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Orlando innamorato

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Tra loro il primo assalto era finito, Ed era l'uno e l'altro retirato; Un messagier nel viso sbigotito Nel campo ariva ed è molto affannato. Dove era Sacripante esso ne è gito, E stando a lui davanti ingenocchiato, Piangendo disse con grave sconforto: - Male novelle del tuo regno porto.

Re Mandricardo, che fu de Agricane Primo figliol e del suo regno erede, Ha radunato le gente lontane E nella Circassia già posto ha il piede, E morto ha il tuo fratel con le sue mane. Te solamente el tuo regno richiede; Come ti veda nel campo scoperto Re Mandricardo, fuggirà di certo.

Perché venne novella in quel paese Della tua morte, e gran malenconia. Quel re malvaso, come questo intese, Passò nel regno con molta zenia; Al fiume di Lovasi il ponte prese, Ed arse la cità di Samachia; Quivi Olibandro, il tuo franco germano, Come io t'ho detto, occise di sua mano.

Poi tutto il regno come una facella Mena a roina e mette a foco ardente; E tu combatti per una donzella, Né te muove pietà della tua gente, Che sol te aspetta e sol di te favella, E de altro aiuto non spera nïente. La tua patria gentil per tutto fuma, Il fer la strazia e il foco la consuma. -

Cangiosse il re gagliardo al viso altiero, E lacrimava di dolore e de ira, E rivoltava in più parte il pensiero; Sdegno ed amore il petto gli martira. L'uno a vendetta il muove de legiero, L'altro a diffesa di sua dama il tira; Al fin, voltando il core ad ogni guisa, Ripone il brando e va nanti a Marfisa.

A lei raconta la cosa dolente Che questo messagier gli ha riportata, E la destruzïon della sua gente, Contra a ragione a tal modo menata; Onde la prega ben piatosamente, Quanto giamai potesse esser pregata, Con dolce parolette e bel sermone, Che indi se parta e lasci quel girone.

Marfisa li comincia a proferire Tutta sua gente e la propria persona; Ma de volerse quindi dipartire Non vôl ch'altri, né lui mai ne ragiona: Sin che non veda Angelica perire, Quella impresa giamai non abandona. Adunque mal d'acordo più che prima, Ciascun de l'ira più salisce in cima.

E cominciarno assalto orrendo e fiero Più che mai fosse stato ancor quel giorno. Re Sacripante ha quel presto destriero, A modo usato le volava intorno, E ben comprende lui che di legiero Potrebbe aver di tal zuffa gran scorno; Ché, se molta ventura non l'aita, Ad un sol colpo è sua guerra finita.

Ma de straccarla al tutto se destina O ver morir per sua mala ventura, E ferisce la dama a gran roina; Ma non se attacca il brando a l'armatura, E non se move la forte regina, Come colei che tal cosa non cura. E' mena colpi orrendi ad ambe mano, Ma sempre falla e se affatica in vano.

Tanto lunga tra lor fu la battaglia, Che altro tempo bisogna al ricontare. Adesso di saperla non ve incaglia, Ché a loco e a tempo ve saprò tornare; Ma nel presente io torno alla travaglia Del re Agramante, che ha fatto cercare Il monte di Carena a ogni sentiero, E non si trova il paladin Rugiero.

Mulabuferso, che è re di Fizano, Fier di persona e d'ogni cosa esperto, Cercato ha tutto quel gran monte invano, Qua verso il mare e là verso il deserto, Sì che nel fuoco poneria la mano, Che in cotal loco non è lui di certo; Onde a Biserta torna ad Agramante, E con tal dire a lui si pone avante:

- Segnor, per fare il tuo comandamento Cercato ho di Carena il monte altiero; Dopo lunga fatica e grave stento Visto ho l'ultimo dì quel che il primiero. Onde io te acerto e affermo in iuramento, Che là non se ritrova alcun Rugiero; Quel già fu morto a Rissa con gran guai, Né altro credo io che sia più nato mai.

Sì che, piacendo al re di Garamanta, Dove il dimori puote indovinare, Poi che quella arte di saper si vanta; Ma noi ben siam più pacci ad aspettare Questo vecchiardo, che le serpe incanta, Ché già dovremmo aver passato il mare. Lui va cercando quel che non se trova, Perché tua gente a guerra non se mova. -

Re Rodamonte, come l'ebbe odito, A gran fatica lo lasciò finire. Forte ridendo, con sembiante ardito Disse: - Ciò prima ben sapevo io dire, Che quello aveva il nostro re schernito, Volendo questa guerra differire. Mal aggia l'omo che dà tanta fede Al ditto di altri e a quel che non si vede!

Nova maniera al mondo è di mentire, E tanto è già di ciò poca vergogna, Che a misurare il celo han preso ardire Per far più colorita sua menzogna, Annunzïando quel che die' venire. E' conta a ciascadun quel che si sogna, Dicendo che Mercurio e Iove e Marte Qua faran pace, e guerra in quelle parte.

Se egli è alcun dio nel cel, ch'io nol so certo, Là stassi ad alto, e di qua giù non cura: Omo non è che l'abbia visto esperto, Ma la vil gente crede per paura. Io de mia fede vi ragiono aperto Che solo il mio bon brando e l'armatura E la maza ch'io porto, e 'l destrier mio E l'animo ch'io ho, sono il mio dio.

Ma il re di Garamanta, nella cenere Segnando cerchi con verga d'olivo, Dice che quando il sol fia gionto a Venere, Sarà d'ogni malizia il mondo privo; E quando a primavera l'erbe tenere Seran fiorite nel tempo giolivo, Alor non debba il re passare in Franza, Ma stiasi queto e grattasi la panza.

Del mio ardito segnor mi meraviglio, Che queste zanze possa supportare; Ma se questo vecchion nel zuffo piglio, Che qua ce tiene e non ce lascia andare, In Franza il ponerò senza naviglio. Per l'aria lo trarò di là dal mare; Non so che me ritenga, e manca poco Ch'io non vi mostri adesso questo ioco. -

Sorrise alquanto quel vecchio canuto, Poi disse: - Le parole e il viso fiero Che mi dimostra quel giovane arguto, Non mi pôn spaventare a dirvi il vero. Come vedeti, egli ha il viso perduto, Benché mai tutto non l'avesse intiero, Né se cura di Dio, né Dio de lui; Lasciànlo stare e ragionam d'altrui.

Io ve dissi, segnore, e dico ancora, Che sopra la montagna di Carena Quel giovane fatato fa dimora, Che al mondo non ha par di forza e lena; Né so se ve ricorda, io dissi alora Che se avrebbe a trovarlo molta pena, Però che 'l suo maestro è negromante, E ben lo guarda, ed ha nome Atalante.

Questo ha un giardino al monte edificato, Quale ha di vetro tutto intorno il muro, Sopra un sasso tanto alto e rilevato Che senza tema vi può star sicuro. Tutto d'incerco è quel sasso tagliato; Benché sia grande a maraviglia e duro, Da gli spirti de inferno tutto quanto Fu in un sol giorno fatto per incanto.

Né vi si può salir, se nol concede Quel vecchio che là sopra è guardïano. Omo questo giardin giamai non vede, O stiali apresso o passi di lontano. Io so che Rodamonte ciò non crede: Mirati come ride quell'insano! Ma se uno annel ch'io sazo, pôi avere, Questo giardino ancor potrai vedere.

L'annello è fabricato a tal ragione (Come più volte è già fatto la prova) Che ogni opra finta de incantazïone Convien che a sua presenzia se rimova. Questo ha la figlia del re Galafrone, Qual nel presente in India se ritrova, Presso al Cataio, intra un girone adorno, Ed ha l'assedio di Marfisa intorno.

Se questo annello in possanza non hai, Indarno quel giardin se può cercare, Ma sii ben certo non trovarlo mai. Dunque senza Rugier convien passare, E tutti sosterriti estremi guai, Né alcun ritornarà di qua dal mare; Ed io ben vedo come vôl fortuna Che Africa tutta sia coperta a bruna. -

Poi che ebbe il vecchio re così parlato Chinò la faccia lacrimando forte. - Più son - dicea - de gli altri sventurato, Ché cognosco anzi il tempo la mia sorte; Per vera prova di quel che ho contato, Dico che gionta adesso è la mia morte: Come il sol entra in cancro a ponto a ponto, Al fine è il tempo di mia vita gionto.

Prima fia ciò che una ora sia passata; Se comandar volete altro a Macone, A lui riportarò vostra ambasciata. Tenete bene a mente il mio sermone, Ch'io l'aggio detto e dico un'altra fiata: Se andati in Franza senza quel barone Qual ve ho mostrato che è la nostra scorta, Tutta la gente fia sconfitta e morta. -

Non fu più lungo il termine o più corto, Come avea detto quel vecchio scaltrito: Nel tempo che avea detto cadde morto. Il re Agramante ne fu sbigotito, E preseno ciascun molto sconforto; E qualunche di prima era più ardito, Veggendo morto il re nanti al suo piede, Ciò che quel disse, veramente crede.

Ma sol de tutti Rodamonte il fiero Non se ebbe di tal cosa a spaventare, Dicendo: - Anco io, segnor, ben che legiero, Avria saputo questo indovinare; Ché quel vecchio malvaggio e trecolero Più lungamente non puotea campare. Lui, che era de anni e de magagne pieno, Sentia la vita sua che venìa meno.

Or par che egli abbi fatto una gran prova, Poi che egli ha detto che 'l debbe morire. È forse cosa istrana o tanto nova Vedere un vecchio la vita finire? Stative adunque, e non sia chi si mova; Di là dal mare io vo' soletto gire, E provarò se 'l celo ha tal possanza, Che me diveti incoronare in Franza. -

E più parole non disse nïente, Ma quindi se partì senza combiato. In Sarza ne va il re che ha il core ardente, E poco tempo vi fu dimorato, Che alla città de Algier è con sua gente, Per travargare il mar da l'altro lato. Dipoi vi contarò del suo passaggio, E la guerra che 'l fece e il gran dannaggio.

Li altri a Biserta sono al parlamento: Diverse cose se hanno a ragionare. Il re Agramante ha ripreso ardimento, E vole ad ogni modo trapassare. Ciascuno andar con esso è ben contento, Purché Rugier si possi ritrovare; Non si trovando, ogniom vi va dolente: Il re Agramante anco esso a questo assente.

E nel consiglio fa promissïone, Se alcun si trova che sia tanto ardito Che a quella figlia del re Galafrone Vada a levar l'annel che porta in dito, Re lo farà di molte regïone, E ricco di tesor troppo infinito. Tutti han la cosa molto bene intesa, Ma non se vanta alcun di tale impresa.

Il re de Fiessa, che è tutto canuto, Disse: - Segnor, io voglio un poco uscire, E spero che Macon mi doni aiuto: Un mio servente ti vuo' fare odire. - Già lungo tempo non fu ritenuto, E fece un ribaldello entro venire, Che altri sì presto non fu mai di mano; Brunello ha nome quel ladro soprano.

Egli è ben piccioletto di persona, Ma di malicia a meraviglia pieno, E sempre in calmo e per zergo ragiona: Lungo è da cinque palmi, o poco meno, E la sua voce par corno che suona; Nel dire e nel robbare è senza freno. Va sol di notte, e il dì non è veduto, Curti ha i capelli, ed è negro e ricciuto.

Come fu dentro, vidde zoie tante E tante lame d'ôr, come io contai; Ben se augura in suo core esser gigante Per poter via di quel portare assai. Poi che fu gionto al tribunale avante, Disse: - Segnore, io non posserò mai, Sin che con l'arte, inganni, o con ingegno Io non acquisti il promettuto regno.

Lo annello io l'averò ben senza errore, E presto il portaraggio in tua masone; Ma ben ti prego che in cosa maggiore Ti piaccia poi di me far parangone. Tuor la luna dal cel giù mi dà il core, E robbare al demonio il suo forcone, E per sprezar la gente cristïana Robberò il Papa e 'l suon de la campana. -

Il re se meraviglia ne la mente Veggendo un piccolin tanto sicuro; Lui ne va per dormire incontinente, Che poi gli piace de vegiare al scuro. Non se ne avide alcun di quella gente Che molte zoie dispiccò del muro. Ben se lamenta di sua poca lena; Tante ne ha adosso, che le porta apena.

