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Ciascuna dama è molle e tenerina Così del corpo come della mente, E simigliante della fresca brina, Che non aspetta il caldo al sol lucente. Tutte siàn fatte come fu Tisbina, Che non volse battaglia per nïente, Ma al primo assalto subito se rese, E per marito il bel Prasildo prese. -
Parlava la donzella tutta fiata, Quando davanti a lor nel bosco folto Odirno una alta voce e smisurata. La damigella sbigotita è in volto, Benché Ranaldo l'abbia confortata. Or questo canto è stato lungo molto; Ma a cui dispiace la sua quantitate, Lasci una parte, e legga la mitate.
Canto decimoterzo
Io vi dissi di sopra come odito Fu quel gran crido di spavento pieno. Di nulla se è Ranaldo sbigotito; Smonta alla terra, e lascia il palafreno A quella dama dal viso fiorito, Che per gran tema tutta venìa meno; Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante. La cagion di quella era un gran gigante,
Che stava fermo sopra ad un sentiero, Dietro a una tomba cavernosa e oscura, Orribil di persona e viso fiero, Per spaventare ogni anima sicura. Ma non smarrite già quel cavalliero, Che mai non ebbe in sua vita paura, Anci contra gli va col brando in mano; Nulla si move quel gigante altano.
Di ferro aveva in pugno un gran bastone, De fina maglia è tutto quanto armato; Da ciascun lato li stava un grifone, Alla bocca del sasso incatenato. Or, se volete saper la cagione Che tenea quivi quel dismisurato, Dico che quel gigante in guardia avia Quel bon destrier che fu de l'Argalia.
Fu il caval fatto per incantamento, Perché di foco e di favilla pura Fu finta una cavalla a compimento, Benché sia cosa fuora de natura. Questa dapoi se fie' pregna di vento: Nacque il destrier veloce a dismisura, Che erba di prato né biada rodea, Ma solamente de aria se pascea.
Dentro a quella spelonca era tornato, Sì come lo disciolse Ferraguto: Però che in quella prima fu creato, E chiuso in essa sempre era cresciuto. Dapoi, per forza de libro incantato, L'Argalia un tempo l'avea posseduto Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno Fece il cavallo al suo loco ritorno.
E quel gigante in sua guardia si stava, Con fronte altiera, crudo e pertinace; E seco due grifoni incatenava, Ciascun più ongiuto, orribile e rapace. Quella catena a modo se ordinava, Che solver li può ben quando a lui piace; Ogni grifon di quelli è tanto fiero, Che via per l'aria porta un cavalliero.
Ranaldo alla battaglia se appresenta Con grande aviso e con molto riguardo; Né crediati però che il se spaventa, Perché vada sospeso, a passo tardo. L'alto gigante nel core argumenta Che questo sia un baron molto gagliardo; Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte, Ché a più de mille avea data la morte;
E tutto il campo intorno biancheggiava De ossi de morti dal gigante occisi. Or la battaglia dura incominciava: Preso è il vantaggio e li apensati avisi. Ma colpi roïnosi se menava: Non avea alcun di lor festa né risi; Anci cognoscon ben, senza fallire, Che l'uno o l'altro qui convien morire.
Il primo feritor fo il bon Ranaldo, E gionse a quel gigante in su la testa. Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo, Che nulla quel gran colpo lo molesta. Ora esso di superbia e de ira caldo Mena il bastone in furia con tempesta; Ranaldo al colpo riparò col scuto: Tutto il fraccassa quel gigante arguto.
Ma non li fece per questo altro male; Ranaldo colpì lui con gran valore De una ferita ben cruda e mortale, Che fo nel fianco, assai vicina al core. Subitamente par che metti l'ale, Rimena l'altra con più gran furore, Rompe di ponta quella forte maglia, Sino alle rene passa la anguinaglia.
Per questo fo il gigante sbigotito, E vede ben che li convien morire; De le due piaghe ha un dolore infinito, Né quasi in piedi se può sostenire; Onde turbato prese il mal partito Di far con seco Ranaldo perire: Corre alla tana, e con molto fraccasso Dislega i duo grifon dal forte sasso.
Il primo tolse quel gigante in piede, E via per l'aria con esso ne andava; Tanto è salito, che più non se vede. L'altro verso Ranaldo se aventava, Ché di portarsi il baron forse crede; Con le penne aruffate zuffellava, L'ale ha distese ed ogni branca aperta; Ranaldo mena un colpo di Fusberta.
E già non prese in quel ferire errore: Ambe le branche ad un tratto tagliava. Sentì quello uccellaccio un gran dolore; Via va cridando, e mai più non tornava. Ecco di verso il celo un gran romore: L'altro grifone il gigante lasciava. Non so se camparà di quel gran salto: Più de tre mila braccia era ito ad alto.
Roïnando venìa con gran tempesta: Ranaldo il vede giù del cel cadere; Pargli che al dritto venghi di sua testa, E quasi in capo già sel crede avere. Lui vede la sua morte manifesta, Né sa come a quel caso provedere; Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare, Sembra il gigante in quella parte andare.
E già vicino a terra è gionto al basso: Poco è Ranaldo da lui dilungato, Che li cade vicino a men d'un passo. Percosse al capo quel dismisurato, E mena nel cader sì gran fraccasso, Che tremar fece intorno tutto il prato. Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno; Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.
Però che quel grifone in giù venìa Ad ale chiuse, con tanto romore, Che il celo e tutta l'aria ne fremia, Ed oscurava il sole il suo splendore, Così grande ombra quel campo copria: Mai non fo vista una bestia maggiore. Turpin lo scrive lui per cosa certa, Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.
Ranaldo fermo il grande uccello aspetta, Ma poco tempo bisogna aspettare, Perché, quale è di foco una saetta, Cotal vide il grifon sopra arivare. Lui si stava ben scorto alla vedetta; Nella sua gionta un colpo ebbe a menare: Sotto la gorga, a ponto al canaletto Gionse un traverso, e fese assai nel petto.
Non fu quel colpo troppo aspro e mortale, Però che al suo voler non l'ebbe còlto; Quel torna al cel battendo le grande ale, E furïoso ancor giù se è rivolto. Gionse ne l'elmo quel fiero animale, E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto, Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino! Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.
Su vola spesso, e giù torna a ferire; Ranaldo non la puote indovinare, Che una sol volta lo possa colpire. Stava la donna la pugna a guardare, E di paura se credea morire, Non già di sé, che non gli avia a pensare, Né de esser quivi lei se ricordava: Del baron teme, e sol per lui pregava.
Per la notte vicina il giorno oscura, E la battaglia ancora pur durava. Di questo sol Ranaldo avea paura, De non veder la bestia che volava; Onde per trarne fin pone ogni cura, Ogni partito in l'animo pensava; Al fin non trova quel che debba fare, Poi che per l'aria lui non puote andare.
Alfin su il prato tutto se distende Giù riversato, come fusse morto; Quello uccellaccio subito discende, Ché non si fu di tale inganno accorto, Ed a traverso con le branche il prende. Stava Ranaldo in su lo aviso scorto; Non fu sì presto da l'uccel gremito, Che menò il brando il cavalliero ardito.
Proprio sopra alla spalla il colpo serra, E nervi e l'osso Fusberta fraccassa; Di netto una ala li mandò per terra, Ma per questo la fiera già nol lassa. Con ambedue le grife il petto afferra, E sbergo e maglia e piastra tutte passa E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte, Che pare a quel baron sentir la morte.
Ma non per tanto lascia de ferire; Or nella pancia il passa or nel gallone, Di tante ponte, che il fece morire; Poi si levava in piede quel barone. Gran periglio ha portato, a non mentire; Lui Dio ringrazia con devozïone; E già la dama al palafren lo invita, Parendo a lei la cosa esser finita.
Ma Ranaldo quel loco avia veduto, Dove stava il destrier meraviglioso; Se non avesse il fatto a pien saputo, Serìa stato in sua vita doloroso. Era quel sasso orribile ed arguto: Dentro vi passa il principe animoso; Da cento passi vicino alla intrata Era di marmo una porta intagliata.
Di smalto era adornata quella porta, Di perle e di smiraldi, in tal lavoro Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta Cosa de un pregio di tanto tesoro. Stava nel mezo una donzella morta, Ed avea scritto sopra in lettre d'oro: 'Chi passa quivi, arà di morte stretta, Se non giura di far la mia vendetta;
Ma se giura lo oltraggio vendicare, Che mi fu fatto con gran tradimento, Avrà quel bon destriero a cavalcare, Che di veloce corso passa il vento.' Or non stette Ranaldo più a pensare, Ma a Dio promette, e fanne giuramento, Che quanta vita e forza l'avrà scorto, Vendicherà la dama occisa a torto.
Poi passa dentro, e vede quel destriero, Che de catena d'oro era legato, Guarnito aponto a ciò che fa mestiero, Di bianca seta tutto copertato. Egli come un carbone è tutto nero, Sopra la coda ha pel bianco meschiato; Così la fronte ha partita de bianco, La ungia di dietro ancora al pede manco.
Destrier del mondo con questo si vanta Correre al paro, e non ne tro Baiardo, Del qual per tutto il mondo oggi si canta. Quello è più forte, destro e più gagliardo; Ma questo aveva leggierezza tanta, Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo, Uno uccel che volasse, una saetta, O se altra cosa va con maggior fretta.
Ranaldo fuor di modo se allegrava Di aver trovato tanto alta ventura; Ma la catena a un libro se chiavava, Che avea di sangue tutta la scrittura. Quel libro, a chi lo legge, dichiarava Tutta la istoria e la novella oscura Di quella dama occisa su la porta, Ed in che forma, e chi l'avesse morta.
Narrava il libro come Trufaldino, Re di Baldaco, falso e maledetto, Aveva un conte al suo regno vicino, Ardito e franco, e de virtù perfetto; Ed era tanto de ogni lodo fino, Che il re malvaggio n'avea gran dispetto. Fo quel baron nominato Orrisello; Montefalcone ha nome il suo castello.
Avea il conte Orrisello una sorella, Che de tutt'altre dame era l'onore, Perché è di viso e di persona bella; Di leggiadria, di grazia e di valore Se alcuna fo compita, lei fu quella. Essa portava a un cavalliero amore, Nobil di schiatta e famoso de ardire, Leggiadro e bello a più non poter dire.
Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno, Non vedea un altro par de amanti in terra Sì de beltade e de ogni lode adorno. Una voglia, uno amor questi duo serra, E cresce ogniora più di giorno in giorno. Or Trufaldino a possanza di guerra Mai non puotria pigliar Montefalcone, Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.
Sopra de un sasso terribile e duro, Un miglio ad alto, per stretto sentiero, Se perveniva al smisurato muro; Né a questo s'apressava di leggiero, Perché un profondo fosso e largo e scuro Volge il castello intorno tutto intiero; Ciascuna porta ove dentro si vane, Ha di tre torre fuora un barbacane.
Con incredibil cura si guardava Questa fortezza de il franco Orrisello; Lui temea Trufaldin che lo odïava, E fatto ha già più assalti a quel castello, E con vergogna sempre ritornava. Or sapeva quel re de ogni altro fello Che la sorella del conte, Albarosa, Polindo amava sopra ogni altra cosa.
Polindo il cavallier è nominato, Albarosa la dama delicata, Quella de che aggio sopra ragionato Che amava tanto, ed era tanto amata. Ora quel cavalliero inamorato Andava alla ventura alcuna fiata, Cercando e regni per ogni confino: In corte si trovò di Trufaldino.
Era quel re malvaggio e traditore, Ciascuna cosa sapea simulare: A Polindo faceva molto onore, Con gran proferte e cortese parlare; E prometteli aiuto e gran favore, Quando Albarosa voglia conquistare. Diversa cosa è lo amor veramente! Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.
Chi altri mai che Polindo avria creduto A quel malvaggio mancator di fede, Che così da ciascuno era tenuto? Il cavallier nol stima e ciò non crede; Anci di avere il proferito aiuto Sempre procaccia, e mai l'ora non vede Che Albarosa la bella tenga in braccio; E de altra cosa non se dona impaccio.
