Delle Lingue Dell'Indie, e della China. CAPO XXI.
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Molto debbono all'Italia le lingue Indiane nel secolo, di cui parliamo. Deesi il primato in questa parte di letteratura al P. Paolino da S. Bartolommeo Carmelitano Scalzo Missionario all'Indie. La sacra Congregazione di Propaganda lo spedì, e molti anni lo mantenne all'Indie, essa eccitò e promosse i suoi studj, favorì e fece pubblicare la maggior parte e le più insigni delle sue opere: onde mentre io fo parola delle molte cose da lui scritte reputo che somma lode si debba a quei prestantissimi Porporati, i quali essendo suoi Mecenati giovarono nel tempo stesso alla religione e alle lettere. A lui dobbiamo la grammatica della lingua Samscrit, che egli chiama Samcsrdam, cioè della lingua antica, e come dicono letterata dell'Indie. Una ne pubblicò col titolo di Sidharubam[509], che vuol dire appunto Grammatica, o notizia delle parole, che si debbono tenere a mente. Precede una dissertazione sul nome, origine, eccellenza, antichità di questa lingua, nella quale altresì si sostiene, che è lingua madre, si mostra quanto sia estesa, e si indicano parecchi libri in essa scritti, fra' quali si dà in fine il Bhagavadam in quattordici strofe colla traduzione ed alcune note. Ma in questa grammatica egli seguì il metodo delle grammatiche Indiane, ed essa riuscì al maggior segno oscura, e confusa. Perciò molti eruditi, che desideravan pure d'acquistare qualche notizia di questa lingua si dolevano, che fosse troppo lontana dalle nostre idee, ed egli a loro preghiera una seconda ne compose intitolata Vyacarana[510]. Lunga ed intricata è la grammatica di che fanno uso i Brahmani nell'India e appena potrebbe racchiudersi in cinque volumi. Quella parte che tratta delle declinazioni de' nomi, e delle conjugazioni, e contiene le principali regole intorno alte parti indeclinabili, s'intitola Vyacarana, e perciò questo nome il P. Paolino impose alla sua opera, quantunque essa oltre alle regole, che riguardano le parti dell'orazione, contenga ancora il trattato della sintassi, e un Dizionario. Io non so qual giudizio abbiano fatto gli uomini dotti di questa nuova grammatica. Se a me è lecito di esporre la mia opinione dirò che dobbiamo rendere molte grazie all'autor suo, perchè finalmente ci si apre l'adito ad acquistar qualche idea d'una lingua, celebre tanto, e tanto difficile. Ma in primo luogo osservo, che il primo passo da farsi da chi vuole insegnare una lingua è di offerirne l'alfabeto, e pure il P. Paolino in due grammatiche non ha voluto darci, non dirò un alfabeto compiuto, ma nè pure sufficiente per leggere le opere sue, e convien ricorrere all'Alfabeto Grandonico del P. Peanio, di cui farò parola tra poco. In secondo luogo considero, che nel suo breve Dizionario non osserva l'ordine alfabetico, ma sì quella incomodissimo delle materie, e le parole tutte sono scritte colle nostre lettere non colle Grantamiche, delle quali si serve egli nell'opera. Ora le nostre ventiquattro lettere non possono mai esprimere i diversi suoni del numeroso Alfabeto Grantamico. A questo difetto supplisce in piccola parte un'altra bell'opera sua intitolata Amarasinha. Porta questo nome un Dizionario della lingua samscrit celebre presso i Brahmani, e chiamato così dal nome del suo autore, che viveva circa un mezzo secolo innanzi all'era volgare. Questo Dizionario potrebbe più presto chiamarsi una raccolta di sinonimi ed aggiunti. Esso è disposto per ordine di materie, e la prima sezione del capo primo, la quale sola fu pubblicata dal P. Paolino riguarda il Cielo, e gli Dei, di cui si danno tutti i nomi co' quali si possono indicare, e che ne spiegano l'indole, e la natura secondo l'Indiana Mitologia. Difficile impresa era lo stampare e spiegare anche una sola parte di questo libro, perchè manca ne' codici Indiani ogni distinzione di periodi, anzi ancora ogni divisione delle parole fra loro; talchè ciascuna linea si trova scritta, come se fosse una parola sola. E il P. Paolino, benchè dotto in questa lingua, non vi sarebbe riuscito senza il soccorso di un Brahamane, che lo ajutò, e senza le opere del P. Hanxleden Gesuita Tedesco, che nelle lingue Indiane era molto erudito.
