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Orlando innamorato

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Più de due miglia andò la nave inversa, Che a ponto in ponto sta per affondare, La gente che vi è dentro è tutta persa: Se fa de' voti, non lo adimandare. Ecco da canto gionse una traversa, Che a l'altra banda fece traboccare; Ciascadun crida e non se ode persona, Sì muggia il mare e il vento sì risona.

Questo se cangia e muta in uno istante, Ora batte davanti, or ne le sponde; Spiccosse al fine un groppo da levante Con furia tal, che il mar tutto confonde. Gionse alla poppa e pinse il legno avante, E fece entrar la prora sotto l'onde; Sotto acqua via ne andò più d'una arcata, Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.

Pur fuore uscitte, e va con tal ruina Qual fuor de la balestra esce la vera. Da quella sera insino alla matina E da quella matina a l'altra sera, Via giorno e notte mai non se raffina, Sin che condotta è sopra alla riviera, Ove quel monte in Acquamorta bagna Il qual divide Francia dalla Spagna.

Quivi ad un capo che ha nome la Oruna, Smontarno con gran voglia in su la arena, E sì sbattuti son dalla fortuna, Che sendo in terra nol credono apena. Passò il mal tempo e quella notte bruna, Con l'alba insieme il cel se raserena, E già per tutto essendo chiaro il giorno, Deliberarno andar cercando intorno.

Cercar deliberarno in che paese Sian capitati e chi ne sia segnore, E tratto fuor di nave ogni suo arnese, Ciascadun se arma e monta il corridore. Ma lor vïaggio poco se distese, Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore, Corni, tamburi ed altre voce e trombe, Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.

Il franco re Gradasso e Mandricardo Fecer restar la dama e Tibïano. Possa alcun de essi a mover non fu tardo, Sin che fôr sopra al colle a mano a mano; E giù facendo a quel campo riguardo Vider coperto a genta armata il piano, Che era afrontata insieme a belle schiere Sotto a stendardi e segni di bandiere.

Perché sappiati il tutto, il re Agramante Contro al re Carlo avea questa battaglia, Come io contai nel libro che è davante: Un'altra non fu mai di tal travaglia. Quivi era il re Marsilio e Balugante, Tanti altri duci e tanta altra canaglia, Che in alcun tempo mai né alcuna guerra Maggior battaglia non se vidde in terra.

Orlando qua non è, ni Feraguto: Stava il pagano ad un fiume a cercare De l'elmo, qual là giù gli era caduto, Sì come io vi ebbi avanti a ricontare. Al conte era altro caso intravenuto Troppo stupendo e da meravigliare: Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova, Tra dame vinto e preso se ritrova.

Di lui poi dirò il fatto tutto intiero, Ma non se trova adesso in queste imprese; Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero, Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese, Come io contava alor, quando Rugiero Tanti baroni alla terra distese Di nostra gente, e tal tempesta mena Come fa il vento al campo de l'arena.

Come si frange il tenero lupino O il fusto de' papaveri ne l'orto, Cotal fraccasso mena il paladino; Condotta è nostra gente a tristo porto. Roverso a terra se trova Turpino, Uberto, el duca di Baiona, è morto; Avino e Belengiero e Avorio e Ottone Sono abattuti, e seco Salamone.

Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa, Che il sangue gli schiattò per naso e bocca, E cade trangosciato alla foresta. Il giovane Rugiero a gli altri tocca, Né se potria contar tanta tempesta: Qual tramortito e qual morto trabocca. Via va correndo e scontrasi a Ricardo Quel duca altiero, nobile e gagliardo.

Ispezza il scudo e per la spalla passa, Di dietro fore andò il pennon di netto; La lancia a mezo l'asta se fraccassa, Urtarno e duo corsier petto per petto. Rugier quivi Ricardo a terra lassa E tra' la spada, il franco giovanetto, La spada qual già fece Falerina, Che altra nel mondo mai fu tanto fina.

Comincia la battaglia orrenda e fiera, Che quasi è stata insino adesso un gioco; Sembra Rugier tra gli altri una lumiera, Trono e baleno e folgore di foco. Or questa abatte ed or quell'altra schiera, Par che si trovi a un tratto in ogni loco; Volta e rivolta e, come avesse l'ale, Per tutto agiongie il giovane reale.

La nostra gente fugge in ogni banda: Non è da dimandar se avean paura, Ché a ciascun colpo un morto a terra manda: Sembraglia non fu mai cotanto oscura. Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda, Partito avea dal petto alla cintura, E Daniberto, il franco re frisone, Avea tagliato insino in su l'arcione.

E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso, Qual fu Ibernese e nacque de gigante, Fo da Rugiero agionto in su il traverso, E tutto lo tagliò dietro e davante. Non è il marchese de Vïena perso, Se l'altre gente fuggon tutte quante; Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.

Alor se incominciò l'alta travaglia, Né questa zuffa come l'altre passa; La spada de ciascun così ben taglia, Che io so che dove giongie, il segno lassa. Ecco il Danese ariva alla battaglia, Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa Tutta la gente e mena tal polvino Come il mondo arda e fumi in quel confino.

Quando Rugier, che stava alla vedetta, Se accorse che sua gente in volta andava, Come dal cel scendesse una saetta, Con tal furore ad Olivier menava. Menava ad ambe mano, e per la fretta, Come a Dio piacque, il brando se voltava; Colse di piatto, e fo la botta tanta, Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.

Ed Olivier rimase tramortito Per il gran colpo avuto a tal tempesta; Senza elmo apparve il suo viso fiorito, E cadde de lo arcione alla foresta. Quando il vidde Rugiero a tal partito, Che tutta a sangue gli piovea la testa, Molto ne dolse al giovane cortese, Onde nel prato subito discese.

Essendo sopra al campo dismontato Raccolse nelle braccia quel barone Per ordinar che fusse medicato, Sempre piangendo a gran compassïone. In questo fatto standosi occupato, Ecco alle spalle a lui gionse Grifone: Grifone, il falso conte di Maganza, Vien speronando e aresta la sua lanza.

Di tutta possa il conte maledetto Entro alle spalle un gran colpo gli diede, Sì che tomar lo fece a suo dispetto: Tomò Rugiero e pur rimase in piede; Mai non fu visto un salto così netto. Ora presto si volta e Grifon vede, Che per farlo morir non stava a bada: Rotta la lancia, avea tratta la spada.

Ma Rugier se voltò con molta fretta, Cridando: - Tu sei morto, traditore! - Grifone il falso ponto non lo aspetta, Come colui che vile era di core. Ove è più folta la battaglia e stretta, In quella parte volta il corridore; Tra gente e gente e tra l'arme se caccia, Né può soffrir veder Rugiero in faccia.

Questo altro il segue a piede, minacciando Che lo farà morir come ribaldo; E quel fuggendo, e questo seguitando, Gionsero al loco dove era Ranaldo, Quale avea fatto tal menar del brando, Che 'l campo correa tutto a sangue caldo. Parea di sangue il campo una marina: Veduta non fu mai tanta ruina.

Grifon cridava: - Aiutame per Dio! Aiutame per Dio! ché più non posso; Ché questo saracin malvaggio e rio Per tradimento a morte me ha percosso. - Quando Ranaldo quella voce odìo, Voltò Baiardo e subito fu mosso Per urtarsi a Rugiero a corso pieno; Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.

Sappiati che il destrier del paladino Era rimaso là dove discese. Là presso sopra il campo era Turpino Che da' Pagani un pezzo se diffese; Essendo a quel destrier dunque vicino, A lui se accosta e per la briglia il prese; E destramente ne lo arcion salito Ritorna alla battaglia il prete ardito.

Rugiero adunque, come ebbi a contare, Se ritrovava a piedi in su quel piano. Fuggito è via Grifone e non appare, E lui affronta il sir di Montealbano; Il qual nol volse con Baiardo urtare, Però che ad esso parve atto villano, Ma de arcion salta alla campagna aperta Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.

Tra lor se cominciò zuffa sì brava, Che ogni om per meraviglia stava muto; Né già Ranaldo stracco si mostrava, Benché abbia combattuto il giorno tuto; E l'uno e l'altro a tal furia menava, Che meraviglia è che non sia destruto. Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso, Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.

Durando aspra e crudel quella contesa, Ecco Agramante ariva a la battaglia, Che caccia e Cristïani alla distesa, Come fa il foco posto ne la paglia. Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa, Tanta è la folta di quella canaglia, Che sembra un fiume grosso che trabocca: Per un de' nostri, cento e più ne tocca.

Avanti a gli altri el re di Garamanta, Io dico il dispietato Martasino, Qual vien cridando, a gran voce se vanta Di prender vivo il figlio de Pipino. Tanto è il romore e la gente cotanta, Che il campo trema per ogni confino, E tale è il saettar fuor di misura, Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.

La gente nostra fugge in ogni lato, E quella che se arresta riman morta. Quivi è Sobrino, il vecchio disperato, Che per insegna il foco a l'elmo porta; E Balifronte, in su un gambelo armato, Taglia a due mano ed ha la spada torta; E Barigano e Alzirdo e Dardinello Ciascun de' Cristïan fa più macello.

Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone Guardare il cielo e non parlar nïente: E sassi mossi avria a compassïone, Veggendol lacrimar sì rottamente. - Campati voi, - diceva al duca Amone - Campati, Naimo e Gano, il mio parente, Campati tutti quanti, e me lassati, Ché qua voglio io purgare e mei peccati.

Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora, Fia il suo volere, io sono apparecchiato; Ma questa è sol la doglia che mi accora, Che perir veggio il popul battezato Per man di gente che Macone adora. O re del celo, mio segnor beato, Se il fallir nostro a vendicar ti mena, Fa che io sol pèra e sol porti la pena. -

Ciascun di quei baron che Carlo ascolta, Piangono anco essi e risponder non sano. Già la schiera reale in fuga è volta, E boni e tristi in frotta se ne vano. La folta grande è già tutta ricolta Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano Facean battaglia sì feroce e dura, Che de questi altri alcun de lor non cura.

Ma tanto è la ruina e il gran disvario Di quella gente, e chi fugge e chi caccia, Chi cade avanti, e chi per il contrario, E chi da un lato e chi d'altro tramaccia; Onde a que' dui baron fu necessario Spartir la zuffa, e sì grande la traccia Gli urtava adosso e tanta la zinia, Che alcun di lor non sa dove si sia.

Partito l'un da l'altro e a forza ispento, Ché una gran frotta a lor percosse in mezo, Rimase ciascun de essi mal contento, Che non si discernia chi avesse el pezo; Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento, Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo? La nostra gente fugge in abandono, Ed io che posso far che a piedi sono? -

Così dicendo se pone a cercare, E vede il suo Baiardo avanti poco. A lui se accosta, e, volendo montare, Il destrier volta e fugge di quel loco. Ranaldo si voleva disperare Dicendo: - Adesso è ben tempo da gioco! Deh sta, ti dico, bestia maledetta! - Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.

E lui, pur seguitando il suo destriero, Se fu condutto entro una selva scura, Onde lasciarlo un pezo è di mestiero, Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura. Ora torno a contarvi di Rugiero, Qual pure è a piedi in su quella pianura, E ben se augura indarno il suo Frontino: Eccoti avanti a lui passa Turpino.

