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Della illustrazione delle lingue antiche e moderne e principalmente dell'italiana

Della lingua greca. Grammatici. CAPO VII.

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La Greca lingua deve, siccome io credo, la sua prima origine all'Ebraica, e perciò dopo aver parlato di questa, e delle altre due, che da lei non si possono separare, debbo ora parlar di lei. Confesso, che altre lingue vi sono fra le Orientali molto affini all'Ebraica, le quali parrà forse ad alcuno, che dovessero precedere. Ma la Greca è madre della Latina, la quale così prossimamente ci appartiene, che fo quasi a me stesso un rimprovero d'aver fin quì differito a farne parola. Che la lingua Greca nasca dall'Ebraica, come ho detto, è per mio avviso opinione sicura, cui l'abuso delle etimologie fatto da alcuni per confermarla, non deve togliere il credito. Il P. Ogerio Carmelitano ha difesa questa opinione con una operetta, che ha per titolo: Graeca, et Latina lingua Hebraizantes, seu de Graecae, et Latinae linguae cum Hebraica affinitate libellus, cui accedit brevis tractatus de linguae Italicae Hebraismis. Venetiis typis Sebastiani Coleti. 1764. in 8. Esamina egli in primo luogo la quistione già da molti agitata, se la lingua Ebraica sia la lingua primitiva che parlarono Abramo, e Noè, sulla quale io non mi tratterrò, bastandomi il dire, che non porta nuovi argomenti, e solamente quelli indicati da altri raccoglie con diligenza, e talvolta li estende più che non si era fatto prima di lui. Ciò che sopra tutto richiede il mio discorso è la derivazione della lingua Greca dall'Ebraica. Egli la prova principalmente coll'addurre oltre a quattrocento parole Greche simili di suono ad altrettante Ebraiche d'uguale o affine significato; e questo numero si potrebbe senza fatica accrescer molto. So che il Lennep il Valckenaer e lo Scheid[88] sommi Grecisti condannano altamente sì fatte derivazioni, tranne poche voci d'arti, erbe, piante, che introdusse il commercio. A me rincresce dovermi opporre a tre così solenni maestri; ma da una parte l'indole del mio ragionamento mi costringe ad esporre il mio avviso, qualunque esso sia; e per l'altra mi conforta alquanto il vedere, che a questo loro divisamento è contrario ancora il Fischer,[89] sommo Grecista egli pure. Essi vogliono, che le vere radici di una lingua siano verbi solamente; il che a mio giudizio si può negare. Suppongono in secondo luogo, che in principio, quando si formò la lingua Greca, gli uomini sceglier dovessero le voci più semplici,[90] e che perciò i verbi radicali fossero di due, tre, o quattro lettere, o al più di cinque.[91] Ma per ammetter ciò converrebbe supporre, che i primi uomini fossero nati in Grecia, e fossero senza uso di verun linguaggio, nel qual caso le prime voci da essi adoperate sarebbono state semplicissime. Or sappiamo dalla Storia Mosaica, che il fatto andò altramente. I discendenti di Noè andarono ad abitare quelle contrade parlando una lingua, qualunque essa fosse, che col volger degli anni si deve essere alterata in modo, che si è formata la Greca. Vedo in questa molte voci simili all'Ebraiche, ed a ragion ne deduco, che quella prima lingua era l'Ebraica, o affine all'Ebraica. Egli è vero che la somiglianza di qualche voce d'una lingua con quelle d'un altra non è un sicuro indizio, che le une provengano dall'altre, e il caso può produrre ciò facilmente. Se però quella somiglianza è in molte voci, e la tradizione storica mostra probabile, che una lingua provenga dall'altra, allora non posso non riconoscere sì fatta derivazione, se non di tutte almeno di molte.

