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L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

INTRODUZIONE STORIA GENERALE DEGLI ANFITEATRI.

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«Il mondo vinto, scrisse Giovenale, si è vendicato dando a Roma tutti i vizî».

Triste ma incontestabile verità! Prima infatti che la romana Repubblica soggiogasse l’Oriente, i costumi del suo popolo erano semplicissimi; la guerra e l’agricoltura formavano la sua precipua occupazione, e spesse volte gli stessi magistrati, i consoli, i dittatori, ecc., spirato il tempo della loro carica, deponevano la toga e tornavano a coltivare i loro poderetti. Ma eccoci alle guerre Puniche! Eccoci alle guerre Macedoniche! Roma conquista progressivamente le province orientali; e, a misura che essa s’avanza nelle conquiste, di pari passo degenera la semplicità dei costumi del suo popolo. Colle nuove genti vengono in Roma le ricchezze; colle ricchezze i vizî.

Ma l’oro ed il lusso erano un privilegio dei soli nobili: di quei nobili, che, inviati a governare le conquistate regioni, tornavano in patria carichi di ricchezze e sfoggiando un eccessivo lusso orientale. Il basso popolo, immiserito, cencioso, ozioso, a causa dei grandi latifondi, addivenne la piaga di quel tempo. Alle oneste occupazioni preferì tosto i divertimenti ed i passatempi; all’agricoltura la sphaeromachia[2], la mora[3], gli scacchi[4], ecc.; e principiò a maggiormente bramare gli spettacoli pubblici, ed a reclamarli con esigenza, ritenendoli come istituzione sacra e di somma importanza. I governanti accondiscesero alla brama popolare, ed i nobili ambiziosi approfittarono, molto bene ed a loro pro, di questa congiuntura: i primi si servirono degli spettacoli come macchina della lor politica, ed i secondi per cattivarsi il favor popolare, carpire magistrature, ricche province ed autorità sul popolo.

Turbe immense accorrevano entusiaste agli spettacoli circensi, pei quali nutrivano special predilezione; e gli stessi giovanetti prossimi alla pubertà[5] abbandonavano volentieri il loro turbo (trottola) ed il trochus, o smettevano di gettare in aria la moneta sulla quale eravi effigiata, per lo più, la testa di Giano in un lato, ed una nave nell’altro[6], per recarsi al circo ad aprire la pompa.

Giovenale ci descrive i costumi dei suoi tempi: nota in peculiar modo questo sfrenato gusto del popolo romano, e dice che quelle stesse masse le quali un dì affidavano il comando, i fasci, le legioni, restrinsero poi i loro desideri al pane ed agli spettacoli circensi[7].

Ma se i romani trovarono nel circo il loro preferito diletto, non trascurarono però le gare atletiche, il teatro, gli spettacoli gladiatorî, nè, molto meno, le venationes, le quali, come in breve vedremo, diedero origine agli anfiteatri. Di questi il più famoso è il FLAVIO (oggetto, come dicemmo nella prefazione, di questo lavoro), le cui memorie storiche e monumentali, dalle origini ai tempi presenti, prenderemo ad esporre, dopo aver data una nozione storica e sommaria sugli anfiteatri in genere, sullo scopo della loro invenzione e sui pubblici spettacoli che in essi si solevano dare.

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Fra gli edifizî destinati ai pubblici spettacoli, l’anfiteatro fu, per ragione di tempo, l’ultimo. La voce anfiteatro è di origine greca, sebbene non i Greci ma i Romani ne siano stati gl’inventori. Gli antichi si servirono dell’anfiteatro per i giuochi gladiatorî e per le venationes; ma queste e non quelli furono la causa della sua invenzione. Prima che gli anfiteatri esistessero, i gladiatori davano già i loro spettacoli; e la costruzione del più celebre degli ANFITEATRI fu intrapresa da un imperatore che non amava i gladiatori[8]. Niuno pensò a Roma a tal sorta di edifizî, fino a che la conquista di remoti paesi, la potenza e le ricchezze non eccitarono nell’animo dei Romani il desiderio di possedere incognite belve e di vederle ferocemente combattere.

L’anno 502 d. R., L. Cecilio Metello, Proconsole e Pontefice, riportava una clamorosa vittoria sui Cartaginesi. Palermo fu il teatro della battaglia; e, nella disfatta, il vincitore s’impadronì di 142 elefanti, i quali furono condotti in Roma ed introdotti nel Circo Massimo, a quei tempi unico edifizio, tra i destinati agli spettacoli, men disadatto degli altri per quella pericolosa e gigantesca rappresentazione. Gli elefanti furono uccisi a colpi di strale; e se il fatto potè attrarre l’attenzione pubblica, altro non fu, a mio parere, che per la novità della cosa. Quello spettacolo, infatti, non fu una caccia, venatio, ma un macello. I Romani, d’altra parte, volevano sbarazzarsi di tanto peso: il nutrimento e la custodia di quelle bestie colossali gravavano non lievemente l’erario pubblico; e vollero, inoltre, abituare la plebe a vedere quelle moli, che sovente doveano combattere a campo aperto. Questa circostanza fu nondimeno capace di muovere nell’animo del popolo il trasporto per le venationes; e più tardi, nell’edilità di Claudio Pulcher, secondo Plinio[9], o ai tempi di Pompeo, secondo Seneca[10] ed Asconio[11], principiarono le cacce elefantine.

La caccia di altre bestie fu introdotta dopo la seconda guerra Punica[12]. Tito Livio[13] ci dice che lo spettacolo degli atleti e la caccia dei leoni e delle pantere si videro in Roma, per la prima volta, nell’anno 568; nei giuochi, cioè, dati da M. Fulvio Nobiliore per un voto da questo fatto nella guerra contro gli Etoli. Da allora in poi s’importarono dall’Africa innumerevoli belve le quali, senza distinzione di specie, si dissero africanae[14]. Lo stesso storico[15] ci narra le solenni feste celebrate nel 586 d. R. dagli edili curuli Nasica e Lentulo.

Frattanto erasi introdotto presso i Romani l’uso cartaginese di esporre alle belve i disertori stranieri. Scipione Africano minore, imitando Emilio Paolo, suo padre, diè giuochi, nei quali espose alle belve disertori e fuggiaschi[16]; e questo fatto ci viene confermato da Valerio Massimo[17]. Questa pena fu poscia estesa, nelle province, anche ai cittadini romani[18].

La magnificenza delle venationes andò progressivamente crescendo. Quegli che dava uno spettacolo, ambiva sorpassare nella sontuosità chi avealo dato precedentemente. Scevola, nella sua edilità, celebrò per primo la caccia di molti leoni[19], i quali furono esposti nel circo, legati; perchè, essendo questo per sua natura indifeso, la ferocia di quelle belve poteva produrre funesti accidenti. Il primo che diè mostra di leoni sciolti fu Silla nell’anno 660 d. R.[20]. È da credersi nondimeno che a tutela degli spettatori si costruissero provvisori ripari, dacchè sappiamo che quando Pompeo, per festeggiare la dedicazione del suo teatro, diè un combattimento con elefanti, questi furono esposti nel circo racchiusi entro cancelli di ferro: e guai se così non si fosse fatto! Gli elefanti inaspriti per l’uccisione di uno di loro, tentarono di erompere in massa con grande sgomento e spavento di tutto il popolo[21]. Talchè Cesare, dieci anni dopo, nell’inaugurazione del suo Foro, volendo dare venationes ed un combattimento cogli elefanti, a maggior difesa degli spettatori fece scavare attorno al circo un euripo[22].