Turpino era montato a quel ronzone, Ché il suo tra' Saracini avea smarito, Come io contai alor quando Grifone Ne le spalle a Rugiero avea ferito; Or correndo venìa per un vallone. Quando lo vidde il giovanetto ardito, Dico Rugiero avanti a sé lo vide, Non dimandar se de allegrezza ride.

E così a piede se il pone a seguire Cridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! - E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire, Non avea de aspettarlo alcun desio; Ma per la pressa avanti non può gire, Tanta è la folta di quel popul rio; Sì sono e nostri stretti e inviluppati, Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.

Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle, Sin che condotti fôrno a un stretto passo, Ove tra duo colletti era una valle; La giù cade Turpino a gran fraccasso. Rugiero a meza costa per un calle Vide il prete caduto al fondo basso, Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude; Embragato era quello alla palude.

Rugier ridendo del poggio discese E il vescovo aiutò, che se anegava. Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese; A lui davante quello appresentava, E proferiva con parlar cortese, Che lo prendesse, se gli bisognava. - Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino - Tu non nascesti mai di Saracino.

Né credo mai che tanta cortesia Potesse dar natura ad un Pagano: Prendi il destriero e vanne alla tua via: Se lo togliessi, ben serìa villano! - Così gli disse, e poi si dispartia Correndo a piedi, e ritornò nel piano, E trovò un Saracin fuor di sentiero: Tagliolli il capo e prese il suo destriero.

E tanto corse, che gionse la traccia De' Cristiani che ogniom fuggia più forte; Non ve si vede chi diffesa faccia: Chi non puotè fuggire, ebbe la morte. Sei giorni e notti sempre ebber la caccia Sino a Parigi, e sino in su le porte Occisa fo la gente sbigotita: Maggior sconfitta mai non fu sentita.

Tra' Cristïani sol Danese Ogiero Fe' gran prodezze, la persona degna, Ché di quel stormo periglioso e fiero Riportò salva la reale insegna. Preso rimase il marchese Oliviero, Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna, Re Desiderio e lo re Salamone, Duca Ricardo fo seco pregione.

De gli altri che fôr presi e che fôr morti Non se potria contar la quantitate, Cotanti campïon valenti e forti Fôr presi, o posti al taglio de le spate. Chi contarebbe e pianti e' disconforti, Che a Parigi eran dentro alla cittate? Ciascadun crede e dice lacrimando Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.

Fanciulli e vecchi e dame tutte quante La notte fier' la guardia a' muri intorno; Ma de Parigi più non dico avante. Torno a Rugiero, il giovanetto adorno, Qual gionse al loco dove Bradamante La gran battaglia avea fatta quel giorno Con Rodamonte, come io vi contai; Non so se vi ricorda ove io lasciai.

Nel libro che più giorni è già compito, Narrai questa gran zuffa, e come il conte Rimaso era de un colpo tramortito, Quando percosso fo da Rodamonte; E come stando ad estremo partito, Quella donzella, fior di Chiaramonte, Io dico Bradamante la signora, Fece la zuffa che io contava alora.

Da poi se dipartitte il paladino, Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire; Tra Bradamante adunque e il Saracino Rimase la battaglia a diffinire. Non stava alcuno a quel loco vicino, Né vi era chi potesse dipartire L'aspra contesa e il grande assalto e fiero, Sin che vi gionse il giovane Rugiero.

Gionto sopra a quel colle il giovanetto Vista ebbe la battaglia giù nel fondo, E fermosse a mirarla per diletto, Ché assalto non fu mai sì furibondo; Perocché chi in quel tempo avesse eletto Un par de bon guerreri in tutto il mondo, Non l'avria avuto più compiuto a pieno Che Bradamante e il figliol de Ulïeno.

E ben ne dimostrarno esperïenza A quel che han fatto e quel che fanno ancora; Par che la zuffa pur mo si comenza, Sì frescamente ciascadun lavora, E se quel coglie, questo non va senza. Da un colpo a l'altro mai non è dimora, E nel colpir fan foco e tal fiammelle, Che par che il lampo gionga nelle stelle.

Rugiero alcun de' duo non cognoscia, Ché mai non gli avea visti in altro loco, Ma entrambi li lodava, e discernia Che tra lor di vantaggio era assai poco. Mirando l'aspre offese ben vedia Cotal battaglia non esser da gioco, Ma che è tra Saracino e Cristïano, Onde discese subito nel piano.

- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo, Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo, Ché annunzio gli darò dolente e tristo: Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo, Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto. Onde, se alcun volesse seguitarlo, A far lunga dimora non bisogna, Ché alle confine è forse di Guascogna. -

Quando la dama intese così dire, Dal fren per doglia abandonò la mano, E tutta in faccia se ebbe a scolorire, Dicendo a Rodamonte: - Bel germano, Questo che io chiedo, non me lo disdire: Lascia che io segua il mio segnor soprano, Tanto che a quello io me ritrovi apresso, Ché il mio volere è di morir con esso. -

Diceva Rodamonte borbottando: - A risponderti presto, io nol vo' fare. Io stava alla battaglia con Orlando: Tu te togliesti tal rogna a grattare. Di qua non andarai mai, se non quando Io stia così che io nol possa vetare: Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto, Fa che me getti in questo prato morto. -

Quando Rugier cotal parlare intese, Di prender questa zuffa ebbe gran voglia, E Rodamonte in tal modo riprese Dicendo: - Esser non può ch'io non me doglia, Se io trovo gentil omo discortese, Però che bene è un ramo senza foglia, Fiume senza onda e casa senza via La gentilezza senza cortesia. -

A Bradamante poi disse: - Barone, Ove ti piace ormai rivolgi il freno, E se costui vorà pur questïone, De la battaglia non gli verrò meno. - La dama se partì senza tenzone, E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno Che medico debbi esser naturale, Da poi che a posta vai cercando il male.

Or te diffendi, paccio da catena, Da poi che per altrui morir te piace. - Non minaccia Rugier, ma crida e mena, E l'altro a lui ritocca e già non tace. Ciascun di questi è fiero e di gran lena, Onde battaglia orrenda e pertinace Ed altre belle cose dir vi voglio, Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.

Canto quinto

Còlti ho diversi fiori alla verdura, Azuri, gialli, candidi e vermigli; Fatto ho di vaghe erbette una mistura, Garofili e vïole e rose e zigli: Traggasi avanti chi de odore ha cura, E ciò che più gli piace, quel se pigli; A cui diletta il ziglio, a cui la rosa, Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.

Però diversamente il mio verziero De amore e de battaglia ho già piantato: Piace la guerra a l'animo più fiero, Lo amore al cor gentile e delicato. Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero Con Rodamonte alla zuffa nel prato, Con sì crudeli assalti e tal tempesta, Che impresa non fu mai simile a questa.

E' se tornarno con le spade adosso Gli animosi baroni a darsi morte. Rugier primeramente fu percosso Sopra del scudo a meraviglia forte, Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso; Ma non è resistenzia che comporte: Di Rodamonte la stupenda forza Tagliò quel scudo a guisa de una scorza.

Su da la testa alla ponta discende, Più de un terzo ne cade alla campagna; Rugier per prugna acerba agresto rende, Ne la piastra ferrata lo sparagna. Il scudo da la cima al fondo fende, Come squarciasse tela d'una aragna; Né a quel ni a questo l'armatura vale: Un'altra zuffa mai non fu cotale.

E veramente morte se avrian data E l'uno e l'altro a sì crudo ferire, Ma non essendo l'ora terminata Né 'l tempo gionto ancora al suo morire, Tra lor fu la battaglia disturbata, Ché Bradamante gli venne a partire, Bradamante, la dama di valore, Qual dissi che seguia l'imperatore.

E già bon pezzo essendo caminata, Né potendo sua gente ritrovare, La qual fuggiva a briglia abandonata, Ne la sua mente se pose a pensare, Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata, Ben discortese te puote appellare Quel cavallier che non sai chi se sia, Ed ha' gli usata tanta villania.

La zuffa prese lui per mia cagione, E le mie spalle il suo petto diffese. Ma, se io vedesse quivi il re Carlone E le sue gente morte tutte e prese, Tornar mi converrebbe a quel vallone, Sol per vedere il cavallier cortese. Sono obligata a l'alto imperatore, Ma più sono a me stessa ed al mio onore."

Così dicendo rivoltava il freno, E passò prestamente il monticello, Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno Faceano alla battaglia il gran flagello. Come ella ariva a ponto, più né meno, Gionse Rugiero, il franco damigello, Un colpo a Rodamonte a tal tempesta, Che tutta quanta gli stordì la testa.

Fuor di se stesso in su lo arcion si stava E caddeli di mano il brando al prato; Rugier alora adietro se tirava, Ché a cotale atto non l'avria toccato; E Bradamante, che questo mirava, Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato Di cortesia costui nel mio pensiero; Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. -

E come gionta fo gioso nel piano, Alta da l'elmo si levò la vista, E voltata a Rugier con atto umano Disse: - Accetta una escusa, a benché trista, De lo atto ch'io te usai tanto villano; Ma spesso per error biasmo se acquista: E certo che io commessi questo errore Per voglia di seguire il mio segnore.

Non me ne avidi alora se non quando Fu la doglia e il furor de me partito; Ora in gran dono e grazia te adimando Che questo assalto sia per me finito. - Mentre che così stava ragionando, E Rodamonte si fo risentito, Qual, veggendosi gionto a cotale atto, Quasi per gran dolor divenne matto.

Non se trovando ne la mano il brando, Che, com'io dissi, al prato era caduto, Il celo e la fortuna biastemando Là dove era Rugier ne fu venuto. Con gli occhi bassi a la terra mirando, Disse: - Ben chiaramente aggio veduto Che cavallier non è di te migliore, Né teco aver potrebbi alcun onore.

Se tal ventura ben fosse la mia, Ch'io te vincessi il campo alla battaglia, Non sono io vinto già di cortesia? Né mia prodezza più vale una paglia. Rimanti adunque, ch'io me ne vo via, E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia, Di me fa il tuo parere in ogni banda, Come il maggiore al suo minor comanda. -

Senza aspettar risposta via fu tolto, In men che non se coce a magro il cavolo; Il brando su dal prato avea racolto, Il brando qual già fo de suo bisavolo. In poco de ora longi era già molto, Ché sì camina che sembra un dïavolo; Né mai se riposò quel disperato Sin che la notte al campo fu arivato.

Rimase Bradamante con Rugiero, Dapoi che il re di Sarza fie' partenza, E la donzella avea tutto il pensiero A prender di costui la cognoscenza. Ma non trovando ben dritto sentiero Né via di ragionar di tale essenza, Temendo che non fosse a lui disgrato, Senza più dimandar prese combiato.

Disse Rugiero, il giovane cortese: - Che vadi solo, io nol comportaria. Di Barbari è già pien tutto il paese, Che assaliranno in più lochi la via. Da tanti non potresti aver diffese: Ma sempre serò teco in compagnia; Via passaren, quand'io sia cognosciuto, Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -

Piacque alla dama il proferire umano, E così insieme presero il camino, Ed essa cominciò ben da lontano Più cose a ragionar col paladino; E tanto lo menò di colle in piano, Che gionse ultimamente al suo destino, Chiedendo dolcemente e in cortesia Che dir gli piaccia de che gente sia.