Ma torniamo all'opera del P. Ogerio. Egli ha voluto evitare le accuse, che si danno al Martini pel suo Cadmus Graeco-Phoenix, e perciò è stato parco anzi che no nelle sue etimologie; onde contento di registrar quelle, che quasi spontanee ci presenta il confronto delle due lingue ne ha trascurate molte altre, che richiedevano qualche maggiore indagine. Sono però alcune, che a me sembrano immeritevoli d'esser da lui dimenticate. Ne darò pochissimi esempj. Ατη noxa, peccatum, ed Ate Dea celebre, presso Omero, e il verbo ἀτάω noceo vengono da ἂτω, che significa lo stesso. Ma io vedo in Ebraico חטה, che significa peccavit, peccatum, peccator secondo i diversi punti, e nella conjugazione Hiphil החטיא, peccare fecit, ad peccandum induxit. Vedo che Arabo, come in Siriaco חטה significano pure peccavit. La somiglianza di queste due voci Araba, e Siriaca, coll'Ebraica mi obbliga a credere, che esse vengano da questa; e non dovrò poi credere che ne provenga ἂτω co' suoi derivati ἀὰτω, ἂτη, ec.? Manca in Greco l'aspirazione, che si vede in quell'altre lingue; ma è probabile che anticamente vi fosse, e si scrivesse Ϝατη col digamma Eolico. So che l'Heyne dottissimo Grecista non ve lo riconosce nel catalogo delle voci Omeriche dotate del digamma.[92] Ma egli ammette questa aspirazione solamente, dove la richiedono certe regole da lui stabilite. Ora non ostante l'alta venerazione, che io ho per un uomo così grande, credo che mi sia concesso di dire, che quelle sue regole non sono abbastanza sicure, perchè (tralasciando altre ragioni) l'escludono da alcune parole, le quali per testimonianza di Dionisio d'Alicarnasso l'avevano.[93] Che ἂτω, ed ἂτη avessero digamma lo mostra la parola ἀυἁτη, che leggiamo due volte in Pindaro,[94] e sono d'avviso, che lo mostri il verbo ἀπατάω co' suoi derivati, il quale a me pare che venga da ἀτω, ἀτάω, piuttosto che da un supposto verbo ἂπω come vorrebbe il Lennep. Osservo, che il citato verbo Arabo presenta, ancora un'idea di moto, onde l'Erpenio[95] lo traduce lapsus est che vuol dire ugualmente cadde, e cadde in qualche fallo; il qual significato pare che abbia ancora il verbo Ebraico. Nè diverso forse l'aveva il Greco, che nell'attivo si potrebbe tradurre fo cadere altri in qualche fallo, o in qualche sventura, cioè nuoccio, e quindi nel medio cado in qualche fallo, o sventura. Αασάμην.... περιέπεσον (ἄτη) dice Esichio. Anche i pronomi potevano aver luogo nell'opera del P. Ogerio. Lo Scheid[96] porta opinione che il pronome ἑγώ anticamente si dicesse ἒνω, che è la voce Siriaca, e viene dall'Ebraico אני. Ma lasciando star questo, almeno il duale νώϊ, nos viene da אנו. Τὺ conservato nel dialetto Dorico, e nel latino tu era probabilmente il vero pronome antico, e pare derivato da אתה. Il pronome della terza persona ὁὖ, οὶ, ἓ anticamente aveva per Nominativo ὶ,[97] che aver dee la stessa origine. In fatti che cosa è in Ebraico la formativa Jod della terza persona del futuro, se non il pronome della stessa persona, come l'Aleph, e il Nun sono quelli della prima persona nel singolare, e nel plurale, e il Thau della seconda? Così parecchie altre etimologie si potrebbono aggiugnere, e non poche ne ho aggiunte nelle margini del mio esemplare fino dal primo momento, che l'ebbi in dono dall'umanissimo e dottissimo signor Cavaliere Jacopo Morelli ora defunto con danno gravissimo de' buoni studj. Ora se di queste voci si vogliono assegnare altre etimologie derivate dalla lingua Greca convien supporre assai volte verbi, ch'essa non ebbe mai, o da quelli, che ebbe, ed ha, trarle forzatamente, mentre derivar si possono dall'Ebraica con certa naturale spontaneità, che concilia persuasione. All'Ebraica ho unita l'Araba, e la Siriaca non per fare vana pompa d'un'erudizion, che non ho, ma perchè ho creduto, che quegli esempj qualche peso accrescessero alle mie asserzioni. Siccome poi parecchie etimologie si possono aggiugnere al catalogo del P. Ogerio, così se ne debbono levare alcune, e quelle principalmente, che egli trae da' futuri Ebraici. Essi hanno le lettere dai Grammatici chiamate preformanti, che essendo veri pronomi personali non possono far parte dei derivati.

