Edizioni degli Autori Classici, e commentatori. CAPO XIII.
Reading edition
Usciamo finalmente dalle noje Grammaticali, e passando a cose alquanto maggiori vediamo qual vantaggio abbian recato gl'Italiani alla lingua latina procurando nuove edizioni de' classici scrittori. Quella di molti Poeti fatta dall'Argelati in Milano, ed accompagnata da versione Italiana, la quale chiamerò prima collezione Milanese, e la collezione di tutti gli stessi poeti pubblicata in Pesaro niuna illustrazione presentano, e perciò non debbono aver quì luogo. Celebri sono le edizioni Cominiane; ma debbono la celebrità loro alla nitidezza della stampa, ed alla correzione, non a nuovi comenti; se poche se ne eccettuino delle quali parlerò fra poco. Anche il Loschi co' torchj del Bettinelli stampò nitidamente gran parte de' classici latini con poche annotazioni, le quali però non sono quasi altro che un succinto compendio di quelle de' precedenti comentatori. Parecchi Poeti latini con versione Italiana furono pubblicati dai Monaci di S. Ambrogio di Milano poco innanzi alla fine del secolo, e questa edizione sarà da me chiamata seconda collezione Milanese. In essa i chiarissimi editori accompagnarono il testo d'alcuni autori con pregevoli annotazioni di sobria, ma utile erudizione, e di giudiziosa critica. Lasciando però queste grandi Collezioni parlerò piuttosto dei particolari scrittori, e di Cicerone prima d'ogni altro. Le opere di questo grande Oratore, e Filosofo prese a pubblicare lo stampator Porcelli di Napoli, ed è da dolersi, che la sua ottima edizione non sia compiuta[329]. Quanto v'ha di meglio nelle edizione del Manuzio, del Grevio, del Vesburgio, del Davis, del Pearce, e in una parola di tutti gli editor precedenti, con parecchie altre collezioni inedite si trova quì raccolto. Sono alcuni, ai quali dispiacciono quei lunghi commenti, che nell'edizione de' Classici usurpano la maggior parte d'ogni facciata, concedendo appena poche linee al testo. Questi forse si dorranno dell'editore Napoletano, che è stato copiosissimo nel raccogliere annotazioni. Ma quì la copia non è inutile, anzi è giudiziosa molto, e mal si apporrebbe chi volesse fargli per ciò querela. De' commentatori, che quì si vedono, io debbo nominar quelli soltanto, che sono Italiani, e vissero nel secolo decimottavo. In primo luogo vuol essere ricordato Gasparo Garatoni, che parecchie egregie note somministrò, ora interpetrando alcuni luoghi più oscuri, ed ora presentando nuove varianti utilissime. Il secondo è Marc'Antonio Ferrati, che nelle sue Latine epistole[330] non poco giovò all'intelligenza del testo, ma non fu sollecito di consultar manoscritti per emendarlo. Jacopo Facciolati è il terzo, che le due orazioni pro P. Quintio e pro Sex. Roscio Amerino pubblicò in Padova,[331] e poi in Venezia i libri de officiis e quello di Quinto Cicerone de petizione consulatus[332], corredando queste opere d'ottime sue note, che nell'impressione del Porcelli si vedono almeno in parte ristampate. Molto più di questi, e più d'ogni altro illustratore di Cicerone faticò intorno alle opere sue il Gesuita Lagomarsini. Egli impiegò ben trent'anni a collazionare trecento codici, e trarne le varianti, che in ventisei volumi trascrisse[333]. Ma sventuratamente il frutto di tanta fatica è forse perduto.[334] Certo è almeno, che dopo la morte del Lagomarsini, e dopo che con grave danno della Chiesa, e delle lettere furono soppressi i Gesuiti niuno ha più fatta menzione di quella sua opera, e l'editore Napoletano di Cicerone, che tanta diligenza adoperò per la sua edizione nè pure ha fatta parola di lui[335]. Egli aveva altresì dai Codici Fiorentini raccolto gran numero di varie lezioni per gli autori delle cose rustiche, e in molti luoghi aveva emendata l'edizion Gesneriana, e ciò che egli scrisse e radunò intorno a questa si conserva nella libreria del Collegio Romano[336]. E giacchè è caduta menzione degli autori delle cose rustiche mi viene in acconcio di parlar quì del Morgagni, e del Pontedera. Poco fece il primo in questa parte, ma quel poco è ottimo. Morgagni paucae nimis observationes ingenium suave atque eruditionem egregiam medici peritissimi totae spirare mihi visae sunt dice lo Schneider accuratissimo editore di questi scrittori[337]. Ma il Pontedera non solamente gl'illustrò bene, ma gl'illustrò anche molto. I precedenti editori Gesner, ed Ernesti erano stati verso lui alquanto ingiusti, e v'ha chi asserisce ancora essersi il primo non poco arricchito delle spoglie dell'Italiano Filologo[338]. Il che mal sofferendo l'amico suo Andrea Marano, e facendone con lui amichevole lagnanza il Pontedera si risolvette finalmente di apprestare un'edizion nuova di Catone, Varrone, e Columella. Fu allora che da lui pregato il Lagomarsini raccolse le varianti, delle quali ho fatto parola. La morte interruppe poi il suo disegno, ma non fu inutile ciò che egli aveva apparecchiato, perchè un dotto Padovano raccogliendo le sue carte inedite le stampò non sono ora molti anni[339].
