ardena.

Il vecchio patre assai si lamentava, Come ebbe Rabicano il destrier scorto. Per nome l'Argalia forte chiamava: - O stella de virtute, o ziglio de orto, Che più che la mia vita assai te amava: È questo il traditor che ti m'ha morto? Questo è ben quel malvaggio, a naso il sento, Che ti tolse la vita a tradimento.

Ma sia squartata e sia pasto di cane La mia persona, e sia polver di saldo, Se de tua morte per le terre istrane Vantando se andarà questo ribaldo! - Così dicendo col brando a due mane Va furïoso adosso di Ranaldo, E lo ferisce con tanta ruina, Che sopra al collo a quel destrier l'inchina.

Quando Marfisa vede quel vecchione Che sua battaglia viene a disturbare, Forte se adira, e pargli che a ragione Se debba de tal onta vendicare; Vanne turbata verso a Galafrone. Or Brandimarte quivi ebbe arivare, E con esso Antifor de Albarossia; Nïun di lor la dama cognoscia.

Stimâr che quella fosse un cavalliero Del campo de Agrican, senza contesa, E veggendo lo assalto tanto fiero, Del vecchio re se posero in diffesa, Ché già l'avea battuto de il destriero Quella superba di furore accesa; E se sua spada se trovava ponta, Morto era Galafrone a prima gionta.

Morto era Galafron, come io vi naro, Che già fuor de lo arcione era caduto; Ma Brandimarte vi pose riparo Ed Antifor, che gionse a darli aiuto, Benché costasse a l'uno e a l'altro caro. Gionse Antifor in prima, e fo abattuto; Marfisa d'un tal colpo l'ha ferito, Che il fece andare a terra tramortito.

Assai fu più che far con Brandimarte, Ché non era tra lor gran differenza; Ben meglio ha il cavallier di guerra l'arte, Ma questa dama ha grande soa potenza. Ranaldo alora se trava da parte, Pensando che la eterna Providenza Voglia che l'uno e l'altro insieme mora, Ché son pagani e di sua legge fuora.

E la battaglia fiera riguardava, E chi meglio de il brando se martella; E l'uno e l'altro prodo iudicava, Ma più forte stimava la donzella. Ecco Antifor de terra se levava E saliva ben presto in su la sella, E seco è Galafron col brando in mano: Verso Marfisa ratti se ne vano.

Ecco venire Oberto da il Leone E il forte re Ballan, che alora è gionto, E il re Adrïano e il franco Chiarïone, Che tutti quanti arivano ad un ponto: Ciascadun segue lo re Galafrone. Tre re, tre cavallier, come io vi conto, Ne vanno adosso alla dama pregiata, Che già con Brandimarte era attaccata.

Essa, come un cingial tra can mastini, Che intorno se ragira furïoso, E nel fronte superbo adriccia e crini, E fa la schiuma al dente sanguinoso; Sembrano un foco gli occhi piccolini, Alcia le sete e senza alcun riposo La fiera testa fulminando mena; Chi più se gli avicina, ha magior pena:

Non altramente quella dama altiera De dritti e de riversi oltra misura Facea battaglia sì crudele e fiera, Che a più de un par de lor pose paura. Già più de trenta sono in una schiera, Lei contra a tutti combattendo dura; Crescono ogniora e già son più de cento: Contra a questi altri va con ardimento.

Al pro' Ranaldo, che stava a guardare, Par che la dama riceva gran torto, Ed a lei disse: - Io te voglio aiutare, Se ben dovessi teco esserne morto. - Quando Marfisa lo sente arivare, Ne prese alta baldanza e gran conforto, Ed a lui disse: - Cavallier iocondo, Poi che sei meco, più non stimo il mondo. -

Così dicendo la crudel donzella Dà tra coloro e tocca il franco Oberto, E tutto l'elmo in capo li flagella; Gionse nel scudo, e in tal modo l'ha aperto, Che da due bande il fe' cader di sella. Non valse al re Ballano essere esperto: Marfisa con la man l'elmo gli afferra, Leval di arcione e tral contra alla terra.

Fie' maggior prova ancora il fio de Amone, Ma non se ponno in tal modo contare, Ché con lui se afrontarno altre persone, Che Turpin non le seppe nominare. Cinque ne fese insin sopra al gallone, Ed a sette la testa ebbe a tagliare; Dodeci colpi fe' fuor di misura, Onde ciascun di lui prese paura.

Ma crescìa ognora più la gente nova, E sopra de lor duo sempre abondava, Ché quei di drieto non sapean la prova Qual sopra a' primi Ranaldo mostrava. - Voi non potreti far che indi mi mova! - Ad alta voce Marfisa cridava - Il mio tesoro e il mio regno vi lasso, Se me forzati a ritornare un passo. -

Or vien distesa sopra alla riviera Una gran gente con molta roina, Che han la corona rotta alla bandiera, Com'è la insegna di quella regina; Ed era di Marfisa questa schiera, Che vien correndo e mai non se raffina, E voglion sua madama aver diffesa, Temendo di trovarla o morta o presa.

Qui cominciosse la fiera battaglia, Né stata vi era più crudel quel giorno. Intrò Marfisa tra questa canaglia, E furïosa se voltava intorno; Spezza la gente in ogni banda e taglia; Né men Ranaldo, il cavalliero adorno, Braccie con teste e gambe a terra manda; Ciascun che 'l vede, a Dio se racomanda.

Iroldo con Prasildo e Fiordelisa Stavan discosti, con quella donzella Qual era cameriera de Marfisa, Longe due miglie alla battaglia fella. La cameriera alli altri tre divisa Quanto sua dama è forte in su la sella; E quanti cavallieri ha messo al fondo Ed in qual modo, gli raconta a tondo.

Per questo Fiordelisa fu smarita, Temendo che non tocca a Brandimarte Provar la forza de Marfisa ardita. Subitamente da gli altri se parte; Dove è la gran battaglia se ne è gita; Vede le schiere dissipate e sparte, Che ver la rocca in sconfitta ne vano; Dentro li caccia il sir de Montealbano.

Ma lei sol Brandimarte va cercando, Ché già de tutti gli altri non ha cura; E mentre che va intorno remirando, Vedel soletto sopra alla pianura. Tratto se era da parte alora quando Fu cominciata la battaglia dura; Ché a lui parria vergogna e cosa fella Cotanta gente offender la donzella.

Però stava da largo a riguardare, E di vergogna avea rossa la faccia. De' compagni se aveva a vergognare, Non già di sé, che di nulla se impaccia; Ma come Fiordelisa ebbe a mirare, Corsegli incontra e ben stretta l'abbraccia; Già molto tempo non l'avea veduta: Credia nel tutto di averla perduta.

Egli ha sì grande e subita allegrezza, Che ogni altra cosa alor dimenticava; Né più Marfisa, né Ranaldo aprezza. Né di lor guerra più si racordava. Il scudo e l'elmo via gettò con frezza, E mille volte la dama baciava; Stretta l'abbraccia in su quella campagna: De ciò la dama se lamenta e lagna.

Molto era Fiordelisa vergognosa, Ed esser vista in tal modo gli duole. Impetra adunque questa grazïosa Da Brandimarte, con dolce parole, De gir con esso ad una selva ombrosa, Dove eran l'erbe fresche e le vïole: Staran con zoia insieme e con diletto, Senza aver tema, o di guerra sospetto.

Prese ben presto il cavallier lo invito, E, forte caminando, fôrno agionti Dentro a un boschetto, a un bel prato fiorito, Che d'ogni lato è chiuso da duo monti, De fior diversi pinto e colorito, Fresco de ombre vicine e de bei fonti. Lo ardito cavalliero e la donzella Presto smontarno in su l'erba novella.

