Front matter (continued 2)
Reading edition
E va d'intorno facendo gran passo, Salta per tutto quasi in un momento; Di ciò che gli è davanti, fa fraccasso, Getta gran foco con molto spavento; Perché la gente, che era gioso al basso, Che e soi fatti vedea e suo ardimento, Solfo gli dànno con pegola accesa; Lui tra' la vampa fuora alla distesa.
Lasciam costoro, e torniamo a Ranaldo, Che nella mente tutto se rodia; Tanto è di scoter Ricciardetto caldo, Che se dispera e non trova la via. Quel gran gigante sta lì fermo e saldo, E un gran baston di ferro in man tenìa; Armato è tutto da capo alle piante, E per destriero ha sotto uno elefante.
Or non gli vale il furïoso assalto, Non vale a quel barone esser gagliardo, Però che non puotea gionger tanto alto. Subitamente smonta di Baiardo, E nella croppa se gitta d'un salto A quel gigante, che non gli ha riguardo; L'elmo gli spezza e d'acciaro una scoffia, Né pone indugia che 'l colpo ridoppia.
Par che si batta un ferro alla fucina; Quella gran testa in due parte disserra. Cadde 'l gigante con tanta roina, Che a sé d'intorno fie' tremar le terra. Or ne fugge la gente saracina, Che è dinanzi a Ranaldo in quella guerra, Come la lepre fugge avanti al pardo: Stretti gli caccia quel baron gagliardo.
Aveva Feraguto tuttavia Più de quattro ore cacciato l'Alfrera; Ardea ne gli occhi pien de bizaria, Perché non trova modo, né maniera Per la quale Isolier riscosso sia. Quella ziraffa, contraffatta fera, Via ne lo porta, correndo il trapasso; E giunse al pavaglion, nanti a Gradasso.
Ferragù segue dentro al paviglione. L'Alfrera, che se vide al ponto stretto, Getta Isoliero e mena del bastone, Ed ebbel gionto sopra al bacinetto, E sbalordito il fe' cader de arcione: Quel gran gigante li fu presto al petto. Così fu preso l'ardito guerreri. Torna l'Alfrera, e prese anco Isolieri.
Dicea l'Alfrera: - Io ti so dir, segnore, Che nostra gente è rotta ad ogni modo, Ché quel Ranaldo è di troppo valore. Mal volentiera un tuo nemico lodo; Ma, senza dir d'altrui, lui si fa onore, E poco d'ora fa, sì come io odo, Partì la testa al gigante Balorza; Or pôi pensar, segnor, se egli ha gran forza.
A chi te piace de' tuoi ne dimanda, Benché anch'io sappia della sua possanza, Ché 'l re Faraldo d'una ad altra banda Vidi io passato d'un scontro de lanza. Il re di Persia a Macon racomanda, Che fu pur gionto a simigliante danza. Debb'io tacer di me, che andai per terra, Che mai non mi intervenne in altra guerra? -
Dicea Gradasso: - Può questo Iddio fare, Che quel Ranaldo sia tanto potente? Chi me volesse del cel coronare (Perché la terra io non stimo nïente), Non me potrebbe al tutto contentare, S'io non facessi prova de presente, Se quel barone è cotanto gagliardo Che mi diffenda il suo destrier Baiardo. -
Così dicendo chiede l'armatura, Quella che prima già portò Sansone. Non ebbe il mondo mai la più sicura; Da capo a piedi se arma il campïone. Ecco la gente fugge con paura, Dietro gli caccia quel figlio d'Amone. Non pô Gradasso star sì poco saldo, Che dentro al pavaglion serà Ranaldo.
Più non aspetta, e salta su l'alfana. Questa era una cavalla smisurata: Mai non fu bestia al mondo più soprana; Come Baiardo proprio era intagliata. Ecco Ranaldo, che gionge alla piana, In mezo della gente sbaratata. Oh quanto ben d'intorno il camin spaza, Troncando busti e spalle e teste e braza!
Ora se move il forte re Gradasso Sopra l'alfana, con tanta baldanza, Che tutto il mondo non stimava un asso. Verso Ranaldo bassava la lanza, E nel venir menava tal fraccasso, Che Baiardo il destrier n'ebbe temanza. Sedeci piedi salì suso ad alto; Non fo mai visto il più mirabil salto.
Il re Gradasso assai si meraviglia, Ma mostra non curare, e passa avante; Tutta la gente sparpaglia e scombiglia, Per terra abbatte Ivone e il re Morgante. L'Alfrera, che gli è dietro, questi piglia, Ché sempre lo seguiva quel gigante. Trova Spinella, Guizardo e Angelino: Tutti gli abbatte il forte Saracino.
Ranaldo se ebbe indietro a rivoltare, E vide quel pagan tanto gagliardo. Una grossa asta in man se fece dare, E poi dicea: - O destrier mio Baiardo, A questa volta, per Dio! non fallare, Ché qui conviensi avere un gran riguardo. Non già, per Dio! ch'io mi senta paura; Ma quest'è un omo forte oltra misura. -
Così dicendo serra la visiera, E contra al re ne vien con ardimento. Videl Gradasso, la persona altiera: Mai, da che nacque, fo tanto contento; Ché a lui par cosa facile e leggiera Trar de l'arcion quel sir de valimento. Ma nella prova l'effetto si vede: Più fatica li avrà ch'el non si crede.
Fo questo scontro il più dismisurato Che un'altra volta forse abbiate udito. Baiardo le sue croppe misse al prato, Che non fu più giamai a tal partito, Benché se fo de subito levato. Ma Ranaldo rimase tramortito; L'alfana trabuccò con gran fracasso: Nulla ne cura il potente Gradasso.
Spronando forte la facea levare, Tra l'altra gente dà senza paura. Dice a l'Alfrera che debba pigliare Ranaldo, e che 'l destrier mena con cura. Ma certo e' gli lasciò troppo che fare, Perché Baiardo per quella pianura Via ne portava il cavalliero ardito; In poco de ora se fo risentito.
Credendosi ancora esser là dove era Il re Gradasso, prende il brando in mano; Con la zirafa lo seguia l'Alfrera, Che quasi ancora l'ha seguìto in vano. Sopra Baiardo, la bestia leggiera, Ranaldo va correndo per il piano; Per tutto va cercando, e piano e monte, Sol per trovarse con Gradasso a fronte.
Ed eccoti davanti, ed ha abbattuto Fuor de l'arcione il suo fratello Alardo. Esso non ha Ranaldo ancor veduto, Ché in quella parte non facea riguardo. Ma de improviso li è sopra venuto, E punto nel ferir non fu già tardo. A due man mena con tanta flagella, Che sel crede partir fin su la sella.
Non fu il gran colpo a quel re cosa nova, Ché di valor portava la ghirlanda; Né crediati per questo che si mova, Né arma si spezzi, né sangue si spanda. Disse a Ranaldo: - Or vederem la prova, E dir potrai, se alcun te ne dimanda, Qual sia di noi più franco feritore. Se ora mi campi, io te dono l'onore. -
Così ragiona il forte saracino, E mena della spada tutta fiata; Cade Ranaldo tramortito e chino, Ché mai tal botta non ha lui provata. Lo elmo affatato, che fu de Mambrino, Gli ha questa volta la vita campata. Presto Baiardo adietro si è voltato, Stavi Ranaldo in sul collo abbracciato.
Gradasso quasi un miglio l'ha seguìto, Ché ad ogni modo lo volea pigliare; Ma poi che for di vista gli fu uscito, È delibrato adrieto ritornare. Ora Ranaldo se fu risentito, E ben destina de se vendicare. Non è Gradasso rivoltato apena, Ranaldo un colpo ad ambe man li mena
Sopra de l'elmo con tanto furore, Che ben li fece batter dente a dente. Tra sé ridendo, quel re di valore Dicea: "Questo è un demonio veramente. Quando egli ha il peggio e quando egli ha il megliore, Ognior cerca la briga parimente. Ma sempre mai non li andarà ben còlta: Se non adesso, il giongo un'altra volta."
Così parlando quel Gradasso altiero Li viene adosso con gli occhi infiammati. Ranaldo tenìa l'occhio al tavoliero: Se 'l bisogna, segnor, non dimandati. Un colpo mena quel gigante fiero Ad ambe mani, ed ha i denti serrati. Il baron nostro sta su la vedetta: Trista sua vita se quel colpo aspetta!
Ma certamente e' n'ebbe poca voglia; Con un gran salto via se fu levato. Radoppia il colpo il gigante con doglia; Baiardo se gittò da l'altro lato. - Può fare Iddio ch'una volta non coglia? - Diceva il re Gradasso disperato; E mena 'l terzo; ma nulla li vale: Sempre Baiardo par che metta l'ale.
Poi che assai se ebbe indarno affaticato, Delibra altrove sua forza mostrare, E nella schiera de' nemici entrato Cavagli e cavallier fa trabuccare. Ma cento passi non è dislongato, Che Ranaldo lo vene a travagliare; E benché molto stretto non lo offenda, Forza li è pur che ad altro non attenda.
Tornati sono alla cruda tenzone: Bisogna che Ranaldo giochi netto. Ecco venire il gigante Orïone, Che se ne porta preso Ricciardetto. Per li piedi il tenìa quel can fellone: Forte cridava aiuto il giovanetto. Quando Ranaldo a tal partito il vede, Della compassïon morir si crede.
Così nel viso li abondava il pianto, Che veder non poteva alcuna cosa; Mai fu turbato alla sua vita tanto. Or li monta la colora orgogliosa. Ed io vi narrarò ne l'altro canto Il fin della battaglia dubitosa, Che, come io dissi, cominciò a l'aurora, E durò tutto il giorno, e dura ancora.
Canto quinto
Voi vi doveti, segnor, racordare Come Ranaldo forte era turbato Veggendo Ricciardetto via portare. Gradasso incontinente ebbe lasciato, E il gran gigante viene ad afrontare. Era quello Orïone ignudo nato; Negra ha la pelle, e tanto grossa e dura, Che de coperta de arme nulla cura.
Ranaldo dismontò subito a piede, Perché forte temeva di Baiardo Per il gran tronco che al gigante vede; Esser non li bisogna pigro o tardo. Apena che Orïone estima o crede Che si ritrova in terra un sì gagliardo Che ardisca far con lui battaglia stretta: Però si sta ridendo, e quello aspetta.
Ma non aveva Fusberta assaggiata, Né le feroce braccia di Ranaldo, Ché l'armatura se avrebbe augurata. A due man mena il principe di saldo, E nella cossa fa grande tagliata. Quando Orïone sente il sangue caldo, Tra' contra terra forte Ricciardetto, Mugiando come un toro, il maledetto.
Stava disteso Ricciardetto in terra, Senza alcun spirto, sbigotito e smorto; E quel gigante il grande arboro afferra: Ranaldo in su l'aviso stava accorto. Quando Orïone il gran colpo disserra, Non che lui solo, un monte ne avria morto; Ranaldo indietro si retira un passo. Ecco a la zuffa arivò il re Gradasso.
Non sa Ranaldo già più che si fare, E certamente gli tocca paura. Lui, che di core al mondo non ha pare, Mena un gran colpo fuor d'ogni misura: Fusberta se sentiva zuffellare. Gionse Orïone al loco de cintura; A meza spada nel fianco lo afferra: Cadde il gigante in dui cavezzi in terra.
Nulla dimora fa il franco barone, Né pur guarda il gigante che è cascato, Subitamente salta su l'arcione, E contra di Gradasso se n'è andato. Ma non se può levar de opinïone Quel re il colpo che ha visto ismisurato; Con la man disarmata ebbe a cignare Verso Ranaldo, che li vôl parlare.
E ragionando poi con lui dicia: - E' sarebbe, barone, un gran peccato Che lo ardir tuo e il fior de gagliardia, Quanto ne hai oggi nel campo mostrato, Perisse con sì brutta villania; Ché tu sei da mia gente intornïato. Come tu vedi, non te pôi partire: Convienti esser pregione, o ver morire.
Ma Dio non voglia che cotal diffetto Per me si faccia a un baron sì gagliardo; Unde per mio onore io aggio eletto, Da poi che 'l giorno de oggi è tanto tardo, Che noi veniamo dimane allo effetto, Io senza alfana, e tu senza Baiardo; Ché la virtute de ogni cavalliero Si disaguaglia assai per il destriero.