Alla storia ed alla etimologia egli aggiunge certe proprietà di lingua, che nel Greco, e nell'Ebraico s'incontrano ugualmente, e la somiglianza del nome e della figura delle lettere dell'Alfabeto. Ma riguardo alle proprietà della lingua avrebbe potuto annoverarne più altre, che ha trascurate, come l'uso del verbo medio nel Greco, il quale suole esprimere in qualche modo il ritorno dell'azione nell'agente, il che spesso accade pure nella conjugazione Hithpahel dell'Ebraico; oltre a molti idiotismi, per cui i sacri scrittori del nuovo Testamento sovente sono contro ragione accusati d'Ebraismo, quando que' modi di dire sono proprj delle due lingue, siccome da altri già è stato avvertito. Riguardo poi ai nomi, ed alla figura delle lettere Greche nulla dice oltre a quello, che aveva detto il Bianconi.

Dell'etimologia si serve il P. Ogerio per mostrare la derivazione della lingua Latina dall'Ebraica, registrando molte voci, che sono simili nelle due lingue. Anzi le parole latine da lui notate vincono di numero le Greche, perchè gli è piaciuto (nè si vede la ragione) d'annoverarne molte, che sono Greche manifestamente; per esempio aratrum, arceo, aspis, astrum, asylum, aula ec. Queste tutte si debbon togliere, con molte altre, che vengon pure dal Greco, ma non così direttamente: per esempio aestas da αἲθω, preterito perfetto passivo ῂςαι, albus da ἀλφὸς, annus da ἓνος onde ἓννος, vetus, ec. Si debbon toglier le parole introdotte ne' bassi tempi, come abbas, cabala, celtis, cherubim, cifra ec. ed i termini d'arti. Diminuito così di molto quel catalogo non farà maraviglia il vedere, che le rimanenti voci siano simili all'Ebraiche, ove si considerino, che la lingua latina vien dalla Greca, o per meglio dire l'antichissima lingua, che si parlava una volta nel Lazio era la stessa, che antichissimamente si parlava nella Grecia;[98] laonde se la lingua Greca aveva molte parole simili῁ all'Ebraiche debbono esserne restate alcune ancora nella latina. Rimarrebbe a parlare dell'appendice dell'opera, in cui si registrano gli Ebraismi della lingua Italiana. Questi però son pochi; e se si fanno le detrazioni, che abbiamo indicate per la latina ne resta così scarso numero, che vuolsi disprezzare.[99]

Ma troppo lungamente forse mi son trattenuto intorno a quest'opera, ed è ormai tempo di far passaggio agli altri scrittori di cose grammaticali. E dovrei cominciare da quella del Marchese Maffei intitolata, litterarum Graecarum potestas et affectiones, che si vuole stampata in Verona il 1716. o 1726. La pone il P. Zaccaria nel catalogo delle sue opere affidato all'asserzione del P. Reiffemberg, ma confessa di non averla veduta. Io nè pur l'ho veduta, e non trovandola nell'edizion generale delle sue opere dubito che sia supposta.