E la donzella con dolce sembiante Comincia il cavalliero a disarmare. Lui mille volte la baciò, davante Che se potesse un pezzo d'arme trare; Né tratte ancor se gli ebbe tutte quante, Che quella abraccia, e non puote aspettare; Ma ancor di maglia e de le gambe armato Con essa in braccio si colcò su il prato.

Stavan sì stretti quei duo amanti insieme, Che l'aria non potrebbe tra lor gire; E l'uno e l'altro sì forte se preme, Che non vi serìa forza a dipartire. Come ciascun sospira e ciascun geme De alta dolcezza, non saprebbi io dire; Lor lo dican per me, poi che a lor tocca, Che ciascaduno avea due lingue in bocca.

Parve nïente a lor il primo gioco, Tanto per la gran fretta era passato; E, nel secondo assalto, intrarno al loco Che al primo ascontro apena fu toccato. Sospirando de amore, a poco a poco Se fu ciascun di loro abandonato, Con la faccia suave insieme stretta, Tanto il fiato de l'un l'altro diletta.

Sei volte ritornarno a quel danzare, Prima che il lor desir ben fosse spento; Poi cominciarno dolce ragionare De' loro affanni e passato tormento; Il fresco loco gli invita a posare, Perché in quel prato sospirava un vento, Che sibillava tra le verde fronde Del bel boschetto che li amanti asconde,

E un ruscelletto di fontana viva Mormorando passava per quel prato. Brandimarte, che stava in quella riva, Per molto affanno in quel giorno durato, Nel bel pensar de amor qui se adormiva; E Fiordelisa che gli era da lato, Che di guardarlo uno attimo non perde, Se dormentò con lui su l'erba verde.

Sopra de l'un de' monti ch'io contai Che al verde praticello eran d'intorno, Stava un palmier, che Dio gli doni guai! Che dette a Brandimarte un grave scorno. Ma questo canto è stato lungo assai, Ed io vi contarò questo altro giorno, Se tornati ad odir, la bella istoria: Tutti vi guardi il re de l'alta gloria.

Canto ventesimo

Credo, segnor, che ben vi racordati Che a l'altro canto io dissi del diletto Ch'ebbero insieme quegli inamorati, E come al prato, senza altro sospetto, Presso alla fonte giacquero abracciati. Stava a lor sopra un vecchio maledetto, Ad una tana nel monte nascoso, Che scopria tutto quel boschetto ombroso.

Era quel vecchio di mala semenza, Incantatore e di malizia pieno; Per Macometto facea penitenza, Credendo gir con lui nel ciel sereno. Sapea de tutte l'erbe la potenza, Qual pietra ha più virtute e qual n'ha meno; Per arte move un monte de legiero E ferma un fiume quel falso palmiero.

Standosi questo ad adorar Macone Vide li amanti solacciar nel piano, E prese a quel mirar tentazïone, Tal che li cadde il libracciol di mano; E seco pensa il modo e la ragione Di tuor la dama al cavallier soprano. Poi che fatto ha il pensier, questo infelice Smonta la costa e porta una radice:

Una radice de natura cruda, Che fa l'omo per forza adormentare; Ma conviensi toccar la carne nuda, Quella che al sol scoperta non appare, Chi vôl che la persona gli occhi chiuda: Né si puote altramente adoperare, Perché toccando il collo, o testa, o mano, Adoprarebbe sua virtute in vano.

Poi che fu al prato quel vecchio canuto, E vide Brandimarte nella faccia, Ch'era un cavallier grande e ben membruto, Tirossi adietro quel vecchio tre braccia, E già se pente de esser giù venuto, Né per gran tema sa quel che si faccia; Pur prese ardire, e vanne alla donzella, E pianamente gli alcia la gonella.

Né si attentava de spirare il fiato, Perché non aggia il cavallier sentito. Parea la dama avorio lavorato In ogni membro, o bel marmo polito, Quando scoperta d'intorno e da lato Fu da quel vecchio, come aveti odito. Lui se chinava piano a terra, e poscia Con la radice li tocca una coscia.

Così legata al sonno per una ora Fu la donzella da quel rio vecchiaccio; E, per non fare al suo desio dimora, Subitamente se la prese in braccio. Salisce al bosco, e guarda ad ora ad ora Se il cavallier se leva a darli impaccio; Con la radice non l'avea tocco esso, Né pur li basta il cor de girli apresso.

Ora il vecchio la dama ne portava, Ed era entrato in un bosco maggiore. Tanto andò, che la dama se svegliava, E per gran novità tremava il core. Poi vi dirò la cosa come andava, E come tratta fu de tanto errore, Ch'io vo' tornare a Brandimarte ardito, Che un gran romor dormendo ebbe sentito.

A quel romore è il cavallier svegliato, E pauroso se ebbe a risentire; Come la dama non se vide a lato, Della gran doglia credette morire. Piglia il destriero e fu subito armato, E verso quel romor ne prese a gire, Ché proprio odir la voce gli assembrava De una donzella che se lamentava.

Come fo gionto, vide tre giganti Che avean molti gambeli in su la strata: Duo venian drietro, ed un giva davanti, Menando una donzella scapigliata; E parve a Brandimarte ne' sembianti Che Fiordelisa sia la sciagurata, Che sopra a quel gambel cridava forte Chiedendo in grazia a Dio sempre la morte.

Più Brandimarte sua vita non cura, Poi che crede la dama aver perduta; Di scoterla o morire a Macon giura, Ma certo è morto, se altri non lo aiuta. Ciascun gigante è grande oltra misura Ed ha la faccia orribile e barbuta; Duo di lor se voltarno al cavalliero Con aspra voce e con parlare altiero.

- Dove ne vai, - dicean - dove, briccone? Getta la spada, ché sei morto o preso. - Nulla risponde quel franco barone, Ma vagli adosso di furore acceso. Un de' giganti alciava un gran bastone, Che era ferrato e de incredibil peso; Mena a due mani adosso a Brandimarte, Ma lui ben del scrimir sa il tempo e l'arte.

Da canto se gettò come uno uccello, Sì che gionger nol puote per quel tratto; L'altro gigante, con maggior flagello, Crede al suo colpo de averlo disfatto. Ma il cavallier, che tien l'occhio al pennello, Fanne al secondo come al primo ha fatto, Salta da questo e da quell'altro canto: Se l'ale avesse, non farebbe tanto.

Ma lui ferì di spada quel gigante, Che li avea data la prima percossa, Che li spezzò le piastre tutte quante, E feceli gran piaga entro una cossa. Questo superbo avea nome Oridante, Terribile e crudel e di gran possa; L'altro compagno avea nome Ranchiera: Del primo avea più forza e peggior ciera.

Questo Ranchiera col bastone in mano Menò un traverso a Brandimarte al basso Con gran ruina, e gionse al campo piano, Ché il cavallier saltò davante un passo. Oridante il crudel non menò in vano, Anci gionse il destriero, e con fraccasso Dietro alla sella su le groppe il prese, Sì che sfilato in terra lo distese.

Subito è in piede lo ardito guerrero, Né de esser vinto per questo se crede. A terra morto rimase il destriero, Lui con la spada se diffende a piede, Ma ad ogni modo è occiso il cavalliero, Se Dio de darli aiuto non provede, Perché i giganti l'hanno in mezo tolto: È morto al primo colpo che egli è còlto.

Ma gionse Orlando al ponto bisognoso, Come io contai (non so se il ricordati), Quando tornava dal bosco frondoso, Dove Agricane e lui se eran sfidati. Or quivi gionse quel conte animoso, E vide e duo giganti inanimati Intorno a Brandimarte a darli morte, E del suo affanno gli rencrebbe forte;

Ché incontinente l'ebbe cognosciuto A l'arme ed alla insegna che avea indosso, Onde destina de donarli aiuto: Sopra a Baiardo subito fu mosso. Ranchiera vide Orlando che è venuto, Venneli incontra quel gigante grosso; Con Brandimarte Oridante se aresta: Or cresce la battaglia, e più tempesta.