Tutto il consiglio fu da poi lasciato, E fu finito il lungo parlamento; Ciascun nella sua terra è ritornato Per adoprarsi a l'alto guarnimento. Quel re cortese avea tanto donato, Che ciascadun de lui ne va contento; E zoie e vasi d'oro, arme e destrieri Donava, e a tutti cani e sparavieri.

Ogni om zoioso se parte cantando, Coperti a veste de arïento e d'oro. Lasciogli gire e torno al conte Orlando, Lo qual lasciai con pena e con martoro Per la campagna ai piedi caminando, Poiché ha perduto il destrier Brigliadoro. Lamentase di sé quel sire ardito, Poi che si trova a tal modo schernito,

Dicendo: "Quella dama io dispiccai Di tanta pena e della morte ria, E lei poi m'ha condutto in questi guai Ed hamme usato tanta scortesia. Sia maledetto chi se fida mai Per tutto il mondo in femina che sia! Tutte son false a sostenir la prova: Una è leale, e mai non se ritrova."

La bocca se percosse con la mano, Poi che ebbe detto questo, il sire ardito, A sé dicendo: "Cavallier villano, Chi te fa ragionare a tal partito? Eti scordato adunque il viso umano Di quella che d'amor te ha il cor ferito? Ché per lei sola e per la sua bontate L'altre son degne d'esser tutte amate."

Così dicendo vede di lontano Bandiere e lancie dritte con pennoni; Ver lui van quella gente per il piano, Parte sono a destrier, parte pedoni. Davanti a gli altri mena il capitano Duo cavallieri a guisa de prigioni, Di ferro catenati ambe le braccia. Ben presto il conte li cognobbe in faccia;

Perché l'uno è Grifon, l'altro Aquilante, Che son condotti a morte da costoro. Una donzella, poco a quei davante, Era legata sopra a Brigliadoro. Pallida in viso e trista nel sembiante, Condutta è con questi altri al rio martoro: Orrigille è la dama, quella trista. Ben lei cognobbe il conte in prima vista;

Ma nol dimostra, e va tra quella gente, E chiede di tal cosa la cagione. Un che avea la barbuta ruginente E cinto bene al dosso un pancirone, Disse: - Condutti son questi al serpente Il qual divora tutte le persone Che arrivan forastiere in quel paese, Dove fôr questi ed altre gente prese.

Questo è il regno de Orgagna, se nol sai, E sei presso al giardin de Fallerina. Cosa più strana al mondo non fu mai: Fatto l'ha per incanto la regina; E tu securo in queste parte vai? Ma serai preso con molta roina E dato al drago, come gli altri sono, Se presto non te fuggi in abandono. -

Molto fu alegro alora il paladino, Poi che cognobbe in questo ragionare Che egli era pervenuto a quel giardino, Qual convenia per forza conquistare. Ma quel bravel, che ha viso di mastino, Disse: - Ancor, paccio, stai ad aspettare? Come qui t'abbia il capitano scorto, Incontinente serai preso e morto. -

Finito non avea questo sermone, Che 'l capitano, che l'ebbe veduto, Gridò: - Pigliàti presto quel bricone, Che in soa mala ventura è qui venuto. Adrieto il menarete alla pregione, Poi che 'l drago per oggi fia pasciuto De questi tre che or ne vanno alla morte: Domane ad esso toccarà la sorte. -

Ciascun presto pigliarlo se procura: Tutta se mosse la gente villana. Il conte, che de lor poco se cura, Imbracciò il scudo e trasse Durindana. Adosso li venian senza paura, Ché non sapean sua forza sì soprana; Ciascun s'affretta ben d'esservi in prima, Perché aver l'arme del guerrier se stima.

Ma presto fe' cognoscer quel ch'egli era, Come fo gionto con seco alla prova, Tagliando questo e quello in tal maniera, Che dove è un pezzo, l'altro non si trova. Un grande, che portava la bandiera: - Saldo! - diceva - e non sia che si mova. Saldo, brigata! - a gran voce cridava; Ma lui di dietro e ben largo si stava.

Per questo suo cridare alcun non resta, A furia tutti quanti se ne vano; Orlando è sempre in mezo a gran tempesta, E gambe, e teste, e braccie manda al piano. Gionse a quel grande, e dàgli in su la testa Un grave colpo col brando a due mano. Tutto lo fende insino alla cintura: Non domandar se gli altri avean paura.

Il capitano fo il primo a fuggire, Perché degli altri avea meglior ronzone, E fuggendo al compagno prese a dire: - Questo è colui che occise Rubicone, E tutti quanti ce farà morire, Se Dio non ce dà aiuto ed il sperone. Tristo colui che in quel brando s'abatte! Gli omini e l'arme taglia come un latte. -

Fu Rubicone da Ranaldo occiso; Non so, segnor, se più vi ricordati, Che fu a traverso de un colpo diviso, Quando Iroldo e Prasildo fôr campati. Or questo capitano ha preso aviso, Mirando quei gran colpi smisurati, Che quello una altra volta sia tornato; Sempre, fuggendo, pargli averlo a lato.

Ma il conte Orlando non lo seguitava, Poi che sconfitta quella gente vede. - Via! Via, canaglia! - dietro li cridava; E poi tornava, sì come era, a piede Verso e pregioni. Ciascun lacrimava, Né apena esser campato alcun se crede. Ma la donzella, che cognobbe il conte, Morta divenne ed abassò la fronte.

Bella era, come io dissi, oltre misura, Ed a beltate ogni cosa risponde, Sì che ancor la vergogna e la paura La grazia del suo viso non asconde. Veggendo il conte sua bella figura, Dentro nel spirto tutto se confonde; Né iniuria se ramenta né l'inganno, Ma sol gli dôl che lei ne prende affanno.

Or che bisogna dir? Tanto gli piace, Che prima che i nepoti la disciolse; Ma lei, ch'è tutta perfida e fallace, Come sapea ben fare, il tempo colse; Piangendo ingenocchion chiedea la pace. Il conte sostenir questo non volse Che ella più stesse in quel dolente caso, Ma rilevolla e fie' pace de un baso.

In questa forma repacificati, Il conte rimontò nel suo ronzone, Da poi quei duo guerreri ha desligati. La dama sol tenìa gli occhi a Grifone, Ché già se erano insieme inamorati Nel tempo che fôr messi alla prigione; Né mancato era a l'uno o l'altro il foco, Ben che sian stati in separato loco.

E non doveti avere a meraviglia Se, più che 'l conte lei Grifone amava; Però che Orlando avea folte le ciglia, E d'un de gli occhi alquanto stralunava. Grifon la faccia avea bianca e vermiglia, Né pel di barba, o poco ne mostrava; Maggiore è bene Orlando e più robusto, Ma a quella dama non andava al gusto.

Sempre gli occhi a Grifon la dama tiene, E lui guardava lei con molto affetto, Con sembianze piatose e d'amor piene; Con sospir caldi da lei fende il petto; E sì scoperta questa cosa viene, Che Orlando incontinente ebbe sospetto; E, per non vi tenire in più sermoni, Il conte diè licenzia a quei baroni,

Dicendo che quel giorno convenia Condurre a fine un fatto smisurato, Dove non ha bisogno compagnia, Perché fornirlo solo avea giurato. Che bisogna più dir? Lor ne van via; E già non si partîr senza combiato, E da tre volte in sù, senza fallire, Il conte li ricorda il dipartire.

Orlando giù dismonta della sella, Poi che è Grifon partito ed Aquilante, E con la dama sol d'amor favella, Benché fosse mal scorto e sozzo amante. Eccoti alora ariva una donzella Sopra d'un palafren bianco ed amblante. Poi che ebbe l'uno e l'altro salutato, Verso del conte disse: - Ahi sventurato!

Disventurato! - disse - qual destino Te ha mai condutto a sì malvaggia sorte? Non sai tu che de Orgagna è qui il giardino, Né sei due miglia longe dalle porte? Fugge presto, per Dio! fugge, meschino, Ché tu sei tanto presso dalla morte, Quanto sei presso a l'incantato muro; E tu qua zanzi e stai come sicuro! -

Il conte a lei rispose sorridendo: - Voglioti sempre assai ringrazïare, Perché, al dir che me fai, chiaro comprendo Che a te dispiace il mio pericolare; Ma sappi che fuggirme io non intendo, Ché dentro a quel giardino io voglio intrare. Amor, che ivi mi manda, me assicura Di trare al fine tanta alta aventura.

Se mi puoi dar consiglio, o vero aiuto, Come aggia in cotal cosa fare, o dire, Estremamente ti serò tenuto. Quel che abbia a fare, io non posso sentire, Ché omo non trovo che l'abbia veduto, Né che me dica dove io debba gire; Sì che per cortesia ti vo' pregare Che me consigli quel ch'io debba fare. -

La damigella, ch'era grazïosa, Smontò nel prato il bianco palafreno, Ed a lui ricontò tutta la cosa, Ciò che dovea trovar, né più, né meno. Questa aventura fu maravigliosa, Come io vi contarò ben tutto apieno Nel canto che vien dietro, se a Dio piace; Bella brigata, rimanete in pace.

Canto quarto

Luce de gli occhi miei, spirto del core, Per cui cantar suolea sì dolcemente Rime legiadre e bei versi d'amore, Spirami aiuto alla istoria presente. Tu sola al canto mio facesti onore, Quando di te parlai primeramente, Perché a qualunche che di te ragiona, Amor la voce e l'intelletto dona.

Amor primo trovò le rime e' versi, I suoni, i canti ed ogni melodia; E genti istrane e populi dispersi Congionse Amore in dolce compagnia. Il diletto e il piacer serian sumersi, Dove Amor non avesse signoria; Odio crudele e dispietata guerra, Se Amor non fusse, avrian tutta la terra.

Lui pone l'avarizia e l'ira in bando, E il core accresce alle animose imprese, Né tante prove più mai fece Orlando, Quante nel tempo che de amor se accese. Di lui vi ragionava alora quando Con quella dama nel prato discese; Or questa cosa vi voglio seguire, Per dar diletto a cui piace de odire.

La dama, che col conte era smontata, Gli dicea: - Cavalliero, in fede mia, Se non che messagiera io son mandata, Dentro a questo giardin teco verria; Ma non posso indugiare una giornata Del mio camino, ed è lunga la via. Or quel ch'io te vo' dire, intendi bene: Esser gagliardo e saggio ti conviene.

Se non vôi esser di quel drago pasto, Che d'altra gente ha consumata assai, Convienti di tre giorni esser ben casto, Né camparesti in altro modo mai. Questo dragone fia il primo contrasto Che alla primiera entrata trovarai: Un libro ti darò, dove è depinto Tutto 'l giardino e ciò ch'è dentro al cinto. -

Il dragone che gli omini divora, E l'altre cose tutte quante dice, E descrive il palagio ove dimora Quella regina, brutta incantatrice. Ier entrò dentro e dimoravi ancora, Perché con succo de erbe e de radice E con incanti fabrica una spata Che tagliar possa ogni cosa affatata.

In questo non lavora se non quando Volta la luna e che tutto se oscura. - Or te vo' dir perché ha fatto quel brando E pone al temperarlo tanta cura. In Ponente è un baron, che ha nome Orlando, Che per sua forza al mondo fa paura: La incantatrice trova per destino Che costui desertar debbe il giardino.

Come se dice, egli è tutto fatato In ogni canto, e non si può ferire, E con molti guerreri è già provato, E tutti quanti gli ha fatto morire; Perciò la dama il brando ha fabricato, Perché il baron che io ho detto, abbia a perire, Benché lei dica che pur sa di certo Che il suo giardin da lui serà deserto.

