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Orlando innamorato

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Io già prima de lui ne era venuta Per quella tomba sotterra nascosa, E d'altri panni ornata e proveduta Sì come io fossi la novella sposa; Ma come il vecchio m'ebbe qui veduta, Morir credette in pena dolorosa; E vòlto a Ordauro disse: "Ahimè tapino! Ché ben ciò mi stimai, per Dio divino!

Io non occisi già il tuo patre antico, Né abruciai la tua terra con roina, Che esser dovessi a me crudel nemico E far la vita mia tanto meschina. Ahi tristo e sventurato Folderico, Che sei gabato al fin da una fantina! Ora a mio costo vadase a impiccare Vecchio che ha moglie, e credela guardare."

Mentre che lui dicea queste parole De ira e de sdegno tutto quanto acceso, Ordauro assai de ciò con lui se dole, Mostrando in vista non averlo inteso; E giura per la luna e per il sole, Che egli è contra ragion da lui ripreso; E che per il passato e tutta via Gli ha fatto e falli onore e cortesia.

Cridava il vecchio ognior più disperato: "Questa è la cortesia! questo è l'onore! Tu m'hai mia moglie, mio tesor robbato, E poi, per darmi tormento maggiore, M'hai ad inganno in tua casa menato, Ladro, ribaldo, falso, traditore, Perch'io veda il mio danno a compimento E la mia onta, e mora di tormento."

Ordauro se mostrava stupefatto, Dicendo: "O Dio, che reggi il cel sereno, Come hai costui de l'intelletto tratto, Che fu de tal prudenza e senno pieno? Or de ogni sentimento è sì disfatto, Come occhi non avesse, più né meno. Odi (diceva), Folderico, e vedi: Questa è mia moglie, e che sia tua credi.

Essa è figliola del re Manodante, Che signoreggia le Isole Lontane; Forse che in vista te inganna il sembiante, Perché aggio inteso che fôr due germane Tanto di faccia e membre simigliante, Che, veggendole 'l patre la dimane E la sua matre, che fatte le avia, L'una da l'altra non ricognoscia.

Sì che ben guarda e iudica con teco, Prima che a torto cotanto ti doglie, Perché contra al dover turbato èi meco." Diceva il vecchio: "Non mi vender foglie, Ch'io vedo pur di certo, e non son ceco, Che questa è veramente la mia moglie: Ma pur, per non parer paccio ostinato, Vado alla torre, e mo serò tornato.

E se non la riveggio in quel girone, Non te stimar di aver meco mai pace: In ogni terra, in ogni regïone Te perseguitarò, per Dio verace; Ma se io la ritrovo, per Macone De averti detto oltraggio mi dispiace; Ma fa che questa quindi non si mova Insin ch'io torni e vedane la prova."

Così dicendo, con molta tempesta, Trottando forte, alla torre tornava; Ma io, che era de lui assai più presta, Già dentro dalla rocca lo aspettava; E sopra il braccio tenendo la testa, Malanconosa in vista me mostrava. Come fu dentro ed ebbemi veduta, Meravigliosse e disse: "Iddio me aiuta!

Chi avria creduto mai tal meraviglia, Né che tanto potesse la natura, Che una germana sì l'altra somiglia De viso, de fazione e di statura? Pur nel cor gran sospetto ancor mi piglia, Ed ho, senza cagione, alta paura, Però che io credo, e certo giurarei, Che quella che è là giù, fosse costei."

Poi verso me diceva: "Io te scongiuro, Se mai speri aver ben che te conforte: Fosti oggi ancor di for da questo muro? Chi te condusse, e chi aperse le porte? Dimmi la verità, ch'io te assicuro Che danno non avrai, pena, né morte; Ma stu mentisci, ed io lo sappia mai, Da me non aspettare altro che guai."

Ora non dimandar come io giurava Il celo e' soi pianeti tutti quanti: Quel che si fa per ben, Dio non aggrava, Anci ride il spergiuro degli amanti. Così te dico ch'io non dubitava Giurare e l'Alcorano e' libri santi, Che dapoi ch'era intrata in quel girone Non era uscita per nulla stagione.

Lui, che più non sapea quel che se dire, Torna di fora, e le porte serrava. Io d'altra parte non stavo a dormire, Ma per la tomba ascosa me ne andava, E a nova guisa m'ebbi a rivestire. Quando esso gionse, e quivi mi trovava: "Il cel - diceva - e Dio non faria mai Che questa è quella che là su lasciai."

Così più volte in diversa maniera Al modo sopradetto foi mostrata, E sì for di sospetto il zeloso era, Che spesso me appellava per cognata. Fo dapoi cosa facile e legiera Indi partirsi; perché una giornata Ordauro a Folderico disse in breve Che quella aria marina è troppo greve;

E che non era stato una ora sano, Dapoi che venne quivi ad abitare; Sì che al giorno sequente e prossimano Nel suo paese volea ritornare, Ch'era da tre giornate indi lontano. Or Folderico non se fie' pregare, Ma per se stesso se fo proferito A farce compagnia for de quel sito.

E con noi venne forse da sei miglia, E poi con fretta adietro ritornava. Ora io non so s'egli ebbe meraviglia, Quando alla rocca non me ritrovava. La lunga barba e le canute ciglia, Maledicendo il cel, tutte pelava; E destinato de averme o morire, Nostro camino se pose a seguire.

E non avendo possa, né ardimento Di levarme per forza al giovanetto, Veniaci dietro con gran sentimento, Del qual troppo era pieno il maledetto. Ora ciascun di noi era contento, Io, dico, e Ordauro, quel gentil valletto, Che senza altro pensier ne andamo via; Forse da trenta eramo in compagnia.

Scudieri e damiselle eran costoro, Tutti senza arme caminando adaggio; Emo la vittualia e argento ed oro Posto sopra gambeli al carrïaggio; Perché tutta la robba e il gran tesoro Che possedeva quel vecchio malvaggio, Avevamo noi tolta alla sicura, Là dove io venni per la tomba oscura.

Già la prima giornata caminando Aveàn passata senza impedimento; Ordauro meco ne venìa cantando, Ed avea indosso tutto il guarnimento Di piastre e maglia, e cento al fianco il brando; Ma la sua lancia e il bel scudo d'argento E l'elmo adorno di ricco cimero Gli eran portati apresso da un scudero:

Quando davanti, in mezo del camino, Scontramo un damigello in su l'arcione. Quel veniva cridando: "Ahimè tapino! Aiuto! aiuto! per lo Dio Macone"; Ed era alle sue spalle uno assassino (Così sembrava in vista quel fellone); Correndo a tutta briglia per il piano Seguiva il primo con la lancia in mano.

Per il traverso di quel bosco ombroso Passarno e duo, correndo a gran flagello. Ordauro de natura era pietoso, Onde gli increbbe di quel damigello, E posesi a seguir senza riposo; Ma ciascun di color parea uno uccello, Ch'eran senza arme e scarchi e lor destrieri, Però veloci andavano e legieri.

Ordauro il suo ronzone avea coperto Di piastra e maglia, onde ebbe molto affanno: E per esser lui di malizia experto, Ebbe oltra alla fatica ancor gran danno; Perché, come io conobbi poi di certo, Sol Folderico avea fatto ad inganno Quel giovanetto e quel ladron venire, Acciò che Ordauro gli avesse a seguire.

E come fu da noi sì dilungato, Che di gran lunga più non si vedia, Il falso vecchio se fu dimostrato, Con circa a vinti armati in compagnia. Ciascun de' nostri se fu spaventato, Chi qua chi là per lo bosco fuggia, Né fu chi se ponesse alle diffese, Onde il vecchiardo subito me prese.

Se io ero in quel ponto dolorosa, Tu lo puoi, cavallier, fra te pensare. Per una strata de bronchi spinosa, Dove altri non suolea mai caminare, Me conducea quel vecchio alla nascosa, E cento macchie ce fe' traversare, Perché de Ordauro avea molta paura; Or noi giongemo ad una valle oscura.

Stata ero io presa duo giorni davanti, Quando giongemmo a l'ombroso vallone; Io non avea giamai lasciato e pianti, Benché me confortasse quel vechione. Eccote uscir del bosco tre giganti, Ciascuno armato e con grosso bastone; Un d'essi venne avanti e cridò forte: "Getti giù l'arme chi non vôl la morte." -

Stava la dama in questo ragionare Col conte Orlando, ed ancora seguia, Però che li voleva racontare, Come e giganti l'ebbero in balìa, E come il vecchio la volse aiutare; E lui fu morto e la sua compagnia, E sua ventura poi de parte in parte, Sin che soccorsa fu da Brandimarte;

Ma nova cosa che ebbe ad apparire, Qual sturbò il ragionar della donzella; Ché un cervo al verde prato vedean gire Pascendo intorno per l'erba novella. Come era vago non potrebbi io dire, Ché fiera non fu mai cotanto bella; Quel cervo è della Fata del Tesoro, Ambe le corne ha grande e de fino oro.

Lui come neve è bianco tutto quanto, Sei volte il giorno di corno se muta; Ma de pigliarlo alcun non se dà vanto, Se forse quella fata non lo aiuta; Ed essa è bella ed è ricca cotanto, Che omo non ama e ciascadun riffiuta; Ché beltate e ricchezza a ogni maniera Per sé ciascuna fa la donna altiera.

Or questo cervo pascendo ne andava, Quando fo visto dai duo cavallieri E dalla dama, che ancor ragionava. Brandimarte a pigliarlo ebbe in pensieri, Ma non già il conte, perché egli estimava Quelle ricchezze per cose legieri; E però apena li fece riguardo, Abenché avesse il bon destrier Baiardo.

Ma sopra a Brigliadoro è Brandimarte, Qual, come il cervo vide, in su quel ponto Dal conte Orlando subito se parte, Ché de acquistarlo avea l'animo pronto; Ma quello era fatato con tal arte, Che non l'arìa volando alcuno agionto Però il seguiva Brandimarte in vano Quel giorno tutto quanto per il piano.

Poiché venuta fu la notte oscura, Lui perse il cervo per le fronde ombrose, E veggendosi al fin de sua ventura, Poscia che 'l giorno la luce nascose, Vestito sì come era de armatura Nel verde prato a riposar se pose; E poi nel tempo fresco, al matutino, Monta il destriero e torna al suo camino.

Quel che poi fece con l'omo selvaggio Che la sua Fiordelisa avea legata, Nel canto che vien drieto conteraggio, E dirò la battaglia cominciata Tra Ranaldo e Grifon senza vantaggio. Per Dio, tornate a me, bella brigata, Ché volentieri ad ascoltar vi aspetto, Per darvi al mio cantar zoia e diletto.

Canto ventesimoterzo

Seguendo, bei segnori, il nostro dire, Brandimarte dal conte era partito, E perse il cervo e posese a dormire; Ma poi, al novo giorno resentito, Al suo compagno volea rivenire; E già sopra il destrier sendo salito, Ascoltando li parve voce umana Che si dolesse, e non molto lontana.

E poi che un pezzo per odir fu stato, Verso quel loco se pose ad andare; E come aveva alquanto cavalcato, Stavasi fermo e quieto ad ascoltare; E così andando gionse ad un bel prato, E colei vide, che odìa lamentare, Legata ad una quercia per le braccia; Come la vide, la cognobbe in faccia.

Perché quella era la sua Fiordelisa, Tutto il suo bene e vita del suo core; Sì che pensati voi or con qual guisa Se cangiò Brandimarte de colore. Era l'anima sua tutta divisa: Parte allegrezza e parte era dolore, Ché d'averla trovata era zoioso, Ma del suo mal turbato e doloroso.

Più non indugia, che salta nel piano, E lega Brigliadoro ad una rama; Va con gran fretta il cavallier soprano Per discioglier colei che cotanto ama; Ma quello omo bestiale ed inumano Ch'era nascoso in guardia de la dama, Come lo vide, uscì de quel macchione, E imbraccia il scudo ed impugna il bastone.

Era quel scudo tutto de una scorza Ben atto a sostenire ogni percossa, Né dubbio è che se piega o che se torza, Perché de un gran palmo egli era grossa. Omo non ave mai cotanta forza, Cavalliero, o gigante di gran possa, Quanto ha quello omo rigido e selvaggio: Ma non cognosce a zuffa alcun vantaggio.