La battaglia comincia più orgogliosa Che non fu prima, e de un'altra maniera. Oridante ha la coscia sanguinosa, E di far la vendetta al tutto spera; Orlando de altra parte non se posa, Ma presa ha una gran zuffa con Ranchera; Par che l'aria se accende e il celo introna, De sì gran colpi quel bosco risuona.

L'altro gigante se fermò da parte, Ed alla dama attende ed al tesoro, Che tolto avean per forza e con grand'arte De le Isole Lontane a un barbasoro. Ora ascoltati come Brandimarte Con Oridante fa crudel lavoro: Più non li appreza un dinarel minuto, Poi che de Orlando se vede lo aiuto.

Menò un gran colpo quel cavallier franco E gionse ad Oridante in su il gallone, E tagliò tutto il sbergo al lato manco E le piastre de acciaro e il pancirone, E gran ferita gli fece nel fianco. Il gigante gridando alciò il bastone, E mena ad ambe mani a Brandimarte; Ma lui di salto se gettò da parte.

Così li va de intorno tutta via, E sempre la battaglia prolungava; Ad Oridante, che il sangue perdia, A poco a poco la lena mancava. Lui furïoso non se ne avedia, E sempre maggior colpi radoppiava; Il cavallier, di lui molto più esperto, Li andava intorno e tenìa l'occhio aperto.

Da l'altra parte è la pugna maggiore Tra il feroce Ranchera e il conte Orlando. Quel mena del bastone a gran furore, E questo li risponde ben col brando. Già combattuto avean più de quattro ore, L'un sempre e l'altro gran colpi menando, Quando Ranchera gettò il scudo in terra E ad ambe mano il gran bastone afferra.

E menò un colpo sì dismisurato Che, se dritto giongeva quel gigante, Non si serìa giamai raffigurato Per omo vivo quel segnor de Anglante; Gionse ad uno arbor, che era ivi da lato, E tutto lo spezzò sino alle piante, Le rame e il tronco, dalla cima al basso; Odito non fu mai tanto fraccasso.

Vide la forza quel conte gagliardo Che avea il gigante fuor d'ogni misura; Subitamente smontò di Baiardo, Ché sol di quel destriero avea paura. Quando Ranchera li fece riguardo, Veggendolo pedone alla verdura: - Ben aggia Trivigante! - prese a dire - Ché oramai questo non puotrà fuggire.

Prima che rimontar possi in arcione, Te augurerai sei leghe esser lontano. Or chi t'ha consigliato, vil stirpone, Smontar a piede e combatter al piano? E non mi giongi col capo al gallone, Stroppiato bozzarello e tristo nano! Che se io te giongo un calcio ne la faccia, De là del mondo andrai ducento braccia. -

Così parlava quel superbo al conte: Lui non rispose a quella bestia vana; Menò del brando, e quante arme ebbe gionte, Mandò tagliate in su la terra piana. Or se strengono insieme a fronte a fronte: Questo mena il baston, quel Durindana; Sta l'uno e l'altro insieme tanto stretto, Che colpir non se puon più con effetto.

Tanto è il gigante de Orlando maggiore, Che non li gionge al petto con la faccia; Ma il conte avea più ardire e più gran core, Ché gagliardezza non se vende a braccia. Pigliârsi insieme con molto furore, Ciascun de atterrar l'altro se procaccia; Stretto ne l'anche Orlando l'ebbe preso, Leval da terra, e in braccio il tien sospeso.

Sopra del petto il tien sempre levato, E sì forte il stringea dove lo prese, Che il sbergo in molte parte fu crepato. Sembravan gli occhi al conte bragie accese; E poi che intorno assai fu regirato, Quel gran gigante alla terra distese, Con più ruina assai ch'io non descrivo; Non sa Ranchera se egli è morto o vivo.

Avea il gigante in capo un gran capello, Ma nol diffese dal colpir del conte, Che col pomo del brando a gran flagello Roppe il capello e l'osso de la fronte; Per naso e bocca uscir fece il cervello. Due anime a l'inferno andâr congionte, Perché Oridante allor, né più né meno, Pel sangue perso cadde nel terreno.

E Brandimarte li tagliò la testa, Lasciando in terra il smisurato busto; Poi corse al conte e fecegli gran festa E grande onor, come è dovuto e iusto. L'altro gigante è mosso con tempesta, Più fier de' primi, ed ha nome Marfusto: Brandimarte dal conte ottenne graccia Far con costui battaglia a faccia a faccia.

Crida Marfusto: - Se proprio Macone Te con quello altro volesse campare, Non vi varrebbe il suo aiuto un bottone; Quel de mia mano voglio scorticare, E te squartarò a guisa de castrone. Rendi la spada senza dimorare, Perché se te diffendi, io te avrò preso, E vivo arrostirotti al foco acceso. -

Brandimarte non fece altra risposta Alle parole del gigante arguto, Ma con molto ardimento a lui se accosta Col brando in mano, e coperto del scuto. Marfusto un colpo solamente aposta, E gionsel proprio dove avria voluto; Col bastone a due man il colse in testa, E spezzò il scudo e l'elmo con tempesta.

Esso tremando alla terra cascava, Usciva il sangue fuor de l'elmo aperto. Piangeva il conte forte, ché pensava Che Brandimarte sia morto di certo. A quel gigante crudo minacciava: - Ladron, - diceva - io ti darò, per merto De l'onta che m'hai fatto in questo loco, Morte nel mondo e nello inferno il foco. -

Così cridando salta alla pianura, Tra' Durindana e il forte scudo imbraccia. Quando il gigante vide sua figura, Che parea vampa viva ne la faccia, Prese a mirarlo con tanta paura, Che le spalle voltò fuggendo in caccia; Ma in poco spazio lo ebbe giunto Orlando: Ambe le coscie li tagliò col brando.

Poi morite il gigante in poco d'ora, Il sangue e il spirto a un tratto li è mancato. Lasciamo lui, che in sul prato adolora: Diciam del conte, che avia ritrovato Che il franco Brandimarte è vivo ancora. Molto fu lieto ed ebbel rilevato; Dando acqua fresca al viso sbigotito, Torna il colore e il spirto che è fuggito.

Poi vi dirò come quella donzella Medicò Brandimarte, e con qual guisa; Come lui di dolor la morte appella, Credendo aver perduta Fiordelisa: Ma nel presente io torno alla novella Che davanti lasciai, quando Marfisa Col pro' Ranaldo insieme e con sua schiera Mena fraccasso per quella rivera.

Correva grossa e tutta sanguinosa La rivera de Drada per quel giorno, E piena è della gente dolorosa, Cavalli e cavallier, con tanto scorno, Che fuggian da Marfisa furïosa. Lei con la spada fulminava intorno; Come il foco la stoppia secca spazza, Così col brando se fa far lei piazza.

Da l'altra parte il franco fio de Amone Avea smariti sì quei sciagurati, Che, come storni a vista de falcone, Fuggiano, or stretti insieme, or sbaragliati. Davanti a tutti fuggia Galafrone E il re Adrïano; e tra li spaventati Antifor ed Oberto se ne vano; A spron battuti fugge il re Ballano.

Io non vi sapria dir per qual sciagura Perdesse ogni omo quel giorno lo ardire; Ché Astolfo, che non suole aver paura, Fu a questo tratto de' primi a fuggire. Chiarïon scapinava oltra misura, E molti altri baron che non so dire; Ciascuno a tutta briglia il destrier tocca, Sin che son gionti al ponte della rocca.