Nel 695 d. R. Scauro mostrò per la prima volta un ippopotamo e cinque coccodrilli, pei quali fece scavare un canale a bella posta[23]. Nel 698 il suddetto Pompeo, a fine di festeggiare la dedicazione del suo teatro, espose 500 leoni, i quali tutti rimasero uccisi.

Essendo giunta tant’oltre la magnificenza di questi spettacoli, e divenendo ogni dì più comuni; poichè gli edifici destinati ai giuochi, come i circhi ed i teatri, non presentavano per le cacce l’opportuna comodità, e d’altronde non offrivano la sicurezza necessaria agli spettatori[24]; fu d’uopo immaginare un nuovo edifizio che unisse la sicurezza e la comodità del teatro per gli spettatori all’ampiezza ed alla vastità del circo per gli spettacoli; vastità che doveasi anch’essa ridurre in modo che più circoscritta ne fosse l’arena. Fu allora che Cesare, ispiratosi alla novità di Curione, assai per fermo adatta allo scopo, uno ne costrusse di legno[25], l’anno 708 d. R. allorchè fè celebrare varî giuochi onde solennizzare la dedicazione del suo Foro e del tempio di Venere genitrice[26].

Volendo Curione[27] sorpassare Scauro nell’artifizio, giacchè non poteva sorpassarlo nella sontuosità dei giuochi di recente celebrati[28], costrusse due grandi teatri lignei, l’uno vicino all’altro[29]. Terminate le rappresentazioni drammatiche e mimiche, e tolte le scene, questi due teatri si facevano girare con tutti gli spettatori, sopra i rispettivi cardini[30]: chiudevansi insieme, ed unendosi ambedue gli emicicli, formavano un teatro circolare, la cui arena presentava un vasto campo, attissimo a celebrarvi gli spettacoli gladiatorî. Meccanismo maraviglioso! Plinio[31], non lontano da quell’epoca, oltremodo meravigliato ed attonito, confessa di non sapere se meritasse più ammirazione il genio dell’inventore o il ritrovato; l’artista o chi lo eseguì; il coraggio di chi l’ordinò o l’imperturbabilità del popolo Romano, il quale si sottomise ad un tanto azzardato esperimento[32]. È inutile ricordare che questa macchina agì per soli due giorni: il terzo dì non si osò farla di nuovo girare; e, lasciati i due emicicli congiunti, si costruirono in mezzo ad essi le scene temporanee, le quali poi si disfecero, restando fermi gli spettatori. Questa novità di Curione, cui s’ispirò Cesare, questo ligneo edificio diè l’idea primiera del Teatro venatorio[33] o Romano ANFITEATRO.

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Il nome e la cosa ebbero origine ad un tempo. Calpurnio lo disse ovum[34]; Strabone e Dionisio, ambedue dell’epoca augustea, lo chiamarono anfiteatro; e di questa stessa voce si servì Vitruvio[35]. Ovidio[36] scrisse:

.... structoque utrimque theatro Ut matutina cervus periturus arena.

Dione: Theatrum venatorium quod et Amphitheatrum dictum est ex eo quod sedes undique in orbem habeat sine ulla scena[37]. E Cassiodoro: Cum theatrum quod est hemisphaerium, grecae dicatur Amphitheatrum, quasi in unum juncta duo visoria, recte constat esse nominatum. Ed altrove: Ovi speciem eius arena concludens....

All’anfiteatro ligneo eretto da Cesare, ne seguì uno di pietra edificato da T. Statilio Tauro[38] nel Campo Marzio; e successivamente ne vennero edificati altri in Roma, nei municipî, nelle colonie italiche ed in altre città dell’Impero[39]. Statilio Tauro eresse il suo anfiteatro per suggerimento di Augusto, il quale avea progettato l’edificazione di uno che fosse degno della metropoli del mondo, e pensato di erigerlo media urbe[40]: progetto più tardi effettuato da Fl. Vespasiano. In Roma, per molto tempo, vi fu il solo anfiteatro di Statilio Tauro[41]. Caligola principiò a costruirne un altro, ma non lo portò a compimento[42]. Nerone ne edificò uno di legno[43].

L’anfiteatro fu adunque un’invenzione del tutto romana[44]; e lo scopo principale e primario di questo edificio fu la venatio; il secondario, gli spettacoli gladiatorî[45].

Ed ora, prima di dare un cenno sommario di questi spettacoli, crediamo opportuno presentare ai lettori un quadro generale delle parti costituenti un anfiteatro, riservandoci di parlarne più minutamente allorquando tratteremo dell’ANFITEATRO FLAVIO.

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Le parti esterne di un anfiteatro consistevano nelle arcuazioni che formavano i portici; questi poi servivano per la comoda comunicazione tra le gradinate dei diversi piani, e per riparo agli spettatori in caso di pioggia. I portici constavano: 1º di corridoi, ambulacra; 2º di accessi in piano alle scale, itinera; 3º di scale, scalae.

Le principali parti interne erano: l’arena e la cavea. La prima avea forma ovale, ed alle estremità dell’asse maggiore s’aprivano grandi porte per l’introduzione delle fiere nella mostra precedente il periodo dei giuochi, pel solenne ingresso della pompa gladiatoria e per l’estrazione dei caduti nella lotta.

L’arena degli anfiteatri era generalmente pensile, e nei sotterranei, hypogaea, v’erano le celle per le belve, e vi si facevano manovrare le macchine, pegmata, per gli improvvisi spettacoli[46].

La cavea era la parte ove sedevano gli spettatori. La sua forma era concava o ad imbuto[47]. Nei maggiori anfiteatri la cavea dividevasi in podium, gradatio[48] e porticus: in questi la gradatio era divisa in più ordini dalle praecinctiones, secondo l’altezza dell’edificio; nei minori, in podium e gradatio indivisa.

Il podium era il terrazzo che circoscriveva immediatamente l’arena; ed essendo la parte più prossima allo spettacolo, era altresì la parte più distinta. Elevavasi dall’arena tra i 7 e i 12 piedi; era fornito di parapetto, e difeso dagli assalti delle fiere per mezzo di reti metalliche e di altri artificiosi ordigni.

L’Imperatore, la famiglia imperiale, i principali magistrati, le vergini Vestali, il pretore e l’editore dei giuochi prendevan posto nel podium (spectabant ad podium), il quale era elegantemente ornato.

Le praecinctiones, zone verticali, a piè delle quali girava un viottolo, iter[49], dividevano la gradatio in ordini diversi, i quali a misura che s’allontanavano dal podium divenivano meno distinti, ed erano occupati con un certo ordine gerarchico.