Rugiero incominciò, dal primo sdegno Che ebbero e Greci, la prima cagione Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno, Quel de Priamo e quel di Agamenòne; E 'l tradimento del caval di legno, Come il condusse il perfido Sinone, E dopo molte angoscie e molti affanni Fo Troia presa ed arsa con inganni.

E come e Greci poi sol per sua boria Fierno un pensier spietato ed inumano, Tra lor deliberando che memoria Non se trovasse del sangue troiano. Usando crudelmente la vittoria, Tutti e pregion scanarno a mano a mano, Ed avanti a la matre per più pena Ferno svenar la bella Polissena.

E cercando Astianatte in ogni parte, Che era di Ettorre un figlio piccolino, La matre lo scampò con cotale arte: Che in braccio prese un altro fanciullino, E fuggette con esso a la disparte. Cercando i Greci per ogni confino, La ritrovarno col fanciullo in braccio, E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.

Ma il vero figlio, Astïanatte dico, Era nascoso in una sepoltura, Sotto ad un sasso grande e molto antico, Posto nel mezo de una selva oscura. Seco era un cavallier del patre amico, Che se pose con esso in aventura, Passando il mare; e de uno in altro loco Pervenne in fine alla Isola del Foco.

Così Sicilia se appellava avante, Per la fiamma che getta Mongibello. Or crebbe il giovanetto, ed aiutante Fu di persona a meraviglia e bello; E in poco tempo fie' prodezze tante, Che Argo e Corinto pose in gran flagello; Ma fu nel fine occiso a modo tristo Da un falso Greco, nominato Egisto.

Ma prima che morisse, ebbe a Misina (De la qual terra lui n'era segnore) Una dama gentile e pellegrina, Che la vinse in battaglia per amore. Costei de Saragosa era regina, Ed un gigante chiamato Agranore, Re de Agrigento, la oltraggiava a torto; Ma da Astianatte fu nel campo morto.

Prese per moglie poscia la donzella, E fece contra e Greci il suo passaggio, Insin che Egisto, la persona fella, Lo occise a tradimento in quel rivaggio. Non era gionta ancora la novella De la sconfitta e di tanto dannaggio, Che e Greci con potente e grande armata Ebber Misina intorno assedïata.

Gravida era la dama de sei mesi, Quando alla terra fu posto lo assedio, Ma a patti se renderno e Misinesi, Per non soffrir di guerra tanto tedio. Poco o nïente valse essersi resi, Ché tutti morti fôr senza rimedio, Poi che promesso a' Greci avean per patto Dar loro la dama, e non l'aveano fatto.

Ma essa, quella notte, sola sola Sopra ad una barchetta piccolina Passò nel stretto, ove è l'onda che vola E fa tremare e monti alla ruina; Né si potrebbe odire una parola, Tant'alto è quel furor de la marina; Ma la dama, vargando come un vento, A Regio se ricolse a salvamento.

E Greci la seguirno, e a lor non valse Pigliar la volta che è senza periglio, Perché un'aspra fortuna a l'onde salse Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio, E fôr punite le sue voglie false. Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio, Che rilucente e bionde avia le chiome, Chiamato Polidoro a dritto nome.

Di questo Polidoro un Polidante Nacque da poi, e Flovïan di quello. Questo di Roma si fece abitante Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello, L'un Clodovaco, l'altro fu Constante, E fu diviso quel sangue gemello; Due geste illustre da questo discesero, Che poi con tempo molta fama apresero.

Da Constante discese Costantino, Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone, E Fioravante e giù sino a Pipino, Regal stirpe di Francia, e il re Carlone. E fu l'altro lignaggio anco più fino: Di Clodovaco scese Gianbarone, E di questo Rugier, paladin novo, E sua gentil ischiatta insino a Bovo.

Poi se partitte di questa colona La nobil gesta, in due parte divisa; Ed una di esse rimase in Antona, E l'altra a Regio, che se noma Risa. Questa citade, come se ragiona, Se resse a bon governo e bona guisa, Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli A tradimento fôr morti con dôli.

La voglia di Beltramo traditore Contra del patre se fece rubella; E questo fu per scelerato amore Che egli avea posto alla Galacïella; Quando Agolante con tanto furore, Con tanti armati in nave e ne la sella, Coperse sì di gente insino in Puglia, Che al vòto non capea ponto de aguglia.

Così parlava verso Bradamante Rugier, narrando ben tutta la istoria, Ed oltra a questo ancor seguiva avante, Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria, Ma de altra stirpe di prodezze tante, Che sia nel mondo, non se ne ha memoria; E, come se ragiona per il vero, Sono io di questi e nacqui di Rugiero.

Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio Che avesse cotal nome fu secondo; Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, De ogni prodezza più compiuto a tondo. Morto fu poscia con estremo oltraggio, Né maggior tradimento vidde il mondo, Perché Beltramo, il perfido inumano, Traditte il patre e il suo franco germano.

Risa la terra andò tutta a ruina, Arse le case, e fu morta la gente; La moglie di Rugier, trista, tapina, Galacïella, dico, la valente, Se pose disperata alla marina, E gionta sendo al termine dolente Che più il fanciullo in corpo non si porta, Me parturitte, e lei rimase morta.

Quindi mi prese un negromante antico, Qual di medolle de leoni e nerbi Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico. Lui con incanti orribili ed acerbi Andava intorno a quel diserto ostìco, Pigliando serpe e draghi più superbi, E tutti gli inchiudeva a una serraglia; Poi me ponea con quelli alla battaglia.

Vero è che prima ei gli cacciava il foco E tutti e denti fuor de la mascella: Questo fo il mio diletto e il primo gioco Che io presi in quell'etate tenerella; Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, Non me volse tenir più chiuso in cella, E per l'aspre foreste e solitarie Me conducea, tra bestie orrende e varie.

Là me facea seguir sempre la traccia Di fiere istrane e diversi animali; E mi ricorda già che io presi in caccia Grifoni e pegasei, benché abbiano ali. Ma temo ormai che a te forse non spiaccia Sì lunga diceria de tanti mali: E, per satisfar tosto a tua richiesta, Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -

Non avea tratto Bradamante un fiato, Mentre che ragionava a lei Rugiero, E mille volte lo avea riguardato Giù dalle staffe fin suso al cimero; E tanto gli parea bene intagliato, Che ad altra cosa non avea il pensiero: Ma disiava più vederli il viso Che di vedere aperto il paradiso.

E stando così tacita e sospesa, Rugier sogionse a lei: - Franco barone, Volentier saprebbi io, se non ti pesa, Il nome tuo e la tua nazïone. - E la donzella, che è d'amore accesa, Rispose ad esso con questo sermone: - Così vedestù il cor, che tu non vedi, Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.

Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. Non so se sai di tal gesta nïente, Ma di Ranaldo la fama soprana Potrebbe essere agionta a vostra gente. A quel Ranaldo son sôra germana; E perché tu mi creda veramente, Mostrarotti la faccia manifesta -; E così lo elmo a sé trasse di testa.

Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia, Che era de color d'oro allo splendore. Avea il suo viso una delicateccia Mescolata di ardire e de vigore; E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia Parean depenti per la man de Amore, Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo, Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.

Ne lo apparir dello angelico aspetto Rugier rimase vinto e sbigotito, E sentissi tremare il core in petto, Parendo a lui di foco esser ferito. Non sa pur che si fare il giovanetto: Non era apena di parlare ardito. Con l'elmo in testa non l'avea temuta, Smarito è mo che in faccia l'ha veduta.

Essa poi cominciò: - Deh bel segnore! Piacciavi compiacermi solo in questo, Se a dama alcuna mai portasti amore, Ch'io veda il vostro viso manifesto. - Così parlando odirno un gran rumore; Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? - Presto se volta e vede gente armata, Che vien correndo a lor per quella strata.

Questi era Pinadoro e Martasino, Daniforte e Mordante e Barigano, Che avean posto uno aguato in quel confino Per pigliar quei che in rotta se ne vano. Come gli vidde il franco paladino, Verso di lor parlando alciò la mano, E disse: - Stati saldi in su il sentiero! Non passati più avanti! Io son Rugiero. -

In ver da la più parte e' non fu inteso, Perché cridando uscia de la foresta. E Martasin, che sempre è de ira acceso, Subito gionse e parve una tempesta. A Bradamante se ne va disteso, E ferilla aspramente nella testa; Non avea elmo la meschina dama, Ma sol guardando al celo aiuto chiama.

Alciando il scudo il capo se coperse, Ché non volse fuggir la dama vaga. Re Martasino a quel colpo lo aperse, E fece in cima al capo una gran piaga. Già Bradamante lo animo non perse, E riscaldata a guisa d'una draga Ferisce a Martasin di tutta possa; Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.

E Daniforte cridava: - Non fare! Non far, Rugier, ché quello è Martasino! - Già Barigano non stette a cridare, Ché odio portava occulto al paladino, Ed avea voglia di se vendicare, Però che un Bardulasto, suo cugino, Fo per man di Rugier di vita spento; Ma lui lo avea ferito a tradimento.

Se vi racorda, e' fu quando il torniero Se fece sotto al monte di Carena. Scordato a voi debbe esser de legiero, Ché io che lo scrissi, lo ramento apena. Ora, tornando Barigano il fiero, Sopra a Rugiero un colpo a due man mena; Sopra la testa a lui mena a due mano, E ben credette di mandarlo al piano.

Ma il giovanetto, che ha soperchia possa, Non se mosse per questo dello arcione; Anci, adirato per quella percossa, Tornò più fiero, a guisa di leone. Già Bradamante alquanto era rimossa Larga da loro; e, stracciato un pennone Di certa lancia rotta alla foresta, Con fretta avea legata a sé la testa.

L'elmo alacciato e posta la barbuta, Tornò alla zuffa con la spada in mano. La ardita dama aponto era venuta Quando a Rugier percosse Barigano. Lei speronando de arivar se aiuta, E gionse un colpo a quel falso pagano; Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia: A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.

Rugiero aponto si era rivoltato Per vendicar lo oltraggio ricevuto, E vidde il colpo tanto smisurato, Che de una dama non l'avria creduto. Barigano in duo pezzi era nel prato, Né a tempo furno gli altri a darli aiuto, A benché incontinente e destrier ponsero; Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.

Onde adirati, per farne vendetta Contra alla dama tutti se adricciarno. Rugier de un salto in mezo a lor se getta Per dipartir la zuffa, a benché indarno; Non val che parli, o che in mezo se metta, E Martasino e Pinador cridarno: - Tu te farai, Rugier, qua poco onore: Contra Agramante èi fatto traditore. -

Come quella parola e oltraggio intese Il giovanetto, non trovava loco, E sì nel core e nel viso se accese, Che sfavillava gli occhi come un foco; E messe un crido: - Gente discortese, Lo esser cotanti vi giovarà poco. Traditor sete voi; io non sono esso, E mostrarò la prova adesso adesso. -

Tra le parole il giovane adirato Urta il destriero adosso a Pinadoro. Or vedereti il campo insanguinato, E de duo cori arditi il bel lavoro. Chi gli assalta davanti e chi da lato, Ché molta gente avean seco coloro; Dico gli cinque re, de che io contai, Avean con seco gente armata assai.