Intrò ciascun barone e gran signore, Levando il ponte con molto sconforto; Ma chi non ebbe destrier corridore, Fu sopra al fosso da Marfisa morto; La quale era montata in gran furore, Perché essa aveva chiaramente scorto Che il falso Galafrone era campato Dentro alla rocca, e il ponte era levato.

Onde essa andava intorno, minacciando Con calci quella rocca dissipare, Ché avea vergogna di adoprarvi il brando. L'altro bravare io non puotria contare, Che eran assai maggior di questo; e quando Più gente viva intorno non appare, Ché ogni om per tema fugge dalle mura, Sdegna de intrarvi, e torna alla pianura.

E giù tornando, a Ranaldo parlava Dicendo: - Cavalliero, in quel girone Stavvi una meretrice iniqua e prava, Piena di frode e de incantazïone; Ma quel che è peggio ed ancor più m'agrava, Un re vi sta, che non ha paragone De tradimenti, inganni e di mal fele: Trufaldino è nomato quel crudele.

E quella dama Angelica se appella, Che ha ben contrario il nome a sua natura, Perché è di fede e di pietà ribella. Onde io destino mettere ogni cura Che non campi né 'l re né la donzella, Che pur son chiusi dentro a quelle mura; Poi che disfatto avrò la rocca a tondo, Vo' pigliar guerra contra a tutto il mondo.

Primo Gradasso voglio disertare, Che è re del gran paese Siricano; Poi Agricane vado a ritrovare, Che tutta Tartaria porta per mano. Sin in Ponente mi conviene andare, E disfarò la Franza e Carlo Mano; Nanti a quel tempo levarmi di dosso Maglia né usbergo né piastra non posso.

Ché fatto ho sacramento a Trivigante Non dispogliarme mai di questo arnese Insin che le provincie tutte quante, E castelle e citade non ho prese; Sì che, barone, tuoteme davante, O prometti esser meco a queste offese, Ché chiaramente e palese te dico: Chi non è meco, quello è mio nemico. -

Per tal parole intese il fio de Amone Che Angelica è la dentro e Trufaldino; E in vero al mondo non ha due persone Ché più presto volesse a suo domìno. Al re ben portava odio per ragione, Alla dama non già, per Dio divino! Perché essa amava lui più che 'l suo core; Ma incanto era cagion di tanto errore.

Voi la maniera sapeti e la guisa, Però qua non la voglio replicare. Ora rispose il principe a Marfisa: - Con teco son contento dimorare E star sotto tua insegna e tua divisa, Sin che abbi Trufaldino a conquistare; Ma già più oltra il partito non piglio, Ché il loco e il tempo mi darà consiglio. -

Così acordati, se accamparno intorno L'alta Marfisa e tutta la sua gente. Senza far guerra via passò quel giorno, Ma come a l'altro uscitte il sol lucente, Ranaldo armosse e pose a bocca il corno, Chiamando Trufaldino il fraudolente; Crida nel suono, e con molto rumore Renegato lo appella e traditore.

Quando il malvaggio da la rocca intese Che giù nel campo a battaglia è appellato, De l'alte mura subito discese Pallido in viso e tutto tramutato, Chiamando e' cavallieri in sue diffese, Racordando a ciascun quel che ha giurato, Di combatter per lui sino alla morte, Alor che prima intrarno a quelle porte.

Angelica la dama in questo istante Era in consiglio col re Galafrone, Tratando di trar fuora Sacripante E Torindo il gran Turco di pregione; Fur le ragione audite tutte quante, E ciascun disse la sua opinïone; De trarli di pregione a tutti piace, Purché al re Trufaldin faccian la pace.

E così fu concluso e statuito: La dama fu mezana al praticare. Sacripante de amore era ferito, Quel che piace ad Angelica vôl fare. Ma il re Torindo non volse il partito, Pur parve a tutti di lasciarlo andare, Con questo: che egli uscisse fuor del muro, Perché ciascun là dentro sia securo;

E che tra lor non nasca più rumore, E solo a quei di for guerra si faccia. Uscì Torindo adunque a gran furore, Ed aspramente a Trufaldin minaccia, Chiamandolo per nome traditore. Presto del poggio scender se procaccia; Ed a Macon giura, mordendo il dito, Che punirà colui che l'ha tradito.

Venne nel campo, e disse la cagione Che l'avea fatto de là su partire; E giura a Trivigante ed a Macone Che ne farebbe Angelica pentire; Perché a sua posta fu messo in pregione, Ed era stato al rischio de morire; Ora tal guidardon glie n'avia reso, Che tenìa il traditor là sù diffeso.

Queste parole a Marfisa dicia, Perché al suo pavaglion fu apresentato. Ranaldo suona il corno tuttavia, Chiamando Trufaldin can renegato. Or se apresenta la battaglia ria, Tal che Ranaldo, il sire aprezïato, Non ebbe in altra mai più affanno tanto; Ma questo narrarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoprimo

Cantando qui di sopra, io vi lasciai Come Ranaldo è sopra allo afferrante, E con vergogna e vituperio assai Disfida Trufaldino a sé davante; E nella fin del canto io vi contai Come fu spregionato Sacripante, E fece pace col re Trufaldino; Ma il re Torindo tenne altro camino.

Ora pone Ranaldo il corno a bocca, E tal parole al tintinar risuona: - O campioni, che seti nella rocca In compagnia della mala persona, Oditi quel che a tutti quanti tocca, Sia cavalliero, o sia re de corona: Chi non punisce oltraggio e tradigione, Potendo farlo, lui ne è la cagione.

Ciascun che puote e non diveta il male, In parte del deffetto par che sia; Ed ogni gentilomo naturale Viene obligato per cavalleria Di esser nemico ad ogni disleale E far vendetta de ogni villania; Ma ciascuno de voi questo dispreza, Ché pietà non aveti o gentileza.

Anci teneti vosco uno assassino, Quel falso cane de Dio maledetto, Dico il re di Baldaca, Trufaldino, Malvaggio, traditor, pien de diffetto. Ora me intenda il grande e il piccolino: Tutti ve isfido e nel campo vi aspetto; E vo' provarvi, con la spada in mano, Che ognom de voi è perfido e villano. -

Con tal parole e con altre minaccia Tutti quei cavallieri il fio de Amone; Lor se guardavan l'uno e l'altro in faccia, Ché chiaro aveano inteso quel sermone; De loro alcun non è che ben non saccia Che a torto prenderà la questïone; Ché Trufaldin da tutti era stimato Iniquo, traditore e scelerato.

Ma la promessa fede e il giuramento Li fece uscire armati de le porte; E benché avessen tutti alto ardimento, E non stimassen, per onor, la morte, Andarno alla battaglia con spavento; E non vi fu baron cotanto forte Che, vedendo Ranaldo a sé davante, Non se stordisse insin sotto le piante.

Sei cavallieri uscîr di quel girone, E calarno de il sasso alla pianura: Primo Aquilante e il suo fratel Grifone, Che hanno e destrier fatati e l'armatura, Oberto e il re Adrïano e Chiarïone; In mezo è Trufaldin con gran paura. Come nel campo fôr gionti di saldo, Grifon cognobbe in vista il bon Ranaldo.