Poi che la dama fu tentata in vano Che dentro dalla rocca toglia gente, A Polindo promette e giura in mano Una notte partirse quietamente, Al piè del sasso scender gioso al piano, Ed esserli in sua vita obedïente, Andar con lui, e far tutte sue voglie: Esso promette a lei tuorla per moglie.
L'ordine dato se pone ad effetto. Avea già Trufaldin prima donata A Polindo una rocca da diletto, Longe a Montefalcone una giornata. Qui dentro intrarno senza altro rispetto Quel cavalliero e la giovene amata. Cenando insieme con gran festa e riso, Eccoti Trufaldin quivi improviso.
Vaga fortuna, mobile ed incerta, Che alcun diletto non lascia durare! Sotto la terra è una strata coperta, Per quella nella rocca se può andare. Avea il malvaggio questa cosa esperta, Perciò li volse la rocca donare. Così cenando, e doi de amore accesi Fuor de improvviso crudelmente presi.
Polindo di parlar già non ardiva, Per non far seco la dama perire; Ma di grande ira e rabbia se moriva, Ché non può a Trufaldin sua voglia dire. Quel re comanda alla dama che scriva Al suo german che a lei debba venire, Fingendo che Polindo l'ha menata Dentro a una selva grande e smisurata;
E quivi a forza rinchiusa la tene, Sotto la guarda di tre suoi famigli; Ma se lui quivi secreto ne viene, Vôl che Polindo e quelli insieme pigli; Che le cagion diragli intiere e piene Di sua partita, e non se meravigli; Che poi lo chiarirà che il suo camino Campato ha lui di man di Trufaldino.
La dama dice de voler morire Più presto che tradire il suo germano; Né per minaccie o per piacevol dire Può far che prenda pur la penna in mano. Il re fa incontinente qui venire Un tormento aspro, crudo ed inumano, Che con ferro affocato e membri straccia: Quella fanciulla prende nella faccia.
Nella faccia pigliò col ferro ardente: Non se lamenta lei, né getta voce; Alla richiesta risponde nïente. Quel focoso tormento assai più coce Polindo, che vi stava di presente; E benché fosse de animo feroce, E de uno alto ardir pieno in veritate, Pur cade in terra per molta pietate.
Narrava il libro tutte queste cose, Ma più destinto, e con altre parole; Ché vi erano atti con voci pietose, E quel dolce parlar che usar se suole Tra l'anime congionte ed amorose. Eravi che Polindo assai se dole Più de Albarosa che del proprio male; E lei fa del suo amante un altro tale.
Legge Ranaldo quella istoria dura, E molto pianto da gli occhi li cade; Nel viso se conturba sua figura Per quell'estremo caso de pietade. Una altra fiata sopra al libro giura Di vendicar quella aspra crudeltade; E torna fuora il cavallier soprano Con quel destrier che ha nome Rabicano.
Sopra di quello è il cavallier salito, E via cavalca con la damisella, Ma poco andâr, e il giorno fo sparito: Ciascun di lor dismonta dalla sella. Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito, Dorme vicino a lui la dama bella; Lo incanto della Fonte de Merlino Ha tolto suo costume al paladino.
Ora li dorme la dama vicina: Non ne piglia il barone alcuna cura. Già fo tempo che un fiume e una marina Non avrian posto al suo desio misura; A un muro, a un monte avria data roina Per star congionto a quella creatura; Or li dorme vicina e non gli cale: A lei, credo io, ne parve molto male.
Già l'aria se schiariva tutta intorno Abenché il sole ancor non se mostrava; Di alcune stelle è il cel sereno adorno, Ogni uccelletto agli arbori cantava; Notte non era, e non era ancor giorno. La damisella Ranaldo guardava, Però che essa al mattino era svegliata; Dormia il barone a l'erba tutta fiata.
Egli era bello ed allor giovenetto, Nerboso e asciutto, e de una vista viva, Stretto ne' fianchi e membruto nel petto: Pur mo la barba nel viso scopriva. La damisella il guarda con diletto, Quasi, guardando, di piacer moriva; E di mirarlo tal dolcezza prende, Che altro non vede ed altro non attende.
Sta quella dama di sua mente tratta, Guardandosi davanti il cavalliero. Or dentro quella selva aspra e disfatta Stava un centauro terribile e fiero; Forma non fo giamai più contrafatta, Però che aveva forma di destriero Sino alle spalle, e dove il collo uscia E corpo e braccie e membra d'omo avia.
De altro non vive che di cacciasone, Per quel deserto che è sì grande e strano; Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone, Sempre cacciando andava per quel piano; Alora alora avea preso un leone, E così vivo sel portava in mano. Rugge il leone e fa gran dimenare; Per questo se ebbe la dama a voltare,
Ed altramenti sopra li giongìa Tutto improviso il diverso animale. E forse che Ranaldo occiso avria: Molto comodo avia di farli male. La damisella un gran crido mettia: - Donaci aiuto, o Re celestïale! - A quel crido se desta il baron pronto, E già il centauro è sopra di lor gionto.
Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia, Benché il gigante l'avea fraccassato; E quel centauro di spietata faccia Getta il leon, che già l'ha strangolato. Ranaldo adosso a lui tutto se caccia: Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato, E con molta roina lancia un dardo; Stava Ranaldo con molto riguardo,
Sì che nol puote a quel colpo ferire. Or lancia l'altro con molta tempesta; L'elmo scampò Ranaldo dal morire, Ché proprio il gionse a mezo della testa; L'altro ancor getta, e nol puote colpire. Ma già per questo la pugna non resta, Perché il centauro ha preso il suo bastone, E va saltando intorno al campïone.
Tanto era destro, veloce e leggiero, Che Ranaldo se vede a mal partito; Lo esser gagliardo ben li fa mestiero. Quello animal il tien tanto assalito, Che apressar non se puote al suo destriero; Girato ha tanto, che quasi è stordito. A un grosso pin se accosta, che non tarda: Questo col tronco a lui le spalle guarda.
Quello omo contrafatto e tanto strano Saltando va de intorno tuttavia; Ma il principe, che avia Fusberta in mano, Discosto a sua persona lo tenìa. Vede il centauro afaticarsi in vano, Per la diffesa che il baron facìa; Guarda alla dama dal viso sereno, Che di paura tutta venìa meno.
Subitamente Ranaldo abandona, E leva dello arcion quella donzella; Fredda nel viso e in tutta la persona Alor divenne quella meschinella. Ma questo canto più non ne ragiona; Ne l'altro contarò la istoria bella Di questa dama, e quel ch'io dissi avante, Tornando ad Agricane e Sacripante.
Canto decimoquarto
Aveti inteso la battaglia dura Che fa Ranaldo, la persona accorta, E come la diversa creatura Prese la dama, e in groppa se la porta. Non domandati se ella avea paura: Tutta tremava, e in viso parea morta; Ma pur, quanto la voce li bastava, Al cavalliero aiuto dimandava.
Via va correndo lo animal legiero Con quella dama in groppa scapigliata; A lei sempre ha rivolto il viso fiero, Ed a sé stretta la tiene abracciata. Or Ranaldo se accosta al suo destriero; Ben se âgura Baiardo in quella fiata, Ché quel centauro è tanto longe assai, Che averlo gionto non se crede mai.
Ma poi che ha preso in man la ricca briglia Di quel destrier che al corso non ha pare, De esser portato da il vento asimiglia: A lui par proprio di dover volare. Mai non fu vista una tal meraviglia; Tanto con l'occhio non se può guardare Per la pianura, per monte e per valle, Quanto il destrier se il lascia dalle spalle.
E non rompeva l'erba tenerina, Tanto ne andava la bestia legiera; E sopra alla rugiada matutina Veder non puossi se passato vi era. Così, correndo con quella roina, Gionse Ranaldo sopra una rivera, Ed allo entrar de l'acqua, a ponto a ponto, Vede il centauro sopra al fiume gionto.
Quel maledetto già non l'aspettava, Ma, via fuggendo, nequitosamente La bella dama nel fiume gettava: Giù ne la porta il fiumicel corrente. Che di lei fosse, e dove ella arivava, Poi lo odirete nel canto presente; Ora il centauro a quel baron se volta, Poi che di groppa se ha la dama tolta;
E cominciorno a l'acqua la battaglia, Con fiero assalto, dispietato e crudo; Vero è che il bon Ranaldo ha piastra e maglia, E quel centauro è tutto quanto nudo: Ma tanto è destro e mastro de scrimaglia, Che coperto se tien tutto col scudo; E il destrier del segnor de Montealbano Corrente è assai, ma mal presto alla mano.
Grosso era il fiume al mezo dello arcione, De sassi pieno, oscuro e roïnoso. Mena il centauro spesso del bastone, Ma poco nôce al baron valoroso, Che gioca di Fusberta a tal ragione Che tutto quello ha fatto sanguinoso; Tagliato ha il scudo il cavalliero ardito, E già da trenta parte l'ha ferito.
Esce del fiume quello insanguinato, Ranaldo insieme con Fusberta in mano, Né se fu da lui molto dilungato, Che gionto l'ebbe quel destrier soprano; Quivi lo occise sopra al verde prato. Or sta pensoso il sir de Montealbano, Non sa che far, né in qual parte se vada: Persa ha la dama, guida de sua strada.
A sé d'intorno la selva guardava, E sua grandezza non puotea stimare; La speranza de uscirne gli mancava, E quasi adrieto volea ritornare, Ma tanto ne la mente desïava Da quello incanto il conte Orlando trare, Che sua ventura destina finire, O, questa impresa seguendo, morire.
Ver Tramontana prende la sua via, Dove il guidava prima la donzella; Ed ecco ad una fonte li apparia Un cavalliero armato in su la sella. Or Turpin lascia questa diceria, E torna a raccontar l'alta novella Del re Agricane, quel tartaro forte, Che è chiuso in Albracà dentro alle porte.
Dentro a quella citade era rinchiuso, E fa soletto quella ardita guerra: Il popol tutto quanto ha lui confuso. Sappiati che Albracà, la forte terra, Da uno alto sasso calla al fiume giuso, E da ogni lato un mur la cinge e serra, Che se dispicca da il castello altano, Volgendo il sasso insino al monte piano.
Sopra del fiume ariva la murata, Con grosse torre e belle a riguardare. Quella fiumana Drada è nominata, Né estate o verno mai se può vargare. Una parte del muro è qui cascata: Quei della terra non hanno a curare, Ché il fiume è tanto grosso e sì corrente, Che di battaglia non temon nïente.
Ora io vi dissi sì come Agricane Fa la battaglia dentro alla citate; Re Sacripante è con seco alle mane, Con gente della terra in quantitate. Prove se fier' dignissime e soprane Per l'uno e l'altro, e sopra l'ho narrate; E lasciai proprio che una schiera nova Dietro alle spalle de Agrican se trova.
Nulla ne cura quel re valoroso, Ma con molta roina è rivoltato; Mena a due mane il brando sanguinoso. Questo novo trapel che ora è arivato, Era un forte barone ed animoso, Torindo il Turco, che era ritornato Con molta di sua gente in compagnia; Per altre parte gionse a questa via.
Quel tartaro ne' Turchi urta Baiardo, Getta per terra tutta quella gente; Ora ecco Sacripante, il re gagliardo, Che l'ha seguito continüamente. Tanto non è legier cervo ni pardo, Quanto è quel re circasso veramente; Non vale ad Agrican sua forza viva, Tanta è la gente che adosso gli ariva.
Già son le bocche delle strate prese, Chiuse con travi, ed ogni altra serraglia; Le schiere dalle mure son discese, E corre ciascaduno alla battaglia: Non vi rimase alcuno alle diffese. Or quei del campo, quella gran canaglia, Chi per le mure intrò, chi per le porte, Tutti cridando: - Alla morte! alla morte! -
Onde fu forza a l'aspro Sacripante Ed a Torindo alla rocca venire; Angelica già dentro era davante, E Trufaldin, che fo il primo a fuggire. Morte son le sue gente tutte quante; La grande occisïon non se può dire: Morto è Varano, e prima Savarone, Re della Media, franco campione.
