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Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana

Della lingua Ebraica. Grammatici. CAPO II.

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Dai trattati, che a tutte le lingue, o almeno a molte appartengono, facciamo ormai passaggio a ciò, che intorno a ciascheduna si è scritto, e cominciamo dall'Ebraica, che probabilmente è d'ogni altra più antica. Niuno v'ha precettor di questa lingua, che non abbia preso a mostrarne l'utilità e la necessità. Così a cagion d'esempio il Pasini scrisse un'orazione su questo argomento, che abbiamo unita alla sua grammatica, e più ampio scopo scegliendo il P. Porta stampò in Milano un suo libro de linguarum Orientalium ad omne doctrinae genus praestantia. Ma sarei infinito, se tutti indicar volessi gli scrittori di questo genere. Uno però fra tanti e per la sua dottrina singolare, e per l'importanza del suo libro non potrebbe senza colpa esser da me trascurato. Questi è il Signor Ab. Bernardo de Rossi, di cui dovrò quì parlare più volte. Era egli nella prima sua giovinezza, e tutto era dedito allo studio delle lingue Orientali. I giovani compagni suoi, che avrebbono voluto divenir dotti senza troppa fatica, credevano inutile quello studio, e molti, e gravi argomenti opponevano al de Rossi, che pensava altrimenti. A persuadere i compagni scrisse un'opera sulle cause principali, per cui lo studio della lingua Ebraica si trascura, e lo diede alle stampe.[8] Mostra in questo libro, che i testi Ebraici non sono nè troppo corrotti, nè indegni d'esser consultati; che le versioni, e l'autorità della volgata non ci dispensano dal ricorrere al testo originale; che colle versioni, e colla volgata non si possono assai volte convincere gli Eretici, e molto meno gli Ebrei, e di ciò si offrono occasioni non rare, nè inutili; che hanno gli Ebrei parecchi libri, dai quali si può trarre giovamento: che questa lingua non è poi difficil tanto, che lungo tempo richieda per bene impararla. E nel trattare di queste materie discute questioni sottilissime, alle quali, aggiunge nuovi lumi di sommo pregio. Si veda a cagion d'esempio ciò che ivi p. 38. e seguenti dice di quel famoso versetto foderunt manus meas, et pedes meos Ps. 25. v. 18. Era egli in età di 26. in 27. anni, ma se gli anni eran pochi la dottrina era molta, e l'opera riuscì quale aspettar si poteva da un uom provetto in questi studj.

Ma venendo più da presso a ciò che spetta alla lingua Ebraica parlerò prima delle Grammatiche. E quì mi si presenta innanzi ad ogni altra l'ingegnoso libretto del P. Giovenale Sacchi sul modo di leggere l'Ebraico senza i punti[9]. Tutti sanno, che in questa lingua ugualmente che in più e diverse altre Orientali, si suole scrivere senza le vocali, cui si dee supplire leggendo, e che queste si vedono espresse per l'Ebraica nella Bibbia, ed ivi pure non in tutte le edizioni, e per l'Araba nell'Alcorano, per assicurare da ogn'incertezza ed equivoco la lezione in questi libri. Tutti sanno altresì, o almeno vedono tutti la difficoltà, che deve ciò cagionare. Alcuni hanno voluto persuadersi, che antichissimamente non fosse così nella lingua Ebraica, ed han creduto, che l'Alef, He, Vau, Jod, Het, Ain fossero vere vocali. Ma ciò ancora supposto non bastava per poter leggere, perchè molte parole si hanno, nelle quali parecchie consonanti si trovano unite senza interposizione di veruna di quelle supposte vocali; onde varj modi si propongono per supplire alla loro mancanza. Così pensava il Masclef, e poi il P. Giraudau. Si oppose a queste innovazioni il Benedettino Guarin, ma alle sue opposizioni non si arrendettero questi novatori, e si vide anche in Italia ristampata la Grammatica del Masclef,[10] il che mostra fra noi pure aver trovato fautori il suo sistema. Il P. Sacchi cadde in questo errore, ma la sua opinione almeno sostenne con maggiore apparato di ragioni, che i precedenti non fecero. Osserva egli, che i punti furono inventati dai Masoreti nel sesto secolo dell'era volgare, o in quel torno, e che S. Girolamo chiama vocali appunto quelle sei lettere dette di sopra. Vuol poi, che, tolte le aspirazioni tutte, quelle vocali si pronunzino A, E breve, E lunga U, I, ed O, ed ove dopo una consonante manchi una di queste lettere si supplisca un A: onde per esempio בראשית si legga barascit, non berescit, come or si legge. Per qual motivo egli supplisca questa piuttosto, che un'altra vocale troppo lungo sarebbe a ridirsi, e molto più lungo ad impugnarsi. Lasciando dunque star ciò, lasciando stare ugualmente l'improbabilità, che la memoria, e l'uso si perdesse dell'antica pronunzia, quando la regola era così breve, e facile a ricordarsi, domanderei volentieri, come possa accadere, che la lingua Ebraica non abbia veruna aspirazione, mentre quelle, che da lei nacquero ne hanno varie; come possa accadere, che in essa sola non si abbia scontro di due consonanti, mentre in quelle, che sono più dolci non solamente due, ma anche tre si uniscono senza vocali fra mezzo, e quattro e cinque in quelle, che sono più aspre.