Verso Aquilante disse: - Odi, germano: Se io vedo drittamente, ora mi pare Che questo sia il segnor di Montealbano; E ben serebbe de girlo a trovare, E con carezze e con parlare umano Veder se pace se puote trattare; Però che, a dirti il vero, io me sconforto Per la battaglia che prendiamo a torto. -

Disse Aquilante: - A me pare ancora esso, E più proprio me par quanto più guardo; Ma non ardisco a dirlo per espresso, Ché non ha sotto il suo destrier Baiardo. Or cavalchiam pur, ché gionti da presso Ben lo cognosceremo senza tardo: E parla poi con lui, come te piace, De accordo o di battaglia, o guerra o pace. -

Così van verso lui, sempre parlando, E già l'un l'altro se recognoscia; Unde andarno da parte, e ragionando La sua sorte avenire, ogni om dicia Perché qua fosse gionto, e come, e quando; Ma ciascadun de' tre gran pena avia, Poi che trovar non san ragion che vaglia, Che tra lor cessi la mortal battaglia.

Di Chiaramonte sono e di Mongrana, Gentile ischiatte e de un sangue discese; Or per altrui e per cagione istrana Vengono insieme alle mortale offese. Dicea il franco Grifon con voce umana Verso Ranaldo: - Deh baron cortese! Mal aggia la fortuna e trista sorte Che per altrui te adduce a prender morte.

Perché sette baroni hanno giurato Diffender Trufaldin da tutto il mondo, Ciascuno d'alto pregio e nominato. Caro fratello, io non te me nascondo: Morto ti veggio e disteso nel prato, Ché dopo il primo venirà il secondo, E il terzo e il quarto senza dimorare: Contra de tanti non puotrai durare. -

Disse Ranaldo: - A fede di leanza, Aver guerra con voi molto me pesa; E ciò non dico già per dubitanza, Ché tutti andreti in terra alla distesa; Ed è la vostra sì grande arroganza, Poi contra a tutto il mondo aveti impresa, Che non doveti già meravigliare Se io solo a sette voglio contrastare.

Ma noi facciamo ormai troppo parole, Ed io non voglio star tutto oggi armato; Qualunche Trufaldin diffender vôle, Prenda del campo, ché io l'ho desfidato. Certo non passarà quel monte il sole, Che ad uno ad un vi stenderò sul prato, E mostrarovi chiaro il parangone Che ve moveti contra alla ragione. -

Poi che ebbe così detto, il cavalliero Più non aspetta e volta Rabicano: E dilungato con sembiante altiero Fermossi al campo con la lancia in mano. Or vedon li altri al tutto esser mestiero De insanguinar le spade in su quel piano, Perché Ranaldo ha qui fermato il chiodo; Alla battaglia dànno ordine e modo.

E, vergognando andarli tutti adosso, Ordinorno che Oberto dal Leone Fosse contra de lui soletto mosso; E quando avesse il peggio alla tenzone, Il re Adrïano l'avesse riscosso; E, bisognando, movesse Grifone, Al qual donasse aiuto il suo germano; E Chiarïone a lui, de mano in mano.

Aveva Oberto una estrema possanza, E fu de' digni cavallier del mondo; Sprona il destriero ed impugna la lanza. Non fu mai corso tanto foribondo Quanto hanno e duo baron pien de arroganza Credendo metter l'uno l'altro al fondo; Poco vantaggio fu nel gionger saldo, Me se ge ne fu alcun, fu de Ranaldo.

E ritornarno con brandi taglienti Alla terribil zuffa, inanimati Per darsi morte, a guisa de serpenti, Sempre menando colpi disperati. Avean tagliati tutti e guarnimenti, E rotti e scudi e li usberghi spezzati; Ma Ranaldo con lui de maestria E ancor di forza vantaggio avia.

Menando le botte aspere e diverse, Ranaldo, che aspettava, il tempo ha còlto; Però che, come Oberto se scoperse, Gionse Fusberta, e l'elmo ebbe disciolto. La barbuta e il guancial tutto li aperse, E crudelmente lo ferì nel volto; E fu il colpo sì fiero e smisurato, Che come morto lo distese al prato.

Questo veggendo il franco re Adrïano, Che stava apparecchiato alla riscossa, Mosse a gran furia, correndo nel piano Con una lanza smisurata e grossa. Era senza asta il sir de Montealbano, Ché l'avea rotta alla prima percossa, Ma correndo ne vien col brando nudo; Il re Adrïano il gionse a mezo il scudo.

La lancia ne andò al ciel, rotta a tronconi, Né se mosse Ranaldo più che un sasso. Or ben vi sazo dir che e due ronzoni Non venian di galoppo né di passo, Anci se urtarno insieme come troni, Petto per petto, con molto fraccasso; Ma quel del re Adrïano andò per terra: Grifone incontinente il brando afferra.

Non volse lancia il cavallier pregiato, E quasi ancor de andar se vergognava, Parendoli Ranaldo affaticato. Or, come io dissi, la spada pigliava; L'arme avea tutte e il destriero affatato, Né d'altra cosa lui se dubitava, Salvo de non potersi indi partire Che non facesse Ranaldo morire.

E dolcemente lo volea pregare Che li piacesse de lasciar la impresa. Disse Ranaldo a lui: - Non predicare; Fuggi in mal'ora, o prendi tua diffesa. - Quando Grifone intese quel parlare, La faccia li vampò di foco accesa, Ed a lui disse: - Io non soglio fuggire, Ma tua superbia ti farà morire. -

Compìto non avea queste parole, Che il principe il ferì con tal roina, Che veder non sapea se è luna o sole, Né se gli era da sera o da matina. Ranaldo a lui diceva: - Altro ce vôle Che il destrier bianco e l'armatura fina A voler esser bon combattitore! Lena bisogna ed animoso core. -

Quando Grifone intese con oltraggio Dal sir de Montealbano esser schernito, Turbato oltra misura nel coraggio Ferilli ad ambe man l'elmo forbito; E benché a quel non facesse dannaggio, Ché era incantato, come avete odito, Fu il colpo di tal furia e tal tempesta Che tutta quanta gli stordì la testa.

Non pone indugia, che un altro li mena, Con più roina assai de quel primiero; Non sentì mai Ranaldo maggior pena, E tutto fraccassato avea il cimiero. - Io ti farò sentir se ho core e lena, E se altro vôlsi che un bianco destriero, Vil ribaldo, di strata rio ladrone! - Queste parole diceva Grifone.

E menò il terzo colpo assai maggiore, Così come era tutto invelenito, E tanta fretta mena e tal furore, Che Ranaldo non può prender partito. Ma come piacque a l'alto Creatore, Sempre ne l'elmo l'aveva ferito, Ché, se l'avesse gionto in altro loco, Serìa durata la battaglia poco;

Però che avria spezzata ogni armatura: Ma l'elmo stette alle percosse saldo. Turbato era Grifone oltra misura, Né mai fu de grande ira tanto caldo; Ma d'altra parte a voi lascio la cura Di pensar come stesse il pro' Ranaldo; Ché Mongibel non arde né Vulcano, Più che facesse il sir de Montealbano.

Sembrava gli occhi suoi faville accese, E parea nel soffiar tempesta e vento; Cridando ad ambe man Fusberta prese, E ferisce a Grifon con ardimento. Sette armature non serian diffese, Se non vi fosse stato incantamento; Ma quella fatasone era sì forte Che campò il giovanetto dalla morte.

Abenché se stordì della percossa, Ed alle crine del destrier s'inchina; E non avendo ancor l'alma riscossa, Ranaldo lo ferì con gran ruina. Ma il giovanetto, che avea tanta possa, Ed è guarnito di armatura fina, Come risente, di nulla si cura, E mena colpi grandi oltra misura.

E sì crudel battaglia han cominciata, Che un'altra non fu mai cotanto dura; Né mai chiesen ripossa alcuna fiata, Né di doglia o de affanno alcun si cura. La faccia avea ciascun tanto infiammata, Che solo a riguardarli era paura; E, chi mirava da lontano un poco, Parea che fuor de l'elmi uscisse foco.

