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Orlando innamorato

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Lor fierno la proposta a Manodante, Contando che per sua deffensïone Balisardo avean morto, il fier gigante, Promettendoli Orlando dar pregione. Per questo gli fu fatto bon sembiante Ed alloggiati fôrno a una maggione Ricca, adobbata, lì presso al palagio, Ove si sterno con diletto ad agio.

Era con seco la falsa donzella, Ché 'l conte non la volse mai lasciare, Qual è tanto fallace e tanto bella, Quanto di sopra odesti racontare. Or questa intese tutta la novella Dal conte Orlando, e ciò che dovea fare, Perché qualunche a cui se porta amore Tra' gli secreti insin de mezo il core.

Or questa dama assai Grifone amava (So che il sapeti, ché già lo contai), E di vederlo tutta sfavillava, Né d'altro pensa giorno e notte mai; E ben sa che in pregione ora si stava. Ma questo canto è stato lungo assai: Posati alquanto e non fati contese, Che a dir nell'altro io vi serò cortese.

Canto decimosecondo

Stella de amor, che 'l terzo cel governi, E tu, quinto splendor sì rubicondo, Che, girando in duo anni e cerchi eterni, De ogni pigrizia fai digiuno il mondo, Venga da' corpi vostri alti e superni Grazia e virtute al mio cantar iocondo, Sì che lo influsso vostro ora mi vaglia, Poi ch'io canto de amor e di battaglia.

L'uno e l'altro esercizio è giovenile, Nemico di riposo, atto allo affanno; L'un e l'altro è mestier de omo gentile, Qual non rifuti la fatica, o il danno; E questo e quel fa l'animo virile, A benché al dì de ancòi, se io non m'inganno, Per verità de l'arme dir vi posso Che meglio è il ragionar che averle in dosso,

Poi che quella arte degna ed onorata Al nostro tempo è gionta tra villani; Né l'opra più de amore anco è lodata, Poscia che in tanti affanni e pensier vani, Senza aver de diletto una giornata, Si pasce di bel viso e guardi umani; Come sa dir chi n'ha fatto la prova, Poca fermezza in donna se ritrova.

Deh! non guardate, damigelle, al sdegno Che altrui fa ragionar come gli piace; Non son tutte le dame poste a un segno, Però che una è leal, l'altra fallace; Ed io, per quella che ha il mio core in pegno, Cheggio mercede a tutte l'altre e pace; E ciò che sopra ne' miei versi dico, Per quelle intendo sol dal tempo antico:

Come Origilla, quella traditrice, Qual per aver Grifone in sua balìa (Ché il cor gli ardea d'amor ne la radice) A Manodante andò, la dama ria; E ciò che Orlando a lei secreto dice Per trar fuor quei baron de pregionia, E le cose ordinate tutte quante, Lei le rivela e dice a Manodante.

Quando il re intese che quivi era Orlando, Nella sua vita mai fu più contento. Se stesso per letizia dimenando, Già parli avere il figlio a suo talento; Ma poi nella sua mente anco pensando Del cavallier la forza e lo ardimento, Comprende bene e già veder gli pare Che nel pigliarlo assai serà che fare.

Alla donzella fece dar Grifone, Sì come a lei promesso avea davante, Ma lui non volse uscir mai de prigione, Se seco non lasciava anco Aquilante; E fu lasciato a tal condizïone, Che loro ed Origilla in quello istante Si dipartin dal regno alora alora, Senza più fare in quel loco dimora.

Così lor se partirno a notte oscura: Ancor vi contarò del suo vïaggio. Or torno a Manodante, che ha gran cura D'aver quel cavallier senza dannaggio, Perché di sua prodezza avea paura; Onde fece ordinare un beveraggio, Che dato a l'omo subito adormenta Sì come morto, e par che nulla senta.

A quei baron, che non avean sospetto, Fu meschiato nel vino a bere a cena, E poi la notte fôr presi nel letto E via condotti, né il sentirno a pena; Però che 'l beveraggio che io vi ho detto, Sì gli avea tolto del sentir la lena, Che fôr portati per piedi e per mane, Né mai svegliarno insino alla dimane.

Quando se avidder poi quella matina In un fondo di torre esser legati, Ben se avisarno che quella fantina Li avea traditi, essendosi fidati. - O re del celo, o Vergine regina, - Diceva il conte - non me abandonati! - Chiamando tutti e Santi ch'egli adora, Quanti n'ha il celo e poi degli altri ancora.

E come se amentava de pittura A Roma, in Francia, o per altra provenzia, A quella facea voto, per paura, De digiunare, o de altra penitenzia. Esso avea a mente tutta la Scrittura, De orazïon e salmi ogni scïenzia; Ciò che sapea, diceva a quella volta, E Brandimarte sempre mai l'ascolta.

Era quel Brandimarte saracino, Ma de ogni legge male instrutto e grosso, Però che fu adusato piccolino A cavalcare e portar l'arme in dosso; Onde, ascoltando adesso il paladino Che a Dio se aricomanda a più non posso, Chiamando ciascun Santo benedetto, Li adimandava quel che avesse detto.

E benché il conte fosse in tal tormento, Pur, per salvar quella anima perduta, Prima narrògli il vecchio Testamento, E poi perché Dio vôl che quel se muta; Gli narrò tutto il novo a compimento, E tanto a quel parlare Idio l'aiuta, Che tornò Brandimarte alla sua Fede, E come Orlando drittamente crede.

Benché lì non se possa battizare, Pur la credenza avea perfetta e bona, E poi che alquanto fu stato a pensare, Verso del conte in tal modo ragiona: - Tu m'hai voluto l'anima salvare, Ed io vorei salvar la tua persona, S'io ne dovessi ancor quivi morire; Or se 'l te piace, il modo pôi odire.

Tu dèi comprender così ben come io, Che per te solo è fatta questa presa, Perché tra Saracini èi tanto rio, E de Cristianità sola diffesa. Ora, se io prendo il tuo nome e tu il mio, Non avendo altri questa cosa intesa, Né essendo alcun di noi qua cognosciuto, Forse serai lasciato, io ritenuto.

Io dirò sempre mai ch'io sono Orlando, Tu de esser Brandimarte abbi la mente; Guârti che non errasti ragionando, Ché guastaresti il fatto incontinente. Ma, se esci fuore, a te mi racomando: Cerca di trarme del loco presente; E se io morissi al fondo dove io sono, Prega per l'alma mia tu che sei bono. -

Quasi piangendo quel baron soprano In cotal modo il suo parlar finia. Allora il conte, che era tanto umano: - Non piaccia a Dio, - dicea - che questo sia! Speranza ha ciascadun ch'è Cristïano, Nel re del celo e nella Matre pia; Lui ce trarà per sua mercè de guai, Ma senza te non uscirò giamai.

Ma se tu uscissi, io restaria contento, Pur che tu me prometta tutta fiata, Per preghi, né minacce, né spavento De non lasciar la fede che hai pigliata. La nostra vita è una polvere al vento, Né se debbe stimar né aver sì grata, Che per salvarla, on allungarla un poco, Si danni l'alma nello eterno foco. -

Diceva Brandimarte: - Alto barone, Già molte volte odito ho racontare Che del servigio perde il guiderdone Colui che for de modo fa pregare; Io ti cheggio, per Dio di passïone, Che quel che ho detto, tu lo vogli fare; E quando far nol vogli, io te prometto Ch'io tornarò di novo a Macometto. -

Orlando non rispose a quei sermoni, Né acconsentitte e non volse desdire. Eccoti gente armate de ronconi Che alla pregion la porta fanno aprire. Diceva il caporale: - O campïoni, Quale è Orlando di voi, debba venire; Quel che è desso, lo dica e venga avante, Ché appresentar conviense a Manodante. -

Brandimarte rispose incontinente, Che apena non avea colui parlato; Il conte Orlando diceva nïente, Ma sospirando si stava da lato. Or tolse Brandimarte quella gente, E così proprio come era legato (Che far non può diffesa né battaglia) Al re lo presentò quella sbiraglia.

Manodante era di natura umano, Però piacevolmente a parlar prese, Dicendo: - Ria fortuna e caso istrano A mio dispetto mi fa discortese; E ben ch'io sappia che sei cristïano, Nemico a nostra legge di palese, Sapendo tua virtute e il tuo valore, Assai me incresce a non te fare onore.

Ma la natura mi strenge sì forte E la compassïon de un mio figliolo, Che, a dirti presto con parole corte, A te per lui convien portar il dôlo. Crudel destino e la malvaggia sorte De duo mi avea lasciato questo solo; Dece ed otto anni ha di ponto il garzone: Morgana entro ad un lago l'ha pregione.

Questa Morgana è fata del Tesoro; E perché par che già tu dispregiasti Non so che cervo che ha le corne d'oro, E sue aventure e soi incanti li hai guasti, (Ti debbi ramentar questo lavoro, Onde ogni breve dir credo che basti), Per questo te persegue in ogni banda, E sol de averti a ciascadun dimanda.

Onde per fare il cambio di mio figlio In questa notte ti feci pigliare, E per trare esso di cotal periglio A quella fata ti voglio mandare; A benché di vergogna io sia vermiglio, Pensando ch'io te fo mal capitare, Sapendo che tu merti onore e pregio; Ma altro rimedio al suo scampo non vegio. -

Tenendo il re chinato a terra il viso Fece fine al suo dir, quasi piangendo. Rispose Brandimarte: - Ogni tuo aviso Sempre servire ed obedire intendo, Se mille miglia ancor fossi diviso Da questo regno; or tuo pregione essendo, Disponi a tuo volere ed a tuo modo, Ch'io vo' di te lodarme ed or mi lodo.

Ma ben ti prego per summa mercede Che, potendo campare il tuo figliolo Per altra forma, come il mio cor crede, Che tu non me conduchi in tanto dôlo. Or, se te piace, alquanto ascolta e vede: Termine da te voglio un mese solo, E che tu lasci l'altro compagnone, Ed io starò tra tanto alla pregione,

Pur che il compagno che meco fo preso, Subitamente sia da te lasciato. Sopra alle forche voglio essere impeso, Se in questo tempo ch'io ho da te pigliato Non ti è il tuo figliol sano e salvo reso, Perché in quel loco il cavalliero è stato. Sopra alla Fede mia questo ti giuro, Ed andarane e tornarà securo. -

Queste parole Brandimarte usava Ed altre molte più che qui non scrivo, Come colui che molto ben parlava Ed era in ogni cosa troppo attivo. Al fin quel vecchio re pur se piegava; A benché fosse di quel figlio privo, E lo aspettare a rivederlo un mese Paresse uno anno, e' pur l'accordio prese.

Brandimarte si pose ingenocchione, Il re di questo assai ringrazïando, E poi fu rimenato alla prigione, E tratto fuor di quella il conte Orlando. Or chi direbbe le dolci ragione Che ferno e due compagni lacrimando, Allor che il conte convenne partire? Quanto gli increbbe, non potrebbi io dire.

Sapean già il patto com'era fermato, Che al termine de un mese die' tornare; Onde, avendo da lui preso combiato, Con una nave si pose per mare. In pochi giorni a terra fu portato, Poi per la ripa prese a caminare, Dietro a l'arena, per la strata piana, Tanto che gionse al loco di Morgana.

Quel che là fece, contarò da poi, Se la istoria ascoltati tutta quanta: Ora ritorno a Manodante e' soi. Chi mena zoia, chi suona e chi canta; Chi promette a Macon pecore e boi. Chi darli incenso e chi argento si vanta, Se gli concede di veder quel giorno Che Zilïante a lor faccia ritorno.

Nome avea il giovanetto Zilïante, Come di sopra in molti lochi ho detto. A quelle feste che io dico cotante, Ne la cità per zoia e per diletto Accese eran le torre tutte quante De luminari; e su per ciascun tetto Suonavan trombe e corni e tamburini, Come il mondo arda e tutto il cel ruini.

Era là preso Astolfo del re Otone Con altri assai, sì come aveti odito, E benché fosse al fondo de un torione, Pur quello alto rumore avea sentito, E de ciò dimandando la cagione A quel che per guardarli è stabilito, Colui rispose: - Io vi so dir palese Che indi uscirete in termine de un mese.