Un argomento molto ingegnoso, e al primo aspetto assai forte deduce il P. Sacchi dal confronto de' due alfabeti Greco ed Ebraico e del valore numerico di ciascheduna lettera. Ma per rispondere a questo dovrei molto diffondermi, e perciò lo tralascio, tanto più che non è del mio instituto il fare una completa confutazione di quegli scrittori, che hanno traviato dalla verità. Dirò però solamente, che volendo persuadere i suoi lettori doveva almeno rispondere a tutti gli argomenti, che il citato Guarin ha recati in contrario nella sua Grammatica, e il Dupuy in una dissertazione sulle vocali della lingua Ebraica e dell'altre Orientali, che si legge negli atti della Reale Accademia delle inscrizioni e belle lettere di Parigi T. 36.

Alla Grammatica eziandio appartengono le ricerche erudite, che intorno alle Ebraiche lettere hanno fatte il Bianconi[11] e il P. Arizzara.[12] Il primo fa vedere qual fosse anticamente la forma delle lettere Ebraiche e Greche. Riguardo alle prime esamina se Esdra le cambiasse, e sostiene, che, tranne poche accidentali variazioni introdotte dai copisti, gli Ebrei conservarono dopo la schiavitù Babilonese gli stessi caratteri, che avevano innanzi. Nega in secondo luogo, che essi avessero due sorte di caratteri, cioè uno per le cose sacre, e l'altro per l'uso comune, come alcuni Rabbini hanno preteso. Mostra altresì, che gli Ebrei e i Caldei avevano la stessa lingua, e che solamente il tempo introdusse quelle varietà, che ora vediamo, e che della Caldea hanno fatto un dialetto dell'Ebraica. Qualche strana opinione sostenne questo dotto scrittore, siccome è quella, che anticamente gli Ebrei scrivessero da sinistra a destra,[13] a sostegno della quale opinione ricorse a certo siclo Samaritano pubblicato dal P. Hardouin.[14] Di quest'avviso fu pure il P. Ogerio,[15] il quale sull'orme del Nanclero attribuì ad Esdra l'aver introdotto l'uso di scrivere da destra a sinistra. Io non confuterò quì questo paradosso, che come ha detto il P. Fabricy[16] a niuno stabile fondamento è appoggiato, e riguardo alla interpetrazione di quel siclo è stato già confutato dal Canonico Francesco Perez Bayero.[17] Nè meno strano è l'altro suo divisamento, con cui dopo il Chishull vorrebbe togliere dall'alfabeto parecchie lettere, quantunque i Salmi 9. 25. 36. 37. 118. ed altri luoghi della Bibbia abbiano i versi, o le strofe contrassegnate colle lettere, che abbiamo presentemente, e coll'ordine stesso. Il P. Arizzara si è proposto di provare, che il carattere Ebraico adoprato ne' sacri libri del vecchio testamento è quello stesso, che usò Mosè, e gli altri scrittori sacri contro il Cappell il Vossio ed altri, i quali vollero questo esser Caldaico, e introdotto da Esdra, e quello di Mosè essere stato il Samaritano. Mostra egli, che nulla provano i contrarj argomenti tratti dalla schiavitù Babilonica, o da alcuni passi della Scrittura, o dall'odio degli Ebrei contro i Samaritani, e quindi da certe parole d'Isaia, e di S. Matteo, e da altre ingegnose osservazioni si sforza di cavar le prove della sua opinione. Egli perciò sostiene la sentenza del Bianconi; ma gli argomenti sono diversi.