Morirno questi fora delle porte, Dove la gran battaglia fo nel piano. Brunaldo ebbe sua fine in altra sorte: Radamanto lo occise de sua mano. Quel Radamanto ancor diede la morte Dentro alle mura al valoroso Ungiano; Tutta la gente di sua compagnia Fo il giorno occisa alla battaglia ria.
E tutta la citate hanno già presa: Mai non fu vista tal compassïone. La bella terra da ogni parte è incesa, E sono occise tutte le persone; Sol la rocca di sopra se è diffesa Ne l'alto sasso, dentro dal zirone: Tutte le case in ciascuno altro loco Vanno a roina, e son piene di foco.
La damisella non sa che si fare, Poi che è condotta a così fatto scorno; In quella rocca non è che mangiare, Apena evi vivande per un giorno. Chi l'avesse veduta lamentare E battersi con man lo viso adorno, Uno aspro cor di fiera o di dragone Seco avria pianto di compassïone.
Dentro alla rocca son tre re salvati Con la donzella, e trenta altre persone, Per la più parte a morte vulnerati. La rocca è forte fora di ragione, Onde tra lor se son deliberati Che ciascuno occidesse il suo ronzone, E far contra de' Tartari contesa, Sin che Dio li mandasse altra diffesa.
Angelica dapoi prese partito Di ricercare in questo tempo aiuto; Lo annel meraviglioso aveva in dito, Che chi l'ha in bocca, mai non è veduto. Il sol sotto la terra ne era gito, E il bel lume del giorno era perduto: Torindo e Trufaldino e Sacripante La damisella a sé chiama davante.
A lor promette sopra alla sua fede In vinti giorni dentro ritornare, E tutti insieme e ciascadun richiede Che sua fortezza vogliano guardare; Che forse avrà Macon di lor mercede, Perché essa andava aiuto a ricercare Ad ogni re del mondo, a ogni possanza, Ed ottenerlo avia molta speranza.
E così detto, per la notte bruna La damisella monta al palafreno, Via camminando al lume della luna, Tutta soletta, sotto al cel sereno. Mai non fo vista da persona alcuna, Benché di gente fosse intorno pieno; Ma a questi la fatica e la vittoria Li avea col sonno tolto ogni memoria.
Né bisogno ebbe di adoprar lo annello, Ché, quando il sol lucente fo levato, Ben cinque leghe è longe dal castello, Che era da' suoi nemici intornïato. Lei sospirando riguardava quello, Che con tanto periglio avea lasciato; E così caminando tutta via, Passata ha Orcagna, e gionse in Circasia.
Gionse alla ripa di quella rivera, Dove il franco Ranaldo occiso avia Lo aspro centauro, maledetta fiera. Come la dama nel prato giongia, Un vecchio assai dolente nella ciera Piangendo forte contro a lei venìa, E con man gionte ingenocchion la chiede Che del suo gran dolore abbia mercede.
Diceva quel vecchione: - Un giovenetto, Conforto solo a mia vita tapina, Mio unico figliolo e mio diletto, Ad una casa che è quindi vicina, Con febre ardente se iace nel letto, Né per camparlo trovo medicina; E se da te non prende adesso aiuto, Ogni speranza e mia vita rifiuto. -
La damigella, che è tanto pietosa, Comincia il vecchio molto a confortare: Che lei cognosce l'erbe ed ogni cosa Qual se apertenga a febre medicare. Ahi sventurata, trista e dolorosa! Gran meraviglia la farà campare. La semplicetta volge il palafreno Dietro a quel vecchio, che è de inganni pieno.
Ora sappiati che il vecchio canuto, Che in quella selva stava alla campagna, Per prender qualche dama era venuto, Come se prende lo uccelletto a ragna; Per ciò che ogni anno dava di tributo Cento donzelle al forte re de Orgagna. Tutte le prende con inganno e scherno, E prese poi le manda a Poliferno.
Però che ivi lontano a cinque miglia Sopra de un ponte una torre è fondata: Mai non fo vista tanta meraviglia, Ché ogni persona che è quivi arivata, Dentro a quella pregion se stesso piglia. Quivi n'avea il vecchio gran brigata, Che tutte l'avea prese con tale arte, Fuor quella sol che fu di Brandimarte.
Però che quella, come io vi contai, Fo dal centauro gettata nel fiume. Essa nel fondo non andò giamai, Però che de natare avea costume. Quella onda, che è corrente pur assai, Giù ne la mena, come avesse piume; Al ponte la portò, che mai non tarda, Dove la torre è de quel vecchio in guarda.
Lui dal fiume la trasse meza morta, E fecela curar con gran ragione Da quella gente che avea seco in scorta, Ché medici lì aveva, e più persone; Poi la condusse dentro a quella porta, Dove con l'altre stava alla pregione. De Angelica diciamo, che venìa Con quel falso vecchione in compagnia.
Come alla torre fo dentro passata, Quel vecchio fora nel ponte restava. Incontinente la porta ferrata, Senza che altri la tocchi, se serrava. Alor se avide quella sventurata Del falso inganno, e forte lamentava; Forte piangia, battendo il viso adorno: L'altre donzelle a lei son tutte intorno.
Cercano tutte con dolce parole La dolorosa dama confortare; E, come in cotal caso far si sôle, Ciascuna ha sua fortuna a racontare; Ma sopra a l'altre piangendo si dole, Né quasi può per gran doglia parlare, De Brandimarte la saggia donzella, Che Fiordelisa per nome se appella.
Lei sospirando conta la sciagura Di Brandimarte da lei tanto amato: Come, andando con essa alla ventura, Fo con Astolfo al giardino arrivato, Dove tra fiori, a la fresca verdura, L'ha Dragontina ad arte smemorato; E, in compagnia de Orlando paladino, Sta con molti altri presi nel giardino.
E come essa dapoi, cercando aiuto, Se gionse con Ranaldo in compagnia; E tutto quel che gli era intravenuto, Senza mentire, a ponto lo dicia; E del gigante, e del grifone ungiuto, E de Albarosa la gran villania, E del centauro al fin, bestia diversa, Che l'avia dentro a quel fiume sumersa.
Piangeva Fiordelisa a cotal dire, Membrando l'alto amor de che era priva. Eccoti odirno quella porta aprire, Che un'altra dama sopra al ponte ariva. Angelica destina di fuggire; Già non la può veder persona viva: Lo incanto dello annel sì la coperse, Che fuora uscì, come il ponte se aperse.
Non fo vista da alcuno in quella fiata, Tanta è la forza dello incantamento; E fra se stessa, andando, èssi apensata E fatto ha nel suo cor proponimento Di voler gire a quella acqua fatata Che tira l'omo fuor de sentimento, Là dove Orlando ed ogni altro barone Tien Dragontina alla dolce prigione.
E caminando senza alcun riposo, Al bel verzier fo gionta una matina. In bocca avia lo annel meraviglioso: Per questo non la vede Dragontina. Di fora aveva il palafreno ascoso, Ed essa a piede fra l'erbe camina, E caminando, a lato ad una fonte, Vede iacerse armato il franco conte.
Perché la guarda faceva quel giorno, Stavasi armato a lato alla fontana. Il scudo a un pino avea sospeso e il corno; E Brigliadoro, la bestia soprana, Pascendo l'erbe gli girava intorno. Sotto una palma, a l'ombra prossimana, Un altro cavallier stava in arcione: Questo era il franco Oberto dal Leone.
Non so, segnor, se odisti più contare L'alta prodezza de quel forte Oberto; Ma fu nel vero un baron de alto affare, Ardito e saggio, e de ogni cosa esperto. Tutta la terra intorno ebbe a cercare, Come se vede nel suo libro aperto. Costui facea la guarda alora quando Gionse la dama a lato al conte Orlando.
Il re Adrïano e lo ardito Grifone Stan ne la loggia a ragionar de amore; Aquilante cantava e Chiarïone, L'un dice sopra, e l'altro di tenore; Brandimarte fa contra alla canzone. Ma il re Ballano, ch'è pien di valore, Stassi con Antifor de Albarosia: De arme e di guerra dicon tutta via.
La damisella prende il conte a mano, Ed a lui pose quello annello in dito, Lo annel che fa ogni incanto al tutto vano. Or se è in se stesso il conte risentito, E scorgendosi presso il viso umano Che gli ha de amor sì forte il cor ferito, Non sa come esser possa, e apena crede Angelica esser quivi, e pur la vede.
La damisella tutto il fatto intese: Sì come nel giardino era venuto, E come Dragontina a inganno il prese, Alor che ogni ricordo avia perduto. Poi con altre parole se distese, Con umil prieghi richiedendo aiuto Contra Agricane, il qual con cruda guerra Avea spianata ed arsa la sua terra.
Ma Dragontina, che al palagio stava, Angelica ebbe vista giù nel prato. Tutti e suoi cavallier presto chiamava, Ma ciascun se ritrova disarmato. Il conte Orlando su l'arcion montava, Ed ebbe Oberto ben stretto pigliato, Avengaché da lui quel non se guarda; Lo annel li pose in dito, che non tarda.
E già son accordati i duo guerrieri Trar tutti gli altri de incantazïone. Or quivi racontar non è mestieri Come fosse nel prato la tenzone. Prima fôr presi i figli de Olivieri, L'uno Aquilante, e l'altro fo Grifone; Il conte avante non li cognoscia: Non dimandati se allegrezza avia.
Grande allegrezza ferno i duo germani, Poi che se fo l'un l'altro cognosciuto. Or Dragontina fa lamenti insani, Ché vede il suo giardino esser perduto. Lo annel tutti e suoi incanti facea vani: Sparve il palagio, e mai non fo veduto; Lei sparve, e il ponte, e il fiume con tempesta: Tutti e baron restarno alla foresta.
Ciascun pien di stupor la mente avia, E l'uno e l'altro in viso si guardava; Chi sì, chi non, di lor se cognoscia. Primo di tutti il gran conte di Brava Fece parlare a quella compagnia, E ciascadun, pregando, confortava A dare aiuto a quella dama pura, Che li avea tratti di tanta sciagura.
Raconta de Agricane il grande attedio, Che avea disfatta sua bella citade, Ed intorno alla rocca avia lo assedio. Già son quei cavallier mossi a pietade, E giurâr tutti di porvi rimedio, In sin che in man potran tenir le spade, E di fare Agricane indi partire, O tutti insieme in Albraca morire.
Già tutti insieme son posti a camino, Via cavalcando per le strate scorte. Ora torniamo al falso Trufaldino, Che dimorava a quella rocca forte. Lui fu malvagio ancor da piccolino, E sempre peggiorò sino alla morte; Non avendo i compagni alcun suspetto, Prese e Cercassi e i Turchi tutti in letto.
Non valse al bon Torindo esser ardito, Né sua franchezza a l'alto Sacripante, Ché ciascadun de loro era ferito Per la battaglia de il giorno davante, E per sangue perduto indebilito; E fur presi improvisi in quello istante. Legolli Trufaldino e piedi e braccia, E de una torre al fondo ambi li caccia.
Poi manda un messagiero ad Agricane, Dicendo che a sua posta ed a suo nome Avia la rocca e il forte barbacane, E che due re tenìa legati; e come Volea donarli presi in le sue mane. Ma il Tartaro a quel dire alciò le chiome; Con gli occhi accesi e con superba faccia, Così parlando, a quel messo minaccia:
- Non piaccia a Trivigante, mio segnore, Né per lo mondo mai se possa dire Che allo esser mio sia mezo un traditore: Vincer voglio per forza e per ardire, Ed a fronte scoperta farmi onore. Ma te con il segnor farò pentire, Come ribaldi, che aviti ardimento Pur far parole a me di tradimento.