Ma quel che più bisogna avea scordato, E speso ho il tempo con tante parole. Non se può entrare in quel loco incantato Se non aponto quando leva il sole. Poi ch'io son quivi, è bon tempo passato: Più teco star non posso, e me ne dole. Or piglia il libro e ponevi ben cura: Iddio te aiuti e doneti ventura. -

Così dicendo gli dà il libro in mano, E da lui tol combiato la fantina; Ben la ringrazia il cavallier soprano: Lei monta il palafreno e via camina. Va passeggiando il conte per il piano, Poi che indugiar conviene alla mattina; Ben gli rincresce il gioco che gli è guasto Ch'esser conviene a quella impresa casto:

Perché Origille, quella damigella Che avea campata, seco dimorava. Amore e gran desio dentro il martella, Ma pur indugïar deliberava. La luna era nel celo ed ogni stella, Il conte sopra a l'erba si posava, Col scudo sotto il capo e tutto armato; La damigella a lui stava da lato.

Dormiva Orlando, e sornacchiava forte Senz'altra cura il franco cavalliero; Ma quella dama, che è di mala sorte Ed a seguir Grifone avea il pensiero, Fra sé deliberò dargli la morte; E, rivolgendo ciò l'animo fiero, Vien pianamente a lui se approssimando, E via dal fianco gli distacca il brando.

Tutto è coperto il conte d'armatura: Non sa la dama il partito pigliare, Né de ferirlo ponto se assicura, Onde destina di lasciarlo stare. Lei prende Brigliadoro alla pastura, E prestamente su vi ebbe a montare, E via camina e quindi s'alontana, E porta seco il brando Durindana.

Orlando fu svegliato al matutino, E del brando s'accorse e del ronzone. Pensati se de questo fu tapino, Che 'l credette morir di passïone; Ma in ogni modo entrar vôle al giardino: E bench'egli abbia perduto il ronzone E il brando di valor tanto infinito, Non se spaventa il cavalliero ardito.

Via caminando come disperato, Verso il giardino andava quel barone; Un ramo d'uno alto olmo avea sfrondato, E seco nel portava per bastone. Il sole aponto alora era levato, Quando lui gionse al passo del dragone; Fermossi alquanto il cavallier sicuro, Guardando intorno del giardino al muro.

Quello era un sasso de una pietra viva, Che tutta integra atorno l'agirava; Da mille braccie verso il ciel saliva, E trenta miglia quel cerchio voltava. Ecco una porta a levante s'apriva: Il drago smisurato zuffellava, Battendo l'ale e menando la coda; Altro che lui non par che al mondo s'oda.

Fuor della porta non esce nïente, Ma stavi sopra come guardïano; Il conte se avicina arditamente Col scudo in braccio e col bastone in mano. La bocca tutta aperse il gran serpente, Per ingiottire quel baron soprano; Lui, che di tal battaglia era ben uso, Mena il bastone e colse a mezo 'l muso.

Per questo fu il serpente più commosso, E verso Orlando furïoso viene; Lui con quel ramo de olmo verde e grosso Menando gran percosse gli dà pene. Al fin con molto ardir gli salta adosso, E cavalcando tra le coscie il tiene; Ferendo ad ambe mano, a gran tempesta Colpi radoppia a colpi in su la testa.

Rotto avea l'osso, e il suo cervello appare, Quella bestia diversa, e cadde morta. Il sasso, che era aperto a questo intrare, S'accolse insieme, e chiuse questa porta. Or non sa il conte ciò che debba fare, E nella mente alquanto se sconforta; Guardasi intorno e non sa dove gire, Ché chiuso è dentro e non potrebbe uscire.

Era alla sua man destra una fontana, Spargendo intorno a sé molta acqua viva; Una figura di pietra soprana, A cui del petto fuor quella acqua usciva, Scritto avea in fronte: 'Per questa fiumana Al bel palagio del giardin se ariva.' Per infrescarse se ne andava il conte Le man e 'l viso a quella chiara fonte.

Avea da ciascun lato uno arboscello Quel fonte che era in mezo alla verdura, E facea da se stesso un fiumicello De una acqua troppo cristallina e pura; Tra' fiori andava il fiume, e proprio è quello Di cui contava aponto la scrittura, Che la imagine al capo avea d'intorno; Tutta la lesse il cavalliero adorno.

Onde si mosse a gire a quel palaggio, Per pigliare in quel loco altro partito; E caminando sopra del rivaggio Mirava il bel paese sbigotito. Egli era aponto del mese di maggio, Sì che per tutto intorno era fiorito, E rendeva quel loco un tanto odore, Che sol di questo se allegrava il core.

Dolce pianure e lieti monticelli Con bei boschetti de pini e d'abeti, E sopr'a verdi rami erano occelli, Cantando in voce viva e versi queti. Conigli e caprioli e cervi isnelli, Piacevoli a guardare e mansueti, Lepore e daini correndo d'intorno, Pieno avean tutto quel giardino adorno.

Orlando pur va drieto alla rivera, Ed avendo gran pezzo caminato, A piè d'un monticello alla costera Vide un palagio a marmori intagliato; Ma non puotea veder ben quel che gli era, Perché de arbori intorno è circondato. Ma poi, quando li fu gionto dapresso, Per meraviglia uscì for di se stesso.

Perché non era marmoro il lavoro Ch'egli avea visto tra quella verdura, Ma smalti coloriti in lame d'oro Che coprian del palagio l'alte mura. Quivi è una porta di tanto tesoro, Quanto non vede al mondo creatura, Alta da diece e larga cinque passi, Coperta de smiraldi e de balassi.

Non se trovava in quel ponto serrata, Però vi passò dentro il conte Orlando. Come fu gionto nella prima entrata, Vide una dama che avea in mano un brando, Vestita a bianco e d'oro incoronata, In quella spada se stessa mirando. Come lei vide il cavallier venire, Tutta turbosse e posesi a fuggire.

Fuor della porta fuggì per il piano; Sempre la segue Orlando tutto armato, Né fu ducento passi ito lontano, Che l'ebbe gionta in mezo di quel prato. Presto quel brando gli tolse di mano, Che fu per dargli morte fabricato, Perché era fatto con tanta ragione, Che taglia incanto ed ogni fatagione.

Poi per le chiome la dama pigliava, Che le avea sparse per le spalle al vento, E di dargli la morte minacciava E grave pena con molto tormento, Se del giardino uscir non gl'insegnava. Lei, ben che tremi tutta di spavento, Per quella tema già non se confonde, Anci sta queta e nulla vi risponde;

Né per minaccie che gli avesse a fare Il conte Orlando, né per la paura Mai gli rispose, né volse parlare, Né pur di lui mostrava tenir cura. Lui le lusenghe ancor volse provare, Essa ostinata fo sempre e più dura; Né per piacevol dir né per minaccia Puote impetrar che lei sempre non taccia.

Turbossi il cavallier nel suo coraggio, Dicendo: - Ora me è forza esser fellone; Mia serà la vergogna e tuo il dannaggio, Benché di farlo io ho molta ragione. - Così dicendo la mena ad un faggio, E ben stretta la lega a quel troncone Con rame lunghe, tenere e ritorte, Dicendo a lei: - Or dove son le porte? -

Lei non risponde al suo parlar nïente, E mostra del suo crucio aver diletto. - Ahi, - disse il conte - falsa e fraudolente! Ch'io lo posso sapere al tuo dispetto. Or mo di novo mi è tornato a mente Che in un libretto l'aggio scritto al petto, Qual mi mostrarà il fatto tutto a pieno. - Così dicendo sel trasse di seno.

Guardando nel libretto ove è depento Tutto il giardino e di fuore e d'intorno, Vede nel sasso, ch'è d'incerco acento, Una porta che n'esce a mezogiorno; Ma bisogna a l'uscir aver convento Un toro avanti, che ha di foco un corno, L'altro di ferro, ed è tanto pongente, Che piastra o maglia non vi val nïente.

Ma prima che vi ariva, un lago trova, Dove è molta fatica a trapassare, Per una cosa troppo strana e nova, Sì come apresso vi vorò contare; Ma il libro insegna vincer quella prova. Non avea il conte a ponto a indugïare, Ma via camina per l'erba novella, Lasciando al faggio presa la donzella.

Via ne va lui per quelle erbe odorose, E poi che alquanto via fu caminato, L'elmo a l'orecchie empì dentro di rose, Delle qual tutto adorno era quel prato. Chiuse l'orecchie, ad ascoltar si pose Gli occei, ch'erano intorno ad ogni lato: Mover li vede il collo e 'l becco aprire, Voce non ode e non potrebbe odire,

Perché chiuso se aveva in tal maniera L'orecchie entrambe a quelle rose folte, Che non odiva, al loco dove egli era, Cosa del mondo, ben che attento ascolte; E caminando gionse alla rivera, Che ha molte gente al suo fondo sepolte. Questo era un lago piccolo e iocondo D'acque tranquille e chiare insino al fondo.

Non gionse il conte in su la ripa apena, Che cominciò quell'acqua a gorgoliare; Cantando venne a sommo la Sirena. Una donzella è quel che sopra appare, Ma quel che sotto l'acqua se dimena Tutto è di pesce e non si può mirare, Ché sta nel lago da la furca in gioso; E mostra il vago, e il brutto tiene ascoso.

Lei comincia a cantar sì dolcemente, Che uccelli e fiere vennero ad odire: Ma, come erano gionti, incontinente Per la dolcezza convenian dormire. Il conte non odìa de ciò nïente, Ma, stando attento, mostra di sentire. Come era dal libretto amaestrato, Sopra la riva se colcò nel prato.

E' mostrava dormir ronfando forte: La mala bestia il tratto non intese, E venne a terra per donarli morte; Ma il conte per le chiome ne la prese. Lei, quanto più puotea, cantava forte, Ché non sapeva fare altre diffese, Ma la sua voce al conte non attiene, Che ambe l'orecchie avea di rose piene.

Per le chiome la prese il conte Orlando, Fuor di quel lago la trasse nel prato, E via la testa gli tagliò col brando, Come gli aveva il libro dimostrato, Sé tutto di quel sangue rossegiando, E l'arme e sopraveste in ogni lato. L'elmo se trasse e dislegò le rose; Tinto di sangue poi tutto se 'l pose.

Di quel sangue avea tocco in ogni loco, Perché altramente tutta l'armatura Avrebbe consumata a poco a poco Quel toro orrendo e fora di natura, Che avea un corno di ferro ed un di foco. Al suo contrasto nulla cosa dura, Arde e consuma ciò che tocca apena: Sol se diffende il sangue di sirena.

Di questo toro sopra vi ho contato, Che verso mezogiorno è guardïano. Il conte a quella porta fu arivato, Poi che ebbe errato molto per il piano. Il sasso che 'l giardino ha circondato, S'aperse alla sua gionta a mano a mano, E una porta di bronzo si disserra: Fuora uscì il toro a mezo della terra.

Muggiando uscitte il toro alla battaglia, E ferro e foco nella fronte squassa, Né contrastar vi può piastra né maglia, Ogni armatura con le corne passa. Il conte con quel brando che ben taglia, A lui ferisce ne la testa bassa, E proprio il gionse nel corno ferrato: Tutto di netto lo mandò nel prato.

Per questo la battaglia non s'arresta; Con l'altro corno, ch'è di foco, mena Con tanta furia e con tanta tempesta, Che il conte in piede si mantiene apena. Arso l'avria da le piante alla testa, Se non che il sangue di quella sirena Da questa fiamma lo tenìa diffeso, Che avrebbe l'arme e il busto insieme acceso.

Combatte arditamente il conte Orlando, Come colui che fu senza paura; Mena a due mano irato e fulminando Dritti e roversi fuor d'ogni misura. Egli ha gran forza ed incantato ha il brando, Onde a' suoi colpi nulla cosa dura; Ferendo e spalle e testa ed ogni fianco, Fece che 'l toro al fin pur venne manco.

Le gambe tagliò a quello e il collo ancora, Con gran fatica se finì la guerra. Il toro occiso senza altra dimora Tutto se ascose sotto della terra; La porta, che era aperta alora alora, A l'asconder di quel presto si serra; La pietra tutta insieme è ritornata, Porta non vi è, né segno ove sia stata.