Le Grammatiche di questa lingua pubblicate in Italia nel secolo decimottavo non sono poche; ma io indicherò quelle solamente, che o per la celebrità degli autori, o per qualche pregio particolare meritano, che se ne faccia special menzione. E sia la prima quella di Gennaro Sisti, che ha per titolo la lingua santa da apprendersi anche in quattro lezioni.[18] Per l'università di Napoli aveva egli pubblicata una breve grammatica[19], e poi l'Officio Pentaglotto a vantaggio di quella gioventù. Ma per agevolare vie più l'apprendimento di questa lingua immaginò poscia un metodo brevissimo e facile, e l'espose in questo libro. Pochi precetti racchiusi in piccoli versi, alcune tavole pe' suffissi de' nomi, e de' verbi e per le conjugazioni, certe industrie nella maniera d'espor le regole, di combinare, e riunire quelle, che hanno fra loro qualche analogia, e regolare gli esercizi, che dagli scolari si debbon fare, sono le cose, che rendono compendioso molto il metodo del Sisti. Esso è diviso veramente in quattro lezioni, ma queste son tali però, che richiedono almeno venti giorni ne' giovani più perspicaci d'ingegno. Nè con ciò s'impara la lingua, il che sarebbe impossibile, come ognun vede; ma solamente la declinazione de' nomi, i pronomi, la conjugazione de' verbi, i principali precetti intorno alla mutazione de' punti, ed a far uso del Lessico, col quale poi si possa cominciare a tradurre. Ma per dire il vero volendo esser breve è riuscito mancante di cose necessarie, e talvolta segue certe sue opinioni, che non da tutti gli saranno concedute. Quei versi poi sono affatto barbari, e spesso non intelligibili, e presso che sempre mancanti talmente, che la spiegazione aggiunta in prosa deve supplire a molte cose. Quantunque imperfetti però mi sembrano utili quei versi, come ajuti della memoria, alla quale basta spesso una parola, o un piccolo cenno, perchè si risvegli l'idea di più altre cose, che a quella parola, o a quel cenno sono connesse. Quantunque poi sia nuovo il metodo del Sisti non è nuovo il vanto d'insegnar questa ed altre lingue in tempo brevissimo.[20] Non può negarsi a questi metodi la lode di molta utilità, perchè giovano ad imparare la parte, che chiamano materiale delle lingue, ed a diminuirne la noja, che trattiene parecchi dal continuarne lo studio. Ma riuscirebbono dannosi ove un dotto e diligente Maestro non supplisse poi, quando è opportuno, con altri più diffusi precetti. In ordine autem, et modo disciplinae, diceva Bacone da Verulamio, illud in primis consuluerim, ut caveatur a compendiis, et a praecocitate quadam doctrinae, quae ingenia reddat audacula, et magnos profectus potius ostentent, quam faciant. Ho quì voluto notare queste parole, affinchè l'autorità di tanto scrittore serva a me di difesa, se tralascerò di registrare tanti compendj, che per la lingua latina massimamente agli anni passati inondaron l'Italia ad imitazione di qualche altra nazione, e al tempo stesso sia d'avviso a coloro, che con simili arti vogliono fare de' giovanetti tanti prodigj di dottrina in ogni facoltà; ma formano de' prodigj d'ignoranza.