La lingua Greca ne' primi suoi elementi presenta quistioni difficili ed opinioni diverse, e ciascuna parte crede d'aver ragione, e chiama ostinati i suoi avversarj. Si quistiona dunque sul modo di pronunziare certe lettere, e i dittonghi, e se si debba leggere secondo gli accenti, o secondo la quantità. I Greci moderni tutti leggono e pronunziano in un modo, ed una parte degli altri coltivatori di questa lingua in un modo diverso introdotto, o rinnovato da Erasmo. A me non appartiene di decidere la questione, e questo non ne sarebbe il luogo; onde per esser più rigorosamente neutrale chiamerò le due parti Greci moderni, ed Erasmiani. La questione fu a lungo discussa ne' secoli passati, e si è di nuovo trattata nel decimottavo. Il P. Piacentini Monaco Basiliano di Grotta ferrata difese la causa dei Greci moderni;[100] al quale avendo risposto un Gesuita Tedesco[101] replicò il Piacentini[102] e nel tempo stesso il P. Velasti Gesuita di Scio, che si potrebbe quasi dire Italiano, perchè nacque da una colonia Ligure già da gran tempo stabilita in quell'Isola.[103] La loro causa parimente sostenne in questi ultimi anni il Sig. Pietro Pasqualoni professore di questa lingua in Roma.[104] Al contrario nella Storia Letteraria d'Italia del P. Zaccaria T. 5. p. 1. 26. Si legge un bell'estratto dell'opera del Velasti, che credo esser fatica del P. Gabardi, dove la controversia brevemente si descrive, e molte forti objezioni si fanno contro gli argomenti (per altro dotti ed ingegnosi) di quell'autore. Il Velasti è a parer mio il miglior difensore di quella causa fra quanti ne furono prima di lui, nè altri poi per molti anni l'ha non dirò vinto, ma nè pur uguagliato.[105] Egli però, e molto più il Piacentini, e il Pasqualoni evitano accortamente certe obiezioni più difficili a sciogliersi, che altri hanno mosse contro alla lor sentenza. Ne recherò due soli esempj. Par certo, che l'Η si pronunciasse E lungo non I, come ora fanno i Greci. Fra gli argomenti diversi, che si adducono a provar ciò ha molta forza per mio avviso l'osservazione, che anticamente la lettera Ε serviva ugualmente per l'E breve, e per quella vocale, che poi fu espressa coll'Η. Or se si usava scrivendo la stessa lettera pare, che si dovesse usare leggendo lo stesso suono, o almeno simile molto, cioè un E lungo come dicono gli Erasmiani. Era forse un E stretto, talchè col progresso del tempo alterandosi, come suole accadere, la pronunzia si sarà cambiato finalmente in I. L'altro esempio, che mi piace di portare spetta all'uso di pronunziare secondo gli accenti, non secondo la quantità delle sillabe. E' certo che gli antichi pronunziando avevano riguardo ai primi e alla seconda nel tempo stesso. E' certo altresì, che i diversi accenti si esprimevano diversamente, alzando la voce per l'acuto, abbassandola pel grave, e prendendo un tuono medio pel circonflesso. Nè questa è una congettura d'Erasmo, o de' suoi seguaci, ma un insegnamento di Porfirio, e d'altri antichi.[106] Pare ciò impossibile ai seguaci de' Greci moderni, perchè quest'alternativa di varj suoni avrebbe fatta del Greco linguaggio una specie di musica: convien però credere così, perchè questo appunto dice Porfirio ed altri con lui.[107] Or questo alzamento e abbassamento di voce non s'insegna dai citati scrittori, i quali tutti gli accenti esprimono nel modo stesso. Queste ed altrettali osservazioni dovevano dal Piacentini dal Velasti e dal Pasqualoni esser esaminate. Siccome poi l'ultimo vuole, che dalla varia collocazione degli accenti provenga l'armonia nella Greca lingua, avrei volute, a che ci desse le regole di questa sua armonia nella prosa, e nelle varie qualità di versi, recando anche gli esempj degli scrittori a conferma delle medesime. Certo è, che Aristotele, Dionisio d'Alicarnasso, e Longino[108] fanno consistere l'armonia nei piedi cioè nella quantità delle sillabe, e punto non parlano degli accenti. Non è poi di questo luogo l'esaminare, se alcuna cosa rimanga a desiderare dagli Erasmiani, quando difendono la propria causa; perchè niuno m'è avvenuto di trovarne fra gl'Italiani nel secolo decimottavo, il quale abbia fatto ciò di proposito, e minutamente.