A questi succedano due medici illustrati dal principe de' moderni anatomici, cioè Celso, e Sammonico. Una bella edizione ne fece uscire dai celebri torchj Cominiani Giambattista Volpi ricca di due lettere sopra il primo, ed una sul secondo[340] del Morgagni, il quale però non cessò con ciò di lavorare intorno alle opere di quegli autori. Ma alcuni anni dopo le sue lettere Celsiane aggiunsero al numero di otto, ed a due quelle intorno a Sammonico[341]. Molto fece quel grand'uomo in quest'opera per correggere ed emendare il testo, e v'impiegò tutta la sua dottrina medica, che era somma, e la sua cognizione nella lingua latina che era pure grandissima; ed in ciò l'ajutò ancora il latinissimo Facciolati, che gli somministrò quindici belle osservazioni da lui ivi inserite. Restò però molto a farsi, ed altri medici chiarissimi si affaticarono intorno a Celso. Leonardo Targa dotto medico Veronese, e pieno della più bella letteratura[342] intraprese il viaggio di Firenze e di Roma per consultar codici, e col soccorso di questi ne dette un'ottima edizione in Verona nel 1769.[343] Anche Lodovico Bianconi ebbe in animo di far lo stesso, e ve l'ebbe lungo tempo, perchè molto amava Celso, e frutto del suo amore furono le auree sue lettere dirette al Tiraboschi. Collazionò molti codici Romani, Parigini, Modenesi, Milanesi, Bavaresi, e mandò da Dresda a Firenze un suo Segretario per collazionarne altri. Qual fosse l'esito delle sue carte, e come all'impresa medesima si accingessero il Lupacchini medico dell'Aquila e il Mariotti di Perugia si può vedere nelle citate lettere p. 262. 263.
Difficil cosa era il dare una buona edizione di questo scrittore, perchè richiedeva pazienza molta, e molta cognizione di medicina. Ma più difficile era il far lo stesso per Vitruvio, l'opera del quale con molti errori ci è stata tramandata per la negligenza ed ignoranza de' copisti, ed a correggerli si richiede profondità di dottrina nell'architettura. La possedeva il Poleni, che pensò di darne una nuova edizione, ma con danno grave della Repubblica delle lettere non l'eseguì. Qual sarebbe riuscita per le sue cure si può facilmente congetturare dalle sue Exercitationes Vitruvianae Patavii 1739. T. 2. in 4. e dal giudizio, che Apostolo Zeno ne dà. «Egli (il Poleni) dopo molti anni sta tutto ancora applicato nell'illustrare Vitruvio, sopra il quale ha fatte fatiche incredibili, collazionandone non solo tutte le edizioni, e le versioni, che ne abbiamo alle stampe, ma ancora molti antichi codici, che da varie parti gli sono stati inviati, e corredando l'opera sua di bellissime annotazioni: talchè sono persuaso, che la pubblicazione di quest'opera sarà per fare onore non solamente a lui, ma all'Italia, ed al secolo in cui viviamo»[344]. Lo fece poi il Galiani ristampando il testo latino, che accompagnò con traduzione, note, e varianti[345]. Fece egli cosa utile molto, e lodevole; non tanto però che abbia tolta l'occasione di desiderare un'altra edizione più accuratata, e meglio illustrata. All'architettura appartiene ancora l'opera di Frontino su gli acquedotti di Roma, che il Poleni ristampò corredandola d'un egregio comento, che niente lascia a bramare[346].
Gratissimo dono fece al pubblico l'Abate Giovenazzi d'un frammento medito di Tito Livio, che ha il solo difetto d'esser troppo breve: ed egli lo ha reso ancor più prezioso accompagnandolo con eruditissime annotazioni[347]. Alla scoperta di così insigne monumento paragonar si potrebbe in qualche modo, benchè molto inferiore di pregio, la nuova edizione di Sesto Rufo, e di Publio Vittore de regionibus urbis, che il Gori nel Tomo quinto delle sue simbole Fiorentine promise, in cui il testo non solamente esser doveva emendato, e corredato di note, ma ancora accresciuto. Egli però non eseguì la sua promessa, e difficilmente mi posso persuadere, che gli accrescimenti dovessero esser molto considerabili. Chiuderà il novero degli scrittori di prosa lo storico Sallustio. Molto egli deve a Gaetano Volpi, che una nitidissima edizione dette delle sue opere dopo averle con diligenza collazionate con ottimi codici, e le illustrò con eccellenti annotazioni[348].