Bene aggio avuto avviso, e certo sollo, Che non se può tenir lunga stagione; A quella rocca impender poi farollo, Per un de' piedi, fuora de un balcone, E te col laccio ataccarò al suo collo; E ciascadun li è stato compagnone A far quel tradimento tanto scuro, Serà de intorno impeso sopra al muro. -
Il messagier, che lo vedea nel volto Or bianco tutto, or rosso come un foco, Ben se serebbe volentier via tolto, Ché gionto si vedeva a strano gioco; Ma, sendosi Agricane in là rivolto Partisse de nascoso di quel loco. Par che il nabisso via fuggendo il mene; De altro che rose avea le brache piene.
Dentro alla rocca ritorna tremando, E fece a Trufaldin quella ambasciata. Ora torniamo al valoroso Orlando, Che se ne vien con l'ardita brigata, E giorno e notte forte cavalcando, Sopra de un monte ariva una giornata: Dal monte se vedea, senza altro inciampo, La terra tutta e de' nimici il campo.
Tanta era quivi la gente infinita, E tanti pavaglion, tante bandiere, Che Angelica rimase sbigotita, Poi che passar convien cotante schiere Prima che nel castel faccia salita. Ma quei baron dricciâr le mente altiere, E destinarno che la dama vada Dentro alla rocca per forza di spada.
E nulla sapean lor del tradimento, Che il falso Trufaldin fatto li avia; Ma sopra al monte, con molto ardimento, Dànno ordine in qual modo ed in qual via La dama se conduca a salvamento A mal dispetto di quella zinia. Guarniti de tutte arme e suo' destrieri, Fan lo consiglio li arditi guerreri.
Ed ordinâr la forma e la maniera Di passar tutta quella gran canaglia. Il conte Orlando è il primo alla frontera Con Brandimarte a intrare alla battaglia: Poi son quattro baroni in una schiera, Che de intorno alla dama fan serraglia: Oberto ed Aquilante e Chiarïone, E il re Adrïano è il quarto compagnone.
Quelli hanno ad ogni forza e vigoria Tenir la dama coperta e diffesa. Poi son tre, gionti insieme in compagnia, Che della drietoguarda hanno la impresa: Grifone ed Antifor de Albarosia, E il re Ballano, quella anima accesa. Or questa schiera è sì de ardire in cima, Che tutto il resto del mondo non stima.
Calla de il monte la gente sicura, Con Angelica in mezo di sua scorta, La qual tutta tremava de paura, E la sua bella faccia parìa morta; E già son giunti sopra alla pianura, Né si è di loro ancor la gente accorta. Ma il conte Orlando, cavalliero adorno, Alcia la vista, e pone a bocca il corno.
A tutti quanti li altri era davante, E suonava il gran corno con tempesta: Quello era un dente integro di elefante. Lo ardito conte de suonar non resta; Disfida quelle gente tutte quante, Agrican, Poliferno e ogni sue gesta: E tutti insieme quei re di corona Isfida a la battaglia, e forte suona.
Quando fu il corno nel campo sentito, Che in ciel feriva con tanto rumore, Non vi fu re, né cavalliero ardito Che non avesse di quel suon terrore; Solo Agricane non fu sbigotito, Che fu corona e pregio di valore; Ma con gran fretta l'arme sue dimanda, E fa sue schiere armar per ogni banda.
Fu in gran fretta il re Agricane armato: Di grosse piastre il sbergo se vestia, Tranchera la sua spada cense al lato, E uno elmo fatto per nigromanzia Al petto ed a le spalle ebbe alacciato. Cosa più forte al mondo non avia: Salomone il fie' far col suo quaderno, E fu collato al foco dello inferno.
E veramente crede il campïone Che una gran gente mo li viene adosso, Però ch'inteso avia che Galafrone Esercito adunava a più non posso, Perché era quel castel di sua ragione, E destinava di averlo riscosso. Costui stimava scontrare Agricane, Non con Orlando venire alle mane.
Già son spiegate tutte le bandiere, E suonan li instromenti da battaglia; Il re Agricane ha Baiardo il destriere Da le ungie al crine coperto di maglia, E vien davanti a tutte le sue schiere. Ne l'altro canto dirò la travaglia, E de nove baroni un tale ardire, Che mai nel mondo più se odette dire.
Canto decimoquinto
Stati ad odir, segnor, se vi è diletto, La gran battaglia ch'io vi vo' contare. Ne l'altro canto di sopra ve ho detto De nove cavallier, che hanno a scontrare Due millïon de popol maledetto; E come e corni se odivan suonare, Trombe, tamburi e voce senza fine, Che par che il mondo se apra e 'l cel roine.
Quando nel mar tempesta con romore Da tramontana il vento furïoso, Grandine e pioggia mena e gran terrore, L'onda se oscura dal cel nubiloso. Con tal roina e con tanto furore Levasi il crido nel cel polveroso; Prima de tutti Orlando l'asta aresta, Verso Agrican viene a testa per testa.
E se incontrarno insieme e due baroni, Che avean possanza e forza smisurata, E nulla se piegarno de li arcioni, Né vi fo alcun vantaggio quella fiata. Poi se voltarno a guisa de leoni; Ciascun con furia trasse for la spata, E cominciâr tra lor la acerba zuffa. Or l'altra gente gionge alla baruffa;
Sì che fu forza a quei duo cavallieri Lasciar tra lor lo assalto cominciato, Benché se dipartîr mal volontieri, Ché ciascun se tenea più avantaggiato. Il conte se retira ai suoi guerreri, Brandimarte li è sempre a lato a lato; Oberto, Chiarïone ed Aquilante Sono alle spalle a quel segnor de Anglante.
Ed è con loro il franco re Adrïano, Segue Antifor e lo ardito Grifone, Ed in mezo di questi il re Ballano. Or la gran gente fora di ragione Per monte e valle, per coste e per piano, Seguendo ogni bandiera, ogni pennone, A gran roina ne vien loro adosso, E con tal crido, che contar nol posso.
Dicean quei cavallier: - Brutta canaglia, E vostri cridi non varran nïente; Vostro furor serà foco di paglia, Tutti sereti occisi incontinente. - Or se incomincia la crudel battaglia Tra quei nove campioni e quella gente; Ben se puotea veder il conte Orlando Spezzar le schiere e disturbar col brando.
Il re Agricane a lui solo attendia, E certamente assai li dà che fare; Ma Brandimarte e l'altra compagnia Fan con le spade diverso tagliare, E tanto uccidon di quella zinia, Che altro che morti al campo non appare. Verso la rocca vanno tutta fiata, E già presso li sono ad una arcata.
Nel campo de Agricane era un gigante, Re di Comano, valoroso e franco, Ed era lungo dal capo alle piante Ben vinti piedi, e non è un dito manco: Di lui ve ho racontato ancor davante Che prese Astolfo, e nome ha Radamanto. Costui se mosse con la lancia in mano, E riscontrò su il campo il re Ballano.
Ferì quel re di drieto nelle spalle Il malvaggio gigante e traditore, Che del destrier il fie' cadere a valle, Né valse al re Ballan suo gran valore. Allo ardito Grifon forte ne calle, E volta a Radamanto con furore; E comenciâr battaglia aspra e crudele, Con animo adirato e con mal fiele.
Levato è il re Ballan con molto ardire, E francamente al campo si mantiene; Ma già non puote al suo destrier salire, Tanto è la gente che adosso li viene. Esso non resta intorno de ferire, La spada sanguinosa a due man tiene; Lui nulla teme e i compagni conforta: Fatto se ha un cerchio della gente morta.
Il re de Sueza, forte campïone, Che per nome è chiamato Santaria, Con una lancia d'un grosso troncone Scontrò con Antifor di Albarossia; Già non lo mosse ponto dello arcione, Ché il cavalliero ha molta vigoria, E se diffende con molta possanza; A prima giunta li tagliò la lanza.
Argante di Rossia stava da parte, Guardando la battaglia tenebrosa; Ed ecco ebbe adocchiato Brandimarte, Che facea prova sì meravigliosa, Che contar non lo può libro né carte. Tutta la sua persona è sanguinosa; Mena a due mane quel brando tagliente, Chi parte al ciglio, e chi perfino al dente.
A lui se driccia il smisurato Argante Sopra a un destrier terribile e grandissimo, E ferì il scudo a Brandimarte avante. Ma lui tanto era ardito e potentissimo, Che nulla cura de l'alto gigante, Benché sia nominato per fortissimo, Ma con la spada in mano a lui s'affronta; Ogni lor colpo ben Turpin raconta.
Ma io lascio de dirli nel presente: Pensati che ciascun forte se adopra. Ora tornamo a dir de l'altra gente; Benché la terra de morti se copra, Quelle gran schiere non sceman nïente. Par che lo inferno li mandi di sopra, Da poi che sono occisi, un'altra volta, Tanto nel campo vien la gente folta.
Fermi non stanno e nove cavallieri, Ma ver la rocca vanno a più non posso; La strata fanno aprir coi brandi fieri, Ducento millia n'ha ciascuno adosso. Lasciar Ballano a forza li è mestieri, Ché fo impossibil de averlo riscosso; Li altri otto ancora son tornati insieme, Tutta la gente adosso di lor preme.
E detti re son con loro alle mane, Ciascun di pregio e gran condizïone. Lurcone e Radamanto ed Agricane E Santaria e Brontino e Pandragone, Argante, che fo lungo trenta spane, Uldano e Poliferno e Saritrone; Tutti eno insieme, e con gran vigoria Atterrâr Antifor de Albarossia.
La schiera de quei quattro, che io contai Che copriva la dama, in sua diffesa Facea prodezze e meraviglie assai, Ma troppo è disegual la lor contesa. Agrican di ferir non resta mai, Ché vôl la dama ad ogni modo presa, E gente ha seco di cotanto affare Che a lor convien la dama abandonare.
Ed essa, che se vede a tal partito, Di gran paura non sa che si fare, Scordase dello annel che aveva in dito, Col qual potea nascondersi e campare. Lei tanto ha il spirto freddo e sbigotito, Che de altra cosa non può racordare; Ma solo Orlando per nome dimanda, A lui piangendo sol se racomanda.
Il conte, che alla dama è longi poco, Ode la voce che cotanto amava; Nel core e nella faccia viene un foco, Fuor de l'elmo la vampa sfavillava; Batteva e denti e non trovava loco, E le genocchie sì forte serrava, Che Brigliadoro, quel forte corsiero, Della gran stretta cade nel sentiero;
A benché incontinente fo levato. Ora ascoltati fuora di misura Colpi diversi de Orlando adirato, Che pure a racontarli è una paura. Il scudo con roina avia gettato, Ché tutto il mondo una paglia non cura; Scrolla la testa quella anima insana, Ad ambe man tiene alta Durindana;
Spezza la gente per tutte le bande. Or fuor delli altri ha scorto Radamanto (Prima lo vide, perché era il più grande): Tutto il tagliò da l'uno a l'altro fianco, In duo cavezzi per terra lo spande; Né di quel colpo non parve già stanco, Ché sopra a l'elmo gionse a Saritrone, E tutto il fese insino in su l'arcione.
Non prende alcun riposo il paladino, Ma fulminando mena Durindana, E non risguarda grande o piccolino, Li altri re taglia e la gente mezzana. Mala ventura lì mostrò Brontino, Che dominava la terra Normana: Dalla spalla del scudo e piastre e maglia Sino alla coscia destra tutto il taglia.
Ora ecco il re de' Goti, Pandragone, Che viene a Orlando crucïoso avante; Questo se fida nel suo compagnone, Perché alle spalle ha il fortissimo Argante. Orlando verso lor va di rondone, Che già bene adocchiato avia il gigante; Ma perché a Pandragone agionse in prima, Per il traverso delle spalle il cima.
A traverso del scudo il gionse a ponto, E l'una e l'altra spalla ebbe troncata. Argante era con lui tanto congionto, Che non puotè schiffarsi in questa fiata, Ma proprio di quel colpo, come io conto, Li fo a traverso la panza tagliata; Però ch'Argante fu di tanta altura, Che Pandragon li dava alla cintura.