E voglio dirvi il fatto tutto intiero, Perché più non andati dimandando. Al nostro re non fa più de mistiero La presa de' baroni andar cercando, Però che in corte è preso un cavalliero, Qual per il mondo è nominato Orlando; Or potrà aver per contracambio il figlio, Che è ben di nome e di bellezza un ziglio.

Ma bene è ver che un cavallier pagano, Qual mostra esser di lui perfetto amico, Lasciato fu dal nostro re soprano, E tornar debbe al termine ch'io dico, E menar Zilïante a mano a mano, Benché io non stimo tal promessa un fico; Ma il re certo avrà il figlio a suo comando, Se in contraccambio là vi pone Orlando. -

Astolfo se mutò tutto di faccia E più di core, odendo racontare Che il conte era pur gionto a quella traccia, E il guardïano alor prese a pregare, - German, - dicendo - per Macon ti piaccia Una ambasciata a l'alto re portare, Che sua corona in ciò mi sia cortese, Ch'io veda Orlando, che è di mio paese. -

Sempre era Astolfo da ciascuno amato, Or non bisogna ch'io dica per che; Onde il messaggio subito fu andato, E l'ambasciata fece ben al re. Già Brandimarte prima era lasciato, Entro una zambra sopra a la sua fè, Ma disarmato; e sempre mai de intorno Stava gran guarda tutta notte e 'l giorno.

Il re ne viene a lui piacevolmente, E dimandò chi fosse Astolfo e donde; Turbosse Brandimarte ne la mente, E, pur pensando, al re nulla risponde, Perché cognosce ben palesemente Che, come è giorno, indarno se nasconde, Onde sua vita tien strutta e diserta, Poi che la cosa al tutto è discoperta.

Al fin, per più non far di sé sospetto, Disse: - Io pensava e penso tuttavia S'io cognosco l'Astolfo de che hai detto, Né me ritorna a mente, in fede mia, Se non ch'io vidi già in Francia un valletto, Qual pur mi par che cotal nome avia; Stavasi in corte per paccio palese, E nomato era il gioculare Anglese.

Grande era e biondo e di gentile aspetto, Con bianca faccia e guardatura bruna; Ma egli avea nel cervello un gran diffetto, Perché d'ognior che scemava la luna, Divenia rabbïoso e maledetto, E più non cognoscea persona alcuna, Né alor sapea festar, né menar gioco: Ciascun fuggia da lui come dal foco. -

- Lui proprio è questo, - disse Manodante - De sue piacevolezze io voglio odire. - Così dicendo via mandava un fante, Che lo facesse alor quindi venire. Questo, giognendo ad Astolfo davante, Incontinenti gli cominciò a dire Sì come il re l'avrebbe molto caro, Poi che egli era buffone e giocularo,

E come il cavallier del suo paese, Quale era Orlando, al re l'have contato. Astolfo de ira subito s'accese, E così come egli era infurïato, Col fante ver la corte il camin prese. Benché da molti dreto era guardato, Lui non restava de venir cridando Per tutto sempre: - Ove è il poltron de Orlando?

Ov'è, - diceva - ove è questo poltrone, Che de mi zanza, quella bestia vana? Mille onze d'oro avria caro un bastone Per castigar quel figlio de putana. - Il re con Brandimarte ad un balcone Odîr la voce ancora assai lontana, Tanto cridava il duca Astolfo forte Di dare a Orlando col baston la morte.

E Brandimarte alor molto contento Dicea al re: - Per Dio, lasciànlo stare, Perché ponerà tutti a rio tormento: Poco de un paccio si può guadagnare. Adesso in tutto è fuor di sentimento: Questo è la luna, che debbe scemare; Io so com'egli è fatto, io l'ho provato: Tristo colui che se gli trova a lato! -

- Adunque sia legato molto bene, - Diceva il re - dapoi qua venga in corte; Di sua pacìa non voglio portar pene. - Eccoti Astolfo è già gionto alle porte, E per la scala su ratto ne viene. Ma nella sala ogniom cridava forte, Sergenti e cavallieri in ogni banda: - Legate il paccio! Il re così comanda. -

Ma quando Astolfo se vidde legare, Ed esser reputato per lunatico, Cominciò l'ira alquanto a rafrenare, Come colui che pure avea del pratico. Quando fu gionto, il re prese a parlare A lui, dicendo: - Molto sei selvatico Con questo cavallier de tuo paese, Benché lui sia di Brava, e tu sia Anglese. -

Astolfo alor, guardando ogni cantone, - Ma dove è lui - diceva - quel fel guerzo, Il qual ardisce a dir ch'io son buffone, Ed egual del mio stato non ha il terzo? Né lo torria per fante al mio ronzone, Abench'io creda ch'el dica da scherzo, Sapendo esso di certo e senza fallo Che di lui faccio come di vassallo.

Ove sei tu, bastardo stralunato, Ch'io te vo' castigar, non so se il credi? - Il re diceva a lui: - Che sventurato! Tu l'hai avante, e par che tu nol vedi. - Alora Astolfo, guardando da lato E dietro e innanci ogniom da capo a piedi, Dicea da poi: - Se alcun non l'ha coperto Di sotto al manto, e' non è qua di certo.

E tra coteste gente, che son tante, Sol questo Brandimarte ho cognosciuto. - Meravigliando dicea Manodante: - Qual Brandimarte? Dio me doni aiuto! Or non è questo Orlando, che hai davante? Io credo che sei paccio divenuto. - E Brandimarte alquanto sbigotito Pur fa bon volto con parlare ardito,

Al re dicendo: - Or non sai che al scemare Che fa la luna, il perde lo intelletto? Io credea che 'l dovesti ramentare, Perché poco davante io l'avea detto. - Alora Astolfo cominciò a cridare: - Ahi renegato cane e maledetto! Un calcio ti darò di tal possanza, Che restarà la scarpa ne la panza. -

Diceva il re: - Tenitelo ben stretto, Però che 'l mal li cresce tutta via. - Ora ad Astolfo pur crebbe il dispetto, E fu salito in tanta bizaria, Che minacciava a roïnar il tetto, E tutta disertar la Pagania, E cinquecento miglia intorno intorno Menare a foco e a fiamma in un sol giorno.

Comandò il re che via fosse condutto; Ma quando lui se vidde indi menare Ed esser reputato paccio al tutto, Cominciò pianamente a ragionare. Dapoi che non aveva altro redutto, Con voce bassa il re prese a pregare Che ancor non fusse de quindi menato, E mostrarebbe a lui che era ingannato;

Però che, se mandava alla pregione, E facesse Ranaldo qua venire, O veramente il giovane Dudone, Da lor la verità potrebbe odire; E che lui volea stare al parangone, E se mentisse, voleva morire, Ed esser strascinato a suo comando, Ché questo è Brandimarte e non Orlando.

Il re, pur dubitando esser schernito, Cominciò Brandimarte a riguardare, Il quale, in viso tutto sbigotito, Lo fece maggiormente dubitare. Il cavallier, condutto a tal partito Che non potea la cosa più negare, Confessa per se stesso aver ciò fatto, Acciò che Orlando sia da morte tratto.

Il re di doglia si straziava il manto E via pelava sua barba canuta, Per il suo figlio ch'egli amava tanto; De averlo è la speranza ormai perduta. Ne la cità non se ode altro che pianto, E la allegrezza in gran dolor se muta; Crida ciascun, come di senno privo, Che Brandimarte sia squartato vivo.

Fu preso a furia e posto entro una torre, Da piedi al capo tutto incatenato; In quella non se suole alcun mai porre Che sia per vivo al mondo reputato. Se Dio per sua pietate non soccorre, A morir Brandimarte è iudicato. Astolfo, quando intese il conveniente Come era stato, assai ne fu dolente.

E volentier gli avria donato aiuto De fatti e de parole a suo potere, Ma quel soccorso tardo era venuto, Sì come fa chi zanza oltra al dovere. Quel gentil cavalliero ora è perduto Per sue parole e suo poco sapere; Or qui la istoria de costor vi lasso, E torno al conte, ch'è gionto a quel passo:

Al passo di Morgana, ove era il lago E il ponte che vargava la rivera. Il conte riguardando assai fu vago, Ché più Aridano il perfido non vi era. Così mirando vidde morto un drago, Ed una dama con piatosa ciera Piangea quel drago morto in su la riva, Come ella fusse del suo amante priva.

Orlando se fermò per meraviglia, Mirando il drago morto e la donzella, Che era nel viso candida e vermiglia. Ora ascoltati che strana novella: La dama il drago morto in braccio piglia, E con quello entra in una navicella, Correndo giù per l'acqua alla seconda, E in mezo il lago aponto se profonda.

Non dimandati se il conte avea brama Di saper tutta questa alta aventura. Ora ecco di traverso una altra dama Sopra de un palafreno alla pianura. Come ella vidde il conte, a nome il chiama Dicendo: - Orlando mio senza paura, Iddio del paradiso ha ben voluto Che qua vi trovi per donarmi aiuto. -

Questa donzella che è quivi arrivata, Come io vi dico, sopra il palafreno, Era da un sol sergente accompagnata. Di lei vi contarò la istoria apieno, Se tornarete a questa altra giornata, E di quella del drago più né meno, Qual profondò nel fiume; or faccio ponto, Però che al fin del mio cantar son gionto.

Canto decimoterzo

Il voler de ciascun molto è diverso: Chi piace esser soldato, e cui pastore, Chi dietro a robba, a lo acquistar è perso, Chi ha diletto di caccia e chi d'amore, Chi navica per mare e da traverso, E quale è prete e quale è pescatore; Questo in palazo vende ogni sua zanza, Quello è zoioso, e canta e suona e danza.

A voi piace de odir l'alta prodezza De' cavalieri antiqui ed onorati, E 'l piacer vostro vien da gentilezza, Però che a quel valor ve assimigliati. Chi virtute non ha, quella non prezza; Ma voi, che qua de intorno me ascoltati, Seti de onore e de virtù la gloria, Però vi piace odir la bella istoria.

Ed io seguir la voglio ove io lasciai, Anci tornare a dietro, per chiarire De le due dame, quale io vi contai; L'una era al lago, l'altra ebbe a venire. Or per voi stessi non sapresti mai Chi fosser queste, non lo odendo dire; Ma io vi narrerò la cosa piana: Quella dal drago morto era Morgana,

E l'altra è Fiordelisa, quella bella Che fu da Brandimarte tanto amata. Di questa vi dirò poi la novella, Ma torno prima a quella della fata; La qual, perché era de natura fella, Sopra del lago a quella acqua incantata, Ove nel fondo fu Aridano occiso, Aveva poi pigliato uno altro aviso.

Perché con succi de erbe e de radice Còlte ne' monti a lume della luna, E pietre svolte de strana pendice, Cantando versi per la notte bruna, Cangiato avea la falsa incantatrice Quel giovanetto in sua mala fortuna, Io dico Zilïante, e fatto drago, Per porlo in guardia al ponte sopra al lago.

Ed avea tramutata sua figura, Acciò che quella orribile apparenzia Sopra del ponte altrui ponga paura; Ma, fusse o per l'error de sua scienzia, O per strenger lo incanto oltra misura, Ebbe il garzone estrema penitenzia, Perché, come tal forma a ponto prese, Gettò un gran crido, e morto se distese.

Onde la fata, che tanto lo amava, Seco di doglia credette morire; Però piatosamente lacrimava, Come ne l'altro canto io vi ebbi a dire, E con la barca al fondo lo portava, Per farlo sotto il lago sepelire. Or più di lei la istoria non divisa, Ma torna a ricontar de Fiordelisa.

La qual, sì come Orlando ebbe veduto, Gli disse: - Idio del cel per sua pietate Qua te ha mandato per donarmi aiuto, Sì come avea speranza in veritate. Or bisognarà ben, baron compiuto, Che a un tratto mostri tutta tua bontate; Ma, perché sappi che far ti conviene, Io narrarò la cosa: intendi bene.