Mentre questi scrittori disputavano intorno al modo di pronunziare, il Sisti insegnava a leggere la intralciata scrittura de' codici Greci. Sono essi pieni di nessi, e di abbreviature difficili, e spesso ancora impossibili a intendersi per coloro, che non v'abbiano fatta molta pratica. Egli perciò pubblicò un indirizzo per la lettura Greca dalla sua oscurità rischiarata,[109] dove di ciò e delle sigle note e monogrammi parla diffusamente per appianare le difficoltà tutte, che nel leggere i manoscritti antichi s'incontrano. Sono però d'avviso che il miglior mezzo sia l'esercitarsi molto sui manoscritti stessi per acquistare la necessaria esperienza. Finalmente vuolsi ricordare una dissertazione tuttavia inedita di Giacomo Martorelli de origine Graecarum litterarum, seu ςοιχειων[110] Di quella del Bianconi, che in parte tratta ancora di questo argomento, ho già parlato di sopra.

Alla Grammatica appartiene ancora una gran parte de' prolegomeni, che il chiarissimo signor Principe di Torremuzza ha premessi alla sua bell'opera delle inscrizioni della Sicilia.[111] In essi egli tratta de' Greci dialetti de' Siciliani, della loro paleografia Greca, e dei nessi, che si vedono ne' monumenti della Sicilia e della loro antichità. Nelle quali erudite disquisizioni si mostra non meno dotto antiquario, che profondo Grecista.

Molte son le Grammatiche, che han veduta la luce in Italia nel passato secolo, delle quali però nominerò quelle solamente, che per qualche pregio particolare debbono esser distinte. Nella Storia letteraria d'Italia del P. Zaccaria[112] si fa menzione d'un'eccellente Greca Grammatica del P. Gennaro Sancez de Luna della compagnia di Gesù stampata in Napoli il 1751. con molto giudizio condotta a norma della latina, che volgarmente dicesi dell'Alvaro. Io non l'ho veduta, ma le parole quì recate mi fanno credere, che buona sia o almeno che buono siane il metodo. Nè mi muovono in contrario quell'altre parole ivi aggiunte, che l'autore va un pò per le lunghe, perchè niuna via breve io conosco, tranne il tacere molte cose utili, e ancor necessarie, come il più de' Grammatici fanno. Da che ne viene poi che si studia questa lingua per non impararla mai. Quindi dubito forte che il breve metodo per facilmente apprendere la lingua Greca d'un'altro Gesuita, cioè del P. Michele del Bono[113] non abbia forse quell'utilità che egli si sarà proposta. Ma non posso darne certo giudizio, perchè nè pur questa ho letta. Anche il Sisti insegnò un breve metodo, e come per la lingua Ebraica, così per la Greca additò una via cortissima per impararla in poche lezioni.[114] Ma intorno alla sua grammatica credo inutile il diffondermi, bastando il dire che ha i pregj, ed i difetti medesimi dell'Ebraica. Molto dal Sisti dissentiva il Cocchi, e se quegli racchiuse i suoi precetti in quattro lezioni questi voleva estenderli in cento, di che scrisse una lettera, che non essendo impressa basterà d'averla solamente indicata.[115] Commendabile in molte cose è la Grammatica pubblicata ad uso del Seminario di Padova, che si attribuisce a Jacopo Facciolati, e molto è adoperata nelle scuole d'Italia.[116] In essa si hanno tutte le principali regole intorno alle diverse parti dell'orazione con molta chiarezza esposte, e buon metodo. Ottimo è stato il consiglio di disporre i tempi de' verbi non nell'ordine naturale, come nelle precedenti Grammatiche si faceva, ma con quello secondo il quale si generano; onde nell'attivo, e nel medio all'imperfetto succede l'aoristo secondo, il futuro secondo, il futuro primo, l'aoristo primo, il preterito perfetto, e finalmente il più che perfetto, e nel passivo al futuro secondo succede il perfetto, il più che perfetto, il futuro prossimo, l'aoristo primo, e il futuro primo. Ottimo pure è stato il consiglio di porre in fine le regole de' dialetti dove ad ogni caso de' nomi, e de' pronomi, e ad ogni persona de' verbi si vede aggiunta la corrispondente proprietà d'ogni dialetto. Solamente sarebbe stata opportuna una maggiore abbondanza riguardo a questi, come pure riguardo ai verbi anomali, dei quali alcuni si tralasciono, e d'altri si tacciono alcuni tempi, che sono in uso. Ma ciò che soprattutto è difettoso è il trattato della sintassi, il quale è esposto con metodo non lodevole, ed è mancante di molte cose necessarie. Poco vi si dice delle preposizioni, pochissimo delle congiunzioni, nulla del vario significato dei tempi de' verbi, le quali cose tutte domandavano lungo e diligente discorso. Che dirò poi del verbo medio? Da che il Kustero ha mostrato qual sia di questo verbo il vero significato, da che gl'insegnamenti del Kustero sono stati da parecchi altri dotti Grecisti confermati, e illustrati, non si vorrebbe ora sentir ripetere, che esso ha significato attivo, e passivo, e nulla più. Nè è da riprendersi meno il trattato della prosodia, il quale pure è mancante, e le sue regole alcuna volta sono fallaci.