Quel gran gigante volta il suo ronzone E per le schiere se pone a fuggire, Portando le budelle su lo arcione. Mai non se arestò il conte di ferire; Non ha, come suolea, compassïone, Tutta la gente intorno fa morire; Pietà non vale, o dimandar mercede: Tanto è turbato, che lume non vede.
Non ebbe il mondo mai cosa più scura Che fo a mirare il disperato conte; Contra sua spada non vale armatura; Di gente occisa ha già fatto un gran monte, Ed ha posto a ciascun tanta paura, Che non ardiscon di mirarlo in fronte. Par che ne l'elmo e in faccia un foco gli arda: Ciascun fugge cridando: - Guarda! guarda! -
Agrican combattea con Aquilante Alor che Orlando mena tal roina; Angelica ben presso gli è davante, Che trema come foglia la meschina. Eccoti gionto quel conte de Anglante; Con Durindana mai non se raffina: Or taglia omini armati, ora destrieri, Urta pedoni, atterra cavallieri.
Ed ebbe visto il Tartaro da canto, Che facea de Aquilante un mal governo, Ed ode della dama il tristo pianto: Quanta ira allora accolse, io nol discerno. Su le staffe se riccia, e dassi vanto Mandar quel re de un colpo nello inferno; Mena a traverso il brando con tempesta, E proprio il gionse a mezo della testa.
Fu quel colpo feroce e smisurato, Quanto alcuno altro dispietato e fiero; E se non fosse per lo elmo incantato, Tutto quanto il tagliava de legiero. Sbalordisce Agricane, e smemorato Per la campagna il porta il suo destriero; Lui or da un canto, or dall'altro si piega, Fuor di se stesso andò ben meza lega.
Orlando per lo campo lo seguia Con Brigliadoro a redina bandita; In questo il re Lurcone e Santaria Con gran furor la dama hanno assalita. Ciascun de' quattro ben la diffendia, Ma non vi fu rimedio alla finita: Tanto la gente adosso li abondaro, Che al mal suo grado Angelica lasciaro.
Re Santaria davante in su l'arcione Dal manco braccio la dama portava, E stava a lui davanti il re Lurcone; Poliferno ed Uldano il seguitava. Era a vedere una compassïone La damigella come lacrimava; Iscapigliata crida lamentando, Ad ogni crido chiama il conte Orlando.
Oberto, Clarïone ed Aquilante Erano entrati nella schiera grossa, E di persona fan prodezze tante, Quante puon farsi ad aver la riscossa; Ma le lor forze non eran bastante, Tutta è la gente contra de lor mossa. Ora Agricane in questo se risente: Tranchera ha in mano, il suo brando tagliente.
Verso de Orlando nequitoso torna Per vendicare il colpo ricevuto; Ma il conte vede quella dama adorna, Che ad alta voce li domanda aiuto. Là se rivolta, che già non soggiorna, Ché tutto il mondo non l'avria tenuto; Più de una arcata se puotea sentire L'un dente contra a l'altro screcienire.
Il primo che trovò, fo il re Lurcone, Che avanti a tutti venìa per lo piano. Il conte il gionse in capo di piatone, Però che 'l brando se rivolse in mano; Ma pur lo gettò morto dello arcione, Tanto fo il colpo dispietato e strano. L'elmo andò fraccassato in sul terreno, Tutto di sangue e di cervello pieno.
Or ascoltati cosa istrana e nova, Che il capo a quel re manca tutto quanto, Né dentro a l'elmo o altrove se ritrova, Così l'aveva Durindana infranto. Ma Santaria, che vede quella prova, Di gran paura trema tutto quanto, Né riparar se sa da il colpo crudo, Se non se fa de quella dama scudo.
Però che Orlando già gli è gionto adosso, Né diffender se può, né può fuggire; Temeva il conte di averlo percosso, Per non far seco Angelica perire. Essa cridava forte a più non posso: - Se tu me ami, baron, famel sentire! Occidi me, io te prego, con tue mane; Non mi lasciar portare a questo cane. -
Era in quel ponto Orlando sì confuso, Che non sapeva apena che se fare. Ripone il brando il conte di guerra uso, E sopra a Santaria se lascia andare, Né con altra arma che col pugno chiuso Se destina la dama conquistare; Re Santaria, che senza brando il vede, Di averlo morto o preso ben se crede.
La dama sostenia da il manco lato, E nella destra mano avea la spada. Con essa un aspro colpo ebbe menato; Ma benché il brando sia tagliente e rada, Già non se attacca a quel conte affatato. Esso non stette più nïente a bada: Sopra a quel re ne l'elmo un pugno serra, E morto il gettò sopra della terra.
Per bocca e naso uscia fuora il cervello, Ed ha la faccia di sangue vermiglia. Or se comincia un altro gran zambello, Però che Orlando quella dama piglia, E via ne va con Brigliadoro isnello, Tanto veloce, che è gran meraviglia. Angelica è sicura di tal scorta, E del castello è già gionta alla porta.
Ma Trufaldino alla torre se affaccia, Né già dimostra di volere aprire; A tutti e cavallier crida e minaccia Di farli a doglia ed onta ripartire; Con dardi e sassi a giù forte li caccia. La dama di dolor volea morire; Tutta tremava smorta e sbigotita, Poi che se vede, misera! tradita.
La grossa schiera de' nemici ariva: Agricane è davante e il fiero Uldano; Quella gran gente la terra copriva Per la costa del monte e tutto il piano. Chi fia colui che Orlando ben descriva, Che tien la dama e Durindana in mano? Soffia per ira e per paura geme; Nulla di sé, ma de la dama teme.
Egli avea della dama gran paura, Ma di se stesso temeva nïente. Trufaldin li cacciava dalle mura, Ed alla rocca il stringe l'altra gente. Cresce d'ogni ora la battaglia dura, Perché da il campo continüamente Tanta copia di frezze e dardi abonda, Che par che il sole e il giorno se nasconda.
Adrïano, Aquilante e Chiarïone Fanno contra Agrican molta diffesa; E Brandimarte, che ha cor di leone, Par tra' nemici una facella accesa. Il franco Oberto e l'ardito Grifone Molte prodezze ferno in quella impresa. Sotto la rocca stava il paladino, Ed umilmente prega Trufaldino,
Che aggia pietade di quella donzella Condotta a caso di tanta fortuna; Ma Trufaldino per dolce favella Non piega l'alma di pietà digiuna, Ché un'altra non fu mai cotanto fella Né traditrice sotto della luna. Il conte priega indarno: a poco a poco L'ira gli cresce, e fa gli occhi di foco.
Sotto la rocca più se fu appressato, E tien la dama coperta col scudo; E verso Trufaldin fu rivoltato Con volto acceso e con sembiante crudo. Ben che non fusse a minacciare usato, Ma più presto a ferire, il baron drudo Or lo scridava con tanta bravura, Che, non ch'a lui, ma al cel mettea paura.
Stringeva e denti e dicea: - Traditore! Ad ogni modo non puotrai campare, Ché questo sasso in meno de quattro ore Voglio col brando de intorno tagliare, E pigliarò la rocca a gran furore, E giù nel piano la vo' trabuccare; E struggerò quel campo tutto quanto, E tu serai con loro insieme afranto. -
Cridava il conte in voce sì orgogliosa, Che non sembrava de parlare umano. Trufaldino avia l'alma timorosa, Come ogni traditore ha per certano; E vista avia la forza valorosa, Che mostrata avea il conte sopra al piano; Ché sette re mandati avia dispersi, Rotti e spezzati con colpi diversi.
E già pareva a quel falso ribaldo Veder la rocca de intorno tagliata, E roinar il sasso a giù di saldo Adosso ad Agricane e sua brigata, Perché vedeva il conte de ira caldo, Con gli occhi ardenti e con vista avampata. Onde a un merlo se affaccia e dice: - Sire, Piacciati un poco mia ragione odire.
Io non lo niego, e negar non sapria, Ch'io non abbia ad Angelica fallito; Ma testimonio il celo e Dio me sia Che mi fu forza a prender tal partito Per li duo miei compagni e sua folìa, Benché ciascun da me si tien tradito; Ché vennerno con meco a questïone, Ed io li presi, e posti li ho in pregione.
E benché meco essi abbiano gran torto, Da loro io non avria perdon giamai; E come fosser fuora, io serìa morto, Perché di me son più potenti assai; Onde per questo io te ragiono scorto, Che mai qua dentro tu non intrarai, Se tua persona non promette e giura Far con sua forza mia vita sicura.
E simil dico de ogni altro barone, Che voglia teco nella rocca entrare: Giurarà prima de esser campïone Per mia persona, e la battaglia fare Contra a ciascuno, e per ogni cagione Che alcun dimanda o possa dimandare; Poi tutti insieme giurareti a tondo Far mia diffesa contra tutto il mondo. -
Orlando tal promessa ben li niega, Anci il minaccia con viso turbato; Ma quella dama, che egli ha in braccio, il prega, E stretto al collo lo tiene abracciato; Onde quel cor feroce al fin se piega. Come volse la dama, ebbe giurato; E similmente ogni altro cavalliero Giura quel patto a pieno e tutto intiero.
Sì come dimandar si seppe a bocca, Fu fatto Trufaldin da lor sicuro. Lui poi apre la porta e il ponte scocca, Ed intrò ciascun dentro al forte muro. Or più vivande non è nella rocca, Fuor che mezo destrier salato e duro. Orlando, che di fame venìa meno, Ne mangiò un quarto, ed anco non è pieno.
Li altri mangiorno il resto tutto quanto, Sì che bisogna de altro procacciare. Brandimarte e Adrïan se tran da canto; Chiarïone ed Oberto de alto affare Col conte Orlando insieme se dan vanto Gran vittualia alla rocca portare: Ad Aquilante e il suo fratel Grifone Restò la guarda de il forte girone.
Perché alcun cavallier non se fidava Di Trufaldin, malvaggia creatura, Però la guardia nova se ordinava E la diffesa intorno a l'alte mura. E già l'alba serena se levava, Poi che passata fo la notte oscura, Né ancora era chiarito in tutto il giorno, Che Orlando è armato, e forte sona il corno.
Ode il gran suono la gente nel piano, Che a tutti quanti morte li minaccia. Ben se spaventa quel popol villano; Non rimase ad alcun colore in faccia. Ciascun piangendo batte mano a mano; Chi fugge, e chi nasconder se procaccia, Però che il giorno avanti avian provato Il furor crudo de Orlando adirato.
Per questo il campo, la parte maggiore, Per macchie e fossi ascosi se apiatava; Ma il re Agricane e ciascun gran segnore Minacciando sua gente radunava. Non fu sentito mai tanto rumore Per la gran gente che a furor se armava; Non ha bastone il re Agrican quel crudo, Ma le sue schiere fa col brando nudo;
E come vede alcun che non è armato, O che se alonghi alquanto della schiera, Subitamente il manda morto al prato. Guarda de intorno la persona altiera, E vede il grande esercito adunato, Che tien da il monte insino alla riviera. Quattro leghe è quel piano in ogni verso: Tutto lo copre quel popol diverso.
Gran maraviglia ha il re Agricane il fiero Che quella gente, grande oltra misura, Sia spaventata da un sol cavalliero; Perché ciascun tremava di paura, Ed esso per se solo in sul destriero Di contrastare a tutti si assecura; Quei cavallieri e Orlando paladino Manco li stima che un sol fanciullino.
E sol se avanta il campo mantenire A quanti ne uscirà di quella rocca; Tutti li sfida e mostra molto ardire, Forte suonando col corno alla bocca. Ne l'altro canto potereti odire Come l'un l'altro col brando se tocca, Che mai più non sentisti un tal ferire: Poi di Ranaldo tornarovi a dire.
