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L'anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia

Note 591 — PARTE II. DAL SECOLO VI AL MEDIO EVO.

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Fra gli edificî che sorsero sulla parte dell’Oppio che guarda l’Anfiteatro, non ho ricordato le Terme di Tito, perchè, secondo il mio umile modo di vedere, credo si debbano queste ricercare, giusta l’opinione del Piale, non sul colle ma nel basso, nell’area occupata dai giardini di Nerone. E per verità, se ben si legge l’epigramma 2º di Marziale (De Spect.), apparirà chiara la situazione di quelle Terme. Marziale esordisce in quell’epigramma, indicandoci l’atrio della Domus aurea, il sito appunto ove sorgeva il Colosso Neroniano, vale a dire sull’altipiano della summa sacra via (Cf. anche l’ep. LXXI ad librum); e descritta con enfatico fraseggiamento l’immensità dell’edificio:

Unaque iam tota stabat in urbe domus, ne dà nel penultimo distico il termine, dicendo: che là, ove al tramonto si distendevano le ombre allungate del Claudio portico, erano le ultime lacinie incompiute dello sterminato edificio:

Claudia diffusas ubi porticus explicat umbras, Ultima pars aulae deficientis erat.

Determinata così la posizione dell’immenso fabbricato, passa ad insegnarci il luogo dello Stagno di Nerone:

Hic ubi conspicui venerabilis amphitheatri Erigitur moles, stagna Neronis erant.

E segue immediatamente:

Hic ubi miramur velocia munera thermas, Abstulerat miseris tecta superbus ager.

Le Terme di Tito, prossime all’Anfiteatro, Amphitheatro dedicato, thermisque IUXTA celeriter extructis (Suet. in Tito), noi dobbiam dunque ricercarle non sul colle, ove positivamente sorgeva il vasto fabbricato, ma nel basso ove dispiegavasi il superbus ager.

Sennonchè si presenta una difficoltà: la mancanza, cioè, di ruderi in quel tratto della pianura che si distende a levante del Colosseo. Ma questa difficoltà è più apparente che reale. Nella «Cronachetta» dell’Armellini (Fase. II, an. 1885) leggo una comunicazione del Lugari intorno ad alcuni ritrovamenti fatti all’angolo della «Via di S. Giovanni in Laterano» e della «Via Ostilia» mentre innalzavasi in quel sito una fabbrica dal sig. Gioacchino Costa. Ecco le parole del Lugari: «Sotto il piccolo fabbricato che esisteva nella località suddetta, io vidi alcuni anni indietro i resti di una fabbrica antica tuttora ben conservati, fra i quali una piccola stanza, la cui parete orientale correva parallela alla via di S. Giovanni. In questa s’apriva un vano interrato fino all’imposta dell’arco, che ricordo essere di bella costruzione. Ora cavandosi i fondamenti del nuovo fabbricato si rinvennero altri muri contemporanei ai già descritti, con restauri di età più tarda.... In un cavo apparve una parte di fascia di un pavimento a mosaico semplice bianco e nero. Tra le terre venne fuori un frammento d’iscrizione in caratteri dell’età degli Antonini. La lastra è grossa 0,06. Questo frammento di lapide, che il Sig. Costa mise gentilmente a mia disposizione perchè ne potessi prendere il calco, dice così:

. . . . . . . . CI . COMI . . . . . . . . . . NINI . AVG . SEI . . . . . . . . .VLANVS . ET . SOD . . . . . . . . . . LENDIDISSIMAM . . . . . .

