PARTE II. DAL SECOLO VI AL MEDIO EVO.
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CAPITOLO PRIMO. Il Colosseo — Origine di questa voce.
Sòrte le ostilità fra i Goti e l’Impero d’Oriente, Roma andò soggetta per venti e più anni a gravissimi mali. Non pare perciò probabile che in quel tempo il popolo romano pensasse ai giuochi ed ai pubblici divertimenti. Svanì pian piano l’uso degli spettacoli anfiteatrali; e la grande e venerabile mole dei Flavî rimase inutile e quasi abbandonata: così principiò a soffrire gli insulti degli uomini e dei tempi.
Quando nell’anno 663 l’Imperatore Costantino III venne in Roma, l’Anfiteatro Flavio conservavasi ancora intatto. Costantino depredò i bronzi dei romani monumenti: «XII dies in civitate Romana perseverans (Costantinus), omnia quae erant in aere ad ornatum civitatis deposuit; sed et ecclesiae sanctae Mariae ad Martyres quae de tigulis aereis erant discoperuit et in regia urbe cum alia diversa quas deposuerat direxit»[568].
Costantino III fu dunque causa della mancanza degli oggetti di bronzo che si è verificata in quasi tutti gli scavi praticati nel nostro Anfiteatro; e probabilmente fu pure ai tempi di quell’Imperatore che scomparvero i clipei di bronzo e le coperture delle travi esterne del velario: anzi, con ogni verosimiglianza, fu egli stesso il rapitore della famosa statua colossale ricordata da Marziale, e che noi scorgiamo raffigurata sulle medaglie di Gordiano III, posta sopra un basamento, quasi di contro alla Mèta Sudante. È vero che lì presso, come scrive Flaminio Vacca[569], fu rinvenuta una testa colossale di bronzo[570], rappresentante, secondo il parere di alcuni, Commodo; ma quel rinvenimento non può fare ostacolo alla supposizione accennata, perchè quella testa, secondo il giudizio degli scultori, e come leggesi nel Venuti[571], non corrisponde alle misure del Colosso lasciateci dagli scrittori antichi.
Se la famosa profezia attribuita al Ven. Beda fosse autentica, e se l’interpretazione che ne dànno alcuni storici antico-moderni fosse giusta, noi potremmo ritenere che nel secolo VIII l’Anfiteatro Flavio si conservasse ancora integro. Ma poichè oggi si dubita dell’autenticità di quel passo[572], ed è ben diversa l’interpretazione che varî storici contemporanei ci offrono di esso; non potrà sentenziarsi sull’integrità dell’Anfiteatro nel secolo VIII, fino a che sulla profezia di Beda non si sparga nuova luce. Sappiamo nondimeno che in quel secolo la celeberrima mole dei Flavî incominciò ad esser chiamata, anche da scrittori serî, indifferentemente Amphitheatrum e Colosseum. Nell’Itinerario di Einsiedeln[573] leggiamo infatti: «Palatin traiani. Amphitheatrum»; nel Libro Pontificale invece[574] troviamo: «Colosseum».
Si disputa fra i dotti se l’Anfiteatro Flavio abbia avuto il nome di Colosseo per la grandiosità della sua mole, ovvero se questa voce abbia tratto origine dal vicino Colosso di Nerone[575]; o se finalmente tal denominazione abbia avuto principio dalla posizione topografica del monumento: vale a dire, se l’etimologia del Colosseo, il quale «trovavasi nella regione d’Iside e Serapide», provenga dalla corruzione della voce Collis Isaeum[576].
Riportiamo le ragioni dei singoli scrittori, ed esaminiamo le loro sentenze.
Il Donati, il Nardini, il Ficoroni, il Venuti e generalmente tutti i topografi di Roma fino al Nibby, opinarono che «Colosseo» derivi dal Colosso di Nerone, che sorgeva prossimo all’Anfiteatro Flavio, e che quel nome sia stato usato per la prima volta nei secoli barbari.
Questi archeologi vedevano tanto limpida detta derivazione, da crederne inutile un’opportuna dimostrazione. — Che il Colosso di Nerone fosse celebre nell’antichità, ce l’attesta il ricordo che, con segni di vera ammirazione, ce ne trasmisero gli storici ed i poeti; e più ancora lo deduciamo dalla festa annua che ai 6 di Giugno celebravasi in suo onore e che ci è stata tramandata dal Calendario Filocaliano colla frase: Colossus coronatus. Questa festa fu probabilmente istituita in memoria della dedicazione di quel Colosso al Sole, allorquando Vespasiano, damnatis sceleribus illius principis, cioè di Nerone, lo coronò con sette raggi colossali[577]. Ma non sembra credibile che quei dotti abbiano potuto opinare che l’Anfiteatro Flavio assumesse il nome di Colosseo nei secoli barbari. Essi infatti dovean sapere (o almeno dubitarne) che a quei tempi il Colosso non più esisteva. Io mi permetterei piuttosto congetturare che quegli scrittori pensassero invece che quella voce fosse un’eco di un modo volgare antico, venuto in uso ai tempi di Adriano, e precisamente allorquando quel celeberrimo Colosso Neroniano venne collocato a pochi passi dall’Anfiteatro.
Di questo trasporto, fatto dal suddetto Imperatore, ce ne trasmise la memoria Sparziano[578]; e la somma difficoltà dell’impresa e la sua felice attuazione dovettero senza dubbio lasciare nel volgo una profonda impressione, la quale potè in seguito influir tanto da far sostituire nel discorso volgare alla parola Amphitheatrum la voce Colossus. E ciò potè facilmente avvenire cambiando la frase ire ad amphitheatrum, in: ire ad colossum; cangiamento il quale avrebbe dato, in questo caso, origine alla frase (ora un po’ strana, ma forse allora semplicissima): ad Colossum eo; espressione che, per una naturale eufonia, potè divenire ad Coloss’eo; e poichè nell’Anfiteatro Flavio si davano continui spettacoli, e v’era quindi occasione frequente di usare quella frase, pian piano l’Anfiteatro Flavio divenne addirittura il Colosseo.
Un caso non simile ma uguale è avvenuto ai tempi nostri. Il teatro principale di Roma, detto di Apollo, sorse presso la Torre di Nona; e sebbene questa torre non si possa affatto paragonare al famoso Colosso di Nerone, pur nondimeno essa diè il nome al teatro; e detta denominazione fu usata da tutti indistintamente, anche dalle persone di più alto ceto, in modo, che formatasi dalle due parole un’unica voce, ognuno per dire: vado al teatro di Apollo, diceva: vado a Tordinona. Non pare adunque impossibile che anche gli antichi invece di dire: ad amphitheatrum eo, dicessero: ad colossum eo e poscia, per eufonia, ad Coloss’eo[579].
Se poi si volesse ricercare nell’antichità un’origine più conforme alla gravità di quei dotti, potremmo opinare che quel vocabolo si principiasse ad usare subito dopo effettuato il trasporto del Colosso a pochi passi dell’Anfiteatro; e che, come da Isis nacque Isaeum, da Adriano Adrianeum, ecc.; così anche dal Colosso sia nata la voce Colosseum.
In ogni modo, che l’Anfiteatro Flavio sia stato chiamato dal volgo Colosseo prima del secolo VIII è un fatto certo; e una prova la troviamo negli stessi documenti del secolo VIII, nei quali la parola Colosseo è usata come nome proprio dell’Anfiteatro a tutti cognito.
Il Maffei, il Mazzocchi, il Nibby ed altri ritengono che l’Anfiteatro Flavio non abbia preso il nome di Colosseo per il Colosso, ma per la sua colossale mole. Ecco le parole del Maffei[580].
«Questa mirabil mole chiamasi in Roma per tradizione immemorabile il Coliseo; in latino si trova scritto Coliseum o Colosseum. Il comune consenso dei moderni scrittori ha già fissato da gran tempo, che così si denominasse l’Anfiteatro dal popolo, perchè in poca distanza da esso stesse il Colosso di Nerone: ma alcune considerazioni io proporrò, perchè altri giudichi se così debba continuarsi a credere. Il Colosso di Nerone[581] alto 120 piedi, opera di Zenodoro, fu collocato nel vestibolo della sua Casa aurea. Abbiamo un epigramma di Marziale[582] per cui si trova Tito d’aver restituita all’uso pubblico, e convertita in benefizio comune quella grande parte di Roma che Nerone aveva occupata con la sua casa. Vediamo in esso, come ov’era prima l’atrio, Tito fece strada, in poca distanza dalla quale era il Colosso, e vediamo come la venerabil mole dell’Anfiteatro non fu alzata nel sito dell’atrio, o sia del vestibolo, ma in quello delle peschiere (stagna Neronis erant), che dovean certamente essere dal vestibolo assai lontane. Presso all’Anfiteatro, ov’eran prima orti e passeggi, fece Terme chiamate da Marziale veloci doni (velocia munera); la ragione appar da Suetonio, che dice furono edificate in fretta (celeriter extrudis).