Ma con tal patto la battaglia sia, Che stu me occidi o prendime pregione, Ciascun chi è preso di tua compagnia, O sia vasallo al re Marsilïone, Seran lasciati su la fede mia; Ma s'io te vinco, io voglio il tuo ronzone. O vinca, o perda, poi me abbia a partire, Né più in ponente mai debba venire. -
Ranaldo già non stette altro a pensare, Ma subito rispose: - Alto segnore, Questa battaglia che debbiamo fare, Essere a me non può se non de onore. E di prodecia sei sì singulare, Che, essendo vinto da tanto valore, Non mi serà vergogna cotal sorte, Anci una gloria aver da te la morte.
Quanto alla prima parte, te rispondo Che ben te voglio e debbo ringraziare, Ma non che già mi trovi tanto al fondo, Che da te debba la vita chiamare; Perché, se armato fosse tutto 'l mondo, Non potrebbe al partir mio divetare, Non che voi tutti; e se forse hai talento Farne la prova, io son molto contento. -
Incontinente se ebbeno accordare Della battaglia tutto il conveniente: Il loco sia nel litto apresso il mare, Lontan sei miglia a l'una e l'altra gente. Ciascuno al suo talento se può armare De arme a diffensa e di spada tagliente; Lancia né mazza o dardo non si porta, E denno andar soletti e senza scorta.
Ciascuno è molto bene apparecchiato Per domatina alla zuffa venire; Ogni vantaggio a mente hanno tornato, Le usate offese e l'arte del scrimire. Ma prima che alcun de essi venga armato, De Angelica vi voglio alquanto dire; La qual per arte, come ebbe a contare, Dentro al Cataio se fece portare.
Benché lontana sia la giovanetta, Non può Ranaldo levarse del core. Come cerva ferita di saetta, Che al lungo tempo accresce il suo dolore, E quanto il corso più veloce affretta, Più sangue perde ed ha pena maggiore: Così ognor cresce alla donzella il caldo, Anci il foco nel cor, che ha per Ranaldo.
E non poteva la notte dormire, Tanto la strenge il pensiero amoroso; E se pur, vinta dal longo martìre, Pigliava al far del giorno alcun riposo, Sempre sognando stava in quel desire. Ranaldo gli parea sempre crucioso Fuggir, sì come fece in quella fiata Che fu da lui nel bosco abandonata.
Essa tenea la faccia in ver ponente, E sospirando e piangendo talora Diceva: "In quella parte, in quella gente Quel crudel tanto bello ora dimora. Ahi lassa! Lui di me cura nïente! E questo è sol la doglia che me accora: Colui, che di durezza un sasso pare, Contra a mia voglia a me il conviene amare.
Io aggio fatto ormai l'ultima prova Di ciò che pôn gli incanti e le parole, E l'erbe strane ho còlto a luna nova, E le radice quando è oscuro il sole; Né trovo che dal petto me rimova Questa pena crudel, che al cor mi dole, Erba né incanto o pietra precïosa: Nulla mi val, ché amor vince ogni cosa.
Perché non venne lui sopra a quel prato, Là dove io presi il suo saggio cugino? Che certamente io non avria cridato. Ora è pregione adesso quel meschino. Ma incontinente serà liberato, Acciò che quello ingrato peregrino Cognosca in tutto la bontate mia, Che dà tal merto a sua discortesia."
E detto questo se ne andò nel mare, Là dove Malagise era pregione; Con l'arte sua là giù si fe' portare, Ché andarvi ad altra via non c'è ragione. Malagise ode l'uscio disserrare, E ben si crede in ferma opinïone, Che sia il demonio, per farlo morire, Perché a quel fondo altrui non suol mai gire.
Gionta che fu là dentro la donzella, Di farlo portar sopra ben si spaccia; E poi che l'ebbe entro una sala bella, La catena li sciolse dalle braccia; E nulla per ancora gli favella, Ma ceppi e ferri dai piè li dislaccia. Come fu sciolto, li disse: - Barone, Tu sei mo franco, ed ora eri prigione.
Sì che, volendo una cortesia fare A me, che fuor te trassi di quel fondo, Da morte a vita mi pôi ritornare, Se qua mi meni il tuo cugin iocondo: Dico Ranaldo, che mi fa penare. A te la mia gran doglia non nascondo: Penar fa me de amore in sì gran foco, Che giorni e notte mai non trovo loco.
Se me prometti nel tuo sacramento Far qua Ranaldo inanti a me venire, Io te farò de una cosa contento, Che forse de altra non hai più desire: Darotti il libro tuo, se n'hai talento. Ma guarda, stu prometti, non mentire; Perché te aviso che uno annello ho in mano, Che farà sempre ogni tuo incanto vano. -
Malagise non fa troppo parole, Ma come a quella piace, così giura; Né sa come Ranaldo non ne vôle, Anci crede menarlo alla sicura. Già se chinava allo occidente il sole; Ma, come gionta fu la notte scura, Malagise un demonio ha tolto sotto, E via per l'aria se ne va di botto.
Quel demonio li parla tutta fiata (E va volando per la notte bruna) Della gente che in Spagna era arivata, E come Ricciardetto ebbe fortuna, E la battaglia come era ordinata. Di ciò che è fatto, non gli è cosa alcuna Che quel demonio non la sappia dire; Anci più dice, perché sa mentire.
E già son gionti presso a Barcellona (Forse restava un'ora a farse giorno), E Malagise il demonio abandona. E per quei paviglion guardando intorno, Dove sia de Ranaldo la persona, E' dormir vede il cavallier adorno; Nella trabacca sua stava colcato. Malagise entra, ed ebbelo svegliato.
Quando Ranaldo vide la sua faccia, Non fu nella sua vita sì contento; Del trapontin se leva e quello abbraccia, E delle volte lo baciò da cento. Disse a lui Malagise: - Ora te spaccia, Ch'io son venuto sotto a sacramento. Piacendo a te, me pôi deliberare: Non te piacendo, in pregion vo' tornare.
Non aver nella mente alcun sospetto Ch'io voglia che tu facci un gran periglio; Con una fanciulletta andrai nel letto, Netta come ambro, e bianca come un giglio. Me trai di noia, e te poni in diletto. Quella fanciulla dal viso vermiglio È tal, che tu nol pensaresti mai: Angelica è colei di cui parlai. -
Quando Ranaldo ha nominare inteso Colei che tanto odiava nel suo core, Dentro dal petto è di alta doglia acceso, E tutto in viso li cangiò il colore. Ora un partito, ora un altro n'ha preso Di far risposta, e non la sa dir fuore; Or la vôl fare, ora la vôl differire; Ma nello effetto e' non sa che si dire.
Al fin, come persona valorosa Che in zanze false non se sa coprire, Disse: - Odi, Malagise: ogni altra cosa (E non ne trago il mio dover morire), Ogni fortuna dura e spaventosa, Ogni doglia, ogni affanno vo' soffrire, Ogni periglio, per te liberare: Dove Angelica sia, non voglio andare. -
E Malagise tal risposta odìa, Qual già non aspettava in veritate. Prega Ranaldo quanto più sapìa, Non per merito alcun, ma per pietate, Che nol ritorna in quella pregionia. Or gli ricorda la sanguinitate, Or le proferte fatte alcuna volta; Nulla gli val, Ranaldo non l'ascolta.
Ma poi che un pezzo indarno ha predicato, Disse: - Vedi, Ranaldo, e' si suol dire, Ch'altro piacer non s'ha de l'omo ingrato Se non buttarli in occhio il ben servire. Quasi per te ne l'inferno m'ho dato: Tu me vôi far nella pregion morire. Guârti da me; ch'io ti farò uno inganno, Che ti farà vergogna, e forse danno. -
E, così detto, avante a lui se tolse. Subitamente se fo dispartito; E come fo nel loco dove volse (Già caminando avea preso il partito), Il suo libretto subito disciolse. Chiama i demonii il negromante ardito; Draginazo e Falsetta tra' da banda: Agli altri il dipartir presto comanda.
Falsetta fa adobar com'uno araldo, Il qual serviva al re Marsilïone. L'insegna avea di Spagna quel ribaldo, La cotta d'arme, e in mano il suo bastone. Va messagiero a nome de Ranaldo, E gionse di Gradasso al paviglione, E dice a lui che a l'ora de la nona Avrà Ranaldo in campo sua persona.
Gradasso lieto accetta quello invito, E d'una coppa d'ôr l'ebbe donato. Subito quel demonio è dipartito, E tutto da quel che era, è tramutato; Le annelle ha ne l'orecchie, e non in dito, E molto drappo al capo ha inviluppato, La veste lunga e d'ôr tutta vergata; E di Gradasso porta l'ambasciata.
Proprio parea di Persia uno almansore, Con la spada di legno e col gran corno; E qui, davanti a ciascadun segnore, Giura che all'ora primera del giorno, Senza nïuna scusa e senza errore, Serà nel campo il suo segnore adorno, Solo ed armato, come fo promesso; E ciò dice a Ranaldo per espresso.
In molta fretta se è Ranaldo armato; E suoi gli sono intorno d'ogni banda. Da parte Ricciardetto ebbe chiamato, Il suo Baiardo assai gli racomanda. - O sì, o no, - dicea - che sia tornato, Io spero in Dio, che la vittoria manda; Ma se altro piace a quel Segnor soprano, Tu la sua gente torna a Carlo Mano.
Fin che sei vivo debbilo obedire, Né guardar che facesse in altro modo. Or ira, or sdegno m'han fatto fallire; Ma chi dà calci contra a mur sì sodo, Non fa le pietre, ma il suo piè stordire. A quel segnor, dignissimo di lodo, Che non ebbe al fallir mio mai riguardo, S'io son occiso, lascio il mio Baiardo. -
Molte altre cose ancora gli dicia; Forte piangendo, in bocca l'ha baciato. Soletto alla marina poi s'invia; A piedi sopra il litto fo arivato. Quivi d'intorno alcun non apparia. Era un naviglio alla riva attaccato, Sopra di quel persona non appare: Stassi Ranaldo Gradasso a aspettare.
Or ecco Draginazo che s'appara; Proprio è Gradasso, ed ha la sopravesta Tutta d'azurro e d'ôr dentro la sbara, E la corona d'ôr sopra la testa, L'armi forbite e la gran simitara, E 'l bianco corno, che giamai non resta, E per cimero una bandiera bianca; In summa di quel re nulla gli manca.
Questo demonio ne vene sul campo: Il passeggiare ha proprio di Gradasso; Ben dadovero par ch'el butti vampo. La simitara trasse con fraccasso. Ranaldo, che non vôle avere inciampo, Sta su l'aviso e tiene il brando basso; Ma Draginazo con molta tempesta Li calla un colpo al dritto della testa.
Ranaldo ebbe quel colpo a riparare: D'un gran riverso gli tira alla cossa. Or cominciano e colpi a radoppiare; A l'un e l'altro l'animo s'ingrossa. Mo comincia Ranaldo a soffïare, E vôl mostrare a un punto la sua possa: Il scudo che avea in braccio getta a terra, La sua Fusberta ad ambe mane afferra.
Così crucioso, con la mente altiera, Sopra del colpo tutto se abandona. Per terra va la candida bandiera; Calla Fusberta sopra alla corona, E la barbuta getta tutta intiera. Nel scudo d'osso il gran colpo risuona, E dalla cima al fondo lo disserra; Mette Fusberta un palmo sotto terra.
Ben prese il tempo il demonio scaltrito: Volta le spalle, e comincia a fuggire. Crede Ranaldo averlo sbigotito, E de allegrezza sé non può soffrire. Quel maledetto al mar se n'è fuggito; Dietro Ranaldo se 'l mette a seguire, Dicendo: - Aspetta un poco, re gagliardo: Chi fugge, non cavalca il mio Baiardo.
Or debbe far un re sì fatta prova? Non te vergogni le spalle voltare? Torna nel campo e Baiardo ritrova: La meglior bestia non puoi cavalcare. Ben è guarnito ed ha la sella nova, E pur ier sira lo feci ferrare. Vien, te lo piglia: a che mi tieni a bada? Eccolo quivi, in ponta a questa spada. -
Ma quel demonio nïente l'aspetta, Anci pariva dal vento portato. Passa ne l'acqua, e pare una saetta, E sopra quel naviglio fo montato. Ranaldo incontinente in mar se getta, E poi che sopra al legno fo arivato, Vede il nemico, e un gran colpo gli mena: Quel per la poppa salta alla carena.
