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L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

PARTE III. DAL SECOLO XV AI TEMPI PRESENTI. (continued 2)

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✠

ANPHITHEATRVM . FLAVIVM TRIVMPHIS . SPECTACVLISQVE . INSIGNE DIIS . GENTIVM . IMPIO . CVLTV . DICATVM MARTYRVM . CRVORE . AB . IMPVRA . SVPERSTITIONE EXPIATVM NE . FORTITVDINIS . EORVM . EXCIDERET . MEMORIA MONVMENTVM A . CLEMENTE . X . P . M . ANNO . IVB . MDCLXXV PARIETINIS . DEALBATIS . DEPICTVM TEMPORVM . INIVRIA . DELETVM BENEDICTVS . XIV . P . M . MARMOREVM . REDDI . CVRAVIT ANNO . IVB . M . DCCL . PONT . X[806].

Rinnovate le 14 edicole della Via-Crucis su i disegni di Paolo Posi, senese; il Vicegerente mons. Ferdinando M. De Rossi, il 27 Dicembre del 1749, fece la benedizione dei quadri, e nel centro dell’arena si eresse una croce. S. Leonardo da Porto Maurizio, dell’Ordine dei Minori, dimorante nel convento di S. Bonaventura al Palatino, diè tosto principio all’esercizio della Via-Crucis. Il popolo accorse numeroso al pio appello di S. Leonardo, e Benedetto XIV, con chirografo del dì 8 Gennaio 1752, donò al Sodalizio degli Amanti di Gesù e Maria, le edicole suddette.

In certi giorni stabiliti, l’Arciconfraternita recavasi processionalmente al Colosseo per praticare l’esercizio della Via-Crucis: la processione era preceduta dalla croce, la quale veniva portata dal direttore del Sodalizio, che era sempre un Cardinale.

Il 19 Settembre dell’anno 1756 il card. Guadagni, Vicario di Sua Santità, celebrò la messa con comunione generale nell’Anfiteatro. Un numero straordinario di sodali d’ambo i sessi e di altri fedeli si accostò ai sacramenti: a tutti si diè una medaglia benedetta.

Le comunioni così dette generali, si seguirono a fare nel Colosseo (ed anche con maggior solennità) negli anni seguenti; e i Sommi Pontefici Benedetto XIV e Clemente XIII annessero a quella pratica l’indulgenza plenaria.

Ridotto il Colosseo a luogo sacro, potè meglio conservarsi; e a questo fatto si deve se si salvarono dalla completa distruzione almeno le reliquie di un edifizio che fu mai sempre l’oggetto dell’ammirazione universale, ed un soggetto fecondo di profondi studî e ricerche di famosi archeologi ed architetti, i quali, come è noto, ci lasciarono interessanti lavori e saggi commenti.

CAPITOLO QUARTO. (Secolo XIX). Il Colosseo restaurato e fatti contemporanei ivi avvenuti.

Nell’anno 1805, il ch. Guattani[807] scriveva: «Qual’altra mole teatrale vi potè essere più machinosa dell’Anfiteatro Flavio? E qual vi è ora più superba ed imponente rovina? Basta vederla per non iscordarla mai più. Il pittoresco che il tempo nel distruggerlo vi ha insensibilmente introdotto, l’ha resa poi sì vaga ed interessante, che si giunge da molti a non desiderarne il restauro. Potrebbero contentarsi l’età future di vederlo nello stato presente; ma lo sfacelo si avanza a gran passi: di qua ad un secolo se ne anderà il resto dell’interior tessitura, e farà d’uopo ai curiosi di ricorrere al Serlio, al Desgodetz, al Fontana, al Overbek, al Piranesi, al Marangoni, al Maffei, al Morcelli, al Carli, ecc.».

Le previsioni del Guattani sarebbero oggi una triste realtà, se il Colosseo non fosse stato diligentemente ed opportunamente restaurato dai Papi del secolo XIX. Ai tempi infatti in cui egli scriveva (a. 1805), la venerabile mole dei Flavî trovavasi in uno stato lamentevole. Non v’era chi non prevedesse la sua prossima rovina. La caduta poi dell’intera fascia esterna dell’angolo verso il Laterano era inevitabile ed imminente.

Pio VII, amante qual fu degli antichi monumenti, non potè trascurare la più grandiosa reliquia della grandezza romana; e sollecitamente ordinò l’edificazione del solido e grandioso contrafforte, il quale, fino ad oggi, noi ammiriamo. Il portentoso ed opportuno lavoro reca giusta maraviglia ad ogni intelligente visitatore, sia per la sua solidezza, sia per l’indiscutibile difficoltà dell’impresa. Il colossale contrafforte, tutto in opera laterizia, fu infatti costruito quando le pietre ed i massi dell’edificio eran già slegati e prossimi a cadere. Il lavoro riuscì, ripeto, solidissimo, ma l’urgenza impedì all’illustre architetto di dargli (come più tardi si fece in un altro contrafforte o sperone) la forma primitiva dell’edificio.

Poco dopo il ritorno di Pio VII dal triste esilio, e precisamente nell’anno 1815, il pacifico Pontefice rivolse di nuovo i suoi sguardi verso il Colosseo, ed ordinò che si restaurasse la sua parte interna. Le cure avute dall’operoso Pontefice per le parti superstiti del nostro Anfiteatro, ci vengono ricordate dalla seguente iscrizione marmorea:

PIUS VII P. M.

ANNO VII[808]

L’esempio generoso di Pio VII fu imitato dal suo successore, il quale nell’anno 1828 fe’ edificare un contrafforte verso la Mèta Sudante. Leone XII affidò la direzione di questo lavoro all’illustre architetto romano Giuseppe Valadier, il quale fece ricostruire in opera laterizia la metà dell’arco LV ed i due archi seguenti, dando ad essi, in pari tempo, la forma e lo stile originale del monumento (V. Fig. 7ª). A perpetua memoria di questo grandioso ed utile lavoro, fu affissa l’epigrafe marmorea che dice:

LEO XII PONT. MAX.

ANN. III

Anche il Sommo Pontefice Gregorio XVI ebbe cura dell’insigne monumento dei Flavî. A questo Papa deve Roma la ricostruzione di sette arcate ed il restauro del terzo portico (originariamente interno ed oggi esterno) dell’Anfiteatro[809]. Il ricordo di quest’opera l’abbiamo nella seguente iscrizione:

GREGORIUS XVI

PONT. MAX.