Né si scorgìa vantaggio di nïente, Benché meglio Grifone fosse armato. Cresce d'ognor lo assalto più fervente, Qual già presso a cinque ore avea durato. Dicea Ranaldo: - O Cristo onnipotente, Se bene in altra cosa aggio peccato, Non ne volere in questo far amendo, Ché adesso il dritto e la ragion diffendo!

Tu sai, Segnor, se iusta è la mia impresa, Ché a te menzogna se direbbe in vano; Grifon de un Saracino ha la diffesa Contra di me, che pur son cristïano. Per un can Saracin lui fa contesa, Crudele, iniquo, perfido e inumano: Fa, re del ciel, che chiaro ora comprenda Che la iustizia per te se diffenda. -

Così parlava; ed ancora Grifone, Tuttavia combattendo a gran ruina, Mirava al celo con devozïone. - Vergine, - dicea lui - del cel regina, Abbi del mio fallir compassïone, Né abandonar questa anima tapina! Che, benché in altre cose aggia peccato, In questo è pur il dritto dal mio lato.

Sempre parlai con Ranaldo de pace, E lui me oltraggia con tal villania, Che adoprar mi convien quel che me spiace E far battaglia contra a voglia mia. Suo tanto orgoglio e suo parlar mordace Me hanno condutto a questa pugna ria; E il tuo soccorso aspetto, che è dovuto, Ché sempre a' bisognosi doni aiuto. -

In tal forma pregavan con pietate, Tuttavia combattendo, quei guerreri; Né mai se vedean ferme le sue spate, Ma colpi sopra colpi ognor più fieri; Né se temean l'un l'altro in veritate, Tanto eran prodi e de virtute altieri, Che a brando, a lancia, a piedi e su l'arcione, Potean con ciascun stare al paragone.

Ma nel presente io voglio differire Il fin di questa pugna sì rubesta; De Orlando e Brandimarte vi vo' dire, Che son con quella dama alla foresta, Quale han campata da crudel martìre, E tre giganti occisi con tempesta, Come doveti aver nella memoria; Or de quel fatto io vo' seguir la istoria.

Brandimarte giacea sopra a quel prato, Come io vi dissi, tutto sanguinoso, Con l'elmo rotto e scudo fraccassato Pel colpo di Marfusto furïoso. Orlando in braccio se l'avea recato, E piangea forte quel conte pietoso. Ma quella damisella a mano a mano Giù del gambelo discese nel piano,

Ed andò prestamente ivi alla fonte, Ch'era nel mezo del prato fiorito, E gettando acqua a Brandimarte in fronte Ritornar fece il spirto sbigotito: E dolcemente ragionando al conte Dicea voler pigliare altro partito, Ché poco longe una erba avea veduta, Qual racquista la vita ancor perduta.

Dentro alla selva che girava intorno La damisella se pone a cercare, Né stette molto, che fece ritorno Con l'erba che a virtute non ha pare. Ad ôr simiglia quando è chiaro il giorno, La notte poi se vede lampeggiare; Il fior vermiglio ha la pianta felice, E come argento è bianca sua radice.

Avea il baron la testa dissipata Per il gran colpo, come aveti odito; Posevi dentro quella erba fatata La damisella, e chiusela col dito. Fu incontinente la piaga saldata, Né pur se vede dove era ferito; Ma, come il spirto li fu ritornato, Di Fiordelisa il conte ha dimandato.

- Eccola quivi! - a lui rispose Orlando - Lei sola ti campò veracemente. - Così rispose il conte al suo dimando, Perché de l'altra non sapea nïente. Brandimarte mirò la dama, e quando Vide che non è quella, un dolor sente Sì smisurato e sì nocivo al core, Che quel del trapassar serìa minore.

Volgendo al cel le luce lacrimose: - Chi mi campò, - dicea - da mortal sorte Per darmi pene tanto dolorose? Or non me era assai meglio aver la morte? Spirti dolenti ed anime piatose Che stati del morir sopra le porte, Pietà vi prenda della pena mia, Ch'io vo' venir con vosco in compagnia!

Non voglio viver, non, senza colei, Che sola ene il mio bene e 'l mio conforto; Vivendo, mille volte io morirei. Ahi, Fortuna crudel, come a gran torto Presa hai la guerra contro a' fatti miei! Or che te giovarà poi che sia morto? Che farai poi, crudel, senza lïanza? Ché morte finirà la tua possanza.

Tolto m'hai del paese ove fui nato, Ché ancor me odiasti essendo fanciullino; Di mia casa reale io fui robato, E venduto per schiavo piccolino; Il nome de mio patre aggio scordato E il mio paese, misero! tapino! Ma solo il nome de mia matre ancora Fermo nella memoria mi dimora.

Fortuna dispietata, iniqua e strana, Tu me facesti servo ad un barone, Quale era conte di Rocca Silvana; E poi, per darmi più destruzïone, Con falso viso ti mostrasti umana: E il conte, che mi desti per padrone, Franco mi fece; e, non avendo erede, Ogni sua robba e il suo castel mi dede.

E per fingerti a me più grata e sciolta, Dama me desti de tanta beltate: Quella me desti che adesso m'hai tolta, Per farmi ora morir con crudeltate. Odi, fallace, e il mio parlare ascolta: Nocer non posso alla tua vanitate, Ma sempre biasmarotti ed in eterno Di te me andrò dolendo nello inferno. -

Così parlando sì forte piangia, Che avria spezzato un sasso di pietate. Il conte Orlando gran dolor n'avia, E quella dama con umanitate Dolcemente parlando gli dicia: - Molto me incresce di tua aversitate, E debbo avere assai compassïone, Perché a dolermi teco aggio cagione.

E vo' che intendi se le cose istrane Son date ad altri ancor dalla Fortuna. Mio padre è re delle Isole Lontane, Dove il tesor del mondo se raduna; E tanto argento ed oro ha in le sue mane, Che altro tanto non è sotto la luna, Né ricchezza maggior al sol si vede; Ed io restavo a tanto bene erede.

Ma non se puote indivinar giammai Quel che sia meglio a desïare al mondo. Di re figliola e bella mi trovai, Ricca de avere e de stato iocondo; E ciò mi fu cagion de molti guai, Come te contaraggio il tutto a tondo, Perché cognosci a quel che èmmi incontrato, Che anzi alla morte alcun non è beato.

Era la fama già sparta de intorno Della ricchezza del mio patre antico; E nominanza del mio viso adorno, O vera o falsa, pur come io te dico, Menò duo amanti a chiedermi in un giorno, Ordauro il biondo e il vecchio Folderico; Bello era il primo dal zuffo alla pianta, L'altro de li anni avea più de sessanta.

Ricco ciascuno e de schiatta gentile; Ma Folderico sagio era tenuto E de uno antiveder tanto sotile, Che come a Dio del cel gli era creduto. Ordauro era di forza più virile, E grande di persona e ben membruto; Io, che a quel tempo non chiedea consiglio, Il vecchio lascio, e il giovine me piglio.

Non era tutta mia la libertate, Però che il patre mio vi tenea parte; Vergogna rafrenò la voluntate, Che presto in nave avria tratto le sarte. Ed anco mi stimava in veritate Poter mandar mia voglia al fin con arte, Ed ottenire Ordauro di leggiero; Ma fallito me andò questo pensiero.

Nelli antichi proverbii dir se suole Che malizia non è che donna avanze; Salamon disse già queste parole, Ma al nostro tempo se ritrovan cianze. Provato l'ho a mio costo, e ben mi dole, Ch'aggio perduto l'ultime speranze, Per confidarme alla malizia mia; Perso ho quel ch'io volevo e quel ch'io avia.

Perché, fingendo la faccia vermiglia E gli occhi quanto io pote vergognosi, Con quel parlar che a pianto se assomiglia, Nanti al mio patre ingenocchion mi posi, E dissi a lui: "Segnor, s'io son tua figlia, Se sempre il tuo volere al mio preposi, Come fatto ho di certo in abandono, Non mi negare a l'ultimo un sol dono.

