Note 125 — INTRODUZIONE STORIA GENERALE DEGLI ANFITEATRI.
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Tertulliano ci parla di questa spugna: «poterit et de misericordia moveri defixus in morsus ursorum et spongias retiariorum» (De Spect., lib. c. X, De munere). Questo passo, dice il Maffei (loc. cit., pag. 147) «indica, che ne’ reziarî così chiamavasi qualche arme da offesa, non da difesa;.... leggo moneri e non moveri, com’hanno le stampe..... perchè non fa senso. Ora una coperta del petto non sarebbe tanto a pietà opposta nè ben corrisponderebbe al morso degli orsi. I reziarî inoltre combatteano senza armatura, ed in tunica, e senza ascondere in celata la fronte come si legge in Giovenale (Sat. 8). Potea darsi per certa somiglianza alla rete, e poteva alla corta spada ancora, forse perchè il suo manico traforato fosse e lavorato a guisa di spugna. Inclino a credere questo per quel motto d’Augusto riferito da Suetonio (c. 26): Aiacem suum in spongiam incubuisse. Era questa una tragedia da lui cominciata, che non riuscendogli a suo modo, l’annullò cancellandola, al quale ufizio serviva presso gli antichi la spugna. Ma fredda facezia sarebbe stata quella d’Augusto, intendendo semplicemente, come Casaubono e tutti gli altri hanno fatto (fra i moderni V. Manuale della letteratura latina, G. Vitelli e G. Mazzoni, p. 301. Editore Barbera, 1907) senza che doppio senso potesse avere quella voce, l’istrumento da cancellare, per cui dovesse acquistar grazia tal detto. Parmi però potersene ricavar con certezza ch’anco alcune armi da punta portasse il nome di spugna, per lo che si venisse ad intendere, aver la tragedia avuto simil fine ad Aiace stesso che si diede la morte abbandonandosi sopra una spada».