ANNO XIV

***

A pag. 22 dell’operetta intitolata «L’Arcicofraternita di S. Maria dell’Orazione e Morte e le sue rappresentanze sacre»[810], scritta dal sig. Augusto Bevignani, leggo: «Un caratteristico progetto ventilato allora (nel 1832) e degno di essere ricordato fu d’adibire nientemeno il Colosseo a cimitero provvisorio! Il card. Bernetti, segretario di Stato, con lettera particolare e riservata in data 22 Aprile 1832, al segretario di Consulta ne caldeggiò la proposta perchè molto economica la sepoltura in quell’arena ed adiacenti ambulacri per essere il monumento appartato e sacro alla religione[811]. Ma la sacra Consulta prescindendo da tutte le viste in linea d’arte rispose in data 2 Maggio non potersi adibire quel monumento a tale scopo per i sotterranei continuamente inondati dalle acque disperse o fluenti dai colli circostanti, perciò d’ostacolo alla pronta decomposizione dei cadaveri, e per la mancanza di ventilazione essendo circondato da cinque colli i quali avrebbero impedito la dissipazione degli effluvî che si sarebbero riversati sulla città attesi i venti meridionali che vi dominano».

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

Fig. 7.ª

***

Fortificata e resa sicura la parte superstite del vetusto edificio, i Romani ed i visitatori nazionali e stranieri poterono tranquilli aggirarsi a lor agio tra quegli imponenti avanzi; ed i fedeli accorsero più copiosi a seguire i confratelli del Sodalizio dei devoti di Gesù Cristo al Calvario, i quali praticavano ancora il pio esercizio della Via Crucis nell’interno del Colosseo. Questa commovente funzione ci fu elegantemente descritta dal marchese Luigi Biondi[812], Presidente della Pontificia Accademia Romana di archeologia. Incomincia così:

«Ne l’arena del Flavio Anfiteatro, Ove ai feri spettacoli frequente Correva un tempo il popolo idolatro, Adunata vid’io turba dolente D’entrambi i sessi e di ciascuna etade, La verde, la matura e la cadente».

E chiude:

«Santa Religïon! gli aspri costumi Tu raddolcisci, e fai stille di pianto Versar, dove correan di sangue fiumi. Ed or, vestita in bianchissimo ammanto, Del sacro loco sei fatta custode, E mite siedi alla gran croce accanto. E par che il guardo tuo quasi rannode Le smosse pietre, e la gran mole i danni Sprezza del tempo, ch’ogni cosa rode. Da l’alta cima sua s’affaccian gli anni, E in lustri uniti, e in più secoli accolti Batton le pietre co’ lor ferrei vanni. Ma son da la tua voce in fuga volti, Che imperïosa questi accenti move: Fino ai vostri odi, che già furon molti, Ite, ch’or sacro è il loco, itene altrove».

Mercè questi grandiosi restauri, poterono pei lor fini servirsi del Colosseo i demagoghi della rivoluzione romana. L’Anfiteatro Flavio, che nel corso di tanti secoli n’avea vedute d’ogni sorta entro il suo recinto: lotte feroci e sanguinarie, vittime innocenti immolate, assalti guerreschi, dolenti e devote rappresentazioni, infami gesta di malviventi; una sola cosa non avea ancor veduta.... una scena comica... e la vide.

Il 23 di Marzo dell’anno 1848 il Colosseo fu teatro di una frenetica adunanza popolare; ed ecco come la descrive Alfonso Balleydier[813]. «Avvertito (il Popolo Romano) sino dal giorno innanzi che avrebbe luogo al Coliseo una grande riunione popolare onde deliberare sui mezzi di salvare la patria in pericolo, si reca in massa nell’arena dei gladiatori e dei martiri. Era il 23 di Marzo. Sul cielo di Roma rischiarato da bellissimo sole di primavera, non appariva un sol nuvolo; sul volto dei Romani brillante d’entusiasmo non si vedeva segno di mestizia; i soldati della guardia civica, i membri dei circoli, la nobiltà, la borghesia, i principi, gli artigiani e i proletarî, erano colà tutti in un gruppo disposto coll’istinto artistico degli Italiani: qui il domenicano colla veste bianca e il lungo mantello nero; lì il cappuccino colla barba lunga rinchiusa nel cappuccio di lana scura; di quà l’abate col piccolo manto corto ed elegante; di là gli alunni dei collegi colle sottane turchine, rosse, violette, scarlatte e bianche, formavano un mosaico umano, e accanto il militare, la cui splendente uniforme facea contrasto col semplice e pittoresco abbigliamento Trasteverino, e le donne di ogni ceto completavano il quadro somigliante ad una decorazione o comparsa teatrale. Teatro magnifico era infatti il Coliseo con le sue ruine, le grandi sue rimembranze e folto uditorio ritto sotto alle bandiere. Superbo spettacolo, momento solenne! Allora un uomo di alta statura, un prete vestito da Barnabita si avanza tra la folla che gli apre libero il passo, e in atto drammatico si dirige verso il pulpito sacro, ove due volte per settimana un povero frate di S. Bonaventura viene a narrare con lagrime e singulti alla gente del volgo i patimenti dell’Uomo-Dio. Questo prete, di andatura fiera è il principale personaggio del dramma che si prepara, è un frate ambizioso, una meschina copia di Pietro l’Eremita, è il P. Gavazzi. La parte che ha da fare gli addice e l’abito che indossa accresce l’illusione della scena. Un lungo manto nero, in cui si avvolge in atteggiamento artistico, gli copre la toga nera, stretta alla vita da una larga cintura dello stesso colore. Una croce verde, rossa e bianca gli appare sul petto; l’ampia fronte è scoperta; ha sul viso tutti i segni di un’espressione maschile e robusta; i lunghi capelli neri disciolti gli scendono sul collo; ha uno sguardo da ispirato, gesto armonioso, voce sonora. Eccolo a predicare la crociata dell’indipendenza italiana»......

Terminata l’entusiastica arringa del P. Gavazzi, sale il sacro pulpito, divenuto tribuna politica, un contadino di nome Rosi; dopo il quale parlarono il Masi, segretario del principe di Canino, poi un giovane prete, il general Durando, un frate Conventuale francese, di nome Stefano Dumaine, il general Ferrari e finalmente lo Sterbini. Non è qui il luogo di narrare tutti i colpi di scena che in quella giornata vide svolgersi nella sua arena l’Anfiteatro Flavio. Bastami aver accennato il fatto.