Alcuni accusano la maggior parte delle grammatiche dei Cattolici di soverchia scarsità di precetti, ed altri condannano quelle degli Eretici, e molto più quelle degli Ebrei di soverchia prolissità, e minutezza. Il Pasini si prefisse di tenere una via media, e con questo intendimento fece la sua grammatica tratta in gran parte dal Buxtorfio.[21] Discreta e sufficiente quantità di precetti, chiarezza, e precisione nell'esporli sono i pregj di questa grammatica, che a ragione vien molto adoperata in parecchie scuole d'Italia. Molte eccezioni ed anomalìe, che sparse nella grammatica annojerebbono i principianti, e verrebbono dimenticate, si tralasciano, e a ciò si supplisce più opportunamente col porre in fine il catalogo alfabetico, e la spiegazione delle voci anomale, che nella Bibbia s'incontrano. Io bramerei solamente, che maggior estensione avesse data al trattato della sintassi, come tra i Cattolici ha fatto il Guarin, e tra gli Eretici il Buxtorfio, ed altri. Se nella lingua latina, nella quale tanti ajuti abbiamo per bene impararla, a lungo e minutamente si spiega la sintassi, e niuno crederebbe d'aver bene insegnata questa lingua, se ciò non facesse, io non so comprendere, come altri possa sperare d'aver bene insegnata l'Ebraica, facendo altrimenti. Alcuni dicono, che l'uso in ciò è il miglior maestro; ma se nella latina all'uso si vuole unire l'abbondanza delle regole, a me pare, che si debba dir lo stesso ancor dell'Ebraica. Il qual rimprovero io faccio non al Pasini solamente, ma ancora ad altri molti Grammatici Ebraici, ed a quelli delle altre lingue orientali, e della Greca. Nè mi si oppongano quelle, che poco fa hanno mandate alle stampe due chiarissimi luminari in questo genere di letteratura i signori Abb. de Rossi e Valperga Caluso.[22] Essi hanno voluto darci dei compendj, i quali io non condanno; anzi li credo ne' primi rudimenti giovevoli più che i molti precetti. Ma credo poi, che ai compendj debba succedere più copioso insegnamento o d'una grammatica più diffusa, o della viva voce d'un dotto Precettore, quali sono appunto i due testè nominati. E certamente il primo non tiene in se racchiuso il tesoro (bisogna bene usar questa voce per parlare di lui con verità) della sua erudizione, ma lo comunica senza riserva a' suoi uditori. Nè altrimenti fece il secondo, finchè fu moderatore della scuola Torinese, dove le prime, e vere origini della lingua Ebraica spiegava secondo gl'insegnamenti dello Schultens, e degli altri più insigni letterati Tedeschi ed Olandesi, il che senza dubbio si pratica ancora dal Signor Peyron, il quale ha meritato d'essergli successore.[23]

Oltre alla Grammatica già citata altre opere ha preparate il Signor Ab. de Rossi, che riuscite sarebbono utilissime agli studiosi, e dobbiamo dolerci, che gli siano mancati gl'incoraggiamenti per pubblicarle.[24] Utile altresì dovremo credere, che sarebbe riuscita, se si fosse pubblicata la Grammatica Ebraica, e Caldaica di Jacopo Cavalli Veronese, se possiamo congetturarlo dal titolo, che ne porta il P. Zaccaria negli annali letterarj d'Italia T. 3. p. 505.[25]

Non mancarono i Lessici all'Italia. Primo di tempo, se non di merito è quello del Bouget.[26] Egli non era Italiano, ma nato a Salmur, e lo pongo quì solamente, perchè fu per più e diversi anni maestro di questa lingua nel Seminario di Propaganda, e poi della Greca nell'Università di Roma, e per quel Seminario fece il suo Lessico, ed una Grammatica.[27] Egli lasciato l'ordine delle radici segue l'alfabetico, il che dispiacerà a molti. Ma più assai di questo credo, che si debba rimproverare al Bouget la totale mancanza d'esempj, e il significato non sempre esatto e compiuto delle voci, oltre all'esecuzion Tipografica, che spesso genera confusione.