Il Lugari giudicò quei muri dell’età degli Antonini; con tutto ciò, ritenendo col Piale che ivi fossero le Terme di Tito, pensò che la splendidissima donazione fatta ad un Sodalizio da uno degli Antonini, non fosse altro che la donazione delle Terme stesse, rese ormai inutili e per la lor piccolezza e per le vicine Terme di Traiano, e forse anche per l’erezione delle Commodiane; facendovi, il donatore, delle nuove opere onde ridurle ad uso di quel Sodalizio. Non v’ha dubbio che la scoperta di un ampio piazzale avanti all’Anfiteatro, dalla parte del Laterano, analogo a quello del lato opposto ove avea origine la Via Sacra (Gatti, Bull. Arch. Com. 1893, p. 117), ci fa ragionevolmente opinare che in quella parte sorgesse un importante edificio. Lo spazio poi che v’è fra le vie Maior e Merulana è tale, da poter contenere una fabbrica eguale a quella detta oggi comunemente le Terme di Tito. Non intendo con ciò dire che le terme disegnate dal Palladio, e da lui dette di Vespasiano, siano da adattarsi qui: no; la scala monumentale espressa in quel disegno, per la quale si ascendeva dalla pianura alla spianata che aprivasi dinanzi alla Terma, stabilisce quell’edificio indubitabilmente sul colle. Soltanto mi limito ad asserire che nell’area da me indicata, v’era lo spazio sufficiente per una Terma di limitate proporzioni, eguale a quella detta dal Palladio «di Vespasiano». Se poi fosse certo che il sito dei Castra Misenatium fu ove li ha collocati il ch. Lanciani nella Forma Urbis, dovremmo, per l’indicazione ΠΑΡΑ ΤΑΣ ΤΙΤΙΑΝΑΣ (Kaibel, Inscript. Gr. sic. 956, B. 15), ritenere le Terme di Tito sorte senz’altro in quel posto. E lì appunto ce lo indicherebbero e la medaglia di Domiziano e quella fatta coniare da lui stesso in onore di Tito e di Vespasiano, se fosse plausibile la mia idea di sopra accennata, e che consiste in credere che il portico a doppio ordine di colonne rappresentato in quei monumenti numismatici raffiguri le velocia munera. Più ragioni m’inducono a ravvisare in quel portico le Terme di Tito. E queste ragioni sono: 1.º Perchè in quello non posso riconoscere col Donaldson un passaggio che congiungeva il Palatino coll’Anfiteatro, poichè quel portico trovasi in tutt’altra posizione; dalla parte, cioè, del Laterano. 2.º Perchè non si può ammettere col Guattani e col Nibby che fosse quello un porticato che salisse alla casa di Tito sull’Esquilie; giacchè l’Anfiteatro, veduto com’è inciso sulle medaglie, guarda il Celio, e quindi, avrebbe esso impedito assolutamente la veduta di quel portico. 3.º Perchè nessuno degli antichi scrittori ricorda ivi alcun edificio non termale, la cui esistenza escluderebbe senz’altro da quel posto le Terme di Tito. Oltre a ciò, l’essere stato preferito nelle medaglie il prospetto dell’Anfiteatro che guarda il Celio, ci dice che quella scelta dovè aver avuto uno scopo. Ecco la ragione per cui io accennai l’opinione che in quei bronzi commemorativi si siano volute esprimere, nella loro reale positura, le tre opere dei Flavî: la Mèta Sudante, riedificata sontuosamente da Domiziano, la venerabil mole di Vespasiano e le velocia munera di Tito. Finalmente il non vedersi più quel portico nelle medaglie di Severo Alessandro e di Gordiano, dimostra che a questi Imperatori non più interessava quell’edificio, il quale, per aggiunta, fu ridotto ad altro uso (come v’è fondamento di credere) fin dai tempi di Commodo.

Ma che sono adunque le terme designate dal Palladio e che positivamente si trovano sul colle? Io opino che siano la parte termale della Domus aurea, divenuta poi domus Titi Imperatoris. Difatti la parete esterna dell’abside della sala maggiore (i ruderi della quale abside si vedono tuttora dietro la caserma delle Guardie di Pubblica Sicurezza) è parallela ai muri della Domus aurea, scoperti sotto le Terme di Traiano, e la sua cortina presenta caratteri di un’epoca anteriore ai Flavî, come pure a questa stessa epoca ci riportano gli avanzi del portico a pie’ della scala.

Giustamente nota il Lanciani che, a fine di dare significato pratico e materiale all’indicazione dei Cataloghi: thermae Titianae et Traianae, convien supporre che quell’edificio fosse stato unito alle Terme di Traiano con qualche braccio di porticato o almeno di passaggi sotterranei (Lanciani, Bull. Arch. Com. anno 1895, p. 112). Ma, a parer mio, con quel Thermae Titianae si alluse dai Regionarî alle Terme private della Domus Titi, forse allora rese pubbliche, facendole divenire con quel congiungimento un’appendice delle Traiane; e non già si volle alludere alle velocia munera, che verosimilmente nel IV secolo non più esistevano.

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