Canto decimosesto
Tutte le cose sotto della luna, L'alta ricchezza, e' regni della terra, Son sottoposti a voglia di Fortuna: Lei la porta apre de improviso e serra, E quando più par bianca, divien bruna; Ma più se mostra a caso della guerra Instabile, voltante e roïnosa, E più fallace che alcuna altra cosa;
Come se puote in Agrican vedere, Quale era imperator de Tartaria, Che avia nel mondo cotanto potere, E tanti regni al suo stato obedia. Per una dama al suo talento avere, Sconfitta e morta fu sua compagnia; E sette re che aveva al suo comando Perse in un giorno sol per man di Orlando.
Onde esso al campo, come disperato Suonando il corno, pugna dimandava, Ed avea il conte Orlando disfidato, Con ogni cavallier che il seguitava; E lui soletto, sì come era, al prato Tutti quanti aspettarli se vantava. Ma della rocca già se calla il ponte, Ed esce fuora armato il franco conte.
Alle sue spalle è Oberto da il Leone, E Brandimarte, che è fior di prodezza, Il re Adrïano e il franco Chiarïone: Ciascun quella gran gente più disprezza. Angelica se pose ad un balcone, Perché Orlando vedesse sua bellezza; E cinque cavallier con l'asta in mano Già son dal monte giù callati al piano.
Quel re feroce a traverso li guarda: Quasi contra a sì pochi andar se sdegna; Par che tutta la faccia a foco li arda, Tanto ha l'anima altiera de ira pregna. Voltasi alquanto a sua gente codarda, In cui bontade né virtù non regna, Né a lor se digna de piegar la faccia, Ma con gran voce comanda e minaccia:
- Non fusse alcun de voi, zentaglia ville, Che si movesse già per darmi aiuto! Se ben venisser mille volte mille Quanti n'ha 'l mondo, e quanti n'ha già auto, Con Ercule e Sanson, Ettor e Achille, Ciascun fia da me preso ed abattuto; E come occisi ho quei cinque gagliardi, Ogni om di voi da me poi ben si guardi.
Ché tutti quanti, gente maledetta, Prima che il sole a sera gionto sia, Vi tagliarò col brando in pezzi e in fetta, E spargerove per la prataria; Perché in eterno mai non se rasetta A nascer de voi stirpe in Tartaria Che faccia tal vergogna al suo paese, Come voi fate nel campo palese. -
Quel populaccio tremando se crola Come una legier foglia al fresco vento, Né se avrebbe sentito una parola, Tanto ciascuno avea de il re spavento. Trasse Agricane sua persona sola Fuor della schiera, e con molto ardimento Pone alla bocca il corno e suona forte: Ribomba il suono e carne e sangue e morte.
Orlando, che ben scorge in ogni banda Del re Agricane il smisurato ardire, A Iesù Cristo per grazia dimanda Che lo possa a sua fede convertire. Fassi la croce e a Dio si racomanda, E poi che vede il Tartaro venire, Ver lui se mosse con molto ardimento: Il corso de il destrier par foco e vento.
Se forse insieme mai scontrâr due troni, Da levante a ponente, al cel diverso, Così proprio se urtarno quei baroni; L'uno e l'altro a le croppe andò riverso. Poi che ebber fraccassato e lor tronconi Con tal ruina ed impeto perverso, Che qualunque era d'intorno a vedere, Pensò che il cel dovesse giù cadere.
Del suo Dio se ricorda ogni om di loro, Ciascuno aiuto al gran bisogno chiede. Fu per cadere a terra Brigliadoro: A gran fatica il conte il tiene in piede. Ma il bon Baiardo corre a tal lavoro, Che la polver de lui sola se vede; Nel fin del corso se voltò de un salto, Verso de Orlando, sette piedi ad alto.
Era ancor già rivolto il franco conte Contra al nemico, con la mente altiera; La spada ha in mano che fu del re Almonte. Così tratto Agricane avea Tranchera; E se trovarno due guerreri a fronte, E di cotali al mondo pochi ne era; E ben mostrarno il giorno, alla gran prova, Che raro in terra un par de lor se trova.
Non è chi de essi pieghi o mai se torza, Ma colpi adoppia sempre, che non resta; E come lo arboscel se sfronde e scorza Per la grandine spessa che il tempesta, Così quei duo baron con viva forza L'arme han tagliate, fuor che della testa; Rotti hanno e scudi e spezzati i lamieri, Né l'un né l'altro ha in capo più cimieri.
Pensò finir la guerra a un colpo Orlando, Perché ormai gli incresceva il lungo gioco, Ed a due man su l'elmo menò il brando; Quel tornò verso il cel gettando foco. Il re Agrican fra' denti ragionando, A lui diceva: "Se me aspetti un poco, Io ti farò la prova manifesta Chi de noi porta megliore elmo in testa."
Così dicendo un gran colpo disserra Ad ambe mano, ed ebbe opinïone Mandare Orlando in due parte per terra, Ché fender se 'l credea fin su lo arcione. Ma il brando a quel duro elmo non s'afferra, Ché anco egli era opra de incantazïone. Fiello Albrizac, il falso negromante, E diello in dono al figlio de Agolante;
Questo lo perse, quando a quella fonte Lo occise Orlando in braccio a Carlo Mano. Or non più zanze: ritornamo al conte, Che ricevuto ha quel colpo villano. Da le piante sudava insin la fronte, E di far sua vendetta è ben certano; A poco a poco l'ira più se ingrossa, A due man mena con tutta sua possa.
Da lato a l'elmo gionse il brando crudo, E giù discese della spalla stanca; Più de un gran terzo li tagliò del scudo, E l'arme e' panni, insin la carne bianca, Sì che mostrar li fece 'l fianco nudo; Calla giù il colpo, e discese ne l'anca, E carne e pelle aponto li risparma, Ma taglia il sbergo, e tutto lo disarma.
Quando quel colpo sente il re Agricane, Dice a se stesso: "E' mi convien spaciare. S'io non me affretto di menar le mane, A questa sera non credo arivare; Ma sue prodezze tutte seran vane, Ch'io il voglio adesso allo inferno mandare; E non è maglia e piastra tanto grossa, Che a questo colpo contrastar mi possa."
Con tal parole a la sinestra spalla Mena Tranchera, il suo brando affilato; La gran percossa al forte scudo calla, E più de mezo lo gettò su il prato. Gionse nel fianco il brando che non falla, E tutto il sbergo ha de il gallon tagliato; Manda per terra a un tratto piastre e maglia, Ma carne o pelle a quel ponto non taglia.
Stanno a veder quei quattro cavallieri Che venner con Orlando in compagnia, E mirando la zuffa e i colpi fieri, E tutti insieme e ciascadun dicia Che il mondo non avia duo tal guerreri Di cotal forza e tanta vigoria. Gli altri pagan, che guardan la tenzone, Dicean: - Non ce è vantaggio, per Macone! -
Ciascun le botte de' baron misura, Ché ben iudica e colpi a cui non dole; Ma quei duo cavallier senza paura Facean de' fatti, e non dicean parole. E già durata è la battaglia dura A l'ora sesta da il levar del sole, Né alcun di loro ancor si mostra stanco, Ma ciascun di loro è più che pria franco.
Sì come alla fucina in Mongibello Fabrica troni il demonio Vulcano, Folgore e foco batte col martello, L'un colpo segue a l'altro a mano a mano; Cotal se odiva l'infernal flagello Di quei duo brandi con romore altano, Che sempre han seco fiamme con tempesta; L'un ferir suona a l'altro, e ancor non resta.
Orlando gli menò d'un gran riverso Ad ambe man, di sotto alla corona, E fu il colpo tanto aspro e sì diverso, Che tutto il capo ne l'elmo gli intona. Avea Agricane ogni suo senso perso; Sopra il col di Baiardo se abandona, E sbigotito se attaccò allo arcione: L'elmo il campò, che fece Salamone.
Via ne lo porta il destrier valoroso; Ma in poco de ora quel re se risente, E torna verso Orlando, furïoso Per vendicarse a guisa di serpente. Mena a traverso il brando roïnoso, E gionse il colpo ne l'elmo lucente: Quanto puote ferire ad ambe braccia, Proprio il percosse a mezo della faccia.
Il conte riversato adietro inchina, Ché dileguate son tutte sue posse; Tanto fo il colpo pien di gran roina, Che su la groppa la testa percosse; Non sa se egli è da sera, o da matina, E benché alora il sole e il giorno fosse, Pur a lui parve di veder le stelle, E il mondo lucigar tutto a fiammelle.
Or ben li monta lo estremo furore: Gli occhi riversa e strenge Durindana. Ma nel campo se leva un gran romore, E suona nella rocca la campana. Il crido è grande, e mai non fo maggiore: Gente infinita ariva in su la piana Con bandiere alte e con pennoni adorni, Suonando trombe e gran tamburi e corni.
Questa è la gente de il re Galafrone, Che son tre schiere, ciascuna più grossa. Per quella rocca, che è di sua ragione, Vien con gran furia ad averla riscossa; Ed ha mandato in ogni regïone, E meza la India ha ne l'arme commossa; E chi vien per tesor, chi per paura, Perché è potente e ricco oltra a misura.
Dal mar de l'oro, ove l'India confina, Vengon le gente armate tutte quante. La prima schiera con molta roina Mena Archiloro il Negro, che è gigante; La seconda conduce una regina, Che non ha cavallier tutto il levante Che la contrasti sopra della sella, Tanto è gagliarda, e ancor non è men bella.
Marfisa la donzella è nominata, Questa ch'io dico; e fo cotanto fiera, Che ben cinque anni sempre stette armata Da il sol nascente al tramontar di sera, Perché al suo dio Macon se era avotata Con sacramento, la persona altiera, Mai non spogliarse sbergo, piastre e maglia, Sin che tre re non prenda per battaglia.
Ed eran questi il re de Sericana, Dico Gradasso, che ha tanta possanza, Ed Agricane, il sir de Tramontana, E Carlo Mano, imperator di Franza. La istoria nostra poco adietro spiana Di lei la forza estrema e la arroganza, Sì che al presente più non ne ragiono, E torno a quei che gionti al campo sono.
Con romor sì diverso e tante crida Passato han Drada, la grossa riviera, Che par che il cel profondi e se divida. Dietro alle due venìa l'ultima schiera; Re Galifrone la governa e guida Sotto alle insegne di real bandiera, Che tutta è nera, e dentro ha un drago d'oro. Or lui vi lascio, e dico de Archiloro,
Che fo gigante di molta grandezza, Né alcuna cosa mai volse adorare, Ma biastema Macone e Dio disprezza, E a l'uno e l'altro ha sempre a minacciare. Questo Archiloro con molta fierezza Primeramente il campo ebbe assaltare; Come un demonio uscito dello inferno Fa de' nemici strazio e mal governo.
Portava il Negro un gran martello in mano, (Ancude non fu mai di tanto peso), Spesso lo mena, e non percote in vano: Ad ogni colpo un Tartaro ha disteso. Contra di lui è mosso il franco Uldano E Poliferno, di furore acceso, Con due tal schiere, che il campo ne è pieno; Ciascuna è cento millia, o poco meno.
E quei duo re, non già per un camino, Ché l'un de l'altro alora non se accorse, Ferirno al Negro nel sbergo acciarino, E quel si stette di cadere in forse, E fu per traboccar disteso e chino; Ma quel ferir contrario lo soccorse, Ché Poliferno già l'avea piegato, Quando il percosse Uldano a l'altro lato.
Sopra alle lancie il Negro se suspese, Ma già per questo di colpir non resta; Però che il gran martello a due man prese, E ferì il Poliferno nella testa, E tramortito per terra il distese. Poi volta l'altro colpo con tempesta, E nel guanciale agionse il forte Uldano, Sì che de arcione il fie' cadere al piano.
Quei re distesi rimasero al campo. Passa Archiloro e mostra gran prodezza; Come un drago infiammato adduce vampo, Ed elmi, scudi, maglie e piastre spezza, Né a lui si trova alcun riparo o scampo: Tutta la gente occide con fierezza; Fugge ciascuno e non lo può soffrire. Vede Agricane sua gente fuggire,
E volto a Orlando con dolce favella Disse: - Deh! cavalliero, in cortesia, Se mai nel mondo amasti damisella, O se alcuna forse ami tuttavia, Io te scongiuro per sua faccia bella, (Così la ponga amore in tua balìa!): Nostra battaglia lascia nel presente, Perch'io doni soccorso alla mia gente.