Dapoi ch'io mi parti' da quello assedio, Che ancora ad Albracà dimora intorno, Con superchia fatica e maggior tedio Cercato ho Brandimarte notte e giorno, Né a ritrovarlo è mai stato rimedio; Ed io faceva ad Albracà ritorno, Per saper se più là sia ricovrato, Ma nel vïaggio ho poi costui trovato.

Costui che meco vedi per sargente, Io l'ho trovato a mezo del camino, Ed è venuto a dir per accidente Che portò Brandimarte piccolino, Qual fu figlio de un re magno e potente; Ma, come piacque a suo forte destino, Costui lo tolse a l'Isola Lontana, E diello al conte de Rocca Silvana.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto, Lui pur rimase in casa per servire; Ma poscia il fanciulletto fu cresciuto, Venne in gran forza e di soperchio ardire, E per tutto d'intorno era temuto. Per questo il conte avanti al suo morire, Non avendo né moglie né altro erede, Figlio se il fece e quel castel gli diede.

Brandimarte da poi per suo valore Cercato ha il mondo per monte e per piano, E nella terra per governatore Lasciò costui che vedi e castellano. Ora un altro baron pien di furore, Qual sempre fu crudele ed inumano, Scoperto a Brandimarte è per nimico: Rupardo ha nome il cavallier ch'io dico.

Costui con più sergenti e soi vassalli Lo assedio ha intorno de Rocca Silvana. E de assalirla par che mai non calli, Per ruïnarla tutta in terra piana. E' crida: "Brandimarte per soi falli Adesso è preso al lago de Morgana. Io son per questo a prendervi venuto; Da lui non aspettati alcuno aiuto."

Onde costui, che temea de aver morte, Quando non fosse a quel Rupardo reso (E d'altra parte ancor gl'incresce forte Che 'l suo segnor da lui mai fusse offeso), Con molti incanti fie' gettar le sorte, Ed ha con quelle ultimamente inteso Che vero è ciò che dice quel fellone, E Brandimarte è nel lago in pregione.

Ora ti prego, conte, se mai grazia Aver debbe da te nulla donzella, Che ciò che si può far, per te si fazia, Tanto che egli esca di questa acqua fella. Così ti renda ogni tua voglia sazia Quanto desidri, Angelica la bella; Così d'amor s'adempia ogni tua brama, Vivendo al mondo in glorïosa fama. -

Il conte narrò a lei con brevitate Di Brandimarte ciò che ne sapea, E tutte aponto le cose passate, E come al lago ritornar volea Per Zilïante trar de aversitate, Qual l'altra fiata giù lasciato avea, E poi, per cambio di quel bel garzone, Trar Brandimarte fuor de la pregione.

De ciò la dama assai se contentava, E smontò il palafreno alla rivera; Standosi ingenocchione il cel guardava, Divotamente a Dio facea preghiera Che la ventura che il conte pigliava Se ritrâsse in bon fine e tutta intiera; E già alla porta Orlando era arivato: Ben la sapea, ché prima anco vi è stato.

Nascosa era la porta dentro a un sasso, Di fuor tutta coperta a verde spine; Discese Orlando giù, callando al basso, Sin che fu gionto della scala al fine; Poi caminò da un miglio passo passo Sopra del suol de pietre marmorine, E gionse nella piazza del tesoro, Ove è il re fabricato a zoie ed oro.

Quivi trovò la sedia che Ranaldo Avea portata già sino alla uscita; Ora a contarvi più non mi riscaldo Di questa cosa, ché l'avete odita. Il conte uscì della piazza di saldo E gionse nel giardino alla finita, Ove abita Morgana e fa suo stallo, Ed è partito al mezo de un cristallo.

Apresso a quel cristallo è la fontana (Quel loco un'altra fiata ho ricontato); A questa fonte ancor stava Morgana, E Zilïante avea resucitato, E tratto fuor di quella forma strana. Più non è drago, ed omo è ritornato; Ma pur per tema ancora il giovanetto Parea smarito alquanto nello aspetto.

La fata pettinava il damigello, E spesso lo baciava con dolcezza; Non fu mai depintura di pennello Qual dimostrasse in sé tanta vaghezza. Troppo era Zilïante accorto e bello, Ed esso è in volto pien di gentilezza, Ligiadro nel vestire e dilicato, E nel parlar cortese e costumato.

Però prendea la fata alto solaccio Mirando come un specchio nel bel viso, E così avendo il giovanetto in braccio Gli sembra dimorar nel paradiso. Standosi lieta e non temendo impaccio, Orlando gli arivò sopra improviso, E come quello che l'avea provata, Non perse il tempo, come a l'altra fiata;

Ma nella gionta diè de mano al crino, Che sventillava biondo nella fronte. Alor la falsa con viso volpino, Con dolci guardi e con parole pronte Dimanda perdonanza al paladino Se mai dispetto gli avea fatto on onte, E per ogni fatica in suo ristoro Promette alte ricchezze e gran tesoro.

Pur che gli lascia il giovanetto amante, Promette ogni altra cosa alla sua voglia; Ma il conte sol dimanda Zilïante E stima tutto il resto una vil foglia. Or chi direbbe le parole tante, Il lamentare e i pianti pien di doglia, Che faceva Morgana in questa volta? Ma nulla giova: il conte non l'ascolta.

Ed ha già preso Zilïante a mano, E fora del giardin con esso viene, Né della fata teme incanto istrano, Poi che nel zuffo ben presa la tiene. Lei pur se dole e se lamenta invano, E non trova soccorso alle sue pene; Ora lusinga, or prega ed or minazza, Ma il conte tace e vien dritto alla piazza.

Quella passarno, e cominciarno a gire Su per la scala e tra que' sassi duri, E quando furno a ponto per uscire Fuor della porta e de quei lochi oscuri, Allora il conte a lei cominciò a dire: - Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri Per lo Demogorgone a compimento Mai non mi fare oltraggio o impedimento. -

Sopra ogni fata è quel Demogorgone (Non so se mai lo odisti racontare), E iudica tra loro e fa ragione, E quello piace a lui, può di lor fare. La notte se cavalca ad un montone, Travarca le montagne e passa il mare, E strigie e fate e fantasime vane Batte con serpi vive ogni dimane.

Se le ritrova la dimane al mondo, Perché non ponno al giorno comparire, Tanto le batte a colpo furibondo, Che volentier vorian poter morire. Or le incatena giù nel mar profondo, Or sopra al vento scalcie le fa gire, Or per il foco dietro a sé le mena, A cui dà questa, a cui quella altra pena.

E però il conte scongiurò la fata Per quel Demogorgon che è suo segnore, La qual rimase tutta spaventata, E fece il giuramento in gran timore. Fuggì nel fondo, poi che fu lasciata; Orlando e Zilïante uscirno fuore, E trovâr Fiordelisa ingenocchione, Che ancor pregava con divozïone.

Lei, poi che entrambi fuor li vide usciti, Molto ringrazïava Iddio divino; E caminando insieme, ne fôr giti Insino al mar che quindi era vicino. Poscia che nella nave fôr saliti, Con vento fresco entrarno al lor camino, Fendendo intra levante e tramontana Sin che son gionti a l'Isola Lontana.

Smontarno a Damogir, l'alta citate, Quale avea tra due torre un nobil porto. Quando le gente nel molo adunate Ebbero in nave il giovanetto scorto, Alciarno un crido allegro di pietate, Perché prima ciascun lo tenea morto: Crida ciascuno, e piccolino e grande; Ognior di voce in voce più se spande.

A Manodante gionse la novella, Qual già per tutta la cità risuona. Lui corse là vestito di gonnella, E non aspetta manto ni corona. Non vi rimase vecchia, ni donzella: Ogni mestiero ed arte se abandona; Giovani, antiqui ed ogni fanciullina, Per veder Zilïante ogni om camina.

Tanta adunata quivi era la gente, Che avea coperto il porto marmorino; E Zilïante uscì primeramente, Poi Fiordelisa e Orlando paladino; Il quarto ne lo uscir fu quel sergente. Come fu visto, ogni om crida: - Bardino! Bardino! ecco Bardino! - ogni om favella - De l'altro figlio il re saprà novella. -

Quando la calca fu tratta da banda, De gire avante Orlando se argumenta; Umanamente al re se racomanda, Il suo figliol avante gli appresenta. Di Brandimarte poi presto dimanda; Ma il re di dar risposta non se attenta, Parendo a tal servigio essere ingrato, Poi che il compagno avea sì mal trattato.

Pur gli rispose che era salvo e sano: Ma per vergogna è nel viso vermiglio. Così tornando, con Orlando a mano, Venne per caso a rivoltare il ciglio, E veggendo Bardin disse: - Ahi villano! Or che facesti, ladro, del mio figlio? Pigliàti presto presto il traditore, Qual già mi tolse il mio figliol maggiore. -

A quella voce fu il sargente preso, E lui dimanda sol de essere odito, Onde di novo avanti al re fu reso, E contò a ponto come era fuggito Per mare in barca; ed in terra disceso, Il figlio entro una rocca avea nutrito, Né si sapendo il nome in quella parte De Bramadoro il fece Brandimarte.

Nome avea Bramadoro, essendo infante, Quel Brandimarte che or era pregione. El fu figliolo a questo Manodante; E quel Bardino per desperazione Ché 'l re il battette dal capo alle piante, Fosse per ira, o per sua fallisone, Ciò non so dir, ma via fuggì Bardino E Bramador portò, quel fanciullino.

Da poi che l'ebbe a quel conte venduto, Dico a Rocca Silvana, come ho detto, E' fu del male alquanto repentuto, E là rimase sol per suo rispetto; E, sin che 'l giovanetto fu cresciuto, Non se partitte mai de quel distretto, E Brandimarte a lui sempre ebbe amore, Onde il lasciò per suo governatore.

E tutto ciò contò Bardino a ponto, Narrando a lui la istoria del figliolo: Ma quando a dir che egli era al fin fo gionto, Il re sentì nel cor superchio dôlo, Perché posto l'avea, come vi conto, Al fondo de un torrion, su tristo sôlo. Là giù posto l'avea discalzo e nudo: Or se lamenta de esser stato crudo.

E benché prima avesse ancor mandato, Per rispetto de Orlando, a trarlo fuore, Ora a mandarvi è ben più riscaldato, Sempre piangendo de piatoso amore; Per allegrezza il crido è dupplicato, Non se sentì giamai tanto rumore: Per tetti, per li balchi e per le torre, Ciascun con lumi accesi intorno corre.

De cimbaletti e d'arpe e di leuti E de ogni altra armonia fan mescolanza. Il re, che duo figlioli avea perduti, Or gli ha trovati, e non avea speranza; E citadini insieme son venuti Tutti alla piazza, e chi suona e chi danza; E le fanciulle e le dame amorose Gettano ad alto gigli fiori e rose.

Fra tanta gioia e tra tanta allegrezza Condotto è Brandimarte avante al padre, Che fu nudo in pregione, ora è in altezza: Era coperto di veste legiadre. Piangeva ciascadun di tenerezza. Il re lo dimandò chi fu sua madre. - Albina, - disse a lui - ciò mi ramenta, Ma del mio padre ho la memoria spenta. -

Non puote il re più oltra sostenire, Ma piangendo dicea: - Figliol mio caro, Caro mio figlio, or che debbo mai dire, Ch'io te ho tenuto in tanto dôlo amaro? Ciò che a Dio piace se convien seguire; A quel che è fatto, più non è riparo. - Così dicendo ben stretto l'abbraccia, Avendo pien de lacrime la faccia.

Poi s'abbracciarno ed esso a Zilïante, E ben che sian germani ogni om avisa, Però che l'uno a l'altro è simigliante, Benché la etate alquanto li divisa. Or chi direbbe le carezze tante Che Brandimarte fece a Fiordelisa? E poi che tutti in festa e zoia sono, Bardino ebbe ancor lui dal re perdono.

Gionti dapoi nel suo real palagio, Che al mondo de ricchezza non ha pare, A festeggiar se attese e stare ad agio; E 'l conte in summa fece battizare Il re coi figli e tutto il baronagio, A benché alquanto pur vi fu che fare; Ma Brandimarte seppe sì ben dire, Che 'l patre e gli altri fece seco unire.