Assai migliore è la Grammatica del P. Antognoli delle Scuole Pie,[117] che sventuratamente è divenuta rara molto. Segue essa il metodo del Facciolati riguardo ai verbi ed ai dialetti, ma in tutte le sue parti è più ampia, e la sintassi, se non è completa, è almeno discretamente trattata. Anche il Seminario di Catania ha una lodevol Grammatica in due parti divisa.[118] Non si è quì dimenticata la sintassi, ma dopo averne dato un saggio più breve nella prima parte pe' comincianti, più diffusamente se ne tratta nella seconda, che è destinata a una classe superiore. Bramerei però un metodo migliore. Quì ad imitazione della Grammatica dell'Hulevvicz[119] dopo aver date le regole relative a una parte dell'orazione si fan succedere quelle della sintassi della medesima; così dopo aver insegnate le declinazioni de' nomi si spiega la loro sintassi, la sintassi de' verbi viene immediatamente dopo le conjugazioni, e così si dica dell'altre parti. Il che non so quanto possa essere utile. L'esperienza c'insegna, che il metodo comunemente adoperato nelle Grammatiche Latine è utile molto a' giovanetti, che danno opera alla lingua Latina, e il metodo stesso sarebbe di gran vantaggio a coloro, che si applicano alla Greca. Si è forse fino ad ora trascurato di usarlo, perchè da molti si stima inutile d'esercitar gli scolari nello scrivere in Greco. Tale in fatti era l'opinione dell'Ernesti, che volendo pubblicare una nuova edizione del Lessico dell'Hederico voleva toglierne quella parte, che ivi è chiamata sintetica, cioè quella che serve a tradurre dal Latino in Greco. Egli aveva osservato, che molti giovani nelle scuole scrivevano pessimamente in Greco; talchè le loro cose o non erano da lui intese, o gli eccitavano il riso.[120] Quindi avrebbe voluto, che i supremi moderatori delle scuole vietassero severamente ai maestri d'esercitare la gioventù nello scriver Greco. Io, a dir vero, ne avrei dedotta una conseguenza affatto opposta, cioè che gli esercitassero molto. Certo è che il signor Villoison, il giudizio del quale niuno vorrà disprezzare, diceva: J'ai fait autrefois, sans la moindre prètention une foule de vers Latins, et surtout de vers Grecs, non pour être poête dans ces langues mais pour entendre les poêtes quì les ont parlèes. Je crois, messieurs, qu'il faut avoir beaucoup ecrit dans une langue pour pouvoir en acquerir la parfaite intelligence.[121]