Prima della legge Roscia tutti gli spettatori sedevano alla rinfusa[50]. Plutarco dice che ai tempi di Silla anche le donne sedettero miste cogli uomini, ma che poi Ottaviano le separò, e volle che sedessero nel luogo più elevato[51], e quindi più appartato dall’arena.

Vomitoria erano le aperture o porte per le quali il popolo sboccava su i gradus o sedili.

Scalaria venivano detti i piccoli gradini corrispondenti ai vomitoria, pei quali gli spettatori poteano comodamente salire o scendere, onde collocarsi sui rispettivi sedili: e poichè i vomitoria erano disposti a scacco, e lo spazio fra tre scalaria costituiva un cuneus, perciò si designò col nome di cuneus ciascuna delle grandi sezioni della cavea.

I posti si distinguevano fra loro per una linea che trovavasi nei sedili stessi, ed il luogo assegnato dicevasi locus. Per evitare ogni possibile confusione, ciascuno spettatore dovea premunirsi di una tessera d’ingresso, la quale presentavasi ai designatores: a quegli ufficiali, cioè, che si trovavano in ciascun vomitorium. Nella tessera indicavasi il cuneus, il gradus, ed il posto o i posti da occuparsi; così, p. e., CVN. III. GRAD. IV. LOC. I.

I falliti e coloro che aveano disperse le loro facoltà, venivano confinati in luogo separato[52].

I sedili spettavano a coloro i quali li occupavano, purchè appartenessero al rispettivo ordine gerarchico; ma lasciati, anche per breve tempo, perdevansi. Ciò si deduce chiaramente dalle parole che Augusto diresse ad un cavaliere romano. Io, disse questo Imperatore, quando voglio desinare, me ne vado a casa. Il cavaliere rispose: Tu puoi farlo, perchè non temi ti venga da altri occupato il posto[53].

Era severamente proibito ai graduati assistere agli spettacoli senza indossare l’abito che noi diremmo di etichetta[54]. I semplici cittadini doveano indossare la toga. Si riteneva per cosa indecente il bere mentre celebravansi spettacoli anfiteatrali[55]; e Lampridio dice di Commodo esser questo stato uno spudorato, precisamente perchè soleva bere nell’anfiteatro.

Gli spettatori sedevano su appositi assi lignei, stesi sui gradi di pietra. Ai tempi di Caligola i Senatori usarono cuscini, onde non sedere sulla nuda tavola[56]. Più tardi i Senatori sederono sulle seggiole, e i loro cuscini passarono agli Equites. Augusto sedè su di una sedia curule[57]: Tiberio e Seiano usarono sedie dorate[58].

La forma di queste sellae si vede in molte medaglie; la materia ce l’indica Orazio[59], il quale le dice «curule ebur», d’avorio; esse competevano a varie dignità[60].

Seneca[61] rammenta che dal fondo dell’anfiteatro si facevano salire fino alla cima liquidi odorosi, i quali schizzando in aria, spargevansi a guisa di minutissima pioggia. Queste effusioni si dissero sparsiones, o, come leggesi presso l’altro Seneca[62], pioggia profumata.

Gli spettatori venivano riparati dai raggi del sole da tende, vela; e queste costituirono poi il famoso velarium, di cui ben presto parleremo.

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Gli spettacoli che si celebravano nell’anfiteatro facevano parte, come tutti gli spettacoli, della religione pagana; ed erano sacri: la caccia a Diana[63], i combattimenti gladiatorî a Marte[64]. Prudenzio chiama i ludi gladiatorî triste sacrum.

Negli spettacoli venatorî i combattenti dicevansi venatores e bestiarii, e quegli che dava i giuochi appellavasi editor o munerarius o munerator. I questori, i pretori, e specialmente gli edili, nell’epoca della Repubblica, onde cattivarsi, come dicemmo, la benevolenza del popolo e quindi poter ascendere più agevolmente a più alte cariche, furono coloro che più particolarmente davano tali spettacoli. Durante l’Impero furono celebrati dagli Imperatori e da quei che venivano promossi al consolato. I magistrati tanto al tempo della Repubblica che dell’Impero imponevano tasse alle province per affrontare le spese dei giuochi che si celebravano in Roma. Cicerone esimè l’Asia da questa tassa[65]. Non di rado i ricchi lasciarono in testamento legati per la celebrazione di cotesti spettacoli; e questi legati entravano nella categoria di quelli che dicevansi ad honorem civitatis[66].

Tra le occasioni in cui davansi questi giuochi, alcune erano ordinarie o di data certa; straordinarie o di data incerta altre. Le prime erano: il natale dei Cesari[67] e l’anniversario di qualsiasi fausto avvenimento[68]. Le seconde: l’assunzione all’Impero od al Consolato; la dedicazione di un pubblico edifizio[69]; pro salute Caesaris[70]; le nozze di questo[71]; la partenza dell’Imperatore per la guerra; la vittoria, il trionfo, i funerali di un personaggio ragguardevole, ecc. Opportuni AVVISI o EDITTI, notificavano al popolo l’ordine dei giuochi, il motivo ed il giorno della loro celebrazione[72].

Le belve per gli anfiteatrali spettacoli romani provenivano dalle province dell’Impero, ed anche da paesi stranieri. Gli orsi si traevano dai boschi della Caledonia e della Pannonia; i leoni e le pantere dall’Africa[73], e specialmente dalla Numidia: la quale regione, al dire di Plinio, non rendeva altra cosa di qualche importanza che il marmo numidico e le belve[74]. Le tigri provenivano dalla Persia; i crocota (Κροκωτά) ed il rinoceronte dall’India; e dall’Egitto i coccodrilli e gli ippopotami.

La caccia delle belve facevala quei che aveva in animo di dare gli spettacoli; ma poichè erano gli Imperatori coloro che soventemente celebravano le venationes, questi stipendiavano a tal uopo un gran numero di venatores, i quali dovevano curare di prendere le belve senza danneggiarle. Prese che fossero, venivan consegnate ai mansuetarii, i quali le conducevano in Roma, le domavano, le custodivano ed ammaestravano. Una classica testimonianza di questi ammaestramenti l’abbiamo in Marziale[75]:

Picto quod iuga delicata collo Pardus sustinet, improbaeque tigres Indulgent patientiam flagello: Mordent aurea, quod lupata cervi, Quod frenis libyci domantur ursi Et quantum Calydon tulisse fertur Turpes esseda, quod trahunt bisontes, Et molles dare iussa, quod choreas Nigro bellua nil negat magistro: Quis spectacula non putet deorum? Haec transit tamen, ut minora quisquis Venatus humiles videt leonum, Quos velox leporum timor fatigat, Dimittunt, repetunt, amantque captos Et securior est in ora praeda; Laxos cui dare perviosque rictus Gaudent et timidos tenere dentes; Mollem frangere dum pudet rapinam: Stratis cum modo venerint iuvencis. Haec clementia non paratur arte, Sed norunt, cui serviant leones.