Fôrno anche tratti della prigion fuore Ranaldo, Astolfo e gli altri tutti quanti, E fu lor fatto imperïale onore, E tutti rivestiti a ricchi manti. Una donzella con occhi d'amore, Leggiadra e ben accorta nei sembianti, Ne vene in sala; e tante zoie ha in testa, Che sol da lei splendea tutta la festa.

Ciascun guardava il viso colorito, Ma non la cognosceano assai né poco, Eccetto Orlando e Brandimarte ardito: Lor duo l'avean veduta in altro loco. Questa gabbò già il suo vecchio marito (Non so se ve amentati più quel gioco), Quando fu presa con le palle d'oro; E lei ne fece poi doppio ristoro,

Facendo Ordauro sotterra venire, Che istoria non fu mai cotanto bella. Voi la sapeti e più non la vo' dire, Se non contarvi che questa donzella Brandimarte la trasse di martìre, Né alor sapea che fusse sua sorella, Quando da lui e dal conte de Anglante Occisi fôr Ranchera ed Oridante.

E quivi la cognobbe per germana, Abbracciandosi insieme con gran festa, E ramentando a lei l'erba soprana Che già l'avea guarito della testa, Quando Marfusto a lato alla fontana L'avea ferito con tanta tempesta; Ed altre cose assai che io non diviso Dicean tra lor con festa e zoia e riso.

Dapoi che molti giorni fôr passati, Che tutti consumarno in suono e in danza, Dudone una matina ebbe chiamati Tutti quei cavallieri in una stanza, Narrando a loro e populi adunati Con Agramante per passare in Franza, E come era già armato mezo il mondo Per por re Carlo e i Cristïani al fondo.

Ranaldo e Astolfo s'ebbe a proferire Alla difesa de Cristianitate, Per la sua fede e legge mantenire, Insin che in man potran tenir le spate. Seco non volse Orlando allora gire, Né so dir la cagione in veritate, Se non ch'io stimo che superchio amore Li desviasse da ragione il core.

Il dipartir di lor non fu più tardo; Passarno insieme il mare a mano a mano. Ranaldo salì poi sopra a Baiardo, E 'l duca Astolfo sopra Rabicano. Orlando a Brandimarte fie' riguardo, E molto il prega con parlare umano Che ritornasser Zilïante ed esso A star col patre, che ha la morte apresso.

Ma non si trova modo né ragione Che Brandimarte voglia ritornare; Pur Zilïante se piegò; il garzone Di novo a Damogir tornò per mare. E Brandimarte è salito in arcione, Ché Orlando mai non vôle abandonare; Ambi passarno via quel tenitoro Sino al castello ove era Brigliadoro.

Al conte fu il destrier restituito, E fatto molto onor dal castellano. Il duca Astolfo prima era partito, E Dudon seco e il sir de Montealbano. Quel figlio del re Otone era guarnito De l'arme d'oro, e la sua lancia ha in mano, E cavalcando gionse una matina Al castel falso de la fata Alcina.

Alcina fu sorella di Morgana, E dimorava al regno de gli Atàrberi, Che stanno al mare verso tramontana, Senza ragione immansueti e barberi. Lei fabricato ha lì con arte vana Un bel giardin de fiori e de verdi arberi, E un castelletto nobile e iocondo, Tutto di marmo da la cima al fondo.

E tre baroni, come aveti odito, Passarno quindi acanto una matina, E mirando il giardin vago e fiorito, Che a riguardar parea cosa divina, Voltarno gli occhi a caso in su quel lito Ove la fata sopra alla marina Facea venir con arte e con incanti Sin fuor de l'acqua e pesci tutti quanti.

Quivi eran tonni e quivi eran delfini, Lombrine e pesci spade una gran schiera; E tanti ve eran, grandi e piccolini, Ch'io non so dire il nome o la manera. Diverse forme de mostri marini, Rotoni e cavodogli assai vi ne era; E fisistreri e pistrice e balene Le ripe aveano a lei d'intorno piene.

Tra le balene vi era una maggiore, Che apena ardisco a dir la sua grandeza, Ma Turpin me assicura, che è lo autore, Che la pone due miglia di lungheza. Il dosso sol de l'acqua tenea fuore, Che undici passi o più salia d'alteza, E veramente a' riguardanti pare Un'isoletta posta a mezo il mare.

Or, come io dico, la fata pescava, E non avea né rete né altro ordegno: Sol le parole che all'acqua gettava Facea tutti quei pesci stare al segno; Ma quando adietro il viso rivoltava, Veggendo quei baron prese gran sdegno Che l'avesser trovata in quel mestiero, E de affocarli tutti ebbe in pensiero.

Mandato avria ad effetto il pensier fello, Ché una radice avea seco recata, Ed una pietra chiusa entro uno annello, Quale averia la terra profondata; Solo il viso de Astolfo tanto bello Dal rio voler ritrasse quella fata, Perché mirando il suo vago colore Pietà gli venne e fu presa d'amore.

E cominciò con seco a ragionare Dicendo: - Bei baroni, or che chiedete? Se qua con meco vi piace pescare, Bench'io non abbia né laccio né rete, Gran meraviglia vi potrò mostrare E pesci assai che visti non avete, Di forme grande e piccole e mezane, Quante ne ha il mare, e tutte le più strane.

Oltra a quella isoletta è una sirena: Passi là sopra chi la vôl mirare. Molto è bel pesce, né credo che apena Dece sian visti in tutto quanto il mare. - Così Alcina la falsa alla balena Il duca Astolfo fece trapassare, Quale era tanto alla ripa vicina, Che in su il destrier varcò quella marina.

Non vi passò Ranaldo, né Dudone, Ché ognom di loro avea de ciò sospetto, E ben chiamarno il figlio del re Otone, Ma lui pur passò oltra a lor dispetto. Ben se 'l tenne la fata aver pregione E poterlo godere a suo diletto: Come salito sopra al pesce il vide, Dietro li salta e de allegrezza ride.

E la balena se mosse de fatto, Sì come Alcina per arte comanda. Non sa che farsi Astolfo a questo tratto, Quando scostar se vidde in quella banda; Lui ben se pone al tutto per disfatto, E sol con preghi a Dio si racomanda, E non vede la fata né altra cosa, Benché li presso a lui si era nascosa.

Ranaldo, poi che il vidde via portare In quella forma, fu bene adirato; Pur se destina in tutto de aiutare, Benché contra sua voglia ivi era andato: Sopra Baiardo se caccia nel mare Dietro al gran pesce, come disperato. Quando Dudone il vidde in quella traccia, Urta il destriero, e dietro a lui se caccia.

Quella balena andava lenta lenta, Ché molto è grande e de natura grave; De giongerla Ranaldo se argumenta, Natando il suo destrier come una nave. Ma io già, bei segnor, la voce ho spenta, Né ormai risponde al mio canto suave, Onde convien far ponto in questo loco. Poi cantarò, ch'io sia posato un poco.

Canto decimoquarto

Già molto tempo m'han tenuto a bada Morgana, Alcina e le incantazïoni, Né ve ho mostrato un bel colpo di spada, E pieno il cel de lancie e de tronconi; Or conviene che il mondo a terra vada, E 'l sangue cresca insin sopra a l'arcioni, Ché il fin di questo canto, s'io non erro, Seran ferite e fiamme e foco e ferro.

Ranaldo e Rodamonte alla frontiera Se vederanno insieme appresentati, E la battaglia andar schiera per schiera; Ma stati un poco quieti, ed aspettati, Ché io vo' prima tornar là dove io era, De' duo baron che al mare erano intrati. S'io non me inganno, doveti amentare Che Ranaldo e Dudone entrarno in mare,

Dietro ad Astolfo che su la balena Avanti era portato per incanto. Dudon le gambe per quelle onde mena, E già per l'acque avea seguìto tanto, Che ormai più non vedea Ranaldo apena, E fu per ruïnare in tristo pianto, Però che il suo destrier per più non posso Trabuccò al fondo e portòl seco adosso.

E nel cader che fie'il giovane arguto Fece a sé sopra il segno de la croce, E cridò: - Matre pia, donami aiuto! - Ranaldo se rivolse a quella voce, E quasi il pose al tutto per perduto. Ora diversa doglia al cor gli coce: Astolfo avante a lui via ne è portato, Alle sue spalle è questo altro affondato.

Pure il periglio grande de Dudone Il fece adietro rivoltar Baiardo; Come pesce natava quel ronzone Per la marina, tanto era gagliardo. Quando fu gionto dove era il garzone, Non bisognava che fusse più tardo, Ché ormai più non puoteva trare il fiato; Ben sapea dir se il mare era salato.

Ranaldo fuor d'arcione il tolse in braccio, E portòl sopra 'l litto alla sicura, E poi che questo ha tratto fuor de impaccio, Di seguitare Astolfo prese cura. Ma la balena era ita un tanto spaccio, Che a riguardar sì longe era paura, E l'aria cominciò di farsi bruna, Soffiando il vento e gelo e gran fortuna.

Con tutto ciò Ranaldo vôle entrare, Ma Prasildo facea molta contesa; Dudone, Iroldo sì seppon pregare, Che al fin piangendo abandona la impresa. Stasse nel litto e non sa che si fare, Poi che non trova al suo cugin diffesa; Il mar più leva l'onde, e giù dal cielo Cade tempesta ed acqua con gran gelo.

Ora sappiati che questa roina, Qual par che tutto il mondo abbia a sorbire, Era ad incanto fatta per Alcina, Perché alcun altro non possa seguire. Or vo' lasciare Astolfo alla marina, Di lui poi molte cose avremo a dire; Torno a Ranaldo, che in su la riviera Sol se lamenta e piange e se dispera.

Da poi che molto in quel litto diserto Fu stato a lamentar, come io ve ho detto, Con quella pioggia adosso, al discoperto, Ché ivi non era né loggia, né tetto, E lui non era del paese esperto, Però che mai non fu per quel distretto, Pur, seguitando a lato alla marina, Verso ponente più giorni camina.

Li Atàrberi passò, gente inumana, Di qua da loro il monte de Corubio, E per la Tartaria venne alla Tana. Quel che là fiesse, Turpin pone in dubio, Se non che gionse nella Transilvana, E passò ad Orsua il fiume del Danubio, Giongendo in Ongheria quella giornata, Ove trovò gran gente insieme armata.

Era adunata quella guarnisone Di gente ardita e forte alla sembianza, Perché Otachier, figliol de Filippone, Era assembrato per passare in Franza, Ché l'avea già richiesto il re Carlone, Sentendo d'Agramante la possanza. Quel re mandava il figlio, com'io dico, Perch'era infermo ed anco molto antico.

Nella terra di Buda entrò Ranaldo, Ove il re lo ricolse a grande onore, Però che cognosciuto fu di saldo, Sapendosi per tutto il suo valore; Ed Otachier assai divenne baldo, Parendo alla sua andata un gran favore Ed un gran nome trïonfale e magno Lo aver Ranaldo seco per compagno.

Fu fatto capitano in quel consiglio Il pro' Ranaldo, e fu ciascun contento; E già le liste a candido e vermiglio Ne' lor stendardi se spiegarno al vento. Ben racomanda Filippone il figlio Molto a Ranaldo, e tutto il guarnimento, E dopo, dietro alle real bandiere, Verso Ostreliche se dricciâr le schiere.

Passâr Bïena, e per la Carentana Vargano le Alpi fredde in quel confino, E giù scendendo nella Italia piana, Andarno avanti e gionsero a Tesino. Tre giorni manco de una settimana Re Desiderio avea preso il camino; E, come là per tutto se ragiona, Con la sua gente è dentro de Savona.

Onde Ranaldo insieme ed Otachieri Seguir deliberarno il re lombardo. Essi avean trenta miglia cavallieri, L'un più che l'altro nobile e gagliardo, Che a quella impresa venian volentieri, Né avean de' Saracini alcun riguardo. Passarno e monti, e giù nel Genoese Sopra del mar la gente se distese.