Dopo il proprio consolidamento, il Colosseo incominciò ad offrire grato spettacolo ai Romani ed ai forestieri colla fantastica illuminazione delle sue rovine a fuochi di bengala. La prima volta, per quanto io sappia, fu nel 1849, allorchè il 21 di Aprile, la Repubblica Romana, per festeggiare il Natale di Roma, fece illuminare a bengala tutti i monumenti, dal Campidoglio al Colosseo[814]. Questa festa fu descritta dal cav. Pompili-Olivieri nell’opera «Il Senato Romano nelle sette epoche di svariato governo, da Romolo fino a noi»[815], in questa guisa: «Il governo fece illuminare il Foro Romano, gli archi trionfali che vi esistono e tutti gli avanzi della basilica di Costantino (creduta da alcuni il tempio della Pace) e dell’Anfiteatro Flavio. Vi furono ancora copiosi fuochi di bengala, che ne’ magnifici archi, specialmente del Colosseo, facevano un effetto veramente magnifico. Nel mezzo dell’arena del Colosseo rallegravano la moltitudine i concerti musicali, ed il canto degli inni patrî riscaldava mirabilmente lo spirito del partito liberale, il cui grido di Viva la Repubblica eccheggiava sonoro nelle grandiose vôlte dell’immensa mole. Non mancarono fra gli applausi oratori estemporanei che rammentavano al popolo le vetuste glorie di Roma ed infervoravano al suo governo repubblicano».

La fantasmagorica scena del Colosseo, rischiarato da quella luce variopinta, piacque tanto, che da allora invalse l’uso, e si conserva tuttavia, di ripeterla in fauste circostanze, come, ad esempio, per la venuta in Roma di Principi esteri o per una straordinaria affluenza di forestieri nell’alma Città: talchè può dirsi non passi anno che il Colosseo non venga illuminato a bengala. L’effetto dell’illuminazione, contemplata specialmente dalla cavea, è mirabile: sembra di assistere all’accensione di un cratere vulcanico. Molti però a questa viva luce, preferiscono il pallido chiaror della luna, alternato dalle nere ombre delle rotte vôlte e degli sfondi delle grandi arcate.

«Nel 1852 Pio IX riparò l’ingresso (imperatorio) verso l’Esquilino[816], davanti il quale vi fu in origine un portichetto sorretto da colonne scanalate di marmo frigio; e restaurò in quella stessa parte varie arcate del portico interno»[817], spingendo i lavori fino al piano del porticale alla sommità della cavea. Di questi grandi restauri parlò il Canina, che ne fu il direttore, nella tornata della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, il 7 Aprile 1853; ed in questa occasione, scrive il Segretario P. E. Visconti, il Canina rinnovò all’Accademia l’invito di voler accedere sul luogo per osservarli, siccome fu in effetto deliberato che seguisse»[818].

Anche questo lavoro ci viene ricordato da una lapide, che dice:

PIVS IX PONT. MAX.

ANN. VII

e dalla seguente epigrafe[819]:

PIVS . IX . PONT . MAX . QVVM . PARTEM . MEDIAM . AD . ESQVILIAS . CONVERSAM VETVSTATE . FATISCENTEM RESTITVENDVAM . ET . MVNIENDAM . CVRASSET MEMORIAM . RENOVAVIT ANNO . MDCCCLII . PONT . VII

Dopo la breccia di Porta Pia (20 Settembre 1870) nell’interno del Colosseo ebbe luogo un meeting, nel quale si scelsero i rappresentanti della Giunta provvisoria di governo.

Venuti i monumenti di Roma nelle mani della R. Sopraintendenza agli scavi delle Antichità, il Comm. Pietro Rosa (a. 1871) fe’ togliere dalle mura del Colosseo «il pittoresco (?) ammanto di verdura, con 420 specie di piante, che da secoli lo ricopriva»[820], e che formerà il soggetto della prima Appendice di questo nostro lavoro.

Nel carnevale del 1874 una società di buontemponi ideò di rappresentare o meglio parodiare nel Colosseo gli antichi giuochi. Ma il Senatore Scialoja, Ministro di Pubblica Istruzione, non ne diè il permesso.

Dopo i restauri fatti dall’immortale Pio IX, il Colosseo non è stato più riparato. Eppure la parte alta della muraglia esterna[821] è molto meno sicura di quanto si creda!....

CAPITOLO QUINTO. Scavi eseguiti nell’Anfiteatro Fiavio dal 1810 sino ai nostri tempi.

Prima d’incominciare la narrazione degli scavi regolarmente eseguiti nell’Anfiteatro Flavio a fin di studiarlo e conoscerlo in tutte e singole le sue parti, mi si permetta di ricordare un tentativo, quasi direi preistorico, fatto nel secolo XV.

Nell’«Excerpta a Pomponio, dum inter ambulandum cuidam domino ultramontano reliquias ac ruinas urbis ostenderet», il cui testo genuino fu rinvenuto dal De Rossi nel codice Marciano latino[822], e divulgato negli Studi e Documenti di Storia e Diritto[823]; al f. 25º si accenna «a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le cloache che solcano in vario senso il substrato dell’Anfiteatro, come pure il largo marciapiede che lo attorniava, scoperto nuovamente nel 1895»[824].

Gli scavi intrapresi nel Colosseo dal Governo Francese, rappresentato dal barone Daru, Intendente della Corona, furono fecondi di buoni successi. Si lavorò indefessamente per lo spazio di quattro anni circa: la direzione degli scavi fu affidata al famoso architetto romano Valadier, e lo sterro dell’arena si eseguì con inappuntabile regolarità. Fu allora che si rinvenne il podio, il passaggio di Commodo, gli ipogei dell’arena, ecc. Questi ultimi consistevano in tre pareti concentriche al podio, delle quali la più vicina a questo era formata da una serie di pilastri egualmente distanti fra loro; in due ambulacri racchiusi dalle dette pareti, ed in altri cinque ambulacri centrali, tre rettilinei e due mistilinei, i quali fiancheggiavano quattro serie di bottini o pozzi, come più piace chiamarli, che, per la loro uniforme regolarità, indicavano d’essere stati fatti per uno scopo determinato (V. Fig. 8ª).