E benché te più oltra non cognosca Se non per cavallier alto e soprano, Da or ti dono il gran regno di Mosca, Sino al mar di Rossia, che è l'Oceano. Il suo re è nello inferno a l'aria fosca: Tu ve il mandasti iersira con tua mano; Radamanto fo quel, di tanta altura, Che col brando partisti alla cintura.
Liberamente il suo regno ti dono, Né credo meglio poterlo alogare, Ché non ha il mondo cavallier sì bono, Qual di bontate ti possa avanzare: Ed io prometto e giuro in abandono Che un'altra volta me voglio provare Teco nel campo, per far certo e chiaro Qual cavalliero al mondo non ha paro.
Più che omo me stimava alora quando Provata non avea la tua possanza; Né mi credetti aver diffesa al brando, Né altro contrasto al colpo de mia lanza; Ed odendo talor parlar de Orlando, Che sta in Ponente nel regno di Franza, Ogni sue forze curavo io nïente, Me sopra ogni altro stimando potente.
Questa battaglia e lo assalto sì fiero Che è tra noi stato, e l'aspere percosse Me hanno cangiato alquanto nel pensiero, E vedo ch'io sono om di carne e d'osse. Ma domatina sopra de il sentiero Farem la ultima prova a nostre posse; E tu in quel ponto o ver la mia persona Serà del mondo il fiore e la corona.
Ma or ti prego che per questa fiata Andar me lascia, cavallier, sicuro; Se alcuna cosa hai mai nel mondo amata, Per quella sol te prego e te scongiuro. Vedi mia gente tutta sbaratata Da quel gigante smisurato e scuro, E s'io li dono, per tuo merto, aiuto, Serò in eterno a te sempre tenuto. -
A benché il conte assai fosse adirato Pel colpo recevuto a gran martìre, E volentier se avesse vendicato, Alla dimanda non seppe disdire, Perché uno omo gentil e inamorato Non puote a cortesia giamai fallire. Così lo lasciò Orlando alla bona ora, Ed aiutarlo se proferse ancora.
Esso, che aiuto non cura nïente, Come colui che avea molta arroganza, Volta Baiardo ch'è tanto potente, Ed a un suo cavallier tolse una lanza. Quando tornare il vide la sua gente, Ciascun riprese core e gran baldanza; Levasi il crido e risuona la riva: Tutta la gente torna, che fuggiva.
Il re Agricane alla corona d'oro Ogni sua schiera di novo rasetta; Lui davanti se pone a tutti loro Sopra a Baiardo, che sembra saetta, E forïoso vòlto ad Archiloro; Fermo il gigante in su duo piè lo aspetta Col scudo in braccio e col martello in mano, Carco a cervelle e rosso a sangue umano.
Il scudo di quel negro un palmo è grosso, Tutto di nerbo è di elefante ordito. Sopra di quello Agrican l'ha percosso, Ed oltra il passa col ferro polito; Per questo non è lui de loco mosso. Per quel gran colpo non se piega un dito, E mena del martello a l'asta bassa: Giongela a mezo e tutta la fraccassa.
Quel re gagliardo poco o nulla il stima, Benché veggia sua forza smisurata, Né fo sua lancia fraccassata in prima, Che egli ebbe in mano la spada affilata, E col destrier che di bontade è cima, Intorno lo combatte tutta fiata; Or dalle spalle, or fronte, mai non tarda, Spesso lo assale, e ben de lui se guarda.
Sopra a duo piedi sta fermo il gigante, Come una torre a cima de castello; Mai non ha mosso ove pose le piante, E solo adopra il braccio da il martello. Or gli è lo re di drieto, ora davante, Sopra a quel bon destrier, che assembra uccello; Mena Archiloro ogni suo colpo in fallo, Tanto è legiero e destro quel cavallo.
Stava a vedere e l'una e l'altra gente, Dico quei de India e quei di Tartaria, Sì come a lor non toccasse nïente, Ma sol fosse da duo la pugna ria. Così sta ciascadun queto e pon mente, Lodando ogniuno il suo di vigoria: Mentre che ciascun guarda e parla e cianza, Mena Archiloro un colpo di possanza.
Gettato ha il scudo, e il colpo a due man mena, Ma non gionse Agrican, ché l'avria morto; Tutto il martello ascose ne l'arena. Ora il gigante è ben gionto a mal porto: Callate non avea le braccie apena, Che il re, qual stava in su lo aviso scorto, Con tal roina il brando su vi mise, Che ambe le mane a quel colpo divise.
Restâr le mane al gran martello agionte, Sì come prima a quello eran gremite; Fu po' lui morto di taglio e di ponte, Ché ben date li fôr mille ferite; E parve a ciascun vendicar sue onte, Perché egli uccise il dì gente infinite. Agricane il lasciò, quel segnor forte, Non se dignando lui darli la morte.
Sì che fo occiso da gente villane, Come io ve ho detto, e ogniom fésseli adosso. Poi che l'ebbe lasciato, il re Agricane Urta Baiardo tra quel popol grosso, E pone in rotta le gente indïane, Con tal ruina che contar nol posso. Quel re li taglia e sprezali con scherno, E già son gionti Uldano e Poliferno.
Questi duo re gran pezzo sterno al prato Sì come morti e fuor di sentimento, Ché ciascuno il martello avea provato, Come io ve dissi, con grave tormento. Or era l'uno e l'altro ritornato, E sopra all'Indïan, con ardimento, De il colpo ricevuto fan vendetta, E chi più può, col brando e Nigri affetta.
Non fanno essi riparo, ad altra guisa Che se diffenda da il fuoco la paglia; Agrican lor guardava con gran risa, Ché non degna seguir quella canaglia. Or sappiati che la dama Marfisa Ben da due leghe è longi alla battaglia; Alla ripa del fiume sopra a l'erba Dormia ne l'ombra la dama superba.
Tanto il core arrogante ha quell'altiera, Che non volse adoprar la sua persona Contra ad alcuno, per nulla mainera, Se quel non porta in capo la corona; E per questo ne è gita alla rivera, E sotto un pin dormendo se abandona; Ma prima, nel smontar che fie' di sella, Queste parole disse a una donzella,
(Era questa di lei sua cameriera): Disse Marfisa: - Intendi il mio sermone: Quando vedrai fuggir la nostra schiera, E morto o preso lo re Galafrone, E che atterrata fia la sua bandiera, Alor me desta e mename il ronzone; Nanzi a quel ponto non mi far parola, Ché a vincer basta mia persona sola. -
Dopo questo parlare il viso bello Colcasi al prato, e indosso ha l'armatura; E come fosse dentro ad un castello, Così dormiva alla ripa sicura. Ora torniamo a dire il gran zambello De li Indïani, che di alta paura Vanno a roina, senza alcun riguardo, Sino alla schiera de il real stendardo.
Re Galafrone ha la schiuma alla bocca, Poi che sua gente sì vede fuggire; Ben come disperato il caval tocca, E vôl quel giorno vincere, o perire. La figlia sua, che stava nella rocca, Lo vide a quel gran rischio di morire, E temendo de ciò, come è dovuto, Al conte Orlando manda per aiuto.
Manda a pregarlo che senza tardanza Gli piaccia aiuto al suo patre donare; E se mai de lui debbe aver speranza, Voglia quel giorno sua virtù mostrare; E che debbia tenire in ricordanza Che dalla rocca lo puotria guardare; Sì che se adopri, se de amore ha brama, Poiché al iudicio sta della sua dama.
Lo inamorato conte non si posa, E trasse Durindana con furore, E fie' battaglia dura e tenebrosa, Come io vi conterò tutto il tenore. Ma al presente io lascio qui la cosa, Per tornare a Ranaldo di valore, Qual, come io dissi, dentro un bel verziero Vide giacersi al fonte un cavalliero.
Piangea quel cavallier sì duramente, Che avria fatto un dragon di sé pietoso; Né di Ranaldo si accorgea nïente, Perché avea basso il viso lacrimoso. Stava il principe quieto, e ponea mente Ciò che facesse il baron doloroso; E ben che intenda che colui se dole, Scorger non puote sue basse parole.
Unde esso dismontava dello arcione, E con parlar cortese il salutava; E poi li adimandava la cagione Perché così piangendo lamentava. Alciò la faccia il misero barone: Tacendo, un pezzo Ranaldo guardava, Poi disse: - Cavallier, mia trista sorte Me induce a prender voluntaria morte.
Ma per Dio vero e per mia fè ti giuro, Che non è ciò quel che mi fa dolere; Anzi alla morte ne vado sicuro, Come io gissi a pigliare un gran piacere; Ma solo ene al mio cor doglioso e duro Quel che morendo mi convien vedere; Però che un cavallier prodo e cortese Morirà meco, e non vi avrà diffese. -
Dicea Ranaldo: - Io te prego, per Dio, Che me raconti il fatto come è andato, Poi de saperlo m'hai posto in disio, Veggendo il tuo languir sì sterminato. - Alciò la fronte con sembiante pio Quel cavallier che giacea sopra il prato, E poi rispose con doglioso pianto, Come io vi conterò ne l'altro canto.
Canto decimosettimo
Io vi promisi contar la risposta, Ne l'altro canto, di quel cavalliero Che avea l'alma a sospirar disposta, Quando Ranaldo lo trovò al verziero, Presso alla fonte di fronde nascosta; Ora ascoltati il fatto bene intiero. Quel cavallier in voce lacrimose Con tal parole a Ranaldo rispose:
- Vinte giornate de quindi vicina Sta una gran terra de alta nobiltade, Che già de l'Orïente fo regina; Babilonia se appella la citade. Avia una dama nomata Tisbina, Che in lo universo, in tutte le contrade, Quanto il sol scalda e quanto cinge il mare, Cosa più bella non se può mirare.
Nel dolce tempo di mia età fiorita Fu'io di quella dama possessore, E fu la voglia mia sì seco unita, Che nel suo petto ascoso era il mio core. Ad altri la concessi alla finita: Pensa se a questo fare ebbi dolore! Lasciar tal cosa è dôl maggiore assai Che desïarla e non averla mai.
Come una parte de l'anima mia Da il cor mi fosse per forza divisa, Fuor di me stesso vivendo moria, Pensa tu con qual modo ed a qual guisa! Due volte tornò il sole alla sua via Per vinte e quattro lune, alla recisa, Ed io, sempre piangendo, andai mischino Cercando il mondo come peregrino.
Il lungo tempo e le fatiche assai Ch'io sosteneva al diverso paese, Pur me alentarno gli amorosi guai De che ebbi l'osse e le medolle accese; E poi Prasildo, a cui quella lasciai, Fo un cavallier sì prodo e sì cortese, Che ancor me giova avermi per lui privo, E sempre giovarà, se sempre vivo.
Or, seguendo la istoria, io me ne andava Cercando il mondo, come disperato, E, come volse la fortuna prava, Nel paese de Orgagna io fu' arivato. Una dama quel regno governava, Ché il suo re Poliferno era asembrato Con Agricane insieme, a far tenzone Per una figlia de il re Galafrone.
La dama che quel regno aveva in mano, Sapea de inganni e frode ogni mistiero; Con falsa vista e con parlare umano Dava recetto ad ogni forastiero. Poi che era gionto, se adoprava in vano Indi partirse, e non vi era pensiero Che mai bastasse di poter fuggire, Ma crudelmente convenia morire.
Però che la malvaggia Falerina (Ché cotal nome ha quella incantatrice Che ora de Orgagna se appella regina) Avea un giardino nobile e felice; Fossa nol cinge, né sepe di spina, Ma un sasso vivo intorno fa pendice, E sì lo chiude de una centa sola, Che entro passar non puote chi non vola.