De' suoi scuderi in tutto da cinquanta Avean seco costoro in compagnia. El resto di sua gente, ch'è cotanta, Era rimaso adietro per la via; Ma se qui ancora fosse tutta quanta, Già Bradamante non ne temeria; Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama, Che sua prodezza è assai più che la fama.

Né già Rugiero avia voglia minore Di far vedere a quella damigella Se ponto avea di possa o di valore, E lampeggiava al cor come una stella. Ragione, animo ardito e insieme amore L'un più che l'altro dentro lo martella; E la dama, ferita a tanto torto, L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.

Dunque adirato, come io dissi avante, Se adriccia a Pinadoro il paladino; Né più lenta se mosse Bradamante, Che fuor de gli altri ha scorto Martasino. Ma questo canto non serìa bastante Per dir ciò che fu fatto in quel confino, Onde io riservo al resto il fatto tutto, Se Dio ce dona, come suole, aiutto.

Canto sesto

Segnor, se alcun di voi sente de amore, Pensati che battaglia avranno a fare Que' duo, che insieme agionto aveano il core, Né volevan l'un l'altro abandonare. La fulmina del cel con suo furore Non gli potrebbe a forza separare; Né spietata fortuna e non la morte Può disgiongere amor cotanto forte.

Come io contava, il nobile Rugiero Sopra de Pinador forte martella; L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero: Quasi a quel colpo lo trasse di sella. Da l'altra parte Martasino il fiero Non avantaggia ponto la donzella, La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta! Non me trovi senza elmo a questa volta. -

Così dicendo a duo man l'ha ferito De un colpo tanto orrendo e smisurato, Che sopra de lo arcion è tramortito: E veramente lo mandava al prato, Ma in quel Mordante, il saracino ardito, Correndo alla donzella urtò da lato, Ferendola a duo man de un roversone Che fu per trarla fuora de lo arcione.

Ma Rugier presto venne ad aiutare, Lasciando Pinador che aveva avante; Però che, benché assai abbia da fare, Sempre voltava gli occhi a Bradamante. Or sembra il giovanetto un vento in mare: Spezza in due parte il scudo di Mordante, Taglia le piastre e usbergo tutto netto, Ed anco alquanto lo ferì nel petto.

Ma Pinadoro, che lo avea seguito, Percosse a mezo il collo il paladino, E tagliò la gorziera più de un dito: Tenne il camaglio el brando, ché era fino. Non si spaventa il giovanetto ardito: Tondo de un salto rivoltò Frontino, E mena a Pinadoro in su la testa; E Martasino a lui, che già non resta.

Mentre che questa zuffa se scompiglia, Daniforte se afronta e viene in tresca Con circa a trenta della sua famiglia, Con targhe e lancie armati alla moresca. Bradamante ver loro alciò le ciglia: Come starà cotal canaglia fresca, Che armati son di sàmito e di tela! Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!

Urta tra lor la dama e il brando mena, E gionse un moro in su un gianetto bianco, Che coda e chioma avia tinto de alchena; Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco. Non era a terra quel caduto apena, Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco; La spada adosso in quel modo gli calla, Sì che il partì dal fianco in su la spalla.

Quasi che insieme tutti ebber la morte; Chi qua chi là per el campo cascava, E quando il primo bussava alle porte Giù dello inferno, lo ultimo arivava. Più fiate la assalitte Daniforte; Ma, come Bradamante a lui voltava, Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta, E torna e volta, e sembra una saetta.

Egli avea sotto una iumenta mora, Di pel di ratta, con la testa nera, Che in su la terra mai non se dimora Con tutti e piedi, tanto era legiera. Vero è che in dosso avia poche arme ancora, Ché non portava usbergo né lamiera: La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa, E cinta al petto una spadazza larga.

Armato come io dico, il saracino Tenea sovente la dama aticciata; Or corre, e volta poi che gli è vicino, Or da traverso mena una lanciata. Ecco la dama ha visto Martasino, Che al suo Rugier ferisce della spata: Di dietro il tocca, sopra delle spalle, E ben si crede di mandarlo a valle.

Ma Bradamante vi gionse a quel ponto Che Rugiero ebbe il colpo smisurato; Balordito era e sì come defonto Al col del suo destrier stava abracciato. Or bene a tempo è quel soccorso agionto, Perché certo altrimente era spacciato; Ma come gionse, la dama felice Parve un falcone entrato a le pernice.

Insieme Martasino e Pinadoro A lei voltarno, e gionsevi Mordante E Daniforte, e molti altri con loro: Chi la tocca di dietro, e chi davante. Ma lei, che di prodezza era un tesoro, Dispreza l'altre gente tutte quante; Tocca sol Martasino e quel travaglia, Né cura il resto che de intorno abaglia.

Tanto adirata è la dama valente, Che Martasin conduce a rio partito; La sua prodezza a lui giova nïente, Spezzato ha l'elmo e nel petto è ferito. Né vi giova il soccorso de altra gente; La dama nel suo core ha statuito Che ad ogni modo in questa zuffa e' mora, E ben col brando a cerco gli lavora.

Al fin turbata e con molta tempesta De coprirse col scudo non ha cura, E ferillo a due man sopra alla testa: Divide il capo e parte ogni armatura. Quella tagliente spada non se arresta, Ché tutto il fende insino alla centura; Nel tempo che a quel modo lo divide, Rugier rivenne e quel bel colpo vide.

Torna alla zuffa il giovanetto forte, Sì rosso in vista che sembrava un foco: Guardative, Pagan, ché el vien la morte! A zaro il resto, ormai non vi è più gioco. E ben se avide il falso Daniforte Che il contrastar più qua non avea loco: Già morto è Martasino e Barigano, Quaranta e più de gli altri sono al piano.

Esso è rimaso e seco Pinadoro, Circa ad otto altri ancora, con Mordante. Tagliava allora il capo a un barbasoro La dama, e gli altri avea morti davante. Intanto insieme consigliâr costoro Che Daniforte attenda a Bradamante E conducala via, mostrando fuggere, Gli altri Rugiero attendano a destruggere.

Era già gionto il giovanetto al ballo, E stranamente incominciò la danza, Ché incontrò un rebatin sopra al cavallo, E tutto lo partì sino alla panza. Non avea intorno pezzo di metallo, Perché era armato pure a quella usanza, Moresca, dico, essendo Genoese: Ma con la fede avea cambiato arnese.

Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso. Né Bradamante ancora se posava; Ma Daniforte occultamente apresso Di lei se fece e sua lancia menava. Là dove il sbergo alla giontura è fesso, Colse, ma poco dentro ve ne entrava, Ché forte mai non mena quel che dubita: La dama se voltò turbata e subita.

Già Daniforte ponto non la aspetta, Né star con seco a fronte gli bisogna; Lei con li sproni il suo destriero afretta, Ché voglia ha di grattare a quel la rogna. Serìa scappato come una saetta, Ma non volea, quel pezzo di carogna, Che va trottone e lamentase ed urla, Mostrando stracco sol per via condurla.

Gli altri a Rugiero intorno combattevano, Io dico Pinadoro e il re Mordante, Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano, E di dietro il toccavano e davante, Usando ogni vantaggio che sapevano. Ma lascio loro e torno a Bradamante, Che dietro a Daniforte invelenita Lo vôl seguire a sua vita finita.

E quel malvaggio spesso se rivolta, Aspettala vicino, e poi calcagna, E per un pezzo fugge alla disciolta, Poi va galoppo e il corso risparagna, Tanto che di quel loco l'ebbe tolta, E furno usciti fuor de la campagna, Che tutta è chiusa de monti de intorno, Ove era stata la battaglia il giorno.

Il falso saracin monta a la costa E scende ad un bel pian da l'altro lato. Bradamante lo segue, ché è disposta Non lo lasciar se non morto o pigliato; E non prendendo al lungo corso sosta, Il suo destriero afflitto ed affannato, Sendo già in piano, al transito d'un fosso, Non potendo più andar gli cade adosso.

E Daniforte, che sentì il stramaccio, Presto se volta, e stracco non par più, Dicendo: - Cristïan, di questo laccio Ove èi caduto, non uscirai tu. - Or Bradamante col sinistro braccio Pinse il ronzon da lato, e levò su, E forte crida: - Falso saracino, Ancor non m'hai legata al tuo domìno. -

Pur Daniforte de intorno la agira, E de improviso spesso la assalisse; Or mostra de assalirla, e se ritira, Ed a tal modo il falso la ferisse. La dama gionta a l'ultimo se mira, E tacita parlando fra sé disse: "Io spargo il sangue e l'anima se parte, Se io non colgo costui con la sua arte."

Così con seco tacita parlava, Mostrandosi ne gli atti sbigotita, Né molta finzïon gli bisognava, Però che in molte parte era ferita, E il sangue sopra l'arme rosseggiava. Or, mostrando cadere alla finita, Andar se lascia e in tal modo se porta, Che giuraria ciascun che fusse morta.

E quel malicïoso ben se mosse, Ma de smontare a terra non se attenta, E prima con la lancia la percosse Per veder se de vita fusse ispenta; La dama lo sofferse e non se mosse, E quello smonta e lega la iumenta; Ma come Bradamante in terra il vede, Non par più morta e fu subito in piede.

Ora non puote il pagan maledetto, Come suoleva, correre e fuggire; La dama il capo gli tagliò di netto E lasciòl possa a suo diletto gire. La ombra era grande già per quel distretto, E cominciava il celo ad oscurire: Non sa quella donzella ove se sia, Ché condotta era qua per strana via.

Per boschi e valle, e per sassi e per spine Avea correndo il pagan seguitato, E non vedeva per quelle confine Abitacolo o villa in verun lato. Salitte sopra la iumenta in fine, E caminando uscitte di quel prato; Ferita e sola, a lume de la luna Abandonò la briglia alla fortuna.

Lasciamo andare alquanto Bradamante, Poi di lei seguiremo e soa ventura, E ritorniamo ove io lasciai davante Rugier lo ardito alla battaglia dura. Il re di Constantina con Mordante, Che non han di vergogna alcuna cura, Gli sono intorno per farlo cadere, E ciascun de essi tocca a più potere.

Oh chi vedesse il giovanetto ardito, Come a ponto divide il tempo a sesto, Che non ne perde nel ferire un dito! Or quinci or quindi tocca, or quello or questo; Apena par che l'uno abbia ferito, Che volta a l'altro, e mena così presto Che con minor distanzia e tempo meno Fulmina a un tratto e seguita il baleno.

E per non vi seguir sì lunga traccia, La cosa presto presto vi disgroppo. Mordante, che assalirlo se procaccia, Ebbe tra questo assalto un strano intoppo: Fu ferito a traverso nella faccia, E via volò de l'elmo tutto il coppo; Meza la testa è ne lo elmo che vola, Rimase il resto al busto con la gola.

Non avea fatto questo colpo apena, Che a Pinador voltò, che era da lato, E nel voltarse lo assalisce e mena; Ma quello era già tanto spaventato, Che parea un veltro uscito di catena, Fuggendo a tutta briglia per il prato. Fuggito essendo per sassi e per valle, Rugier gli tolse il capo dalle spalle.