Nè queste sono le sole opere, che egli ci ha date ad illustrazione della lingua Indiana. A quest'oggetto medesimo tendono il viaggio all'Indie[511], il sistema Brahmanico[512], il Catalogo de' codici Borgiani[513], quello de' Codici di Propaganda[514] i proverbj Malabarici[515], le dissertazioni sugli antichi Indiani[516], sull'affinità della lingua latina colle Orientali[517] e su quella, che le lingue Zend, Samscrit, e Tedesca a suo giudizio hanno fra loro[518], la descrizione delle opere del P. Hanxleden[519], lo scitismo sviluppato[520], e la spiegazione d'alcuni monumenti del Museo Nani[521]. Un'altra opera ancora col titolo di Biblioteca Indica[522] aveva preparata, che non ha però veduta la luce, nella quale e la storia letteraria dell'Indie, e la mitologia avrebbe illustrata, e nel tempo stesso molti punti relativi all'antica lingua di quelle contrade e a' moltiplici suoi dialetti moderni avrebbe rischiarati. Se la compiesse non so. Compiè bensì un compendio di Teologia morale da lui scritto nella volgar lingua del Malabar ad uso di quel Clero, che per decreto della Congregazione di Propaganda de' 19. Luglio del 1790. doveva stamparsi, nè so il motivo per cui quel decreto non ti eseguì[523].
Sono queste le opere del P. Paolino da S. Bartolommeo, che lo hanno reso celebre fra noi, ugualmente che fra l'estere nazioni. Non è di questo luogo l'esaminare le sue opinioni intorno alle antichità e alla mitologia degl'Indiani, in cui ebbe un feroce e dotto avversario nel P. Agostino Giorgi. Forse ambedue sostennero cause non vere, pretendendo il primo, che la Greca mitologia e quella ancora di più e diversi altri popoli derivi dalla mitologia Indiana, e il secondo, che la mitologia Indiana sia un'alterazione dell'eresia de' Manichei[524]. Ma se in questo errò il P. Paolino, siccome credo, ebbe comune il suo errore con più altri uomini dottissimi nelle cose Indiane, e da altra parte ciò non diminuisce punto la molta lode, che gli si dee per aver tanto illustrata la lingua Samscrit, e poi ancora altri dialetti, e la storia letteraria di quelle contrade. Di ciò ho detto abbastanza, e debbo ora far parola d'altri parecchi, che a tempo suo, e prima di lui corsero in parte il medesimo arringo.
La moltiplicità delle cose, che mi si para dinanzi in questa parte del mio argomento esige, che io le divida in due classi, e prima faccia parola di quelle opere, che a Grammatica appartengono, indi di quelle, che appartenendo alle antichità ed alla mitologia indirettamente illustrano le lingue, che si parlano nell'India. E prima di tutti richiama a se il mio discorso il P. Clemente Peanio Piemontese Carmelitano Scalzo e Missionario. Egli dopo aver diretta la formazione de' Caratteri della lingua Grandonica, o Grantham per la stamperia di Propaganda, ne descrisse l'alfabeto, e le regole per leggere, che ivi furono stampate[525] con una erudita prefazione dell'Abate Amaduzzi. E' questa la lingua, che nel Malabar è usata per le cose letterarie e sacre, e il suo alfabeto serve comodamente ancora alla lingua Samscrit. Volgarmente poi ivi si adopra la lingua Tamulica, intorno alla quale molto si affaticarono i Missionarj Italiani, dandone e Grammatiche, e Dizionarj[526]. Nè solamente la grammatica si illustrò per essi; ma più e diverse opere ancora si scrissero in quella lingua da' banditor del Vangelo pe' novelli fedeli, ed altre dalle varie lingue dell'Indie se ne trasportarono alla nostra, onde abbiamo il Catechismo in lingua Barmanica del P. Gaetano Mantegati[527] alcuni devoti Inni del P. Beschi, e un Catechismo del Vescovo Vigliotti, la compendiaria legis explicatio omnibus Cristianis scitu necessaria (1772. in 8.) del P. Peanio, e un trattato de' Sacramenti del Vescovo Limirense Gio. Battista Multedo Genovese,[528] oltre al compendio di moral teologia del P. Paolino testè citato. Ed a mostrar gli errori dell'Idolatrica Religione il P. Gaetano Mantegati Barnabita ed ora Vescovo di Massimianopoli e Vicario Apostolico ne' Regni d'Ava e del Pegù scrisse alcuni dialoghi tra un Khien selvaggio ed