Da questi versi vediamo chiaramente quale accurata diligenza si ponesse ai tempi di Domiziano nella celebrazione dei giuochi anfiteatrali; ed inoltre vediamo (il che si legge in altri epigrammi di Marziale) che non sempre, negli anfiteatri, si rappresentarono scene sanguinose. È certo però che i custodi, mansuetarii, sapevano, con altri modi e quando faceva d’uopo, far montare le fiere in furore[76].

Le belve si facevano pervenire in Roma in carri ed in barche, legate o racchiuse in gabbie, secondo la loro fierezza[77]; e per pedaggio v’era un dazio del 40%[78].

I Senatori erano esenti da questo dazio; e Simmaco[79] reclama e dice che il dazio dovrebbe gravare i soli negozianti e speculatori.

Nei graffiti scoperti il 1874 nell’Anfiteatro Flavio, come pure nel bassorilievo Torlonia[80] ed in un musaico del Museo Gregoriano e negli stucchi del sepolcro Pompeiano di Scauro, nonchè in diversi altri monumenti, le belve sono rappresentate avvinte da una lunga e forte corda, od attaccate ad un anello fissato in terra, o strette da una duplice fascia, che cinge alle medesime il petto e la parte anteriore del ventre.

Il trasporto delle fiere si faceva in carri pubblici; e, se questi non erano sufficienti, s’usavano pur anche carri privati[81].

Il già citato Claudiano ci riferisce la difficoltà che incontravasi nell’imbarcare le fiere; difficoltà, però, chè abilmente superavasi dagli agili mansuetarii.

Gli elefanti ed i leoni si spaventavano con le fiaccole: anzi i primi rimanevano atterriti udendo il grugnito del porco, ed i secondi riconducevansi nella cavea facendo velocemente voltar direzione alle ruote di un curricolo[82].

Giunte le fiere alla loro destinazione, l’editor era in dovere di depositarle in luogo sicuro, od anche in casa sua[83]. In Roma s’era costruito un recinto a questo scopo, e si disse vivarium[84], perchè conteneva o racchiudeva belve vive. Il vivarium era un ampio recinto, con celle per le bestie feroci, e con campi e selve per il nutrimento (pascolo) dei cervi, delle damme, delle lepri ecc.[85], che doveano esibirsi nei giuochi. Il famoso e grande vivarium romano era presso la porta Prenestina[86], ed era custodito dai militi delle coorti pretorie ed urbane. Ciò lo rileviamo da un’epigrafe scoperta in Roma l’anno 1710, che porta la data consolare dell’anno 241 dell’età nostra[87].

Le belve si trasportavano dal vivarium all’anfiteatro racchiuse in gabbie: il dì antecedente allo spettacolo si esponevano alla pubblica vista, perchè il popolo traesse idea della fierezza, rarità e numero di esse; e, al principiare dei giuochi, venivano introdotte colle stesse gabbie nei sotterranei.

Gli spettacoli venatorî rappresentavano punti molto variati: voli, scene mitologiche, Orfeo attraente le belve, Prometeo al Caucaso, ecc.; e talvolta l’arena cangiavasi repentinamente in selva o sprofondavasi in una voragine, donde uscivano fiere. Strabone parla di un ladro siciliano, il quale, essendosi fatto chiamare figlio dell’Etna, fu posto su di un’alta macchina raffigurante il monte Etna. Caduta ad un tratto la macchina (pegma), il reo precipitò fra le gabbie delle fiere, le quali pareva covassero in quel monte, e ne fu lacerato.

Le venationes non sempre, come già si disse, erano cruente. Spesso bestie innocue, come lepri, cervi, damme ecc., lottavano tra di loro; talvolta mettevansi insieme bestie di questa natura con quelle di un istinto più fiero, come: leoni, tori, ecc.[88]; ma così ammaestrati a non nuocere, che recava vera maraviglia agli spettatori. Marziale[89] più volte ricorda il giuoco di una lepre che, inseguita da cani, rifugiavasi nell’aperta gola di un leone, senza che questo le recasse danno (?). I leoni s’avvezzavano a sostenere delicati gioghi sul collo; le feroci tigri, i cervi e gli orsi della Libia s’assuefacevano al freno ed al flagello, quasi fossero cavalli; i cignali della Caledonia si lasciavano legare al collo ed alla bocca; i bisonti traevan carri, e l’elefante ballava ai cenni del suo nero maestro[90]. Nerone, nei giuochi che diede in onore di sua madre, fece venire un elefante funambolo, che s’innalzò fino al portico superiore del suo ligneo anfiteatro; cioè a 25 tese, camminando in cadenza sulla corda, e recando un uomo sulle spalle[91].

Ma se questi spettacoli erano alle volte incruenti, non di rado divenivano pur anche sanguinosi. Spesso, mentre le belve lottavano fra loro, si facevano attaccare dagli uomini. In questo caso, i venatores, ben armati ed istruiti dal loro magister, a piedi od a cavallo, vestiti di sola tunica[92], col braccio sinistro difeso da un panno che l’avvolgeva, inseguivano la belva; e con aste o spade, o scoccando strali, davan mostra della loro arte e del loro coraggio[93].

La venatio era ordinariamente un’intrapesa libera e volontaria; ma spesso i padroni punivano i servi colpevoli, e la pubblica autorità i delinquenti, facendoli discendere sull’arena e pugnare colle fiere; e se essi erano rei di delitti gravissimi e capitali, venivano esposti alle stesse fiere legati ed inermi. Così uno di essi fu, sotto le sembianze di Laureolo, esposto ad essere sbranato da un orso; ed un altro sotto quelle di Prometeo, fu esposto alla rapacità di un avvoltoio.

La caccia delle belve precedeva in ordine tutti gli altri spettacoli anfiteatrali: quindi davasi ordinariamente il mattino[94]. Durante la pugna, teneri garzoncelli rimovevano l’insanguinata sabbia sparsa sull’arena: e Marziale[95] racconta che un giorno due di questi fanciulli vennero divorati da un leone, dimentico degli ammaestramenti ricevuti!

Nam duo de tenera puerilia corpora turba, Sanguineam rastris, quae renovabat humum, Saevus et infelix furiali dente peremit: Martia non vidit maius arena nefas!

I cadaveri dei venatores e dei gladiatori venivano condotti allo spoliarum, facendoli uscire dalla porta libitinaria. Così si celebravano le venationes fino all’epoca costantiniana; dopo quel tempo si moderarono in guisa da bandire quanto sapesse di crudeltà: gli spettacoli si ridussero a semplici apparenze e ad una caccia sicura, e seguitarono a celebrarsi in questo modo fino al secolo VI[96].

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Abbiamo detto che i Romani si servirono degli anfiteatri per celebrarvi pur anche gli spettacoli gladiatorî. Diamo adunque pur di questi un cenno sommario e generale.

L’uso dei sanguinosi e barbari combattimenti gladiatorî venne in Italia dalla Lidia (Asia Minore). Ebbero origine dal crudele costume di scannare i prigionieri sulle tombe dei defunti eroi. Nei funerali di Patroclo furono uccisi dodici adolescenti troiani[97]; ed a placare le anime degli Etruschi, quei di Tarquinia immolarono 307 soldati romani caduti prigionieri[98].