Abita in bosco sempre, alla verdura, Vive de frutti e beve al fiume pieno; E dicesi ch'egli ha cotal natura, Che sempre piange, quando è il cel sereno, Perché egli ha del mal tempo alor paura, E che 'l caldo del sol li venga meno; Ma quando pioggia e vento il cel saetta, Alor sta lieto, ché 'l bon tempo aspetta.

Vene questo omo adosso a Brandimarte, Col scudo in braccio e la maza impugnata; Non ha di guerra lui senno né arte, Ma legerezza e forza smisurata. Non era il baron vòlto in quella parte, Ma là dove la dama era legata; E se lei forse non se ne avedia, Quello improviso adosso li giongia.

De ciò non se era Brandimarte accorto, Ma quella dama, che 'l vide venire, Cridò: - Guârti, baron, che tu sei morto! - Non se ebbe il cavalliero a sbigotire; E più d'esso la dama ebbe sconforto Che di se stessa, né del suo morire, Perché con tutto il cor tanto lo amava Che, sé scordando, sol di lui pensava.

Presto voltosse il barone animoso E se ricolse ad ottimo governo; E quando vide quel brutto peloso, Beffandolo fra sé, ne fie' gran scherno; E stette assai sospeso e dubbïoso Se questo era omo o spirto dello inferno; Ma sia quel che esser voglia, e' non ne cura, E vallo a ritrovar senza paura.

A prima gionta il salvatico fiero Menò sua mazza, che cotanto pesa, E gionse sopra il scudo al cavalliero, Che ben stava coperto in sua diffesa; E come quel che è scorto a tal mestiero, Taglia quella col brando alla distesa. Come lui vide rotta la sua mazza, Saltagli adosso e per forza l'abbrazza.

E lo tenìa sì stretto e sì serrato, Che non puoteva se stesso aiutare. Più volte il cavallier se fo provato Con ogni forza de sua man campare; Ma quanto un fanciulletto adesso nato Potrebbe a petto a uno omo contrastare, Tanto il selvaggio di estrema possanza E di gran forza Brandimarte avanza.

Via ne 'l portava e stimavalo tanto Quanto fa il lupo la vil pecorella. Ora chi odisse il smisurato pianto Che facea lamentando la donzella, A Dio chiamando aiuto, ad ogni Santo In cui sperava, alla Fede novella: Chi odisse il pianto e 'l piatoso sermone, Ciascuno avria di lei compassïone.

Tuttavia quel selvaggio omo il portava; Per le braccia a traverso l'avia preso; Lui quanto più puotea si dimenava, D'ira, de orgoglio e di vergogna acceso; Ma quel suo dimenar poco giovava, Perché il selvaggio lo tenìa sospeso Alto da terra, perché era maggiore, Correndo tuttavia con gran furore.

Gionse correndo, col barone in braccio, Dove era un'alta pietra smisurata; Correa nella radice un gran rivaccio, Che l'avea da quel canto dirupata, Sì che da cima al fondo avea di spaccio Seicento braccia la ripa tagliata. Quivi il selvaggio ne portò il barone Per trabuccarlo giuso a quel vallone.

Come fo gionto a l'orlo del gran sasso, Via lo lancia da sé senza riguardo; Poco mancò che non gionse al fraccasso Del dirupo alto il cavallier gagliardo, E ben gli fo vicino a men d'un passo. Ma presto saltò in piede e non fo tardo; Perché egli aveva ancora in mano il brando, Verso il selvaggio se ne andò cridando.

Quel non aveva scudo né bastone, L'uno era rotto, l'altro avea lasciato; Corse ad uno olmo e prese un gran troncone, E non l'avendo ancor tutto spiccato, Brandimarte il ferì sopra al gallone, E di gran piaga l'ebbe vulnerato. Lui, ch'è orgoglioso ed ha superbia molta, Quel troncon lascia ed al baron si volta.

Voltasi quel selvaggio furïoso A Brandimarte per saltargli adosso; Il cavallier col brando sanguinoso, Nel voltar che se fie', l'ebbe percosso; Via tagliò un braccio, che è tutto peloso, E gionse al busto smisurato e grosso; Giù per le coste insieme alla ventraglia Tutte col brando ad un colpo gli taglia.

Quel non se puote alor più sostenire, Cade cridando in su la terra dura; E' non sapea parole proferire, Ma facea voce terribile e oscura. Quando il barone lo vide morire, Quivi lo lascia e più non ne dà cura, Anci correndo a quel prato ne andava, Dove il destriero e la sua dama stava.

Come fu gionto ove era la donzella, Di gran letizia non sa che si fare; Tienla abbracciata e già non li favella, Ché de allegrezza non puotea parlare. Or per non far de ciò longa novella, Quella disciolse ed ebbe a cavalcare, E posesela in groppa, e a lei rivolto Parlando andava per quel bosco folto.

E l'uno e l'altro insieme racontava, Questa come fu tolta dal vecchione Che per la selva oscura la portava, E come fu poi morto dal leone; E così a lei Brandimarte narrava De' tre giganti quella questïone Che fatta aveano al prato della fonte, E de la dama che portava il conte.

E così l'uno e l'altro ragionando De lor travaglio e de la lor paura, Veniano a ritrovare il conte Orlando. Ma ad esso era incontrata altra ventura, Qual poi a tempo vi verrò contando; Ora al presente poneti la cura Ad ascoltar la zuffa e la tenzone Che ebbe Ranaldo col franco Grifone.

Né so se vi ricorda nel presente, Segnor, come io lasciassi quella cosa De' due baron, che nequitosamente Facean cruda battaglia e tenebrosa, E stimavan la vita per nïente, E quello e questo mai non se riposa, Né sparma colpi alcun, né si nasconde, Ma l'uno l'altro a bon gioco risponde.

Tutta la gente quivi se adunava, Pedoni e cavallieri a poco a poco; Sì ciascun de veder desiderava, Che strettamente li bastava il loco. Marfisa avanti agli altri riguardava, Tutta nel viso rossa come un foco; Ma, mentre che mirava, ecco Ranaldo Mena un gran colpo furïoso e saldo;

E sopra l'elmo gionse de Grifone, Ch'era affatato, come aveti odito; Se alora avesse gionto un torrïone, Sin gioso al fondo l'arebbe partito; Ma quello incanto e quella fatasone Campò da morte il giovanetto ardito, Benché a tal guisa fu del spirto privo, Che non moritte e non rimase vivo.

Però che, briglia e staffe abandonando, Pendea de il suo destriero al destro lato, E per il prato strasinava il brando, Perché l'aveva al braccio incatenato. Quando Aquilante il venne remirando, Ben lo credette di vita passato, E sospirando di dolore e d'ira Verso Ranaldo furïoso tira.

Questo era anch'esso figlio de Olivero, Come Grifone, e di quel ventre nato, Né di lui manco forte né men fiero, E come l'altro aponto era fatato: L'arme sue, dico, il brando e il bon destriero, Benché a contrario fosse divisato, Ché questo tutto è nero, e quello è bianco, Ma l'un e l'altro a meraviglia è franco.

Sì che non fo questo assalto minore, Ma più crudele assai ed inumano, Perché Aquilante avea molto dolore, Credendo essere occiso il suo germano; E come disperato a gran furore Combattea contra il sir de Montealbano, Ferendo ad ambe man con molta fretta, Per morir presto o far presto vendetta.

Da l'altra parte a Ranaldo parea Ricever da costoro a torto ingiuria, Però più dello usato combattea Terribilmente, acceso in maggior furia; Contra sé tutti quanti li vedea, E lui soletto non ha chi lo alturia Se non Fusberta e il suo core animoso, Però combatte irato e furïoso.

- Or via, - diceva lui - brutta canaglia! Mandati ancor de li altri a ricercare, Che vengano a fornir vostra battaglia; O venitene insieme, se vi pare, Che tutti non vi stimo un fil de paglia. Come poteti gli occhi al celo alciare De vergogna, o vedere vi lasciati, Sendo tra gli altri sì vituperati? -

Non respondeva Aquilante nïente, Benché egli odisse quel parlar superbo, Ma, stringendo de orgoglio dente a dente, Con quanta possa aveva e quanto nerbo Ferì Ranaldo ne l'elmo lucente De un colpo furïoso e tanto acerbo, Che Ranaldo le braccia al celo aperse Per la gran pena che al colpo sofferse.

E se il suo brando non fosse legato Al destro braccio, come lui portava, Ben li serìa caduto al verde prato. Or Rabicano a gran furia ne andava, Perché Ranaldo il freno avea lasciato, Né dove fosse alor se ricordava; Ma di profondo spasmo e di dolore Ave perduto lo intelletto e il core.

Aquilante, de orgoglio e d'ira pieno, Per tutto intorno al campo lo seguìa; Ed avea preso al cor tanto veleno, Che così volontier morto l'avria, Come fosse un pagan, né più né meno. Ma ritornò Ranaldo in sua balìa; Proprio alor che Aquilante l'avea gionto, In sé rivenne vigoroso e pronto.

E, ritrovato il brando che avea perso, Voltò contra Aquilante il corridore, Acceso di furor troppo diverso; Con quanta forza mai puote maggiore, Lo gionse a mezo l'elmo nel traverso. Non valse ad Aquilante il suo valore, Né l'arme fatte per incantamento, Ché stramortito perse il sentimento.

Ranaldo già nïente indugiava, Perché era d'ira pieno a quella fiata, E l'elmo prestamente li slaciava, E ben gli avrebbe la testa tagliata: Ma Chiarïone la lancia arrestava, Così come era la cosa ordinata; Né de lui se accorgendo il fio d'Amone, Di traverso il ferì sopra il gallone.

Piastra non lo diffese o maglia grossa, Ma crudelmente al fianco l'ha ferito. Alor che ebbe Ranaldo la percossa, Grifone aponto se fo risentito, Ch'era stato gran pezzo in molta angossa E fuora de intelletto sbalordito; Via passò Chiarïon, rotta ha la lancia, Ché tenire il destrier non ha possancia.

Or, come io dissi, Grifon se risente, Alor che via ne andava Chiarïone, E non sapea de Aquilante nïente, Né de questo altro ancor la questïone, Ché mosso non serebbe certamente; Ma così come uscì de stordigione, Per vendicarse il colpo che avea còlto Verso a Ranaldo furïoso è vòlto.

Non era ancora il sir de Montealbano Aconcio ne l'arcione e rassettato, Per quello incontro sì crudo e villano Che quasi fuor di sella andò nel prato, Quando gionse Grifon col brando in mano; Trovandolo improviso e sbarattato, Gli donò un colpo orribile e possente: Voltosse il fio de Amon come un serpente.

Come un serpente per la coda preso, Che gonfia il collo e il busto velenoso, Cotal Ranaldo, de grand'ira acceso, A Grifon se rivolse nequitoso; E ben l'avrebbe per terra disteso, Tanto menava un colpo furïoso; Se non che Chiarïon, ch'era voltato, Giongendo sturbò il gioco cominciato.

E sopra il braccio destro lo percosse, Come ebbe de improviso ad arivare, E con tanta ruina lo commosse, Che quasi il fece il brando abandonare. Pensati se Ranaldo ora adirosse, Che perder non vo' tempo al racontare; Forte cridando, giura a Dio divino Che tutti non gli stima un vil lupino.

E se rivolta contra a Chiarïone, E darli morte al tutto è delibrato; Ma già per questo non resta Grifone, Né il lascia prender lena e trare il fiato. Ecco Aquilante ariva alla tenzone, Che era de stordigion già ritornato, Ma non già al tutto, perché veramente Non s'accorgea de gli altri duo nïente:

De gli altri duo che, ciascadun più fiero, Stanno d'intorno Ranaldo a ferire; Ciò non pensa Aquilante, quello altiero, Ma sua battaglia destina finire. Spronando a gran ruina il suo destriero Lascia sopra a Ranaldo un colpo gire Tanto feroce, dispietato e crudo, Che tagliò tutto per traverso il scudo.

Sotto il scudo la piastra del bracciale Sopra un cor' buffalino era guarnita; La manica de maglie nulla vale, Ché gli fece nel braccio aspra ferita. A' circonstanti ciò parea gran male; Sopra a gli altri Marfisa, quella ardita, Va correndo, ché apena ritenuto Se era sin ora di donargli aiuto.