Ranaldo ognior più drieto se gl'incora, E con Fusberta giù pur l'ha seguìto. Quel sempre fugge, e n'esce per la prora. Era 'l naviglio da terra partito, Né pur Ranaldo se n'avede ancora, Tanto è dietro al nemico invellenito; Ed è dentro nel mar già sette miglia, Quando disparve quella meraviglia.
Quello andò in fumo. Or non me domandate Se meraviglia Ranaldo se dona. Tutte le parte del legno ha cercate: Sopra al naviglio più non è persona. La vella è piena, e le sarte tirate; Camina ad alto e la terra abandona. Ranaldo sta soletto sopra al legno: Oh quanto se lamenta il baron degno!
"Ah Dio del cel, - dicea - per qual peccato M'hai tu mandato cotanta sciagura? Ben mi confesso che molto ho fallato, Ma questa penitenzia è troppo dura. Io son sempre in eterno vergognato, Ché certo la mia mente è ben sicura Che, racontando quel che me è accaduto, Io dirò il vero, e non serà creduto.
La sua gente mi dette il mio segnore, E quasi il stato suo mi pose in mano: Io, vil, codardo, falso, traditore, Gli lascio in terra e nel mar me allontano; Ed or mi par d'odir l'alto romore Della gran gente del popol pagano; Parmi de' miei compagni odir le strida, Veder parmi l'Alfrera che gli occida.
Ahi Ricciardetto mio, dove ti lasso Sì giovanetto, tra cotanta gente? E voi, che pregion seti di Gradasso, Guicciardo, Ivone, Alardo mio valente? Or foss'io stato della vita casso, Quando in Spagna passai primeramente! Gagliardo fui tenuto e d'arme esperto: Questa vergogna ha l'onor mio coperto.
Io me ne vado; or chi farà mia scusa, Quando serò de codardia appellato? Chi non sta al paragon, se stesso accusa: Più non son cavallier, ma riprovato. Or foss'io adesso il figliol de Lanfusa, E per lui nel suo loco impregionato! Per lui dovessi in tormento morire! Ch'io non ne sentirei mità martìre.
Che se dirà di me nella gran corte, Quando serà sentito il fatto in Franza? Quanto Mongrana se dolerà forte Che il sangue suo commetta tal mancanza! Come trionfaranno in su le porte Gaino con tutta casa di Maganza! Ahimè! Già puote dirli traditore: Parlar non posso più; son senza onore."
Così diceva quel baron pregiato, Ed altro ancora nel suo lamentare; E ben tre volte fu deliberato Con la sua spada se stesso passare; E ben tre volte, come disperato, Come era armato, gettarse nel mare: Sempre il timor de l'anima e lo inferno Li vetò far di sé quel mal governo.
La nave tutta fiata via camina, E fuor del stretto è già trecento miglia. Non va il delfino per l'onda marina, Quanto va questo legno a meraviglia. A man sinistra la prora se inchina, Volto ha la poppa al vento di Sibiglia; Né così stette volta, e in uno istante Tutta se è volta incontra di levante.
Fornita era la nave da ogni banda, Eccetto che persona non li appare, Di pane e vino ed ottima vivanda. Ranaldo ha poca voglia di mangiare: In genocchione a Dio si racomanda; E così stando, se vede arivare Ad un giardin, dove è un palagio adorno; Il mare ha quel giardin d'intorno intorno.
Or qui lasciar lo voglio nel giardino, Che sentirete poi mirabil cosa, E tornar voglio a Orlando paladino, Qual, come io dissi, con mente amorosa Verso levante ha preso il suo camino; Giorno né notte mai non se riposa, Sol per cercare Angelica la bella, Né trova chi di lei sappia novella.
Il fiume della Tana avea passato, Ed è soletto il franco cavalliero. In tutto il giorno alcun non ha trovato: Presso alla sera riscontra un palmiero. Vecchio era assai e molto adolorato, Cridando: - Oh caso dispietato e fiero! Chi m'ha tolto il mio bene e 'l mio desio? Figliol mio dolce, te acomando a Dio! -
- Se Dio te aiute, dimme, peregrino, Quella cagion che te fa lamentare. - Così diceva Orlando; e quel meschino Comincia il pianto forte a radoppiare, Dicendo: - Lasso! misero! tapino! Mala ventura ebbi oggi ad incontrare. - Orlando di pregarlo non vien meno Che il fatto gli raconti tutto a pieno.
- Dirotti la cagion perch'io me doglio, - Rispose lui, - da poi che il vôi sapere. Qui drieto a due miglia è uno alto scoglio, Che a la tua vista pô chiaro apparere; Non a me, che non vedo come io soglio, Per pianger molto e per molti anni avere. La ripa di quel scoglio è d'erba priva, E di colore assembra a fiamma viva.
Alla sua cima una voce risuona, Non se ode al mondo la più spaventosa; Ma già non te so dir ciò che ragiona. Corre di sotto una acqua furïosa, Che cinge il scoglio a guisa di corona. Un ponte vi è di pietra tenebrosa, Con una porta che assembra a diamante; E stavvi sopra armato un gran gigante.
Un giovanetto mio figliuolo ed io Quivi dapresso passavam pur ora; E quel gigante maledetto e rio, Quasi dir posso ch'io nol vidi ancora, Sì de nascoso prese il figliol mio; Hassel portato, e credo che il divora. La cagion de che io piango, or saverai; Per mio consiglio indietro tornarai. -
Pensossi un poco, e poi rispose Orlando: - Io voglio ad ogni modo avanti andare. - Disse il palmiero: - A Dio ti racomando, Tu non debbi aver voglia di campare. Ma credi a me, che il ver te dico: quando Avrai quel fier gigante a remirare, Che tanto è lungo e sì membruto e grosso, Pel non avrai che non ti tremi adosso. -
Risene Orlando, e preselo a pregare Che per Dio l'abbia un poco ivi aspettato, E se nol vede presto ritornare, Via se ne vada senza altro combiato. Il termine de un'ora li ebbe a dare, Poi verso il scoglio rosso se n'è andato. Disse il gigante, veggendol venire: - Cavallier franco, non voler morire.
Quivi m'ha posto il re di Circasia, Perch'io non lasci alcuno oltra passare; Ché sopra al scoglio sta una fera ria, Anci un gran mostro se debbe appellare, Che a ciascadun che passa in questa via, Ciò che dimanda, suole indivinare; Ma poi bisogna che anco egli indivina Quel che la dice, o che qua giù il roina. -
Orlando del fanciullo adimandone: Rispose averlo e volerlo tenire; Onde per questo fu la questïone, E cominciorno l'un l'altro a ferire. Questo ha la spada, e quell'altro il bastone: Ad un ad un non voglio i colpi dire. Al fine Orlando tanto l'ha percosso, Che quel si rese e disse: - Più non posso. -
Così riscosse Orlando il giovanetto, E ritornollo al padre lacrimoso. Trasse il palmiero un drappo bianco e netto, Che nella tasca tenìa nascoso. Di questo fuor sviluppa un bel libretto, Coperto ad oro e smalto luminoso; Poi volto a Orlando disse: - Sir compiuto, Sempre in mia vita ti serò tenuto.
E s'io volessi te remeritare, Non bastarebbe mia possanza umana. Questo libretto voglilo accettare, Che è de virtù mirabile e soprana, Perché ogni dubbioso ragionare Su queste carte si dichiara e spiana. - E, donatogli il libro, disse: - Addio! - E molto allegro da lui se partio.
Orlando s'arestò col libro in mano, E fra se stesso comincia a pensare; Mirando al scoglio che è cotanto altano, Ad ogni modo in cima vôl montare, E vôl veder quel mostro tanto istrano, Che ogni dimanda sapea indivinare. E sol per questo volea far la prova, Per saper dove Angelica si trova.
Passa nel ponte con vista sicura, Ché già non lo divieta quel gigante. Egli ha provata Durindana dura, Dàgli la strata: Orlando passa avante. Per una tomba tenebrosa e oscura Monta alla cima quel baron aitante, Dove, entro a un sasso rotto per traverso, Stava quel mostro orribile e diverso.
Avea crin d'oro e la faccia ridente Come donzella, e petto di lione, Ma in bocca avea di lupo ogni suo dente, Le braccie d'orso e branche di grifone, E busto e corpo e coda di serpente; L'ale depinte avea come pavone. Sempre battendo la coda lavora, Con essa e sassi e il forte monte fora.
Quando quel mostro vede il cavalliero, Distese l'ale e la coda coperse: Altro che il viso non mostrava intiero. La pietra sotto lui tutta se aperse. Orlando disse a lui con viso fiero: - Tra le provenze e le lingue diverse, Dal freddo al caldo e da sira a l'aurora, Dimmi ove adesso Angelica dimora. -
Dolce parlando, la maligna fiera Così risponde a quel che Orlando chiede: - Quella per cui tua mente se dispera, Presso al Cataio in Albraca si vede. Ma tu respondi ancora a mia manera: Qual animal passeggia senza piede? E poi qual altro al mondo se ritrova, Che con quattro, dui, tre de andar se prova? -
Pensa Orlando alla dimanda strana, Né sa di quella punto sviluppare: Senza dire altro trasse Durindana. Quella comincia intorno a lui volare; Or lo ferisce tutta subitana, Or lo minaccia e fallo intorno andare, Or di coda lo batte, or dello ungione: Ben li è mistiero aver sua fatasone.
Che se non fosse lui stato afatato, Come era tutto, il cavalliero eletto, Ben cento volte l'arebbe passato, D'avanti a dietro, e dalle spalle al petto. Quando fu Orlando assai ben regirato, L'ira li monta e crescegli il dispetto; Adocchia il tempo e, quando quella cala, Piglia un gran salto, e gionsela ne l'ala.
Cridando il crudel mostro cade a terra; Longe d'intorno fu quel crido odito. Le gambe a Orlando con la coda afferra, E con le branche il scudo li ha gremito. Ma presto fu finita questa guerra, Perché nel ventre Orlando l'ha ferito; Poi che de intorno a sé l'ebbe spiccato, Giù di quel scoglio lo trabucca al prato.
Smonta la ripa e prende il suo destriero, Forte camina, come inamorato; E cavalcando li venne in pensiero De ciò che il mostro l'avea dimandato. Tornagli a mente il libro del palmiero, E fra sé disse: "Io fui ben smemorato! Senza battaglia potea satisfare. Ma così piacque a Dio che avesse andare."
E guardando nel libro, pone cura Quel che disse la fera indivinare; Vede il vecchio marino e sua natura, Che con l'ale che nota, ha a passeggiare; Poi vede che l'umana creatura In quattro piedi comincia ad andare, E poi con duo, quando non va carpone; Tre n'ha poi vecchio, contando il bastone.
Leggendo il libro gionse a una rivera De una acqua negra, orribile e profonda. Passar non puote per nulla maniera, Ché derupata è l'una e l'altra sponda. Lui de trovare il varco pur se spera, E, cavalcando il fiume alla seconda, Vede un gran ponte e un gigante che guarda: Vassene Orlando a lui, ché già non tarda.
Come 'l gigante il vide, prese a dire: - Misero cavallier! Malvagia sorte Fu quella che ti fece qui venire. Sappi che questo è il Ponte della Morte; Né più di qui ti potresti partire, Perché son strate inviluppate e torte, Che pur al fiume te menan d'ogniora: Convien che un di noi doi sul ponte mora. -
Questo gigante che guardava il ponte, Fu nominato Zambardo il robusto: Più de duo piedi avea larga la fronte, Ed a proporzïon poi l'altro busto. Armato proprio rasembrava un monte, E tenea in man di ferro un grosso fusto; Dal fusto uscivan poi cinque catene, Ciascuna una pallotta in cima tiene:
Ogni pallotta vinte libbre pesa. Da capo a piede è di un serpente armato, Di piastre e maglia, a fare ogni diffesa; La simitara avea dal manco lato. Ma, quel che è peggio, una rete ha distesa, Perché, quando alcun l'abbia contrastato, Ed abbia ardire e forza a meraviglia, Con la rete di ferro al fine il piglia.
E questa rete non si può vedere, Perché coperta è tutta ne l'arena; Lui col piede la scocca a suo piacere, E il cavallier con quella al fiume mena. Rimedio non si pote a questo avere; Qualunche è preso, è morto con gran pena. Non sa di questa cosa il franco conte: Smonta il destriero e vien dritto in sul ponte.