Il conte più non sa quel che si fare. Ché de l'uscita non vede nïente; Prende il libretto e comincia a guardare, D'intorno al cerchio va ponendo mente; Vede il vïaggio che debbe pigliare Dietro ad un rivo che corre a ponente, Ove di zoie aperta è una gran porta; Uno asinello armato è la sua scorta.

Ma presto narrarò com'era fatto Questo asinello, e fu gran meraviglia. Dio guardi il conte Orlando a questo tratto, Che alla riva del fiume il camin piglia. Via ne va sempre caminando ratto, E seco nella mente se assotiglia, Perché 'l libro altro ancor gli avea mostrato, Prima che gionga a l'asinello armato.

Così pensando, a mezo del camino Uno arbore atrovò fuor di misura: Tanto alto non fo mai faggio né pino, Tutto fronzuto di bella verdura. Come da longe il vide il paladino, Ben si ricorda di quella scrittura Che gli mostrava il suo libretto aponto, Però provede prima che sia gionto.

Fermosse sopra il fiume il cavalliero, E 'l scudo prestamente desimbraccia, Da l'elmo tolse via tutto il cimiero, Alla fronte di quello il scudo allaccia, Sì che 'l copria davanti tutto intiero, Verso la vista e sopra della faccia. Dinanti ai piedi aponto in terra guarda: Altro non vede e il suo camin non tarda.

E come il loco avea prima avisato, Al tronco drittamente via camina. Un grande occello ai rami fu levato, Che avea la testa e faccia di regina, Coi capei biondi e il capo incoronato; La piuma al collo ha d'oro e purpurina, Ma il petto, il busto e le penne maggiore Vaghe e dipente son d'ogni colore.

La coda ha verde e d'oro e di vermiglio, Ed ambe l'ale ad occhi di pavone; Grande ha le branche e smisurato artiglio, Proprio assembra di ferro il forte ungione. Tristo quello omo a chi dona di piglio, Ché lo divora con destruzïone. Smaltisce questo occello una acqua molle, Qual, come tocca gli occhi, il veder tolle.

Levosse dalle rame con fraccasso Quel grande occello, e verso il conte andava, Il qual veniva al tronco passo passo Col scudo in capo, e gli occhi non alciava, Ma sempre a terra aveva il viso basso; E l'occellaccio d'intorno agirava, E tal rumor faceva e tal cridare, Che quasi Orlando fie' pericolare.

Ché fu più volte per guardare in suso; Ma pur se ricordava del libretto, E sotto il scudo se ne stava chiuso. Alciò la coda il mostro maledetto, E l'acqua avelenata smaltì giuso. Quella cade nel scudo, e per il petto Calla stridendo, come uno oglio ardente; Ma nella vista non toccò nïente.

Orlando se lasciò cadere in terra, Tra l'erbe, come ceco, brancolando. Calla l'occello e nel sbergo l'afferra, E verso il tronco il tira strasinando. Il conte a man riversa un colpo serra; Proprio a traverso lo gionse del brando, E da l'un lato a l'altro lo divise, Sì che, a dir breve, quel colpo l'occise.

Poi che mirato ha il conte quello occello, Sotto il suo tronco a l'ombra morto il lassa, E raconcia il cimiero alto a pennello, E 'l scudo al braccio nel suo loco abassa. Verso la porta dove è l'asinello, Drieto a ponente, in ripa al fiume passa, E poco caminò che ivi fu gionto, E vide aprir la porta in su quel ponto.

Mai non fo visto sì ricco lavoro Come è la porta nella prima faccia. Tutta è di zoie, e vale un gran tesoro; Non la diffende né spata né maccia Ma uno asino coperto a scaglie d'oro, Ed ha l'orecchie lunghe da due braccia: Come coda di serpe quelle piega, E piglia e strenge a suo piacere e lega.

Tutto è coperto di scaglia dorata, Come io vi ho detto, e non si può passare; Ma la sua coda taglia come spata, Né vi può piastra né maglia durare; Grande ha la voce e troppo smisurata, Sì che la terra intorno fa tremare. Ora alla porta il conte s'avicina: La bestia venne a lui con gran roina.

Orlando lo ferì de un colpo crudo, Né lo diffende l'incantata scaglia; Tutto il scoperse insino al fianco nudo, Perché ogni fatason quel brando taglia. L'asino prese con l'orecchie il scudo, E tanto dimenando lo travaglia, Di qua di là battendo in poco spaccio, Che al suo dispetto lo levò dal braccio.

Turbosse oltra misura il conte Orlando, E mena un colpo furïosamente; Ambe l'orecchie gli tagliò col brando, Ché quella scaglia vi giovò nïente. Esso le croppe rivoltò cridando, E mena la sua coda, che è tagliente, E spezza al franco conte ogni armatura: Lui è fatato, e poco se ne cura;

E de un gran colpo a quel colse ne l'anca Dal lato destro, e tutta l'ha tagliata, E dentro agionse nella coscia stanca. Non è riparo alcuno a quella spata; Quasi la tagliò tutta, e poco manca. Cadde alla terra la bestia incantata, Cridando in voce di spavento piena, Ma il conte ciò non cura e il brando mena.

Mena a due mano il conte e non s'arresta, Benché cridi la bestia a gran terrore. Via de un sol colpo gli gettò la testa Con tutto il collo, o la parte maggiore. Alor tutta tremò quella foresta, E la terra s'aperse con rumore, Dentro vi cadde quella mala fiera; Poi se ragionse, e ritornò com'era.

Or fora il conte se ne vuole andare, Ed alla ricca porta èsse invïato, Ma dove quella fosse non appare: Il sasso tutto integro è riserrato. Lui prende il libro e comincia a mirare; Poi che ogni volta rimane ingannato E dura indarno cotanta fatica, Non sa più che se facci o che se dica.

Ciascuna uscita sempre è stata vana E con arisco grande di morire; Pur la scrittura del libretto spiana Che ad ogni modo non se puote uscire Per una porta volta a tramontana, Ma là non vi val forza, e non ardire, Né 'l proprio senno né l'altrui consiglio, Ché troppo è quello estremo e gran periglio.

Perché un gigante smisurato e forte Guarda la uscita con la spata in mano, E se egli avvien che dato li sia morte, Duo nascon del suo sangue sopra il piano, E questi sono ancor de simil sorte: Ciascun quattro produce a mano a mano, Così multiplicando in infinito Il numero di lor forte ed ardito.

Ma prima ancor che se possa arivare A quella porta, che è tutta d'argento, Per quella serrata, vi è molto che fare, E bisognavi astuzia e sentimento. Ma il conte a questo non stette a pensare, Come colui che avea molto ardimento, Seco dicendo a sua mente animosa: "Chi può durare, al fin vince ogni cosa."

Così fra sé parlando il camin prese Giù per la costa verso tramontana, E vide, come al campo giù discese, Una valle fiorita e tutta piana, Ove tavole bianche eran distese, Tutte apparate intorno alla fontana; Con ricche coppe d'oro in ogni banda Eran coperti de ottima vivanda.

Né quanto intorno se puote mirare, Disotto al piano e di sopra nel monte, Non vi è persona che possi guardare Quella ricchezza che è intorno alla fonte; E le vivande se vedean fumare. Gran voglia di mangiare aveva il conte; Ma prima il libracciol trasse del petto, E, quel leggendo, prese alto sospetto.

Guardando quel libretto, il paladino Vide la cosa sì pericolosa. Di là dal fonte è un boschetto di spino, Tutto fiorito di vermiglia rosa, Verde e fronzuto; e dentro al suo confino Una Fauna crudel vi sta nascosa: Viso di dama e petto e braccia avia, Ma tutto il resto d'una serpe ria.

Questa teneva una catena al braccio, Che nascosa venìa tra l'erba e' fiori, E facea intorno a quella fonte un laccio, Acciò, se alcun, tirato da li odori, Intrasse alla fontana dentro al spaccio, Fosse pigliato con gravi dolori; Essa, tirando poi quella catena, A suo mal grado nel boschetto il mena.

Orlando dalla fonte si guardava, E verso il verde bosco prese a gire. Come la Fauna di questo si addava, Uscì cridando e posesi a fuggire; Per l'erba, come biscia, sdrucellava, Ma presto il conte la fece morire De un colpo solo e senza altra contesa, Ché quella bestia non facea diffesa.

Poi che la Fauna fu nel prato morta, Ver tramontana via camina il conte, E poco longi vide la gran porta, Che avea davanti sopra un fiume un ponte. Su vi sta quel che ha tanta gente morta, Col scudo in braccio e con l'elmo alla fronte; Par che minacci con sembianza cruda, Armato è tutto ed ha la spada nuda.

Orlando se avicina a quel gigante, Né de cotal battaglia dubitava, Perché in sua vita ne avea fatto tante, Che poca cura di questa si dava. Quello omo smisurato venne avante, Ed un gran colpo de spata menava. Schifollo il conte e trassese da lato, E quel ferisce col brando affatato.

Gionse al gigante sopra del gallone, Non lo diffese né piastra né maglia, Ma, fraccassando sbergo e pancirone, Insino a l'altra coscia tutto il taglia. Ora se allegra il figlio di Melone, Credendo aver finita ogni battaglia, E prese de l'uscir molto conforto, Poi che vide il gigante a terra morto.

Quello era morto, e 'l sangue fuora usciva, Tanto che ne era pien tutto quel loco; Ma, come fuor del ponte in terra ariva, Intorno ad esso s'accendeva un foco. Crescendo ad alto quella fiamma viva Formava un gran gigante a poco a poco; Questo era armato e in vista furibondo, E dopo il primo ancor nascìa il secondo.

Figli parean di 'l foco veramente, Tanto era ciascun presto e furïoso, Con vista accesa e con la faccia ardente. Ora ben stette il conte dubbïoso; Non sa quel che far debba nella mente: Perder non vôle, e 'l vincere è dannoso, Però, ben che li faccia a terra andare, Rinasceranno, e più vi avrà che fare.

Ma de vincere al fin pur se conforta, Se ne nascesser ben mille migliara, Ed animoso se driccia alla porta. Quei duo giganti avean presa la sbara; Ciascuno aveva una gran spada torta, Perché eran nati con la simitara. Ma il conte a suo mal grado dentro passa, Prende la sbarra e tutta la fraccassa.

Unde ciascun di lor più fulminando Percote adosso del barone ardito; Ma poca stima ne faceva Orlando, Ché non puotea da loro esser ferito. Lui riposto teneva al fianco il brando, Perché avea preso in mente altro partito; Adosso ad un di lor ratto se caccia, E sotto l'anche ben stretto l'abbraccia.

Aveano entrambi smisurata lena, Ma pur l'aveva il conte assai maggiore. Leval il conte ad alto e intorno il mena, Né vi valse sua forza, o suo vigore, Ché lo pose riverso in su l'arena. L'altro gigante con molto furore Di tempestare Orlando mai non resta Da ciascun lato e basso e nella testa.

Lui lascia il primo, com'era disteso, E contra a questo tutto se disserra; Sì come l'altro a ponto l'ebbe preso, E con fraccasso lo messe alla terra. L'altro è levato de grande ira acceso: Orlando lascia questo e quello afferra; E mentre che con esso fa battaglia, Levasi il primo e intorno lo travaglia.

Andò gran tempo a quel modo la cosa, Né se potea sperare il fin giamai; Non può prendere il conte indugia o posa, Ché sempre or l'uno or l'altro gli dà guai. Durata è già la zuffa dolorosa Più che quattro ore, con tormento assai Per l'uno e l'altro; a benché 'l conte Orlando A duo combatte e non adopra il brando.

Per non multiplicarli, il cavalliero Batteli a terra e non gli fa morire, Ma per questo non esce del verziero, Ch'e duo giganti il vetano a partire. Lui prese combattendo altro pensiero Subitamente, e mostra di fuggire; Per la campagna va correndo il conte, Ma quei due grandi ritornarno al ponte.