Non parlerò quì delle disquisitiones Plinianae del Conte della Torre di Rezzonico, le quali appartengono piuttosto alla storia letteraria, che al mio argomento. Nè dirò pure d'alcune edizioni d'autori classici accompagnate dalla traduzione Italiana, che mi tornerà in acconcio di ricordare, ove de' traduttori terrò discorso. A parlar de' poeti mi condurrà naturalmente l'Apocolocyntosi di Seneca, mordace Satira mista di prosa, e di versi. Il Guasco ristampandola la corredò di molte e belle annotazioni, e di parecchi pregevoli monumenti[349], con che quell'operetta, che dopo le cure de' precedenti editori era tuttavia alquanto oscura, è adesso chiara abbastanza. Un piccolo saggio, ma lodevole diede ancora il Vannetti del suo valore nell'illustrazione degli antichi scrittori, comentando una scena di Terenzio[350]. Ma passiamo a cose maggiori. Non molta fatica fu impiegata intorno a Virgilio. Le opere sue di propria mano trascritte da Turcio Rufo Aproniano, che fu console il 494. giunsero fino a noi non offese dal tempo, e quel codice prezioso si conserva nella Laurenziana. Il Foggini lo pubblicò nel 1741. pe' torchj del Manni con ottimo divisamento, ed è questa edizione per la singolare antichità del manoscritto la migliore illustrazione, che si potesse desiderare. Orazio ebbe nell'Abate Francesco Dorighelli un buono interpetre, che da' precedenti comentatori scegliendo il meglio, ed aggiungendo le sue spiegazioni ha dato prova non mediocre di giusto criterio e di erudizione[351]. Forse alcuno potrebbe accusarlo di soverchia parsimonia nelle note, ma dove tanti editori sono in ciò copiosi eccessivamente merita scusa quello, che per evitare tale difetto inclina alquanto al difetto opposto. Fra gl'illustratori d'Orazio si dee collocare il Signor Cesarotti per le Osservazioni che si leggono nel tomo trentesimo delle sue opere. Riguardano queste due oggetti diversi. Alcune sono filologiche ed hanno in mira di spiegare alcuni luoghi, che desiderano qualche dilucidazione, altre sono critiche, ed indicano le maggiori bellezze, o riprendono i difetti, ne' quali a suo giudizio è caduto il principe de' lirici Latini. Molti forse non vorranno adottare certe sue spiegazioni, come nel principio della prima ode, dove propone con una nuova punteggiatura una nuova spiegazione. E basti questo cenno solo per brevità, giacchè l'opera è nelle mani di tutti. Che dirò poi delle critiche? Nel primo libro l'ode 13. (secondo altri 12.) Quem virum ec. non è che un accozzamento d'elogi che vanno a terminare in Augusto senza proporzione, disegno ed economia, ed in essa l'auritas quercus è un espressione assai ardita, e che a' tempi nostri si direbbe non a torto secentistica. Nella 16. (ovvero 15.) al v. 3. in vece che Nereo incatenasse i venti a loro dispetto non sarebbe stato meglio l'immaginar che i venti s'arrestassero da se? Così feci nella mia traduzione. La chiusa poi è languida, e il Signor Cesarotti con ammirabile ingenuità ci assicura, che egli ha fatto assai meglio traducendo, Per te fellon fia cenere, come ho accennato di sopra. La 21. (oppure 20.) è un biglietto che non vale la pena d'esser posto in versi. La 24. e la 27. sono cose da nulla, la 39. è una vera inezia. Nel lib. 3. l'ode 4. così vantata a lui pare una fanfaronata poetica piena di luoghi comuni nella quale si è incastrato un episodio mitologico senza appicco, e che in fondo ha più di borra, che d'interesse o di sostanza. La 9. alzata alle stelle generalmente a lui pare una puerilità priva di naturalezza, di interesse, e di grazia. Anche, nella lingua Latina egli vuole che abbia peccato Orazio ora usando qualche espressione, che sente del comico, come uxorius amnis Lib. 1. od. 2. la quale però egli avrà creduta poetica[352], ora adoperando altre espressioni non adattate, come nella 14. (ovvero 13.) al v. 8. lentis penitus macerer ignibus, dove il critico c'insegna che lentus vuol dire arrendevole, ed Orazio forse avrà creduto che avesse ancora altri significati, e fra gli altri quello di diuturno e per ciò non male esprimesse la qualità d'un fuoco, che lentamente lo tormentava; e in questa opinione sarà stato anche Tibullo, quando disse lento torquet amore Lib. 1. El. 4. v. 81. Su queste ed altre simili critiche non farò veruna riflessione, poichè qualunque leggitore saprà farla da se, e senza più parlerò d'un'altro illustratore d'Orazio assai diverso, cioè del Cavaliere Clementino Vannetti. Egli nelle sue osservazioni sopra questo poeta[353] parlando di più, e diverse traduzioni delle sue opere, nel volgarizzamento d'una epistola, nelle lettere sopra il Sermone Oraziano imitato dagl'Italiani e sulle poesie didascaliche di lui ingiustamente condannate dallo Scaligero, nella descrizione della sua Villa, e nel giudizio sopra l'Orazio Bodoniano si può chiamare un perpetuo comentatore; ma un comentatore molto giudizioso ugualmente se ne spiega i concetti, o se ne accenna le bellezze.