Era già il sole allo occidente ascoso, Quando finita è la battaglia dura; Allor guardando il giovane amoroso Di Bradamante cerca e di lei cura, Né trova nel pensiero alcun riposo. Per tutto a cerco è già la notte oscura: Veder non può colei che cotanto ama, Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.

Passando per costiere e per valloni, Trovò duo cavallieri ad un poggetto, E sentendo il scalpizzo de' ronzoni Prese alcuna speranza il giovanetto; Ma come a lui parlarno que' baroni, Che il salutarno de animo perfetto, Tanto cordoglio l'animo gli assale, Che non rispose a lor ni ben ni male.

- Costui certo debbe esser un villano, Che avrà spogliato l'arme a qualche morto! - Disser que' duo; ma il giovanetto umano Rispose: - Veramente io ebbi il torto. Amor, che ha del mio cor la briglia in mano, Me ha da lo intendimento sì distorto, Che quel che esser soleva, or più non sono, E del mio fallo a voi chiedo perdono. -

Disse un de' duo baroni: - O cavalliero, Se inamorato sei, non far più scusa: Tua gentilezza provi de legiero, Perché in petto villano amor non usa; E se di nostro aiuto hai de mestiero, Alcun di noi servirti non recusa. - Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno, Perché ho perduto un mio caro compagno.

Se lo avesti sentito indi passare, Mostratimi il camin per cortesia; Per tutto il mondo lo voglio cercare: Senza esso certo mai non viveria. - Così dicea Rugiero, e palesare Altro non volse, sol per zelosia; Però che il dolce amore in gentil petto Amareggiato è sempre di sospetto.

Negarno e duo baroni aver sentito Passare alcuno intorno a quel distretto, E ciascadun di lor si è proferito De accompagnar cercando il giovanetto; Ed esso volentier prese lo invito, Ché se trovava in quel loco soletto, Dico in quel monte diserto e salvatico, Ed esso del paese era mal pratico.

Tutti e tre insieme adunque cavalcando, Avosavano intorno spessamente, Per ogni loco del monte cercando Tutta la notte, e trovarno nïente. E già veniva l'alba reschiarando, La luce rosseggiava in orïente, Quando un de quei baron tutto se affisse Mirando il scudo de Rugiero, e disse:

- Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia Portar depenta al scudo quella insegna? Il suo principio è di tanta eccellenzia, Che ogni persona de essa non è degna. Ciò vi comportarò con pacïenzia, Se tal virtù nel corpo vostro regna, Che alla battaglia riportati lodo Contro di me, che l'ho acquistata e godo. -

Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accorto Che quella insegna è fatta come questa; E veramente la portati a torto, Se non siamo discesi de una gesta; Onde vi prego molto e vi conforto Che tal cosa facciati manifesta: Ove acquistasti tale insegna e come, E quale è vostra stirpe e vostro nome. -

Disse colui: - Da parte assai lontane A vostra stirpe credo esser venuto; Tartaro sono e nacqui de Agricane, Mio nome ancora è poco cognosciuto. Per forza de arme ed aventure istrane In Asia conquistai questo bel scuto; Ma a che bisogna dare incenso a' morti? Chi ha più prodezza, quello scudo porti. -

Rugier, poi che lo invito ebbe accettato, Giva il nimico a cerco rimirando: Vide che spata non avea a lato, E disse a lui: - Voi sete senza brando: Come faremo, ché io non sono usato Giocare a pugni? E però vi adimando Quale esser debba la contesa nostra: Brando non vi è né lancia per far giostra. -

Rispose il cavallier: - Mai non vien manco Fortuna de arme a franco campïone; Le vostre acquistarò, se io non mi stanco: Acquistar le voglio io con un bastone. Portar non posso brando alcuno al fianco, Se io non abatto il figlio di Melone, Però che Orlando, la anima soprana, Tien la mia spata, detta Durindana. -

L'altro compagno di quel cavalliero (Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo) Presto rispose: - E' vi falla il pensiero, Perché quel brando del conte gagliardo Sì non acquistareti de legiero, Ché gionto seti a tale impresa tardo, E serìa vostra causa disonesta: Prima di voi io venni a questa inchiesta.

Cento cinquanta millia combattanti Condussi in Francia fin de Sericana; Tante pene soffersi, affanni tanti, Per acquistare il brando Durindana! Par che il mercato sii fatto a contanti, Così faceti voi la cosa piana; Ma prima che il pensier vostro se adempia, Farò scadervi l'una e l'altra tempia.

Né vi crediati senza mia contesa Aver per zanze quel brando onorato. - E Mandricardo di collera accesa Disse: - Io so che di zanze è bon mercato: Or vi aconciati e prendeti diffesa. - Così dicendo ad uno olmo in quel prato Un grosso tronco tra le rame scaglia, E quel sfrondando viene alla battaglia.

Gradasso il brando pose anco esso in terra, E spiccò presto un bel fusto di pino; L'un più che l'altro gran colpi disserra E fuor de l'arme scuoteno il polvino. Stava Rugiero a remirar tal guerra E scoppiava de riso il paladino, Dicendo: - A benché io non veda chi màsini, Quel gioco è pur de molinari e de asini. -

Più fiate volse la zuffa partire: Come più dice, ogniom più se martella. Eccoti un cavalliero ivi apparire Accompagnato da una damigella. Rugier da longi lo vidde venire; Fassegli incontro e con dolce favella Espose a lui ridendo la cagione Perché faceano e duo quella tenzone.

Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano, Ma di partirli ancor non ho potere. Per la spata de Orlando, che non hano, E forse non sono anco per avere, Tal bastonate da ciechi se dano, Che pietà me ne vien pur a vedere: E certo di prodezza e di possanza Son due lumiere agli atti e alla sembianza.

Ma voi diceti: onde seti venuto? Perché, se io non me inganno nel sembiante, Mi pare altrove avervi cognosciuto: Se bene amento, in corte de Agramante. - Rispose il cavalliero: - Io ve ho veduto Di certo quando io venni di Levante. Io ve vidi a Biserta, questo è il vero; Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. -

Incontinente insieme se abbracciarno, Come se ricognobbero e baroni, E parlando tra lor deliberarno De ispartir quella zuffa de bastoni. Ebbero un pezzo tal fatica indarno, Ché sì turbati sono e campïoni, Che per ragione o preghi non se voltano: L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano.

Pur Brandimarte, a cenni supplicando, Fece che sue parole furno odite, Dicendo a lor: - Se desïati il brando Per il quale è tra voi cotanta lite, Condur vi posso ov'è al presente Orlando: Là fìen vostre contese diffinite. Or sì ve ha tolto l'ira il fren di mano, Che per nïente combattete in vano.

Ma se traeti il campïon sereno Di certa incantason dolente e trista, Lui di battaglia a voi non verrà meno; Sia Durindana poi di chi l'acquista. Se il mondo è ben di meraviglia pieno, Una più strana mai non ne fu vista Di questa ove ora vado, per provare Se indi potessi Orlando liberare. -

Gradasso e Mandricardo, odendo questo, Lasciâr la pugna più che volentiera, Pregando Brandimarte che pur presto Gli volesse condurre ove il conte era. Esso rispose: - Ora io vi manifesto Che vicino a due leghe è una riviera, Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto; Dentro vi è chiuso Orlando per incanto.

Uno indovino, a cui molto è creduto, In Africa m'ha questo apalesato; E perciò in questo loco ero venuto A liberarlo, come disperato. Bastante non ero io; ma il vostro aiuto, Come io comprendo, il cel me ha destinato, E so che ogniom di voi passaria il mare Per tuore impresa tanto singulare. -

Ciascun de' duo baroni ha più desio Di ritrovarsi presto alla fiumana. Dicea Rugiero: - E dove rimango io, Se ben non cheggio Orlando o Durindana? - Più non dico ora. Il grave incanto e rio Farò palese e la aventura istrana, E come tratto for ne fosse Orlando; Cari segnori, a voi me racomando.

Canto settimo

Più che il tesoro e più che forza vale, Più che il diletto assai, più che l'onore, Il bono amico e compagnia leale; E a duo, che insieme se portano amore, Maggior li pare il ben, minore il male, Potendo apalesar l'un l'altro il core; E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso, Poterlo ad altrui dir come a se stesso.

Che giova aver de perle e d'ôr divizia, Avere alta possanza e grande istato, Quando si gode sol, senza amicizia? Colui che altri non ama, e non è amato, Non puote aver compita una letizia; E ciò dico per quel che io vi ho contato Di Brandimarte, che ha passato il mare Sol per venire Orlando ad aiutare.

Di Biserta è venuto il cavalliero Per trare il conte fuor de la fiumana; Il re Gradasso e Mandricardo altiero Avea richiesti a quella impresa strana. - Ma dove rimango io? - dicea Rugiero - Se ben non chieggio a Orlando Durindana, Se ben seco non voglio aver contesa, Venir non debbo a sì stupenda impresa? -

- Esser conviene il numero disparo, - Rispose Brandimarte - a quel che io sento; Condurvi tutti quanti avrebbi a caro, Ma nol concede questo incantamento; Ed io non vedo a ciò meglior riparo Che per la sorte fare esperimento. Ecco una pietra bianca ed una oscura: Chi avrà la nera, cerchi altra ventura. -

Ciascun de stare a questo fo contento, Così gettarno la ventura a sorte, E Mandricardo fuor rimase ispento, E quindi se partì dolente a morte. Turbato se ne va, che sembra un vento, Per piano e monte caminando forte. Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno, Ove Agramante ha già lo assedio intorno.

Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante, Fu ricevuto a grandissimo onore. Ma di lui non ragiono ora più avante, Perché io ritorno nel primo tenore A ricontarvi del conte de Anglante, Che se ritrova preso in tanto errore Tra le Naiàde al bel fiume del Riso; Or odeti la istoria che io diviso.

Queste Naiàde ne l'acqua dimorano Per quella solacciando, come il pesce, E per incanto gran cose lavorano, Ché ogni disegno a lor voglia rïesce. De' cavallier sovente se inamorano, Ché star senza uomo a ogni dama rencresce, E di tal fatte assai ne sono al mondo; Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo.

Queste ne l'acque che il Riso se appella, Avean composto de oro e di cristallo Una mason, che mai fu la più bella, E là si stavon festeggiando al ballo. Già vi contai di sopra la novella, Quando discese Orlando del cavallo Per rinfrescarse a l'onde pellegrine; Ciò vi contai de l'altro libro al fine.

E come tra le dame fu raccolto Con molta zoia e grande adobamento; Quivi poi stette libero e disciolto, Preso de amore al dolce incantamento, A l'onde chiare specchiandosi il volto, Fuor di se stesso e fuor di sentimento; E le Naiàde, allegre oltra misura, Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.

Però di fuora, in cerco alla rivera, Per arte avean formato un bosco grande, Ove stava di pianta ogni mainera, Ilice e quercie e soveri con giande: L'arice e teda e l'abete legera Di grado in grado al ciel le fronde spande, Che sotto a sé facean l'aere oscuro; Poi for del bosco se agirava un muro.