Ciascun sopra del ponte ritornava, Come de Orlando non avesse cura; E lui, che spesso in dietro si voltava, Credette che restasser per paura; Ma quella fatason che li creava Quivi li tenea fermi per natura. Sol per diffesa stan di quella porta, E fanno al fiume ed al suo ponte scorta.

Il conte questo non aveva inteso, Ma via da lor correndo se alontana; Alla valletta se ne va disteso, Che ha 'l bel boschetto a lato alla fontana, Dove la Fauna avea quel laccio teso Per pascerse de sangue e carne umana. Tavole quivi son da tutte bande; Il laccio è teso intorno alle vivande.

Era quel laccio tutto di catena Come di sopra ancora io v'ho contato. Orlando lo distacca e dietro il mena, Strasinando alle spalle, per il prato: Tanto era grosso, che lo tira appena. Con esso al ponte ne fu ritornato, E pose un de' giganti a forza a terra, E braccie e gambe a quel laccio gl'inferra.

Benché a ciò fare vi stesse buon spaccio, Perché l'altro gigante lo anoiava; Ma a suo mal grado uscì di quello impaccio, Ed ancora esso per forza atterrava; Come l'altro il legò proprio a quel laccio. Ora la porta più non se serrava, E puote Orlando a suo diletto uscire; Quel che poi fece, tornati ad odire.

Perché se dice che ogni bel cantare Sempre rincresce quando troppo dura, Ed io diletto a tutti vi vo' dare Tanto che basta, e non fuor di misura; Ma se verreti ancora ad ascoltare, Racontarovi di questa ventura Che aveti odita, tutto quanto il fine, Ed altre istorie belle e pellegrine.

Canto quinto

Vita zoiosa, e non finisca mai, A voi che con diletto me ascoltati. Segnori, io contarò dove io lasciai, Poi che ad odire sete ritornati, Sì come Orlando con fatica assai Quei duo giganti al ponte avea legati. Vinto ha ogni cosa il franco paladino, Ed a sua posta uscir può del giardino.

Ma lui tra sé pensava nel suo core Che se a quel modo fuora se n'andava, Non era ben compito de l'onore, Né satisfatto a quella che 'l mandava; Ed era ancora al mondo un grande errore, Se quel giardino in tal forma durava, Ché dame e cavallier d'ogni contrate Vi erano occisi con gran crudeltate.

Però si pose il barone a pensare Se in alcun modo, o per qualche maniera QuesQo verzier potesse disertare; Così la lode e la vittoria intiera Ben drittamente acquistata gli pare, Poi che l'usanza dispietata e fiera Che struggea tante gente pellegrine, Per sua virtute sia condutta a fine.

Legge il libretto, e vede che una pianta Ha quel giardino in mezzo al tenimento, A cui se un ramo de cima se schianta, Sparisce quel verziero in un momento; Ma di salirvi alcun mai non si vanta, Che non guadagni morte o rio tormento. Orlando, che non sa che sia paura, Destina de compir questa ventura.

Ritorna adietro per una vallata, Che proprio ariva sopra al bel palaggio Ove la dama prima avea trovata, Che mirandosi al brando stava ad aggio; E lui lì presso la lasciò legata, Come sentesti, a quel tronco di faggiog Così la ritrovò legata ancora: Ivi la lascia e non vi fa dimora.

De gionger alla pianta avea gran fretta; Ed ecco in mezo di quella pianura Ebbe veduta quella rama eletta, Bella da riguardare oltra misura. D'arco de Turco non esce saetta Che potesse salire a quella altura; Salendo e rami ad alto e' fa gran spaccio, Né volta il tronco alla radice un braccio.

Non è più grosso, ed ha li rami intorno Lunghi e sotili, ed ha verde le fronde; Quelle getta e rinova in ciascun giorno, E dentro spine acute vi nasconde. Di vaghe pome d'oro è tutto adorno; Queste son grave e lucide e rotonde, E son sospese a un ramo piccolino: Grande è il periglio ad esser lì vicino.

Grosse son quanto uno omo abbia la testa, E come alcuno al tronco s'avicina, Pur sol battendo i piedi alla foresta, Trema la pianta lunga e tenerina; E cadendo le pome a gran tempesta, Qualunche è gionto da quella roina Morto alla terra se ne va disteso, Perché non è riparo a tanto peso.

Alti li rami son quasi un'arcata; Il tronco da lì in gioso è sì polito, Che non vi salirebbe anima nata, E se alcun fosse di salire ardito, Non serìa sostenuto alcuna fiata, Perché alla cima non è grosso un dito. Ogni cosa sapeva Orlando a ponto: Letto nel libro aveva ciò che io conto.

E lui prende nel cor tanto più sticcia Quanto le cose son più faticose, E per trar questo al fin la mente adriccia. Taglia de un faggio le rame frondose Subitamente, e fece una gradiccia; Crosta di prato e terra su vi pose, Poi sopra alle sue spalle e alla testa Stretta la lega, e va che non s'arresta.

Aveva il conte una forza tamanta, Che già portava, come Turpin dice, Una colonna integra tutta quanta D'Anglante a Brava per le sue pendice. Or, come gionto fu sotto la pianta, Tutta tremò per sino alla radice. Le sue gran pome, ciascuna più greve, Vennero a terra e spesse come neve.

Il conte va correndo tutta fiata, E de gionger al tronco ben s'appresta, Ché già tutta la terra è dissipata, Né manca di cader l'aspra tempesta. Ora era carca tanto quella grata, Che sol di quel gran peso lo molesta, E se ben presto al tronco non ariva, Quella roina della vita il priva.

Come fu gionto a quella pianta gaglia, Non vi crediati che voglia montare; Tutta a traverso de un colpo la taglia: La cima per quel modo ebbe a schiantare. Come fu in terra, tutta la prataglia D'intorno intorno cominciò a tremare; Il sol tutto se asconde e il celo oscura, Coperse un fumo il monte e la pianura.

Ove sia il conte non vede nïente, Trema la terra con molto romore. Eravi per quel fumo un fuoco ardente, Grande quanto una torre, ancor maggiore; Questo è un spirto d'abisso veramente, Che strugge quel giardino a gran furore, E, come al tutto fu venuto meno, Ritornò il giorno e fiesse il cel sereno.

La pietra che 'l verzier suolea voltare, Tutta è sparita e più non se vedia; Ora per tutto si può caminare. Largo è il paese, aperto a prateria, Né fonte né palagio non appare; De ciò che vi era, sol la dama ria, Io dico Falerina, ivi è restata, Sì come prima a quel tronco legata.

La qual piangendo forte lamentava, Poi che disfatto vidde il suo giardino. Né come prima tacita si stava Negando dar risposta al paladino; Ma con voce pietosa lo pregava Che aggia mercè del suo caso tapino, Dicendogli: - Baron, fior de ogni forte, Ben ti confesso ch'io merto la morte.

Ma se al presente me farai morire, Sì come io ne son degna in veritade, E dame e cavallier farai perire, Che son pregioni, e fia gran crudeltade. Acciò che intendi quel che ti vo' dire, Sappi che io feci con gran falsitade Questo verziero e ciò che gli era intorno, In sette mesi; ora è sfatto in un giorno.

Per vendicarme sol de un cavallero E de una dama sua, falsa, putana, Io feci il bel giardin, che, a dirti il vero, Ha consumata molta gente umana; Né ancora mi bastò questo verzero: Io feci un ponte sopra a una fiumana, Dove son prese e dame e cavallieri, Quanti ne arivan per tutti e sentieri.

Quel cavalliero è nomato Arïante, Origilla è la falsa che io contai. Or de costoro io non dico più avante, A benché vi serìa da dire assai. Per mia sventura tra gente cotante Alcun de questi duo non gionse mai, E già più gente è morta a tal dannaggio Che non ha rami o fronde questo faggio.

Perché al giardin, che fu meraviglioso, Tutti eran morti quanti ne arivava; Ma il numero più grande e copïoso, Il ponte ch'io t'ho detto mi mandava, Perché avea in guardia un vecchio doloroso, Che molta gente sopra vi guidava. Il ponte non bisogna che io descriva, Ma per se stesso chiude chi ve ariva.

Né è molto tempo che una incantatrice, Quale è figliola del re Galafrone, Che ora col patre, sì come se dice, Assedïata è dentro ad un girone, Passando alor di qua, quell'infelice, Al ponte fo condutta dal vecchione, E poi, con modo che io non sazo dire, Partisse, e tutti gli altri fie' fuggire.

Ma molti vi ne sono ora al presente, Perché ne prende sempre il vecchio assai, E come io serò occisa, incontinente Il ponte e lor non si vedran più mai, E meco perirà cotanta gente: E tu cagion di tutto il mal serai. Ma se mi campi, io ti prometto e giuro Che lasciarò ciascun franco e sicuro.

E se non dài al mio parlar credenza, Menami teco, come io son, legata, (Presa o disciolta, io non fo differenza, Ché ad ogni modo io son vituperata), E disfarò la torre in tua presenza, E tutta salvarò quella brigata. Piglia il partito, adunque, che ti pare, O fa l'altri morire, o mi campare. -

Presto questo partito prese il conte, Ché morta non l'avrebbe ad ogni guisa; Ni per grave dispetto ni per onte Avrebbe Orlando una donzella occisa. D'acordo adunque se ne vanno al ponte, Ma più di lor la istoria non divisa, E torna ove lasciò, poco davante, Marfisa alla battaglia e Sacripante.

La zuffa per quel modo era durata, Che io vi contai ne l'assalto primiero; Marfisa di tal arme era adobbata, Che di ferirla non facea mistiero Ponta di lancia ni taglio di spata; E Sacripante aveva il suo destriero Che è sì veloce che si vede apena, Onde la dama indarno e colpi mena.

Ma mentre che tra lor sopra quel piano È la battaglia de più colpi spessa, A benché ciascadun al tutto è vano, Ché essa non nôce a lui né lui ad essa, Brunello il ladro, il quale era Africano, E fo servente del gran re de Fiessa, Avea passate molte regïone, E de improviso è già gionto al girone.

Agramante mandò questo Brunello, Perché davanti a lui se era avantato Venire ad Albracà dentro al castello, Ove è la dama dal viso rosato, E tuore a lei di dito quello annello, Quale era per tale arte fabricato, Che ciascaduno incanto a sua presenza Perdea la possa con la appariscenza.

Fatto era questo per trovar Rugiero, Che era nascoso al monte di Carena, E però questo ladro tanto fiero Vien con tal fretta e tal tempesta mena. Sopra a quel sasso n'andava legiero, Che non vi avria salito un ragno a pena, Però che quel castello in ogni lato A piombo, come muro, era tagliato.

E sol da un canto vi era la salita, Tutta tagliata a botta di piccone, E sol da questa è la intrata e la uscita, Dove alla guarda stan molte persone; Ma verso il fiume è la pietra polita, Né di guardarvi fasse menzïone, Però che con ingegno né con scale, Né se vi può salir, se non con l'ale.

Brunello è d'araparsi sì maestro, Che su ne andava come per un laccio; Tutta quella alta ripa destro destro Montava, e gionse al muro in poco spaccio. A quello ancor se attacca il mal cavestro, Menando ambi dui piedi e ciascun braccio Come egli andasse per una acqua a nôto, Né fu bisogno al suo periglio un voto;

Perché montava cotanto sicuro, Come egli andasse per un prato erboso. Poi che passato fu sopra del muro, A guisa de una volpe andava ascoso; E non credati che ciò fosse al scuro, Anci era il giorno chiaro e luminoso; Ma lui di qua e di là tanto si cella, Che gionto fu dove era la donzella.

Sopra la porta quella dama gaglia Si stava ascesa riguardando il piano, E remirava attenta la battaglia Che avea Marfisa con quel re soprano. Gran gente intorno a lei facea serraglia: Chi parla, e chi fa cenno con la mano, Dicendo: - Ecco Marfisa il brando mena, Re Sacripante la camparà apena. -

Altri diceva: - E' farà gran diffese Contra quella crudele il buon guerrero, Pur che non venga con seco alle prese, E guardi che non pèra il suo destriero. - A questo dire il ladro era palese, Che alla notte aspettar non fa pensiero; Tra quella gente se ne va Brunello Tutto improviso, e prese quello annello.