Questo serà che non me dia marito Che prima meco al corso non contenda; E sia per legge fermo e stabilito Che il vincitor per sua moglie mi prenda; Ma fa che 'l vinto sappia che il partito Sia di lasciar la vita per amenda, E sia palese per tutte le bande: Chi non è corridor, non me domande."

Questa richiesta fu crudele e dura, Ma non la seppe il mio patre negare, E fecela per voce e per scrittura Quasi per l'universo divulgare. Ora me tenni lieta e ben secura Poter marito a mia voglia pigliare, Perché io son tanto nel corso legiera, Che apena è più veloce alcuna fiera.

E mi ricordo che nel prato piano Che è presso alla città di Damosire, Presi una cerva, correndo, con mano, Ed altre cose assai che non vo' dire. Or, come io dissi, Ordauro, quel soprano, Con Folderico insieme ebbe a venire. L'uno è canuto e di molti anni pieno, L'altro nel viso angelico e sereno.

Pensa tu, cavalliero, a qual s'accosta Lo amoroso voler de una fanciulla. Io tutta al giovanetto ero disposta, E di quel vecchio mi curavo nulla. Più non se dette al fatto indugia o sosta; Venne il vecchiardo sopra ad una mulla, E de alto carco se mostrava stanco; Una gran tasca avea dal lato manco.

Il giovanetto viene con gran festa Sopra un corsier, che de oro era guarnito; Salta su il campo ed al corso s'apresta. Ciascun mostrava Folderico al dito, Dicendo: "Il saggio perderà la testa, Ché qua non gioverà esser scaltrito; Di tanta astuzia al mondo era tenuto, Or per amore egli ha il senno perduto."

Fuor della terra smontamo ad un prato Per far di nostro corso ultima prova: Folderico la tasca avea da lato. E prima che dal segno alcun se mova, Fu il patto nostro ancora ricontato, E la condizïon qui se rinova; La turba sta d'intorno alla vedetta, E sol la mossa al terzo suono aspetta.

Ciascun di noi dal segno fo partito. Folderico davanti via passava: Io il comportai, per averlo schernito. Come lui vide che a passarlo andava, Un pomo d'oro lucido e polito Fuor della tasca subito cavava; Io, che invaghita fui di quel lavoro, Lasciai la corsa e venni al pomo d'oro.

Ché quel metallo in vista è sì iocondo, Che la più parte del mondo disvia; Ed era sì volubile e ritondo, Che de pigliarlo gran fatica avia. Io presi il primo, e lui gettò il secondo, Fuggendomi davanti tuttavia, Dove ebbi assai fatica, e ad un ponto Questo pigliai ed ebbilo ancor gionto.

Io l'ebbi gionto, ed eravamo al fine Della affannata corsa e faticosa; E già le tende bianche eran vicine, Dove, compìto il corso, se riposa. Fra me dicea: "Convien che io me destine A dietro non tornar per altra cosa; Non tornaria per tutto il mondo un dito, Ché un vecchio non voglio io per mio marito.

Passar me lassaraggio al giovanetto, E lui davante vo' lasciare andare; E questo brutto vecchio e maledetto, Che è sì canuto e vôlsi maritare, La forma lasciarà del bacinetto; E già questa ora mille anni a me pare Che Ordauro meco nel corso contenda, Ed io lo baci e per vinta mi renda."

Così parlava meco nel mio core, Alegra, già vicina alla speranza, Quando il vecchio malvaggio e traditore Il terzo pomo della tasca lanza; E tanto me abagliò col suo splendore, Che, benché tempo al corso non me avanza, Pur venni adietro e quel pomo pigliai, Né Folderico più gionsi giamai.

Lui forte ansando alle tende arivava; E soi gli sono intorno con letizia. Tutta la gente di fuora cridava: "Adoprata ha il volpone alta malizia." Or tu pôi mo pensar se io biastemava, Ch'io piansi il sangue vivo per gran stizia; E nel mio cor dicea: "Se egli è volpone, Farollo essere un becco, per Macone.

Ché mai non intrò a giostra cavalliero, Né a torniamento per farsi vedere, Che avesse in capo tanto alto il cimiero, Come io farò di corne al mio potere. Ponga a guardarme tutto il suo pensiero, Che non gli giovarà lo antivedere; E s'egli avesse uno occhio in ciascun dito, Ad ogni modo rimarrà schernito."

Feci il pensiero e missilo ad effetto. Ma voi aveti forse altro che fare, Perché io vedo entrambi nello aspetto Esser sospesi e de intorno guardare; Sì che io verrò con voi, e con diletto La mia novella voglio seguitare, Qual or vi piace. Prendite la via, Ch'io serò presta a farvi compagnia. -

Rispose Brandimarte: - Il danno mio M'ha tratto della mente al tutto fuore, E de mia dama tanto mi sa rio, Come perduto avessi proprio il core; Sì che a cercarla è tutto il mio desio, E sento per la indugia tal dolore E tanta pena e tanta angoscia e guai, Ch'io non ho inteso ciò che detto m'hai. -

E così tutti tre fôrno accordati Di cercar Fiordelisa in quel deserto, E non posar giamai son destinati, Sin che di lei non sanno al tutto il certo; E cavalcando se fôrno invïati Nel bosco ombroso e di rame coperto. Ma il lor camino e i fatti e il ragionare Dirovi a ponto in questo altro cantare.

Canto ventesimosecondo

Erano entrati alla gran selva folta Quei tre, come di sopra io vi contai: Ciascun, dintorno remirando, ascolta Se Fiordelisa sentisse giamai, Che fo dal rio palmier dormendo tolta; E di lei ragionando io ve lasciai, Che essendo in braccio a quel palmier villano Cridava aiuto adimandando in vano.

Brandimarte il suo drudo allor non vi era, Che gli potesse soccorso donare; Anci era travagliato in tal maniera, Che per se stesso avea troppo che fare; Perché in quel tempo alla battaglia fera Con quei giganti prese a contrastare, Con Ranchera e Marfusto ed Oridante, Come io ve dissi nel cantar davante.

Senza soccorso, adunque, la meschina Empìa de pianti la selva dintorno, Né mai de aiuto chieder se rafina, Battendosi con mano il viso adorno. Via la portava il vecchio a gran ruina Sempre temendo averne onta e gran scorno, Né mai sua mente al tutto ebbe sicura Sin che fu gionto ad una tomba scura.

Nel sasso entrava quel falso vecchione, Cridando la donzella ad alta voce. Lui ha ben ferma e certa opinïone Di sfocar quel disio che il cor gli coce; Ma ne la tomba alor stava un leone Ismisurato, orribile e feroce; Il quale, odendo il crido e gran rumore, Uscì fremendo con molto furore.

Come lo vide il vecchio fuora uscire, Non domandati se egli ebbe paura; Pallido in faccia se pose a fuggire, Lasciando quella bella creatura, Che di spavento credette morire; Ma, come volse sua bona ventura, Lasciolla quel leone, e via passava, Seguendo il vecchio che fuggendo andava.

Lui gionse il vecchio, che al bosco fuggiva, E tutto quanto l'ebbe a dissipare. La dama non restò morta né viva, Né di paura sa quel che si fare; Pur così quatta per la verde riva Nascosamente prese a caminare, E già callato avendo il monte al piano Ritrovò uno omo contrafatto e strano.

Questo era grande e quasi era gigante, Con lunga barba e gran capigliatura, Tutto peloso dal capo alle piante: Non fu mai visto più sozza figura. Per scudo una gran scorza avia davante, E una mazza ponderosa e dura; Non avea voce de omo né intelletto: Salvatico era tutto il maladetto.