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

Fig. 8.ª

La costruzione di questi muri appartiene evidentemente ad epoche diverse; giacchè mentre alcune parti sono d’opera quadrata di massi regolari di travertino e tufo, nell’insieme presentano quella costruzione irregolare (formata di pietre e laterizio), che apparisce sovente negli edificî dei tempi della decadenza. La varietà di costruzione e la promiscuità di materiali usati in una stessa opera, furono l’origine di vivaci dispute e di disparate opinioni fra i dotti, le quali noi per ragion di storia riporteremo in succinto, ed esporremo in fine il nostro parere.

Vi fu chi opinò che quelle costruzioni fossero coeve all’Anfiteatro o del tempo di Tito, e che poscia fossero state risarcite da Basilio. Altri le giudicarono dell’epoca dei Frangipani. Altri finalmente opinano nè esser quelle contemporanee all’edificazione dell’anfiteatro nè dell’età di mezzo, ma della fine del secolo II o degl’inizî del III. La prima opinione fu difesa dal Bianchi, coadiuvato nella parte archeologica dal Prof. Lorenzo Re, i quali basarono la loro tesi:

1º Sulle regolarità dei pozzi, donde, dissero, uscivano le gabbie che racchiudevano le belve.

2º Sul fatto che il podio era munito di «macchine versatili, reti e denti lunghissimi sporgenti sull’arena»[825].

3º Sul passo di Erodiano[826], nel quale leggesi: ἀναῤῥιπτέιν (sursum mittere, sursum iacere).

Il Bianchi prevenne l’obiezione che gli si potea facilmente rivolgere, ricordandogli le naumachie narrateci da Suetonio e da Dione; e, disprezzando soverchiamente e con poca equità la fama storica del secondo, asserì che una sola naumachia ebbe luogo nell’Anfiteatro Flavio; quella cioè che si diè ai tempi di Domiziano; ed aggiunse che, anche ammettendo altri combattimenti navali, questi non osterebbero alla sua opinione, imperocchè, dice, quattro piedi d’acqua possono sostenere qualunque barca; e con ripari provvisori si potè impedire che l’acqua penetrasse negli ambulacri e nei portici.

Il difensore della seconda opinione fu l’avv. Fea[827], il quale asserì ostinatamente che l’arena del Colosseo non fu giammai sostrutta, e che le sostruzioni che noi vediamo son opera dei bassi tempi, e precisamente dell’epoca dei Frangipani. Il Fea procurò provare il suo asserto coi seguenti argomenti:

1º Il podio, ammessa l’arena sostrutta, sarebbe stato alto appena dieci piedi. Malgrado dunque le rotule, i denti e le reti, la sua altezza era insufficiente a salvare gl’Imperatori, i Pretori, ecc. dai salti delle tigri e dalla proboscide degli elefanti.

2º Un’arena sostrutta è affatto inadatta per le naumachie.

3º Finalmente il piano rinvenuto, disse, non può essere il vero e primitivo livello dell’arena; ma questo devesi ricercare in maggiore profondità.

Il Masdeu[828] tentò di conciliare le due opposte opinioni: scrisse a questo scopo 21 lettere, ma ricevè ai suoi scritti un’acre risposta dall’avvocato Fea[829].

Il Nibby, nelle Aggiunte al Nardini[830], propendè per l’opinione difesa dal Fea; ma nella sua pregievolissima opera Roma nell’Anno MDCCCXXXVIII cambiò d’opinione, e scrisse:

«Le testimonianze di Suetonio e di Dione apertamente dichiarano che nell’Anfiteatro Flavio vi si diedero combattimenti navali sotto Tito e sotto Domiziano. Stando.... ai fatti riconosciuti, e dando il peso dovuto all’autorità degli antichi scrittori, parmi doversi stabilire, che da principio, sotto Tito e Domiziano, quando vi si diedero giuochi navali, l’arena era di livello più basso e non sostrutta; che Traiano nel restauro fatto nell’Anfiteatro comprese ancora il lavoro di alzare l’arena al piano attuale, per mezzo di sostruzioni regolari essendo crollate pe’ terremoti avvenuti sotto Teodosio II e Valentiniano III nel quinto secolo, e sotto Teodorico sul principio del sesto furono risarcite secondo lo stile di quei tempi da Lampadio e da Basilio prefetti di Roma; così si dà ragione della diversità delle costruzioni, così pure si comprende HARENAM AMPHITHEATRI . . . . RESTITUIT, e quella della lapide di Basilio: ARENAM ET PODIVM QVAE ABOMINANDI TERRAEMOTVS RVINA PROSTRAVIT . . . . RESTITVIT: così chiaramente s’intendono i passi di Petronio, Erodiano e Calpurnio. Il primo nel Satyric. c. IX dice: non taces gladiator obscoene quem de RVINA ARENA DIMISIT. Erodiano raccontando le cacce date da Commodo appunto in quest’Anfiteatro, così si esprime: λεοντων δε ποτε εξ ὑπογαιων ἑκατον αναρρ’ ιφδεντων, ισαριδμοις ακοντιοις παντας απεκτεινεν: ed una volta essendo stati lanciati su dai SOTTERRANEI cento leoni con altrettanti strali tutti li uccise: finalmente Calpurnio, ecl. VII, v, 69, esclama:

Ah trepidi quoties nos Descendentis arenae Vidimus in partes ruptaque voragine terrae Emersisse feras!

Il Lanciani, come altrove dicemmo, opina che, almeno fino dal principio del secolo III, l’arena lignea fosse pensile sulle proprie sostruzioni; ed aggiunge[831] che «Pausania nel cap. 12 delle ΗΛΙΑΚΩΝ § 4, registra fra le grandi opere di Traiano in Roma, καὶ Θέατρον μέγα κυκλοτερὲς πανταχόθεν[832], cioè l’Anfiteatro Flavio. Dalla quale inesatta asserzione del geografo alcuni hanno voluto trarre indizio di restauri avvenuti sotto l’impero dell’ottimo Principe, dei quali non si ha altrimenti notizia. Il Nibby R. A. I, 421, suppone che Traiano abbia costruito gli ipogei dell’arena, ma questa è supposizione gratuita[833]. Sul piano dell’abaco di un capitello a foglie d’acqua, caduto dal vertice dell’Anfiteatro in fondo all’arena, rimangono le casse di nove lettere di metallo, alte m. 0,37 spettanti ad iscrizioni monumentali:

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

«Il capitello, prosegue, è dei tempi bassi: e non reca maraviglia il vederlo scolpito con masso di marmo appartenente a più antico edifizio, forse all’arcus divi Traiani della region prima, le spoglie del quale servirono ad abbellire il vicino Arco di Costantino»[834].