Questa cinta era fabricata intorno Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli, Ed avea in cima un veroncello adorno Con colonnette di ambre e de cristalli. Ora a quei cavallier faccio ritorno, Che vengon senza suoni a questi balli, Né san de le Naiàde la mala arte: Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,

E Fiordelisa, che seco favella Di questa impresa e molto li conforta. Gionsero in fine a la muraglia bella, Qual di metallo avea tutta la porta. Sopra alla soglia stava una donzella, Come a guardarla posta per iscorta, E tenea un breve, scritto da due bande, Con tal parole e con lettere grande:

' Desio di chiara fama, isdegno e amore Trovano aperta a sua voglia la via.' Questi duo versi avea scritti di fuore, Poi dentro in cotal modo se leggia: 'Amore, isdegno e il desïare onore Quando hanno preso l'animo in balìa, Lo sospingon avanti a tal fraccasso, Che poi non trova a ritornare il passo.'

Gionti quivi e baron, come io vi ho detto, La dama con la mano il breve alciava, E fo da tutti lor veduto e letto Da quella banda che se dimostrava. Adunque e cavallier senza sospetto Passâr, ché alcun la strata non vetava; Con Fiordelisa entrarno tutti quanti, Ma per la selva andar non ponno avanti.

Però che quella molto era confusa De arbori spessi ed alti oltra misura; La porta alle sue spalle era già chiusa, Che più facea parer la cosa scura; Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa, - Non abbiati - dicia - de ciò paura; A ogni periglio e loco ove si vada, Il brando e la virtù fa far la strada.

Smontati de li arcioni, e con le spate Tagliando e tronchi, fative sentiero; E se ben sorge alcuna novitate, Non vi turbati ponto nel pensiero. Vince ogni cosa la animositate, Ma condurla con senno è di mestiero. - Così dicea la dama; onde e baroni Smontano al piano e lasciano e ronzoni.

Smontati tutti e tre, come io vi disse, Rugier nel bosco fo il primo ad entrare, Ma un lauro il suo camin sempre impedisse, Né a' folti rami lo lascia passare; Onde la mano al brando il baron misse E quella pianta se pose a tagliare, Dico del lauro, che foglia non perde Per freddo e caldo, e sempre se rinverde.

Poi che soccisa fu la pianta bella E cadde a terra il trïomfale aloro, Fuor del suo tronco sorse una donzella, Che sopra al capo avia le chiome d'oro, E gli occhi vivi a guisa de una stella; Ma piangendo mostrava un gran martoro, Con parole suave e con tal voce, Che avria placato ogni animo feroce.

- Serai tanto crudel, - dicea - barone, Che il mio mal te diletti e trista sorte? Se qua me lasci in tal condizïone, Le gambe mie seran radice intorte, El busto tramutato in un troncone, Le braccie istese in rami seran porte; Questo viso fia scorza, e queste bionde Chiome se tornaranno in foglie e in fronde.

Perché cotale è nostra fatasone, Che trasformate a forza in verde pianta Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone Per sua virtute a trarcene se avanta. Tu m'hai or liberata de pregione, Se la pietate tua serà cotanta, Che me accompagni quivi alla rivera; Se non, mia forma tornarà qual era. -

Il giovanetto pien di cortesia Promesse a quella non la abandonare, Sin che condotta in loco salvo sia. La falsa dama con dolce parlare Alla riviera del Riso se invia; Né vi doveti già meravigliare Se còlto fu Rugiero a questo ponto, Ché il saggio e il paccio è da le dame gionto.

Come condotto fu sopra a la riva, La vaga ninfa per la mano il prese, E de lo animo usato al tutto il priva, Sì che una voglia nel suo cuor se accese De gettarsi nel fiume a l'acqua viva. Né la donzella questo gli contese; Ma seco, così a braccio, come istava, Ne la chiara onda al fiume se gettava.

Là giù nel bel palazo de cristallo Fôrno raccolti con molta letizia. Orlando e Sacripante era in quel stallo E molti altri baroni e gran milizia. Le Naiàde con questi erano in ballo; Ciuffali e tamburelli a gran divizia Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto Se consumava il giorno tutto quanto.

Gradasso era rimaso alla boscaglia, Né trova al suo passar strata o sentiero, E sempre avanti il varco gli travaglia Tra l'altre piante un frassino legiero. Lui questo con la spata intorno taglia, Subito uscitte al tronco un gran destriero; Leardo ed arodato era il mantello: Natura mai ne fece un così bello.

La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro, E così adorno è 'l ricco guarnimento Di pietre e perle, e vale un gran tesoro. Gradasso non vi pone intendimento Che per inganno è fatto quel lavoro; Anci se accosta con molto ardimento E dà di mano a quella briglia bella Senza contrasto, e salta ne la sella.

Subito prese quel destriero un salto, Né poscia in terra più se ebbe a callare; Per l'aria via camina e monta ad alto, Come tal volta un sogna di volare. Battaglia non fu mai né alcuno assalto, Qual potesse Gradasso ispaventare; Ma in questo, vi confesso, ebbe paura, Veggendose levato in tanta altura;

Perché ne l'aria cento passi o piue L'avia portato quella bestia vana. Il baron spesso riguardava in giue, Ma a scender gli parea la scala strana. Quando così bon pezzo andato fue E ritrovosse sopra alla fiumana, Cader si lascia la incantata bestia; Nel fiume se atuffò senza molestia.

Così Gradasso al fondo se atuffoe, E 'l gran caval natando a sommo venne, Poi per la selva via si deleguoe Sì ratto come avesse a' piè le penne. Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe, Subito un altro nel suo cor divenne; Scordando tutte le passate cose, Con le Naiàde a festeggiar se pose.

A suon de trombe quivi se trescava Zoiosa danza, che di qua non se usa: Nel contrapasso l'un l'altro baciava, Né se potea tener la bocca chiusa. A cotale atto se dimenticava Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa, E credo che un bel baso a bocca aperta Per la dolcezza ogni anima converta.

In cotal festa facevan dimora Tutti e baroni in suoni e balli e canti; Sol Brandimarte se affatica ancora, Né per la selva può passare avanti, Benché col brando de intorno lavora Tagliando il bosco; e da diversi incanti Era assalito, ed esso alcun non piglia, Ché Fiordelisa sempre lo consiglia.

Lui tagliò de le piante più che vinte, E de ciascuna uscia novo lavoro, Or grandi occelli con penne depinte, Or bei palagi, or monti de tesoro; Ma queste cose rimasero estinte, Ché Brandimarte ad alcuna di loro Mai non se apiglia e dietro a sé le lassa, E per la selva sino al fiume passa.

Come alla riva fu gionto il barone, Divenne in faccia di color di rosa E tutto se cangiò de opinïone Per trabuccarse ne l'acqua amorosa; E per gran forza de incantazïone Non se amentava Orlando né altra cosa, E gioso se gettava ad ogni guisa, Se a ciò non reparava Fiordelisa.

Perché essa già composti avea per arte Quattro cerchielli in forma di corona Con fiori ed erbe acolte in strane parte, Per liberar de incanti ogni persona; E pose un de essi in capo a Brandimarte, Quindi de ponto in ponto li ragiona Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto Per trare Orlando fuor di quello incanto.

Il franco cavalliero incontinente Fa tutto ciò che la dama comanda; Nel fiume se gettò tra quella gente, Che danza e suona e canta in ogni banda. Ma lui non era uscito di sua mente, Come eron gli altri, per quella ghirlanda Che Fiordelisa nel capo gli pose, Fatta per arte de incantate rose.

Come fo gionto giù tra quella festa Nel bel palagio de cristallo e de oro, Un de' cerchielli al conte pose in testa, E li altri a li altri duo senza dimoro. Così la fatason fu manifesta Subitamente a tutti quattro loro; E le dame lasciarno e ogni diletto, Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.

Sì come zucche in su vennero a galla; Prima de l'acqua sorsero e cimieri, Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla, Ed alla riva gionsero legieri. Quindi, levati a guisa di farfalla Che intorno al foco agira volentieri, Sospesi fuôr da un vento in poco de ora, Qual li soffiò di quella selva fuora.

Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto, Non l'avrebbon saputo racontare, Come om che sogna e se sveglia di tratto, Né può quel che sognava ramentare. Eccoti avanti a lor ariva ratto Un nano, e solo attende a speronare; E, come presso e cavallier si vede, - Segnor, - cridava - odeti per mercede!

Segnor, se amati la cavalleria, Se adiffendeti il dritto e la iustizia, Fati vendetta de una fellonia Maggior del mondo e più strana nequizia. - Disse Gradasso: - Per la fede mia! Se io non temessi di qualche malizia E de esser per incanto ritenuto, Io te darebbi volentieri aiuto. -

Il nano allora sacramenta e giura Che non è a questa impresa incantamento. - Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura? Tanto credetti già, che io me ne pento. Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura De ogni fraschetta che se move al vento; Ed io gabbato fui cotanto spesso, Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -

Disse Rugier: - Non è solo un parere, E ciascun loda la sua opinïone. Direbbe altrui che fosser da temere L'opre de' spirti e queste fatagione; Ma se il bon cavallier fa el suo dovere Non dee ritrarse per condizïone Di cosa alcuna; ogni strana ventura Provar se deve, e non aver paura.

Menami, o nano, e nel mare e nel foco, E se per l'aria me mostri a volare, Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco: Che io mi spaventi mai, non dubitare. - Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco Odendo in cotal modo ragionare; E Brandimarte al nano prese a dire: - Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. -

Il nano aveva un palafreno amblante: Via se ne va per la campagna piana. Dicea Gradasso verso il sir de Anglante: - Se questa impresa fia sublime e strana, E per sorte mi tocca il gire avante, Io voglio adoperar tua Durindana, Anci pur mia, però che il re Carlone Me la promisse, essendo mio pregione. -

- Se lui te la promisse, e lui te attenda! - Rispose il conte, in collera salito - Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda, Che non è cavallier cotanto ardito, Dal qual mia spata ben non mi diffenda; E se a te piace mo questo partito Di guadagnarla in battaglia per forza, Eccola qua: ma guàrdati la scorza. -

Così dicendo avea già tratto il brando, A cui piastra né usbergo non ripara; Gradasso d'altra parte fulminando Trasse del fodro la sua simitara. Araldo non vi è qua che faccia il bando, Né re che doni il campo chiuso a sbara; Ma senza cerimonie e tante ciacare Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.

E cominciano il gioco con tal fretta, Con tanta furia e con tanta ruina, Che l'una botta l'altra non aspetta; De intorno al capo l'elmo gli tintina, E ciascun colpo fuoco e fiama getta. Come sfavilla un ferro alla fucina, Come chiocca le fronde alla tempesta, Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.

Menò a due mano il conte un colpo crudo, Con tal furor che par che il mondo cada; Gradasso il vidde e riparò col scudo, Ma non giova riparo a quella spada: La targa e usbergo in fino al petto nudo Convien che 'n pezzi a la campagna vada, E la gorzera e parte del camaglio Ne portò seco a terra de un sol taglio.

Quando il re franco del colpo se avvide, Mena a due mano e il fren frangendo rode; Sino alla carne ogni arma li divide, E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode. Dice Gradasso, e tutta fiata ride: - Se ben ti rado, fàcciati bon prode! In questa volta più non te ne toglio, Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. -

Diceva il conte: - Che bufonchie, che? Prima che quindi te possi dividere, Tante te ne darò che guai a te, E insegnarotti in altro modo a ridere. - Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè! Se omo del mondo me avesse a conquidere, Esser potrebbe che fusti colui; Ma in verità né te stimo né altrui.