Onde se mosse lui con la regina Che di prodezza al mondo non ha pare. Qual vento, qual tempesta di marina Se puote al gran furore equiperare? Quando Marfisa mosse con ruina, Parea che e monti avessero a cascare, E' fiumi andasser nello inferno al basso, Ardendo l'aria e il celo a gran fraccasso.

A quel furor terribil e diverso Serebbe tutto il mondo sbigotito; Per ciò non ha Grifon l'animo perso, Né il suo german, che fo cotanto ardito; Ma ciascun de gli altri ha il cor summerso Quando vider colei sopra a quel sito, Qual con tal furia nel giorno davanti Gli avea cacciati e rotti tutti quanti.

Venner contra Marfisa e duo germani, Ciascun di lor se stringe, il scudo imbraccia; E il pro' Ranaldo, solo in su quei piani, Al re Adrïano e a Chiarïon minaccia; E fôr Torindo ed Oberto alle mani, Ben che ferito è Oberto nella faccia. Trufaldin sta da parte e pone mente, Come avesse de questo a far nïente.

L'una e poi l'altra zuffa voglio dire, Perché in tre lochi a un tempo se travaglia, E il rumore è sì grande ed il ferire E il spezzar delle piastre e della maglia, Che apena se potrebbe il trono odire. Or, cominciando alla prima battaglia, Grifone ed Aquilante alla frontera Tolsero in mezo la regina fiera.

Lei, come una leonza che di pare Se veggia in mezo a duo cervi arivata, Che ad ambo ha il core e non sa che si fare, Ma batte i denti, e quello e questo guata; Cotal Marfisa se vedea mirare, Adosso l'uno e l'altro inanimata, Sol dubitando la regina forte A cui prima donar debba la morte.

Ma star sospesa non li fa mestiero, Ché ben gli diè Grifone altro pensare; Ad ambe mani il giovanetto fiero Un colpo smisurato lasciò andare. Il drago, che ha la dama per cimiero, Fece in due parte alla terra callare; Non fo Marfisa per quel colpo mossa, Benché sentisse al capo gran percossa.

Verso Grifon turbata un colpo mena, Con quel gran brando che ha tronca la ponta; Ma non è verso lui voltata apena, Che nel collo Aquilante l'ebbe gionta. Pensati or se ella rode la catena, E se a tal cosa prese sdegno ed onta, Perché quel colpo orribile e improviso Batter li fece contra a l'elmo il viso.

E gli uscì il sangue da' denti e dal naso, Che non gli avvenne in battaglia più mai. Dricciandosi cridò: - Giotton malvaso, Se tu sapesti quel che tu non sai, Voresti nel girone esser rimaso: Or vo' che sappi che tu morirai Per le mie mane, e non è in celo Iddio Che te possa campar dal furor mio. -

Mentre che ella braveggia a suo volere, Non ha il franco Grifone il tempo perso, Ma con ogni sua forza e suo potere In fronte la ferì de un gran riverso. Io non sapria cantando far vedere Di lei lo assalto orribile e diverso, Ché, non curando più la sua persona, Verso Aquilante tutta se abandona.

Ferì con tal superbia la adirata, Con tal ruina e con furor cotanto, Che, se non fosse la piastra incantata, Fesso l'avria per mezzo tutto quanto. Dicea il franco Grifon: - Cagna rabbiata, Tu non te donarai al mondo il vanto Che promisso hai, de occider mio germano: Ma serà tuo zanzar bugiardo e vano. -

Così dicendo la ferì del brando Con gran tempesta ne l'elmo lucente. Or, bei segnori, a Dio ve racomando, Perché finito è il mio dire al presente; E, se tornati, verrovi contando Questa battaglia nel canto sequente, Qual fo tra gente di cotanto ardire, Che ve fia gran diletto odendol dire.

Canto ventesimoquarto

Se non me inganna, segnor, la memoria, Seguir convene una zuffa grandissima, Ché a l'altro canto abandonai la istoria Della dama terribile e fortissima, Quale ha tanta arroganza e sì gran boria, Che vergognata se stima e vilissima E che beffando ogni om dietro gli rida, Se tutto il mondo a morte non disfida.

Da l'altra parte Aquilante e Grifone Eran duo cavallier di tanto ardire, Che lo universo non avea barone Qual gli potesse entrambi sostenire: Dico né Orlando, né il figlio de Amone, O di qual altro più se possa dire, Perché ciascun di lor, fronte per fronte, Tiene battaglia al pro' Ranaldo e al conte.

Onde una zuffa sì pericolosa Non fo nel mondo più fatta giamai, Come fu tra Marfisa valorosa E i duo guerrer, che avean prodezza assai. Per ordine vi voglio or dir la cosa, Ché, se ben mi ramento, io ve lasciai Come la dama ne l'elmo forbito Era percossa da Grifone ardito.

A lui se volta con tanta ruina, Che lo credette al tutto dissipare; Gionse nel scudo la forte regina, E quel spezzato fa per terra andare; E se non era l'armatura fina Che quella fata bianca ebbe a incantare, Tagliava lui con tutto il suo destriero, Tanto fu il colpo dispietato e fiero.

Ben gli rispuose il franco giovanetto Ed a due man ne l'elmo la percosse, E callò il brando ne lo armato petto. Aquilante a quel tempo ancor se mosse; Ma la regina con molto dispetto Contra di lui turbata rivoltosse, E nel viso il ferì con tal tempesta, Che su le groppe il fie' piegar la testa.

Né pone indugia, che a Grifon se volta, E mena un colpo tanto disperato, Che al giovanetto avria la vita tolta, Se quel non fusse per incanto armato. Mentre a quel colpo è la dama disciolta, Aquilante arivò da l'altro lato, E con gran furia ne l'elmo la afferra, Credendo a forza metterla per terra.

Forte tira Aquilante ad ambe braccia; Marfisa abranca lui di sopra al scudo, E via dal petto con la mano il straccia. Allor Grifone, il giovanetto drudo, De aiutare Aquilante se procaccia, E menò un colpo dispietato e crudo, Tal che col brando il scudo gli fracassa; Lei se rivolta ed Aquilante lassa.

Lascia Aquilante e voltasi al germano, E lo ferì de un colpo furïoso; Or chi più presto può, gioca de mano, Né indugia vi si pone, o alcun riposo. Come in un tempo oscuro e subitano, Che vien con troni e vento ruïnoso, Grandine e pioggia batte in ogni sponda, Che l'erbe strugge e gli arbori disfronda;

Così son essi, ed era il suo colpire: Nïun de' duo quella dama abandona, Or l'uno or l'altro l'ha sempre a ferire. Lei da altra parte è sì franca persona, Che il lor vantaggio poco viene a dire. Alle spesse percosse il cel risuona; Né vinti fabri a botta di martello Farian tanto rumore e tal flagello.

Vicino a questi, proprio in su quel piano, Era un'altra terribil questïone, Però che 'l franco sir de Montealbano Ha il re Adrïano adosso e Chiarïone. Benché ferito è quel baron soprano Forte nel braccio manco e nel gallone, Pure è sì fiero e sì di guerra saggio, Che a' duo combatte ed ha sempre avantaggio.

Tra il forte Oberto e quel re de Turchia La zuffa cominciata ancor durava; Torindo la battaglia mantenia, Abenché Oberto forte lo avanzava. Più fier cresce lo assalto tutta via, In quei tre lochi ogni om se adoperava; Vero è che con più ardore ed altra guisa Se combattea là dove era Marfisa.

Ma poi de tutte tre queste battaglie Vi contaraggio il fin, ciò vi prometto; Or convengo narrarvi altre travaglie De il conte Orlando, che giva soletto Tra l'aspre spine e le sassose scaglie, Dove il lasciai, in quel folto boschetto; Sol di trovare il suo compagno ha cura, Sempre cercando insino a notte scura.

Da poi che 'l giorno al tutto fu passato, E già splendia nel cel ciascuna stella, E non trova colui che egli ha cercato, Né scontra che de quel sappia novella, Smonta Baiardo e discese nel prato, Ed avea seco quella damigella Di cui longo parlare aveti odito, Qual fie' la beffa al suo vecchio marito.

Lei de essere assalita dubitava, E forse non gli avria fatto contrasto; Ma questo dubbio non gli bisognava, Ché Orlando non era uso a cotal pasto. Turpino affirma che il conte de Brava Fo ne la vita sua vergine e casto. Credete voi quel che vi piace ormai; Turpin de l'altre cose dice assai.

Colcossi a l'erba verde il conte Orlando, Né mai se mosse insino al dì nascente. Lui dormia forte, sempre sornachiando; Ma la donzella non dormì nïente, Perché stava sospesa, imaginando Che questo cavallier tanto valente Non fosse al tutto sì crudo de core, Che non pigliasse alcun piacer de amore.

Ma poi che la chiara alba era levata, E vide del baron le triste prove, In groppa gli montò disconsolata, E se saputo avesse andare altrove, Via volentieri ne serebbe andata; Ma, come io dico, non sapeva il dove. Malinconiosa e tacita si stava: Il conte la cagion gli domandava.

Ella rispose: - Il vostro sornacchiare Non mi lasciò questa notte dormire, Et, oltra a ciò, me sentia piziccare. - Dicendo questo e volendo altro dire, Avanti a loro una donzella appare, Che fuor de un bel boschetto ebbe ad uscire, Sopra de un palafren di seta adorno; Un libro ha in mano ed alle spalle un corno.

Bianco era il corno e d'un ricco lavoro, Troppo mirabilmente fabricato; Di smalto colorito e splendido oro Da ciascun capo e in mezo era legato; E ben valeva infinito tesoro, De tante ricche pietre era adornato: E, come io dissi, il porta una donzella Sopra de l'altre grazïosa e bella.

Come fu giunta, ad Orlando se inchina, E con parlar cortese e voce pura Gli disse: - Cavallier, questa matina Trovato aveti la maggior ventura Che abbia la terra e tutta la marina; Ma a ciò bisogna un cor senza paura, Quale aver debbe un cavallier perfetto, Sì come voi mostrati nello aspetto.

Questo libro la insegna ad acquistare, Ma il modo e la maniera convien dire. Prima il bel corno vi convien suonare, Poi de improviso questo libro aprire, E leggeriti quel che avriti a fare Di quella cosa che abbia ad apparire; Perché, suonando il corno, a prima voce Verrà qualcosa orribile e feroce.

Ma il libro chiarirà, quale io ve ho detto, Come vi abbiate in quella a governare; E non crediati già di aver diletto, Ma converravi il brando adoperare. Come sereti fuor di quel sospetto, Non vi bisogna ponto indugïare, Ché vostra libertà vi serìa tolta; Ma il corno suonareti un'altra volta.

Ed a quel suono ancor qualche altra cosa Vedreti uscire e qualche gran periglio; E voi, come persona valorosa, Aprite il libro e prendite consiglio; Ma se teneti l'alma paurosa, A tal ventura non dati de piglio; Perché ardito principio e mala fine Fatto ha più volte assai gente tapine.

E ciò ve dico per questa ragione: Il corno per incanto è fabricato, E se alcun cavalliero è sì fellone, Che dopo il primo suon sia spaventato, Sempre seranne in sua vita pregione, Ché a la Isola del Lago fia menato; Né a cui spiace il finir, die' cominciare: Tre volte il corno se convien sonare.

Alle due prime incontra gran travaglia, Pena e fatica troppo smisurata, Ed a ciascuna convien far battaglia; Ma, suonando da poi la terza fiata, Non bisogna adoprar brando né maglia, Che uscirà cosa tanto aventurata, Qual, se campasti ancor de li anni cento In vostra vita, vi farà contento. -

Da poi che il conte dalla dama intese L'alta ventura e la gran meraviglia, De trarla al fine entro al suo cor se accese, Né fra sé pensa o con altrui consiglia, Ma con gran voluntà la man distese, E prestamente il libro e il corno piglia; E per meglio acconciarse a quella guerra, La dama che avea in groppa pose a terra.