E non l'arebbe la dama sentito, Se non che sbigotì della sua faccia. Lui con l'anel che gli ha tolto de dito, Di fuggir prestamente si procaccia, Correndo al sasso dove era salito. Dietro tutta la gente è posta in caccia; Ché Angelica piangendo se scapiglia Cridando: - Ahimè tapina! piglia! piglia!

Piglia! piglia! - cridava - ahimè tapina! Ché consumata son, s'el non è preso. - Ciascun per agradire alla regina A suo poter avrebbe il ladro offeso. Lui passa il muro e salta la roina, Per quella pietra se ne va sospeso, E per la ripa va mutando il passo Come per gradi, e gionge al fiume basso.

Né vi crediati che fusse confuso, Benché quella acqua sia grossa e corrente: Come un pesce a natare egli era aduso; Entra nel fiume, e di lui par nïente. Fuor de l'acqua teniva aponto il muso, E pareva una rana veramente; Quei del castel, guardando in ogni lato E nol veggendo, il credeno affocato.

Angelica per questo se dispera, E ben se batte il viso la meschina. Brunello uscì dapoi della rivera, Per la campagna via forte camina; Gionse dove era la battaglia fiera Tra il re circasso e la forte regina. Ivi firmosse alquanto per mirare, Ma l'uno e l'altro alor se vôl posare;

Perché il secondo assalto era bastato, E ciascadun di lor vôl prender posa. Dicea Brunello: "Io non serò firmato, Che io non guadagni vosco alcuna cosa. Se non vi spoglio, aveti bon mercato; Ma poi che seti gente valorosa, Io voglio usarvi alquanta cortesia: Ciò che io vi lascio, è della robba mia."

Così dicea Brunello in la sua mente, E vede a Sacripante quel destriero, Il qual da parte si stava dolente Avendo del suo regno gran pensiero, Che gli parea vedere in foco ardente, Come contato avea quel messaggiero; E tal doglia di questo ha Sacripante, Che non se avede quel che abbi davante.

Diceva lo Africano: "Or che omo è questo Che dorme in piede, ed ha sì bon ronzone? Per altra volta io lo farò più desto." E prese in questo dire un gran troncone, E la cingia disciolse presto presto, E pose il legno sotto dello arcione; Né prima Sacripante se ne avede, Che quel se parte, e lui rimane a piede.

A questa cosa mirava Marfisa, Ed avea preso tanta meraviglia, Che, come fosse dal spirto divisa, Stringea la bocca ed alciava le ciglia. Il ladro la trovò tutta improvisa In tal pensiero, e la spata li piglia; Quella attamente li trasse di mano, E via spronando fugge per il piano.

Marfisa il segue e cridando il minaccia, - Giotton, - dicendo - e' ti costarà cara! - Ma lui si volta e fagli un fico in faccia; E fuggendo dicea: - Così se impara! - Il campo è tutto in arme e costui caccia, Cridando: - Piglia! piglia! para! para! - Ma lui, che si trovava un tal destriero, De lo esser preso avea poco pensiero.

Or Sacripante rimase stordito Per meraviglia, e non avria saputo Dire a qual modo sia quel fatto gito, Se non che esso il destriero avea perduto. "Dove è colui, - dicea - che m'ha schernito? Or come fece, ch'io non l'ho veduto? Esser non puote che uno inganno tanto Non sia da spirti fatto per incanto.

E se gli è ciò, mia dama con l'annello Ancor farami avere il bon destriero. Ben mi è vergogna: ma quale omo è quello Che possa riparare a tal mestiero?" Così dicendo tornasi al castello Pensoso, anzi turbato nel pensiero; Ma, come gionto fu dentro alla porta, Angelica trovò che è quasi morta:

Quasi morta di doglia la donzella, Pensando che riceve un tal dannaggio. Re Sacripante per nome l'appella, Dicendo: - Anima mia, chi te fa oltraggio? - Lei sospirando, piangendo favella, Dicendo: - Ormai diffesa più non aggio. Presto nelle sue man me avrà Marfisa, E serò in pena e con tormento occisa.

Aggio perduta tutta la diffesa Che aver suoleva a l'ultima speranza, E so che prestamente serò presa, E poco tempo de viver me avanza. E tanto questo danno più mi pesa, Quanto io l'ho recevuto come a cianza, E più non sazo, trista, dolorosa, Chi m'abbia tolta così cara cosa. -

Non sapea il re di quel fatto nïente, Ché era nel campo, come aveti odito; Ma detto gli fu poi da quella gente Come il ladro l'annel tolse de dito E fuggitte alla ripa prestamente, E fu impossibil de averlo seguito, Perché se era gettato giù del sasso, Sì che egli era affocato al fiume basso.

Il re diceva: - Se Macon mi vaglia, Che costui non deve esser affocato (Così foss'egli!), perché alla battaglia Il mio destrier di sotto m'ha robbato, E fuggito ne è via per la prataglia. Benché Marfisa l'abbia seguitato, Non serà preso, e ben lo so di certo, Ché del destrier ch'egli ha ne sono esperto. -

Mentre che tra costor se ragionava, E 'l dir de l'una cosa l'altra spiana, Colui che in guarda a l'alta rocca stava, - A l'arme! - crida, e suona la campana; E dà risposta a chi lo dimandava, Che una gran gente ariva in su la piana, Con tante insegne grande e piccoline, Che ne stupisce e non ne vede il fine.

Or questa gente che là giù venìa, Perché sappiati il fatto ben certano, Venuta è tutta quanta de Turchia (Qua la conduce il forte Caramano): Ducento millia e più quella zinia, Che con gran cridi se accampa nel piano. Torindo questa gente fa venire, Ché vôl vedere Angelica perire.

Sono accampati sopra alla pianura, E ciascadun giurando se destina Mai non partirse, che di quella altura Verà la rocca al basso con roina. Angelica tremava di paura Veggendosi diserta la meschina, Ché il campo de' nemici è sì cresciuto; Lei de alcuno altro non aspetta aiuto.

Or si va di quel tempo racordando Che la soccorse il franco paladino Con tanti bon guerreri, io dico Orlando, Che avea mandato a quel falso giardino; La fortuna e se stessa biastemando, E l'amor de Ranaldo e il rio destino, Qual l'ha tanto infiammata e tanto accesa, Che gli ha tolto ogni aiuto e ogni diffesa.

Sol seco è Sacripante, il bon guerriero, Ma questo alla battaglia non uscia, Poi che perduto aveva quel destriero Che contra di Marfisa il mantenia, E stava del suo regno in gran pensiero, Che avea perduto, e in gran malenconia; Ma più pena sentiva e più dolore Veggendo quella dama in tanto errore.

Del destriero e del regno che è perduto Non avrebbe quel re doglia né cura, Pur che potesse dare alcuno aiuto A quella dama che è in tanta paura. Il castel per tre mesi è proveduto Di vittualia dentro a l'alte mura; Prima adunque che 'l tempo sia finito, Bisogno è di pigliare altro partito.

Venne in consiglio lo re Galafrone Col re circasso e sua figlia soprana. Disse quel vecchio: - Oditi una ragione, Ché ogni altra di soccorso mi par vana. Un mio parente tiene la regione Di là da l'India, detta Sericana, E lui Gradasso si fa nominare, Qual di prodezza al mondo non ha pare.

Settanta dui reami in sua possanza Ha conquistato con la sua persona, E vinto ha tutto il mare e Spagna e Franza; Per lo universo il suo nome risuona. Ora di novo per molta arroganza Ha tolto dal suo capo la corona, Ed ha giurato mai non la portare Se non compisce quel ch'egli ha da fare.

Perché al tempo passato, alora quando Vinse la Franza e prese Carlo Mano, Quel gli promise de mandare un brando Che al mondo non è un altro più soprano, Qual era de un baron che ha nome Orlando. Ora ha aspettato molto tempo in vano, Onde destina tornare in Ponente, E prender Carlo e tutta la sua gente.

E dentro alla città di Druantuna, Che è la sua sedia antiqua e stabilita, Per far passaggio gran gente raduna; E, secondo che intendo per odita, Tanta non ne fui mai sotto la luna Un'altra fiata ad arme insieme unita; Benché reputo quella gente a cianza, Dico a rispetto de la sua possanza.

Sì che a camparci de man di Marfisa, Questo serebbe lo ottimo rimedio; Ma non ritrovo il modo né la guisa A far sapere a lui di questo assedio; Ch'io so che lui verrebbe alla recisa, Né mai mi lasciarebbe in tanto attedio: Ma non so trovar modo né vedere Che questa cosa gli faccia asapere. -

Seguiva Galafron con questo dire A Sacripante voltando le ciglia: - Tu sei, figliolo, uno omo di alto ardire, E tanto amor mi porti ed a mia figlia, Che tu sei posto più volte a morire, Né Mandricardo, che 'l tuo regno piglia, Né il tuo caro Olibandro, che hai perduto, Mai ti puote distor dal nostro aiuto.

Dio faccia che una volta meritare Possiamo te con degno guidardone, Ben ch'io non credo mai poterlo fare; Ma ciò che abbiamo e le proprie persone Seran disposte nel tuo comandare. Ciò te giuro a la fede di Macone, Che la mia figlia e tutto il regno mio Seran disposti sempre al tuo desio.

Ma questo proferirti fia perduto, Ché serà il regno e noi seco diserti, Se non trovamo a qualche modo aiuto; Ed io che tutti quanti li aggio esperti E lungamente ho il fatto proveduto E i soccorsi palesi e li coperti, Dico che siamo a l'ultimo perire, Se 'l re Gradasso non se fa venire.

Sì che, figlio mio caro, io te scongiuro Per nostro amore e tua virtù soprana, Che non ti para questo fatto duro Di ritrovar Gradasso in Sericana; E questa sera, come il cel sia scuro, Potrai callar nell'oste in su la piana, Ché quella gente ne stima sì poco, Che non fa guarda al campo in verun loco. -

Sacripante non fie' molte parole, Come colui che ha voglia de servire, E de altro nella mente non si dole, Se non che presto non si può partire; Ma come a ponto fu nascoso il sole, E cominciosse il celo ad oscurire, Iscognosciuto, come peregrino, Per mezo l'oste prese il suo camino.

Né mai sopra di lui fu riguardato; Va di gran passo e porta il suo bordone, Ma sotto la schiavina è bene armato Di bona piastra, ed ha il brando al gallone. Rimase Galafrone assedïato Con la sua figlia nel forte girone; E Sacripante, che de andare ha cura, Trovò nel suo vïaggio alta ventura.

Questa odirete, come l'altre cose Che insieme tutte quante sono agionte. E seran ben delle meravigliose, Perché fu in India al Sasso della Fonte; Ma primamente, gente dilettose, Io ve vorò contar di Rodamonte: Di Rodamonte vo' contarvi in prima, Che una vil foglia il suo Macon non stima,

E meno ancor s'accosta ad altra fede: Tien per suo Dio l'ardire e la possanza, E non vôle adorar quel che non vede. Questo superbo, che ha tanta arroganza, Pigliar soletto tutto il mondo crede, Ed al presente vôl passar in Franza, E prenderla in tre giorni si dà vanto, Come odirete dir ne l'altro canto.

Canto sesto

Convienmi alciare al mio canto la voce, E versi più superbi ritrovare; Convien ch'io meni l'arco più veloce Sopra alla lira, perch'io vo' contare De un giovane tanto aspro e sì feroce, Che quasi prese il mondo a disertare: Rodamonte fu questo, lo arrogante, Di cui parlato ve ho più volte avante.

Alla cità d'Algeri io lo lasciai, Che di passare in Franza se destina, E seco del suo regno ha gente assai: Tutta è alloggiata a canto alla marina. A lui non par quella ora veder mai Che pona il mondo a foco ed a roina, E biastema chi fece il mare e il vento, Poi che passar non puote al suo talento.