Il scudo ha in braccio e Durindana in mano, Guarda il nemico grande ed aiutante; Tanto ne cura il senator romano, Quanto quel fusse un piccoletto infante. Dura battaglia fu sopra quel piano. Ma in questo canto più non dico avante, Ché quello assalto è tanto faticoso, Che, avendo a dirlo, anch'io chiedo riposo.
Canto sesto
Stati ad odir, segnor, la gran battaglia, Che un'altra non fu mai cotanto oscura. Di sopra odisti la forza e la taglia De Zambardo, diversa creatura. Ora odireti con quanta travaglia Fu combattuto, e la disaventura Che intravenne ad Orlando senatore, Qual forse non fu mai, né fia maggiore.
Lo ardito cavallier monta su il ponte; Zambardo la sua mazza in mano afferra. A mezza cossa non li aggiunge il conte, Ma con gran salti si leva da terra, Sì che ben spesso li tien fronte a fronte. Ecco il gigante che il baston disserra: Orlando vede il colpo che vien d'alto, Da l'altro canto se gittò de un salto.
Forte se turba quel saracin fello; Ma ben lo fece Orlando più turbare, Perché nel braccio il gionse a tal flagello, Che il baston fece per terra cascare. Subitamente poi parve uno uccello, Che l'altro colpo avesse a radoppiare; Ma tanto è duro il cor' di quel serpente, Che sempre poco ne tocca, o nïente.
La simitara avea tratto Zambardo, Da poi ch'in terra gli cadde il bastone. Ben vide quel barone esser gagliardo, E de adoprar la rete fa rasone; Ma quello aiuto vôl che sia il più tardo. Or mena della spada un riversone; A meza guancia fu il colpo diverso: Ben vinti passi Orlando andò in traverso.
Per questo è il conte forte riscaldato, Il viso gli comincia a lampeggiare; L'un e l'altro occhio aveva stralunato. Questo gigante ormai non può campare: Il colpo mena tanto infulminato, Che Durindana facea vinculare, Ed era grossa, come Turpin conta, Ben quattro dita da l'elcio alla ponta.
Orlando lo colpisce nel gallone, Spezza le scaglie e il dosso del serpente. Avea cinto di ferro un corrigione: Tutto lo parte quel brando tagliente. Sotto lo usbergo stava il pancirone, Ma Durindana ciò non cura niente; E certamente per mezo il tagliava, Se per lui stesso a terra non cascava.
A terra cadde, o per voglia, o per caso, Io nol so dir; ma tutto se distese. Color nel volto non gli era rimaso, Quando vidde il gran colpo sì palese; Il cor gli batte, e freddo ha il mento e 'l naso. Il suo baston, ch'è in terra, ancor riprese; Così a traverso verso Orlando mena, E gionsel proprio a mezo alla catena.
Il conte di quel colpo andò per terra, E l'un vicino a l'altro era caduto. Così distesi, ancora se fan guerra; Più presto in piedi Orlando è rivenuto. Nella barbuta ad ambe man lo afferra; Lui anco è preso dal gigante arguto, E stretto se lo abbraccia sopra al petto; Via ne 'l porta nel fiume il maledetto.
Orlando ad ambe man gli batte il volto, Ché Durindana in terra avea lasciata; Sì forte il batte, che 'l cervel gli ha tolto: Cadde il gigante in terra un'altra fiata. Incontinente il conte si è rivolto Dietro alle spalle, e la testa ha abbracciata. Balordito è il gigante, e non gli vede, Ma al dispetto de Orlando salta in piede.
Or si rinova il dispietato assalto: Questo ha il bastone, e quello ha Durindana. Già nol puotea ferire Orlando ad alto, Standose fermo in su la terra piana, Ma sempre nel colpire alciava un salto: Battaglia non fu mai tanto villana. Vero è che Orlando del scrimire ha l'arte; Già ferito è il gigante in quattro parte.
Mostra Zambardo un colpo radoppiare, Ma nel ferire a mezo se rafrena; E, come vede Orlando indietro andare, Passagli adosso, e forte a due man mena. Non vale a Orlando il suo presto saltare; Sibilla il cielo e suona ogni catena. Non se smarisce quel conte animoso, Col brando incontra 'l colpo roïnoso:
Ed ha rotto il bastone e fraccassato. E non crediati poi ch'el stia a dormire; Ma d'un riverso al fianco gli ha menato, Là dove l'altra volta ebbe a colpire. Quivi il cor' del serpente era tagliato: Or che potrà Zambardo ben guarnire? Ché Durindana vien con tal furore, Che la saetta de 'l tron non l'ha maggiore.
Quasi il parte da l'uno a l'altro fianco (Da un lato se tenea poco, o nïente). Venne il gigante in faccia tutto bianco, E vede ben che è morto veramente. Forte la terra batte col piè stanco, E la rete si scocca incontinente, E con tanto furor agrappa Orlando, Che nel pigliar de man li trasse 'l brando.
Le braccia al busto li strenge con pena, Che già non si poteva dimenare; Tanto ha grossa la rete ogni catena, Che ad ambe man non si puotria pigliare. - O Dio del celo, o Vergine serena, - Diceva il conte - debbiame aiutare! - Alor che quella rete Orlando afferra, Cadde Zambardo morto in su la terra.
Solitario è quel loco e sì diserto, Che rare volte gli venìa persona. Legato è il conte sotto il celo aperto; Ogni speranza al tutto l'abandona. Perduto è de l'ardire ogni suo merto: Non gli val forza, né armatura buona. Senza mangiare un dì stette in quel loco, E quella notte dormì molto poco.
Così quel giorno e la notte passava; Cresce la fame, e la speranza manca. A ciò che sente d'intorno, guardava: Ed ecco un frate con la barba bianca. Come lo vidde, il conte lo chiamava, Quanto levar puotea la voce stanca: - Patre, amico de Dio, donami aiuto! Ch'io sono al fin della vita venuto. -
Forte si meraviglia il vecchio frate, E tutte le catene va mirando; Ma non sa come averle dischiavate. Diceva il conte: - Pigliate il mio brando, E sopra a me questa rete tagliate. - Rispose il frate: - A Dio te racomando, S'io te occidessi, io serìa irregulare; Questa malvagità non voglio fare. -
- Stati securo in su la fede mia, - Diceva Orlando - ch'io son tanto armato, Che quella spada non mi tagliaria. - Così dicendo tanto l'ha pregato, Che il monaco quel brando pur prendia: Apena che di terra l'ha levato. Quanto può l'alcia sopra alla catena: Non che la rompa, ma la segna apena.
Poi che se vidde indarno affaticare, Getta la spada, e con parlare umano Comincia 'l cavalliero a confortare: - Vogli morir - dicea - come cristiano, Né ti voler per questo disperare. Abbi speranza nel Segnor soprano, Ché, avendo in pacïenzia questa morte, Te farà cavallier della sua corte. -
Molte altre cose assai gli sapea dire, E tutto il martilogio gli ha contato, La pena che ogni Santo ebbe a soffrire: Chi crucifisso, e chi fo scorticato. Dicea: - Figliolo, il te convien morire: Abbine Dio del celo ringraziato. - Rispose Orlando, con parlar modesto: - Ringraziato sia lui, ma non di questo;
Perch'io vorrebbi aiuto, e non conforto. Mal aggia l'asinel che t'ha portato! Se un giovane venìa, non serìa morto: Non potea giunger qui più sciagurato. - Rispose il frate: - Ahimè! barone accorto, Io vedo ben che tu sei disperato. Poi che ti è forza la vita lasciare, L'anima pensa, e non l'abbandonare.
Tu sei barone di tanta presenza, E lascite alla morte spaventare? Sappi che la divina Provvidenza Non abandona chi in lei vôl sperare: Troppo è dismisurata sua potenza! Io di me stesso ti voglio contare, Che sempre ho, la mia vita, in Dio sperato: Odi da qual fortuna io son campato.
Tre frati ed io di Ermenia se partimo, Per andar al perdono in Zorzania; E smarrimo la strata, come io stimo, Ed arivamo quivi in Circasia. Un fraticel de' nostri andava primo, Perché diceva lui saper la via. Ed ecco indietro correndo è rivolto, Cridando aiuto, e pallido nel volto.
Tutti guardamo; ed ecco giù del monte Venne un gigante troppo smisurato. Un occhio solo aveva in mezo al fronte; Io non ti sapria dir de che era armato: Pareano ungie di draco insieme agionte. Tre dardi aveva e un gran baston ferrato; Ma ciò non bisognava a nostra presa, Che tutti ce legò senza contesa.
A una spelonca dentro ce fe' entrare, Dove molti altri avea nella pregione; Lì con questi occhi miei viddi io sbranare Un nostro fraticel, che era garzone; E così crudo lo viddi mangiare, Che mai non fo maggior compassïone. Poi volto a me dicea: "Questo letame Non se potrà mangiar, se non con fame";
E con un piè mi trabuccò del sasso. Era quel scoglio orribile ed arguto: Trecento braccia è dalla cima al basso. In Dio speravo, e Lui mi dette aiuto; Perché ruinando io giù tutto in un fasso, Me fo un ramo de pruno in man venuto, Che uscia del scoglio con branchi spinosi; A quel me appresi, e sotto a quel me ascosi.
Io stavo queto e pur non soffiava, Fin che venuto fu la notte oscura. - Mentre che 'l frate così ragionava Guardosse indietro, e con molta paura Fuggia nel bosco. - Ahimè tristo! - cridava - Ecco la maladetta creatura, Quel che io t'ho detto ch'è cotanto rio. Franco barone, io te acomando a Dio. -
Così li disse, e più non aspettava, Ché presto nella selva se nascose. Quel gigante crudel quivi arivava: La barba e le mascielle ha sanguinose; Con quel grande occhio d'intorno guardava. Vedendo Orlando, a riguardar se il pose; Sul col lo abbranca e forte lo dimena, Ma nol può sviluppar della catena.
- Io non vo' già lasciar questo grandone, - Diceva lui - dapoi ch'io l'ho trovato; Debbe esser sodo come un bon montone: Integro a cena me lo avrò mangiato, Sol de una spalla vo' fare un boccone. - Così dicendo, ha il grande occhio voltato, E vede Durindana su la terra: Presto se china e quella in mano afferra.
E soi tre dardi e il suo baston ferrato Ad una quercia avea posati apena, Che Durindana, quel brando afilato, Con ambe mano adosso a Orlando mena; Lui non occise, perché era fatato, Ma ben gli taglia adosso ogni catena; E sì gran bastonata sente il conte, Che tutto suda dai piedi alla fronte.
Ma tanto è l'allegrezza de esser sciolto, Che nulla cura quella passïone. Dalle man del gigante è presto tolto; Corre alla quercia, e piglia il gran bastone. Quel dispietato se turbò nel volto, Ché se 'l credea portar come un castrone: Poi che altramente vede il fatto andare, Per forza se il destina conquistare.
Come sapiti, essi hanno arme cambiate. Orlando teme assai della sua spada, Però non se avicina molte fiate; Da largo quel gigante tiene a bada. Ma lui menava botte disperate: Il conte non ne vôl di quella biada; Or là, or qua giamai fermo non tarda, E da sua Durindana ben se guarda.
Batte spesso il gigante del bastone, Ma tanto viene a dir come nïente, Ché quello è armato d'ungie de grifone: Più dura cosa non è veramente. Per lunga stracca pensa quel barone Che nei tre giorni pur sarà vincente; E mentre che 'l combatte in tal riguardo, Muta pensiero, e prende in mano un dardo.
Un di quei dardi che lasciò il gigante; Orlando prestamente in man l'ha tolto. Non fallò il colpo quel segnor d'Anglante, Ché proprio a mezo l'occhio l'ebbe còlto. Un sol n'avea, come odisti davante, E quel sopra del naso in cima al volto: Per quello occhio andò il dardo entro al cervello; Cade il gigante in terra con flagello.
Non fa più colpo a sua morte mistiero: Orlando ingenocchion Dio ne ringraccia. Ora ritorna il frate in sul sentiero, Ma come vede quel gigante in faccia, Ben che sia morto, li parve sì fiero, Che ancor fuggendo nel bosco si caccia. Ridendo Orlando il chiama ed assicura: E quel ritorna, ed ha pur gran paura.