«Altre osservazioni ancora par che persuadano rimanesse in non piccola distanza dall’Anfiteatro il Colosso di Nerone. Fu esso poi mosso dal suo luogo, e fatto trasportare da Adriano: secondo Sparziano fu allora dedicato al Sole; ma sappiam da Plinio[583], damnatis sceleribus illius principis, che ciò era fatto fin dai suoi tempi, in odio alle scelleraggini di Nerone, e però quando il fece ristorar Vespasiano, di che parla Suetonio. Commodo poi lo tramutò di nuovo, fattagli levar la testa con riporvi la sua. Ora dice Sparziano che nel sito ov’era prima il Colosso, fu poi fatto il Tempio della Dea Roma (De eo loco in quo nunc templum Urbis est), quale non sarà certamente stato a ridosso dell’Anfiteatro; anzi convien dire ne fosse assai lontano, s’è il mentovato da Vittore in region diversa (Templum urbis Romae). L’istesso autore mette pure in region diversa dall’Anfiteatro un Colosso, distinto tra gli altri, e di consimil grandezza, che per quello appunto di cui si parla, par si palesi dall’aver avuto sette raggi intorno al capo, che lo denotavano sacro al Sole. Non potè adunque denominarsi l’Anfiteatro da statua, che non gli era prossima, nè attinente per nessun conto».
La prima parte dell’argomentazione del Maffei si basa chiaramente sopra un falso supposto. Egli infatti crede che il Colosso di Nerone fosse assai lontano dall’Anfiteatro, mentre ormai nessuno dubita che il tempio di Venere e Roma, ossia il templum Urbis di Sparziano, trovavasi immediatamente di fronte al Colosseo; e quindi sappiamo di certo il posto ove Adriano collocò il Colosso.
Sicchè è cosa positiva l’opposto di quanto opinava l’illustre storico Veronese; e il Colosso di Nerone, dedicato al Sole, fu sempre vicino all’Anfiteatro, e dopo il suo traslocamento trovavasi tanto prossimo ad esso, che se avesse avute aperte le braccia, avrebbe potuto quasi toccare colla mano i travertini del Colosseo.
Ma prosegue il Maffei: «che se prossimo ancora fosse stato un colosso a così vasto e dominante edifizio, anzi che dato il nome è assai più credibile l’avesse preso: e n’abbiam chiaro l’esempio, ove riferisce Plinio[584]: vocatur Pompeianus a vicinitate theatri, che un colosso di Giove, grande come una torre, fatto porre nel Campo Marzio da Claudio, per esser vicino al teatro di Pompeo, acquistò il nome di Pompeiano».
Il Colosso di Nerone sorse pur troppo vicinissimo all’Anfiteatro, eppure non prese il nome di Flavius o Flavianus! Nessuno degli scrittori antichi ce lo ricorda infatti con questo appellativo.
Gli ultimi due argomenti del Maffei sono i seguenti:
«Che se altri mi richiede, donde adunque originata io pensi tal denominazione, dirò che da null’altro, se non dal comparir questo edifizio tra tutti gli altri, quel che era tra le statue un colosso, e dall’uso antico di chiamar così tutto ciò che eccedesse in grandezza. Vennemi questo pensiero gran tempo fa nel leggere in Suetonio, come a tempo di Caligola Esio Proculo per l’insigne ampiezza e bella forma del suo corpo veniva chiamato Colossero o Colosseo; come forse in quel luogo deve scriversi: ob egregiam corporis amplitudinem et speciem Colosserus dictus[585]».
Aggiunti altri esempî consimili, così prosegue;
«Mi accertai del tutto scorrendo poi l’Istoria d’Erchemperto Monaco dell’edizione di Camillo Pellegrini, replicata ora nel tomo secondo delle Cose Italiche; perchè due volte in essa chiamasi colosso (forse è da legger Colosseo) l’anfiteatro di Capua, dove non era certamente il Colosso di Nerone. Appar però manifestamente, come si dava tal nome agli anfiteatri dal popolo, per la loro maravigliosa altezza».
Tralascio gli esempî tolti dalla straordinaria grandezza dei corpi umani, perchè appunto da questi esempî si fa manifesto che il nome colosso fu sempre proprio delle statue gigantesche, e che da queste passò a significar coso di grande mole; e vengo all’ultimo argomento.
Il monaco Erchemperto chiamò colosso e forse Colosseo l’Anfiteatro di Capua, ove non era certamente il Colosso di Nerone; ma lo chiamò così quando l’Anfiteatro Flavio già da tempo dicevasi Colosseo; e se il suddetto monaco chiamò con questo nome l’Anfiteatro di Capua, dovè così chiamarlo come appunto un contadino (che io conobbi mentre egli era al servizio di un mio amico) soleva chiamare Via Appia qualunque antica via lastricata di poligoni di lava basaltina[586].
Il Mazzocchi non aggiunge agli argomenti del Maffei che l’autorità di Esichio. È vero che gli etimologisti greci fanno derivare la parola κολοσσός dallo sforzo che fa la vista per giungere ad una grande altezza; ma è pur certo che questo vocabolo κολοσσός e dai Greci e dai Latini fu costantemente usato ad indicare le statue di straordinaria grandezza.
Il Nibby finalmente dice di non poter ammettere che l’Anfiteatro Flavio abbia preso il nome dal Colosso di Nerone, perchè nei tempi barbari questo non più esisteva. L’opinione del Nibby trova una risposta nella spiegazione già da me enunciata, e che io immaginai per poterci rendere ragione del come il Donati e gli altri dotti di sopra citati abbiano potuto ritenere che l’Anfiteatro Flavio prendesse il nome di Colosseo dal Colosso di Nerone.
Rimane ad esaminare l’opinione del Corvisieri, il quale crede che la voce Coliseo abbia tratto origine da Collis Isaeum. Ecco le sue parole: «.... Nel perdere il suo nome una contrada, quello talvolta non dispariva del tutto ma rimaneva appiccato ad un monumento vicino; come avvenne dell’Anfiteatro Flavio che prese nome di Colliseo da una vicina contrada così detta dall’Iseo sulle falde del colle Esquilino.... È d’avvertirsi che sì l’una che l’altra lezione[587] conservano chiare le forme del Collis Ysaeum, vocabolo poi convertito per eufonia in Collisaeum, il quale, come da per sè suona, non potè mai appartenere in origine all’Anfiteatro Flavio; ma bensì ad un tempio della Dea Iside, detto dal colle per la sua giacitura, ed anche per distinguerlo da qualsifosse altro tempio dello stesso titolo. L’anonimo Einsidlense, che si vuol vissuto tra l’VIII e il IX secolo, ebbe occasione di nominare nel suo schema topografico di Roma l’Anfiteatro Flavio, ma lo disse Amphitheatrum e non già Collosaeum, nè Colisaeum. Ho esaminato inoltre le leggende dei SS. Martiri, utilissime a rischiarare la topografia di Roma nel medio evo, come quelle che in buona parte, secondo la sana critica, si reputano esercitazioni rettoriche della letteratura monastica di quel tempo; e non ho mai trovato abbiano detto altrimenti che Anfiteatro quel luogo, il quale, per essere stato destinato alla morte di tanti campioni del cristianesimo, ebbero spesso il bisogno di nominare. La terza regione di Roma fu appunto detta di Iside dal tempio di questa Dea, che come principal monumento vi dovea figurare prima dell’impero di Tito e di Nerone. La memoria di questo tempio fu registrata nelle Mirabilia Romae: Coloseum fuit templum Solis, mire magnitudinis et pulchritudinis, diversis camerulis adaptatum, quod totum erat cohopertum ereo celo et deaurato, ubi tonitrua, fulgura, et coruscationes fiebant, et per subtiles fistulas pluvie mittebantur. Erant preterea ibi signa supercelestia et planete Sol et Luna que quadrigiis propriis ducebantur. In medio vero Phebus etc. — Ben s’intende che il Coloseo nell’età delle Mirabilia più non esisteva, poichè se ne parla come d’un monumento che fu; e quindi la descrizione che se ne fa così impropria si deve credere basata sulla volgare tradizione del popolo, il quale, lontano dai tempi dell’idolatria, potè facilmente esser tratto a credere come indizio del tempio del Sole qualche avanzo della sua decorazione che accennava ai misteriosi simboli del culto Isiaco tra’ quali avean pur luogo il Sole, la Luna ed altri segni celesti. Dobbiamo aver sempre presente che nel medio evo si giudicò assai grossamente delle nostre antichità. Rari sono que’ monumenti, anzi rarissimi, che restarono immuni da un travisamento. Rispetto al Coloseo, poco ci caglia che non si scrivesse il giusto: ma basti il vederlo indicato ben diverso dall’Anfiteatro Flavio, com’è altresì questo del Coloseo. Forse fin dai tempi di Beda era già crollato il Coliseo, secondo mi par di raccogliere dall’oscurissimo contesto delle riferite parole; nelle quali con troppa serietà s’è detto racchiudersi una giocosa predizione di quel pio scrittore.