Come la dama riscontrò nel prato, Presela in braccio; e, caminando forte, Ad una quercia che era lì da lato, La legò stretta con rame ritorte. Poi là vicino a l'erba fu colcato, Mirando lei, che ognior chiedea la morte; Lei chiedendo morir sempre piangea, Ma questo omo bestial non la intendea.

Lasciamo il dir di quella sventurata, Che de l'un male in l'altro era caduta; Ella di stroppe alla quercia è legata, E sol piangendo il suo dolore aiuta. Ora ascoltati de l'altra brigata, Che per cercarla al bosco era venuta: Orlando e Brandimarte e la donzella Per lor campata da fortuna fella.

In croppa la portava il conte Orlando, E dolcemente la prese a pregare Che gli contasse, così caminando, Quel che promesso avea di ragionare. Lei, prima leggermente sospirando, Disse: - D'ognor che senti racontare De alcun vecchio marito beffa nova, Tientela certa, e non chieder più prova.

Perché tante ne son fatte nel mondo, Strane e diverse, come aggio sentito, Che per vergogna già non me nascondo Se anch'io ne feci un'altra al mio marito; Anci mi torna l'animo iocondo D'ognor ch'io mi ramento a qual partito Fo da me scorto quel vecchio canuto, Che sì scaltrito al mondo era tenuto.

Sì come alla fontana io te contai, Quel vecchio di me fece il male acquisto; Il celo e la fortuna biastemai, Ma ad esso assai toccava esser più tristo, Ché ne dovea sentire eterni guai, Né fu dal suo gran senno assai provvisto A prender me fanciulla, essendo veglio; Che tuorla antica o star senza era meglio.

Lui me condusse con solenne cura, Con pompa e con trionfo glorïoso, Ad una rocca che ha nome Altamura, Dove il suo gran tesor stava nascoso. Di quel che gli intravenne ebbe paura, Né ancor vista m'avea, che era zeloso; Però me pose dentro a quel girone, Intro una ciambra, peggio che pregione.

Là mi stavo io, de ogni diletto priva, E campi e la marina a riguardare, Perché la torre è posta in su la riva D'una spiaggia deserta, a lato al mare: Non vi puotria salir persona viva Che non avesse l'ale da volare, E sol da un lato a quel castello altiero Salir se puote per stretto sentiero.

Ha sette cinte e sempre nova intrata Per sette torrïoni e sette porte, Ciascuna piccoletta e ben ferrata. Dentro a questo giron cotanto forte Fo' io piacevolmente impregionata, Sempre chiamando, e notte e giorno, morte; Né altro speravo che desse mai fine Al mio dolore e a mie pene meschine.

Di zoie e de oro e de ogni altro diletto Ero io fornita troppo a dismisura, Fuor de il piacer che si prende nel letto, Del quale avea più brama e maggior cura; E il vecchio, che avea ben de ciò sospetto, Sempre tenea le chiave alla cintura, Ed era sì zeloso divenuto, Che avendol visto non serìa creduto.

Perciò che sempre che alla torre entrava, Le pulice scotea del vestimento, E tutte fuor de l'uscio le cacciava; Né stava per quel dì più mai contento, Se una mosca con meco ritrovava; Anzi diceva con molto tormento: È femina, over maschio questa mosca? Non la tenire, o fa ch'io la cognosca.

Mentre ch'io stavo da tanto sospetto Sempre guardata e non sperando aiuto, Ordauro, quel legiadro giovanetto, Più volte a quella rocca era venuto, E fatto ogni arte e prova; ed in effetto Altro mai che il castel non ha veduto; Ma Amor, che mai non è senza speranza, Con novo antiveder li die' baldanza.

Egli era ricco di molto tesoro, Ché senza quel non val senno un lupino; Onde con molto argento e con molto oro Fe' comprare un palagio in quel confino Dove me tenìa chiusa il barbasoro, E manco de due miglia era vicino. Non dimandati mo se al mio marito Crebbe sospetto, e se fu sbigotito.

Esso temea del vento che soffiava, E del sol che lucea da quella parte, Dove Ordauro al presente dimorava; E con gran cura, diligenzia ed arte Ogni picciol pertugio vi serrava, Né mai d'intorno dal giron se parte; E se un occello o nebbia nel ciel vede, Che quel sia Ordauro fermamente crede.

Ogni volta salia con molto affanno Sopra alla torre, e trovandomi sola Diceva: "Io temo che me facci inganno, Ché non so che qua su de intorno vola. Io ben comprendo la vergogna e il danno, E non ardisco a dirne una parola: Ché oggi ciascun che ha riguardo al suo fatto, Nome ha zeloso, ed è stimato un matto."

Così diceva; e poi che era partito, Rodendo andava intorno a quel rivaggio; E per spiare ancor tal volta è gito Dove abitava Ordauro al bel palaggio; E a lui diceva: "Quel riman schernito, Che più stima sapere ed esser saggio. Se una vien còlta, non te ne fidare, Ché l'ultima per tutte può pagare."

Queste parole e molte altre dicia Sempre fra denti, con voce orgogliosa. Ordauro al suo parlar non attendia, Ma con mente scaltrita ed amorosa Sotto la terra avea fatto una via, A ciascuno altro incognita e nascosa. Per una tomba chiusa intorno e scura Gionse una notte dentro ad Altamura.

E benché egli arivasse d'improviso, Ch'io non stimavo quella cosa mai, Io il ricevetti ben con meglior viso Ch'io non facevo Folderico assai. Ancora esser mi par nel paradiso, Quando ramento come io lo baciai, E come lui baciomme nella bocca; Quella dolcezza ancor nel cor mi tocca.

Questo ti giuro e dico per certanza, Ch'io ero ancora vergine e polzella; Ché Folderico non avea possanza, Ed essendo io fanciulla e tenerella, Me avea gabata con menzogna e zanza, Dandomi intender con festa novella, Che sol baciando e sol toccando il petto De amor si dava l'ultimo diletto.

Alora il suo parlar vidi esser vano, Con quel piacer che ancor nel cor mi serbo. Noi cominciammo il gioco a mano a mano; Ordauro era frezzoso e di gran nerbo, Sì che al principio pur mi parve strano, Come io avessi morduto un pomo acerbo; Ma nella fin tal dolce ebbi a sentire, Ch'io me disfeci e credetti morire.

Io credetti morir per gran dolcezza, Né altra cosa da poi stimai nel mondo. Altri acquisti possanza o ver ricchezza, Altri esser nominato per il mondo. Ciascun che è saggio, il suo piacere aprezza E il viver dilettoso e star iocondo; Chi vôle onore o robba con affanno, Me non ascolti, ed abbiasene il danno.

Più fiate poi tornammo a questo gioco, E ciascun giorno più crescia il diletto; Ma pur il star rinchiusa in questo loco Mi dava estrema noia e gran dispetto; E il tempo del piacer sempre era poco, Però che quel zeloso maladetto Me ritornava sì ratto a vedere, Che spesso me sturbò di gran piacere.

Unde facemmo l'ultimo pensiero Ad ogni modo de quindi fuggire; Ma ciò non puotea farsi de legiero, Ché avea quel vecchio sì spesso a salire Là dove io stava nel castello altiero, Che non ci dava tempo di partire. Al fin consiglio ce donò lo amore, Che dona ingegno e sotigliezza al core.

Ordauro Folderico ebbe invitato Al suo palagio assai piacevolmente, Mostrandoli che se era maritato, Per trarli ogni sospeto della mente. Lui, da poi che ebbe il castel ben serrato, Ch'io non potessi uscirne per niente, Né sapendo di che, pur sbigotito, Ne andò dove era fatto il gran convito.

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