E poi diceva: - O cavallier de Dio, Ché ben così ti debbo nominare, Opera de un baron devoto e pio Serà de morte l'anime campare Che avea nella pregion quel mostro rio: Alla spelonca te saprò guidare. Ma se un gigante fosse rivenuto, Da me non aspettare alcuno aiuto. -
Così dicendo alla spelonca il guida, Ma de entrar dentro il frate dubitava. Orlando in su la bocca forte crida: Una gran pietra quel buco serrava. Là giù se odino voce in pianto e strida, Ché quella gente forte lamentava. La pietra era de un pezzo, quadra e dura; Dece piedi è ogni quadro per misura.
Aveva un piede e mezo di grossezza, Con due catene quella si sbarava. In questo loco infinita fortezza Volse mostrare il gran conte di Brava; Con Durindana le catene spezza, Poi su le braccia la pietra levava; E tutti quei prigion subito sciolse, Ed andò ciascadun là dove volse.
De qui se parte il conte, e lascia il frate; Va per la selva dietro ad un sentiero, E gionse proprio dove quattro strate Faceano croce; e stava in gran pensiero Qual de esse meni alle terre abitate. Vede per l'una venire un correro; Con molta fretta quel correro andava: Il conte de novelle il dimandava.
Dicea colui: - Di Media son venuto, E voglio andare al re di Circasia; Per tutto il mondo vo' cercando aiuto Per una dama, che è regina mia. Ora ascoltati il caso intravenuto: Il grande imperator di Tartaria De la regina è inamorato forte, Ma quella dama a lui vôl mal di morte.
Il patre della dama, Galifrone, È omo antiquo ed amator di pace; Né col Tartaro vôl la questïone, Ché quello è un segnor forte e troppo audace. Vôl che la figlia, contra a ogni ragione, Prenda colui che tanto li dispiace: La damigella prima vôl morire Che alla voglia del patre consentire.
Ella ne è dentro ad Albraca fuggita, Che longe è dal Cataio una giornata; Ed è una rocca forte e ben guarnita, Da fare a lungo assedio gran durata. Lì dentro adesso è la dama polita, Angelica nel mondo nominata; Ché qualunche è nel cel più chiara stella, Ha manco luce ed è di lei men bella. -
Poi che partito fo quel messagiero, Orlando via cavalca alla spiccata; E ben pare a se stesso nel pensiero Aver la bella dama guadagnata. Così pensando, il franco cavalliero Vede una torre con lunga murata, La qual chiudeva de uno ad altro monte; Di sotto ha una rivera con un ponte.
Sopra a quel ponte stava una donzella, Con una coppa di cristallo in mano. Veggendo il conte, con dolce favella Fassigli incontra, e con un viso umano Dice: - Baron, che seti su la sella, Se avanti andati, vo' andareti in vano. Per forza o ingegno non si può passare: La nostra usanza vi convien servare.
Ed è l'usanza che in questo cristallo Bever conviensi di questa rivera. - Non pensa il conte inganno o altro fallo: Prende la coppa piena, e beve intera. Come ha bevuto, non fa lungo stallo Che tutto è tramutato a quel che egli era; Né sa per che qui venne, o come, o quando, Né se egli è un altro, o se egli è pur Orlando.
Angelica la bella gli è fuggita Fuor della mente, e lo infinito amore Che tanto ha travagliata la sua vita; Non se ricorda Carlo imperatore. Ogni altra cosa ha del petto bandita, Sol la nova donzella gli è nel core; Non che di lei se speri aver piacere, Ma sta suggetto ad ogni suo volere.
Entra la porta sopra a Brigliadoro, Fuor di se stesso, quel conte di Brava. Smonta a un palagio de sì bel lavoro, Che per gran meraviglia il riguardava; Sopra a colonne de ambro e base d'oro Una ampla e ricca logia se posava; Di marmi bianchi e verdi ha il suol distinto, Il cel de azurro ed ôr tutto è depinto.
Davanti della logia un giardin era, Di verdi cedri e di palme adombrato, E de arbori gentil de ogni maniera. Di sotto a questi verdeggiava un prato, Nel qual sempre fioriva primavera: Di marmoro era tutto circondato; E da ciascuna pianta e ciascun fiore Usciva un fiato di suave odore.
Posesi il conte la logia a mirare, Che avea tre facce, ciascuna depinta. Sì seppe quel maestro lavorare, Che la natura vi serebbe vinta. Mentre che il conte stava a riguardare, Vide una istoria nobile e distinta. Donzelle e cavallieri eran coloro: Il nome de ciascuno è scritto d'oro.
Era una giovanetta in ripa al mare, Sì vivamente in viso colorita, Che, chi la vede, par che oda parlare. Questa ciascuno alla sua ripa invita, Poi li fa tutti in bestie tramutare. La forma umana si vedia rapita; Chi lupo, chi leone e chi cingiale, Chi diventa orso, e chi grifon con l'ale.
Vedevasi arivar quivi una nave, E un cavalliero uscir di quella fuore, Che con bel viso e con parlar suave Quella donzella accende del suo amore. Essa pareva donarli la chiave, Sotto la qual si guarda quel liquore, Col qual più fiate quella dama altera Tanti baron avea mutati in fera.
Poi si vedea lei tanto accecata Del grande amor che portava al barone, Che dalla sua stessa arte era ingannata, Bevendo al napo della incantasone; Ed era in bianca cerva tramutata, E da poi presa in una cacciasone (Circella era chiamata quella dama): Dolesi quel baron che lei tanto ama.
Tutta la istoria sua ve era compita, Come lui fugge, e lei dama tornava. La depintura è sì ricca e polita, Che d'ôr tutto il giardino aluminava. Il conte, che ha la mente sbigotita, Fuor de ogni altro pensier quella mirava. Mentre che de se stesso è tutto fore, Sente far nel giardino un gran romore.
Ma poi vi contarò di passo in passo Di quel romore, e chi ne fu cagione. Ora voglio tornare al re Gradasso, Che tutto armato, come campïone, Alla marina giù discese al basso. Tutto quel giorno aspetta il fio de Amone: Or pensati se il debbe aspettare, Ché quel dua millia leghe è longe in mare.
Ma poi che vede il cel tutto stellato, E che Ranaldo pur non è apparito, Credendo certamente esser gabato Ritorna al campo tutto invelenito. Diciam de Ricciardetto adolorato, Che, poi che vede il giorno esserne gito, E che non è tornato il suo germano, O morto, o preso lo crede certano.
De l'animo che egli è, voi lo pensati; Ma non lo abatte già tanto il dolore, Che non abbia i Cristian tutti adunati, E del suo dipartir conta il tenore; E quella notte se ne sono andati. Non ebbeno i Pagani alcun sentore; Ché ben tre leghe il sir di Montealbano Dal re Marsilio aloggiava lontano.
Via caminando van senza riposo, Fin che son gionti di Francia al confino. Or tornamo a Gradasso furïoso: Tutta sua gente fa armare al matino. Marsilio da altra parte è pauroso, Ché preso è Ferraguto e Serpentino, Né vi ha baron che ardisca di star saldo: Fugirno i Cristïan, perso è Ranaldo.
Viene lui stesso, con basso visaggio, Avante al re Gradasso ingenocchione; De' Cristïani raconta lo oltraggio, Che fuggito è Ranaldo, quel giottone. Esso promette voler fare omaggio, Tenir il regno come suo barone; Ed in poche parole èssi acordato; L'un campo e l'altro insieme è mescolato.
Uscì Grandonio fuor de Barcellona; E fece poi Marsilio il giuramento Di seguir de Gradasso la corona Contra di Carlo e del suo tenimento. Esso in secreto e palese ragiona Che disfarà Parigi al fondamento, Se non gli è dato il suo Baiardo in mano; E tutta Francia vôl gettare al piano.
Già Ricciardetto con tutta la gente È gionto dal re Carlo imperatore; Ma di Ranaldo non sa dir nïente. Di questo è nato in corte un gran romore. Quei di Magancia assai vilanamente Dicono che Ranaldo è un traditore. Ben vi è chi il niega, ed ha questi a mentire, E vôl battaglia con chi lo vôl dire.
Ma il re Gradasso ha già passati i monti, Ed a Parise se ne vien disteso. Raduna Carlo soi principi e conti, E bastagli lo ardir de esser diffeso. Nella cità guarnisce torre e ponti, Ogni partito della guerra è preso. Stanno ordinati; ed ecco una matina Vedon venir la gente saracina.
Lo imperatore ha le schiere ordinate Già molti giorni avanti nella terra. Or le bandiere tutte son spiegate, E suonan gl'instrumenti de la guerra. Tutte le gente sono in piaza armate, La porta di San Celso se disserra; Pedoni avanti, e dietro i cavallieri: Il primo assalto fa il danese Ogieri.
Il re Gradasso ha sua gente partita In cinque parte, ognuna è gran battaglia. La prima è de India una gente infinita: Tutti son negri la brutta canaglia. Sotto a duo re sta questa gente unita: Cardone è l'uno, e come cane abaglia; Il suo compagno è il dispietato Urnasso, Che ha in man la cetta e de sei dardi un fasso.
A Stracciaberra la seconda tocca. Mai non fu la più brutta creatura: Dui denti ha de cingial fuor della bocca, Sol nella vista a ogni om mette paura. Con lui Francardo, che con l'arco scocca Dardi ben lunghi e grossi oltra misura. Di Taprobana è poi la terza schiera; Conducela il suo re, e quello è l'Alfrera.
La quarta è tutta la gente di Spagna, Il re Marsilio ed ogni suo barone. La quinta, che empie il monte e la campagna, È proprio di Gradasso il suo penone; Tanta è la gente smisurata e magna, Che non se ne può far descrizïone. Ma parlamo ora del forte Danese, Che con Cardone è già gionto alle prese.
Dodeci millia di bella brigata Mena il danese Ogieri alla battaglia, E tutta insieme stretta e ben serrata; La schiera de quei negri apre e sbaraglia. Contra a Cardone ha la lancia arestata: Quel brutto viso come un cane abaglia; Sopra un gambilo armato è il maledetto. Danese lo colpisce a mezo il petto.
E non li vale scudo o pancirone, Ché giù di quel gambilo è ruinato; Or tra' di calci al vento sul sabbione, Perché da banda in banda era passato. Movese Urnasso, l'altro compagnone: Verso il Danese ha de un dardo lanciato. Passa ogni maglia, e la corazza, e il scudo, Ed andò il ferro insino al petto nudo.
Ogier turbato li sperona adosso; Quel lanciò l'altro con tanto furore, Che li passò la spalla insino a l'osso, E ben sente il Danese un gran dolore, Fra sé dicendo: "Se accostar mi posso, Io te castigarò, can traditore!" Ma quello Urnasso e dardi in terra getta, E prende ad ambe mani una gran cetta.
Segnor, sappiate che il caval de Urnasso Fu bon destriero e pien de molto ardire: Un corno aveva in fronte lungo un passo, Con quel suoleva altrui spesso ferire. Ma per adesso di cantar vi lasso, Ché, quando è troppo, incresce ogni bel dire: E la battaglia, ch'ora è cominciata, Serà crudele e lunga e smisurata.
Canto settimo
Dura battaglia e crudele e diversa È cominciata, come ho sopra detto; Ora il Danese Urnasso giù riversa: Partito l'ha Curtana insino al petto. Questa schiera pagana era ben persa; Ma quel destrier de Urnasso maledetto Ferì il Danese col corno alla coscia: Lo arnese e quella passa con angoscia.
Era il Danese in tre parte ferito, E tornò indrieto a farse medicare. Lo imperator, che 'l tutto avea sentito, Fa Salamone alla battaglia entrare, E dopo lui Turpino, il prete ardito; Il ponte a San Dionigi fa callare, E mette Gaino fuor con la sua scorta: Ricardo fece uscir de un'altra porta.
De un'altra uscitte il possente Angelieri, Dudon quel forte, che a bontà non mente: E da Porta Real vien Olivieri, E di Bergogna quel Guido possente; Il duca Naimo e il figlio Berlengieri, Avolio, Otone, Avino, ogniom valente, Chi da una porta e chi da l'altra vene, Per dare a' Saracin sconfitta e pene.
Lo imperator, de gli altri più feroce, Uscitte armato, e guida la sua schiera, Racomandando a Dio con umil voce La cità di Parigi, che non piera. Monaci e preti con reliquie e croce Vanno de intorno, e fan molte preghera A Dio e a' Santi, che diffenda e guardi Re Carlo Mano e' soi baron gagliardi.