Poi messe a bocca il corno in abandono, Come colui che ciò ben far sapiva. Sembrava quasi quella voce un trono, E ben da longe de intorno se odiva; Ed ecco nella fin del primo suono Una gran pietra in due parte se apriva; La pietra a cento braccia era vicina: Tutta se aperse con molta ruina.

Rotta che fo la pietra per traverso, Duo tori uscirno con molto rumore, Ciascun più fiero orribile e diverso, Con vista cruda e piena di terrore. Le corne avian di ferro, e il pel riverso Tutto alla testa, e di strano colore, Però che or verde, or negro se mostrava, Or giallo, or rosso, e sempre lustrigiava.

Aperse Orlando il libro incontinente; Così diceva a ponto la scrittura: 'Cavallier, sappi che serai perdente, Se ad occider quei duo tu poni cura, Ché con la spada faresti nïente; Ma se vôi trare a fin questa ventura, Pigliarli te convien con molta pena E legarli ambi insieme a una catena.

Poi che sian gionti, ti conviene andare Là dove vedi la pietra intagliata, E il campo ivi de intorno tutto arare; E questo è quanto alla prima sonata. Nella seconda torna a riguardare, Perché il modo e la via te fia mostrata De aver de questa impresa onore o morte. Via! via! barone; e fa che te conforte.'

Non fece Orlando al libro più riguardo, Ma se rivolse al fraccassato sasso; Né certo bisognava esser più tardo, Però che e tori uscirno a gran fracasso. Esso era già smontato di Baiardo, E lor contra ne andava a fermo passo. Or gionse il primo ed abassa la testa E ferì in fianco il conte a gran tempesta.

Più de otto braccia ad alto l'ha gettato, E cade in terra con grave percossa. Gionse il secondo, e col corno ferrato Ruppe le piastre, usbergo e maglia grossa, E un'altra fiata al cel lo ebbe levato, E ben gli fe' doler le polpe e l'ossa; Vero è che alcun di lor non l'ha ferito, Perché è fatato il cavalliero ardito.

Or se lui se turbò, non dimandate, Ché contar non puotria la voce umana; Come ebbe in terra le piante fermate, Ben dimostrava sua forza soprana, Botte menando tanto desperate Che sibillar faceva Durindana; E per le corne e pel dosso peloso Mena a traverso il conte furïoso.

Ma, come il brando suo fosse de un fusto, Non li puotea tagliar la pelle adosso; Così fatato avean quei tori il busto, Che tutti e brandi un pel no' gli avrian mosso; E benché 'l conte fosse aspro e robusto, L'avean di qua, di là tanto percosso, Con le corne di ferro sì pistato, Che a gran fatica puotea trar il fiato.

Pur, come quel che è fiero oltra a misura, Facea del suo dolore aspra vendetta; Sempre combatte con vista secura, E de ferire a l'uno e a l'altro afretta; E benché abbian la pelle e grossa e dura, Muggiavan molte fiate per gran stretta, Ché lui feriva con tanta roina, Che spesso a terra or questo or quello inchina.

E cominciavan già de rinculare, A testa bassa facendo diffesa; Ma, come il conte gli andava a trovare, Era di novo sua superbia accesa. Così tre volte se ebbero a fermare, E tre volte tornarno alla contesa: Al fine Orlando, per finir la guerra, Un d'essi in fronte per un corno afferra.

Con la sinistra man nel corno il piglia, E quel, forte mugiando, furïava Facendo salti grandi a meraviglia, E già per questo Orlando nol lasciava. Esso avea tratto a Baiardo la briglia E sotto la cintura la portava. Questa era aredinata di catena: Prendela il conte e il toro intorno mena.

E mentre che così questo ragira, Tenendol tuttavia preso nel corno, Quell'altro toro, acceso de molta ira, Sempre ferendo a lui giva d'intorno. Il conte con gran forza il primo tira Dove è un pilastro de marmore adorno, Che fu del re Bavardo sepultura, Come mostrava intorno la scrittura.

Con questa briglia il primo ebbe legato, E similmente ancor prese il secondo; E poi che l'ebbe a quel sasso menato, Tanto gli batte al colpo furibondo, Che a l'uno e l'altro è l'orgoglio mancato. Non se indugia il guerrer, che è fior del mondo, Ma sì fra e tori attacca la sua spada, Che 'l stocco avanti e l'elzo adrieto vada.

Poi se fece d'un tronco una gran mazza, E come biolco se pone ad arare; Quei duo feroci tori avanti cazza E dritto il solco li fa caminare. Sempre col tronco li batte e minazza: Mai non fu visto il più bel lavorare. Per terra è Durindana e par che rada, Radice e pietre taglia quella spada.

Poi che fu il campo nelle sue confine Arato tutto, Orlando fie' gran festa, Dio ringraziando e sue virtù divine, Che gli avea dato onor de tanta inchiesta. Poi lasciò e tori, e non se vidde il fine De lor, che se ne andarno con tempesta; Muggiando forte via passarno un monte, E uscîr de vista alle donzelle e al conte.

Benché sofferto avesse molto affanno Il franco conte alla battaglia dura, A lui pareva ciascuna ora uno anno De poter trare a fin tanta ventura; Né stima che per forza o per inganno Possa esser vinta sua mente sicura. Senza altramente adunque riposare, Prende il bel corno e comincia a suonare.

Era smontata giù del palafreno Quella donzella che portava il corno, E nel bel prato de fioretti pieno Se avea d'una ghirlanda il capo adorno; Ma, come il suon del conte venne meno, Tremò quella campagna tutta intorno, E un piccol monticel ch'era in quel loco, Se aperse in cima e fuor gettò gran foco.

Stavasi queto il figlio di Melone, Per veder ciò che al fine avesse a uscire. Ecco fuor di quel monte esce un dragone, Terribil tanto, ch'io nol posso dire. La dama, che sapea la fatasone, Tenne quell'altra, che volea fuggire, Dicendo: - Sopra me stati sicura, Ché solo al cavallier tocca paura.

Questa facenda a noi non apartiene, Ma quel barone al tutto fia deserto. - Rispose l'altra: - Ben se gli conviene, Ché un più malvaggio al mondo non è certo. - Adunque ciascadun m'intenda bene, Perché il caso de Orlando mostra aperto Che ogni servigio di dama si perde Chi non adacqua il suo fioretto verde.

Or torno a ragionar di quel serpente Che un altro non fu mai visto maggiore. Di scaglie verde e d'oro era lucente, L'ale ha depinte in diverso colore. Tre lingue avea ed acuto ogni dente, Battea la coda con molto rumore, Sempre gettava foco e fiamma viva, Che da l'orecchie e di bocca li usciva.

Come il serpente in tutto si scoperse, Il conte, che teniva il libro in mano, Gli vide scritto ove prima lo aperse: ' Nel mondo tutto, per monte e per piano, Tanta fatica mai altrui sofferse Come tu soffrirai, baron soprano; Ma forse ancora potresti campare, Se quel ch'io dico, te amenti di fare.

Questa battaglia conviene esser presta, Perché il serpente è di tossico pieno, E getta fumo e fiamma sì molesta, Che ti farebbe tosto venir meno; Ma stu potesti tagliarli la testa, Non dubitar di foco o di veleno, E piglia pur quel capo arditamente: Rompilo sì, che ne traggi ogni dente.

E questi denti tu seminerai In questa terra per te lavorata, E poi mirabil cosa vederai: Di tal semente nascer gente armata, Forte ed ardita, e tu lo provarai. Or va, che se tu campi a questa fiata E se tu porti di tal guerra onore, Di tutto il mondo pôi chiamarti il fiore.'

Non par che in quel libro altro più se scriva: Il conte prestamente lo serrava, Perché il serpente già sopra gli ariva Con l'ale aperte, e gran furia menava, Gettando sempre foco e fiama viva. Con alto ardire Orlando l'aspettava; La bocca aperse il diverso dragone, Credendosi ingiottirlo in un boccone.

Ma, come piacque a Dio, nel scudo il prese, E tutto quanto l'ebbe dissipato. Era di legno, e sì forte se accese, Che presto e incontinente fu bruciato; E così il sbergo e l'elmo e ogni altro arnese Venne quasi rovente ed affocato: Arsa è la sopravesta, e il bel cimiero Ardea tuttora in capo al cavalliero.

Non ebbe il conte mai cotal battaglia, Poi che a quel foco contrastar conviene; Forza non giova o arte di scrimaglia, Perché gran fumo, che con fiamma viene, Gli entra ne l'elmo e la vista li abaglia, Né apena vede il brando che in man tiene; Ma, ben che abbia il veder quasi già perso, Pur mena il brando a dritto ed a roverso.

Così di qua di là sempre menando In quella zuffa oscura e tenebrosa, Nel collo il gionse pure al fin col brando, E via tagliò la testa sanguinosa; Quella poi prese il conte e, remirando, Ben gli parve quel capo orribil cosa, Ch'era vermiglio, d'oro, verde e bruno; Fuor di quel trasse e denti ad uno ad uno.

L'elmo se trasse poi quel conte ardito E dentro i denti di quel drago pose; Dapoi nel campo arato se ne è gito, Sì come il libro nel suo canto espose. Dove Bavardo il re fu sepellito, Seminò lui le seme venenose; Turpin, che mai non mente in alcun loco, Dice che penne uscirno a poco a poco.

Penne depinte, dico, de cimieri Uscirno a poco a poco de la terra, E dapoi gli elmi e' petti de' guerreri E tutto il busto integro si disserra. Prima pedoni, e poscia cavallieri Uscîr, tutti cridando: - Guerra, guerra! - Con trombe e con bandiere, a gran tempesta: Ciascun la lancia verso Orlando arresta.

Veggendo il conte la cosa sì strana, Disse fra sé: "Questa semenza ria Mieter mi converrà con Durindana, Ma s'io n'ho mal, la colpa è tutta mia, Perché diletto ha pur la gente umana Lamentarsi d'altrui per sua follia: Ma colui pianger debbe a doppie doglie Che per mal seminar peggio raccoglie."

Così dicendo il conte non fu tardo, Perché a guarnirsi tempo non gli avanza; L'elmo se alaccia il cavallier gagliardo, E non aveva più scudo né lanza. Di piana terra salta su Baiardo E quel percote con molta arroganza Contra alla gente che gli ariva intorno, Che, pur mo nata, die' morir quel giorno.

Or che bisogna ch'io vada contando E colpi ad un ad uno e il lor ferire, Dapoi che contra a Durindana il brando Non val coperta, né arme, né scrimire? Però concludo in fin che il conte Orlando Tutti li fece in quel giorno morire; Come nel campo fur morti e dispersi, L'arme e i cavalli e i corpi fôr somersi.

Da poi che il conte per tutto ivi intorno Vide la gente morta e dissipata, Che in vita fatto avea poco soggiorno, E dove nacque se era sotterrata, Lui non indugia e pone a bocca il corno, Per donar fine alla terza suonata, E darsi a tal ventura ultimo vanto, Come io vi contarò ne l'altro canto.

Canto ventesimoquinto

Il conte Orlando il corno a bocca pose, Sì come a l'altro canto io vi lasciai, Ché trare al fine in tutto se dispose L'alte aventure, e non posarsi mai Sin che quelle opre sì meravigliose Che apparevano al suon, come contai, Non fussero apparite tutte quante; Però suonava quel segnor de Anglante.

Tanto suonava, che al suonar si stanca Quel vago corno il cavallier ardito. Nulla d'intorno appare e il giorno manca, E già temeva lui d'esser schernito, Quando una cucciarella tutta bianca Gionse latrando nel prato fiorito; Il conte alla cuccietta pone cura, Dicendo: "Dio me doni alta ventura!

Tanta fatica adunque e tanto stento Aver durato me incresce per certo; Ma tardo ormai ed indarno mi pento, Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto. È questo ciò che me die' far contento? È questo il guidardone? È questo il merto, Qual promise la dama in abandono, Che doveva apparire al terzo suono?"

Così dicendo ratto si voltava Per girne altrove, tutto disdegnoso; Il conte il corno per terra gettava E via fugiva a corso roïnoso. Ma la donzella a gran voce il chiamava: - Aspetta, aspetta, baron valoroso! Ché non è al mondo re né imperatore, Che abbia ventura di questa maggiore.