«Il Beda parla in quel punto della vana presunzione che ha l’uomo di non errare, della facilità che ne ha, e della vergogna che gliene deriva se ne venga convinto. A rafforzare la qual sentenza pare si valesse di quel vaticinio, che, dato come infallibile e come tale creduto, egli vedeva a’ suoi tempi smentito dal fatto. Il nome di Coliseo rimase per lungo tempo attribuito alla contrada, e scomparsi gli avanzi di quel monumento, passò quindi a distinguere unicamente il vicino Anfiteatro; e fu la colossale figura di questo, per cui il popolo, ignaro della vera origine del vocabolo, lo ammodò in Colosseo. A suggellare ciò che ho detto, adduco la gravissima testimonianza di Benedetto, canonico di S. Pietro (sec. XII), dalla quale si conosce come a suo tempo fosse ancora distinto l’Anfiteatro della contrada, che, come ho detto, prese il nome di Colisseo. Descrivendo egli l’itinerario del Papa nel tornare il lunedì santo dalla Basilica Vaticana al Laterano, dice che, giunto all’arco trionfale di Costantino, divertiva a sinistra ante Amphitheatrum et per sanctam viam juxta Colliseum[588]; e queste parole c’indicano eziandio chiaramente la postura del Colliseo sulle pendici dell’Esquilino»[589].
L’argomentazione del Corvisieri si riduce a questo: A levante dell’Anfiteatro v’è una lacinia dell’Esquilino, sulla quale (secondo il ch. autore) esisteva un tempio Isiaco, creduto nel medio evo del Sole. Questo tempio dalla sua elevata posizione, per distinguerlo dagli altri d’Iside che erano in Roma, fu detto Isaeum collis, dal che collis Isaeum e finalmente Colliseum e Coliseum; termine per lungo tempo attribuito alla contrada, e che poi, dal popolo ignaro della vera origine di quel vocabolo, fu applicato all’Anfiteatro Flavio, perchè lo vedeva un colosso! La poca sodezza di questa argomentazione è palpabile: con tutto ciò è bene dimostrarla.
Ritenere che su quella parte dell’Oppio la quale guarda l’Anfiteatro Flavio, sia esistito un tempio Isiaco, è un vero abbaglio. Non v’ha infatti chi ignori che quel sito fu occupato primieramente dalla Domus aurea di Nerone, la quale estendevasi dalla somma sacra via fin oltre le Terme di Traiano, con tutte le sue parti sontuose, non esclusa la termale e la magnifica piscina detta oggi le Sette Sale: posizione determinata con chiarezza da Marziale e da Suetonio, e resa certa dalle escavazioni fatte in quella zona. Poscia sorse su quell’altura la casa di Tito; ed il rinvenimento del Laocoonte ricordato da Plinio, in Titi Imperatoris domo[590], ce l’ha dimostrato fino all’evidenza. Questa casa però non fu che la parte più nobile della Domus aurea, assegnata da Vespasiano a Tito, ed estendevasi sull’Oppio. Finalmente sopra una gran parte della domus Titi furono erette le Terme di Traiano, le quali si conservano ancora in parte, ma che nel secolo XVI si trovavano in tanto eccellente stato di conservazione, che Palladio potè lasciarcene i disegni[591]. Sappiamo inoltre che il tempio d’Iside e Serapide della IIIª regione fu ben lungi da questa cima dell’Oppio; e sebbene ad alcuni sembrò vederlo sull’estremo lembo orientale del colle, pur tuttavia la grande maggioranza degli archeologi lo ritiene sorto nella valle Merulana, presso la chiesa dei SS. Pietro e Marcellino, dove in ogni tempo vennero in luce copiosi monumenti Isiaci. Cade così la maggiore della argomentazione del Corvisieri, e con essa la conseguenza.
Tuttavia, se piacesse considerare per poco alcune prove addotte da quell’autore a sostegno della sua tesi, si troverebbero vacillanti assai. Ed invero, che dire del vaticinio così detto di Beda, e del passo delle Mirabilia riferiti dal Corvisieri al tempio d’Iside? Per ciò che riguarda il primo, converrebbe immaginarci il tempio d’Iside della III regione qualcosa di assai più celebre e grandioso del tempio di Giove Capitolino o del Pantheon, se il profeta, chiunque si fosse, fece dipendere da quel tempio le sorti di Roma e del mondo! Relativamente poi al passo delle Mirabilia, fa di mestieri osservare che questo è preso dalle Mirabilia breviata et interpolata[592] e che nella prima edizione della Mirabilia[593] e nella Graphia[594] è scritto: ante Coleseum templum Solis, e non Coleseum fuit templum Solis. Leggendo adunque, colle prime edizioni, ante Coleseum templum Solis, si rende chiaro che il templum Solis (che per il Corvisieri sarebbe lo stesso che Isaeum) non era nè poteva essere il Coloseum. Se inoltre il passo delle Mirabilia breviata et interpolata fosse stato riportato per intero, si sarebbe veduto a colpo d’occhio che le stesse Mirabilia interpolate distinguono il Colosseo dal tempio. Il passo infatti chiude con queste parole: Ante vero Coliseum fuit templum in quo fiebant cerimoniae praedicto simulacro (al Colosso del Sole). Del resto, il rozzo e molto superficialmente erudito scrittore ci dà senz’altro la descrizione dell’Anfiteatro Flavio attinta dai classici. In quel coopertum aereo celo et deaurato vi si scorge l’esametro di Calpurnio: Balteus en gemmis, en illita porticus auro. Certatim radiant....; nell’ubi tonitrua, fulgura et coruscationes fiebant, apparisce il passo di Dione: «Il teatro venatorio percosso dal fulmine.... quasi che l’acqua che vi cadeva da ambo le parti venisse assorbita dalla forza dei lampi»; in quel per subtilis fistulas pluviae mittebantur si rileggono le parole di Seneca: Numquid dubitas, quin sparsio illa, quae ex fundamentis mediae arenae crescens in summam amphitheatri altitudinem pervenit, cum intentione aquae fiat.
Ma perchè andar più oltre colle osservazioni, se l’autore si basa su di un falso supposto?
Ecco come l’Adinolfi giudicò l’opinione del Corvisieri: «Vi è qualche erudito che vorrebbe distinguere il Coliseo da Anfiteatro, dicendo che l’Anfiteatro fosse vicino al Colle Iseo, opinione che ha della sofisticheria»[595].
Di fronte a queste disparate opinioni, il sagace e prudente lettore sceglierà quella che gli parrà più verosimile.
CAPITOLO SECONDO. Il Colosseo nel suo abbandono e poscia convertito in fortezza feudale.
Dalla metà circa del secolo VI al secolo XI il Colosseo, a quanto pare, rimase abbandonato. Nessuno scrittore di quel corso di secoli fa menzione di esso; e perciò qui ci è impossibile colmare tant’ampia lacuna.
Sennonchè questa lacuna non è soltanto propria dell’Anfiteatro Flavio, ma è comune a tutti i grandiosi monumenti pubblici di Roma; come, ad esempio, il Circo Massimo, le Terme di Caracalla, quelle di Diocleziano, ecc. Nè noi possiamo renderci ragione di un tal fatto, se non opinando col Nibby che questi monumenti «non ostante che più non servissero allo scopo a cui erano destinati, e per questo lasciati dallo Stato in abbandono, tuttavia rimanendo di proprietà pubblica non fosse stato permesso ai potenti privati di quei tempi di occuparli; trovando così il perchè della mancanza per tre secoli e mezzo di documenti pubblici e privati relativi a monumenti di questo genere: sicchè non ci resta che contemplarne lo stato di completo abbandono in cui si trovarono in questo periodo».
Per quanto riguarda il Colosseo, possiamo ragionevolmente supporre che fin dalla cessazione dei ludi gladiatorî la custodia dell’Anfiteatro cominciasse ad essere trascurata, e che sempre più proseguisse col rarefarsi degli spettacoli venatorî. A questa trascuranza, d’altronde legittima conseguenza delle calamitose vicende di quei tempi, e dello spopolarsi della città, attribuì Teodorico, sul finir del secolo V, la ruina dei monumenti romani, come egli stesso dice per bocca di Cassiodoro: Facilis est aedificiorum ruina incolarum subtracta custodia, et cito vetustatis decoctione resolvitur quod hominum praesentia non tuetur. La reale ruina però ebbe principio dopo l’ultimo spettacolo dato da Anicio Massimo. Il Cancellieri[596] scrisse: «Il popolo romano chiese licenza a Teodorico di ristorare le mura della città colle pietre dei gradini (del Colosseo) che si trovavano smosse». Questo fatto, il quale trova un fondamento nei danni arrecati all’Anfiteatro dall’ABOMINANDO terremoto di cui parla Venanzio, e nella giusta deduzione che quel magistrato (per lo scarso numero degli abitanti di Roma a quel tempo, e per la mancanza di mezzi proporzionati) abbia restaurato quanto era allora necessario, vale a dire l’arena ed il podio[597]; questo fatto, dico, non può esser avvenuto che nell’ultimo triennio della vita di quel re, fra il 523 ed il 526, dopo la lettera di sopra riferita, nella quale Teodorico mostra la sua ripugnanza per i giuochi sanguinarî ed il desiderio di abolirli. La quale lettera, e specialmente la sua chiusa, dovè persuadere abbastanza il popolo romano del volere del re.