Ora suona a martello ogni campana, Trombe, tamburi, e cridi ismisurati; E da ogni parte la gente pagana Davanti, in mezzo e dietro eno assaltati. Battaglia non fu mai cotanto strana, Ché tutti insieme son ramescolati. Olivier tra la gente saracina Un fiume par che fenda la marina.
Cavalli e cavallier vanno a traverso, E questo occide, e quel getta per terra; Mena Altachiera a dritto ed a roverso, Più che mille altri ai Saracin fa guerra: Non creder che un sol colpo egli abbia perso. Ecco scontrato fu con Stracciaberra, Quel negro de India, re di Lucinorco, C'ha for di bocca il dente come porco.
Tra lor durò la battaglia nïente, Ché il marchese Olivier mosse Altachiera, Tra occhio e occhio e l'uno e l'altro dente, Partendo in mezo quella faccia nera; Poi dà tra li altri col brando tagliente, Mete in ruina tutta quella schiera; E mentre che 'l combatte con furore, Ariva quivi Carlo imperatore.
Avea quel re la spada insanguinata, Montato era quel giorno in su Baiardo; La gente saracina ha sbarattata, Mai non fu visto un re tanto gagliardo. Ripone il brando e una lancia ha pigliata, Però che ebbe adocchiato il re Francardo: Francardo, re d'Elissa, l'Indïano, Che combattendo va con lo arco in mano.
Sagittando va sempre quel diverso: Tutto era negro, e il suo gambilo è bianco. Lo imperatore il gionse su il traverso, E tutto lo passò da fianco a fianco; De l'anima pensati, il corpo è perso. Ma già non parve allor Baiardo stanco; Col morto era il gambilo in sul sentiero, Sopra de un salto li passò il destriero.
- Chi mi potrà giamai chiuder il passo, Ch'io non ritrovi a mio diletto scampo? - Dicea il re Carlo; e con molto fracasso Parea fra' Saracin di foco un vampo. Cornuto, quel destrier che fu de Urnasso, Andava a vota sella per il campo. Col corno in fronte va verso Baiardo: Non si spaventa quel destrier gagliardo.
Senza che Carlo lo governi o guide, Volta le groppe e un par de calci sferra; Dove la spalla a ponto se divide, Gionse a Cornuto, e gettalo per terra. Oh quanto Carlo forte se ne ride! Mo se incomincia ad ingrossar la guerra, Perché de' Saracin gionge ogni schiera; Davanti a tutti gli altri vien l'Alfrera.
Su la zirafa viene il smisurato, Menando forte al basso del bastone: Turpin de Rana al campo ebbe trovato, Sotto la cinta se il pose al gallone; Tal cura n'ha se non l'avesse a lato. Dopo lui branca Berlengiere e Otone: De tutti tre dopo ne fece un fasso, Legati insieme li porta a Gradasso.
E ritornò ben presto alla campagna, Ché tutti gli altri ancora vôl pigliare. Gionse Marsilio e sua gente di Spagna; Or si comincia le man a menare. La vita o il corpo qua non si sparagna, Ciascun tanto più fa, quanto può fare. Già tutti i paladini ed Olivieri Sono redutti intorno allo imperieri.
Egli era in su Baiardo, copertato A zigli d'ôr da le côme al tallone; Oliviero il marchese a lato a lato, Alle sue spalle il possente Dudone, Angelieri e Ricardo apregïato, Il duca Naimo e il conte Ganelone. Ben stretti insieme vanno con ruina Contra a Marsilio e gente saracina.
Ferraguto scontrò con Olivieri: Ebbe vantaggio alquanto quel pagano, Ma non che lo piegasse de il destrieri; Poi cominciorno con le spade in mano. E scontrorno Spinella ed Angelieri; E il re Morgante se scontrò con Gano, E lo Argalifa e il duca di Bavera, E tutta insieme poi schiera con schiera.
Così le schiere sono insieme urtate. Grandonio era afrontato con Dudone; Questi si davan diverse mazate, Però che l'uno e l'altro avea il bastone. Par che le gente siano acoppïate; Re Carlo Mano è con Marsilïone: E ben l'arebbe nel tutto abattuto, Se non gli fosse gionto Ferraguto,
Che lasciò la battaglia de Oliviero, Tanto gl'increbbe di quel suo cïano. Ma quel marchese, ardito cavalliero, Venne allo aiuto lui de Carlo Mano. Or ciascun di lor quattro è bon guerrero, Di core ardito e ben presto di mano; Re Carlo era quel giorno più gagliardo Che fosse mai, perché era su Baiardo.
Ciascuno è gran barone, o re possente, E per onore e gloria se procaccia; Non se adoprano i scudi per nïente, Ogni om mena del brando ad ambe braccia. Ma in questo tempo la cristiana gente La schiera saracina in rotta caccia; Del re Marsilio è in terra la bandiera. Ecco alla zuffa è tornato l'Alfrera.
Quella gente de Spagna se ne andava A tutta briglia fuggendo nel piano. Marsilio, né Grandonio li voltava, Anci con gli altri in frotta se ne vano. E lo Argalifa le gambe menava, E il re Morgante, quel falso pagano; Spinella si fuggiva alla distesa: Sol Ferraguto è quel che fa diffesa.
Lui ritornava a guisa di leone, Né mai le spalle al tutto rivoltava. Adosso a lui sempre è il franco Dudone, Olivieri e il re Carlo martellava. Lui or de ponta, or mena riversone, Or questo, or quel di tre spesso cacciava; Ma, come egli era punto dai soi mosso, A furia tutti tre gli eran adosso.
E certamente l'avrian morto, o preso, Ma, come è detto, ritornò l'Alfrera. Mena il bastone di cotanto peso, Al primo colpo divide una schiera. Già Guido di Bergogna a lui si è reso, Con esso il vecchio duca di Bavera; Ma Olivïer, Dudone e Carlo Mano Tutti tre insieme adosso a lui ne vano.
Chi di qua, chi di là li viene a dare, Ciascun li è intorno con fronte sicura; Lui la zirafa non può rivoltare, Ch'è bestia pigra molto per natura. Colpi diversi ben potea menare: Re Carlo e gli altri de schiffarli han cura; Ma, poi che più non può, nanti a Gradasso Con la ziraffa fugge di trapasso.
Il re Gradasso lo vede venire, Che l'avea prima in bona opinïone. Verso di lui se afronta, e prese a dire: - Ahi brutto manigoldo! vil briccone! Non te vergogni a tal modo fuggire? Tanto sei grande e sei tanto poltrone? Va nel mio paviglion, vituperato! Fa che più mai io non ti veda armato. -
E così detto, tocca la sua alfana; Al primo scontro riversò Dudone. Mostra Gradasso forza più che umana: Ricardo abatte e lo re Salamone. Movesi la sua gente sericana, A tutti fa il suo core di dracone; Di ferro intorno è cinta la sua lanza: Mai non fu al mondo sì fatta possanza.
E' se fu riscontrato al conte Gano: Gionse nel scudo, a petto del falcone; A gambe aperte lo gittò sul piano. Da longe ebbe veduto il re Carlone: Spronagli adosso, con la lancia in mano, Al primo colpo il getta de l'arcione; La briglia de Baiardo in mano ha tolta: Presto le groppe quel destrier rivolta.
Forte cridando, un par de calci mena, Di sotto dal genocchio il colse un poco; La schinera è incantata e grossa e piena, Pur dentro se piegò gettando foco. Mai non sentì Gradasso cotal pena: Tanto ha la doglia, che non trova loco. Lascia Baiardo e la briglia abandona: Dentro a Parigi va la bestia bona.
Gradasso si ritorna al pavaglione; Non dimandati se l'ha gran dolore. S'è radotto nel campo ier un vecchione, Che della medicina avea l'onore. Legò il genocchio con molta ragione; Poi de radice e d'erbe avea un liquore, Che, come il re Gradasso l'ha bevuto, Par che quel colpo mai non abbia avuto.
Or torna alla battaglia assai più fiero: Non è rimedio alla sua gran possanza. Venegli addosso il marchese Oliviero, Ma lui lo atterra de un colpo de lanza. Avolio, Avino e Guido ed Angeliero Van tutti quattro insieme ad una danza: A dire in summa, e' non vi fu barone Che non l'avesse quel giorno pregione.
Il popol cristïano in fuga è volto. Né contra a' Saracin più fan diffesa. Ogni franco baron di mezzo è tolto, L'altra gentaglia fugge alla distesa. Non vi è chi mostri a quei pagani il volto; Tutta la bona gente è morta, o presa; Gli altri tutti ne vanno in abandono. Sempre alle spalle e Saracin li sono.
Or dentro da Parigi è ben palese La gran sconfitta, e che Carlo è in pregione. Salta del letto subito il Danese, Forte piangendo, quel franco barone. Fascia la coscia, vestise l'arnese, Ed a la porta ne viene pedone; Ché, per non indugiare, il sir pregiato Comanda che il destrier li sia menato.
Come qui gionge, la porta è serrata, Di fuor da quella se odeno gran stride; Morta è tutta la gente battizata. Non vôle aprir quel portiero omicide; Perché la Pagania non vi sia entrata, Comporta che i Pagan sua gente occide. Il Danese lo prega e lo conforta Che sotto a sua diffesa apra la porta.
Quel portier crudo con turbata faccia Dice al Danese che non vôle aprire, E con parole superbe il minaccia, Se dalla guardia sua non se ha a partire. Il Danese turbato prende una accia; Ma, come quello il vede a sé venire, Lascia la porta e fugge per la terra: Presto il Danese quella apre e disserra.
Il ponte cala lo ardito guerrero; Sopra vi monta lui con l'accia in mano. Ora di aver boni occhi li è mestiero, Ché dentro fugge a furia ogni Cristiano, E ciascadun vôle essere il primero. Meschiato è tra lor seco alcun pagano; Ben lo cognosce il Danese possente, E con quella accia fa ciascun dolente.
Gionge la furia de' pagani in questa: Avanti a tutti gli altri è Serpentino. Sopra del ponte salta con tempesta, L'accia mena il Danese paladino, E gionge a Serpentino in su la testa. Tutto se avampa a foco l'elmo fino, Perché di fatasone era sicura Del franco Serpentin quella armatura.
Sente il Danese la folta arivare: Gionge Gradasso e Ferragù possente. Ben vede lui che non può riparare, Tanto gli ingrossa d'intorno la gente; Il ponte alle sue spalle fa tagliare. Giamai non fu un baron tanto valente; Contra tanti pagan tutto soletto Diffese un pezo il ponte al lor dispetto.
Intorno li è Gradasso tutta fiata, E ben comanda che altri non se impaccia. Sente il Danese la porta serrata: Ormai più non si cura, e mena l'accia. Gradasso con la man l'ebbe spezzata; Dismonta a piedi e ben stretto lo abbraccia. Grande è il Danese e forte campïone, Ma pur Gradasso lo porta prigione.
Dentro alla terra non è più barone, Ed è venuto già la notte scura. Il popol tutto fa processïone, Con veste bianche e con la mente pura: Le chiesie sono aperte e le pregione. Il giorno aspetta con molta paura; Né altro ne resta che, alla porta aperta, Veder se stesso e sua cità deserta.
Astolfo con quelli altri fo lasciato, Né se amentava alcun che 'l fosse vivo; Perché, come fu prima impregionato, Fu detto a pieno che de vita è privo. Era lui sempre di parlar usato, E vantatore assai più che non scrivo; Però, come odì 'l fatto, disse: - Ahi lasso! Ben seppe come io stava il re Gradasso.
Se io me trovavo della pregion fuora, Non era giamai preso il re Carlone: Ma ben li ponerò rimedio ancora. Il re Gradasso vo' pigliar pregione; E domatina, al tempo de l'aurora, Armato e solo io montarò in arcione; Stati voi sopra a' merli alla vedetta. Tristo è il pagan che nel campo me aspetta! -
Di for se allegra quella gente fiera, E stanno al re Gradasso tutti intorno. Lui sta nel mezzo con superba ciera, Per prender la citade al novo giorno; Per allegrezza perdonò a l'Alfrera. Or condutti e pregion davanti fôrno: Come Gradasso vide Carlo Mano, Seco lo assetta e prendelo per mano.
Ed a lui disse: - Savio imperatore, Ciascun segnor gentil e valoroso La gloria cerca e pascese de onore. Chi attende a far ricchezze, o aver riposo, Senza mostrare in prima il suo valore, Merta del regno al tutto esser deposo. Io, che in Levante mi potea possare, Sono in Ponente per fama acquistare.