Un ampio comentatore hanno avuto nel Volpi Catullo, Tibullo, e Properzio[354]. Egli considera il testo e lo emenda come giudica opportuno, non però con quella insaziabile avidità di mutar sempre per cui certi editori hanno guastate, e guastano le opere de' classici; spiega ingegnosamente i luoghi alquanto oscuri, e sparge a larga mano gran copia di erudizione forse soverchia, raccogliendo i luoghi simili d'altri autori, il che non è senza utilità per l'imitazione ove si faccia parcamente. Parecchi anni prima aveva egli data un'altra edizione degli autori medesimi pregevole anch'essa, e forse più comoda, perchè ivi le note sono più brevi, e perciò meno ricche d'erudizione[355]. Anche Gio. Francesco Corradini dell'Aglio dette un'edizione di Catullo con diffuso comento, che non ha ottenuto molto plauso[356]. Mordace l'abbiam veduto nel suo Lessico contro il Facciolati, e tale è pure in quest'opera contro tutti gl'interpetri che lo precedettero, e contro il Volpi massimamente. Raro è che approvi le spiegazioni e l'emendazioni altrui, e vuol che si seguano le lezioni di certo suo codice, il quale a dir vero ne ha alcune assai buone, non però quante egli vorrebbe. Lodata è l'edizione delle favole di Fedro; che con buone annotazioni, e buona traduzione dette il Padre Trombelli, ripetuta poi molte volte per soddisfare al desiderio comune[357]. Un altro poeta, alquanto più recente di questi, cioè Rutilio Numaziano si dovea pubblicare dal Gori colle illustrazioni di Giovanni Targioni[358] ma l'edizione non si è poi eseguita. Nè pure si sono stampati mai i comenti dal P. Alessandro Politi delle Scuole Pie preparati a Lucrezio, Catullo, Marziale, ed altri poeti Latini, di cui ho fatto parola in altro luogo.
Ho detto di sopra, che tra i papiri d'Ercolano se n'è trovato uno solo Latino, e questo non ci presenta che poche linee. È un poema anonimo sulla guerra d'Alessandria, che terminò colla battaglia d'Azio e colla morte di Cleopatra. I pochi versi, che si sono potuti leggere, sono stampati a Napoli, ma non sono ancora là renduti pubblici. Il Sig. Morgenstern però avendone ottenuto un esemplare lo ha indirizzato all'Accademia di Gottinga con un suo commentario, e M. Millin lo ha ristampato nel Magasin Encyclopédique Ianv. 1812. Noi dobbiamo render grazie all'editore Tedesco d'aver procurato di spiegare alquanto questi laceri avanzi dell'antichità; ma la sua industriosa fatica non appartiene al mio argomento. I versi latini però dell'anonimo autore di niuna utilità possono esser fuorchè per la paleografia, giacchè nell'edizione Napoletana si vedrà la forma degli antichi caratteri, i quali (come si dice) vi sono esattamente delineati.
De' Padri delle Chiesa, e d'alcuni altri scrittori ecclesiastici Latini si sono altresì fatte edizioni di gran pregio. Perchè lasciando stare certe Venete ristampe, che solamente ripetono ciò che prima si aveva, v'ha il S. Leone Magno del P. Cacciari[359] e dei Ballerini[360], S. Girolamo del Vallarsi[361], Venanzio Fortunato del Cardinal Luchi[362], Lattanzio del P. Eduardo Franceschini[363], Sulpizio Severo del P. Girolamo da Prato[364], le Complessioni di Cassiodoro del Marchese Maffei[365], S. Zenone de' Fratelli Ballerini[366], Lucifero di Cagliari de' fratelli Coleti[367], S. Gaudenzio del Gagliardi[368], Rufino del P. Cacciari[369], e del Vallarsi[370], S. Paulino del Mandrisi[371], S. Pier Grisologo del P. Paoli[372], S. Massimo del P. Bruni[373], e Cresconio del Foggini[374].