Del completo abbandono dell’Anfiteatro a quel tempo, ce ne fa testimonianza un cimitero cristiano sviluppatosi appunto nei primi decennî del secolo VI a pochi passi del Colosseo, di fronte all’ingresso imperatorio che guarda l’Esquilino[598]. Questo cimitero, da non confondersi coll’altro, più recente, di S. Giacomo, situato a contatto del Colosseo dalla parte del Laterano, e che ha salvato dalla distruzione i cinque cippi terminali dell’area esterna dell’Anfiteatro, venne in luce negli scavi del 1895. Esso si trovava allo stesso livello dell’Anfiteatro, ed avea le tombe coperte con tegole improntate di bolli antichi, in nove delle quali si leggevano marchi dell’età di Teodorico. Una delle tombe, che dall’iscrizione si potè giudicare del secolo VII circa, si rinvenne all’altezza di due metri dall’antico piano dell’Anfiteatro, davanti all’ultimo pilastro orientale del portico, scoperto a piè del colle. Questo cimitero, storico documento, dopo tredici secoli di esistenza scomparve sotto il piccone che sistemava l’attuale via, la quale rasenta il Colosseo.
Lasciato l’Anfiteatro a discrezione del tempo, il primo che dovè risentirne i danni fu senza dubbio il soffitto ligneo del portico superiore, il quale pian piano dovè corrompersi, lasciando libere a sè stesse le colonne che lo sostenevano; e queste, nel violento terremoto che colpì l’Italia nell’aprile dell’anno 801, e recò a Roma danni gravissimi (tra i quali la ruina della basilica di S. Paolo), dovettero precipitare giù per la cavea, e sprofondare nell’ipogeo dell’arena[599]. Dopo questa catastrofe più che mai trovarono alimento alla vegetazione piante ed arbusti, che, come scrisse vivacemente il Tournon: plantant leurs racines dans les interstices des pierres, avaient pris, sur les rampes ruinées, la place des spectateurs: fu questo senza dubbio il colmo della flora del Colosseo!
Quelle caverne e quelle boscaglie dovettero dare, con ogni verosimiglianza, comodo ricetto ad animali d’ogni sorta, non esclusi i lupi, i quali, come leggesi in una bolla di Paolo II, fin all’anno 1466, ancor s’aggiravan di notte presso la basilica Vaticana in cerca di preda. Corpora fidelium quae humabantur in coemeterio dicti campi (Teutonico) saepe numero reperta fuissent a lupis exhumata.
Finalmente l’Anfiteatro uscì da questo stato di squallido abbandono, entrando in una nuova fase.
Sul finire del secolo XI l’Anfiteatro Flavio subì le medesime vicissitudini che subirono gli altri grandiosi edifici di Roma antica. Gli Orsini occuparono la Mole Adriana — già nel 985[600], stata occupata da Crescenzio Nomentano — per molestare Papa Giovanni XVI; ed il Teatro di Marcello. I Colonnesi presero possesso del Mausoleo d’Augusto e delle Terme di Costantino sul Quirinale; ed il Settizonio di Severo e l’Anfiteatro Flavio vennero occupati dai Frangipani, discendenti della nobile famiglia Anicia, secondo alcuni, od originarî di Cori e discendenti dai de Imperio, de Imperatore, de Imperato, Imperii, secondo altri[601].
E qui cade in acconcio rivolgerci una domanda: fu un utile, ovvero fu un danno per gli antichi monumenti, l’esser passati nelle mani di nobili famiglie romane? — Se consideriamo i pubblici monumenti come cosa che dovea rimanere di pubblico dominio (dei quali, d’altronde, l’autorità legittima in nome e ad utilità del popolo potea disporre); e se osserviamo la cosa sotto l’aspetto che i monumenti, caduti nelle mani dei privati, facilmente possono venir deturpati, modificati, ed anche parzialmente distrutti; non possiamo lodare tali atti d’impadronimento. Ma se si rifletta che soltanto i monumenti posseduti dai nobili; che soltanto i materiali e le decorazioni dei monumenti distrutti, trasferiti nei musei o adoperati in pubblici usi, nelle chiese, ecc., si sono potuti sottrarre ai colpi del piccone demolitore, o agli insulti della barbarie, o alla cieca cupidigia di chi tutto sacrifica al guadagno; se si rifletta, dico, a tutto questo, dovremo riconoscere che per i monumenti non fu un vero danno, ma piuttosto un bene l’esser passati in possesso privato delle nobili famiglie. Che rimarrebbe oggi della tomba di Cecilia Metella, del teatro di Marcello, del Pantheon, ecc., se nella barbara età di mezzo non fossero stati ridotti in fortezze o in case feudali, e l’ultimo in tempio cristiano? La fine di tante statue colonne ed altri marmi, che ornarono tanti magnifici edifizî, non sarebbe stata in una fornace?..... Mi si perdoni questa digressione, e torniamo all’argomento.
Noi abbiamo notizia di un Benedetto Frangipane, che nel secolo V, essendo Patriarca d’Occidente, ebbe la sua dimora in Trastevere[602], ove possedeva palazzi, case ed il ponte senatorio: e nella bandiera del rione Trastevere campeggia ancora il leone degli Anicî. Sulla pianta del Nolli poi, pubblicata nel 1748, la via che tuttora si chiama ANICIA, viene denominata VIA FRANGIPANE.
I discendenti di questa famiglia emigrarono successivamente in varî luoghi; e quei che rimasero in Roma ebbero il loro centro principale sul Palatino, là proprio dove un tempo dimorarono i Papi, e dove nel secolo IX sorse l’episcopio di Giovanni VIII. Quest’edificio era a poca distanza dell’Arco di Tito; ed appunto fra l’Arco e l’episcopio i Frangipani innalzarono una torre, che i cronisti ricordano come il luogo più sicuro della curia e della cancelleria ecclesiastica: locus tutissimus curiae. Questa torre, detta perciò Chartularia, fu innalzata su i resti di un antico edifizio, e trovavasi a sinistra di chi dal Colosseo s’avanza verso l’Arco di Tito[603].
Oltre alla torre Chartularia, i Frangipani adoperarono a loro fortezze gli archi di Tito e di Costantino. Ma la fortezza principale dei Frangipani era presso il Colosseo; anzi era una parte stessa di questo Anfiteatro, il quale fu posseduto da questa famiglia fin dall’anno 1130; e possedevano inoltre in quel rione due corpi di case. Il primo era sulla piazza di S. Giacomo, il secondo trovavasi presso l’Arco di Tito. Il Papa Innocenzo II[604], a fine di ripararsi dalla fiera persecuzione dell’antipapa Anacleto II[605], si rifugiò nelle fortezze dei Frangipani presso il Colosseo. Il card. d’Aragona, nella vita di quel Pontefice, scrisse: Ad tutas domos Frangipanum de Laterano descendit, et apud S. Mariam novam et Chartulariam atque Colossaeum[606]. Tolomeo Lucchese dice: Recollegit in domibus Frangepaniorum quae in Coliseo erant. F. Tolomeo, vescovo di Torcello, contemporaneo, nella storia del suo tempo[607] scrive che nell’anno 1133 Innocenzo II se recollegit in domibus Frangipanensium, quae erant infra Colisaeum, quia dicta munitio fuit tota eorum. I Frangipani ebbero presso il Colosseo due case. In quale di esse il Pontefice Innocenzo II si ricoverò? Qualche moderno scrittore opina che si ricoverasse in quella del Colosseo, basando la sua opinione sulle riferite parole di Tolomeo Lucchese, e dalla frase infra Colisaeum, usata da altri scrittori. L’Adinolfi è di parere che la parola «infra» possa interpretarsi abbasso od innanzi al Colosseo; sicchè il loro detto poco varrebbe a sciogliere il nodo della questione. Le parole del Lucchese sono più chiare, e sembra indicare la casa che corrispondeva alla piazza di S. Giacomo e che comunicava col Colosseo. Ciò non ostante, conchiude, non è da stimare per certissima, non essendo più case di essi addossate al Colosseo, ma una solamente.
Dalle parole del vescovo di Torcello si deduce che il Colosseo era stato cangiato in vera fortezza (munitio), difesa da genti armate e soldati, e che apparteneva alla famiglia dei Frangipani, quia dicta munitio fuit tota eorum.