Non certamente per acquistar Franza, Né Spagna, né Alamagna, né Ungaria: Lo effetto ne farà testimonianza. A me basta mia antiqua segnoria; Equale a me non voglio di possanza. Adunque ascolta la sentenzia mia: Un giorno integro tu con toi baroni Voglio che in campo me siati prigioni;
Poi ne potrai a tua cità tornare, Ché io non voglio in tuo stato por la mano, Ma con tal patto: che me abbi a mandare Il destrier del segnor di Montealbano; Ché de ragione io l'ebbi ad acquistare, Abenché me gabasse quel villano. E simil voglio, come torni Orlando, Che in Sericana mi mandi il suo brando. -
Re Carlo dice de darli Baiardo, E che del brando farà suo potere; Ma il re Gradasso il prega senza tardo Che mandi a tuorlo, ché lo vuol vedere. Così ne viene a Parigi Ricardo; Ma come Astolfo questo ebbe a sapere (Lui del governo ha pigliato il bastone), Prende Ricardo e mettelo in pregione.
Di fuor del campo manda uno araldo A disfidar Gradasso e la sua gente; E se lui dice aver preso Ranaldo, O ver cacciato, o morto, che il ne mente, E disdir lo farà come ribaldo; Che Carlo ha a fare in quel destrier nïente. Ma se lo vôle, esso il venga acquistare; Doman su il campo ge l'avrò a menare.
Gradasso domandava a re Carlone Chi fosse questo Astolfo e di che sorte. Carlo gli dice sua condizïone, Ed è turbato ne l'animo forte. Gano dicea: - Segnor, egli è un buffone, Che dà diletto a tutta nostra corte; Non guardare a suo dir, né star per esso Che non ci attendi quel che ci hai promesso. -
Dicea Gradasso a lui: - Tu dici bene, Ma non creder però per quel ben dire Di andarne tu, se Baiardo non viene. Sia chi si vôle, egli è de molto ardire. Voi seti qui tutti presi con pene, E lui vôl meco a battaglia venire. Or se ne venga, e sia pur bon guerrero, Ch'io son contento; ma mena il destriero.
Ma s'io guadagno per forza il ronzone, Io pur far posso de voi il mio volere, Né son tenuto alla condizïone, Se non m'aveti il patto ad ottenere. - O quanto era turbato il re Carlone! Ché, dove il crede libertade avere, E stato, e robba, ed ogni suo barone, Perde ogni cosa; e un paccio ne è cagione.
Astolfo, come prima apparve il giorno, Baiardo ha tutto a pardi copertato; Di grosse perle ha l'elmo al cerchio adorno Guarnito, e d'ôr la spada al manco lato. E tante ricche petre aveva intorno, Che a un re de tutto il mondo avria bastato: Il scudo è d'oro; e su la coscia avia La lancia d'ôr, che fu de l'Argalia.
Il sole a punto alora si levava, Quando lui giunse in su la prataria. A gran furore il suo corno sonava, E ad alta voce dopo il suon dicia: - O re Gradasso, se forse te grava Provarti solo alla persona mia, Mena con teco il gran gigante Alfrera, E, se te piace, mille in una schiera.
Mena Marsilio e il falso Balugante, Insieme Serpentino e Falsirone; Mena Grandonio, che è sì gran gigante, Che un'altra volta il tratai da castrone, E Ferraguto, che è tanto arrogante: Ogni tuo paladino, ogni barone Mena con teco, e tutta la tua gente; Ché te con tutti non temo nïente. -
Con tal parole Astolfo avea cridato: Oh quanto il re Gradasso ne ridia! Pur se arma tutto e vassene sul prato, Ché de pigliar Baiardo voglia avia. Cortesemente Astolfo ha salutato, Poi dice: - Io non so già che tu ti sia; Io domandai de tua condizïone: Gano me dice che tu sei buffone.
Altri m'ha detto poi che sei segnore Leggiadro, largo, nobile e cortese, E che sei de ardir pieno e di valore: Quel che tu sia, io non faccio contese, Anci sempre ti voglio fare onore; Ma questo ti so ben dirti palese, Ch'io vo' pigliarte, e sii, se vôi, gagliardo: Altro del tuo non voglio, che Baiardo. -
- Ma tu fai senza l'osto la ragione, - Diceva Astolfo - e convienla riffare; Al primo scontro te levo de arcione, E, poi che te odo cortese parlare, Del tuo non voglio il valor d'un bottone, Ma vo' che ogni pregion m'abbi a donare; E te lasciarò andare in Pagania Salvo, con tutta la tua compagnia. -
- Io son contento, per lo Dio Macone, - Disse Gradasso - e così te lo giuro. - Poi volta indrieto, e guarda il suo troncone, Cinto di ferro e tanto grosso e duro, Che non di tôrre Astolfo del ronzone, Ma credia di atterrare un grosso muro. Da l'altra parte Astolfo ben se afranca; Forza non ha, ma l'animo non manca.
Già su la alfana se move Gradasso, Né Astolfo d'altra parte sta a guardare; L'un più che l'altro viene a gran fraccasso, A mezo 'l corso si ebbeno a scontrare. Astolfo toccò primo il scudo abasso, Che per nïente non volìa fallare: Sì come io dissi, al scudo basso il tocca, E fuor de sella netto lo trabocca.
Quando Gradasso vede ch'egli è in terra, Apena che a sé crede che il sia vero: Ben vede mo che è finita la guerra, E perduto è Baiardo, il bon destriero. Levasi in piede, e la sua alfana afferra, Vòlto ad Astolfo, e disse: - Cavalliero, Con meco hai tu vinta la tenzone: A tuo piacer vien, piglia ogni pregione. -
Così ne vanno insieme a mano a mano; Gradasso molto li faceva onore. Carlo né i paladini ancor non sano Di quella giostra che è fatta, il tenore; Ed Astolfo a Gradasso dice piano, Che nulla dica a Carlo imperatore, Ed a lui sol de dir lassi l'impaccio, Ché alquanto ne vôl prender di solaccio.
E gionto avanti a lui, con viso acerbo Disse: - E peccati te han cerchiato in tondo. Tanto eri altiero e tanto eri superbo, Che non stimavi tutto quanto il mondo. Ranaldo e Orlando, che fôr di tal nerbo, Sempre cercasti di metterli al fondo; Ecco: usurpato te avevi Baiardo, Or l'ha acquistato questo re gagliardo.
A torto me ponesti in la pregione, Per far careze a casa di Magancia: Or dimanda al tuo conte Ganelone Che ti conservi nel regno di Francia. Or non v'è Orlando, fior de ogni barone, Non v'è Ranaldo, quella franca lancia; Che se sapesti tal gente tenire, Non sentiresti mo questo martìre.
Io ho donato a Gradasso il ronzone, E già mi son con lui bene accordato; Stommi con seco, e servo da buffone, Mercè di Gano, che me gli ha lodato: So che li piace mia condizïone. Ogni om di voi li avrò racomandato: Lui Carlo Mano vôl per ripostieri, Danese scalco, e per coquo Olivieri.
Io li ho lodato Gano di Maganza Per omo forte e digno de alto afare, Sì che stimata sia la sua possanza: Le legne e l'acqua converrà portare. Tutti voi altri poi, gente da zanza, A questi soi baron vi vôl donare; E se a lor serà grata l'arte mia, Farò che avreti bona compagnia. -
Già non rideva Astolfo de nïente, E proprio par che 'l dica da davera. Non dimandar se il re Carlo è dolente, E ciascadun che è preso in quella schiera. Dice Turpino a lui: - Ahi miscredente! Hai tu lasciata nostra fede intiera? - A lui rispose Astolfo: - Sì, pritone, Lasciato ho Cristo, ed adoro Macone. -
Ciascuno è smorto e sbigotito e bianco: Chi piange, e chi lamenta, e chi sospira. Ma poi che Astolfo di beffare è stanco, Avanti a Carlo ingenocchion se tira, E disse: - Segnor mio, voi seti franco; E se il mio fallir mai vi trasse ad ira, Per pietate e per Dio chiedo perdono, Ché, sia quel ch'io mi voglia, vostro sono.
Ma ben ve dico che mai per nïente Non voglio in vostra corte più venire. Stia con voi Gano ed ogni suo parente, Che sanno il bianco in nero convertire. Il stato mio vi lascio obidïente; Io domatina mi voglio partire, Né mai me posarò per freddo o caldo, In sin che Orlando non trovi e Ranaldo. -
Non sanno ancor se 'l beffa, o dice il vero: Tutti l'un l'altro se guardano in volto; Sin che Gradasso, quel segnor altiero, Comanda che ciascun via se sia tolto. Gano fu il primo a montare a destriero: Astolfo, che lo vede, il tempo ha còlto, E disse a lui: - Non andate, barone: Gli altri son franchi, e voi seti pregione. -
- Di cui sono io pregion? - diceva Gano; Rispose a lui: - De Astolfo de Inghilterra. - Alor Gradasso fa palese e piano Come sia stata tra lor duo la guerra. Astolfo il conte Gano prende a mano, Con lui davanti di Carlo se atterra, E ingenocchiato disse: - Alto segnore, Costui voglio francar per vostro amore.
Ma con tal patti e tal condizïone, Che in vostra mano e' converrà giurare, Per quattro giorni de entrare in pregione, E dove, e quando io lo vorò mandare. Ma, sopra a questo, vuo' promissïone, Perché egli è usato la fede mancare, Da' paladini e da vostra corona, Darmi legata e presa sua persona. -
Rispose Carlo: - Io voglio che lo faccia! - E fecelo giurare incontinente. Or de andare a Parigi ogni om si spaccia. Altro che Astolfo non se ode nïente: E chi lo bacia in viso, e chi lo abbraccia, Ed a lui solo va tutta la gente: Campato ha Astolfo, ed è suo quest'onore, La fè de Cristo e Carlo imperatore.
Carlo si forza assai de il ritenire: Irlanda tutta li volea donare. Ma lui se è destinato di partire, Ché vôl Ranaldo e Orlando ritrovare. Qua più non ne dirò, lasciatel gire, Che assai di lui avrò poi a contare: Or quella notte, inanti al matutino, Partì Gradasso ed ogni Saracino.
Andarno in Spagna, e lì restò Marsiglio, Con la sua gente ed ogni suo barone. Gradasso ivi montò sopra al naviglio, Che era una quantità fuor di ragione. Or di narrarvi fatica non piglio Il suo vïaggio e quelle regïone Di negra gente sotto il cel sì caldo; Ma trovar voglio ove lasciai Ranaldo.
E conterovi de una alta ventura Che li intravenne, e ben meravigliosa, E di letizia piena e di sciagura, Che forse sua persona valorosa Mai non fu a sorte sì spietata e dura. Ma pigliar voglio adesso alcuna posa, E poi vi contarò ne l'altro canto Cose mirabil di allegrezza e pianto.
Canto ottavo
Gionse Ranaldo a Palazo Zoioso (Così se avea quella isola a chiamare), Ove la nave fie' il primo riposo, La nave che ha il nocchier che non appare. Era quello un giardin de arbori ombroso, Da ciascun lato in cerco batte il mare; Piano era tutto, coperto a verdura; Quindeci miglia è intorno per misura.
Di ver ponente, aponto sopra al lito, Un bel palagio ricco se mostrava, Fatto de un marmo sì terso e polito, Che il giardin tutto in esso se specchiava. Ranaldo in terra presto fu salito, Ché star sopra alla nave dubitava; Apena sopra il litto era smontato, Ecco una dama, che l'ha salutato.
La dama li dicea: - Franco barone, Qua ve ha portato la vostra ventura; E non pensati che senza cagione Siati condotto, con tanta paura, Tanto di longe, in strana regïone; Ma vostra sorte, che al principio è dura, Avrà fin dolce, allegro e dilettoso, Se avete il cor, come io credo, amoroso. -
Così dicendo per la mano il piglia, E dentro al bel palagio l'ha menato: Era la porta candida e vermiglia, E di ner marmo, e verde, e di meschiato. Il spazo che coi piedi se scapiglia, Pur di quel marmo è tutto varïato; Di qua, di là son logie in bel lavoro, Con relevi e compassi azuro e de oro.