Ascolta adunque il mio parlar, che spiana Di questa cucciarella il bel lavoro. Una isoletta non molto lontana Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro; Ivi è una fata, nomata Morgana, Che alle gente diverse dona l'oro; Quanto per tutto il mondo or se ne spande, Convien che ad essa prima se dimande.

Lei sotto terra il manda a l'alti monti, Dove se cava poi con gran fatica; E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti, E in India, dove il coglie la formica. Abada e guarda ben che sian disgionti, Ché ciascaduno un pesce ne nutrica; E vo' che sappi il nome per ragione: Timavo è l'uno, e l'altro è il carpïone.

Questi due pesci viveno d'ôr fino. Ora, per seguitar la mia novella, Dico che ogni metallo ha in suo domìno De oro e de argento Morgana la bella; Ed è venuto per questo confino Da lei mandata quella cucciarella Per farte sempre in tua vita beato, Poiché tre volte il suo corno hai suonato.

Ché non fo al mondo mai più cavalliero, Qual lo suonasse la seconda volta, Benché molti provarno tal mestiero, Ma sempre a tutti fu la vita tolta. Or lascia adunque ogni tristo pensiero, Franco barone, e il mio parlare ascolta, Accioché sappi la cosa compiuta, Perché la cuccia al corno sia venuta.

Morgana, della quale io t'ho parlato, Quale è regina delle cose adorne, Ha per il mondo un suo cervo mandato, Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne. Quel per incanto a modo è fabricato, Che in alcun loco mai non si soggiorne, Ma sempre, via fuggendo a meraviglia, Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.

Né se potrebbe per forza pigliare, Senza l'aiuto di quella cuccietta; Lei primamente lo sa ritrovare, Poi lo caccia cridando con gran fretta. Conviensi quella voce seguitare, Perché lor van legier come saetta; La cuccia il caccia in pista con tempesta Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.

Perché quel giorno, giongendo alla fonte Dove se tuffa il cervo pauroso, Quivi si prende senza oltraggio ed onte, E fa il suo cacciatore aventuroso, Però che muta e corni dalla fronte Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso Di trenta bronchi; e la rama distesa Con bronchi insieme cento libre pesa.

Sì che tanto tesoro adunarai, Come abbi preso quel cervo afatato, Che ne serai contento sempre mai, Se la ricchezza fa l'omo beato. Forse che ancor l'amore acquisterai Di quella fata che t'aggio contato: Dico Morgana da quel viso adorno, Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -

Orlando sorridendo l'ascoltava Ed a gran pena la lasciò finire, Perché esso le ricchezze non curava, Qual gli ebbe la donzella a proferire, Sì che rispose: - Dama, non mi grava Avermi posto a rischio de morire, Però che di periglio e di fatica L'onor de cavallier sol se nutrica.

Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento Non m'avria fatto mai il brando cavare; Però chi pone ad acquistar talento, Lui se vôl senza fine affaticare; E come acquista più, manco è contento, Né si può lo appetito sazïare; Ché qualunche n'ha più, più ne desia: Adunque senza capo è questa via.

Senza capo è la strata ed infinita, De onore e de diletto al tutto priva. Chi va per essa, a caminar s'aita, Ma dove gionger vôl, mai non ariva; Sì che la voglio al tutto aver smarita, Né gli vo' caminar per sin ch'io viva; E accioché meglio intendi il mio parlare, Dico che 'l cervo non voglio cacciare.

Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui Questa ventura di tanta ricchezza, Perch'io ora non sono e mai non fui Da cortesia partito e gentilezza; E vile e discortese è ben colui Qual la sua dama più che 'l cor non prezza; Ed io so che m'aspetta or la mia dama, E parmi odir la voce che mi chiama.

(Ben me ricorda come io la lasciai Con guerra nella rocca assedïata: Ora che indovinar me sapria mai Come sia quella zuffa aterminata? Il campo e la battaglia abandonai Per seguire Agrican quella giornata; E combatteva l'una e l'altra gente, Sì che non so di lor chi sia perdente.) -

Così con seco istesso ragionava Il conte, assai pensoso ne la ciera, E la donzella alla croppa invitava, La qual pur vi salì mal volentiera. Lasciò quell'altra, e già via caminava; Ecco ad un ponte, sopra una rivera, Passava un cavalliero in vista arguta: Cortesemente Orlando lo saluta.

Ma il cavallier, che vide la donzella, Ben presto la cognobbe nel sembiante, Che questa è Leodilla, quella bella, Quale è figliola del re Manodante; Onde ad Orlando subito favella Con minaccevol voce ed arrogante: - Questa è mia dama, che robbata m'hai! Presto la lascia, o presto morirai. -

- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia, Ché già per lei non voglio prender brica; Totila, per Macone! e vanne via, Che me pare alle spalle aver l'ortica; E te ringrazio di tal cortesia, Poi che me assolvi di tanta fatica. Con essa ove te piace ne puoi gire, Pur che con meco non voglia venire. -

Il cavalliero, odendo il ragionare Che facea Orlando, di tanta viltade, Qual ne la vista sì feroce appare, Gran meraviglia ne ebbe in veritade. Prese la dama, e senza altro parlare Via caminarno per diverse strade; L'uno a levante ad Albraca ne gia, L'altro a ponente verso Circasia.

Ordauro era nomato il cavalliero, Questo che al conte la donzella tolse, Né tolta già l'avria per esser fiero, Ma perché Orlando contrastar non volse, Quale avea ad Angelica il pensiero; Però dalla battaglia se disciolse, E parli più d'uno anno ciascuna ora, Che arivi dove Angelica dimora.

Lasciamo lui che ben forte camina, Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa, Qual più sempre s'accende a gran ruina, Né mai se vide più terribil cosa. Vedevasi Marfisa la regina Di qua di là voltar sì furïosa, Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato La combatteano atorno in ciascun lato.

E vedeasi il feroce fio de Amone, Ferito crudelmente e sanguinoso, Cacciare il re Adrïano e Chiarïone; Vedevasi Torindo valoroso Combatter contra Oberto dal Leone: Stavasi Trufaldin solo in riposo. Questo ne l'altro canto io vi contai: Ora voglio finir quel ch'io lasciai.

Come andasse la cosa in su quel piano De le tre zuffe, vi voglio contare. Sì come io dissi, Trufaldin villano Stava da parte la guerra a guardare; E quando Chiarïone ed Adrïano Cominciâr per Ranaldo a rinculare, Come colui che avea molta paura Ne la rocca fuggì dentro alle mura.

Ranaldo non lo vide in su quel ponto, Ché certamente non serìa campato, Ben presto Rabican l'avrebbe gionto; Ma tanto era alla zuffa riscaldato, Che nol vide partir, come io vi conto; Ma solo il vide alla porta arivato, E, vòlto ai duo baron, con gran furore Disse: - Fuggito è pur quel traditore.

Sì che ascoltati quel che vi vo' dire, E procurati metterlo ad effetto, Se non voleti al presente morire, Ché ben ve occiderò senza rispetto; Ma se me prometteti far venire Con voi doman nel campo il maledetto, Voglio che questa guerra cominciata Or sia fornita per questa giornata.

E tutti voi, che aveti la difesa Del vostro glorïoso Trufaldino, Come serà del sol la luce accesa, Verriti giù nel campo al bel matino E quivi finirà nostra contesa, E morirà quel perfido assassino; O veramente ch'io vi serò morto, Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -

Queste parole diceva Ranaldo, Ed altro ch'io non curo arricontare; Onde l'accordo fo fatto di saldo, A benché con Marfisa fo da fare, Perché essa aveva il core acceso e caldo, Né la battaglia mai volse lasciare, Sin che Aquilante non giura e Grifone Tornar per l'altro giorno alla tenzone,

E mantener battaglia per un giorno, Sin che serà nel mare il sole ascoso. Così dentro alla rocca fier' ritorno Ciascun barone afflitto e doloroso, E non avevan pezzo d'arme intorno Che non fosse percosso e sanguinoso; Né stavan quei di fuori ad altra guisa, Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.

Ciascuno attese con solenne cura A sua persona ed a sua guarnisone. Quei della rocca tutti avean paura, Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone; E ragionavan della guerra dura, Come era stato ciascun compagnone. Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito; In tal forma ha ogniom de voi schernito. -

- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano. Noi lo pregammo con parole assai Che non venisse con noi alle mano; Ma lui non se lasciò parlar giamai, Tanto è feroce e di cor subitano; E così domattina a l'altra guerra O noi, on esso andrà morto alla terra. -

Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato, Ché ad ogni modo rimarrai perdente, Perché io me trovarò da l'altro lato, E vado da Ranaldo incontinente. Quando nel campo me vedriti armato, So ben che non voriti per nïente, Né serà alcun di voi tanto sicuro, Che esca tre passi fuor longe dal muro. -

Rise Aquilante che lo cognoscia, Ed al duca rispose: - Alla bon'ora, Dapoi che esser convene, e così sia! - Astolfo non fie' già lunga dimora, Ché della rocca fuora se ne uscia; Né oscurato era in tutto il giorno ancora, Quando e cugini insieme se trovaro, E con gran festa insieme se abracciaro.

Lasciamo questi insieme al pavaglione, Che se posarno insino alla matina, E ritornamo al fïo di Melone, Qual con gran voluntà sempre camina, Tanto che ad Albracà gionse al girone; E già il sole alla sera se dichina, Quando quel cavallier cotanto forte Gionse alla rocca dentro dalle porte.

E già non par che venga dalla danza; L'arme ha spezzato ed è senza cimiero, Arsa è la sopravesta, e non ha lanza E non ha scudo l'ardito guerrero; Ma pur mostrava ancor grande arroganza, Tanto superbo avea lo aspetto fiero, E qualunche il mirasse in su Baiardo Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.

Come fo gionto dentro a l'alta rocca, Angelica la bella l'incontrava. Lui salta de l'arcion, che nulla tocca; La dama di sua mano il disarmava, E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca: Non dimandati come Orlando stava; Ché, quando presso si sentì quel viso, Credette esser di certo in paradiso.

Avea la dama un bagno apparecchiato, Troppo gentile e di suave odore, E di sua mano il conte ebbe spogliato, Baciandol spesse fiate con amore. Poi l'ungiva d'uno olio delicato, Che caccia de la carne ogni livore; E quando la persona è afflitta e stanca, Per quel ritorna vigorosa e franca.

Stavasi 'l conte quieto e vergognoso, Mentre la dama intorno il maneggiava; E benché fosse di questo gioioso, Crescere in alcun loco non mostrava. Intra nel fine in quel bagno odoroso, E sé dal collo in giù tutto lavava, E poi che asciutto fu, con gran diletto Per poco spazio se colca nel letto.

E dopo questo la donzella il mena Intro una ricca zambra ed apparata, Dove posarno con piacere a cena, Ché vi era ogni vivanda delicata. Nel fin la dama con faccia serena, Standosi al collo a quel conte abracciata, Lo prega e lo scongiura con bel dire Che d'una cosa la voglia servire.

- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia - Fammi promessa, e non me la negare, Se vôi che più sia tua ch'io non son mia, Ché a tal servigio me puoi comparare; Né creder che aggia tanta scortesia, Che da te voglia quel che non puoi fare; Ma sol cheggio da te che per mio amore Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.

E che non abbi al mondo alcun riguardo, Ma ch'io veda di te l'ultima prova, Perch'io starò a veder se sei gagliardo, Né creder che d'adosso occhio te mova, Sin che a terra non vada ogni stendardo De la gente che in campo se ritrova; E ben so che farai ciò, se tu vôi, Perché io conosco quel che vali e pôi.

Una dama feroce, arabïata, Qual venne col mio patre in mia diffesa, Senza cagione alcuna è ribellata, Di mal talento e di furore accesa; Come vedi, m'ha quivi assedïata, E, se tu non me aiuti, io serò presa Da la crudel, che tanto odio mi porta Che con tormento e strazio serò morta. -

Così disse la dama, e lacrimando Il viso al cavallier tutto bagnava. Apena se ritenne il conte Orlando Che alor alora tutto se armava; E rispondea nïente, e fulminando Gli occhi abragiati d'intorno voltava. Poi che la furia fu passata un poco Il volto a lei rivolse, e parea foco:

Né già puote la dama sofferire Di riguardare alla terribil faccia. Dissegli il conte: - Dama, a te servire Mi reputo dal cel a tanta graccia; E quella dama che me avesti a dire, Fia da me morta, o presa, o messa a caccia; E quando fosse il mondo tutto quanto Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -

Rimase assai contenta la donzella Veggendo il proferir di quel barone, Ché ben sapea quel che lui vale in sella. Frutti e confetti di molta ragione Furno portati a quella zambra bella; Gionsero in questa Aquilante e Grifone, E ciascun con Orlando fo abracciato; Angelica di poi tolse combiato.