Più de un mese di tempo avea già perso De quindi in Sarza, che è terra lontana, E poi che è gionto, egli ha vento diverso, Sempre Greco o Maestro o Tramontana; Ma lui destina o ver di esser sumerso, O ver passare in terra cristïana, Dicendo a' marinari ed al patrone Che vôl passare, o voglia il vento, o none.

- Soffia, vento, - dicea - se sai soffiare, Ché questa notte pure ne vo' gire; Io non son tuo vassallo e non del mare, Che me possiati a forza retenire; Solo Agramante mi può comandare, Ed io contento son de l'obidire: Sol de obedire a lui sempre mi piace, Perché è guerrero, e mai non amò pace. -

Così dicendo chiamò un suo parone Che è di Moroco ed è tutto canuto; Scombrano chiamato era quel vecchione, Esperto di quella arte e proveduto. Rodamonte dicea: - Per qual cagione M'hai tu qua tanto tempo ritenuto? Già son sei giorni, a te forse par poco, Ma sei Provenze avria già posto in foco.

Sì che provedi alla sera presente Che queste nave sian poste a passaggio, Né volere esser più di me prudente, Ché, s'io me anego, mio serà il dannaggio; E se perisce tutta l'altra gente, Questo è il minor pensier che nel core aggio, Perché, quando io serò del mare in fondo, Voria tirarmi adosso tutto il mondo. -

Rispose a lui Scombrano: - Alto segnore, Alla partita abbiam contrario vento; Il mare è grosso e vien sempre maggiore. Ma io prendo de altri segni più spavento, Ché il sol callando perse il suo vigore, E dentro a i novaloni ha il lume spento; Or si fa rossa or pallida la luna, Che senza dubbio è segno di fortuna.

La fulicetta, che nel mar non resta, Ma sopra al sciutto gioca ne l'arena, E le gavine che ho sopra alla testa, E quello alto aeron che io vedo apena, Mi dànno annunzio certo di tempesta; Ma più il delfin, che tanto se dimena, Di qua di là saltando in ogni lato, Dice che il mare al fondo è conturbato.

E noi se partiremo al celo oscuro, Poi che ti piace; ed io ben vedo aperto Che siamo morti, e de ciò te assicuro; E tanto di questa arte io sono esperto, Che alla mia fede te prometto e giuro, Quando proprio Macon mi fésse certo Ch'io non restassi in cotal modo morto, "Va tu, - direbbi - ch'io mi resto in porto."-

Diceva Rodamonte: - O morto o vivo, Ad ogni modo io voglio oltra passare, E se con questo spirto in Franza arivo, Tutta in tre giorni la voglio pigliare; E se io vi giongo ancor di vita privo, Io credo per tal modo spaventare, Morto come io serò, tutta la gente, Che fuggiranno, ed io serò vincente. -

Così de Algeri uscì del porto fuore Il gran naviglio con le vele a l'orza; Maestro alor del mare era segnore, Ma Greco a poco a poco se rinforza; In ciascaduna nave è gran romore, Ché in un momento convien che si torza: Ma Tramontana e Libezzo ad un tratto Urtarno il mare insieme a rio baratto.

Allor se cominciarno e cridi a odire, E l'orribil stridor delle ritorte; Il mar cominciò negro ad apparire, E lui e il celo avean color di morte; Grandine e pioggia comincia a venire, Or questo vento or quel si fa più forte; Qua par che l'unda al cel vada di sopra, Là che la terra al fondo se discopra.

Eran quei legni di gran gente pieni, De vittuaglia, de arme e de destrieri, Sì che al tranquillo e ne' tempi sereni Di bon governo avean molto mestieri; Or non vi è luce fuor che di baleni, Né se ode altro che troni e venti fieri, E la nave è percossa in ogni banda: Nullo è obedito, e ciascadun comanda.

Sol Rodamonte non è sbigotito, Ma sempre de aiutarse si procaccia; Ad ogni estremo caso egli è più ardito, Ora tira le corde, or le dislaccia; A gran voce comanda ed è obedito, Perché getta nel mare e non minaccia; Il cel profonda in acqua a gran tempesta, Lui sta di sopra e cosa non ha in testa.

Le chiome intorno se gli odìan suonare, Che erano apprese de l'acqua gelata; Lui non mostrava de ciò più curare, Come fusse alla ciambra ben serrata. Il suo naviglio è sparso per il mare, Che insieme era venuto di brigata, Ma non puote durare a quella prova: Dov'è una nave, l'altra non si trova.

Lasciamo Rodamonte in questo mare, Che dentro vi è condutto a tal partito: Ben presto il tutto vi vorò contare; Ma perché abbiati il fatto ben compito, Di Carlo Mano mi convien narrare, Che avea questo passaggio presentito, E benché poco ne tema o nïente, Avea chiamata in corte la sua gente.

E disse a lor: - Segnori, io aggio nova Che guerra ci vuol fare il re Agramante. Né lo spaventa la dolente prova, Ove fur morte de sue gente tante; Né par che dalla impresa lo rimova L'esempio de suo patre e de Agolante, Che morti fur da noi con vigoria: Or ne viene esso a fargli compagnia.

Ma pure in ogni forma ce bisogna Guarnir per tutto il regno a bona scorta, Perché, oltra al vituperio e alla vergogna, La trista guarda spesso danno porta. Costor verranno o per terra in Guascogna, O per mare in Provenza, o ad Acquamorta, E però voglio che con gente armata Ogni frontiera sia chiusa e guardata. -

Poi che ebbe detto, chiama il duca Amone, Ed a lui disse: - Poi che se ne è andato Quel tuo figliol, che fu sempre un giottone, Farai che Montealban sia ben guardato. Manda tua gente fore a ogni cantone, E fa che incontinente io sia avisato Ciò che se faccia in terra ed in marina Per tutta Spagna, dove te confina.

Là son toi figli; ogniuno è bon guerrero, Sì che non te bisogna una gran gente; Se pure aiuto te farà mestiero, Io commetto ad Ivone, il tuo parente, E qui presente impono ad Angelero Che ciascadun te sia tanto obediente Come proprio serìano a mia persona, Sotto a l'oltraggio di questa corona.

Così Guielmo, il sir de Rosiglione, Ed Ariccardo, quel di Perpignano, Con tutte le sue gente e sue persone Vengano ad aloggiare a Montealbano. - Di questo non si fece più sermone; Lo imperator, rivolto a l'altra mano, Disse: - Segnori, or con più providenza Convien guardarsi il mar verso Provenza.

Però voglio che il duca de Bavera Di quella regïone abbia la impresa: In mare, in terra tutta la rivera Contra questi Africani abbia diffesa. Benché sia cosa facile e leggiera Vetare a' Saracin la prima scesa, La gran fatica fia de indovinare Il loco a ponto ove abbino a smontare.

Per questo voglio che con seco mena Tutti quattro i suoi figli a quel riparo, Ed oltra a questi il conte de Lorena, Dico Ansuardo, il mio paladin caro, E Bradiamante, la dama serena, Ché di Ranaldo vi è poco divaro Di ardire e forza a questa sua germana; Così Dio sempre me la guardi sana!

Ed Amerigo, duca di Savoglia, E Guido il Borgognon vada in persona, E la sua gesta seco si raccoglia Roberto de Asti e Bovo de Dozona. Chi non obedirà, sia chi si voglia, Serà posto ribello alla corona. Ora, Naimo mio caro, intendi bene: Tenire aperti gli occhi ti conviene.

In molte parte te convien guardare Per non essere accolto allo improviso, Ché, stu li lasci a terra dismontare, Non andarà la cosa più da riso. Tien la vedetta per terra e per mare, E fa che de ogni cosa io n'abbia aviso, Ch'io starò sempre in campo proveduto A dare, ove bisogni, presto aiuto. -

Fu in cotal forma il consiglio fermato, Sì come avea disposto Carlo Mano, E ciascadun da lui tolse combiato, Ed andò il duca Amone a Montealbano, Da molti bon guerreri accompagnato; E il duca Naimo per monte e per piano, Con pedoni e cavalli in quantitade, Gionse in Marsiglia dentro alla citade.

Trenta migliara avea de cavallieri, Ed ha vinti migliara de pedoni; E tra lor cominciarno a far pensieri Qual terra ciascadun de quei baroni Tenesse al suo governo volentieri; Né già vi fôr tra lor contenzïoni, Ma ciascun, come a Naimo fu in talento, Prese la guarda e rimase contento.

Torniamo a Rodamonte, che nel mare Ha gran travaglia contra alla fortuna; La notte è scura e lume non appare De alcuna stella, e manco della luna. Altro non se ode che legni spezzare L'un contra a l'altro per quella onda bruna, Con gran spaventi e con alto romore: Grandine e pioggia cade con furore.

Il mar se rompe insieme a gran ruina, E 'l vento più terribile e diverso Cresce d'ognor e mai non se raffina, Come volesse il mondo aver somerso. Non sa che farsi la gente tapina, Ogni parone e marinaro è perso; Ciascuno è morto e non sa che si faccia: Sol Rodamonte è quel che al cel minaccia.

Gli altri fan voti con molte preghiere, Ma lui minaccia al mondo e la natura, E dice contra Dio parole altiere Da spaventare ogni anima sicura. Tre giorni con le notte tutte intiere Sterno abattuti in tal disaventura, Che non videro al cielo aria serena, Ma instabil vento e pioggia con gran pena.

Al quarto giorno fu maggior periglio, Ché stato tal fortuna ancor non era, Perché una parte di quel gran naviglio Condotta è sotto Monaco in rivera. Quivi non vale aiuto né consiglio; Il vento e la tempesta ognior più fiera Ne l'aspra rocca e nel cavato sasso Batte a traverso e legni a gran fracasso.

Oltra di questo tutti e paesani, Che cognobber l'armata saracina, Cridando: - Adosso! adosso a questi cani! - Callarno tutti quanti alla marina, E ne' navigli non molto lontani Foco e gran pietre gettan con roina, Dardi e sagette con pegola accesa; Ma Rodamonte fa molta diffesa.

Nella sua nave alla prora davante Sta quel superbo, e indosso ha l'armatura, E sopra a lui piovean saette tante E dardi e pietre grosse oltra a misura, Che sol dal peso avrian morto un gigante; Ma quel feroce, che è senza paura, Vôl che 'l naviglio vada, o male o bene, A dare in terra con le vele piene.

Aveano e suoi di lui tanto spavento, Che ciascaduno a gran furia se mosse, Ed ogni nave al suo comandamento Sopra alla spiagia alla prora percosse. Traeva Mezodì terribil vento Con spessa pioggia e con grandine grosse; Altro non se ode che nave strusire Ed alti cridi e pianti da morire.

Di qua di là per l'acqua quei pagani Con l'arme indosso son per anegare, E gettan frezze e dardi in colpi vani; Mai non li lascia quella unda fermare. In terra stanno armati e paesani, Né li concedon ponto a vicinare, E di Monico uscì, che più non tarda, Conte Arcimbaldo e la gente lombarda.

Questo Arcimbaldo è conte di Cremona, E del re Desiderio egli era figlio; Gagliardo a meraviglia di persona, Scaltrito, e della guerra ha bon consiglio. Costui la rocca a Monico abandona Sopra un destrier coperto di vermiglio, E con gran gente calla alla riviera, Ove apizzata è la battaglia fiera.

A Monico il suo patre l'ha mandato, Ch'è sopra alle confine di Provenza, Perché intenda le cose in ogni lato, E dàlli avviso in ciascuna occorrenza. Il re dentro a Savona era fermato, Dov'ha condutta tutta sua potenza Con bella gente per terra e per mare, Ché ad Agramante il passo vôl vetare.

Ora Arcimbaldo con molti guerrieri, Come io vi dico, sopra al mar discese, E fie' tre schiere de' suoi cavallieri, E sopra al litto aperto le distese. Esso con soi pedoni e ballestrieri Andò in soccorso a questi del paese, Dove è battaglia orribile e diversa, Benché l'armata sia rotta e somersa.