Ma torniamo alla Grammatica di Catania. Due mancanze gravissime sono in essa, cioè de' dialetti, e della prosodia. De' primi se ne dà un breve cenno affatto inutile, e della seconda si dice, che si è giudicato non parlarne punto, anzi che darne un compendio, e che non molto essa giova a intendere i poeti. Quanto sia necessario d'essere instruiti negli uni, e nell'altra lo vede ognuno, che abbia qualche cognizione di questa lingua, nè è necessario che io prenda a provarlo.

Finalmente debbo rammentare la Grammatica del Signor Mazzarella Farao,[122] sulla quale però non farò molto lungo discorso. In questa non si fa verun uso degli accenti; laonde può servire a quelli solamente, che tanto ne son nemici, che nè pure gli vogliono adoperare scrivendo, i quali però non sono molti. Del rimanente essa è accurata, e se lo stile fosse meno verboso e più castigato, potrebbe loro esser utile.

Alle istituzioni grammaticali debbono succedere i trattati sulla prosodia. Il signor Becucci ne ha parlato a lungo,[123] e lo ha fatto con diligenza e chiarezza somma, e così esattamente, che (ove si eccettui l'Hermanno) egli ha superati quanti sono scrittori di questo argomento.

Niun Lessico nuovo possiamo vantare in quest'epoca, ma i Lessici altrui si sono pubblicati novellamente in maniera che meritano ricordanza. Tali sono le nuove impressioni dello Schrevelio, e dell'Hederico, che dobbiamo ambedue al non mai lodato abbastanza Seminario di Padova. Lo Schrevelio fu pubblicato con accrescimenti considerabili dal Facciolati[124] che avrà voluto provvedere ai principianti, i quali facilmente s'imbarazzano nell'investigare il tema, e perdono il coraggio. Ma quel Lessico è pericoloso, perchè fomenta la pigrizia de' giovani, e perciò ne ritarda il profitto, onde io non so bene se dobbiamo esser grati all'editore. Molto più util cosa fece quegli, che di nuovo dette in luce il Lessico dell'Hederico con le emendazioni e gli aumenti del Patrick, e dell'Ernesti.[125] A me non è avvenuto di riscontrare in questa impressione veruna aggiunta o ammenda: anzi qualche errore delle impressioni precedenti è quì copiato fedelmente. Era però facile di aggiugnere nuove voci, o nuovi significati: e bastava dirò quasi aprire a caso qualunque greco scrittore e si sarebbe offerta spontanea la messe. Tanto sono manchevoli i Lessici tutti quanti. Dicesi che i dotti Direttori di quel Seminario abbiano in animo di ristampare quel Lessico con più altre aggiunte, il che sarà un nuovo benefizio, che essi faranno alla Repubblica delle lettere. Ma se potessi sperare, che un mio desiderio giungesse fino a loro vorrei pregarli, che facessero anche più. Il Lessico dell'Hederico ha un difetto grande, cioè la mancanza degli esempj. Gli esempj mostrano, come si costruiscano i verbi, e molte altre voci, che richiedono speciale osservanza, quali modi reggano certe congiunzioni ec. Gli stessi significati assai volte meglio s'intendono se vi sono uniti gli esempj. Il Facciolati nell'aumentare tanto il Dizionario del Calepino, e il Forcellini nell'aureo suo Lessico Latino, se avessero lasciati gli esempj quanto tenue sarebbe stata l'utilità della loro grande impresa! Ma limitando ora le nostre considerazioni a più piccolo, ma sempre utile oggetto, i giovani, che danno opera alle latine lettere usano il Dizionario del Pasini. Or qual profitto farebbono essi, se a questo si togliessero gli esempj, nè s'indicassero i casi, co' quali i verbi si debbono costruire? Scarsissimo a mio giudizio. Perchè non si dee lo stesso dire de' Greci Lessici? Qual motivo v'ha per togliere tanto vantaggio nell'insegnamento d'una lingua più difficile per la sua ampiezza, e per la sua varietà, nell'imparar la quale mancano molti di quei comodi, che nella lingua latina si hanno? L'impresa è faticosa, lo confesso; ma il pensiero di giovare alla gioventù è un gran sollievo nella fatica. Oltre a ciò molti ajuti si avrebbono per togliere una parte grandissima della fatica. I Lessici generali d'Enrico Stefano, del Costantini, ed ora dello Schneider, i Lessici particolari, come quello di Senofonte del Thieme e Sturz, d'Omero e Pindaro del Damm, gl'indici di cui son corredate parecchie edizioni dei Classici, come d'Euripide, di Tucidide, di Dione Cassio, di Polibio, degli Oratori Greci, ed altri somministrano molti materiali. Abbia finalmente l'Italia la gloria d'aver dato un Lessico in questa forma, e l'abbia dal Seminario di Padova, cui da molti anni tanto debbono i buoni studj per molte ammirabili, e dottissime imprese. Vie maggiore utilità apporterebbe ancora il ristampare lo Scapula. Una nuova impressione se n'è fatta testè in Inghilterra di molta spesa, la quale, per questo appunto non può comprarsi da' giovani studiosi. Ma torniamo all'argomento.