un Siamese Talapoino, ne' quali la religione dei Talapoini si confuta (P. Paol. Cod. Borg. p. 47.) e contro quella degl'Indiani il P. Giuseppe Maria di Garignano Cappuccino e Missionario a Nepal alla metà del secolo trapassato uno ne compose in lingua Indostana fra un Cristiano, e un Gentile Indostano sopra la verità di nostra religione, che al Re di Nepal fu presentato, e da un altro Cappuccino Missionario, cioè dal P. Marco dalla Tomba fu tradotto in Italiano[529]. E il nome di questo Missionario naturalmente mi conduce a parlare ora delle traduzioni d'antiche opere Indiane, siccome ho promesso, delle quali ne ha egli somministrate parecchie. Imperciocchè il poema per lui intitolato Salecpuran, o piuttosto come il P. Paolino vorrebbe, Balapurana, o Balagapurana, il che vuol dire storia del fanciullo, cioè del Dio Krshna l'Argianaguita, o canto d'Argiuna, il Dharmashastra, o instituzione alle opere di virtù e di pietà, in cui le principali tradizioni dell'Indiana mitologia s'interpetrano moralmente, il Mulpanu, cioè libro della radice o del fondamento, che una parte delle tradizioni medesime spiega fisicamente, l'Ultercand, che è l'ultimo tomo del gran libro Ramaen, ossia dell'incarnazione Ram, del Dio Vishnu incarnato in Ram per uccidere il gigante Raun, o Ravana[530]. Queste opere, dissi, quel dotto e paziente Cappuccino volgarizzò. A queste traduzioni vuolsi aggiungere quella, che il P. Carpani Barnabita e Missionario fece dalla lingua del Pegù del libro intitolato Kammuva sull'instituzione e ordinazione dei Talapoini; il che è tutto quello che in questo genere è a mia notizia pervenuto[531].
Utili altresì alla illustrazione di queste lingue furono que' Missionarj, che le antichità, gli usi, i costumi, e la religione presero a spiegare. Sul quale argomento si debbono per me ricordare le osservazioni del P. Carpani sopra due libri Barmani[532], il viaggio all'Indie Orientali del P. Marco dalla Tomba[533], e le sue osservazioni sopra le relazioni del sig. Holvvell Inglese relative al Bengala, e all'Indostan[534] e le notizie laconiche d'alcuni usi, sacrifizi, ed idoli nel regno di Nepal del P. Costantino d'Ascoli[535]. Della Mitologia, della letteratura, de' costumi, e degli usi degli Indiani ha parlato il Signor Lazzaro Papi con accuratezza, con eleganza, senza preoccupazione di sistema, e con una certa naturalezza che si concilia la persuasione[536]. L'opera sua non appartiene al secolo decimottavo, il quale solo debbo quì avere in mira; laonde contento d'avere in breve accennati i principali suoi pregj non ne dirò più oltre, e più tosto rivolgerò il mio discorso alla lingua del Tibet, o Tangut, come dicono gli abitanti.
Il celebre P. Agostino Giorgi Agostiniano dottissimo nelle lingue Orientali esortato dal Cardinale Giuseppe Spinelli e da Costantino Ruggieri Presidente della stamperia di Propaganda pubblicò il suo alfabeto Tibetano[537], e lo corredò con tanta profondità di dottrina, e vastità d'erudizione, che poche altre opere si possono vantare a quella uguali. Consultò egli il P. Cassiano Beligatti, che essendo vissuto lungo tempo nel Tibet in questa lingua, come in più altre era dottissimo. Erra di molto il chiarissimo Presidente dell'Accademia di Calcutta signor Iones, al quale è piaciuto d'asserire, che l'opera del P. Giorgi è tratta dalle carte del P. Cassiano[538], accusandolo falsamente di plagio. Se io domandassi al signore Iones le prove d'un'accusa così inconsiderata, niuna ne potrebbe addurre. Ma è inutile che io lo interroghi, quando la somma dottrina del P. Giorgi, e le sue opere attestano abbastanza, ch'egli non aveva bisogno di vestirsi dell'altrui penne per comparire e meritare il plauso dei letterati. Due specie di scrittura usano i Tibetani. Una serve alle cose della religione, della letteratura, e della magia, l'altra al privato commercio. Mostra il P. Giorgi brevemente la seconda, e si diffonde a lungo sulla prima, come ragion voleva. In fine v'aggiunge il Pater noster, l'ave Maria, il Credo i precetti del Decalogo, da lui tradotti in lingua