La mole resistette agli attacchi della fazione parteggiante per l’antipapa, il quale, furente ed acceso di collera, andò a saccheggiare la Basilica Vaticana, il Patriarchio di S. Maria Maggiore ed altre chiese di Roma, servendosi delle usurpate ricchezze per corrompere i Romani, onde farsi da questi sostenere.
Innocenzo II passò in Francia, e vi si trattenne fino alla morte dell’ex ebreo Anacleto II. Al suo ritorno (il quale avvenne nel 1142), dovè con sommo suo dispiacere, assistere alla cerimonia della ripristinazione del Senato Romano e della Repubblica, la quale occupò il Colosseo e tutte le altre torri e fortezze dei Frangipani, nonchè quelle tenute dagli altri baroni creduti avversi al governo popolare[608].
«Spenta la persecuzione fatta da Pietro di Pier Leone (antipapa Anacleto II), si accese nel popolo romano la brama di ridurre nel proprio dominio Tivoli ed altre città del Lazio. In sulle prime rimasero vincitori i Tivolesi, ma poi ebbero la vittoria i Romani, sicchè quelli domandarono mercè al Pontefice, e l’ottennero. Dispiacque la concessione ai Romani; e, indignatisi contro Innocenzo, posero in vigore l’antico Senato. La famiglia Frangipani, che avea accolto nelle sue fortezze il Pontefice, fu tenuta dal popolo come nemica, e la torre Chartularia ed il Colosseo caddero in sue mani»[609].
Ma la Repubblica e i partiti popolari sono non di rado violente bufere che duran poco. Quando i popoli s’avveggono dell’inganno e del lucroso mestiere dei suoi corifei, dànno un passo indietro e tornano alla calma, tanto loro proficua e necessaria. Pochi anni dopo[610] Alessandro III, veduta in fiamme la chiesa di S. Maria in Torre, e la Basilica di S. Pietro nelle mani di Federico I; e, per le tante insidie tesegli dall’esercito di quest’Imperatore, trovandosi nella dura necessità di abbandonare il palazzo Lateranense; insieme ai cardinali ed ai vescovi discese alle sicure case dei Frangipani presso S. Maria Nuova, la Torre Chartularia ed il Colosseo: e quivi ogni giorno s’adunavano le Congregazioni, si trattavano cause e si davano risposte[611].
«In quell’epoca, dice il Gori[612] il Colosseo divenne la fortezza tutelare della libertà (sic) pontificia»; e dal Panvinio[613] apprendiamo che in quell’epoca «il Colosseo comunicò il suo nome ad una regione di Roma della quale i Frangipani erano i capitani, ed i cui bandonarii precedevano colle insegne il Papa nel dì dell’incoronazione».
Alessandro III scomunicò Federico I, e, forse nell’Agosto del 1167, partì da Roma, per maggior sicurezza, nelle due galere o battelli armati che aveagli mandato sul Tevere il re di Sicilia, Guglielmo[614].
Verso la fine del pontificato d’Innocenzo III (1216), Pietro Annibaldi, nipote per parte di donna del suddetto papa Innocenzo III[615], volle edificare una torre nelle vicinanze dell’Anfiteatro, onde poter attaccare i Frangipani e far loro abbandonare il Colosseo. Le torri degli Annibaldi erano sulla sostruzione del tempio di Venere e Roma, e se ne trova una traccia nella pianta di Leonardo Bufalino.
Ma i Frangipani non rimasero inerti, e dalla torre di Naione[616] e dallo stesso Colosseo procurarono mandare a vuoto il disegno degli Annibaldi. Questi però non si scoraggirono, ed il desiderio d’occupare il Colosseo era il loro sogno dorato[617]; ed ecco che si presenta loro un’occasione propizia. Federico II si porta in Acquapendente: si manifesta persecutore della Chiesa; rompe le relazioni con papa Gregorio IX, e mette in iscompiglio la città di Roma. L’Imperatore ebbe per un momento il sopravvento; e gli Annibaldeschi approfittarono di questa congiuntura per ottenere che Federico II forzasse i Frangipani, Enrico e Giacomo, a ceder loro la metà del Colosseo coll’annesso palazzo, e a sanzionare la cessione con giuramento[618]. Forse sull’altra metà aveva diritto il Senato Romano fin dai tempi di Corrado, allorquando fu violentemente presa; e ciò per porre nelle mani dei suoi favoreggiatori metà dell’ampio edificio.
E per giungere a tale determinazione, debbon esser sopraggiunti dei fatti che noi ignoriamo; poichè Federico II, all’epoca di Gregorio IX, quando era in possesso di quella fortezza, fu da Pietro Frangipane molto ben trattato.
I Frangipani, alla lor volta, reclamarono presso Innocenzo IV, domandandogli l’annullamento di quel trattato. Il papa annuì, e con breve del 18 marzo 1244 dichiarò nulla la cessione del Colosseo, per non essere stata opportunamente chiesta dai Frangipani l’indispensabile facoltà di poter cedere un luogo del quale essi non eran padroni, ma semplici feudatarî del sovrano Pontefice; e dichiarò pur nulla la permuta degli altri beni, perchè fatta non con libertà, ma sotto la violenza e le minacce di Federico II. Ecco il tenore della bolla: «Quum sicut lecta coram nobis vestra petitio continebat, nuper apud Aquapendentem in presentia Principis constituti, eidem ad suam instantiam ipsius timore perterriti, medietatem Colisei cum palatio exteriore sibi adiacente et omnibus iuribus ad ipsam medietatem pertinentibus dilecto filio Anibaldo civi romano titulo pignoris obligata, quae ab Ecclesia Romana tenetis in feudum de facto cum de iure nequiveretis, duxeritis concedenda, praestitis nihilominus iuramentis vos contra concessionem huiusmodi non venturos, licet ex hoc essetis non immerito puniendi, attendentes tamen, quod coacti quodammodo terrore tanti principis id fecistis, concessionem huiusmodi nullam esse penitus nuntiantes praedicta ad vestrum et Ecclesiae Romanae ius et proprietatem auctoritate praedicta revocamus: iuramentis praedictis nihilominus relaxatis, eadem auctoritate excomunicationis vinculo, ac poenae quinque millium marcharum argenti omnes qui contravenire praesumserit supponentes»[619].
Il Sommo Pontefice (per impedire che il Colosseo andasse a cadere nelle mani di Federico II, con grave danno di Roma) dichiarò formalmente esser l’Anfiteatro di diretto dominio della Santa Sede; e per questa pontificia dichiarazione si vennero a far manifeste le differenti opinioni dei varî partiti; poichè alcuni credevano che il Colosseo appartenesse alla Chiesa, mentre altri ritenevano appartenesse all’Imperatore.
Annullato il contratto, gli Annibaldeschi dovettero abbandonare il Colosseo, ove in quel frattempo avevano abitato: Annibaldenses quoque Romani Proceres se munierunt, in Colossaeo, in eoque habitarunt, quemadmodum antea Frangipanes[620]; e i Frangipani tornarono nel loro primitivo possesso.
«E quanto alle abitazioni fatte dai Frangipani entro il Colosseo, si riconoscono fino al presente le muraglie che occupano e dividono fra gli archi esteriori e gli interiori sopra l’antiche scalinate, al numero di 13 verso il Laterano, onde il circuito era molto considerevole, ed è a credersi, che fossero anche similmente chiusi quelli dell’ordine inferiore corrispondenti; ed in effetto nel pavimento dei superiori si scorgono aperture fatte per poter discendere con scale alle parti inferiori; ed anche si veggono nella stessa parte superiore chiusi i pilastri dei due portici nel mezzo, e formano due ambulacri, sino ove tagliato si vede tutto l’ordine dell’elevazione esteriore»[621].
Sul declinare del secolo XIII e sugli esordî del XIV, gli Annibaldi, malgrado la bolla pontificia, approfittando dei torbidi che agitarono Roma, tornarono in possesso del Colosseo. Però nel 1312[622], dopo il solenne banchetto tenuto in Roma dall’Imperatore Enrico VII, il quale era venuto nell’alma Città per ricevere la corona imperiale dai legati spediti da Avignone dal Papa Clemente V, lo stesso Imperatore costrinse gli Annibaldi a rendere alla S. Sede i palazzi e le fortezze delle Milizie, come pure la torre di S. Marco ed il Colosseo: Annibaldumque Militiarum palatia, munitionesque, ac turrim S. Marci et Colisaeum, quorum possessor erat reddere cöegit. «Non è a credere, dice l’Adinolfi[623], che tutto l’edifizio anfiteatrale fosse da questi abitato, benchè molte sue parti fossero state o chiuse o afforzate da loro per guarentirlo dalle parti contrarie all’una od all’altra famiglia. Occuparono fino al secondo piano dell’edifizio»[624].
Verso la metà del secolo XIV i Frangipani possedevano ancora un palazzo presso il Colosseo. Nell’archivio Lateranense[625] v’è un istrumento in data 22 Ottobre 1238, per il quale Pietro Riccardo Frangipane vendè ad Orso Orsini quartam partem Palatii magni et domorum junctorum Coliseo et prope Coliseum.