Altri Lessici dettero lo Zanolini e il P. Montaldi. Ambedue seguono l'ordine delle radici, ambedue ebbero in mira di togliere dalle mani della gioventù i lessici degli Eretici, ne' quali v'ha sempre più o meno nascosta qualche parte de' loro errori. Il primo lo fece pel Seminario di Padova.[28] Egli è diligente nel registrare i significati diversi di tutte le voci, le diverse modificazioni de' nomi, e le costruzioni loro cogli affissi; ed inoltre vi ha aggiunte alcune osservazioni intorno alle antichità Giudaiche, ed alla Filologia Sagra, dove gliene veniva il destro. Io sarò costretto d'accusare più volte di plagio quest'autore, ma non posso dire, se simil taccia abbia meritata ancora nel Lessico Ebraico, che non ho veduto. Il secondo,[29] professore della stessa lingua e di controversie nel Collegio Germanico di Roma ha usato anch'egli la maggior diligenza nel porre tutte le modificazioni testè accennate, e le diverse spiegazioni delle voci, ricorrendo, ove è qualche controversia, ai migliori Lessicografi e Critici sacri, ed alle interpetrazioni Greche dei Settanta d'Aquila di Teodozione e di Simmaco, e a quelle delle altre lingue affini all'Ebraica, ed ai migliori Rabbini, avendo però sempre quel riguardo, che alla volgata si deve in quelle cose massimamente, che ai costumi appartengono ed alla Fede. Sì fatta cautela è senza dubbio non solo commendabile, ma ancor necessaria: e riprendo l'ardir degli Eretici autori di cose ebraiche, che spesso a lor talento spiegano il sacro testo. Parmi però, che alcuna volta util cosa sarebbe ricorrere alle lingue araba, e siriaca, che sono, dirò così, della stessa famiglia coll'ebraica, come hanno fatto parecchi Tedeschi, e massimamente lo Schultens, il Michaelis, il Simonis, l'Eichorn, ed altri: ed ove ciò si faccia non a capriccio, ma secondo le regole della critica i cattolici dogmi rimarrebbono inconcussi, salve le leggi de' costumi, e la Santa Romana Chiesa trionfante. Un Lessico Ebraico compilò il dottissimo Cardinale Michelangelo Luchi, che si dee conservare fra i molti suoi manuscritti nella Vaticana. Ed il Bjoernstaehl ne' suoi viaggj parla del P. Conreale monaco Benedettino, che nell'anno 1772. viveva a Monte Cassino e fece una Grammatica, un Lessico, ed altre opere intorno a questa lingua in novanta volumi in foglio, di che ha pubblicato ancora un saggio,[30] ma non mi è riuscito d'averne ulterior notizia.

Celebre è la quistione, che fra gli eruditi si agita intorno alla poesia degli antichi Ebrei. Vogliono alcuni, che essa consistesse in una determinata disposizione di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, come la Greca, e la Latina. Altri pretendono, che avesse rime, e fosse simile alla nostra. V'ha chi la fa consister tutta negli accenti. E finalmente alcuni niuna altra poesia concedono agli Ebrei, fuorchè lo stile. L'Abate Biagio Garofolo scrivendo intorno alla poesia degli Ebrei e de' Greci difese la seconda opinione.[31] Vuol però, che le rime degli Ebrei non fossero sempre composte delle stesse lettere. Confessa, che mancano molte rime, e lo attribuisce a negligenza de' copisti. Quindi parla dello stile, di cui rileva le bellezze: e finalmente de' principali poeti Greci ragiona secondo i tempi, in cui vissero, e secondo i diversi generi, ne' quali scrissero, dando di ciascuno un conveniente giudizio. Incontrò egli un acre avversario in Raffaele Rabbenio Medico Ebreo, che sotto finto nome stampò, squarcio di Lettera del dottissimo Bernabò Sacchi sopra le considerazioni del signore Biagio Garofolo intorno alla poesia degli Ebrei. Aosta. (Padova) 1709. in 8. E poco dopo una Lettera di *** scritta ad uno de' suoi amici sopra un saggio di critica del signor Giovanni Clerico intorno alla poesia degli Ebrei. in 8. Il Rabbenio voleva provare, che la poesia Ebraica avesse metro consistente in una determinata misura di piedi composti di sillabe lunghe, e brevi, ma gli è accaduto di mostrar solamente, che consiste nelle parti del tempo, in cui i versi si pronunziano, e che la quantità di questo tempo dipende dall'accento, il che avverte il Garofolo nella sua replica.[32] Il Rabbenio, negando la rima alla poesia Ebraica, confessò però, che vi si trovano alcuni finimenti simili, nella qual confessione crede il Garofolo, che egli si contradica, perchè i finimenti simili sono rime. Ma a me pare, che in ciò lo riprenda a torto, perchè il trovarsi qualche rima nel testo Ebraico non vuol dire, che nella rima consista quella poesia. Più altre operette poi si stamparono da ambe le parti, che tralascio d'indicare, perchè niun utile ne venne per decidere la questione, o per illustrare la lingua. Favorevole alla rima si mostrò ancora il P. Casini Gesuita, e Lettore di Sacra Scrittura nel Collegio Romano nella sua breve dissertazione de divina poesia sive de psalmis, canticis, deque omni re poetica. Romae 1751. in 4. Ma distingue due sorte di versi, una a più severe leggi soggetta di certa misura di piedi, e di desinenze, e la vuole usata nelle lamentazioni ne' cantici, e ne' Salmi; l'altra più libera, e quasi media fra la prosa e il nostro verso nella quale dice, che scritte furono le profezie. L'Avvocato Mattei, che trattò anch'egli della poesia Ebrea[33] molto saviamente lasciò indeciso, se fosse rimata, o simile alla Greca, e alla Latina, o se consistesse in altro modo diverso; ma poi, non so con qual fondamento, pretende, che essa fosse a foggia de' ditirambi, ne' quali si trovano unite a capriccio molte sorte di versi. Il fatto sta che non abbiamo più mezzi per decidere sì fatta questione, cui gli eruditi dovrebbono ormai abbandonare, come insolubile.