Là dietro caminando molti giorni, Già di Provenza sono alle confine, E, vagheggiando quei colletti adorni, Tra cedri, aranci e palme pellegrine, Odirno risuonare e trombe e corni Oltra a quel monte, e par che il cel roine: Di tal strida e furore è l'aria pieno, Che par che il mondo abissi e venga meno.

Ranaldo presto se trasse davante Ed Otachiero, e seco il bon Dudone, E lor gente lasciarno tutte quante, Tanto che gionti son sopra al vallone, Là dove Rodamonte lo africante Mena e Lombardi a gran destruzïone. Prima sconfitti alla battaglia fiera Avea i Francesi e il duca di Baviera.

E quattro figli soi feriti a morte Eran distesi al campo sanguinoso; Né avendo esso riparo a quella sorte, Era fuggito tristo e doloroso. E sempre il saracin torna più forte, Dissipando ogni cosa il forïoso. Già il duca di Savoglia e di Lorena Avea spezzati e morti con gran pena.

A Bradamante, che è figlia de Amone, Occiso avea il destriero e posto a terra, E più gente tagliata in quel sabbione Che giamai fosse morta in altra guerra. Tutta la cosa a ponto e per ragione Già vi contai, se il mio pensier non erra, Insin che sua bandiera cadde al campo, Onde lui prese il disdegnoso vampo.

Quella bandiera, che è vermiglia e d'oro, Nel mezo a sopraposte è ricamata; Una dama e un leone ha quel lavoro: La dama è Doralice di Granata. Questo è di Rodamonte il suo tesoro; Né cosa al mondo avea più cara o grata, Perché colei che ha quella somiglianza, Era suo amore e tutta sua speranza.

Quando la vide a terra Rodamonte, Della gran doglia non trovava loco, Ed arrufârsi e crini alla sua fronte, Mostrando gli occhi rossi come il foco. Quale un cingial che a furia esce del monte, Che cani e cacciatori estima poco, Fiacca le broche e batte ambe le zane: Tristo colui che a canto gli rimane!

Cotal se mosse allora quel pagano, Sopra a' Lombardi tutto se abandona, E ben si sbarattò presto quel piano, Né vi rimase de intorno persona. Gli omini e l'arme taglia ad ogni mano, Della ruina il ciel tutto risuona, Perché scudi ferrati e piastre e maglia Spezza e fracassa a quella aspra battaglia.

De la sua gente ognior cresce la folta, Che venne prima in fuga e sbigotita. Ora torna cridando: - Volta! Volta! - E sopra a' Cristïan se mostra ardita. Intorno al franco re tutta è ricolta; Ma nostra gente quasi era stordita, Mirando il saracin cotanto audace; De' suoi gran colpi non si puon dar pace.

Nel campo de' Lombardi è un cavalliero Nato di Parma, e nome ha Rigonzone, Forte oltra modo e di natura fiero, Ma non avea né senno né ragione. Da morte a vita avea poco pensiero; Ov'è il periglio e la destruzïone, E dove il scampo apena se ritrova, Più volentier si pone a far sua prova.

Costui, veggendo il forte saracino Che sopra al campo mena tal tempesta, Non lo stimando più che un fanciullino, Gli sprona adosso con la lancia a resta. Cridando: - A terra! a terra! - in sul camino A ritrovar l'andò testa per testa; Ruppe sua lancia, che è grosso troncone, Ed urta via nel corso del ronzone.

Col petto del ronzone urta il pagano A briglia abandonata l'animoso, E ben credette trabuccarlo al piano, Ma troppo è Rodamonte ponderoso. Nel freno al gran destrier dette di mano, E quel ritenne al corso furïoso; Perciò non stette Rigonzone a bada: Rotta la lancia, ha già tratta la spada.

Lasciata avea la briglia, e ad ambe mano Feritte il saracin di tutta possa, Ma ciascun colpo adosso a quello è vano; Quella pelle del drago è tanto grossa, Che da possanza o da valore umano Non teme taglio, o ponta, né percossa. Mentre ch'a lo Africano il colpo tira, Lui prende il suo destriero e intorno il gira.

E poi che l'ebbe alquanto regirato, Con furia via lo trasse di traverso, E quello andò per caso in un fossato, E sopra Rigonzon cadde riverso. Lasciamo lui, che vivo è sotterrato, E ritorniamo al saracin diverso, Che abatte sopra al campo ogni persona. Ecco afrontato ha il conte di Cremona,

Dico Arcimbaldo, il fio de Desiderio, Che vien col brando in mano alla distesa, Giovane ardito e degno de uno imperio, Ed atto a trare a fine ogni alta impresa; Né già gli attribuisco a vituperio Se fu perdente di questa contesa, Perché quel saracino ha tal possanza, Che tutti gli altri di prodezza avanza.

Egli abatte Arcimbaldo de l'arcione, Ferito crudelmente nella testa. Or se incomincia la destruzïone Di nostra gente e l'ultima tempesta; E destrier morti insieme e le persone Cadeno al campo, e quel pagan non resta Menare il brando da la cima al basso: Battaglia non fu mai di tal fracasso.

Ranaldo che nel monte era venuto, E Dudon seco e 'l giovene Otachieri, Quasi per maraviglia era perduto, Mirando del pagano e colpi fieri, E ben s'avede che bisogna aiuto; Né porre indugia vi facea mestieri, Ché de ogni parte è persa la speranza, Rotti e Lombardi, e fuggian quei di Franza.

Le lor bandiere al campo sanguinoso Squarzate a pezzi se vedeano andare; Nel mezo è Rodamonte il furïoso, Che sembra un vento di fortuna in mare, Ed ha quel brando sì meraviglioso, Qual già Nembroto fece fabricare, Nembroto il fier gigante, che in Tesaglia Sfidò già Dio con seco a la battaglia.

Poi quel superbo per la sua arroganza Fece in Babel la torre edificare, Ché de giongere in celo avea speranza, E quello a terra tutto ruïnare. Costui, fidando nella sua possanza, Il brando de cui parlo, fece fare, Di tal metallo e tal temperatura Che arme del mondo contra a lui non dura.

Re Rodamonte nacque di sua gesta, E dopo lui portò quel brando al fianco, Qual mai non fu portato in altra inchiesta, Perché ogni altro portarlo venìa stanco, Né di brandirlo alcuno avia podesta; E 'l suo patre Ulïeno, ardito e franco, Benché di sua bontade avesse inteso, L'avea lasciato per superchio peso.

Or, come io dico, Rodamonte il porta, E sopra al campo mena tal ruina, Che avea più gente dissipata e morta, Che non han pesci e fiume e la marina; E gli altri tutti, senza guida e scorta, Per monti e per valloni ogniom camina; Pur che si toglia a lui davanti un poco, Non guarda ove se vada, o per qual loco.

Ranaldo che era gionto alla montagna, Mirando giuso la sconfitta al basso, Ché già de morti è piena la campagna E gli altri vòlti in fuga a gran fraccasso, Forte piangendo quel baron se lagna, - Ahimè, - dicendo sconsolato e lasso, - Che io non spero più mai de aver conforto! Tra quella gente il mio segnore è morto!

Or che debbo più far, tristo, diserto, Che certamente morto è il re Carlone? Già pur in qualche guerra io sono esperto, E mai non vidi tal destruzïone. Re Carlo è là giù morto, io so di certo, E debbe avere apresso il duca Amone, Che gli portava sì fidele amore; Io so che occiso è apresso al suo segnore.

Ove è il franco Oliviero, ove è il Danese, Re di Bertagna, il duca di Baviera? Ove la falsa gesta maganzese, Che si mostrava sì superba e altiera? Alcun non vedo che faccia diffese, Né sola al campo ritta una bandiera. Tutti son morti, e non potria fallire; Ed io con seco al campo vo' morire.

Né so stimar chi sia quello Africano, Che occiso ha nostre gente tutte quante, Se forse non è il figlio di Troiano, Re di Biserta, che ha nome Agramante. Sia chi esser vôle, io vado a mano a mano Ad affrontarme con quello arrogante; Voi, Otachiero, e tu, Dudon mio caro, Prendèti a nostra gente alcun riparo;

Ché io callo al campo come disperato, E son senza intelletto e coscïenza. O tu, mio Dio, che stai nel cel beato, Donami grazia nella tua presenza; Ché io te confesso che molto ho fallato, Ed or ritorno a vera penitenza. La fede che io ti porto, ormai mi vaglia, Ch'io son senza il tuo aiuto una vil paglia. -

Così parlava quel baron gagliardo, Piangendo tutta volta amaramente; Giù della costa sprona il suo Baiardo, E batte per furor dente con dente. Tornarno e due compagni senza tardo, Per condur sopra al poggio l'altra gente; Ma il pro' Ranaldo menando tempesta Gionse nel campo e pose l'asta a resta.

Ver Rodamonte abassa la sua lanza, E ben l'avea nel campo cognosciuto, Ché tutto il petto sopra agli altri avanza, Ne la sua faccia orribile ed arguto, E gli occhi avea di drago alla sembianza. Or vien Ranaldo, e colse a mezo il scuto Con quella lancia sì nerbuta e grossa Che avria gettato un muro alla percossa.

Un muro avria gettato il fio de Amone, Con tal furore è dal destrier portato, E gionse Rodamonte nel gallone, E roverso il mandò per terra al prato. Come caduto fosse un torrïone, O il iugo de un gran monte roïnato, Cotal parve ad odir quel gran fraccasso, Quando giù cadde l'Africano al basso.

Non si puotria contar l'alta roina, Ché suonâr l'arme che ha il pagano in dosso, E tremò il campo insino alla marina Di quel gran busto quando fu percosso. Or se mosse la gente saracina, Tutti a Ranaldo s'aventarno addosso; Per aiutare il suo segnor ch'è a terra, Adosso de Ranaldo ogniom si serra.

Lui già del fodro avea tratto Fusberta, E dà tra lor, ché non gli stima un fico; De prima urtata ha quella schiera aperta, Né discerne il parente da lo amico, Perché la gente misera e diserta Taglia senza rispetto, come io dico; A chi la testa, a chi rompe le braccia: Non dimandar se intorno al campo spaccia.

Ma Rodamonte, la anima di foco, Di novo si era in piedi redricciato, E per grande ira non trovava loco, Chiamandosi abattuto e vergognato. Già tutta la sua gente a poco a poco, Rotta per forza, abandonava il prato, Quando vi gionse il superbo Africante, Ed a Ranaldo se oppose davante.

A prima gionta de la spada mena Giù per le gambe del destrier Baiardo, E quel ronzon scappò de un salto a pena, Né bisognava che fusse più tardo; E Rodamonte il suo brando rimena A gran roina, e non pone riguardo De giongere a cavallo o cavalliero; Tanto è turbato e disdegnoso il fiero.

- Ahi falso saracin, - disse Ranaldo - Che mai non fusti di gesta reale! Non ti vergogni, perfido, ribaldo, Ferir del brando a sì digno animale? Forse nel tuo paese ardente e caldo, Ove virtute e prodezza non vale, De ferire il destriero è per usanza; Ma non se adopra tal costume in Franza. -

Parlò Ranaldo in lenguaggio africano, Onde ben presto il saracin lo intese, E disse: - Per ribaldo e per villano Non ero io cognosciuto al mio paese; Ed oggi dimostrai col brando in mano A queste genti che ho intorno distese, Che de vil sangue non nacqui giammai; Ma, a quel che io vedo, non è fatto assai.

Se io non te pongo con seco a giacere Sopra a quel campo, in duo pezzi tagliato, Più mai al mondo non voglio apparere, E tengome a ciascun vituperato; Ma sino ad ora te faccio sapere Che il tuo destrier da me non fia servato; La usanza vostra non estimo un fico, Il peggio che io so far, faccio al nimico. -

Questo che io dico tuttavia parlava, E cominciò a ferir con tanta fretta Che, se Ranaldo ponto l'aspettava, Era ad un colpo fatta la vendetta. Ma lui verso del poggio rivoltava, E corse forse un tratto di saetta; E smontò quivi e lasciovvi Baiardo, Tornando a piedi il principe gagliardo.