I Legati Pontificî posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo, il quale, come vedremo nel prossimo capitolo, fu nuovamente destinato ai pubblici spettacoli.
CAPITOLO TERZO. Il Colosseo nelle mani del Senato Romano — Giostre in esso celebrate.
Sotto il pontificato di Clemente V Roma e l’Italia trovavansi travagliate da gravi dissensioni. Il Papa, per riparare a tali mali e per il buon governo dell’una e dell’altra, inviò da Avignone tre Cardinali[626] i quali, come abbiam detto nel passato capitolo, posero sotto la giurisdizione del Senato e del Popolo Romano il Colosseo.
Ludovico Bonconte Monaldeschi, nei suoi Frammenti delle cose accadute dall’anno 1328 sino all’anno 1340, riferisce che il giorno 3 Settembre dell’anno 1332[627] il Senato Romano, in occasione della venuta di Ludovico il Bavaro, volle celebrare nell’Anfiteatro Flavio una caccia di tori. Questo racconto fu criticato e messo in dubbio da Leone Allacci, ma ritenuto come storico dal Muratori, dal Manzi, dal Nibby, dal Visconti, dall’Adinolfi, dal Lanciani, ecc. ed anche dal Gregorovius, il quale nelle due prime edizioni della sua Storia non dubita punto della storicità del fatto, ma poi nella terza e quarta edizione, benchè narri il racconto, nondimeno fa notare che la sorgente di esso porta tutti i caratteri della non autenticità.
Non v’ha dubbio che la Historia Monaldesca contiene parecchie cose che ci autorizzano a dichiararla qual lavoro di un falsario e probabilmente del noto Ceccarelli condannato a morte da Gregorio XIII per aver falsificato, come dice la sentenza, parecchi documenti precipuamente della famiglia Anguillara, ac etiam diversa Imperatorum privilegia, genealogias et historias. Ma il Fumi[628] (sostenitore della falsità della Cronaca e dell’opinione che le assegna per autore il Ceccarelli) scrive: «Egli (il Ceccarelli) razzolò lungamente negli archivî di Orvieto.... ed ebbe agio di consultare cronache e carte di casa Monaldeschi per comporre la sua Historia Monaldesca, dove seppe così bene mescolare cose VERE a cose false, da non poter scorger di leggieri dove l’inganno sia nascosto». Ora, ammettendo quanto il Fumi dichiara, non potremo noi opinare coi succitati autori, che il fatto delle giostre dei tori entri fra le cose VERE inserite nel zibaldone Monaldeschiano? Ed invero, quel racconto nulla ha in sè che lo renda sospetto, anzi trovasi in esso qualcosa che ci autorizza a ritenerlo autentico; ed è, che i nomi proprî dei giostratori son tutti convenienti all’epoca assegnata al fatto, mentre in altri racconti della Cronaca Monaldesca leggiamo, come osserva lo stesso Fumi, nomi classici inusitati fino a tutto il secolo XIV.
Nè ci è lecito dire essere impossibile che una giostra di tori sia avvenuta circa la metà del secolo XIV, perchè non possiamo asserire con certezza che quel giuoco non sia stato assolutamente in uso prima del secolo XV; e quanto io affermo, si deduce pur anche da queste parole dello stesso Fumi: «(la giostra del toro) assai VEROSIMILMENTE introdotta non prima del secolo XV».
Sicchè, seguendo io l’esempio dei suddetti autori, sotto ogni aspetto rispettabili, m’accingo a narrare il fatto. Anzi reputandolo interessantissimo tanto per la storia degli spettacoli celebrati nell’Anfiteatro, quanto per la storia di Roma e delle sue famiglie celebri, lo riproduco letteralmente. Ma siccome il codice donde il Muratori ne estrasse la descrizione è poco corretto, noi trascriviamo il racconto da un codice appartenente al barone P. E. Visconti e da lui stesso pubblicato nel Giornale Arcadico[629]. Anche le annotazioni sono dello stesso ch. Visconti.
«Nello detto anno (1332) si fece il giuoco del toro al coloséo: che avevano raccomodato tutto con ordine di tavoloni[630]. Fu gettato il bando per tutto il contorno, acció ogni barone ci venisse. Racconteró quelli giovani ci furono e chi ci morio[631].
«Questa festa, primieramente fu fatta alli tre di Settembre del detto anno. Tutte le matrone di Roma stavano sopra li balconi foderati di panno rosso. Ci era la bella Savella Orsina con due altre sue parenti. Ci erano le donne Colonnesi; ma la giovane non ci poté venire, perché si era rotto un piede al giardino della torre di Nerone[632]. Ci era la bella Jacopa di Vico, alias Rovere; e tutte menarono le belle donne di Roma. Perché a quella Rovere toccarono le donne di Trastevere; all’Orsina tutte quelle di piazza Navona e di S. Pietro; alla Colonnese tutte le altre che restavano, che arrivavano fino alli Monti e alla piazza Montanara, e a San Girolamo vicino al palazzo Savello. Finalmente, tutte le femmine nobili da una banda e le artigiane dall’altra[633]. Li nobili uomini da una banda: l’altri di mezza mano dall’altra, e li combattenti dall’altra. E furono cavati a sorte dal vecchio Pietro Jacopo Rosso da Sant’Angelo alla pescheria. Il primo cavato fu un forastiere da Rimini, chiamato Galeotto Malatesta[634], che comparse vestito di verde, collo spiedo in mano, e portava alla cappelletta di ferro scritto: SOLO IO COME ORAZIO. Andó incontro al toro, e lo ferì nell’occhio manco; ma il toro diede a fuggire. Allora esso ci dette una botta alla natica; e il toro tirava un calcio al ginocchio, e cascó; e il toro iva correndo ma non lo trovó.
«Uscì allora tutto carrucciato Cecco della Valle, ch’era vestito mezzo bianco e mezzo nero. Il motto che portava al cimiero era: IO SONO ENEA PER LAVINIA. E questo lo fece perché Lavinia si chiamava la figlia di messer Iunevale, ch’esso ne ardeva[635]. Combatteva valorosamente col toro, quando uscí l’altro toro, e così Meco Stallo[636], forzuto giovane, vestito di negro, che gli era morta la mogliera, e diceva il motto: SCONSOLATO VIVO: e si portó bene col toro.
«Uscì Caffarello, giovane sbarbato, che portava il colore del pelo del lione, e diceva suo motto: CHI LO PIÙ FORTE DI ME?
«Uscì un forastiero di Ravenna, figlio di messer Lodovico della Polenta, vestito di rosso e nero, e suo motto diceva: SE MORO ANNEGATO NE LO SANGUE DOLCE MORTE.
«Uscì Savello di Anagni, vestito di giallo, e diceva il suo motto: OGNUNO SI GUARDI DALLA PAZZIA D’AMORE.
«Uscì vestito di cenerino Giovanni Iacopo Capoccio, figlio di Giovanni di Marzio[637], e il motto suo diceva così: SOTTO LA CENERE ARDO.
«Poi uscì Cecco Conti, con un vestito di colore d’argento, e il motto diceva: COSÌ BIANCA HO LA FEDE[638].
«Uscì Pietro Capoccio, vestito d’incarnato, e suo motto diceva: IO DI LUCREZIA ROMANA SONO LO SCHIAVO. E voleva denotare, ch’era lo schiavo della pudicizia di Lucrezia romana.
«Uscì messer Agapito della Colonna, con un vestito di colore di ferro e certe fiamme di foco, e portava alla cappelletta una colonna. V’era scritto intorno: SE CASCO CASCATE VOI CHE VEDETE[639]. Voleva dire, che la casa Colonna era il sostegno del Campidoglio, e che le altre erano il sostegno del Papa.
«Uscì poi Alderano della Colonna, vestito bianco e verde, e portava una colonna al capo, col motto che diceva: QUANTO PIÙ GRANDE TANTO PIÙ FORTE[640].
«Uscì un altro sbarbatello, figlio di Stefano senatore; si chiamava Cola della Colonna, vestito color pardiglio, e con un motto: MALINCONICO, MA FORTE.
«Uscì un Paparese, vestito a scacchi bianchi e negri, col motto: PER UNA DONNA MATTO.
«Uscì Annibale degli Anniballi, giovanetto di prima barba, con un vestito di color marino e giallo, e suo motto era: CHI NAVIGA PER AMORE S’AMMATTISCE.
«Quel giovanotto di Stalli andava vestito di bianco ma co’ legami rossi: al cimiero il pennacchio col motto: SONO MEZZO PLACATO. E il vicino suo, cioè Iacopo Altieri, era vestito di celeste colle stelle gialle: il motto diceva: TANTO ALTO SI PUOTE. Il motto lo fece uno zio suo letterato, donde cominciò la grandezza di questa casa che aspirava alle stelle, e comprò la casa a Santa Maria de’ Stalli[641] e si chiamava Piazza d’Altieri.