Tibetana, sei pubblici documenti di privilegi a favore di que' Missionarj Cappuccini da lui tradotti in Latino, e finalmente la Tabula Tibetana e voluminibus non longe a fontibus Irtis repertis excerpta stampata già negli atti degli eruditi di Lipsia in quella lingua e dal Bayer trasportata in Latino[539], ed ora quì dal P. Giorgi pubblicata di nuovo con molte sue erudite annotazioni. A tutto ciò egli ha premessa una lunga dottissima dissertazione sulla religione, la storia, e la geografia di questo paese, la quale pienamente fa conoscere quanto in lui fosse vasta l'erudizione, profonda la dottrina, estesa la cognizione delle lingue Orientali. L'opera sua, che alla santa Religion nostra era favorevole, ed impugnava le impudenti menzogne dette dal Beausobre contro i SS. Padri, e contro S. Agostino massimamente, doveva avere contradittori, e n'ebbe. Un anonimo affatto ignaro delle lingue Orientali fu il primo, che poche objezioni gli fece, e di niun momento[540], e a lui rispose l'Amaduzzi quantunque non palesasse il proprio nome[541]. Il Pauvv fu il secondo[542], che volle riprenderlo d'avere acremente criticato il Beausobre, dichiarò improbabile la sua cronologia de' Re Tibetani, e lo tacciò d'aver troppo facilmente creduto ai privilegj mostrati dai Missionarj Cappuccini, che non dubitò di chiamare impostori; la quale ultima ingiuriosa obiezione adottarono ancora gl'Inglesi autori della storia universale[543]. Lasciamo stare il Pauvv, l'opera del quale è caduta in quel totale oblio, che meritava. Riguardo agl'Inglesi dirò, che gli originali di quegl'impugnati privilegj furono dal Cardinal Borgia posti nella Biblioteca di Propaganda. Ora si dice che l'esterior loro aspetto niuna cosa offera atta a risvegliar qualche dubbio di falsità; ed è certo che niun dubbio pure risveglia il lor contenuto. Sarebbe poi stato desiderabile, che questi scrittori non avessero diffamato come impostori que' Missionarj, non avendo valevoli prove per farlo; quando non si creda, che co' Missionarj possano gli uomini onesti tenere un diverso contegno da quello che cogli altri uomini si dee tenere.
Non molto dopo il P. Giorgi anche il P. Cassiano Beligatti pubblicò il suo alfabeto Tibetano che merita lode, ma non richiede nuove osservazioni[544]. Dotto altresì in questa lingua fu il P. Francesco Orazio da Penna di Billi nel paese d'Urbino Missionario anch'egli, e Cappuccino, che per ben venti anni la studiò, ed ebbe a maestro un solenne dottore di quelle contrade[545]. Egli è doppiamente benemerito della lingua Tibetana, e per la Corografia del Tibet che il P. Giorgi cita molte volte; e perchè inviò a Roma le lettere tutte di quell'alfabeto, che il Cardinal Belluga fece poi fondere in Roma dal Fantuzzi nel 1738. per la stamperia di Propaganda.
Resta finalmente che si parli per me della lingua Chinese, della quale poco ho da dire. Due soli scrittori debbo quì ricordare, uno de' quali è il P. Giuseppe Cerù Lucchese de' Chierici Regolari Minori, e l'altro è il P. Domenico Perroni Napoletano de' Chierici Regolari della Madre di Dio, di quella Religione cioè, ch'è nata in Lucca da Lucchese Fondatore, per opera de' Lucchesi è cresciuta altrove, e benchè fra piccol numero racchiusa pure diede molti uomini chiarissimi nelle lettere, de' quali la massima parte è Lucchese. Ambedue furono Missionari alla China. Il Perroni visse colà 19. anni, dette opera diligente allo studio di quella lingua, e compose un Dizionario Chinese, e latino per comodo delle Missioni, che non è stampato[546]. Il P. Cerù stampò a Canton nel 1713. in lingua Chinese un libretto ascetico pe' Cristiani di quelle parti sulla divozione di S. Giuseppe colla novena di questo Santo. Di lui, e della sua perizia in questa lingua parla con lode il P. Viani nel Diario delle cose operate alla Cina da Monsignor Mezzabarba. Se si potesse prestar fede al P. Norberto si dovrebbe dire, che i suoi nemici si adoperassero di calunniarlo, e togliergli il credito di questa sua perizia[547]. Ma chi può credere alle menzogne di quel troppo celebre apostata impostore?