Quando il pagano il vidde ritornare Soletto, a piede, senza quel ronzone Che via correndo lo puotea campare, Ben se lo tenne aver morto o pregione. Ma già le gente sopra al poggio appare, Qual conduce Otachieri e il bon Dudone, Li Ungari, dico, armati a belle schiere, Con targhe ed archi e lancie e con bandiere

Venian cridando quei guerreri arditi Giù della costa, e menando tempesta. Quando li vidde il re sì ben guarniti De arme lucente e con le penne in testa, Come gli avesse già presi e gremiti Saltava ad alto e faceva gran festa: Menando il brando intorno ad ogni mano Ferìa gran colpi sopra al vento in vano.

Poi se mosse qual movese il leone Che vede e cervi longi alla pastura, E già venendo fa tra sé ragione Cacciar da sé la fame alla sicura. Cotal quel saracin, cor di dragone, Che spreza tutto il mondo e non ha cura, Lasciò Ranaldo che già presso gli era, E rivoltosse incontra a quella schiera.

Tutta sua gente dietro a lui se mosse, Ed è per suo valor ciascuno ardito, E l'una schiera a l'altra se percosse A tutta briglia, nel campo fiorito. Del fraccasso de' scudi e lancie grosse Non fu giamai cotal rumore odito. A cui stava a mirare era gran festa Petto per petto urtar, testa per testa.

E corni e trombe e tamburi e gran voce Facean la terra e il cel tutto stremire, E li Africani e' nostri da la Croce Né l'un né l'altro avante puotea gire. Sol Rodamonte, il saracin feroce, Facea d'intorno a sé la folta aprire, Tagliando braccie e busti ad ogni lato Come una falce taglia erba di prato.

Non se vide giamai cotal spavento Che 'l ferir del pagano in quella guerra. Come ne l'Alpe la ruina e il vento Abatte e faggi con furore a terra: Cotale il saracin pien d'ardimento Tra' cavallieri a piedi se disferra, Non li stimando più che l'orso e bracchi: Già sono in rotta Ungari e Valacchi.

Benché Otachier se adoperasse assai Per farli rivoltare alla battaglia, Non fu rimedio a voltarli giamai, Ma van fuggendo avanti alla canaglia; E Rodamonte, come io vi contai, Di qua di là nel campo li sbaraglia, Né vi è chi contra lui volti la fronte; Già gli ha cacciati insino a mezo il monte.

Il giovanetto fio de Filippone Per la vergogna se credea morire, E già di vista avea perso Dudone, Che in altra parte avea preso a ferire. Ranaldo era smontato de l'arcione, Sì come poco avante io vi ebbi a dire, Ed a quel loco non era presente, Ove egli è in volta tutta la sua gente.

Però si volse come disperato Verso il pagano e la sua lancia arresta, E gionse il saracin sopra al costato, E fiaccò tutta l'asta con tempesta. Ma lui conviene andar disteso al prato, Ferito sconciamente nella testa: Nel capo Rodamonte l'ha ferito, E fuor d'arcion lo trasse tramortito.

Non era indi Dudone assai lontano, E prestamente fu del fatto accorto. Quando vidde Otachier andare al piano, Senza alcun dubbio lo pose per morto; E già lo amava lui come germano, Onde ne prese molto disconforto, E destinò nel cor senza fallire Di vendicarlo, o con seco morire.

E' non portò mai lancia il giovanetto, Per quanto da Turpino io abbia inteso, Ma piastra e maglia e scudo e bacinetto E la mazza ferrata di gran peso. Con quella viene adosso al maledetto, E sì come era di furore acceso Tutto se abandonò sopra al pagano Con ogni forza, e tocca de ambe mano.

Ad ambe mano il tocca il damisello Sopra de l'elmo che è cotanto fino, E roppe la corona e 'l suo cerchiello, Né vi rimase perle né rubino. Tutto il frontale aperse a quel flagello, E cadde ingenocchione il saracino. Ma la sua gente che intorno li stava, Li dette aiuto; e ben gli bisognava.

Tutti cridando avanti al suo segnore, Coperto lo tenian co e scudi in braccio. E Dudon la sua mazza a gran furore Mena a due mano adosso al populaccio; E non curando grande né minore, Fiacca e profonda chi gli dona impaccio; Abatte e spezza, e de altro già non bada Se non di farsi a Rodamonte strada.

Ma lui già se era in piedi redricciato, E mena il brando a cui non val diffesa; Il scudo de Dudone ebbe spezzato, E strazia piastra e maglia alla distesa, E tutto il disarmò dal manco lato, Benché non fosse a quel colpo altra offesa: Ma non avea callato il brando apena, Che l'altro colpo a gran fretta rimena.

Dudon, che vede non poter parare, Però che troppo gli è il pagano adosso, Subitamente il corse ad abracciare. Or era l'uno e l'altro grande e grosso, Sì che un bon pezzo assai vi fo che fare, Ma Dudon alla fin per più non posso Fu posto a terra da quel saracino, Preso e legato come un fanciullino.

Come volse Fortuna o Dio Beato, Ranaldo se trovò presente al fatto, E veggendo Dudone incatenato, Quasi per gran dolor divenne matto. Strenge Fusberta come disperato, Né prende alcun riguardo a questo tratto, Né stima più la vita o la persona; Ver Rodamonte tutto se abandona.

Egli era a piedi, come aveti odito, Ché al poggio avea lasciato il suo Baiardo; L'uno e l'altro de questi è tanto ardito, Che dir non vi saprei chi è più gagliardo. Ora il canto al presente è qui finito, Ed è gionto Ranaldo tanto tardo, Che non può far battaglia questo giorno; Doman la contarò: fati ritorno.

Canto decimoquinto

A cui piace de odire aspra battaglia, Crudeli assalti e colpi smisurati, Tirase avante ed oda in che travaglia Son due guerreri arditi e disperati, Che non stiman la vita un fil de paglia, A vincere o morire inanimati. Ranaldo è l'uno, e l'altro è Rodamonte, Che a questa guerra son condutti a fronte.

Avea ciascun di lor tanta ira accolta, Che in faccia avean cangiata ogni figura, E la luce de gli occhi in fiamma volta Gli sfavillava in vista orrenda e scura. La gente, che era in prima intorno folta, Da lor se discostava per paura; Cristiani e Saracin fuggian smariti, Come fosser quei duo de inferno usciti.

Siccome duo demonii dello inferno Fossero usciti sopra della terra, Fuggia la gente, volta in tal squaderno, Che alcun non guarda se il destrier si sferra; E poi da largo, sì come io discerno, Se rivoltarno a remirar la guerra Che fanno e due baroni a brandi nudi, Spezzando usbergi, maglie, piastre e scudi.

Ciascun più furïoso se procaccia De trare al fine il dispietato gioco; Al primo colpo se gionsero in faccia Ambi ad un tempo istesso e ad un loco. Or par che 'l celo a fiamma se disfaccia, E che quegli elmi sian tutti di foco; Le barbute spezzâr, come di vetro: Ben diece passi andò ciascuno adietro.

Ma l'uno e l'altro degli elmi è sì fino, Che non gli nôce taglio né percossa; Quel de Ranaldo già fo de Mambrino, Che avea due dita e più la piastra grossa; E questo che portava il Saracino, Fo fatto per incanto in quella fossa Ove nascon le pietre del diamante; Nembroto il fece fare, il fier gigante.

Sopra a questi elmi spezzâr le barbute Al primo colpo, come io vi ho contato; Mai non son ferme quelle spade argute, Disarmando e baron; da ogni lato Le grosse piastre e le maglie minute Vanno a gran squarci con roina al prato; Ogni armatura va de mal in pezo, Del scudo suo non ha più alcun lì mezo.

Ranaldo, a cui non piace il stare a bada, Mena a duo mano al dritto della testa, E Rodamonte, che il ferire agrada, Mena anch'esso a quel tempo, e non s'arresta; Ed incontrosse l'una a l'altra spada, Né se odette giamai tanta tempesta; E ben de intorno per quelle confine Par che il mondo arda e tutto il cel ruine.

Re Rodamonte, che sempre era usato Mandare al primo colpo ogniomo ad erba, Essendo con Ranaldo ora affrontato, Che rende agresto a lui per prugna acerba, Crucciosse fuor di modo, e desdignato Sprezava il cel quella anima superba, - Dio non ti puotria dar - dicendo - iscampo, Che io non ti ponga in quattro pezzi al campo. -

Così dicendo quel saracin crudo Mena a due mani un colpo di traverso; Ranaldo mena anch'esso il brando nudo, E non crediati che abbia tempo perso, Onde l'un gionse l'altro a mezo il scudo. Fu ciascun colpo orribile e diverso, Fiaccando tutti e scudi a gran ruina, Né il lor ferir per questo se raffina.

Ché l'un non vôl che l'altro se diparta Con avantaggio sol de un vil lupino; E come l'arme fossero de carta, Mandano a squarci sopra del camino. La maglia si vedea per l'aria sparta Volar de intorno sì come polvino, E le piastre lucente alla foresta Cadean sonando a guisa de tempesta.

Stava gran gente intorno a remirare, Come io vi dissi, la battaglia oscura, Né alcun vantaggio vi san iudicare, Pensando e colpi a ponto e per misura. Ecco una schiera sopra al poggio appare, Che scende con gran cridi alla pianura, Con tanti corni e tamburini e trombe, Che par che 'l mare e il cel tutto rimbombe.

Mai non se vidde la più bella gente Di questa nova che discende al piano, Di sopraveste ed arme relucente, Con cimeri alti e con le lancie in mano. Perché sappiati il fatto intieramente, Vi fo palese che il re Carlo Mano È quel che viene, il magno imperatore, Ed ha con seco de' Cristiani il fiore;

Più de settanta millia cavallieri (Ché còlto è, dico, il fior d'ogni paese), Sì ben guarniti, e sì gagliardi e fieri, Che tutto il mondo non ve avria diffese: Avanti a tutti il marchese Olivieri, E seco a paro a paro il bon Danese, E della corte tutto il concistoro, Con le bandiere azurre a zigli d'oro.

Quello African, che ha tutto il mondo a zanza, Ranaldo dimandò di quella gente, E quando intese ch'egli è il re di Franza, Divenne allegro in faccia e nella mente, Come colui che avea tanta arroganza, Che tutti gli stimava per nïente; E senz'altro parlar né altro combiato, Verso questi altri subito è dricciato.

Di corso andava il saracin gagliardo, E già Ranaldo non puotea seguire, Ché facea salti assai maggior de un pardo. Gionto è tra nostri, e comincia a ferire; E se non era il giorno tanto tardo, Facea de' fatti suoi molto più dire; Ma la luce, che sparve a notte scura, Impose fine alla battaglia dura.

Pur vi rimase ferito il Danese Nel braccio manco e sopra del gallone; Ed Olivieri assai ben se diffese, Benché perdesse il scudo dal grifone E fossegli spezzato ogni suo arnese. Grande tra gli altri fu la occisïone: Coperti erano a morti tutti e piani De nostra gente ed anco de pagani.

La oscura notte, come io vi contai, Partitte al fin la zuffa cominciata. Or ben mi fa meravigliare assai; Quel fier pagan, che tutta la giornata Ha combattuto e non se posò mai, E, poi che la battaglia è raquietata, Va roïnando tutto il monte e 'l piano Per ritrovar il sir de Montealbano.

Avanti fa condurse ogni pregione, Ché molti ne avea presi alla catena, E lor dimanda del figliol de Amone, E qual spaventa, e qual forte dimena; Un per paura, o per altra cagione, Disse che era ito nel bosco de Ardena, E già non eran sue parole vere: Né lo sapea, né lo potea sapere.

Però che il bon Ranaldo era tornato A rimontar Baiardo, il suo destriero. Ma poi che al saracin fu ciò contato, Lascia sua gente e più non gli ha pensiero. Il caval de Dudone ebbe pigliato, Quale era grande a maraviglia e fiero; Sopra vi salta il forte saracino, E verso Ardena prende il suo camino.

Una grossa asta e troppo sterminata Fuor de la nave sua fece arrecare, E non aspetta luce né giornata, Ma quella notte prese a caminare; Onde sua gente, che era abandonata, Senza il suo aiuto non sa che si fare; Tutti smariti e pien de alto spavento Entrarno in nave e dier le vele al vento.