«Uscì Evangelista d’Evangelista de’ Corsi, vestito di color celeste, e portava al cimiero un cane legato, e il motto diceva: LA FEDE MI TIENE E MANTIENE.
«Uscì Iacopo Cencio, con un vestito bianco e lionato, e il motto diceva: BONO COLLI BONI CATTIVO COLLI CATTIVI.
«Uscì il figlio di Fusco, con un vestito verde e brache bianche[642]: al cimiero v’era una colomba con le fronde d’oliva, e il motto era: SEMPRE PORTO VITTORIA.
«Uscì Franciotto de’ Mareri[643] vestito di verde come la donna smorta, e il motto era: EBBI SPERANZA VIVA QUA MI MUORE.
«E molti altri, che io mi stracco di raccontarli. Tutti assaltarono il toro, e ne rimasero morti diciotto, e nove feriti. Delli tori ne rimasero morti undici. Alli morti si fece grande onore, e ri portarono a seppellire a santa Maria Maggiore e a Santo Giovanni Laterano.
«Camillo Cencio, perchè il nipote ch’era un piccolino, nella folla era cascato, e fattolo cadere il figlio della sorella del conte dell’Anguillara, il Cencio gli diede in capo una stortata, che il povero giovane morse subito.
«La folla fu a santo Giovanni per vedere seppellire i morti al giuoco»[644].
Da questo racconto si deduce che il Colosseo, nei primi decennî del secolo XIV era luogo pubblico, ma già in parte rovinato e mancante di sedili, essendovisi dovuti fare per la descritta circostanza palchi di legno onde far sedere le gentildonne.
Dopo queste feste e deplorabili spettacoli dati nell’Anfiteatro Flavio, non troviamo nella storia che ve ne siano stati posteriormente celebrati altri; e lo stesso monumento non si nomina più nè come fortezza nè come luogo di spettacoli: neppure nell’anno del tribunato di Rienzo, in cui è fatta menzione di tante altre contrade di Roma.
CAPITOLO QUARTO. Il Colosseo danneggiato dal terremoto (a. 1349) — L’Arciconfraternita di «S. Sanctorum» nel Colosseo.
Dalla fondazione dell’Anfiteatro Flavio alla cessazione dei giuochi, Roma andò soggetta a parecchi terremoti, fra i quali quello ABOMINANDO, ricordato nella lapide di Basilio. L’Anfiteatro, come tutti gli altri edificî, ne risentì gli effetti; ma la sua solida struttura, la forma curvilinea e gli opportuni restauri lo tennero saldo.
Nel lungo periodo di abbandono, dal secolo VI al 1349, oltre alle insidie latenti del lavorìo demolitore delle piante e degli arbusti, o, come dice il chiarissimo Lanciani[645], «le radici delle piante arborescenti, le quali agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura....», il Colosseo ebbe a subire la violenza di altri non pochi terremoti, e principalmente di quelli avvenuti nei pontificati di Deodato (614-617), di Leone III (795-816), di Leone IV (847-855), di Benedetto IX (1044-1073), di Gregorio VII (1073-1085); ed anche, se si voglia, della brusca impressione dell’incendio di Roberto Guiscardo. Tuttavia fino al 1349 il nostro monumento, sebbene sconquassato, rimaneva integro. Così nel secolo VIII ce lo mostra la notissima profezia di Beda; e se, come alcuni vogliono[646], quella profezia fosse apocrifa (il che vuol dire scritta in epoca posteriore), essa ci renderebbe certi dell’integrità dell’Anfiteatro in tempi ancor posteriori al secolo VIII.
Le contese dei Frangipani e degli Annibaldi (i quali fino al 1312 si disputavano quella colossale fortezza) ci dicono pur esse che a quei tempi il Colosseo era integro, giacchè se la metà circa della muraglia esterna fosse già stata atterrata, non avrebbe certamente fatto gola a quei potenti principotti.
La prima breccia nel recinto dell’Anfiteatro fu aperta dal terremoto del 1349: ce l’assicura il Petrarca nella lettera che egli scrisse al suo Socrate[647], in cui descrisse i gravissimi danni causati da quello scotimento tellurico. Compreso dall’enormità di quel flagello, il Petrarca scrive che dalla fondazione di Roma per il corso di duemila anni non era mai avvenuto un egual cataclisma: ed a prova di ciò soggiunge immediatamente e con slancio oratorio: «Cecidit aedificiorum, veterum neglecta civibus stupenda peregrinis moles; cadde il Colosseo, quella mole, che sembrava dovesse vedere l’ultimo giorno del mondo». Di qui si deduce (ed è comune deduzione degli storici) che il Colosseo, rimasto integro fino al terremoto del 1349, allora per la prima volta cominciò a rovinare.
Che con la parola moles il Petrarca abbia voluto indicare il Colosseo, non se ne può dubitare; ce lo persuade l’espressione enfatica: moles aedificiorum veterum, tra gli antichi edificî la mole per eccellenza. Espressione che farebbe cadere nel ridicolo, come vi cadde il Gori[648], colui il quale volesse intendere per quella parola moles la torre dei Conti, di cui si parla nel periodo che segue. All’epoca del Petrarca la torre dei Conti contava dalla sua fondazione 485 anni, e 135 circa dall’ampliamento fattovi da Innocenzo III, per il quale fu resa toto urbe unica. Ora chi di noi potrebbe, dico, appellare la basilica di S. Pietro (riedificata da Giulio II circa 405 anni fa) moles aedificiorum veterum?
Ciascuno dei due edificî ha inoltre il suo proprio verbo che ne afferma la subìta azione: la moles aedificiorum veterum, CECIDIT; la turris quae Comitum dicebatur, ingentibus rimis laxata, DIFFLVIT.
Finalmente l’avverbio Denique, col quale il Petrarca incomincia il periodo seguente, decide senz’altro la questione. Denique, può ben dirsi dopo il racconto della catastrofe di due o più monumenti; ma non mai dopo il racconto della catastrofe di un solo monumento.
La caduta di una parte del recinto del Colosseo, avvenuta per il terremoto del 1349, è confermata, come giustamente opina il Nibby[649], da due documenti della seconda metà del secolo XIV. Il primo di questi documenti è una lettera colla data del 1362, scritta dal Vescovo di Orvieto (allora Legato Pontificio in Roma) a papa Urbano V. In essa il Vescovo si rammarica di non aver trovato altri compratori delle pietre del Colosseo, da lui messe in vendita, che i Frangipani, i quali ne volevano usare per la fabbrica di un loro palazzo[650]. — Il secondo documento è contemporaneo alla lettera del suddetto Legato Pontificio; e vi troviamo che i capi delle fazioni che allora laceravano Roma, trattarono di dividere fra loro i travertini che si sarebbero scavati dal Colosseo. «Et praeterea si omnes concordarent de faciendo tiburtinam, quod esset commune id quod foderetur[651]».
In questo secondo documento vien confermata più esplicitamente che nel primo, la caduta di una parte del recinto dell’Anfiteatro, già avvenuta agl’inizî della seconda metà del secolo XIV. Leggiamo infatti che i varî partiti si sarebbero divisi il prodotto di un’escavazione e non di una demolizione: quod FODERETUR e non quod DEMOLIRETUR; si trattava adunque di un cumulo di massi caduti, della famosa cosa Colisei.
Il Lanciani[652] crede che per cosa (espressione che troviamo in un documento del «liber brevium Martini V, Eugenii IV et aliorum», e che a suo luogo riporteremo) s’intenda la scarpata, lo sperone prodotto dalla rovina dei due baltei esteriori dalla parte che guarda il Celio. In quanto poi alle cause e al tempo di questa rovina, così parla: «È ignoto quando o come la rovina sia avvenuta, anzi è difficile trovarne una ragione soddisfaciente. La mano dell’uomo nulla ha che fare, in sul principio, con queste contingenze. Guardando il Colosseo dalla parte dell’Oppio, dove si mostra intatto e di robustezza a tutta prova, si escluderà anche il caso di caduta spontanea. Forse la prima origine dei danni rimonta al terremoto del 442, che fece crollare plurimas aedes ed aedificia, e nel Colosseo stesso l’Harena, il Podium, gli SPECTACULI GRADUS, ecc. Supponendo, prosegue, si sia manifestata una fenditura da cielo a terra, come quella che trovasi al dorso del Pantheon dalla parte della via della Palombella, soltanto con maggiore soluzione di continuità perchè si tratta di fabbrica a grossi cubi di travertino e traforata da tre ordini di archi, e da un giro di finestre, il resto è facilmente spiegabile. Una volta rotto l’equilibrio della fabbrica e aperta la via alla caduta dei massi, la rovina doveva fatalmente proseguire, tanto più che le radici delle piante arborescenti agivano a maniera di cuneo e di leva sull’uno e sull’altro orlo della frattura. Questo processo di sgretolamento, lento ma continuo, è illustrato graficamente da tutte le vedute e vignette del Colosseo anteriori agli speroni di Pio VII, di Gregorio XVI, e Pio IX, le quali mostrano i lembi del balteo anteriore fuori di equilibrio ed in pericolo imminente di caduta. Basta poi osservare lo stato della parte costruita da Pio VII verso lo stradone di S. Giovanni per riconoscere che il più lieve scuotimento del suolo ne avrebbe fatto precipitare tre o quattro arcate se non le avessero rette in piedi, a tempo, con potenti incastellature. Le incastellature non poterono essere tolte di posto, ma furono investite dallo sperone di muro: tanto grave sovrastava il pericolo. — I documenti che ho raccolto su questo capitolo della Storia della rovina di Roma provano, che allo sfasciamento, masso per masso, del Colosseo si dovè aggiungere la caduta istantanea di gran parte dei portici australi, la quale produsse una montagna o coscia di pietrame, vera miniera di materiale da costruzione per il giro di quattro secoli.