Per temperare l’orrenda inumanità di quest’atto, si permise poscia che i prigionieri combattessero fra loro presso la suddetta tomba fino ad esalare su di essa il loro spirito. Ritenevasi ciò per un dovere dei vivi verso i morti; perciò questa lotta si disse munus, e l’editore munerarius: munus dictum est ab officio . . . . officium autem mortuis hoc spectaculo facere se veteres arbitrabantur[99]. L’asserzione di Tertulliano vien confermata da Servio[100]; ed è perciò indiscutibile che presso i popoli s’immolassero gli uomini, non soltanto agli dei, ma eziandio ai defunti.

Nel 496 d. R. i due fratelli Bruti, per onorare la memoria del loro padre, diedero, nei funerali di questo, siffatti spettacoli[101]. Seguendo l’esempio dei Bruti, simili ludi cruenti si celebrarono poscia per onorare la memoria di altri illustri personaggi, e man mano si estesero anche ai funerali di persone private; e vi fu chi giunse a tal estremo da lasciar per testamento agli eredi l’obbligo di dare questi ludi.

I giuochi gladiatorî si celebrarono anche per rappresentare l’uso dell’armeggiare e di pugnare di altre nazioni o di un corpo militare; ma finalmente si ridussero anch’essi a spettacoli di semplice divertimento. La loro celebrazione fu allora affidata ai magistrati, cioè: ai Pretori, agli Edili, e, all’epoca dell’Impero, ai Questori. Anche i privati davanli sovente a proprie spese[102].

Anche i gladiatori come i venatores, spesso si dedicavano volontariamente a tal mestiere[103], mediante patti particolari concernenti il tempo del servizio e la retribuzione; e chi gl’ingaggiava era in dovere di alimentarli con cibo abbondante, onde potessero acquistare le forze necessarie all’arte loro, dabantur in saginam[104]. Appositi maestri insegnavano ad essi i diversi generi di combattimenti, habebant doctores et magistros, i quali erano per lo più gladiatori emeriti, e venivan detti lanistae[105]: i discepoli dicevansi bustuarii[106]. Oltre al lanista, in ogni collegio, ludus[107], v’era il procurator ed il medicus.

Fra i gladiatori s’iscrissero eziandio persone libere e primarî cittadini, i quali, o per aver dilapidato il loro patrimonio, o per fare cosa grata ai principi, abbracciavano quella barbara professione. Ricevevano essi un determinato salario, detto auctoramentum, laonde furono soprannominati auctorati.

Ma non tutti i gladiatori, ripeto, erano volontarî. Talvolta erano disgraziati prigionieri, vilmente venduti a maestri di scherma; oppure dati agli Imperatori allo scopo di esibirli in siffatti spettacoli; o, finalmente, servi condannati alla pena di morte.

I collegi (ludi) ove dimoravano i gladiatori erano edificî rettangolari, con camere o celle separate e coll’ingresso verso l’interno. Un peristilio della stessa forma avea nel mezzo descritta un’area ovale circondata da sedili. Erano insomma edificati a foggia di piccoli anfiteatri, i quali servivano evidentemente per gli esercizi dei bustuarii.

Negli ultimi tempi della Repubblica i ludi erano così vasti, che Cicerone[108] scrisse ad Attico «Cesare a Capua avere raccolto in un sol ludo 5000 di quella classe di gladiatori appellati secutores». Donde appare quali ingenti spese incontrassero i potenti per stipendiare e mantenere una turba sì enorme; e qual pericolo corresse la Repubblica, allorchè Spartaco, insieme con Crisso, Enomao ed altri trenta; rotto il ludo gladiatorio di Lentulo, in Capua, ed ingrossando man mano la turba di altri gladiatori, schiavi fuggiaschi e scellerati di ogni sorta, pose a soqquadro l’Italia, scorrendola da Capua a Modena, da Modena a Reggio, e minacciando seriamente Roma colla disfatta subita dagli eserciti pretori e consolari.

Allorquando i gladiatori erano per esibirsi in un pubblico combattimento, scrivevan essi il loro nome su tavolette, le quali venivano poscia esposte alla pubblica vista[109]. Nel primo giorno della pugna l’editore dello spettacolo gladiatorio formava le coppie[110]: destinava, cioè, a ciascun gladiatore il suo rivale o particolare avversario. Ciò fatto, prima che i gladiatori venissero alla vera pugna, eseguivano la così detta praelusio[111], vale a dire, schermivano nell’arena con spade lignee, rudibus batuebant[112]. Ad un segno determinato i gladiatori impugnavano l’arma vera, remotis lusoriis armis, e ad decretoria veniebant; prendeva ciascuno la propria posizione, ed avendo lo sguardo fisso alle mosse dell’avversario, s’assalivano a vicenda, alter alterum petens, cercando di scansare possibilmente il colpo vibrato, apta corporis declinatione ictus exibat. Lottando più coppie insieme[113], non di rado accadeva che uno ferisse l’avversario attraverso il fianco di un altro. Allora gridava: habet! oppure hoc habet! è ferito! A questo punto il vinto deponeva le armi, ed alzava le dita della mano destra chiedendo così al principe ed al popolo la missio, ossia il favore di tornare a combattere dopo un giorno di riposo. Per lo più avveniva che il ferito, abbassando le armi, portavasi all’estremità dell’arena e scongiurava il popolo a volergli concedere la vita. Se questo lo voleva salvo, premebat pollicem; al contrario, alzava il pollice se volealo morto. Dietro una crudele negativa del popolo o del Principe, il disgraziato gladiatore ferito, dovea, ad ogni costo, riprendere le armi e proseguire intrepidamente la lotta. Combattendo in tal guisa i due gladiatori Prisco e Vero, con sorte eguale, il popolo, a grandi clamori, chiese per essi la missio. Ma l’Imperatore non volle infrangere la legge: inviò agli spettatori varî doni, onde attendessero con pazienza l’esito del certame; e questo procedè e finì con ugual sorte; giacchè i due gladiatori pugnarono pari, e pari soccombettero: caddero, cioè, ambedue gravemente feriti. Cesare mandò loro le palme e le rudi, premio che, come in breve vedremo, solevasi dare ai gladiatori emeriti[114].

I combattenti distinguevansi fra loro dalle armi e dalla maniera di lottare. I secutores avean per armi la galea (elmetto), il clypeus (scudo) ed una spada (gladius)[115]. Il secutor veniva accoppiato al reziario[116], sicchè ciascun secutore battevasi con un reziario[117]. Questi portava in testa il galerum; e le sue armi erano: una lancia a tre denti (tridens o fuscina) ed una rete[118]. Se gli riusciva di avviluppare nella rete il suo avversario, correva tosto a trafiggerlo col tridente[119], mentre l’infelice secutor, così miseramente avviluppato, procurava liberarsi e difendersi.