Ché Rodamonte, orrenda creatura, Fa più lui sol che tutta l'altra gente; Egli è ne l'acqua fino alla centura, Adosso ha dardi e sassi e foco ardente. Ciascaduno ha di lui tanta paura, Che non se gli avicina per nïente, Ma da largo cridando con gran voce Con lancie e frizze quanto può li nôce.

Esso rassembra in mezo al mar un scoglio, E con gran passo alla terra ne viene, E per molta superbia e per orgoglio Dove è più dirupato il camin tiene. Or, bei Segnori, io già non vi distoglio Ch'e Cristïan non se adoprassen bene; Ma non vi fo remedio a quella guerra: Al lor dispetto lui discese in terra.

Dietro vi viene di sua gente molta, Che da le nave e da i legni spezzati Mezo somersa insieme era ricolta, A benché molti ne erano affondati, Ché non ne campò il terzo a questa volta; E questi che alla terra eno arivati, Son sbalorditi sì dalla fortuna, Che non san s'egli è giorno o notte bruna.

Ma tanto è forte il figlio de Ulïeno, Che tutta la sua gente tien diffesa, Come fu gionto asciutto nel terreno, E comincia dapresso la contesa; Tra' Cristïan facea né più né meno Che faccia il foco nella paglia accesa, Con colpi sì terribili e diversi Che in poco d'ora quei pedon dispersi.

In quel tempo Arcimbaldo era tornato, Per condur sopra al litto e cavallieri, E giù callava in ordine avisato, Come colui che sa questi mestieri. Ogni penone al vento è dispiegato, Di qua di là se alciarno e cridi fieri; Il conte di Cremona avanti passa, Ver Rodamonte la sua lancia abassa.

Fermo in due piedi aspetta lo Africante; Arcimbaldo lo giunse a mezo il scudo, E non lo mosse ove tenìa le piante, Benché fu il colpo smisurato e crudo; Ma il Saracin, che ha forza de gigante, E teneva a due mane il brando nudo, Ferisce lui d'un colpo sì diverso, Che tagliò tutto il scudo per traverso.

Né ancor per questo il brando se arrestava, Benché abbia quel gran scudo dissipato, Ma piastra e maglia alla terra menava, E fecegli gran piaga nel costato. Certo Arcimbaldo alla terra n'andava, Se non che da sua gente fu aiutato, E fu portato a Monico alla rocca, Come se dice con la morte in bocca.

Tutti quei paesani e ogni pedone Fôr da' barbari occisi in su l'arena, Che eran sei miglia e seicento persone: Non ne campâr quarantacinque apena. Li cavallier fuggîr tutti al girone: Non dimandar s'ogniom le gambe mena; Ma se quei saracini avean destrieri, Perian con gli altri insieme e cavallieri.

Sino al castel fu a lor data la caccia, Poi giù callarno quei pagani al mare, Il quale era tornato ora a bonaccia: Qua Rodamonte li fece aloggiare. Ciascun de aver la robba se procaccia Che somersa da l'onde al litto appare; Tavole e casse ed ogni guarnimento Sopra a quella acqua va gettando il vento.

Fôr le sue nave intra grosse e minute Che se partîr de Algier cento novanta; Meglio guarnite mai non fôr vedute Di bella gente e vittuaglia tanta; Ma più che le due parte eran perdute, Né se atrovarno a Monico sessanta; E queste più non son da pace o guerra, Ché 'l più de loro avean percosso in terra.

Morti eran tutti quanti e lor destrieri, E perduta ogni robba e vittuaglia; Rodamonte al tornar non fa pensieri, Né stima tutto il danno una vil paglia. Va confortando intorno e suoi guerreri Dicendo: - Compagnoni, or non vi incaglia Di quel che tolto ce ha fortuna o mare, Ché per un perso, mille io vi vuo' dare.

E quivi non farem lungo dimoro, Ché povra gente son questi villani. Io vo' condurvi dove è il gran tesoro, Giù nella ricca Francia a i grassi piani. Tutti portano al collo un cerchio d'oro, Come vedreti, questi fraudi cani, Sì che del perso non vi dati lagno, Ché noi siam gionti al loco del guadagno. -

Così la gente sua va confortando Re Rodamonte con parlare ardito; Questo e quello altro per nome chiamando, Gli invita a riposar sopra a quel lito. Or de Arcimbaldo vi verrò contando, Che nel castel di Monico è fuggito, Rotto e sconfitto ed a morte piagato, Come di sopra a ponto io ve ho contato.

Come alla rocca fu dentro alle mura, Al patre un messaggiero ebbe mandato, Che gli contasse di questa sciagura El fatto tutto, come era passato. De avvisar Naimo ancora ha preso cura, Qual già dentro a Marsilia era arivato, E mandò ad esso un altro messaggiero, Che gli raconta il fatto tutto intero.

Re Desiderio fu molto dolente, Quando egli intese la novella fiera; Uscitte de Savona incontinente, Spiegando al vento sua real bandiera; A Monico ne vien con la sua gente. Da l'altra parte il duca di Bavera Si mosse di Marsilia con gran fretta, Per far de' Saracini aspra vendetta.

Ciascuna schiera a gran furia camina, Dico Francesi e gente italïana, E l'una vidde l'altra una matina Da due vallette non molto lontana. In mezo è Rodamonte alla marina, Dove accampata ha sua gente africana. Quel forte saracin dal crudo guardo Vidde nel monte gionto il re lombardo,

Con tante lancie e con tante bandiere Che una selva de abeti se mostrava; Tutta coperta di piastre e lamiere La bella gente il poggio alluminava. Cridando Rodamonte in voce altiere Chiama sua gente e l'armi dimandava, E in un momento fu tutto guarnito Di piastra e maglia il giovanetto ardito.

Fuor salta a piedi, e non avea destriero, Ché per fortuna l'ha perso nel mare. Or se leva a sue spalle il crido fiero Per l'altra gente che nel poggio appare, Io dico Naimo, Ottone e Belengiero, Che d'altra parte vengono arivare, Roberto de Asti e 'l conte di Lorena Con Bradamante, che la schiera mena.

Avanti a gli altri vien quella donzella, E bene al suo german tutta assomiglia; Proprio assembra Ranaldo in su la sella, E di bellezza è piena a meraviglia. Costei mena la schiera a gran flagella; Ma Rodamonte, levando le ciglia, Gionta la gente vede in ogni lato, Che quasi intorno l'ha chiuso e serrato.

A' suoi rivolto con la faccia oscura, Disse: - Prendeti qual schiera vi piace, O questa o quella, ch'io non ne do cura; L'altra soletto, per lo Dio verace, Voglio mandare in pezzi alla pianura. - Così parlava quel giovane audace, Ma la sua gente, che ha per lui gran core, Verso e Lombardi è mossa con furore.

Trombe e tamburi a un tratto e cridi altieri Oditi fôrno intorno ad ogni lato; Re Desiderio e' soi bon cavallieri Mena a roina il popol rinegato; A benché e Saracin eran sì fieri Per la prodezza del suo re appregiato, Che, ancor che fusser de' Lombardi meno, Perdiano a palmo a palmo il suo terreno.

Ma in questo loco è la battaglia zanza, Dico a rispetto de l'altra vicina, Dove contra ai baron che eran di Franza Combatte Rodamonte a gran roina. Costui ben certo di prodezza avanza Quanta fôr mai di gente saracina; In guerra non fu mai tanto fraccasso, Però contar lo voglio a passo a passo.

Il duca Naimo, che è saggio e prudente, Come vede e nemici alla pianura, Fermò sopra del monte la sua gente, E divisela in terzo per misura. La schiera che venìa primeramente, Fu Bradiamante, ch'è senza paura; La figliola de Amon, quella rubesta, Venìa spronando con la lancia a resta.

E seco al paro il conte de Lorena, Ciò fu Ansuardo, de battaglia esperto, Che giù callando gran tempesta mena, E 'l conte de Asti, quel franco Roberto. Questa è la prima schiera, che è ben piena: Sedeci millia e più son per il certo. Poi mosse la seconda con gran crido, Sotto il duca Americo e il duca Guido.

L'un di Savoia e l'altro è di Bergogna, Ciascadun d'essi ha più franca persona. Contarvi e capitani mi bisogna: Con loro è gionto Bovo di Dozona; Per fare a' Saracini onta e vergogna, Questa schiera seconda s'abandona; La terza guida Naimo il bon vecchione, E Avorio e Avino e Belengiero e Ottone.

Il padre e' quatro figli a questa schiera Son posti di quel campo al retroguardo, Con tutta la sua gente di Baviera. Ora tornamo al saracin gagliardo, Che non avea stendardo né bandiera, Ma tutto solo a mover non fu tardo Contra alla gente che il monte discende; Solo ed a piede la battaglia prende.

Piacciavi, bei segnor, di ritornare Ad ascoltar la zuffa che io vo' dire, Ché se mai prove odesti racontare E colpi orrendi e diverso ferire, E gente rotte a terra trabuccare, Tutto è nïente a quel ch'io vo' seguire. Nel fin del canto tornerò ad Orlando: Adio, segnori; a voi mi racomando.

Canto settimo

Non fu, signor, contato più giamai Battaglia sì diversa e tanto orribile, Perché, come di sopra io vi contai, Rodamonte di Sarza, quel terribile, Contra de Naimo, che avea gente assai, Solo è afrontato, che è cosa incredibile; Ma Turpin, che dal ver non se diparte, Per fatto certo il scrisse alle sue carte.

Né so se 'l fu piacer del celo eterno Donar tanta prodezza ad un Pagano, O se 'l demonio, uscito dell'inferno, Combattesse per lui quel giorno al piano; E' pose nostra gente in tal squaderno, Che non fu data, al ricordare umano, Cotal sconfitta a nostra gente santa, Quale in quel giorno che il mio dir vi canta.

Tutte le schiere, come io ve ho contato, Giù della costa son callate al basso; Da l'altra parte Rodamonte armato Ha fesa la battaglia a gran fraccasso. La nostra gente come erba di prato Taglia a traverso e manda morta al basso; Pedoni e cavallier, debili e forti L'un sopra a l'altro van spezzati e morti.

Sempre ferendo va quello africante Dritti e roversi, e cridando minaccia; Egli ha i nemici di dietro e davante, Ma lui col brando se fa ben far piaccia. Ecco gionta alla zuffa Bradamante, Quella donzella ch'è di bona raccia; Come fùlgor del cielo, o ver saetta, Ver Rodamonte la sua lancia assetta.

Dal lato manco il gionse nel traverso E passò il scudo questa dama ardita, E quasi a terra lo mandò riverso, Benché non fece a quel colpo ferita; Ché 'l saracin, che fu tanto diverso, Ed avea forza incredibile e infinita, Portava sempre alla battaglia indosso Un cor di serpe, mezo palmo grosso.

Ma non di manco pur fo per cadere, Come io ve dissi, per quella incontrata, Quando la dama che ha tanto potere Lo ferì al fianco con lancia arrestata; Tutta la gente che l'ebbe a vedere, Levò gran crido e voce smisurata; Né già per questo al pagan se avicina, Ma sol cridando aiuta la fantina.

Lei già rivolto ha il suo destrier coperto, E torna adosso a quel saracin crudo. Or fuor de schiera uscì il conte Roberto E ferì Rodamonte sopra il scudo, Ed Ansuardo de battaglia esperto, Egli sprona anco adosso a brando nudo; Onde la gente, che ha ripreso core, Tutta se mosse insieme a gran furore,

- Adosso! adosso! - ciascadun cridando, Con sassi e lancie e dardi oltra misura. Rideva il saracin questo mirando, Come colui che fu senza paura; Mena a traverso il furïoso brando, E gionse proprio a loco di cintura Quello Ansuardo, conte di Lorena, E morto a terra il pose con gran pena.

Mezo alla terra e mezo nell'arcione Rimase il busto di quel paladino: Non fu mai vista tal destruzïone. A Brandimante mena il saracino; Lei non accolse, ma gionse il ronzone, Che era coperto de usbergo acciarino; Non giova usbergo né piastra né maglia, Ché col e spalle a quel colpo li taglia.

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