Giardini occulti di fresca verdura Son sopra a' tetti e per terra nascosi; Di gemme e d'oro a vaga depintura Son tutti e lochi nobili e zoiosi; Chiare fontane e fresche a dismisura Son circondate d'arboscelli ombrosi; Sopra ogni cosa, quel loco ha uno odore Da tornar lieto ogni affannato core.
La dama entra una logia col barone, Adorna molto, ricca e delicata, Per ogni faccia e per ogni cantone Di smalto in lama d'oro istorïata; Verdi arboscelli e di bella fazione Dal loco aperto la teneano ombrata; E le colonne di quel bel lavoro Han di cristallo il fusto e il capo d'oro.
In questa logia il cavalliero intrava. Di belle dame ivi era una adunanza; Tre cantavano insieme, e una suonava Uno instrumento fuor de nostra usanza, Ma dolce molto il cantare acordava; L'altre poi tutte menano una danza. Come intrò dentro il cavalliero adorno, Così danzando lo acerchiarno intorno.
Una di quelle con sembianza umana Disse: - Segnor, le tavole son pose, E l'ora della cena è prossimana. - Così per l'erbe fresche ed odorose Seco il menarno a lato alla fontana Sotto un coperto di vermiglie rose: Quivi è apparato, che nulla vi manca, Di drappo d'oro e di tovaglia bianca.
Quattro donzelle se fôrno assettate, E tolsen dentro a lor Ranaldo in megio. Ranaldo sta smarito in veritate; Di grosse perle adorno era il suo segio. Quivi venner vivande delicate, Coppe con zoie di mirabil pregio, Vin di bon gusto e di suave odore: Servon tre dame a lui con molto onore.
Poi che la cena comincia a finire, E fôr scoperte le tavole d'oro, Arpe e leuti se poterno udire. A Ranaldo se acosta una di loro, Basso alla orecchia li comincia a dire: - Questa casa real, questo tesoro E l'altre cose che non pôi vedere, Che più son molto, sono a tuo piacere.
Per tua cagione è tutto edificato, E per te solo il fece la regina; Ben ti dei reputare aventurato, Che te ami quella dama pellegrina. Essa è più bianca che ziglio nel prato, Vermiglia più che rosa in su la spina; La giovenetta Angelica se chiama, Che tua persona più che il suo core ama. -
Quando Ranaldo, fra tanta allegrezza, Ode nomar colei che odiava tanto, Non ebbe alla sua vita tal tristezza, E cambiosse nel viso tutto quanto; La lieta casa ormai nulla non prezza, Anci li assembra un loco pien di pianto. Ma quella dama li dice: - Barone, Anci non pôi disdir, ché sei pregione.
Qua non te val Fusberta adoperare, Né te varìa, se avesti il tuo Baiardo: Intorno ad ogni parte cinge il mare; Qui non te vale ardir né esser gagliardo. Quel cor tanto aspro ti convien mutare: Lei altro non disia fuor che il tuo sguardo. Se de mirarla il cor non ti conforta, Come vedrai alcun che odio ti porta? -
Così dicea la bella giovanetta, Ma nulla ne ascoltava il cavalliero, Né quivi alcuna de le dame aspetta, Anci soletto va per il verziero. Non trova cosa quivi che 'l diletta; Ma con cor crudo, dispietato e fiero Partir de quivi al tutto se destina, E da ponente torna alla marina.
Trova il naviglio che l'avea portato, E sopra a quel soletto torna ancora, Perché nel mar si serebbe gettato Più presto che al giardin far più dimora. Non se parte il naviglio, anzi è acostato, E questo è la gran doglia che lo acora; E fa pensier, se non se pô partire, Gettarse in mare ed al tutto morire.
Ora il naviglio nel mar se alontana, E con ponente in poppa via camina; Non lo potria contar la voce umana Come la nave va con gran ruina. Ne l'altro giorno una gran selva e strana Vede, ed a quella il legno se avicina. Ranaldo al litto di quella dismonta: Subito un vecchio bianco a lui se afronta.
Forte piangendo quel vecchio dicia: - Deh non me abandonar, franco barone, Se onor te move di cavalleria, Che è la diffesa di iusta ragione! Una donzella, che è figliola mia, Emme rapita da un falso latrone, E pur adesso presa se la mena: Ducento passi non è longe apena. -
Mosse pietate quel baron gagliardo: Benché sia a piedi, armato con la spada A seguire il ladron già non fu tardo; Coperto d'arme corre quella strada. Come lo vide quel ladron ribaldo, Lascia la dama, e già non stette a bada; Pose alla bocca un grandissimo corno: Par che risuoni l'aria e il cel d'intorno.
Venne Ranaldo la vista ad alciare: A sé davanti vede un monticello, Che facea un capo piccoletto in mare. Alla cima di quello era un castello, Che al suon del corno il ponte ebbe a calare; Fuor ne venne un gigante iniquo e fello: Sedeci piedi è da la terra altano, Una catena e un dardo tiene in mano.
Quella catena ha da capo un uncino: Or chi potrà questa opra indovinare? Come fu gionto il gigante mastino, Il dardo con gran forza ebbe a lanciare. Gionge nel scudo, che è ben forte e fino, Ma tutto quanto pur l'ebbe a passare; Usbergo e maglia tutto ebbe passato: Ferì il barone alquanto nel costato.
Dicea Ranaldo a lui: - Te tien a mente Chi meglio de noi duo di spada fiera! - E vàlli addosso iniquitosamente. Come il gigante il vide nella ciera, Volta le spalle e non tarda nïente; Forte correndo fugge a una riviera. Questa riviera un ponte sopra avia: Una sol pietra quel ponte facìa.
Nel capo di quel ponte era uno annello; Dentro li attacca il gigante l'oncino. E già Ranaldo è sopra 'l ponticello, Ché, correndo, al pagano era vicino. Tirò lo ingegno con gran forza il fello: La pietra se profonda. - O Dio divino - Dicea Ranaldo - aiuta! O Matre eterna! - Così dicendo va nella caverna.
Era la tana oscura e tenebrosa, E sopra ad essa la fiumana andava; Una catena dentro vi era ascosa, Che il caduto baron presto legava. E quel gigante già non se riposa; Così legato in spalla sel portava, A lui dicendo: - E perché davi impaccio Al mio compagno? Ed io te ho gionto al laccio. -
Non respondia Ranaldo alcuna cosa, Ma nella mente tristo ne dicia: "Or ti par che fortuna ruïnosa Una disgrazia dietro a l'altra invia! Qual sorte al mondo è la più dolorosa Non se paragia alla sventura mia, Ch'in tal miseria mi vedo arivare, Né con qual modo lo sapria contare."
Così dicendo, già sono su il ponte Che del crudel castello era l'intrata: Teste de occisi nella prima fronte, E gente morta vi pende apiccata; Ma, quel che era più scuro, eran disionte Le membra ancora vive alcuna fiata. Vermiglio è lo castello, e da lontano Sembrava foco, ed era sangue umano.
Ranaldo sol pregando Idio se aiuta: Ben vi confesso che ora ebbe paura. Già davanti una vecchia era venuta, Tutta coperta de una veste oscura, Macra nel volto, orribile e canuta, E di sembianza dispietata e dura. Lei fa Ranaldo alla terra gettare Così legato, e comincia parlare.
- Forse per fama avrai sentito dire, - Dicea la vecchia - la crudele usanza Che questa rocca ha preso a mantenire. Ora nel tempo che a viver te avanza, Poi che a diman s'indugia il tuo morire, (Ché già de vita non aver speranza), In questo tempo ti voglio contare Qual cagion fece la usanza ordinare.
Un cavallier di possanza infinita Di questa rocca un tempo fu segnore. Vita tenea magnifica e fiorita, Ad ogni forastier faceva onore; Ciascun che passa per la strada invita, Cavallier, dame e gente di valore. Avea costui per moglie una donzella, Che altra al mondo mai fu tanto bella.
Quel cavalliero avea nome Grifone; Questa rocca Altaripa era chiamata, E la sua dama Stella, per ragione, Ché ben parea del celo esser levata. Era di maggio alla bella stagione; Andava il cavalliero alcuna fiata A quella selva che è in su la marina, Dove giungesti tu in questa mattina.
E passar per lo bosco ebbe sentito Un altro cavallier, che a caccia andava. Sì come a tutti, fie' il cortese invito, Ed alla rocca qua suso il menava. Fu quest'altro ch'io dico, mio marito: Marchino, il sir de Aronda, se chiamava. Lui fu menato dentro a questa stanza, Ed onorato assai, come era usanza.
Or, come volse la disaventura, Gli occhi alla bella Stella ebbe voltato, E fo preso de amore oltra misura, E seco pensò il viso delicato Di quella mansueta creatura; In summa, è dentro il cor tanto infiammato, Ch'altro nol stringe, né d'altro ha pensiero, Se non di tuor la donna al cavalliero.
Da questa rocca si parte fellone; Torna cambiato in viso a meraviglia: Altro che lui non sapea la cagione. Parte da Aronda con la sua famiglia; Porta le insegne seco di Grifone, E di persona alquanto il rasomiglia. E soi compagni nel bosco nascose, Le insegne e l'arme pur con essi pose.
Lui, come a caccia, tutto disarmato Va per la selva, e forte suona un corno; Il cortese Grifon l'ebbe ascoltato, Ch'era nel bosco ancora lui quel giorno. In quella parte presto ne fu andato: Marchino il falso si guardava intorno, E, come non avesse alcun veduto, Forte diceva: "Io l'averò perduto."
Poi ver Grifon se ne vene a voltare. Come il vedesse allor primeramente, Diceva: "Io vengo un mio cane a cercare, Ma in questo loco non so andar nïente." Or vanno insieme, e vengon a rivare Ove Marchino ha nascoso la gente; E, per venir più presto al compimento, Occiserlo costoro a tradimento.
Con la sua insegna la rocca pigliaro, Né dentro vi lasciâr persona viva; Fanciulli e vecchi, senza alcun riparo, Ed ogni dama fu de vita priva. La bella Stella qua dentro trovaro, Che la sventura sua forte piangiva. Molte carezze li facea Marchino: Mai non se piega quel cor pellegrino.
Ella pensava lo oltraggio spietato Che li avea fatto il falso traditore, E Grifon, che da lei fu tanto amato, Sempre li stava notte e dì nel core; Né altro desia che averlo vendicato, Né trova qual partito sia il megliore. Infin li offerse il suo voler crudele Quello animal che al mondo è di più fele.
Lo animal che è più crudo e spaventevole, Ed è più ardente che foco che sia, È la moglie che un tempo fu amorevole, Che, disprezata, cade in zelosia: Non è il leon ferito più spiacevole, Né la serpe calcata è tanto ria, Quanto è la moglie fiera in quella fiata Che per altrui sé vede abandonata.
Ed io ben lo so dir, che lo provai, Quando avvisata fui di questa cosa. Io non sentetti maggior doglia mai, E quasi venni in tutto rabbïosa: Ben lo mostrò la crudeltà che usai, Che forse ti parrà meravigliosa; Ma dove zelosia strenge lo amore, Quel mal che io feci in duo, è ancor peggiore.
Duo fanciulletti avevo di Marchino; Il primo lo scanai con la mia mano. Stava a guardarme l'altro piccolino, E dicea: "Matre, deh per Dio! fa piano." Io presi per li piedi quel meschino, E detti il capo a un sasso prossimano. Te par ch'io vendicassi il mio dispetto? Ma questo fu un principio, e non lo effetto.
Quasi vivendo ancora lo squartai; De il petto a l'uno e a l'altro trassi il core. Le piccolette membra minuzzai: Pensa se, ciò facendo, avia dolore! Ma ancor mi giova ch'io mi vendicai. Servai le teste, non già per amore, Ché in me non era amor, né anco pietade: Servalle per usar più crudeltade.
Quelle portai qua suso de nascoso; La carne che feci io, poi posi al foco: Tanto poté lo oltraggio dispettoso! Io stessa fui beccaro, io stessa coco. A mensa li ebbe il patre doloroso, E quelle se mangiò con festa e gioco. Ahi crudel sole, ahi giorno scelerato, Che comportò veder tanto peccato!
Io mi parti' dapoi nascosamente, Le mani e il petto di sangue macchiata. Al re de Orgagna andai subitamente, Che già lunga stagion m'aveva amata (Era costui della Stella parente), E racontai l'istoria dispietata. Quel re condussi io armato in su l'arcione A far vendetta del morto Grifone.