Il Canina, finalmente, congettura che la costruzione dei muri degli ipogei suddetti sia dell’epoca di Severo Alessandro.

Alle varie opinioni già esposte mi sia lecito aggiunger la mia.

La sostruzione dell’arena è talmente necessaria ad un anfiteatro, che se questo ne fosse privo, perderebbe, quasi direi, la sua speciale caratteristica. Immaginare infatti un edificio anfiteatrale senza gl’ipogei dell’arena, sarebbe lo stesso che immaginar un corpo animato senza gli organi interni. La vita, dirò così, dell’anfiteatro si svolgeva negl’ipogei, e si manifestava sull’arena; e non mi sembra plausibile l’opinione o la supposizione che Vespasiano abbia voluto erigere il suo celeberrimo Anfiteatro senza l’arena sostrutta. Poteva per avventura mancare nell’Anfiteatro per eccellenza, costruito in pietra, e, giusta l’idea d’Augusto, media urbe, ciò che ebbero fino i temporanei che lo precedettero? Petronio, scrittore dei tempi Neroniani, dice: «non taces gladiator obscoene, quem de ruina arena dimisit?» e poco dopo: «ergo me non ruina terra potuit haurire . . . . . . . . aufugi iudicium, arenae imposui»[835].

Io opino adunque che l’arena fosse sostrutta fin dal principio, e che avesse un livello più basso di quello a cui fu poi elevata.

Sennonchè, a cagione delle naumachie (le quali positivamente si rappresentarono due volte nel nostro Anfiteatro), l’arena fu da prima sostrutta stabilmente con muri, oppure con un’armatura lignea da potersi rimuovere all’occorrenza? La seconda ipotesi è inammissibile per molte ragioni, che credo qui inutile addurre perchè gli scavi decisero la questione.

Nei muri degl’ipogei si sono rinvenuti avanzi tuttora al posto di massi regolari di travertino e tufo, che sono la materia adoperata in grandissima copia nella costruzione dell’Anfiteatro, e specialmente nei siti ove richiedevasi maggior solidità. I due portici esterni sono stati costruiti di pietra tiburtina, ed i muri che nel piano terreno formano i cunei delle scale e dei passaggi, sono composti d’intelaiature di massi di travertino, racchiudenti specchi in parallelopipedi di tufo. Di questo parere fu eziandio Lorenzo Re, il quale, nelle sua Illustrazione e difesa delle Osservazioni dell’architetto Pietro Bianchi sull’arena e sul podio dell’Anfiteatro Flavio, dice: «Fig. 8, 9, 10. Porzioni delle sostruzioni dell’arena in bellissima costruzione di grandi pietre rettangolari uniforme perfettamente alla generale costruzione dell’Anfiteatro»[836].

Se le sostruzioni dell’arena avessero potuto o no impedire l’esecuzione delle naumachie, lo vedremo allorquando si parlerà di queste.

Gli scavi, oltre all’averci indicato negli avanzi dei muri primitivi l’originaria sostruzione stabile dell’arena, ci hanno pur anche manifestato l’antico suo livello.

Il muro di perimetro dell’ipogeo ha in ogni quadrante dell’ovale una serie di otto grandi nicchie arcuate, a fondo piano, larghe m. 3 e profonde oltre un metro[837]. Dalla fronte di ciascuno dei trentasei piloni che sostengono gli archi, sporgono due mensoloni di travertino, i quali si trovano 3 metri circa sotto il livello attuale dell’arena: tra una mensola e l’altra, nella fronte del pilone, v’è un’incavatura verticale, a piè della quale è murato un masso di travertino, lungo quanto è grosso il pilone; l’incavatura poi sarebbe atta a ricevere una trave (V. Fig. 9ª).

Dall’imposta degli archi in su, per tutto il giro dell’ovale, vedesi un taglio praticato nella fronte delle nicchie: taglio, che riduce alla metà circa la profondità delle vôlte, la sommità delle quali è ripresa (dove più dove meno, secondo che occorreva) con archi di mattoni. Nel fondo di ciascuna nicchia, dal piano superiore delle mensole in giù, v’è un’apertura rettangolare, a guisa di piccola finestra, addossata al pilone, larga m. 0,70 circa, la quale ha un grosso architrave di pietra tiburtina.

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

Fig. 9.ª

Nella parte inferiore delle nicchie si vedono addossate ai piloni per tutta la loro profondità due piccole spalle, sulle quali son gettate volticelle a sesto scemo, terminate in fronte da archi. Le vôlte, l’estradosso delle quali trovasi ora al piano inferiore delle mensole, otturano, per la metà circa, l’altezza delle aperture ora descritte nel fondo delle nicchie. La costruzione laterizia dei piloni e del fondo delle nicchie è dell’epoca di Vespasiano, e quindi contemporanea all’edificazione del monumento; mentre la costruzione degli archi scemi, delle piccole spalle e della ripresa delle vôlte è discreta anch’essa, ma d’epoca posteriore a quella dei Flavî.

Sarei di parere che il taglio nella parte superiore delle nicchie e le volticelle sceme con le loro spalle riportate, sia un lavoro eseguito contemporaneamente ai pilastri di opera quadrata di tufo, per formare dietro di essi un passaggio.

Che le trentadue nicchie appartengano alla primitiva disposizione della parte infima dell’Anfiteatro, oltre alla costruzione dei muri, ce lo manifesta quella serie di pilastri che noi vediamo costruiti di massi di tufo, collegati fra loro con architravi della stessa materia, i quali, a breve distanza dalle mensole, si ergono fin quasi al piano attuale dell’arena, disposti con regolarità fra loro, ma con nessuna rispetto alle mensole stesse ed ai piloni retrostanti; dichiarandoci quei pilastri, col complesso di tutte le circostanze concomitanti, che essi furono costruiti posteriormente ai piloni, e che questi e le mensole avevano a quel tempo perduto il loro scopo.