Quando un tuo pare avessi alla centura, Non restarei di correre a mia posta. Se pur te piace, prova tua ventura: Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. - Orlando se avampò fuor di misura, Dicendo: - Poco lo avantar ti costa; Ma tra fatti e parole è differenzia, Del che vedremo presto esperïenzia. -

Tuttavia parla e mena Durindana, Ad ambe mano un gran colpo gli lassa; Manda il cimiero a pezzi in terra piana, E 'l copo col torchion tutto fraccassa. Risuonò l'elmo come una campana, E il re chinò giù il viso a terra bassa; Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia, Perse una staffa e abandonò la briglia.

Ma non perciò perdette la baldanza Quel re superbo, e divenne più fiero; Parea di foco in faccia alla sembianza. Mena a duo mani e gionse nel cimiero Con tanto orgoglio e con tanta possanza, Che il coppo e il torchio manda nel sentiero. Risuonò l'elmo, ed accerta Turpino Che un miglio o più se odette in quel confino.

E fu per trabuccar de lo arcion fuore Il franco conte a quel colpo diverso; La sembianza proprio ha d'un om che more, E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso. Fuggendo via ne 'l porta il corridore Per la campagna, a dritto ed a traverso, E 'l re Gradasso il segue con la alfana, Per darli morte e tuorli Durindana.

Pur ne la istoria il ver se convien dire: A suo dispetto li dava de piglio; Ma Brandimarte non puote soffrire Vedere Orlando posto in tal periglio, Onde correndo se 'l pose a seguire. Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio, E disse: - Anco tu vai cercando noglia? Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -

Ma in questo Orlando se fu risentito, E ver Gradasso vien col brando in mano. Rugiero allora, el giovane fiorito, Fra lor se pose con parlare umano, Cercando de accordargli ogni partito; E similmente ancor faceva il nano Pregando per pietate e per mercede Che vadano alla impresa che lui chiede.

E tanto seppon confortare e dire, Che tra lor fu la zuffa raquetata; Ma ben la compagnia voglion partire, E ciascadun ha sua strata pigliata. Gradasso con Rugier presero a gire Ove il nano una torre ha dimostrata; E Brandimarte e il conte paladino Verso Parigi presero il camino.

Quel che Rugier facesse e il re Gradasso, Vi fia poi racontato in altra parte, Perché al presente a dir di lor vi lasso, E seguo come il conte e Brandimarte Vennero in Francia caminando a passo, Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte; E una mattina, al cominciar del giorno, Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.

Perché Agramante, come io vi contai, Sconfitto avendo in campo Carlo Mano E morta e presa di sua gente assai, Se era atendato a cerco per quel piano. Tanta ciurmaglia non se vidde mai Quanta adunata avea quello africano; Ben sette leghe il campo intorno tiene, Che valle e monti e le campagne ha piene.

Quei de la terra stavano in diffese, E notte e giorno attendono alle mura, Ché sol de' paladin vi era il Danese, Che a far beltresche e riparar procura. Ma quando il conte mirando comprese Cotal sconfita e tal disaventura Sì gran cordoglio prese e dolor tanto, Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.

- Chi se confida in questa vita frale - Diceva lui - e in questo mondo vano, Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale, Prendendo esempio dal re Carlo Mano, Che sì vittorïoso e trïonfale Facea tremar ciascun presso e lontano; Or l'ha del tutto la fortuna privo In un momento, e forse non è vivo. -

Ma, mentre che dicea queste parole, Nel campo si levò sì gran romore, Che par che il cel risuoni insino al sole, E sempre il crido cresce e vien maggiore. Or, bella gente, certo assai mi dole Non poter mo chiarir tutto il tenore; Ma apresso il contarò ne l'altra stanza, Ché in questo canto abbiam detto a bastanza.

Canto ottavo

Dio doni zoia ad ogni inamorato, Ad ogni cavallier doni vittoria, A' principi e baroni onore e stato, E chiunque ama virtù, cresca di gloria: Sia pace ed abundanzia in ogni lato! Ma a voi, che intorno odeti questa istoria, Conceda il re del cel senza tardare Ciò che sapriti a bocca dimandare.

Donevi la ventura per il freno, E da voi scacci ogni fortuna ria; Ogni vostro desio conceda a pieno, Senno, beltade, robba e gagliardia, Quanto è vostro voler, né più né meno, Sì come per bontate e cortesia Ciascun di voi ad ascoltare è pronto La bella istoria che cantando io conto.

La qual lasciai, se vi racorda, quando Sorse il gran crido al campo de' Pagani, Talabalachi e timpani suonando, Corni di brongio ed instrumenti istrani, Alor che Brandimarte e il conte Orlando, Gionti ne' poggi e riguardando e piani, Vider cotanta gente e tante schiere Che un bosco par di lancie e di bandiere.

Perché sappiati il fatto tutto quanto, L'ordine è dato a ponto per quel giorno Di combatter Parigi in ogni canto, E lo assalto ordinato intorno intorno. De li Africani ogni om se dà più vanto, L'un più che l'altro se dimostra adorno; Chi promette a Macone, e chi lo giura, Passar de un salto sopra a quella mura.

Scale con rote e torre aveano assai, Che se movean tirate per ingegno. Più nove cose non se vidder mai: Gatti tessuti a vimine e di legno, Baltresche di cor' cotto ed arcolai, Ch'erano a rimirare un strano ordegno, Qual con romor se chiude e se disserra, E pietre e foco tra' dentro alla terra.

Da l'altra parte il nobile Danese, Che fatto è capitan per lo imperiere, Fa gran ripari ed ordina in diffese Saettamenti e mangani e petriere. Con gli occhi suoi veder vôl lui palese, Ché con li altrui non guarda volentiere, E sassi e travi e solfo e piombo e foco Per torre e merli assetta in ciascun loco.

Sopra a ogni cosa egli ordina e procura La gente armata a piede ed a cavallo; Mo qua mo là scorrendo per le mura, Non pone a l'ordinar tempo o intervallo. Già se odeno e Pagani alla pianura Con tamburacci e corni di metallo, Sonando sifonie, gnacare e trombe, Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.

O re del celo! O Vergine serena! Che era a veder la misera citate! Già non mi credo che il demonio apena Se rallegrasse a tanta crudeltate. De strida e pianti è quella terra piena: Piccoli infanti e dame scapigliate E vecchi e infermi e gente di tal sorte Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.

Di qua di là correa ciascuno a guaccio, Pallidi e rossi, e timidi è li arditi; Triste le moglie con figlioli in braccio, Sempre piangendo, pregano e mariti Che le diffendan da cotanto impaccio; E disperate a li ultimi partiti, Caccian da sé la feminil paura, Ed acqua e pietre portano alle mura.

Suonano a l'arme tutte le campane; De cridi e trombe è sì grande il rumore, Che nol potrian contar le voce umane. Va per la terra Carlo imperatore: Ogni omo il segue, alcun non vi rimane, Che non voglia morir col suo segnore; E lui qua questo e là quell'altro manda, Provede intorno ed ordina ogni banda.

Lo esercito pagano è già vicino, Che intorno se distende a schiera a schiera: Alla porta San Celso è il re Sobrino Con Bucifar, il re de la Algazera; E Baliverzo, il falso saracino, Là dove entra di Senna la riviera Se sforza entrar con sua gente perversa; E seco è il re de Arzila e quel de Fersa.

A San Dionigi il re di Nasamona Col re de la Zumara era accostato: E il re di Cetta e quel di Tremisona Combatteno alla porta del mercato; L'aria fremisce e la terra risona, Ché la battaglia è intorno ad ogni lato, E foco e ferri e pietre con gran fretta Da l'una parte a l'altra se saetta.

Non sorse più giamai furor cotale Tra Cristïani e gente saracina: Ciascun tanto più fa quanto più vale. Giù vengon travi e solforo e calcina, E se sentiva un fraccassar di scale, Un suon de arme spezzate, una roina, E fumo e polve, e tenebroso velo, Come caduto il sol fosse dal celo.

Ma non per tanto par che satisfaccia La gran diffesa contra a quei felloni. Come la mosca torna a chi la scaccia, O la vespe aticciata, o i calavroni: Cotal parea la maledetta raccia, Da' merli trabuccata e da' torroni, Che dirupando al fondo giù ne viene; Già son de morti quelle fosse piene.

Onde era fatto su per l'acqua un ponte, Orribile a vedere e sanguinoso. Quivi era Mandricardo e Rodamonte, Ciascun più di salir voluntaroso; Ni Feraguto, quella ardita fronte, Né il re Agramante si stava ocïoso: L'un più che l'altro di montar se afreza Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.

Orlando, che attendeva il caso rio, Quasi era nella mente sbigotito; Forte piangendo se acomanda a Dio, Né sa pigliare apena alcun partito. - Che deggio fare, o Brandimarte mio, - Diceva lui - che il re Carlo è perito? Perso è Parigi ormai! Che più far deggio, Che ruïnato in foco e fiama il veggio?

Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo: Su per le mura già sono e Pagani. - Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo, Là se combatte, e sono anco alle mani. Deh lasciami callar, ché nel core ardo Di fare un tal fraccasso in questi cani, Che, se Parigi aiuto non aspetta, Non fia disfatta almen senza vendetta! -

Orlando alle parole non rispose, Ma con gran fretta chiuse la visiera, E Brandimarte a seguitar se pose, Che vien correndo giù per la costiera. Fiordelisa la dama se nascose In un boschetto a canto alla riviera, E quei duo cavallier menando vampo Passarno il fiume e gionsero nel campo.

Ciascun di lor fu presto cognosciuto: Sua insegna avea scoperta e suo penone. - Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! - Ma già son gionti al mastro pavaglione, Che era di scorta assai ben proveduto. Il re Marsilio vi era e Falsirone, Molta sua gente e re de altri paesi, Per far la guardia a' nostri che son presi.

Come sapeti, il nobile Olivieri Quivi è legato e il bon re di Bertagna, Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri, E 'l re lombardo e molti de Alemagna. Or qua son gionti e franchi cavallieri: Ben dir vi so che alcun non se sparagna. Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta: Tutti li mena al paro una tempesta.

Al pavaglione, ove era la battaglia, Non puote il re Marsilio aver diffese; Gran parte è morta de la sua canaglia, Lui bon partito via fuggendo prese. Orlando il pavaglion tutto sbaraglia, Squarzato in pezi a terra lo distese; Ma quando quei pregion viddero il conte, Per meraviglia se signâr la fronte.

Oh che spezzar de corde e di catene Faceva Brandimarte in questo stallo! De arme e ronzoni ivi eron tende piene, Onde èno armati e montano a cavallo. L'un più che l'altro a gran voglia ne viene Per seguitare Orlando in questo ballo, Qual ver Parigi a corso se distese, E seco è Gano e Oliviero el marchese;

Re Desiderio e lo re Salamone E Brandimarte (che era dimorato Alquanto per disciorre ogni pregione), Ricardo e Belengieri apresïato. Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone, Il duca Namo e il duca Amone a lato, Ed altri, tutti gente da gorzera, Che più di cento sono in una schiera.