Ella se parte zoiosa e festante Per la promessa di quel cavalliero, Tanto superba di cotale amante, Che di Marfisa più non ha pensiero. Come partita fu, disse Aquilante Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero Domane esser gagliardo sopra il piano, Perché avrai contra il sir de Montealbano.

Egli è venuto e non so la cagione, Ma fuor de l'intelletto al tutto pare, Ché tutti quanti qua dentro al girone Ci ha preso con vergogna a disfidare. Io lo pregai, ed ancora Grifone, Ma lui non si lasciò giamai parlare, Né dir se li può mai ragion che vaglia, Onde c'è forza far seco battaglia. -

- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando - E che per lui non abbi altro avisato? - Disse Aquilante: - A Dio mi racomando, Stato son seco a fronte e gli ho parlato, E combattei con lui brando per brando; E tu me stimi tanto smemorato, E sì fuor d'intelletto e di ragione, Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -

Grifone quel medesimo dicia, Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto; E quando il conte tal cosa intendia, Tutto cambiosse nel sembiante arguto, E prese nel pensier gran zelosia, Che qua non fusse Ranaldo venuto Sol per amor de Angelica la bella; Onde gran doglia dentro il cor martella.

Presto dette combiato ai duo germani, E ne la zambra se chiuse soletto, E giva intorno stringendo le mani, Ardendo di gran sdegno e di dispetto; E con lamenti e con sospiri insani Senza spogliarse se gettò sul letto, Ove con pianti e dolente parole In cotal forma si lamenta e dole:

"Ahi vita umana, trista e dolorosa, Nella qual mai diletto alcun non dura! Sì come a la giornata luminosa Vien drieto incontinente notte oscura; Così non fu giamai cosa gioiosa, Che non fusse meschiata di sventura; Ma ogni diletto è breve e via trapassa, La doglia sempre dura e mai non lassa.

E questo si può dir per me, tapino, Qual con tanto piacere e tanto onore Accolto fui da quel viso divino, Ch'io non credetti aver più mai dolore; Ma poi fu ciò per farme più meschino, E che la pena mia fusse maggiore; Ché perder l'acquistato è maggior doglia, Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.

Io son venuto nella fin del mondo Per l'amor d'una dama conquistare, Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo, Quanto m'avria saputo imaginare: Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo, Perché Ranaldo me viene a sturbare. E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto: Ma certo l'un de noi rimarrà morto.

Sempre a mia possa l'aggio favorito Nella gran corte de lo imperatore; E mille volte che è stato bandito, L'ho ritornato in grazia al mio segnore. Lui amato non m'ha né reverito; Pur, a sua onta, io son di lui maggiore, Ché egli è di piccol terra castellano, Ed io son conte e senator romano.

Lui non mi porta amore o riverenza, Bench'io m'abbia de ciò poco a curare, E sempre io volsi che la mia prudenza La sua pacìa dovesse temperare; Or romper mi convien la pacïenza, Ché a tal taglier non puon duo giotti stare, Sì che finirla io son deliberato, Ché compagnia non vôle amor né stato.

Se lui campasse, egli ha tanta malizia, Ch'io resterebbi di mia vita privo; Lui sa del lusingare ogni tristizia, E più che alcun demonio egli è cattivo; E se io volessi alciare una pelizia Di donna, io non serìa morto né vivo: Se lei non m'insegnasse o desse ardire, Cominciar non saprebbi io né finire.

Ché! dico io, adunque fia abattuta La lunga parentezza ed amistade, Che fu da' nostri antiqui mantenuta? Mal faccio, e lo cognosco in veritade; Ma da dritta ragione amor mi muta, E fia partita al tutto con le spade Nostra amistade antiqua e parentella, E l'amor nostro di questa donzella."

Così col cor di doglia tutto ardente Il conte seco stesso ragionava, E quella notte non dormì nïente, Ma spesso a ciascun lato si voltava. Il tempo via trapassa e lui non sente, Ma la luna e le stelle biasimava, Che al suo occidente non faccian ritorno Per donar loco al luminoso giorno.

Più de tre ore avanti al matutino Il conte a gran ruina fu levato; Una tempesta sembra il paladino, Passeggiando d'intorno tutto armato. L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino, E Durindana il suo buon brando a lato; Giù nella stalla va il conte gagliardo, E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.

E su ritorna nella rocca ancora, Guardando se il giorno esce a l'orïente, E non può comportar nulla dimora, Ma rodendo si va l'ongie col dente. Ora andati, segnori, alla bona ora, Perché io riservo nel canto sequente Un smisurato assalto ed inumano, Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.

Canto ventesimosesto

Sin qui battaglie e colpi smisurati, Che fôr tra l'uno e l'altro cavalliero, E terribili assalti aggio contati; Or salir sopra 'l cel mi fa mestiero, Ché duo baroni a fronte sono armati, Che me fanno tremar tutto il pensiero. Se vi piace, segnori, oditi un poco De' duo guerreri uno animo di foco.

Di sopra vi contai sì come Orlando Solo aspettando il giorno si dispera; Di qua di là va sempre fulminando, E batte e denti quella anima fiera; Trasse con ira Durindana il brando, Come davante a lui fosse la ciera Del re Agolante e del figliol Troiano, Sì furïoso mena ad ambe mano.

Dice la istoria che a lui era davante Un gran Macon di pietra marmorina: Era intagliato a guisa d'un gigante. In questo gionse il conte a gran ruina, Sì che dal capo insin sotto le piante Tutto il fraccassa Durindana fina; Tanti colpi li dà dritto e a roverso, Che a terra in pezzi lo mandò disperso.

Con questa furia il senator romano Stava aspettando il giorno luminoso; Ma giù nel campo il sir de Montealbano Non prende già di lui maggior riposo, Ché è tutto armato ed ha Fusberta in mano, E tempestando va quel furïoso: Arbori e piante con la spada taglia, Tanto desire avea di far battaglia.

Era ancora la notte molto oscura, Né in alcun lato si mostrava il giorno, Quando Ranaldo, ch'è senza paura, Monta a destriero e pone a bocca il corno. Ben par che 'l monte tremi e la pianura, Sì forte suona quel barone adorno; E 'l conte Orlando cognobbe di saldo A quel suonare il corno di Ranaldo.

E tanta fiamma li soggionse al core, Che più non pose a l'ira indugio o sosta, E prese il corno; e con molto romore Gli fece minacciando aspra risposta, Dicendo nel suonar: - Can traditore, Come te piace ormai vieni a tua posta, Ch'io smonto al piano, e ben te sazio dire Che di tua gionta ti farò pentire. -

Già l'aria se rischiara a poco a poco, E vien l'alba vermiglia al bel sereno; Le stelle al sol nascente donan loco, De le quali era il ciel prima ripieno. Alora il conte, come avesse il foco Veduto intorno a sé, né più né meno, Battendo e denti e crollando la testa L'elmo s'allaccia con molta tempesta.

Prese Baiardo alla sella ferrata, Sopra gli salta con molta arroganza; E tanta fretta avea quella giornata, Che seco non portò scudo né lanza. Venne alla porta, e quella era serrata, Perché la rocca avea cotale usanza, Che ponte non callava o porta apriva, Sin che il sol chiaro il giorno non usciva.

Avrebbe il conte quel ponte reciso E spezzata la porta e misso al piano, Se non che la sua dama n'ebbe aviso, E venne ad esso con sembiante umano. Quando lui vide l'angelico viso, Quasi li cadde il bon brando di mano, E poi che fu saltato della sella Ingenocchiosse avanti alla donzella.

Lei abbracciava quel franco guerriero, Dicendoli: - Baron, dove ne vai? Tu m'hai promesso, e sei mio cavalliero; Questo giorno per me combattarai, E per l'amor di me questo cimiero E questo ricco scudo portarai. Abbi sempre il pensiero a cui te 'l dona, Ed opra ben per lei la tua persona. -

Così dicendo gli donava un scudo, Che 'l campo è d'oro e l'armelino è bianco, E un bel cimier, che è un fanciulletto nudo Con l'arco e l'ale, e le saette al fianco. Quel conte, che pur mo fu tanto crudo, Mirando la donzella venìa manco, E tanta zoia sentì e tal disire, Che d'allegrezza si sente morire.

In questo ragionar gionse Grifone Per gire alla battaglia, tutto armato; Ed Aquilante è seco e Chiarïone, Il re Adrïano a l'elmo incoronato. Venir non puote Oberto dal Leone, Perché la piaga il viso avea gonfiato, E per non la curare e farne stima Più noia n'ebbe ne la fin che prima.

Or lui restava. E venne Trufaldino, Per cui far si dicea la gran battaglia. Smarito era nel volto il malandrino, Ma non sa ritrovar scusa che vaglia, Ché pur gli convien fare il mal camino Là giù nel piano, alla aperta prataglia; E pensando di sé l'oltraggio e il torto, Parea nel volto sfigurato e morto.

Lasciàn costor, che del forte girone Aprian la porta, e il ponte fan callare; E ritornamo a Ranaldo de Amone, Qual cognosciuto ha Orlando a quel suonare; E, benché egli abbia il dritto e la ragione, Già non voria con lui battaglia fare, Perché lo amava di coraggio fino, Come germano e suo carnal cugino.

E nel suo cor pensoso era turbato Come dovesse terminar la impresa, Ché occider Trufaldino avea giurato, E il conte l'avea tolto in sua diffesa. Mentre lui pensa, ecco Astolfo arivato E la regina di valore accesa; Seco Prasildo ed Iroldo venìa, Con lor Torindo, re della Turchia.

Come fôr giunti dove era Ranaldo, - Su, - disse Astolfo - non prendiam dimora! Batter si vôle il ferro, mentre è caldo. - Disse il principe: - Pian ben se lavora. Stati, cugin mio bello, un poco saldo, Che voi non seti ove credeti ancora; Perch'io ve aviso che a noi qui davante Vedreti armato il fier conte de Anglante. -

Marfisa a quel parlare alciò la fronte, Quasi ridendo, con vista sicura, E disse al fio d'Amon: - Chi è questo conte, Qual non è gionto e già ti fa paura? Se proprio fosse quel che occise Almonte Con tutti e paladin, non ne do cura; Ma quel conte d'Angante che detto hai, Io non lo oditi nominar più mai. -

Non rispose Ranaldo al suo parlare, Che ad altra cosa avea maggior pensiero, Perché vedea del monte giù callare Que' sei baroni: Orlando era il primero, Che terribil parea solo a guardare, Aspro ne gli atti e ne l'aspetto fiero. Quando Marfisa a lui fece riguardo, Disse: - Quel primo ha vista di gagliardo. -

Rispose Astolfo a lei: - Non fare estima, Che ogni zuffa che hai fatta, è stata un scherzo. Benché èi d'ardire e di prodezza in cima, Io ti saggio acertar ch'egli è un mal guerzo. Tu, se te piace, andrai contra a lui prima, Questo serà il secondo, io serò il terzo. So che seriti a terra riversati, Ma ben vi scoderò, non dubitati. -

Disse Marfisa: - Certo assai mi pesa Ch'io non possa provarme a quel valetto, Perché mi convien fare altra contesa. Ma sopra la mia fede io ti prometto, Se io non son da quei duo morta ni presa, Ch'io vederò de lui l'ultimo effetto. - Così stan questi ragionando in vano, Ma il conte Orlando è già gionto nel piano.

Come fu gionto alla ripa del prato, Sua lancia arresta, che è grosso troncone. Stava Aquilante da lui al destro lato, Ed al sinistro veniva Grifone. Trufaldin che color avea mutato Per la paura, e possa Chiarïone, Tutti di para insieme, e il re Adrïano Vengon spronando con le lance in mano.