Io congetturo pertanto che, ai tempi di Vespasiano, sopra i mensoloni fossero collocate orizzontalmente attorno attorno delle grosse travi, sulle quali e sui muri di opera quadrata degli ipogei riposassero altre travi che sostenevano il tavolato dell’arena. Posta la mia supposizione, detratte dal dislivello che v’è tra il piano delle mensole e quello dell’arena attuale (che è il medesimo dell’antica rialzata) le grossezze delle travi e del tavolato, ne segue che il livello dell’arena primitiva era più basso di quello dell’arena posteriormente rialzata, di circa due metri, e che l’ipogeo ebbe in origine un’altezza di circa tre metri e mezzo[838]. E siccome il podio nella sua primitiva costruzione non fu più basso di quello che ora lo vediamo (poichè i muri che sostengono la gradinata del podio suddetto e le scale che conducevano al ripiano dei senatori, sono di assoluta costruzione Vespasianea); così dovrà concludersi che il ciglio superiore del parapetto del podio all’epoca dei Flavî distava dal piano dell’arena di circa sette metri.

Disposte le cose in tal maniera, risulta pure che gli archi impostati su i piloni rimanevano quasi del tutto fuori del livello dell’arena; ed io credo che questi, muniti di grate, servissero verosimilmente a doppio scopo: tanto, cioè, per dar luce all’ipogeo, quanto, e principalmente, nell’esecuzione delle naumachie come a suo luogo vedremo.

Le incavature poi, che appariscono nella fronte dei piloni fra le mensole dovettero servire, come giustamente osservò il Gori, a ricevere le travi che sostenevano la grande rete.

Un rozzo graffito antico (V. Fig. 10ª) rinvenuto negli scavi eseguiti nel 1874 dal Comm. Rosa negl’ipogei dell’arena, ha tutto l’aspetto di una rappresentazione della fronte primitiva del podio. Così anche parve al Gori[839], e corrisponde, quasi direi, a capello col risultato dei miei ragionamenti. È questo un frammento di lastra marmorea su cui si veggono in graffito, una presso l’altra, cinque arcate di un sesto poco inferiore al semicircolo, munite d’inferriate; sopra queste vi sono pure in graffito linee che formano una transenna enorme relativamente agli archi sottoposti; e sembra che in essa si sia voluto rappresentare, in modo rozzamente convenzionale, la grande rete del podio. Al di sotto delle arcate poi rimane la parte superiore di due figure, le quali ci ricordano probabilmente i bestiarî. La riproduzione che presento a Fig. 10ª è tratta dall’opera del Gori.

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

Fig. 10.ª

Per ciò che riguarda il piano dell’arena, esso fu evidentemente rialzato. Noi non sapremmo precisare l’epoca; ma possiamo con ogni certezza affermare che ciò avvenne dopo il regno di Domiziano. Pausania, nell’elenco delle opere fatte da Traiano, dice: «theatrum magnum undequaque rotundum», ossia l’Anfiteatro Flavio. Varî scrittori, basandosi su questo passo, opinarono che l’arena fosse stata rialzata da quell’Imperatore. Ed invero, la serie di pilastri di opera quadrata di pietra tufacea, che noi vediamo disposti regolarmente a brevissima distanza dal primitivo muro di perimetro dell’ipogeo (la cui costruzione ben s’addice ai tempi Traianei), e la riflessione che, abbandonata dopo la morte di Domiziano l’idea della naumachia nell’Anfiteatro, si fosse ben presto pensato a sollevare il piano dell’arena, troppo profondo, affinchè gli spettatori potessero godere completamente le rappresentazioni gladiatorie e venatorie, sembrano favorire l’opinione di quei dotti.

L’espressione di Pausania però è troppo ampia, e fuor di questa, come osserva il Lanciani, non se ne ha altrimenti notizia. Comunque sia, dal complesso delle cose a me pare che l’arena prima dell’incendio avvenuto nel regno di Macrino già fosse rialzata.

Molte parti dei muri dell’ipogeo si vedono risarcite in opera laterizia di un carattere conveniente agl’inizî del secolo III. Questi restauri furono fatti probabilmente da Eliogabalo e da Severo Alessandro, dopo l’incendio. Vi si ravvisano poi evidentemente le riparazioni eseguite nel secolo V da Teodosio II e Valentiniano III, ed i restauri fatti da Teodorico sul principio del secolo VI.

L’idea finalmente proposta da alcuni, i quali vorrebbero che anche i Frangipani abbiano fatto dei lavori nell’ipogeo, non mi pare possa avere fondamento. All’epoca dei Frangipani l’arena era la piazza del castello: ora perchè questa piazza fosse ben livellata non occorreva altro che interrar gl’ipogei!...

Scoperta l’arena, si volle ricercare l’antica cloaca che dall’Anfiteatro portava le acque al Tevere, passando per la valle del Circo Massimo. Il lodato Fea[840] oppugnò questo progetto per essere, dice, «in esecuzione difficilissimo e costosissimo per tanto tratto di strada». Ideò invece di ripristinare la Mèta Sudante, e rendere con quell’acqua e relativa costruzione di fontane un vantaggio ai cittadini di quel rione. La spesa, secondo i calcoli del Fea e del muratore Lezzani, sarebbero state tenuissime; grande invece l’utilità pubblica.

Nessuno di questi progetti fu messo in esecuzione; anzi nel 1814 il Governo ordinò di ricoprire gl’ipogei, eccettuandone il passaggio di Commodo.

Nel 1874, ad istanza del Comm. Rosa, si ripristinarono gli scavi nel Colosseo[841].

A settentrione, sotto il podio, tornarono in luce i tre ambulacri circolari, già scoperti dal Valadier; ed il Gori[842] s’affrettò anch’egli a dare il suo giudizio sull’epoca di quei muri. «Questa costruzione, dice, che poco si adatta colla regolarità usata nelle fabbriche del primo impero, dimostra che gli ambulacri vennero edificati dopo il terremoto del VI secolo (?), in un’epoca cioè in cui erano in decadenza, per la irruzione dei barbari, tutte le belle arti» (V. Fig. 8ª).

Da quel che sopra si è detto giudicherà il lettore quanto sia giusto il parere del Gori!...