I Myrmillones aveano in capo un elmetto gallico, e, per cimiere, l’effigie di un pesce. Per armi usavano uno scudo ed una spada gallica, cioè, senza punta. I loro rivali erano i Thraeces, Trhexes o Traces[120]. Ebbero questo nome perchè usavano le stesse armi ed arnesi dei nativi della Tracia, cioè, la sica e la parma. La sica era un coltello a lama un po’ curva ed a punta acuta; la parma era il piccolo scudo tracio, quadrato nel contorno ma convesso nella superficie[121]. Talvolta il Mirmillone era contrapposto al reziario[122], il quale, durante la pugna, non cessava di ripetere cantando: «Non te peto, piscem peto; cur me fugis, Galle?».

I Samnites[123] aveano per avversarî i Provocatores, detti anche Velites. I primi si dissero eziandio Hoplomachi[124], forse perchè, giusta l’uso dei soldati sanniti, aveano il petto difeso da una spugna[125]; ed erano intieramente armati quasi come legionarî di Roma. Avean per armi: uno scudo d’argento intagliato, ed una spada. Nel braccio destro, che trovavasi indifeso, avevano un bracciale (manica)[126]. Un gambale (ocrea) custodiva e difendeva loro la gamba sinistra[127]: oltre a ciò usavano un cimiero ornato di pennacchi, od un elmo chiuso, con ale (pinnae) ai lati[128], per cui il loro avversario dicevasi Pinnirapus[129].

I gladiatori che, a guisa dei Brettoni, combattevano sui cocchî, ex essedis[130], si dissero essedarii; quelli che cavalcavano bianchi cavalli, ed avevano gli occhi bendati, andabatae[131]; se armati di due spade, si dicevano dymachaeri[132]; quelli finalmente che con un laccio accalappiavano, rovesciavano ed uccidevano l’avversario, chiamavansi laquearii.

I gladiatori mantenuti dagli Imperatori si dissero fiscales[133]; coloro che rimpiazzavano gli stanchi od i vinti, supposititii; i meridiani erano i gladiatori e i venatores superstiti dopo un combattimento, i quali, sull’ora del mezzodì, senza usare arte o difesa, doveano trucidarsi a vicenda[134]; ed i cubicularii eran quelli che lottavano durante i banchetti[135].

I cadaveri dei gladiatori si trasportavano allo spoliarum, trascinandoli agganciati con adunchi uncini. Ivi stesso erano condotti i feriti omai incapaci di battersi; i quali, se si vedeva che non avrebbero potuto sopravvivere alle mortali ferite, venivano irremissibilmente uccisi.

I premî dei vincitori consistevano, per lo più, in palme, od in corone di palma con nastri multicolori, palma lemniscata; alle volte poi erano premiati con danaro od anche con una bacchetta di legno, rudis.

I monumenti che ci mostrano i gladiatori, quali sono gli stucchi pompeiani, i mosaici delle ville Albani e Borghese (oggi Umberto I), i bassorilievi vaticani, quelli della villa Pamphili, ecc.; mentre ci fanno conoscere la varietà delle armature e la ricchezza dei costumi, ci addimostrano altresì la splendidezza di simili spettacoli, e, per un momento almeno, ci distraggono dalla crudeltà e barbarie delle descritte istituzioni.

Questi cruenti spettacoli continuarono a celebrarsi legalmente fino all’anno 325 dell’èra volgare, allorchè Costantino, da Beirout (Berito), diresse a Massimo, prefetto del Pretorio, una legge con data del 1º Ottobre, per la quale proibiva i giuochi gladiatorî; ed ai delinquenti commutava la pena della pugna con quella delle miniere[136].

Ma questa legge fu ben tosto violata; anzi nelle province orientali forse non fu mai osservata: giacchè la legge seconda, dello stesso titolo, diretta da Costanzo e Giuliano ad Orfito, prefetto di Roma, in data del 16 Ottobre, mostra che nel 357 quei giuochi erano ancora in vigore; e la terza legge sullo stesso oggetto, emanata da Arcadio ad Onorio nel 397, non solo ci rende certi che gli spettacoli gladiatorî continuavano, ma ci addimostra ben anche l’esistenza dei ludi. Ciò stesso l’apprendiamo da S. Agostino[137] e da Prudenzio[138]:

Respice terrifici scelerata sacraria Ditis: Cui cadit infausta fusus gladiator arena. Heu, male lustratae phlegetontia victima Romae! Nam quid vesani sibi vult ars impia ludi? Quid mortes iuvenum, quid sanguine pasta voluptas? Quid pulvis caveae semper funebris et illa Amphitheatralis spectacula tristia pompae?

E sul finire dei poema, Prudenzio esorta Onorio a por fine a quei cruenti spettacoli con queste parole:

Tu mortes miserorum hominum prohibeto litari, Nullus in urbe cadat cuius sit poena voluptas: Nec sua virginitas oblectet caedibus ora, Iam solis contenta feris infamis arena, Nulla cruentatis homicidia ludat in armis.

E non tardò più guari una propizia occasione per abolire onninamente quei giuochi. Narra Teodoreto[139], che regnando Onorio[140] un monaco di nome Telemaco partì dall’Oriente alla volta d’Italia, col fine di far cessare gli spettacoli gladiatorî. Giunto in Roma, discese nell’arena e tentò di far deporre le armi ai gladiatori. Ma gli spettatori, che erano pagani e che tanto diletto ritraevano da simili combattimenti, insorsero contro di lui, e l’uccisero[141].

Allora Onorio abolì per sempre gli spettacoli gladiatorî.

L’ANFITEATRO FLAVIO NEI SUOI VENTI SECOLI DI STORIA.