Da l'altra parte Marfisa se mosse: Seco Ranaldo, ed un gran fuste arresta; Prasildo e Iroldo, che hanno estreme posse, Torindo e il duca Astolfo con tempesta. Tutti han le lancie smisurate e grosse: La giostra se incomincia, aspra e robesta. Ad uno ad uno e scontri vi vo' dire, E tutto il fatto, come ebbe a seguire.

Marfisa se scontrò con Aquilante, Ciascun parve di pietra una colona; Né a drieto se riversa o piega avante, Tanto avevan quei duo franca persona: Le lancie fraccassarno tutte quante. Il duca Astolfo ratto se abandona, E quella lancia che è tutta d'ôr fino, Spronando abassa contra a Trufaldino.

Ma lui, che d'ogni inganno sapea l'arte, Come l'un l'altro al scontro se avicina, Malvagiamente se piegò da parte; Poi da traverso, quella mala spina (Come scrive Turpino alle sue carte) Feritte Astolfo con tanta roina, Che suo ardir non gli valse né sua possa, Ma cadde al prato con grave percossa.

Lasciamo Astolfo, che è rimaso in terra, Ch'io voglio adesso agli altri seguitare, Poi che contar convien tutta la guerra. Prasildo al re Adrïan s'ebbe a incontrare; Contra de Iroldo Chiarïon si serra, Né bon iudicio si potrebbe dare Se tra lor quattro fu vantaggio alcuno, Ma ben sua lancia ruppe ciascaduno.

Torindo fo colpito da Grifone, E netto se n'andò fuor della sella; Il franco Orlando e il forte fio d'Amone Se vanno addosso con tanta flagella, Che profondar l'un l'altro ha opinïone. Ora ascoltate che strana novella: Il bon Baiardo cognobbe di saldo, Come fu gionto, il suo patron Ranaldo.

Orlando il guadagnò, come io ve ho detto, Allor che il re Agrican fece morire; E quel destrier, come avesse intelletto, Contra Ranaldo non volse venire; Ma voltasi a traverso a mal dispetto De Orlando, proprio al contro del ferire. Sua lancia cadde al conte in su l'arcione, Ranaldo lo colpì sopra al gallone;

E fu per roversarlo a l'altro lato. Or chi saprebbe a ponto ricontare L'alto furor di quel conte adirato? Ché, quando a più tempesta mugia il mare, E quando a maggior foco è divampato, E quando se ode la terra tremare, Nulla serebbe a l'ira smisurata Che in sé raccolse Orlando in quella fiata.

Non vedea lume per li occhi nïente, Benché gli avesse come fiamma viva; E sì forte battea dente con dente, Che di lontan il gran romor se odiva. Del naso gli uscia fiato sì rovente, Che proprio il riguardar foco appariva. Or più di ciò contar non è mestiero: Con ambi sproni afferra il bon destriero.

Ed a quel tempo ben ricolse il freno, Credendolo a tal guisa rivoltare; Non si muove Baiardo più ni meno, Come fosse nel prato a pascolare. Poi che Ranaldo vidde il fatto a pieno, Comincia al conte in tal modo a parlare: - Gentil cugin, tu sai che a Dio verace Ogni iniustizia e mal fatto dispiace.

Ove hai lasciata quella mente pura E l'animo gentil che avevi in Franza, Diffensor di bontade e di drittura, E di fraude nemico e dislïanza? Caro mio conte, io ho molta paura Che cambiato non sii per mala usanza, E che questa malvaggia meretrice T'aggia stirpato il cor de la radice.

Voresti mai che si sapesse in corte Che hai la diffesa per un traditore? Or non te serìa meglio aver la morte, Che avere in fronte tanto disonore? Deh lascia Trufaldino, o baron forte, E di quella ribalda il falso amore! Che in veritate, a non dirti menzogna, Non so de qual acquisti più vergogna. -

Orlando gli dicea: - Ecco un ladrone, Che è divenuto bon predicatore. Or può ben star sicuro ogni montone, Da poi che il lupo si è fatto pastore. Tu mi conforti con bella ragione Abandonar de Angelica lo amore; Ma guardar die' ciascun d'esser ben netto, Prima che altrui riprenda de diffetto.

Io non venni già qui per dir parole, A ben ch'io non mi possa adoperare, E sopra ogni sventura ciò mi dole; Ma fami al peggio ormai che tu pôi fare, Ché non serà nascoso il giorno il sole, Che molta pena ti farò portare Di quel villan parlare e discortese, Qual de mia dama avesti ora palese. -

Così parlando ogniun sta dal suo lato. Non era il conte a dismontare ardito: Ché, prima a terra fosse dismontato, Via ne serebbe Baiardo fuggito. Sendo bon pezzo ciascun dimorato, Che l'uno a l'altro non avea ferito, Ranaldo, riguardando in quel confino, Ebbe veduto il falso Trufaldino,

Che aveva Astolfo abattuto nel piano. Esso a destriero d'intorno il feriva: Quel se deffende con la spada in mano; Ecco Ranaldo che sopra gli ariva. Quando venire il vidde quel villano, Che avea d'ogni virtù l'anima priva, Come fugge il colombo dal falcone Così prese a fuggir dal fio d'Amone.

Esso fuggendo a gran voce cridava: - Aiuto! aiuto! o franchi cavallieri - E la promessa fede adimandava; E ben soccorso gli facea mestieri, Ché già quasi Ranaldo lo arivava. Ma tutti quanti quelli altri guerreri Abandonarno sua prima tenzone, Tirando tutti adosso al fio d'Amone.

Orlando nol seguia, come io vi conto, Perché Baiardo non puotea guidare; Ma ben gionse Grifone a ponto a ponto Che apena Trufaldin dovea campare. Come Ranaldo lo vidde esser gionto, Subitamente se ebbe a rivoltare, E ferisce a Grifon sì gran riverso, Che quello ha il spirto e l'intelletto perso.

Qua non se indugia, e segue Trufaldino, Che tuttavia fuggiva per quel piano; Ma fece in quel fuggir poco camino, Ché ebbe a le spalle il destrier Rabicano, E venuto era di morte al confino: Ma soccorso gli dava il re Adrïano. Ranaldo lo ferì con tanta possa, Che a terra lo fe' andar quella percossa.

Trufaldin se ne andava tuttavia Ben mezo miglio a Ranaldo davante; Ma Rabicano a tal modo seguia, Come avesse ale in loco delle piante. Ranaldo gionto il traditore avia, Ma di traverso ancor gionse Aquilante, E l'un ferisce l'altro con tempesta. Ranaldo colse lui sopra la testa,

Sì che alle croppe lo mandò roverso, Fuor di se stesso e pien di stordigione; Né ancora ha Trufaldin di vista perso, Quando alla zuffa è gionto Chiarïone. Menò Ranaldo un colpo sì diverso, Che gettò quel ferito de l'arcione; E segue Trufaldin con tanta fretta, Che apena è più veloce una saetta.

Mentre che così caccia quel ribaldo, Il conte con Marfisa s'azuffava, Però che, mentre che non vi è Ranaldo, A suo piacer Baiardo governava. Ciascuno alle percosse era più saldo, Né alcun vantaggio vi se iudicava; Vero è che 'l conte avea suspizïone, Non se fidando al tutto del ronzone.

E però combattea pensoso e tardo, Usando a suo vantaggio ciascuna arte: E benché se sentisse ancor gagliardo, Chiese riposo e trassese da parte. Mentre che intorno faceva riguardo, Vidde nel campo gionto Brandimarte, E ben se rallegrò nel suo pensiero, Ché Brigliadoro ha questo, il suo destriero.

Subitamente a lui se ne fu andato; Ciascun raconta la sua disventura, E fu tra loro alfin deliberato (Ché Brandimarte ha rotto l'armatura) Che nella rocca lui sia ritornato, E là meni Baiardo a bona cura. Su Brigliadoro il conte valoroso È già montato, e non vôl più riposo.

Non vôl riposo più quel sir d'Anglante, Anci si mosse con molta roina; E con parlar superbo e minacciante Isfida a morte la forte regina. L'un mosse verso l'altro lo afferrante, Ciascun morire o vincer se destina: Questa zuffa dirò poi tutta aponto, Ma torno a Trufaldin, ch'era già gionto.

Ranaldo il gionse a la rocca vicino, E non crediati che 'l voglia pregione, Benché vivo pigliò quel malandrino, E legòl stretto con bona ragione; Indi con le gambe alto e il capo chino Alla coda lo attacca del ronzone; Poi per il campo corre a gran furore Cridando: - Or chi diffende il traditore? -

Era il franco Grifon già risentito, E Chiarïon montato e il re Adrïano, Quando Ranaldo fu da loro odito, E posensi a seguirlo per quel piano. Ma sì presto ne andava ed espedito, Ch'era seguìto da costoro in vano; Così ne andava Rabicano isteso, Come alla coda non avesse il peso.

Sempre Ranaldo a gran voce cridava: - Ove son quei che avean cotanto ardire, Che de un sol cavallier non li bastava, Ma volean tutto il mondo sostenire? Or vedon Trufaldino, e non li grava Che in sua presenzia lo faccio morire? Se alcun v'è ancora a cui piaccia l'impresa, Venga a staccarlo e prenda sua diffesa. -

Così diceva il barone animoso, Via strasinando Trufaldino al basso, Che era già mezo morto il doloroso, Percotendo la testa ad ogni sasso; Ed era tutto il campo sanguinoso, Dove correa Ranaldo a gran fraccasso; Ed ogni pietra acuta e ciascun spino Un pezzo ritenia de Trufaldino.

Moritte quel malvaggio a cotal guisa, E ben lo meritava in veritate, Come la istoria sopra vi divisa, Ch'era d'inganni pieno e falsitate. Or torno al conte Orlando ed a Marfisa, Che nel secondo assalto a nude spate Fan sì crudel battaglia e sì diversa, Che par che 'l celo e il mondo se sumersa.

A disusato modo e troppo orribile Tra loro era inasprita la battaglia; Ed al contar serìa cosa incredibile Quelle arme che Marfisa al conte taglia. Lui d'altra parte ognior vien più terribile, Benché romper non può piastra, né maglia; Pur mena colpi di tanta roina, Che a forza fa piegar quella regina.

Cresce ogni ora lo assalto più diverso, E' crudel colpi fuor d'ogni misura. Ecco passar Ranaldo in sul traverso, Proprio davanti alla battaglia scura; E Trufaldino avea tutto disperso La testa e il busto insino alla cintura; Ché per le spine e' sassi in quel distretto Rimase eran le braccia, il capo e il petto.

A gran furor Ranaldo trapassava, Cridando sì che intorno è bene inteso; E dicea: - Cavallieri, or non vi grava Che non abbiati questo re diffeso, Qual di bontate vi rasomigliava? Ove è lo ardire e quello animo acceso Che dimostraste ne l'estremo vanto, Quando sfidasti il mondo tutto quanto? -

Orlando intese quel parlare altiero, Che lo spronava in tanta villania, Onde a Marfisa disse: - Cavalliero (Perché altramente non la cognoscia), Io me sfidai con quello altro primiero, Compir voglio con lui l'impresa mia; Come io lo occido, se 'l mio Dio mi vaglia, Con teco fornirò l'altra battaglia. -

Disse Marfisa a lui: - Tu sei errato, Se presto credi occider quel barone, Perché io, che l'uno e l'altro aggio provato, Di te nol tengo in manco opinïone. Tu de la vita altrui hai bon mercato, E senza l'oste fai questa ragione; Ma tu pôi ben vantarti ed aver caro Se questa sera vi trovati al paro.