Alla profondità di circa tre metri apparvero 32 delle 72 mensole di travertino, sporgenti dai piloni delle nicchie poc’anzi descritte (V. Fig. 9ª).

In questo stesso scavo tornarono in luce i cripto-portici, il pavimento, le bocchette[843], le scale, ecc., di cui già parlammo nel capit. III, Parte I, ed i residui seguenti:

1º Varî rocchi marmorei, due dei quali di giallo antico.

2º Fusti di colonne, basi e capitelli.

3º Frammenti d’iscrizione, i quali riporteremo all’App. II di questo lavoro[844].

4º Lucerne fittili, tra le quali una cristiana. L’Armellini[845] così la descrive; «Fra la varia suppellettile tornata alla luce degli sterri dell’arena nell’Anfiteatro Flavio, merita particolar attenzione una lucernina cristiana adorna di storiche e pregevoli rappresentanze. La lucerna, di cui io parlo, manca di circa una metà rimanendone abbastanza conservato il disco sul quale si vedono effigiati i tre giovani ebrei in atto di negare l’adorazione alla statua aurea di Nabucco. Il concetto artistico è identico a quello che trovasi ripetuto frequentemente nei sarcofagi cristiani ed anche in taluna delle pitture delle romane catacombe. Più raro a trovarsi un tal soggetto è nelle lucerne cristiane, ed è per questo che propongo all’attenzione dei dotti cotesto non dispregevole cimelio, il quale può aggiungere alcun lustro benchè assai tenue alle grandiose memorie cristiane del Colosseo».

5º Sei basi di statue ed un bassorilievo rappresentante un coniglio agguantato da una zampa di leone scherzante.

6º Nove teste di statue e sette lastre di marmo[846], le quali ultime hanno uno speciale interesse per i graffiti che in esse scorgiamo. Nella prima di queste lastre si vedono a graffito le cinque arcate, le inferriate e la transenna, ecc., di cui sopra parlammo (V. Fig. 10ª).

Nel secondo graffito vi sono tracciati due gladiatori; l’uno è munito di scudo quadrilatero, l’altro armato di coltello e rete, ed ambedue sono galeati. In questa scena è forse rappresentata la lotta fra un Trace od un Mirmillone con un Reziario, giacchè si scorgono assai chiaramente il tridente ed il balteus[847]. V’è poi una lepre inseguita da un cane; e più in basso un toro avente sul dorso una specie di sella: scena che ci ricorda il sarcofago rinvenuto nel palazzo Fiano, negli scavi eseguiti nel 1874-75.

In un terzo graffito è delineata la figura di un bestiario, avente nella mano destra il venabulo e nella sinistra la mappa.

Il quarto graffito[848] rappresenta l’arena divisa in due parti. Nella prima parte scorgesi un bestiario armato di lancia e lottante con due orsi. Nella seconda, una fiera che trascina una corda, porta un palo al petto e s’azzuffa con un’altra belva sciolta; mentre l’arenario, appoggiando il piede destro sul dorso di una fiera, è per colpire con la lancia un’altra belva fuggente.

Il quinto graffito, fatto in un masso di cipollino, rappresenta un atleta, il quale colla destra stringe una palma, simbolo della vittoria[849], e sul petto gli scende una doppia collana[850], torques gladatoria, da cui pende un ciondolo[851] simile a quello che vedesi nel cippo di Batone. Al sommo della pietra è scritto [FELICI] TER. L’atleta è del tutto nudo, tranne il subligaculum, i calzari, ed alcune fasce alle ginocchia. La figura fu incisa con grosso chiodo: ricordando il PINGIT ZOZZO della Domus Gelatiana, direi, col Prof. Correra[852] che questa figura e le altre sono scariphatae.

Nel sesto marmo v’è disegnata la testa di Diana, adorna di diadema e con frecce in mano.

I diversi sterri ci restituirono finalmente una pietra, in cui è incisa «una grossa palma, ed altrove, fra alcune palme, leggonsi dei nomi di gladiatori od atleti come: HONORVS, QVINTIVS, sormontati dal busto, e vi si scorge l’avanzo di una cartella ansata con le sigle che potrebbesi leggere PALMA VICTORI FELICITER; e finalmente il nome di VINDICOMVS»[853].

Illustration from L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

«Il Comm. Rosa, onde meglio far vedere le vesti, i calzari, le armi, le fisonomie dei gladiatori, ecc., dipinse a nero l’incavo dei singoli rilievi»[854].

Più tardi si scavarono le cavee delle fiere, e vennero scoperti gli ambulacri della parte meridionale degl’ipogei dell’Anfiteatro; e si misero a nudo le costruzioni laterizie e di tufo, nonchè le mensole di travertino, simile a quelle del lato opposto. Oltre a ciò si rinvennero altri capitelli e rocchi di colonne; nello stanzone poi che trovasi a destra del cripto-portico orientale, e in due ambulacri dell’arena furono trovate varie tavole di legno, le quali «o sono residui di macchine o vi furono poste per togliere l’umidità del pavimento»[855].

Nell’ambulacro centrale, finalmente, si rinvennero grosse e lunghe travi, rafforzate da travicelli messi a traverso, ora del tutto scomparse.

Nell’Iconografia del suddetto Gori vediamo disegnate alcune costruzioni che attualmente non esistono. Questa mancanza si deve al direttore di quegli scavi, il quale «troncò quei muri, credendoli più recenti; spezzò i massi di tufo che trovò rovesciati al suolo, e li asportò dall’Anfiteatro»[856].

Essendo Ministro della Pubblica Istruzione il Prof. Guido Baccelli, s’intrapresero, di concerto coll’amministrazione comunale di Roma, grandiosi lavori di sterro[857], onde la parte esterna e più conservata dell’Anfiteatro Flavio possa essere ammirata in tutta la grandezza delle sue proporzioni e nella magnificenza della sua architettura.

Gli scavi s’incominciarono sulla piazza che guarda la via di S. Giovanni in Laterano, e precisamente dal punto corrispondente all’estremità dell’asse maggiore dell’Anfiteatro; e furono continuati, per una zona larga circa trenta metri, tutt’attorno al monumento. Questi lavori diedero risultati di non lieve importanza; giacchè tornarono in luce cinque degli antichi cippi terminali, dei quali già parlammo nella PARTE I, cap. III; il lastricato di pietra tiburtina, che girava intorno all’Anfiteatro e che costituiva una zona annessa al lastricato stesso; nonchè il primitivo pavimento stradale, formato di poligoni di lava basaltina.