«La data di quest’avvenimento è stata ristretta fra il secolo VIII (quando il Beda parla ecc.) e l’anno 1386, quando furono dipinti gli stemmi della Compagnia di S. Sanctorum. Ma si può rinchiudere fra limiti più angusti. L’anno 1332 il 3 Settembre fu celebrata la giostra; l’anno 1362, i romani, il legato pontificio, i Frangipani già si bisticciavano de faciendo tiburtinam, con le pietre del Colosseo. La rovina dovrà adunque attribuirsi al terremoto del Petrarca, avvenuto al principio del settembre dell’anno 1349».
Benchè il Colosseo fin dal 1311 non fosse più fortezza, e fosse venuto in possesso del Popolo Romano[653], libero allora di sè stesso per l’assenza dei Papi dimoranti in Avignone; nondimeno non s’ha notizia di asportazioni di travertini del recinto del Colosseo che dopo il 1349. — Nell’intervallo corso tra il 1311 ed il 1349 al più furono liberamente asportati parte dei gradini del Colosseo per adattarli alle case della Città[654].
Essendo dunque il terremoto del 1349 stretto da limiti così vicini, mi sembra non potersi negare aver esso aperto la prima breccia nel recinto del Colosseo.
Durante il tristissimo periodo dell’assenza dei Pontefici da Roma, il Colosseo ed i suoi dintorni addivennero nido di ladri e dimora di malviventi. Il Senato ed il Popolo Romano, tristemente impensieriti, cercavano il modo di far tornare l’antica quiete e libertà in quella parte di Roma. Ma quanto era lodevole il pensiero, altrettanto ne era difficile l’attuazione.
Nondimeno la Compagnia dei nobili romani, detta del Ss.mo Salvatore ad Sancta Sanctorum, ne prese l’impegno; e, mercè la diligente vigilanza dei suoi guardiani, potè snidare dal Colosseo e da’ suoi dintorni quelle bande di malviventi.
In riconoscenza ed in premio di un’opera tanto vantaggiosa per il pubblico bene, il Senato ed il Popolo Romano, nell’anno 1381 concedevano alla Confraternita suddetta ed ai suoi Guardiani l’ius del vero e misto dominio sugli abitanti dell’Arco situato dietro la cappella del Sancta Sanctorum e sui dimoranti nella piazza Lateranense, via S. Clemente e dell’intiero rione Colosseo; donando ad essa in proprietà la terza parte dell’Anfiteatro. Vi fu però una restrizione, e questa riguardava qualche causa di morte la quale era di esclusiva pertinenza e diritto del Senato Romano[655].
Il Bonet ritiene invece che «il Senato di Roma prese questa risoluzione, di cedere cioè una terza parte del Colosseo e farvi un ospedale sotto il nome di S. Giacomo ad Colosseum, del quale parleremo in breve, per il fatto funesto avvenuto nelle giostre del 1332; e perchè i Romani aveano finalmente riconosciuto che quel luogo doveva venerarsi e rispettare perchè santificato dal sangue di tanti martiri cristiani[656]». Se l’arena del Flavio Anfiteatro sia stata o no bagnata dal sangue cristiano, noi lo vedremo nella PARTE IV di questo lavoro.
Il ch.º Adinolfi finalmente dice:[657] «..... la Compagnia del Salvatore fino dal 1366, stando ancora il Papa in Avignone, incominciò ad acquistare quella casa che gli Annibaldensi possedevano al Colosseo. Leggendosi in uno strumento di quell’anno che questa Compagnia comprò una casa che fu di Cola Cecco di Giovanni (degli Annibaldi) nel Coliseo pel prezzo di ducati 30, e che poco prima del trasferimento della Sedia Apostolica da Avignone in Roma, cioè nel 1369, Giovanni ed Andrea degli Annibaldi venderono alla medesima Compagnia l’intera metà della stessa casa, che conteneva sale e camere, posta nel Coliseo, unita con la metà dello spedale della prefata Compagnia ed a cui era innanzi la piazza di S. Giacomo, e negli altri lati era attorneata dall’edifizio del Coliseo pel prezzo di 30 fiorini d’oro[658]. Dal quale istromento conoscesi eziandio la forma di questa casa degli Annibaldensi riguardante colla facciata quella piazza e che per tre lati internavasi nello stesso monumento, non potendosi concepire diversamente la sua positura.
«Dagli acquisti di questa casa e dagli acquisti che avea fatto di altre lungo la via Maggiore che conduce al Colosseo, la stessa Società incominciò ad avere delle ragioni tanto sulla via medesima che su questo orrevole edifizio; e da ciò ne discorse che volgendo il 1386, nell’antico diploma del Senato, trattandosi di quella strada, fosse attribuita alli guardiani della Compagnia del Salvatore la giurisdizione sopra gli abitanti di questa via. E con quelle vendite fatte dagli Annibaldi anche il diritto sulla loro casa si aggiungesse con quello sulla via Maggiore; diritto che venne esaminato meglio nel 1418, quando li guardiani della Compagnia medesima interpretarono, riordinarono ed ampliarono quell’anzidetto diploma del 1386, e determinato più apertamente da una patente spedita molti anni dopo, cioè ai 29 di aprile del 1511, dalla quale senza alcuna dubbiezza sappiamo che il Colosseo per due terze parti appartenesse alla Camera Apostolica in forza di una bolla di Pio P. P. II, e per l’altra terza parte allo spedale del Sancta Sanctorum. Determinazione presa non solamente dietro la padronanza della Compagnia sulla casa degli Annibaldi, ma eziandio perchè godeva altri diritti, siccome quello del dominio di un solio termale o conca esistente dentro il Colosseo lasciatale per donazione fra viventi da Niccolò Valentini del Rione Monti[659], ma anche di una chiesetta nominata di S. Salvatore de Rota Colisei, perchè edificata, per quanto ne è dato risapere, nell’interno circuito dell’Anfiteatro.... Fo poco conto della padronanza che ebbe, oltre alla predetta conca e chiesa di S. Salvatore anche di una grotta detta in pari tempo casa, sulla quale stavano alcuni luoghi acconci alla custodia dello strame che la prefata Società aveva dato ad affitto ad un cotal Paolo di Stefano, correndo gli anni del Signore 1435»[660].
Dal 1386 al 1510, quei capitoli, ordinazioni e privilegi furono costantemente confermati dai Conservatori del Popolo Romano. Dopo quest’ultimo anno il Pontefice avocò a sè tutti i privilegi di vero e misto governo, e commiseli ad ufficiali speciali, investendoli della stessa giurisdizione fino allora avuta dai guardiani della Confraternita. Lasciò nondimeno ad essa la terza parte del Colosseo; e il resto rimase in dominio del Senato Romano[661].
Donata che ebbe il Senato alla Confraternita la terza parte del Colosseo, fu fatto dipingere sull’ingresso che è verso S. Giovanni lo stemma del Senato Romano e quello della Confraternita. Quest’ultimo stemma consiste in un’immagine del Salvatore, su di un altare, fra due candelabri ardenti. Altri stemmi, e in pittura e in iscultura, si posero nel prospetto che guarda S. Gregorio, cioè verso la Mèta sudante: e poichè gli stemmi suddetti si trovano sulle volte della terza arcata, si ritiene generalmente che a quell’epoca le due arcate dei portici anteriori fossero state già demolite.
Che due parti del Colosseo appartenessero in quei tempi al Senato Romano e alla Camera Capitolina, ed una terza parte alla suddetta Confraternita o Arcispedale, si rileva non solo come si disse, da una bolla di Pio II, ma anche da scritture autentiche, esibite dai guardiani della stessa in occasione della vendita di alcune pietre dell’Anfiteatro; nella qual vendita due parti della somma ritratta fu presa dal Senato, ed una parte dall’Arciconfraternita[662].
Il 28 Giugno 1604 la stessa Confraternita donava al Popolo Romano «il prezzo delle pietre impiegate nella fabbricazione del nuovo palazzo Capitolino». Per quest’atto di generosità, i Conservatori di Roma dichiararono novamente che la terza parte del Colosseo era di proprietà dell’Arciconfraternita[663].