E' già son gionti presso a quelle mura, Ove la zuffa è più cruda che mai, Che era cosa a vedere orrenda e scura, Come di sopra poco io ve contai. Grande era quel rumor fuor di misura De cridi estremi e de istrumenti assai, E facevan tremar de intorno il loco, Né altro se odìa che morte e sangue e foco.

Già Mandricardo avea pigliato un ponte, Rotte le sbarre e spezzata la porta, Ed avea gente a seguitar sì pronte, Che ciascun dentro molto se sconforta. Da un'altra parte il crudo Rodamonte Su per le mura ha tanta gente morta Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa, Che vien da' merli il sangue nella fossa.

Guarda le torre e spreza quella altezza, Battendo e denti a schiuma come un verro. Non fu veduta mai tanta fierezza: Il scudo ha in collo e una scala di ferro E pali e graffie e corde fatte in trezza, E il foco acceso al tronco de un gran cerro; Vien biastemando e sotto ben se acosta, La scala apoggia e monta senza sosta.

Come egli andasse per la strata a passo, Cotal saliva quel pagano arguto. Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso: Adosso a lui ciascun cridava aiuto. Se Lucifero uscito o Satanasso Fosse giù da lo abisso e qua venuto Per disertar Parigi e ogni sua altura, Non avria posto a lor tanta paura.

E nondimanco in tanti disconforti Se adiffendiano per disperazione, Ché ad ogni modo se reputan morti, Né stiman più la vita o le persone. Poi che, condotti a dolorosi porti, Veggion palese sua destruzïone, E pali e dardi tranno a più non posso Con sassi e travi a quel gigante adosso.

Lui pur salisce e più de ciò non cura, Come di penne o paglia mosse al vento; Già sopra a' merli è sino alla cintura, Né 'l contrastar val, forza né ardimento. Come egli agionse in cima a quelle mura, E nella terra apparve il gran spavento, Levossi un pianto e un strido sì feroce, Sino al cel, credo io, gionse quella voce.

Ma quel superbo una gran torre afferra, E tanta ne spiccò quanta ne prese; Quei pezzi lancia dentro dalla terra, Dissipa case e campanili e chiese. Orlando non sapea di tanta guerra, Ché in altra parte stava alle contese; Ma la gran voce che di là si spande Venir lo fece a quel periglio grande.

Gionse correndo ove è l'aspra battaglia: Non fo giamai da l'ira sì commosso. La gran scala di ferro a un colpo taglia, E Rodamonte roinò nel fosso, E dietro a lui gran pezzi de muraglia, Ché gli è caduta meza torre adosso; E un merlo gionse Orlando nella testa, Qual lo distese a terra con tempesta.

Fo Rodamonte sviluppato e presto. Tanta fierezza avea il forte pagano, Che non mostrava più curar di questo, Come se stato fosse un sogno vano. Ma il franco conte non era ancor desto, Qual tramortito se trovava al piano; Or Rodamonte già non se ritiene, Esce dal fosso e contro a i nostri viene.

De esser gagliardo ben li fa mestiero, Ché a lui de intorno sta la nostra gente: Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero. Benché sia falso e tristo della mente, Purché esser voglia è prodo e bon guerrero; Ma la sua forza alor giovò nïente, Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva, De un colpo a terra il pose in su la riva.

Questo abandona e ponto non se arresta. Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone; Parente era di Namo e di sua gesta: Tutto il fende il pagan sino allo arcione. Poi mena al re lombardo ne la testa: Come a Dio piacque, colse di piatone, Ma pur cadde di sella Desiderio A gambe aperte e con gran vituperio.

La gente saracina, che è fuggita Per la gionta de Orlando, ora tornava, Più assai che prima mostrandosi ardita; Ché Rodamonte sì se adoperava, Che ciascuno altro volentier lo aita. Di qua di là gran gente se adunava: Balifronte di Mulga e il re Grifaldo E Baliverzo, il perfido ribaldo.

Quivi era Farurante di Maurina E il franco Alzirdo, re di Tremisona, Il re Gualciotto di Bellamarina Ed altri assai che 'l canto non ragiona; Tutti non giongeranno a domatina, Ché Brandimarte, la franca persona, Ne mandarà qualcun pur allo inferno, E qualcuno Olivier, se ben discerno.

Stati ad odire il fatto tutto a pieno, Ché or se incomincia da dover la danza. Salamon vide il figlio de Ulïeno, Qual più de un braccio sopra alli altri avanza: Ove il colpo segnò, né più né meno, A mezo il petto il colse con la lanza; Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse, Ma con la spada il Cristïan percosse.

Il scuto gli spezzò quel maledetto, Le piastre aperse, come fosser carte, E crudelmente lo piagò nel petto; Gionse allo arcione e tutto lo disparte, Il collo al suo ronzon tagliò via netto. Ora a quel colpo gionse Brandimarte, E, destinato di farne vendetta, Sprona il destriero e la sua lancia assetta.

A tutta briglia il cavallier valente Percosse Rodamonte nel costato, Che era guarnito a scaglie di serpente; Quel lo diffese, e pur giù cade al prato. Come il romor d'uno arboro si sente, Quando è dal vento rotto e dibarbato, Sotto a sé frange sterpi e minor piante: Tal nel cader suonò quello africante.

Or Brandimarte volta al re Gualciotto, Poi che caduto è il franco re di Sarza; Ad ambe man lo percosse di botto, Per mezo il scudo lo divide e squarza. Lo usbergo e panciron che egli avea sotto Partitte a guisa de una tela marza; Per il traverso il petto li disserra, E in duo cavezzi il fece andare a terra.

Ed Olivieri, il franco combattente, Mostra ben quel che egli era per espresso; Alla sua gesta il cavallier non mente, Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso. In questo tempo Orlando se risente; Stato gli è sempre Brigliadoro apresso, Tanto era savio, quella bestia bona! Sta col suo conte e mai non lo abandona.

Onde salito è subito a destriero, Esce del fosso la anima sicura. Quando quei dentro videro il quartiero, Levase il crido intorno a quelle mura. Fu reportato insino allo imperiero Come apparito è Orlando alla pianura, E che scampati sono e Cristïani Da' Saracini, e son seco alle mani.

Non domandati se lo imperatore Di tal novella zoia e festa prese; A tutti quanti sfavillava il core, Brama ciascun de uscire alle contese. Aperta fu la porta a gran furore, E salta fuori armato il bon Danese, E Guido de Borgogna è seco in sella, Duodo de Antona e Ivone de Bordella.

Avanti a tutti è il figlio de Pipino, Ché non vôl restar dentro il re gagliardo; Solo in Parigi rimase Turpino, Per aver della terra bon riguardo. Or torniamo al Danese paladino, Che sopra al ponte scontra Mandricardo, Qual, come io dissi su, poco davante, Là combatteva, e seco era Agramante.

Correndo viene Ogier con l'asta grossa, E gionse Mandricardo, che era a piede; Gettar se 'l crede de urto nella fossa, Ma quello è ben altro om che lui non crede. Fermosse il saracin con tanta possa, Che al scontro della lancia già non cede; Via passava Rondello a corso pieno, Ma quel pagan gli dà di man a freno.

Ed Agramante, che era lì da lato, Se sforza scavalcarlo a sua possancia; Ma Carlo Mano, che ivi era arivato, Percosse il re Agramante con la lancia Trabuccandolo a terra riversato, E passolli il destrier sopra la pancia. Or qua la zuffa grossa se rinova, Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova.

Raportato era già di voce in voce Come abattuto se trova Agramante, Onde ciascun se aduna in quella foce: Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante. Quivi è Grandonio, il saracin feroce, E seco è Feraguto e Balugante; Ma sopra tutti Mandricardo è quello Che fa diffesa e mena gran flagello.

Sol fu quel lui che Agramante riscosse Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia. Oh quanti morti andarno in quelle fosse, Perché era sopra al ponte la battaglia, E l'acque dentro diventorno rosse Per tanto sangue che la vista abaglia; Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme Adosso a quei pagan con furia preme.

E già cacciati for gli avea del ponte: Pur tra le sbarre ancor se contrastava; Ecco alle spalle de' Pagani il conte E Brandimarte, che lo seguitava, Con l'altre gente vigorose e pronte. Or la baruffa terribile e brava Qua se radoppia, e tanto dispietata Che simigliante mai non fu contata.

Però che Rodamonte, quello altiero, Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata; Più non si tien né strata né sentiero, Tutta la zuffa è in sé ramescolata; Né adoperarse ormai facea mestiero: Tanto è la gente stretta ed adunata, Che Rodamonte solo e solo Orlando Fan piazza larga quanto è lungo il brando.

Ma fusse o per quel populo devoto Che in Parigi pregava con lamento, O per altro destino al mondo ignoto, Ne l'aria se levò tempesta e vento, E sopra al campo sorse un terremoto, Dal qual tremava tutto il tenimento; Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura Ripieno aveano il mondo di paura.

E già chinava il giorno ver la sera, Che più facea la cosa paventosa; Di qua, di là se ritrasse ogni schiera, E mancò la battaglia tenebrosa. Ma Turpin lascia qua la istoria vera, Che in questi versi ho tratto di sua prosa, E torna a ragionar di Bradamante, De la qual vi lasciai poco davante,

Quando ella occise al campo Daniforte, Quello avisato e falso saracino Che a tradimento la feritte a morte: Ma lui perse la vita, essa il camino, Ché era la notte ombrosa e scura forte. Lei sempre via passò sera e matino Per quel deserto inospite e selvaggio, Ove atrovò nel mezo un romitaggio.

E gran bisogno avendo di riposo, Per molto sangue che perduto avia, E per il camin lungo e faticoso, Smontava a terra e alla porta battia; E quel romito, che stava nascoso, Signosse il viso e disse: - Ave Maria! Chi condotto ha costui? O che miracolo Fa che omo arivi al povero abitacolo? -

- Io sono un cavallier, - disse la dama - Ch'ier me smaritti in questa selva oscura, Ed ho de riposar bisogno e brama, Ché son ferito e stracco oltra misura. - Rispose quel romito: - In questa lama Mai non discese umana creatura; Da sessanta anni in qua che vi son stato, Non vidi una sol volta uno omo nato.

Ma spesse fiate il demonio me appare, In tante forme ch'io non saprei dirti, E poco avante io presi a dubitare Che fosti quello, e stei per non aprirti. Questa matina qua viddi passare Una barchetta carica de spirti, Che ne andava per l'aria alla seconda Battendo e remi come fusse in onda.

Colui che stava in poppa per nocchiero, Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto Partito è già di Francia il bon Rugiero, Qual serìa stato un cristïan perfetto. Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero, Ché vòlto avria le spalle a Macometto; Ma di sua legge ormai non credo che esca, Ed hollo detto acciò che ti rincresca."

Passò la barca, poi che ebbe parlato Quel tristo spirto, e più non fu veduta; Ed io rimasi assai disconsolato, Pensando che era l'anima perduta Di quel baron, che morirà dannato, Se Dio per sua pietate non lo aiuta, O se persona non li mette in core Di batezarse e uscir di tanto errore. -

Quando queste parole udì la dama, Tutta se accese in viso come un foco; Pensando al cavallier che cotanto ama, Nella sua mente non ritrova loco; E sì desia di rivederlo e brama, Che cura di riposo o nulla, o poco, A benché quel romito assai la invita A medicarse, perché era ferita.

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