«A Nord dello stesso Anfiteatro, sul declivio dell’Oppio, avvenne poi un’altra importante scoperta. Alla distanza di m. 18 dal Colosseo e allo stesso livello di questo, tornò in luce la strada che dalle Carine dirigevasi al Celio, seguendo il corso della moderna via Labicana. A Nord della strada rimane una serie di pilastri, costruiti in buon laterizio, le cui basi poggiano sopra un grande masso rettangolare di travertino. Sono decorati da mezze colonne, parimenti costruite con cortina laterizia; ed in origine erano collegati da arcuazioni delle cui imposte restano tuttora alcuni avanzi. Cotesto porticato, la cui costruzione presenta i caratteri propri delle fabbriche della seconda metà del primo secolo, trovasi sopra una linea parallela all’asse maggiore dell’Anfiteatro, ed il suo punto medio corrisponde (quasi) all’ingresso dall’estremità settentrionale dell’asse minore»[858].

Dopo gli scavi testè descritti, nessuna importante esplorazione, che mi sappia, è stata intrapresa nel Colosseo.

Notes in this chapter

Note 1 · Una copia di questa epigrafe trovasi affissa sul muro del grandioso contrafforte che si erge dal lato Nord.Note 2 · Roma descritta ed illustr. tom. II, p. 2, Roma Stamp. Pagliarini.Note 3 · Oltre a questo ricordo marmoreo, abbiamo una pittura fatta dal Veith nell’alto dell’ultima lunetta (a destra) del XXX riquadro del Museo ChiNote 4 · Questo restauro fu fatto in quella parte del Colosseo che guarda Ovest, tra l’Arco di Costantino e la Via Claudia.Note 5 · Roma. A cura della R. Società Romana di storia patria, 1910.Note 6 · Cf. documento XXXII.Note 7 · Poesie di autori Italiani del sec. XIX, Roma 1845.Note 8 · Storia della rivoluzione di Roma 1848-1850, Livorno 1851.Note 9 · Spada, Storia della rivoluzione di Roma, vol. III, p. 396.Note 10 · Vol. II, p. 260.Note 11 · Nella costruzione degli «speroni di Pio VII, Gregorio XVI e Pio IX furono messi in opera gli ultimi massi» dei caduti materiali o travertiniNote 12 · V. Gori, loc. cit., p. 112.Note 13 · Atti della Pont. Acc. Rom. di Arch. Tom. XV, p. XXXI.Note 14 · Quest’iscrizione trovasi a piè di quella di cui parlammo a p. 221.Note 15 · Gori, loc. cit. p. 113.Note 16 · Fra i due restauri di Leone XII e di Pio IX.Note 17 · X n. 196.Note 18 · Anno III, 1882, p. 49 e segg.Note 19 · Cf. Lanciani Storia degli scavi, vol. II, p. 83. Anche nel 1639 furono fatte alcune ricerche «nel circuito del Colosseo». (Arch. Capit. CredNote 20 · Calp. Eclog. 7, v. 48 e segg. — Cf. Osservazioni sull’Arena e sul Podio dell’Anf. Flavio fatte dal Sig. Pietro Bianchi, di Lugano, Prof. di Note 21 · In vita Commodi.Note 22 · Osservazioni sull’Arena e sul Podio dell’Anfiteatro Flavio. Notizie degli scavi. — Roma 1813.Note 23 · Riflessioni pacifiche ecc., Roma 1813.Note 24 · Ammonizioni critico-antiquarie a varii scrittori del giorno. Roma 1813.Note 25 · Roma Ant. Tomo I, app. I, p. 233. Roma 1819.Note 26 · Loc. cit. p. 217.Note 27 · Theatrum magnum undequaque rotundum.Note 28 · Cf. Jordan: Forma 17 b.Note 29 · La mia opinione su questo capitello la manifestai a pag. 35.Note 30 · Cf. Petr. Satyric. cap. IX.Note 31 · Per brevità tralasciamo quanto il Re dice nella sua dissertazione, sembrandoci sufficiente aver riferito le parole che egli applica alle figNote 32 · Di materia solida e stabile.Note 33 · Il pavimento dell’ipogeo in opus spicatum si trova a m. 6,08 dal piano attuale dell’arena.Note 34 · Loc. cit.Note 35 · Nuove osservazioni intorno all’Arena dell’Anf. Flavio e all’acqua che ora la ricopre. Roma 1814.Note 36 · La stampa universale disapprovò queste nuove escavazioni, affermando che gli scavi antecedentemente fatti avean già messo al nudo ogni cosa.Note 37 · Loc. cit. p. 114.Note 38 · In una di queste buche si veggono tuttora residui di legno carbonizzato; delle travi, cioè, che facevan parte delle famose macchine anfiteatNote 39 · Settantasette di questi frammenti furono editi ed illustrati dal ch. Henzen, (V. c. I, l. VI, p. 856 e segg.).Note 40 · Cronach. mens. serie II, Tom. I, p. 46.Note 41 · Qualcuna di queste lastre è di un bel cipollino.Note 42 · Cf. Meier, De Gladiat. Rom. quaest. selectae Bonnae 1881 p. 14 e segg.Note 43 · In un masso di cipollino.Note 44 · V. Suet., Calig. 32. Cic., Pro Roscio Amer. 6. Fabretti, R. De columna Traiana. Roma 1863, p. 151. Sabatier, Description Générale des MedailNote 45 · Cap. in Pert., VIII.Note 46 · E. Q. Visconti, Monum. scelti Borghesiani, Tom. I, Tav. I e II, opina che il ciondolo rotondo sia qui una tessera gladiatoria. Ma queste nonNote 47 · Loc. cit.Note 48 · Correra, loc. cit. p. 201.Note 49 · Gori, loc. cit.Note 50 · F. Gori, loc. cit. p. 122.Note 51 · Gori, ib. Fu anche in questo sterro diretto dal Rosa che si rimosse la croce dal centro del Colosseo e furono abbattute le edicole della ViaNote 52 · Cf. B. della Commis. Arch. Com. serie 4, fase. p. 118 e seg. ann. 1895.Note 53 · G. Gatti, Cf. il cit. Bull. Com. p. 118.
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