Ogni pregione e tutto il loro arnese Portavan alle nave con gran fretta; Dudon tra' primi, il giovane cortese, Menava via la gente maledetta. Ma chi fu tardo a distaccar le prese, Sopra di lor discese la vendetta, Perché Ranaldo, a destrier risalito, Con gran ruina gionse in su quel lito.

De Rodamonte va il baron cercando Per ogni loco a lume della luna; A nome lo dimanda e va cridando Ad alta voce per la notte bruna; E sopra alla marina riguardando Vede la gente che l'arnese aduna: A più poter ciascun forte se tràffica Per porlo in nave e via passare in Africa.

Ranaldo dà tra lor senza pensare, Ché ben cognobbe che eran Saracini; Quivi de intorno fo il bel sbarattare, Fuggendo tutti in rotta quei meschini. Chi ne la nave, e chi saltava in mare, L'un non aspetta che l'altro se chini A prender cosa che gli sia caduta; Ma sol fuggendo ciascadun se aiuta.

Gli altri che a terra avean volto il timone, Via se ne andarno, abandonando il lito, E seco ne menâr preso Dudone, Che, se Ranaldo l'avesse sentito, Avria menata gran destruzïone, E forse entro a quel mar l'avria seguito; Ma lui non si pensava di tale onte, Sol dimandando ove era Rodamonte.

Un saracin ben forte spaventato, Che anti a Ranaldo inginocchion si pose, Di Rodamonte essendo dimandato, La pura verità presto rispose: Come al bosco de Ardena era invïato, Tutto soletto per le piaggie ombrose, Essendo detto a lui che a quel camino Giva Ranaldo, al Fonte de Merlino.

Il Fonte de Merlino era in quel bosco, Sì come un'altra volta vi contai, Che era a gli amanti un velenoso tosco, Ché, ivi bevendo, non amavan mai; Benché lì presso a quel loco fosco Passava una acqua che è megliore assai: Meglior de vista e de effetto peggiore; Chiunche ne gusta, in tutto arde d'amore.

Quando Ranaldo intese che a quel loco Andava Rodamonte a ricercarlo, Di questa gente si curava poco, E più presto partì che io non vi parlo. Il cuor gli fiammeggiava come un foco Del gran desio che avea di ritrovarlo, E via trottando a gran fretta camina Verso ponente, a canto alla marina.

E Rodamonte simigliantemente De giongere ad Ardena ben se spaccia; E parlava tra sé nella sua mente, Dicendo: "Questo dono il ciel mi faccia, Pur che ritrovi quel baron valente, O ch'io l'occida, o torni seco in graccia; Ché, essendo morto, in terra non ho pare, E se egli è meco, il cel voglio acquistare.

Né creder potrò mai che 'l conte Orlando Abbia di questo la mera bontate. Io l'ho provato, e di lancia e di brando Non è il più forte al mondo in veritate. O re Agramante, a Dio ti racomando, Se tu discendi per queste contrate! Essendote io, come serò, lontano, Tutta tua gente fia sconfitta al piano.

Come diceva il vero il re Sobrino! Sempre creder si debbe a chi ha provato. Or, s'egli è tale Orlando paladino Come costui che meco a fronte è stato, Tristo Agramante ed ogni saracino Che fia di qua dal mar con lui portato! Io, che tutti pigliarli avea arroganza, Assai ne ho de uno, e più che di bastanza."

Così parlando andava il re pagano, E non sapendo a ponto quel vïaggio, Nel far del giorno gionse in un bel piano Là dove un cavallier veniva adaggio; E Rodamonte con parlare umano Dimandò al cavalliero in suo lenguaggio Quanto indi fusse alla selva de Ardena, Se lo sapesse, e qual strata vi mena.

Rispose prestamente il cavalliero: - Nulla te so contar di quel camino, Perché io, sì come tu, son forastiero, E vo piangendo, misero e tapino, Non riguardando strata né sentiero, Ma dove mi conduce il mio destino, A strugimento, a morte, a ogni dolore, Poi che se piace al deslïale amore. -

Perché sappiati il fatto ben compiuto, Quel cavallier che fa tal lamentanza Dolendosi de amore, è Feraguto, Che fu al suo tempo un raggio di possanza; Ed ora travestito era venuto Nascosamente nel regno di Franza, Sol per saper, quella anima affocata, Se giamai fusse Angelica tornata.

Egli anco amava quella damigella, Come potesti odir primeramente, E non potendo aver di lei novella, Benché ne dimandasse ad ogni gente, Or per questa ventura ed or per quella Se consumava dolorosamente, E giorno e notte non avia mai bene, Sempre languendo e sospirando in pene.

Or, come aveti inteso, il giovanetto Trovò quel re pagano alla campagna, E sterno insieme alquanto a lor diletto, E ciascadun de Amor si dole e lagna. Pur, così ragionando, venne detto A Feraguto come era di Spagna, E che pur mo tornava di Granata, Ove una dama avea gran tempo amata;

E come era chiamata Doralice Quella, figliola del re Stordilano. - Non più parole, - Rodamonte dice - Ma prendi la battaglia a mano a mano. Chi te ha condotto, misero, infelice, A morire oggi sopra a questo piano? Ché comportar non voglio e non potrei Che altri che me nel mondo ami colei. -

Rispose Feraguto: - Essendo grande, Lo esser cucioso assai ti disconviene; Ma poi che la battaglia me domande, Tra noi la partiremo, o male o bene, E l'alterezza tua che sì se spande, Potria tornarti in dolorose pene. Amai colei; lo amore ebbe a passare: Per tuo dispetto voglio ancora amare. -

Con tal parole e con de l'altre assai Se furno insieme e duo baron sfidati. Ambi avean lancie, come io vi contai: Con esse a resta se fôr rivoltati. Più crudel scontro non se udì giamai; E due destrier, di petto insieme urtati, Andarno a terra, e i cavallieri adosso, Con tal fraccasso che contar non posso.

E le lor lancie grosse oltra a misura Se fragellarno insin presso alla resta; Ciascun de svilupparsi se procura Per rimenar col brando un'altra festa. Or si comincia la battaglia dura De' colpi sterminati e la tempesta De l'arme rotte e piastre con ruina, Come battesse un fabro alla fucina.

Non avea indugia o sosta il lor ferire, Ma quando l'un promette, e l'altro dona; E ben da longe se potrebbe odire, Perché ogni colpo de intorno risuona. E certamente io non saprei ben dire Qual sia più ardita e più franca persona; Tanto son de alto core e di gran lena, Che un altro par non trovo al mondo apena.

Ciascuno è de ira e di superbia caldo, E però combattean con molto orgoglio, L'un più che l'altro alla battaglia saldo. Ma quella nel presente dir non voglio, Perché convien contarvi di Ranaldo; Dapoi ritornarò, sì come io soglio, A dirvi questa zuffa alla distesa, Sì che vi fia diletto averla intesa.

Giva Ranaldo, come aveti odito, In verso Ardenna, alla ripa del mare, Credendo Rodamonte aver seguito, Ma lui giamai non puote ritrovare, Perché il dritto vïaggio avea smarito, E poi con Feraguto ebbe che fare; Onde lui caminando avanti passa, Ed a sé drieto Rodamonte lassa.

Quando fu gionto alla selva fronzuta, Dritto ne andava al Fonte di Merlino: Al Fonte che de amore il petto muta, Là dritto se n'andava il paladino. Ma nova cosa che egli ebbe veduta, Lo fece dimorare in quel camino: Nel bosco un praticello è pien de fiori Vermigli e bianchi e de mille colori.

In mezo il prato un giovanetto ignudo Cantando sollacciava con gran festa. Tre dame intorno a lui, come a suo drudo, Danzavan, nude anch'esse e senza vesta. Lui sembianza non ha da spada o scudo, Ne gli occhi è bruno, e biondo nella testa; Le piume della barba a ponto ha messe: Chi sì, chi no direbbe che le avesse.

Di rose e de vïole e de ogni fiore Costor che io dico, avean canestri in mano, E standosi con zoia e con amore, Gionse tra loro il sir de Montealbano. Tutti cridarno: - Ora ecco il traditore, - Come l'ebber veduto - ecco il villano! Ecco il disprezator de ogni diletto, Che pur gionto è nel laccio al suo dispetto! -

Con quei canestri al fin de le parole Tutti a Ranaldo se aventarno adosso: Chi getta rose, chi getta vïole, Chi zigli e chi iacinti a più non posso. Ogni percossa insino al cor li duole E trova le medolle in ciascuno osso, Accendendo uno ardore in ogni loco Come le foglie e i fior fosser di foco.

Quel giovanetto che nudo è venuto, Poi che ebbe vòto tutto il canestrino, Con un fusto di ziglio alto e fronzuto Ferì Ranaldo a l'elmo de Mambrino. Non ebbe quel barone alcuno aiuto, Ma cadde a terra come un fanciullino; E non era caduto al prato a pena, Che ai piedi il prende e strasinando il mena.

De le tre dame ogniuna avea ghirlanda Chi de rosa vermiglia e chi de bianca; Ciascuna se la trasse in quella banda, Poi che altra cosa da ferir li manca; E benché il cavallier mercè dimanda, Tanto il batterno, che ciascuna è stanca, Però che al prato lo girarno intorno, Sempre battendo, insino a mezo giorno.

Né il grosso usbergo né piastra ferrata Poteano a tal ferire aver diffesa; Ma la persona avea tutta piagata Sotto a quelle arme, e di tal foco accesa, Che ne lo inferno ogni anima dannata Ha ben doglia minor senza contesa, Là dove quel baron de disconforto, Di tema e di martìr quasi era morto.

Né sa se omini o dei fosser costoro: Nulla diffesa o preghera vi vale; E, standosi così, senza dimoro Crescerno in su le spalle a tutti l'ale, Quale erano vermiglie e bianche e d'oro, E in ogni penna è un occhio naturale, Non come di pavone, o de altro occello, Ma di una dama grazïosa, e bello.

E, poco stando, se levarno a volo, L'un dopo l'altro verso il cel saliva. Ranaldo a l'erba si rimase solo; Amaramente quel baron piangiva, Perché sentia nel cor sì grande il dôlo, Che a poco a poco l'anima gli usciva, E tanta angoscia nella fine il prese, Che come morto al prato se distese.

Mentre che tra quei fior così iacea, E de morire al tutto quivi estima, Gionse una dama in forma de una dea, Sì bella che contar nol posso in rima, E disse: - Io son nomata Pasitea, De le tre l'una che te offese in prima: Compagna dello Amore e sua servente, Come vedesti e provi di presente.

E fu quel giovanetto il dio d'Amore, Qual te gettò de arcion come nemico; Se contrastar ti credi, hai preso errore, Ché nel tempo moderno o ne l'antico Non si trova contrasto a quel segnore. Ora attendi al consiglio che io te dico, Se vôi fuggir la dolorosa morte; Né sperar vita o pace in altra sorte.

Amore ha questa legge e tal statuto, Che ciascun che non ama, essendo amato, Ama po' lui, né gli è l'amor creduto, Acciò che 'l provi il mal ch'egli ha donato. Né questo oltraggio che te è intravenuto, Né tutto il mal che puote esser pensato, Se può pesar con questo alla bilancia, Ché quel cordoglio ogni martìre avancia.

Il non essere amato ed altri amare Avanza ogni martìr, come io te ho detto, E questa legge converrai provare, Se vôi fuggir de Amore ogni dispetto. Or, perché intenda, a te conviene andare Per questo bosco ombroso a tuo diletto, Sin che ritrovarai sopra a una riva Uno alto pino ed una verde oliva.

La rivera zoiosa indi dechina Per li fioretti e per l'erba novella; Ne l'acqua trovarai la medicina A quel dolor che al petto ti martella. - Così parlò la dama peregrina, Poi ne l'aria volò come una occella; Salendo sempre in su, del celo acquista, Onde a Ranaldo uscì presto di vista.