Notes in this chapter

Note 1 · Attento a non fare oltrepassare il prefisso termine al trigon, alla pila velox, alla pila paganica, all’harpastum ecc.Note 2 · Dal greco μωρόν, idest stultorum lusus (Micare digitis).Note 3 · Latrunculorum ludus. Dal tedesco Scach; latro. — Cf. Antiquitatum Rom. l. V, p. 306. Iohannis Rosini, cum notis doctissimis et locuplentissiNote 4 · Dionisio d’Alicarnasso, l. VII, c. LXXII.Note 5 · Mentre la moneta era in aria, pueri exclamabant: — «Capita!» aut «Navim!».Note 6 · Giov., Sat. X, v. 81 et seg. . . . . . . . . . . . . . . Nam qui dabat olim Imperium, fasces, legiones, omnia, nunc se Continet atque duasNote 7 · Dio., 66, 25.Note 8 · Plinio, l. VIII, c. VII.Note 9 · Seneca, De brev. vitae, c. XIII.Note 10 · Ascon., In Pisonian.Note 11 · Dio., l. XXXXIII.Note 12 · Tito Livio, l. XXXIX, c. XXII. Athletarum quoque certamen tum primo Romanis spectaculo fuit, et venatio data leonum et pantherarum.Note 13 · Id., l. XLIV, c. XVIII.Note 14 · Loc. cit. Et iam magnificentia crescente notatum est ludis circensibus, L. Cornelii Scipionis Nasicae et P. Lentuli edilium curulium sexaginNote 15 · Epist. di Liv., l. XXI.Note 16 · L. II, c. VII, § 13-14.Note 17 · Lett. di Pollion. a Cic., a. 710 d. R. XXXII, l. X delle famigliari.Note 18 · Plinio, l. VIII, c. XVI, § 20.Note 19 · Sen., De brev. vitae, c. XIII. Primus L. Sulla in circo edidit solutos, quum alioquin alligata darentur, ad conficiendos eos missis a rege BNote 20 · Plin., Hist. Nat., l. VIII, c. VII.Note 21 · Suet., In Caes., c. XXXIX, Plinio, loc. cit.Note 22 · Plinio, loc. cit., c. XVII, § 24.Note 23 · Nel circo la visuale era impedita non solo dalla sua forma eccessivamente prolungata, ma anche dalle méte, dagli obelischi e da tutto ciò chNote 24 · Dio., 43-22.Note 25 · Id. 43-23.Note 26 · A. d. R. 701.Note 27 · Il teatro di Scauro, per quanto fosse provvisorio, pure pareva (dice Plinio) dovesse sfidare i secoli. Aveva 360 colonne in tre ordini sopraNote 28 · Plinio, Hist. Nat., l. XXXVI, c. XV.Note 29 · Coll’aiuto, forse, di ruote, rulli e palle metalliche. Ecco le parole di Plinio (Hist. Nat., l. XXXVI, c. XXIV): C. Curio, qui bello civili Note 30 · Loc. cit.Note 31 · Questa maraviglia oggi a noi sarebbe incredibile se, oltre ad altri autori, non l’accertasse Cicerone, che forse fu nel numero degli spettatNote 32 · Dio., XLIII, 22. Fino agli ultimi tempi della Repubblica in Roma gli anfiteatri erano di legno. (Vitr., 10, pref. 3; Dio., 37, 88.) InnalzatNote 33 · In Bucolico de venat. Carini. Et geminis medium se molibus alligat ovum. — Due teatri uniti insieme dànno appunto la figura di un uovo.Note 34 · L. I, c. 7.Note 35 · In met. 11, 25.Note 36 · Loc. cit.Note 37 · Dio., 51, 23; Suet., Aug. 29.Note 38 · I più famosi, dopo il Flavio, furono quelli di Verona, Capua, Nimes, etc.Note 39 · Suet., in Vesp., c. IX.Note 40 · V. Guarini, Fasti duumvir., p. 32.Note 41 · Suet., Calig., 21.Note 42 · Tac., Ann. XIII, 31. Suet., Ner., 12.Note 43 · Nel Dizionario epigrafico del De Ruggieri leggesi: «Nella Campania gli anfiteatri esistettero prima che in Roma. In Pompei si costrusse nel Note 44 · Le naumachie si diedero nell’anfiteatro rarissimamente e come spettacoli straordinarî. A suo luogo parleremo diffusamente di questi navali cNote 45 · Talvolta il volgo chiamò l’anfiteatro arena, ed anche, come vedremo, cavea. Tacito scrisse: Spectacula gladiatorum idem ille annue habuit, pNote 46 · Eziandio la voce cavea fu usata in luogo di anfiteatro. In Ammiano (l. XXIX) leggesi: Alter in amphitheatrali CAVEA, cum adfuturus spectaculNote 47 · L’uso della voce gradatio per indicare il complesso dei gradi di un teatro non è mio ma di Vitruvio, il quale, parlando del teatro (l. V, c.Note 48 · Vitruv., l. V, c. III, (Praecinctiones) neque altiores quam quanta PRAECINCTIONIS ITINERIS sit latitudo.Note 49 · Val. Max., V, 51.Note 50 · Suet., in Aug., c. XLIV.Note 51 · Cic., Phil. 2.Note 52 · Quint., l. VI, c. III.Note 53 · Cf. Martial., IV, 2; Cic., in Pison. Ap. Lips. Sat. I, 13.Note 54 · Quint., l. VI, c. II.Note 55 · Dio., l. LIX.Note 56 · Suet., c. XLIII. — Commissione ludorum quibus Theatrum Marcelli dedicabat, evenit ut laxatis SELLAE CURULIS compagibus (Augustus) caderet suNote 57 · Dio., l. IILX.Note 58 · L. I, Ep. 6.Note 59 · Leggesi in Dione che fra gli onori decretati a Giulio Cesare v’era: «Deinde ut semper curuli sella sederet, esceptis ludis» (Dio., c. XLIIIINote 60 · Nat. Quint., l. II, c. IX, ep. 90.Note 61 · Contr., l. V.Note 62 · Marziale usa la voce Diana per Venatio: Inter Caesareae discrimina saeva Dianae. La caccia era pur dedicata a Giove, tanto Laziale quanto StNote 63 · Martem et Dianam utriusque ludi praesides novimus (Tert., De spect.). Lo conferma Claudiano nel panegirico scritto pel consolato di Manlio TNote 64 · Epist. ad Quint. fratrem, I, 9.Note 65 · Paolo Giuric. De legatis, I, 122.Note 66 · Dio., 54, 34; Tacito, Hist. II, 95.Note 67 · Mors Sciani ut quotannis venationibus celebraretur decrevit Senatus (Dio., 52, 12).Note 68 · Cf. De foro Caesaris (Dio., 43, 22); De templo Qirini ab Augusto dedicato, Dio., 51, 19; Augusti a Calig. Dio., 59, 7. Huic pertinet inscripNote 69 · Dio., 44, 6. — Pro salute Caligulae Atanius secundus eques tamquam gladiatorem se pugnaturum voverat (Suet., Cal. 27); Claudius proetoribus Note 70 · Suet., Nero 7.Note 71 · Abbiamo alcune iscrizioni pompeiane che ci rendono certi di questi editti. 1ª A . SVETTI . CERTI AEDILIS . FAMILIA . GLADIATORIA . PUGNABITNote 72 · Plinio, l. VIII.Note 73 · Loc. cit. — Nec praeter marmoris numidici ferarumque proventum aliud insigne.Note 74 · Epigram, CV, l. I.Note 75 · Mart., De spect., Epig. XIX, l. XXII; S. Cipr., Ep. CIII, ed altri.Note 76 · Claudiano, Secund. Cons. Stilichonis, v. 322 e segg.: Haec laqueis innexa gemunt haec clausa feruntur Ilignis domibus. Fabri nec tigna poliNote 77 · Simm. a Paterno, Lett. LXV: Quadragesimae portorium sive vectigal non recte poscitur a senatoribus candidatis.... Quaeso igitur ut humanitatNote 78 · Loc. cit.Note 79 · Monum. dell’Ist. di corrisp. archeol. 