Notes in this chapter

Note 1 · De praecipuis caussis ac momentiis neglectae hebraicarum litterarum disciplinae disquisitio elencthica. Augustae Taurinorum. 1769. Scrisse aNote 2 · Dell'antica lezione degli Ebrei, e dell'origine de' punti, dissertazione. Milano, Orena 1786. in 8.Note 3 · Bononiae apud Hieron. Corriolani ec. 1750. in 8.Note 4 · De antiquis litteris Hebræorum et Græcorum libellus Io. Baptistæ Bianconi. Bononiae, Colli 1748. in 4.Note 5 · De Hebraicorum characterum origine et antiquitate disquisitio elencthica auctore Fr. Hyacintho Arizzara. Mutinae apud Soc. Typ. 1782. in 4.Note 6 · De antiq. litt. Haebr. et Gr. p. 29.Note 7 · Ad Plin, H. N. Lib. 7.Note 8 · Gr. et Lat. ling. Hebr. p. 62.Note 9 · Diatrib. qua Bibliographiae antiquariae, et sacrae critices capita aliquot illustrantur p. 270.Note 10 · De Numis Hebraeo-Samaritanis. p. 165.Note 11 · Venezia presso Gius. Bettinelli, 1747. in 8.Note 12 · Epitome linguae sanctae. Neapoli 1741. Il Sisti scrisse ancora trattato delle quattro dentali. Venezia. 1766. in 8. e Trattato delle quattroNote 13 · Il celebre Cardinal Bellarmino si offeriva di insegnar l'Ebreo in otto giorni, come dice il P. Bartoli nelle sua vita Lib. 1. Cap. 10. RuggiNote 14 · Dikduk lascion hakodesc, hoc est Gramatica linguae sanctae institutio cum vocum omnium anomalarum indice, et explicatione auctore Josepho PaNote 15 · De Rossi Synopsis institutionum hebraicarum. Parmae 1807. in 8. Caluso Prime Lezioni di Grammatica Ebraica. Torino 1805. in 4.Note 16 · A me rincresce di non potere onorare queste mie carte facendo menzione delle opere, di un uomo così dotto nelle lingue Orientali e nella GreNote 17 · Istruzione sopra gli studj Ebraici, e la maniera di ben condurli. Chiave dell'Ebreo senza punti, o epilogo d'osservazioni, che ne facilitanoNote 18 · Dikduk, sive utriusque grammaticae hebreae scilicet atque Chaldaicae accuratae disquisitiones, praecaeteris quae hactenus prodiere, castigatNote 19 · Lexicon haebraicum et Chaldaico-Biblicum ordine alphabetico ad usum Collegii Urbani de Propaganda fide. Romae 1737. in fol.Note 20 · Grammaticae hebreae rudimenta ad usum Collegii etc. Romae 1717. in 8.Note 21 · Otzar lascion hukodeso (Thesaurus linguae sanctae) Lexicon hebraicum ab Antonio Zanolino T. U. D. in Seminario Patavino linguarum OrientaliuNote 22 · Lexicon Hebraicum et Chaldaeo-Biblicum etc. Io. Buxtorfii et aliorum doctissimorum virorum operibus excerptum digessit, multisque auxit atquNote 23 · Bjoern. Lettere su i suoi viaggi. T. 2. p. 211.Note 24 · Considerazioni intorno alla Poesia degli Ebrei, e de' Greci. Roma 1707.Note 25 · Osservazioni di Ottavio Maranta (cioè del Garofolo) sopra la Lettera di Bernabò Sacchi ec. Venezia 1711. in 8.Note 26 · I Libri Poetici dalla Bibbia. Dissertazione preliminare Capo 1. e 2. Mi servo dell'edizione Napoletana del 1773. non avendo quella più ampia
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