Lui doloroso non sa che si fare, Poi che incontrata ha sì forte ventura, Né tra se stesso puote imaginare Come tal cosa sia fuor de natura, Che veda gente per l'aria volare, Né contra a lor val forza né armatura. Da gente ignuda è vento il suo valore Con zigli e rose e con foglie di fiore.

A gran fatica il suo corpo tapino Levò dove languendo l'avea messo, E con più pena si puose in camino, Cercando intorno il bosco ombroso e spesso; E trovò verso il fiume l'alto pino E l'arbor de l'oliva a quello apresso. Da le radice stilla una acqua chiara, Dolce nel gusto e dentro al core amara;

Perché de amore amaro il core accende A chi la gusta l'acqua delicata; E però già Merlin per fare amende La fonte avea qua presso edificata, Che fa lasciar ciò che a questa se prende, Come io vi racontai quella giornata Quando Ranaldo bevette alla fonte, Ove Angelica poi n'ebbe tante onte.

Or nel presente non se racordava Più il cavallier di quel tempo passato, Ma come aponto in su 'l fiume arivava, Essendo doloroso ed affannato, Ché ogni percossa gran pena li dava, Sopra alla ripa fu presto chinato, E per gran sete il principe gagliardo Assai bevette e non vi ebbe riguardo.

Bevuto avendo ed alciando la facia, Da lui se parte ogni passata doglia, Benché la sete perciò non se sacia, Ma, più bevendo, più di bere ha voglia. Lui di questa ventura Idio ringracia, E standosi contento e con gran zoglia Li torna nella mente a poco a poco Che un'altra fiata è stato in questo loco;

Quando, dormendo ne l'erba fiorita, Con zigli e rose Angelica il svegliò, E ricordosse che l'avea fuggita, Dil che acramente se ripente mo. De amor avendo l'anima ferita, Vorebbe adesso quel che aver non pô, La bella dama, dico, in quel verziero, Ché nel presente non serìa sì fiero.

E biasmando la sua crudelitate E le grande onte fatte a quella dama, Tutte le amenta quante ne ha già usate, E sé crudele e dispietato chiama. Già la odïava poche ore passate, Più che se stesso nel presente l'ama; E tanta voglia ha dentro al core accolta, Che vôl tornare in India un'altra volta.

Sol per vedere Angelica la bella Un'altra volta in India vôl tornare. Venne a Baiardo per salire in sella, Che poco longi il stava ad aspettare: E così andando vidde una donzella, Ma non la potea ben rafigurare, Perché era dentro al bosco ancor lontana, Oltra a quel fiume, a lato a la fontana.

Le chiome avea rivolte al lato manco, E la cima increspata e sparta al vento; Sopra de un palafren crinuto e bianco, Che ha tutto ad ôr brunito il guarnimento, Un cavallier gli stava armato al fianco, Ne la sembianza pien de alto ardimento, Che ha per cimero un Mongibello in testa, Ritratto al scudo e nella sopravesta.

Dico che quel barone ha per cimero Una montagna che gettava foco; E 'l scudo e la coperta del destriero Avean pur quella insegna nel suo loco. Ora, cari segnori, egli è mestiero Questa ragione abbandonare un poco, Per accordar la istoria ch'è divisa: Torno a Brunel, che ancor dietro ha Marfisa.

Non lo abandona la donzella altiera, Ma giorno e notte senza fine il caccia, Né monte alpestro, né grossa riviera, Né selva, né palude mai lo impaccia. Ma Frontalate, la bestia legiera, Li facea indarno seguitar tal traccia: Quel bon destrier, che fu di Sacripante, Come un uccello a lei fugge davante.

Quindeci giorni già l'avea seguito, Né d'altro che di fronde era pasciuta. Il falso ladro, che è forte scaltrito, Ben de altro pasto il suo fuggire aiuta; Perché era tanto presto e tanto ardito, Che ogni taverna che avesse veduta, Dentro ve intrava e mangiava di botto, Poi via fuggiva e non pagava il scotto.

E benché i teverneri e' lor sergenti Dietro li sian con orci e con pignate, Lui se ne andava stropezando e denti, E faceva a ciascun mille ghignate. A le qual fare avea tanti argomenti, Che donne spoletane o folignate, Qual porton l'ovo da matina a cena, Se avrian guardate da' suoi tratti apena.

E pur Marfisa sempre il seguitava, Quando più longi, e quando più dapresso. - Al ladro! al ladro! - sempre mai cridava, E ciascun rispondeva: - Egli è ben desso. - Ogniom di quel giotton se lamentava, Perché e miglior boccon pigliava spesso, E loro il menacciavan pur col dito. Ora non più, ché il canto è qui finito.

Canto decimosesto

La bella istoria che cantando io conto, Serà più dilettosa ad ascoltare, Come sia il conte Orlando in Franza gionto Ed Agramante, che è di là dal mare; Ma non posso contarla in questo ponto, Perché Brunello assai me dà che fare; Brunello, il piccolin di mala raccia, Qual fugge ancora, e pur Marfisa il caccia.

Ed avea tolto il corno al conte Orlando, Sì come io vi contai, quella matina, E Balisarda, lo incantato brando Che fabricato fu da Falerina; E nel canto passato io dicea quando Intrava quel giottone a ogni cucina, Non aspettando a' figatelli inviti, Pigliando e grossi sempre e rivestiti.

Come ha bevuto, sen porta la taccia, E parli a ponto aver pagato l'oste Con dir, quando sen va: - Bon pro vi faccia! - Ma pur Marfisa gli è sempre alle coste, E de impiccarlo ogniora lo minaccia. Quel mal strepon le fa ben mille poste: Lasciandola appressar va lento lento, Da poi la lascia e fugge come un vento.

Quindeci giorni sempre era seguita, Com'io vi dissi, la donzella acerba; Ed era estremamente indebilita, Perché de fronde si pasceva e de erba, Ma pur volea pigliarlo alla finita. Tanto ha sdegnoso il cor quella superba, Che il segue in vano, e pur non se ne avede, Essendo egli a destriero ed essa a piede,

Perché al ronzon di lei mancò la lena, E cadde morto alla sesta giornata. Dapoi le gambe per tal modo mena Così come era del suo sbergo armata, Che mai non uscì veltra di catena, Né mai saetta de arco fu mandata, Né falcon mai dal cel discese a valle, Che non restasse a lei dietro alle spalle.

Ma per lunga fatica e debilezza L'armatura che ha in dosso, assai gli pesa, Onde se la spogliò con molta frezza, Né teme che Brunel faccia diffesa. Poi che ebbe posto giù quella gravezza, Sì ratta se ne andava e sì distesa, Che più volte a Brunel fece spavento, Benché ha il destrier che fugge come vento.

Perché assai volte fo tanto vicina, Che la credette in su la croppa avere; Alor ne andava lui con gran roina, Spronando il buon destriero a più potere. Dietro lo segue la forte regina; Ma nova cosa che ebbe ad apparere, Sturbò Marfisa, che lo seguia forte, E seguìto l'avria sino alla morte.

Però che riscontrarno una donzella, Che adagio ne venìa sopra a quel piano, Vestita a bianco e a meraviglia bella, E seco un cavalliero a mano a mano. Di lor vi contarò poi la novella, Ché io vo' seguire adesso l'Affricano, Qual via fuggendo per monte e per valle Sempre Marfisa aver crede alle spalle.

Essa rimase ed ebbe gran travaglia, Come a bell'agio vi vorò contare, Benché tal briga fo senza battaglia. Ma già Brunel non ebbe ad aspettare, E sopra al bon destrier coperto a maglia In pochi giorni fu gionto in su il mare; E, trovato un naviglio a suo convegno, In Africa passò senza ritegno.

Dentro a Biserta gionse ad Agramante, Quale adirato stava in gran pensiero, Ché de le gente che ha adunate tante Non vôl passare alcun senza Rugiero; E lui guardato è da quel negromante, Che mai de averlo non serìa mestiero, Né pur se può vedere il damigello, Chi non ha pria de Angelica lo annello.

Or gionse il ladro e menando gran festa Avanti al re zoioso se appresenta; E poi la bretta si trasse di testa, E di contare il fatto se argumenta. Ogni re grande e principe di gesta Per ascoltare intorno se appresenta, E lui dice ridendo a qual partito Tolse a la dama quello annel di dito;

Come di sotto al re de Circasia, Non se accorgendo lui, tolse il destriero; E di Marfisa, che fu tanto ria Che il fece uscir più fiate del sentiero; E de quel brando e del corno che avia Tolto con tal prestezza a un cavalliero; E l'altre cose ancor di ponto in ponto Sin che davanti al re quivi era gionto.

Avendo il suo parlar poscia compiuto, Ad Agramante il bel corno donava, Il qual fu incontinente cognosciuto, Però che Almonte in Africa il portava; Poi se sapea che Orlando l'avea avuto, Onde forte ciascun meravigliava, E l'un con l'altro assai di ciò contende. Perciò Brunello a questo non attende,

Ma pose al re quello annelletto in mano, Qual fo con tal virtute fabricato, Che a sua presenzia ogn'incanto era vano. Il re Agramante in piede fo levato, E in presenzia di tutti a mano a mano Ebbe Brunello il ladro incoronato, Donando a lui de Tingitana il regno, Populi e terre ed ogni suo contegno.

Questo reame allo estremo ponente Da gente negra se vede abitare. Or non se pose indugio di nïente, Ma de Rugiero ogni om prese a cercare, Il re Agramante e tutte le sue gente, Né il re Brunello il volse abandonare; E passando il deserto de l'arena Gionsero un giorno al monte di Carena.

Quella montagna è grande oltra misura E quasi con la cima al celo ascende, Al summo de essa ha una bella pianura, Che cento miglia o quasi se distende, De arbori ombrosa e di bella verdura; Per mezo a quella un gran fiume discende, Qual giù di monte in monte cade al piano, E fa un bel porto al mar de l'oceano.

A lato di quel fiume era un gran sasso, Nel mezo di quel pian ch'io vi ho contato Quasi alto un miglio dalla cima al basso, De un mur di vetro intorno circondato; Né da salirvi su si vedde il passo, Perché tutto de intorno è dirupato, Ma, per quel vetro riguardando un poco, Vedeasi un bel giardino entro a quel loco.

Era il vago giardino in su la cima De verdi cedri e di palme fronzuto. Mulabuferso, ch'ivi è stato in prima E non aveva il gran sasso veduto, Incontinente prese per estima Che per incanto ciò fosse avenuto, E che lo incantator detto Atalante L'avesse ascoso a gli occhi suoi davante.

Ora per lo annelletto era scoperto, Che a sua presenzia ogni incanto guastava, Onde ciascun di lor tenne per certo Che là Rugier di sopra dimorava. Quando Atalante, quel vecchione esperto, Vidde la gente che là su mirava, Dolente for di modo entra in pensiero De aver già perso il paladin Rugiero.

E va de intorno e non sa che si fare A ritenere il giovene soprano; Sempre piangendo lo attende a pregare Che non discenda in modo alcuno al piano. Ma il re Agramante pur stava a mirare, E tutti gli altri, quel gran sasso in vano; Non sa che fare alcun, né che se dire: Lì su senza ale non si può salire.

Brunello, il novo re de Tingitana, Poi che salire assai se fo provato, E che sua forza e sua destrezza è vana, Tanto era lisso quel vetro incantato, Posesi alquanto in su la terra piana, Ed avendo fra sé molto pensato, Levossi in piedi e disse: - Iddio ne lodo, Ché aver Rugiero ho pur trovato il modo.

Ma bisogna che tutti me aiutati, E che il mio dir sia fatto a compimento. Cento di voi, sì come seti armati, Cominciareti insieme un torniamento, E quanto più potete, vi provati Mostrar alto valore ed ardimento, Urtandovi l'un l'altro alla travaglia Con trombe e corni, a guisa di battaglia. -

Dicea ciascun: - Questa è cosa legiera! - Ma non sapean comprender la cagione, Onde, partiti a canto alla rivera, Ciascun sotto sua insegna e suo penone, Prima Agramante fece la sua schiera, Che ciascuno era re, duca, o barone: Cinquanta campïoni usati a guerra Sopra a destrier coperti insino a terra.

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