Or vanne, ch'io mi fermo a riguardare Qual abbia di voi duo maggior possanza; Ma se i compagni tuoi per aiutare Vengano a te, come è la lor usanza, Quell'alta rocca vi farò trovare, Né so se avreti ben tempo a bastanza: Se tu combatti come il dritto chiede, Offeso non serai su la mia fede. -

Non so se Orlando il tutto puote odire, Che già dietro a Ranaldo è posto in caccia; Sempre cridando l'aveva a seguire: - Aspetta, ché chi fugge mal minaccia; E chi desidra gli altri sbigotire, Non die' voltar le spalle, ma la faccia; Ma tu sei ben gagliardo a questo ponto, Ché hai bon destriero e non credi esser gionto. -

A quel cridar del conte il fio d'Amone Iratamente se ebbe a rivoltare, Dicendo: - Io non vo' teco questïone, E tu per ogni modo la vôi fare; Unde te dico che, avendo ragione, Omo del mondo non voglio schiffare; Ma siami testimonio Dio verace Che aver guerra con te m'incresce e spiace. -

- Ben ne son certo, - disse il sir d'Anglante - Che te rincresce di tal guerra assai, Ché non avrai a far con mercadante, Né un pover forastier dispogliarai. Or non usiamo parole cotante: Mostra pur tuo valor, se ponto n'hai; Perché io te acerto e sazote ben dire Che a te bisogna vincere o morire. -

Dicea Ranaldo a lui: - Guerra non aggio, Né voglio aver con teco, il mio cugino; Perdon ti cheggio, s'io t'ho fatto oltraggio, Ben ch'io nol feci mai, per Dio divino! E se onta ti repùti o ver dannaggio Ch'io abbia preso e morto Trufaldino, A ciascun tuo piacer farò palese Che non te ritrovasti in sue diffese. -

Rispose il conte ad esso: - Animo vile, Che ben de chi sei nato hai dimostranza, Mai non fusti figliol d'Amon gentile, Ma del falso Genamo di Maganza. Pur mo te dimostravi sì virile E ragionavi con tanta arroganza: Or che condutto al paragon ti vedi, Mercé piangendo e perdonanza chiedi. -

Perse la pazïenza a quel parlare Il fio de Amone, e con terribil guardo Verso de Orlando gli occhi ebbe a voltare, Ed a lui disse: - Tanto sei gagliardo, Che ogni om ti teme e convienti onorare; Ma se tu non mi rendi il mio Baiardo, Presto potrai veder, come io ti dico, Ch'io non ti temo e non te stimo un fico.

Come l'abbi robbato io non ho cura: Rendime il mio destriero, e sìate onore. Tu ne l'hai via mandato per paura, Ché di tenerlo non ti dava il core; Ma, se egli avesse de intorno le mura Tutte de acciaro, lo trarò di fore; Ed odi come io parlo chiaro e sodo: Io lo voglio per forza ad ogni modo. -

- La prova vederemo incontinente - Rispose Orlando, sorridendo un poco: E non avea già faccia de ridente, Ma battea labre e gli occhi come foco. Or, bei Segnori, io vi lascio al presente, E se voi tornareti in questo loco, Dirò questa battaglia dove io lasso, Che un'altra non fu mai di tal fraccasso.

Canto ventesimosettimo

Chi mi darà la voce e le parole, E un proferir magnanimo e profondo? Ché mai cosa più fiera sotto il sole Non fu mirata a lo universo mondo. L'altre battaglie fôr rose e vïole: A ricontar di questa io mi confondo, Perché il valor e il pregio della terra A fronte son condutti in questa guerra.

Era ciascun di lor tanto adirato, Che facean sbigotir chi gli guardava; E molti se partîr senza comiato, E poca gente se gli avicinava; Uscia rovente fuor de gli elmi il fiato, E nel suo ragionar l'aria tremava; E chiunque stava di lontano un poco, Giurava che lor volti eran di foco.

E si facean l'un l'altro orribil guardi, Parlando con voce aspra e minacciante; E benché al cominciar paresser tardi, Come io ve dimostrai nel dir davante, Ciò fu che di persona sì gagliardi E di cor fu ciascun tanto arrogante, Che ragionando si stavano adaggio, Mostrando non curar alcun vantaggio.

Ma poi che Orlando trasse Durindana Forte cridando: - Or se vedrà la prova, Se a tua prodezza, che è tanto soprana, Un altro pare in terra se ritrova! - La cosa più non va suave e piana; Ponto è Ranaldo: convien che si mova. Però prende Fusberta ad ambe mano, E verso il conte sprona Rabicano.

E menò un colpo terribile e fiero, Come colui che ha forza oltra misura; Il dio d'amor, che ha il conte per cimiero, Volò con l'ale rotte alla pianura. L'elmo d'Almonte ben gli fie' mestiero, Ché qua la affatason non lo assicura, Poi che Ranaldo a tanta furia il tocca, Che gli avria posto le cervelle in bocca.

Ma il conte, che d'orgoglio è troppo caldo, Quella percossa non cura un lupino; E, stretto come un scoglio a l'onde saldo, Che non se crolla dal vento marino, Lui con gran forza percosse Ranaldo Sopra de l'elmo, che fu de Mambrino; Ma lui, che è tanto fiero e sì possente, Per quel gran colpo se mosse nïente.

E risposene un altro con roina, Dov'è il scudo e la lancia discoperta, E piastra non vi valse, o maglia fina, Ché via la tagliò tutta con Fusberta; Seco la giuppa alla terra dechina, Sì che fece mostrar la carne aperta. Per questo d'ira il conte più s'accese, Ed a Ranaldo un gran colpo distese.

Gionse a traverso del manco gallone, E misse a terra gran parte del scudo, E usbergo e piastra e grosso pancirone Fraccassa con roina il brando crudo; Portò seco la giuppa e il camisone, Sì che mostrar li fece il fianco nudo. Ciascun de ira se accende e di mal fele, E la battaglia ognior vien più crudele.

Ranaldo prese un cruccio sì diverso, Che alla sua vita mai n'ebbe cotanto; E menò ad ambe mano un gran roverso, Tal che, se l'elmo non fosse de incanto, Tutto l'avrebbe spezzato e disperso; E per quel colpo orribile e tamanto Orlando se stordì per tal maniera, Che non sapea quel loco dove egli era.

Il suo destrier correndo andava intorno, Portandol stramortito in su la sella. Dicea Ranaldo: - Io so che al terzo giorno Non durarà fra noi questa novella. - E per darli di morte ultimo scorno Un altro colpo adosso li martella; Io non saprebbi ben dir la cagione, Ma il conte alora uscì de stordigione.

E risentito, cognobbe Ranaldo, Qual gli era sopra per farlo morire. Turbato lo scridò: - Giotton ribaldo, Mala ventura te ha fatto venire, Però che morto sei se tu stai saldo, E vergognato se prendi a fuggire. Or te diffendi, s'hai cotanto orgoglio, Ché averti alcun riguardo più non voglio. -

Così dicendo il conte a due man prese, Forte turbato, Durindana dura, E percosse ne l'elmo, e quel se accese A foco e fiamma con molta paura. Ranaldo su le croppe se distese Per quel gran colpo fuor d'ogni misura: Pendon le braccia ed ha aperta ogni mano; Via ne l'arcione il porta Rabicano.

Ma non fu giamai drago ni serpente, Che racogliesse in sé tanto veleno, Quanto Ranaldo alor che si risente: Il cor avea di foco e il viso pieno. Verso de Orlando iniquitosamente Prende a due mano il brando e lascia il freno; E similmente il senator romano Contra lui vene, e mena ad ambe mano.

Ferîr l'un l'altro con alto romore, Ciascun più furïoso e disperato; E sempre cresce la zuffa maggiore, E l'arme a pezzi a pezzi vanno al prato; Né scorger ben se può chi aggia il megliore, Ché in poco tempo cangiasi il mercato; Or se veggion ferir de animo accesi, Or su le croppe andar morti e distesi.

E si feriano con tanta nequizia Che a vendetta crudel serìa bastante, E con aspro parlar l'un l'altro astizia. Diceva al fio d'Amone il sir d'Anglante: - Oggi hai trovato il brando di iustizia! Confessa le tue amende tutte quante; Che sei per fama publico ladrone, Io vo' che tu 'l confessi, e far ragione. -

- Tu te credi tuttora essere in Franza, - Disse Ranaldo - e gli altri minacciare. Chi cambia terra, die' cambiare usanza; Re Carlo quivi non può comandare. Tu me di' villania con arroganza, E credi ch'io te 'l voglia comportare? Ed a farne la prova in ogni loco, Io son meglior di te molto, e non poco.

Di che hai superbia, dimme, bastardone? Perché occidesti Almonte alla fontana, Che era legato in braccio al re Carlone, Ora te vanti, e porti Durindana Come acquistata per dritta ragione. Ben sei proprio figliol d'una puttana, Qual, perso che ha l'onor, più non lo stima E più sfacciata è dopo il fal che in prima.

Datte forse arroganza il re Troiano? Né ti vergogni di quella novella, Che, ancor ferito a morte e senza mano, Te trasse a tuo dispetto de la sella? Tu insieme lo occidesti in su quel piano: Va, ti nascondi, va, vil feminella! Tra gli omini apparere hai ardimento, E sei condutto a tanto tradimento? -

Diceva Orlando a lui: - Non fa mestiero De la nostra bontade disputare; Ché tu sei ladro, ed io son cavalliero, E tutto il mondo lo sa iudicare; E bene aggio ragion s'io sono altiero De Almonte e de Troian, che hai a contare, Che fur di tanto pregio e di tal raccia, Che non gli avresti tu guardati in faccia.

Fovi meco Rugiero e quel don Chiaro Che era corona d'ogni paladino, Quai stati non serian con un tuo paro, Ché alcun di lor non era malandrino. Or tu te vanti, e pôi bene aver caro, De avere occiso il forte re Mambrino; Ma non sa dir alcun come andò il fatto, Perché tu pur fuggisti al primo tratto.

Quella battaglia fu molto nascosa Là dopo il monte, e senza testimonio; Chi giurarà come andasse la cosa, E se il tuo Malagise col demonio Te dette la vittoria sì pomposa? Ed odito aggio ancora, o ch'io me insonio, Che il fratel Constantin pur fu ferito Dopo le spalle, e fu da te tradito. -

Così l'un l'altro con grave rampogna Se oltraggiavano insieme e cavallieri; Ora altro che parole ivi bisogna, Perché dal ragionare a i colpi fieri Eran venuti, e l'ira e la vergogna Gli avea spronati e fatti tropp'altieri; E se ferian con tanta crudeltade, Che ad ogni colpo fan foco le spade.

Ferì con ira Orlando ad ambe mano, Sopra Ranaldo gran colpo martella; Poco mancò che non andasse al piano E stramortito uscisse de la sella. Come rivenne il sir de Montealbano, Non se accese mai lampa né facella, Che non sembrasse del suo lume priva, Tant'ha di foco lui la faccia viva.

Ad Orlando ferì con gran furore Sopra di l'elmo, a forza sì diversa, Che 'l paladin, che avea tanto vigore, Ha il sentimento e la memoria persa; E per la passïone e gran dolore Sopra le croppe tutto si riversa; E for de l'arcion tanto se disserra, Che ogniom credette che l'andasse a terra.

E non fu più giamai leon ferito, Né drago acceso tanto velenoso Come divenne Orlando risentito; E ben mostrava in viso furïoso, Ché non era a quel colpo sbigotito, Ma più fier divenuto ed animoso; Verso Ranaldo lasciò un colpo crudo, E più del terzo gli tagliò del scudo.

Rotto a traverso il scudo andò nel prato, Né in questo resta la tagliente spada, Ma la maglia gli strazia dal costato, E convien che ogni piastra a terra vada. La zuppa e il camison tutto è straziato, Par che ogni cosa Durindana rada, Sì spezza usbergo ed ogni guarnisone; E feritte nel fianco il fio de Amone.

Ma non se avide alor de la ferita, Tanto era riscaldato alla battaglia; Ferisce al conte quella anima ardita, De cima al fondo il scudo gli sbaraglia. Ogni piastra de usbergo ebbe partita, E tutto il panciron fraccassa e smaglia; E se non fusse che il conte è fatato, Gran piaga gli avria fatto nel costato.

S'io conto tutti i colpi ad uno ad uno, Che facean sempre foco e le faville, Verrà la sera e il cel si farà bruno, Perché furon i colpi più di mille; Sì ch'io nol dico, e può pensar ciascuno Che non Ettor di Troia e non Achille, Né Ercole il grande, né il forte Sansone Potrian con questi star al parangone.

E qual misèr Tristano e qual Gallasso, Qual altro cavallier de la ventura D'un tanto travagliar non serìa lasso, Per l'estrema battaglia orrenda e dura? Ché sempre combattero a gran fraccasso Da sol nascente insino a notte oscura, Né mai chiesen riposo a quel furore, Ché l'un de l'altro crede esser megliore.

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