1842.Note 80 · Simm., Epist. XIX, l. X: Plures de Dalmatia ursos in apparatum domus nostrae proxime venturos fides asserit nunciorum: quorum subvectionem dNote 81 · Horus., l. XII; Sen., de ira.Note 82 · Apuleio, Met. l. IV.Note 83 · Gellio, Noct. attic.Note 84 · Murat., p. 654, I; Vop., Prob. 19.Note 85 · Procop., Guerra Gotica, l. I, c. XXII.Note 86 · La lapide dice: PRO S . IMP . M . ANTONII . GORDIANI . PII FELICIS AVG . ET TRANQVILLINAE SABI NAE AVG . VENATORES IMMVNES . CVM CV STODENote 87 · Elephanti et tauri, Mart. in Amphith. 17. rhinoceros et tauros, 9; et ursus 19.Note 88 · L. I, epig. XV, XXIII, XLII, et LXXXVI.Note 89 · Mart., Epig., XV, XXIII: XLII et LXXXVI.Note 90 · Elephas introductus in theatrum, in summum eius fornicem conscendit, atque inde vehens hominem in fune ambulavit. — Xiph. e Dione, p. 511. BNote 91 · Talvolta i venatores indossavano galea, scudo e lorica. Cf. Sante Bartoli, Pitt. ant. delle grotte di Roma, II, 27, 28. Cf. la moneta in cuiNote 92 · Mart., loc. cit., VII. — Cassiodoro tratta diffusamente di queste lotte: ecco le sue parole: «Primus fragili ligno confisus currit ad ora beNote 93 · Cf. Suet., Claud. 34; Ovid., Metam., XI, 26; Sen., ad Lucil. 8; Cf. etiam Bulenger, De venat. circi.Note 94 · Lib. II, Epig. LXXV.Note 95 · Cassiodoro fa menzione delle cacce date nell’anfiteatro Flavio l’anno 519 e 523 dell’era volgare, gli ultimi che siano ricordati nella storiNote 96 · Omero, Iliad. 23, 175, 176.Note 97 · Tito Livio, VII, 15. Cf. Aen., l. XI, v. 81 et segg.Note 98 · Tert., de spect. XII.Note 99 · Serv., ad Virg. Aen. X, 519: Sane mos erat in sepulchris virorum fortium captivos necari, quod postquam crudele visum est, placuit gladiatorNote 100 · Gladiatorum munus primum Romae datum est in Foro Boario Ap. Claudio, M. Fulvio coss. — Dederunt M. et D. Bruti funebrii memoria patris cinerNote 101 · In origine, come è noto, gli spettacoli gladiatorî erano privati. Divenuti pubblici, si eseguirono nei fori, nei circhi, nei teatri, ecc.: eNote 102 · Invaghiti, senza dubbio, dalla gloria passeggiera di vedersi applauditi dagli innumerevoli spettatori. Questa gloria effimera, non poche volNote 103 · I gladiatori volontarî venivano sottoposti ad un giuramento speciale, col quale s’obbligavano di obbedire al loro padrone, ancorchè questi oNote 104 · Suet., Iul. 26; Cic., pro Roscio Amer. 40; Iuv., VI, 16; XI, 8. I lanistae facevano esercitare i loro discepoli (familiae di gladiatori. SueNote 105 · Serv., ad Virg. Aen. X, 519. — L’Henzen dice che tutti i gladiatori che pugnavano ad sepulchra si chiamarono bustuarii; loc. cit., p. II.Note 106 · In Roma i principali collegî gladiatorî erano: il Matutinus, il Gallicus, il Dacicus, ed il Magnus. Di quest’ultimo ludus si conserva il disNote 107 · L. VII, Epist. XIV.Note 108 · Quest’atto, come è noto, i latini lo denotavano colla frase proponere, pronunciare, ostendere munus.Note 109 · Componebat, comparabat, committebat gladiatores.Note 110 · Cic., De orat. 11, 78, 80; Ovid., Ars Am. III, 515. Sen., Ep. 117.Note 111 · Di qui, a quanto pare, nacque la voce battaglia.Note 112 · Ed allora i gladiatori si dicevano Catervarii. Suet., Cal. 30.Note 113 · Ulpiano fa distinzione fra i gladiatori condannati ad gladium, e fra quelli condannati ad ludum. «Nam, dice, ad gladium dannati, confestim cNote 114 · Xiphil., LXXII, 19. — A questa classe di gladiatori apparteneva Commodo, il quale si vantava di essere il primo fra i secutores, e di aver uNote 115 · Isid., Orig. XVIII, 52; Cf. Artemid. Oneicr. II, 33.Note 116 · Iuv., VIII, 210; Suet., Calig. 30.Note 117 · Is., Or. XVIII, 57. — Probabilmente l’uso della rete ebbe origine dal fatto di Pittaco, del quale parlano Laerzio (l. I) e Strabone (l. XXIINote 118 · Terribile era il gladiatore Ermete, ricordato da Marziale. Costui pugnava in tre diversi modi: all’uso, cioè, dei Sanniti, dei Reziarî, deglNote 119 · Sen., Q. N. IV, 1.Note 120 · Un esempio l’abbiamo in una lampada figulina illustrata dal Rich. (Dictionary of Roman and Greek antiquities. London 1860, v. Thrax.).Note 121 · Retiarii, dice l’Henzen, committebantur cum omnibus... gladiatoribus, praeter Threcem, de cuius certamine contra eum certe mihi notum non esNote 122 · Cic., Sent. 64.Note 123 · Mart., VIII, 24.Note 124 · Tertulliano ci parla di questa spugna: «poterit et de misericordia moveri defixus in morsus ursorum et spongias retiariorum» (De Spect., libNote 125 · Giov., VI, 256. Queste particolarità si riscontrano anche in un bassorilievo di stucco, rinvenuto in Pompei ed illustrato dal Mazois.Note 126 · Tito Livio, IX, 40.Note 127 · Varrone L., l. V, 142.Note 128 · Ecco quanto l’Henzen, (Expl. Musivi etc. Tip. della Rev. Cam. Apost., 1852, p. II) scrive relativamente ai velites o provocatores: «De velitNote 129 · Giov., Iorn. c. II; Cic., ad Georg. l. III. In un’iscrizione si legge: assidarium. V. Muratori, 613, 3.Note 130 · Un esempio degli Andabatae l’abbiamo nel monumento di Scauro. Cf. Henzen, loc. cit. L’Andabata usava l’hasta e la parma rotunda. Portava un Note 131 · Se ne fa menzione da Artemidoro (Oneic. II, 33) e nell’iscrizione 603, 3 riportata dal Muratori. Dymachaeri sono queste due statue del MuseoNote 132 · I gladiatores fiscales si chiamarono anche Caesariani; e poichè eran essi «eximii viribus, arte, ornatu (Lips., Sat., l. II, p. 959) e spessNote 133 · Seneca, Epist. ad Lucil. 8; cf. 96; Tert., Apol. 15. — Dione Cassio biasima quegli inumani spettatori, i quali mentre pranzavano, summo studNote 134 · V’era pur anche una classe di gladiatori detta Catervarii, «a modo pugnae, scilicet cum non singuli cum singulis, ut moris, sed confusi mixtNote 135 · Cod. Teodos., Lib. XV. Tit. XII; l. 1; Quapropter, qui omnino gladiatores esse prohibemus; eos qui forte delictorum caussa hanc conditionem,Note 136 · Conf., VIII.Note 137 · Contra Symm., l. I, v. 379 e segg.Note 138 · Lib. V, cap. XXVI.Note 139 · A. 403, secondo Tillemont, 404 secondo altri.Note 140 · V. nota quasi alla fine del Capitolo IV, Parte I, di questo lavoro. — V’ha chi crede che questo monaco di nome Telemaco sia quello stesso ch
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