Aperto è il sasso verso il sol nascente, Dove è una porta troppo alta e soprana; Sopra alla soglia sta sempre un serpente, Che di sangue se pasce e carne umana. A questo date son tutte le gente Che sono prese in quella terra strana: Quanti ne gionge, prende ciascuna ora, E là li manda; e il drago li divora.
Or, come io dissi, in quella regïone Fui preso a inganno, e posto a la catena; Ben quattro mesi stetti in la pregione, Che era de cavallieri e dame piena. Io non ti dico la compassïone Che era a vederci tutti in tanta pena; Duo ne eran dati al drago in ogni giorno, Come la sorte se voltava intorno.
Il nome de ciascuno era signato Insieme de una dama e cavalliero; E così ne era a divorar mandato Quel par che alla pregione era primiero. Or, stando in questa forma impregionato, Né avendo de campare alcun pensiero, La ria fortuna che me avia battuto, Per farmi peggio ancor, mi porse aiuto.
Perché Prasildo, quel baron cortese Per cui dolente abandonai Tisbina E Babilonia, il mio dolce paese, Ebbe a sentir de mia sorte meschina. Io non sapria già dir come lo intese; Ma giorno e notte lui sempre camina, E, con molto tesoro, iscognosciuto Fu ne' confini de Orgagna venuto.
Ivi se pose quel baron soprano Per il mio scampo molto a praticare, E proferse grande oro al guardïano, Se di nascosto me lasciava andare; Ma poi che egli ebbe ciò tentato in vano, Né a prieghi o prezo lo pote piegare, Ottenne per danari o per bel dire Che, per camparmi, lui possa morire.
Così fui tratto della pregion forte, E lui fo incatenato al loco mio. Per darmi vita, lui vôl prender morte: Vedi quanto è il baron cortese e pio! Ed oggi è il giorno della trista sorte, Che lui serà condotto al loco rio Dove il serpente e miseri divora; Ed io quivi lo aspetto ad ora ad ora.
E bench'io sappia e cognosca per certo Che bastante non sono a darli aiuto, Voglio mostrare a tutto il mondo aperto Quanto a quel cor gentile io sia tenuto A render guidardon di cotal merto; Però che, come quivi fia venuto, Con quei che il menan prenderò battaglia, Benché sian mille e più quella canaglia.
E quando io sia da quella gente occiso, Serami quel morir tanto iocondo Ch'io ne andarò di volo in paradiso, Per starmi con Prasildo a l'altro mondo. Ma quando io penso che serà diviso Lui da quel drago, tutto mi confondo, Poi ch'io non posso, ancor col mio morire, Tuorli la pena di tanto martìre. -
Così dicendo, il viso lacrimoso Quel cavalliero alla terra abassava. Ranaldo, odendo il fatto sì pietoso, Con lui teneramente lacrimava, E con parlar cortese ed animoso, Proferendo se stesso, il confortava, Dicendo a lui: - Baron, non dubitare, Che il tuo compagno ancor puotrà campare.
Se dua cotanta fosse la sbiraglia Che qua lo conduranno, io non ne curo; Manco gli stimo che un fascio di paglia, E per la fè di cavallier te giuro Ch'io te li scoterò con tal travaglia, Che alcun di lor non si terrà securo De aver fuggita da mia man la morte, Sin che sia gionto de Orgagna alle porte. -
Guardando il cavalliero e sospirando, Disse: - Deh vanne a la tua via, barone! Ché qua non se ritrova il conte Orlando, Né il suo cognato, che è figlio de Amone. Noi altri facciamo assai alora quando Tenemo campo ad un sol campïone; Niuno è più de uno omo, e sia chi il vuole: Lascia pur dir, ché tutte son parole.
Pàrtite in cortesia, ché già non voglio Che tu per mia cagion sia quivi gionto; Parte non hai di quel grave cordoglio Che me induce a morir, come io t'ho conto; Ed io non posso mo, sì come io soglio, Renderti grazia, a questo estremo ponto, Del tuo bon core e de la tua proferta: Dio te la renda, ed a chiunque il merta. -
Disse Ranaldo: - Orlando non son io, Ma pure io farò quel che aggio proferto; Né per gloria lo faccio o per desio D'aver da te né guidardon né merto; Ma sol perché io cognosco, al parer mio, Che un par de amici al mondo tanto certo Né ora se trova, né mai se è trovato: S'io fossi il terzo, io me terria beato.
Tu concedesti a lui la donna amata, E sei del tuo diletto al tutto privo; Egli ha per te sua vita impregionata, Or tu sei senza lui di viver schivo. Vostra amistate non fia mai lasciata, Ma sempre serò vosco, e morto e vivo; E se pur oggi aveti ambo a morire, Voglio esser morto per vosco venire. -
Mentre che ragionarno in tal maniera, Una gran gente viddero apparire, Che portano davanti una bandiera, E due persone menano a morire. Chi senza usbergo, chi senza gambiera, Chi senza maglia si vedea venire, Tutti ribaldi e gente da taverna; E peggio in ponto è quel che li governa.
Era colui chiamato Rubicone, Che avia ogni gamba più d'un trave grossa; Seicento libre pesa quel poltrone, Superbo, bestïale e di gran possa; Nera la barba avea come un carbone Ed a traverso al naso una percossa; Gli occhi avia rossi, e vedea sol con uno: Mai sol nascente nol trovò digiuno.
Costui menava una donzella avante, Incatenata sopra un palafreno, E un cavallier cortese nel sembiante, Legato come lei, né più né meno. Guarda Ranaldo al palafreno amblante, E ben cognobbe quel baron sereno Che la meschina è quella damisella Che gli contò de Iroldo la novella;
Poi li fo tolta ne la selva ombrosa Da quel centauro contrafatto e strano. Lui più non guarda, e senza alcuna posa De un salto si gettò su Rabicano. Diciamo della gente dolorosa, Che erano più de mille in su quel piano: Come Ranaldo viddero apparire, Per la più parte se derno al fuggire.
Già l'altro cavalliero era in arcione, Ed avia tratta la spada forbita; Ma il principe se driccia a Rubicone, Ché tutta l'altra gente era smarita E lui faceva sol deffensïone. Questa battaglia fo presto finita, Perché Ranaldo de un colpo diverso Tutto il tagliò per mezo del traverso.
E dà tra li altri con molta tempesta, Benché de occider la gente non cura, E spesso spesso de ferir se arresta, Ed ha diletto de la lor paura; Ma pur a quattro gettò via la testa, Duo ne partite insino alla cintura; Lui ridendo e da scherzo combattia, Tagliando gambe e braccie tuttavia.
Così restarno al campo e due pregioni, Ciascun legato sopra il suo destriero, Poi che fuggiti fôrno quei bricconi, Che de condurli a morte avian pensiero. Su il prato, tra bandiere e gonfaloni E targhe e lancie, è Rubicone altiero, Feso per mezo e tagliato le braccia: Ranaldo gli altri tutta fiata caccia.
Ma Iroldo, il cavallier ch'io vi contai Che stava alla fontana a lamentare, Poi che anco egli ebbe de lor morti assai, Corse quei duo pregioni a dislegare. Più non fu lieto alla sua vita mai; Prasildo abraccia, e non puotea parlare, Ma, come in gran letizia far si suole, Lacrime dava in cambio di parole.
Il principe era longe da due miglia, Sempre cacciando il popol spaventato, Quando quei duo baron con meraviglia Guardano a Rubicon, che era tagliato Per il traverso, alla terra vermiglia. Essi mirando il colpo smisurato, Dicean che non era omo, anzi era Dio, Che sì gran busto col brando partio.
Callava già Ranaldo giù del monte, Avendo fatta gran destruzïone; Ciascun de' due baron con le man gionte Come idio l'adorarno ingenocchione, E a lui devotamente, in voce pronte, Diceano: - O re del celo, o Dio Macone, Che per pietate in terra sei venuto In tanta nostra pena a darci aiuto!
Per cagion nostra giù del cel lucente Or sei disceso a mostrarci la faccia; Tu sei lo aiuto de l'umana gente Né mai salvarli il tuo volto si saccia; Fa ciascadun di noi recognoscente, Dapoi che ce hai donata cotal graccia, Sì che per merto al fin se troviam degni Di star con teco nelli eterni regni. -
Ranaldo se turbò nel primo aspetto, Veggendosi adorare in veritate; Ma, ascoltandoli poi, prese diletto Del paccio aviso e gran simplicitate De questi, che il chiamavan Macometto, E a lor rispose con umilitate: - Questa falsa credenza via togliete, Ch'io son di terra, sì come voi sete.
Tutto è di fango il corpo e questa scorza: L'anima non, che fo da Cristo espressa; Né ve maravigliati di mia forza, Ché esso per sua pietà me l'ha concessa. Lui la virtute accende, e lui la smorza, E quella fede, che il mio cor confessa, Quando si crede drittamente e pura, De ogni spavento l'animo assicura. -
Con più parole poi li racontava Sì come egli era il sir de Montealbano; E tutta nostra fede predicava, E perché Cristo prese corpo umano; Ed in conclusïon tanto operava, Che l'uno e l'altro se fie' cristïano, Dico Iroldo e Prasildo, per suo amore, Macon lasciando ed ogni falso errore.
Poi tutti tre parlarno alla donzella, A lei mostrando diverse ragione Che pigliar debba la fede novella, La falsità mostrando di Macone. Essa era saggia sì come era bella, Però, contrita e con devozïone, Coi cavallieri insieme, a la fontana Fo per Ranaldo fatta cristïana.
Esso da poi con bel parlare espose Che egli intendeva de andare al giardino, Qual fatto ha tante gente dolorose, E con lor se consiglia del camino. Ma la donzella subito rispose: - Da tal pensier te guarda Dio divino! Non potresti acquistare altro che morte, Tanto è lo incanto a meraviglia forte.
Io aggio un libro, dove sta depinto Tutto il giardino a ponto, con misura; Ma nel presente solo avrò distinto Della sua entrata la strana ventura; Però che quello è de ogni parte cinto De un'alta pietra, tanto forte e dura, Che mille mastri a botta de picone Non ne puotrian spezzar quanto un bottone.
Dove il sol nasce, a mezo un torrïone Evi una porta de marmo polito; Sopra alla soglia sta sempre il dragone, Qual, da che nacque, mai non ha dormito, Ma fa la guarda per ogni stagione; E quando fosse alcun d'entrare ardito, Convien con esso prima battagliare: Ma poi che è vinto, assai li è più che fare;
Ché incontinente la porta se serra, Né mai per quella si può far ritorno, E cominciar conviensi un'altra guerra, Perché una porta se apre a mezo giorno; Ad essa in guardia n'esce della terra Un bove ardito, ed ha di ferro un corno, L'altro di foco: e ciascun tanto acuto, Che non vi giova sbergo, piastre o scuto.
Quando pur fosse questa fiera morta, Che serìa gran ventura veramente, Come la prima, è chiusa quella porta, E l'altra se apre verso lo occidente, Ed ha diffesa niente a la sua scorta: Uno asinel, che ha la coda tagliente Come una spada, e poi l'orecchie piega Come li piace, e ciascuno omo lega.
E la sua pelle è di piastre coperta, E sembra d'oro, e non si può tagliare; Sin che egli è vivo, sta sua porta aperta: Come egli è morto, mai più non appare. Ma poi la quarta, come il libro acerta, Subito s'apre, e là conviensi andare; Questa risponde proprio a tramontana, Dove non giova ardire o forza umana.
Ché sopra a quella sta un gigante fiero, Qual la difende con la spada in mano; E se egli è occiso de alcun cavalliero, Della sua morte duo ne nasce al piano. Duo ne nasce alla morte del primiero, Ma quattro del secondo a mano a mano, Otto del terzo, e sedici del quarto Nascono armati del lor sangue sparto.
E così crescerebbe in infinito Il numero di lor, senza menzogna; Sì che lascia, per Dio! questo partito, Che è pien d'oltraggio, danno e di vergogna. Il fatto proprio sta come hai sentito, Sì che farli pensier non ti bisogna. Molti altri cavallier lì sono andati: Tutti son morti, e mai non son tornati.