Ai Lessici generali della Lingua Greca si vogliono unire quei particolari delle radici, e delle sigle. Si quistiona quante, e quali siano le vere radici; ma a me non appartiene l'entrare in questo esame, giacchè non si è trattata in Italia sì fatta questione. Chi fra noi ha compilato un Lessico delle radici è stato sollecito di giovare alla gioventù studiosa, ed a imitazione di ciò che in Francia aveva fatto il Lancelot ha raccolte tutte quelle, che comunemente si chiamano radici, e le ha poste in versi coi loro significati, affinchè il verso e la rima agevoli l'impararle a memoria.[126] Più erudito scopo hanno preso i raccoglitori delle sigle, che nelle inscrizioni si trovano, e nelle monete. Il Marchese Maffei può dirsi il primo, che raccogliesse, e interpetrasse le sigle delle inscrizioni Greche[127] e a lui poco dopo successe il P. Corsini delle Scuole Pie, che non solo dalle lapidi, come il Maffei aveva fatto, ma ancora dalle monete le ricavò[128]. Più copiosa collezione ne fece poi il P. Piacentini, che dal P. Cardoni fu stampata dopo la sua morte.[129] Anch'esso però fu superato dall'Ab. Andrea Rubbi, il quale nel suo Dizionario d'antichità ad ogni lettera dell'Alfabeto aggiunge le Greche sigle, e le Latine.[130] Dirò ora delle prime solamente, riserbandomi a parlare delle seconde altrove. Pone in prima quelle del Maffei, indi le sue moltissime, e finalmente dà il catalogo delle Città libere, di cui abbiamo medaglie, i nomi delle quali essendo assai volte espressi colle sole lettere iniziali accrescono il novero delle sigle, che per le sue cure è giunto ormai a un grado altissimo di perfezione. Era a desiderarsi, che egli non si stancasse nel continuare quest'opera utile, da cui sommo lustro avrebbono ricevuto le parti tutte dell'antiquaria. Ma sventuratamente la sua morte ce ne ha tolta la speranza.

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Note 1 · I. D. a Lennep Etymologicum linguae Graecae. Trajecti ad Rhenum 1790. T. 2. in 8. L. C. Valchenaerii observationes academicae, quibus via muNote 2 · Animadv. ad Velleri Gramm. Si aggiunga l'Hermanno de emend. rat. Gr. Gramm.Note 3 · Valckenaer luog. cit. Obs. VIII.Note 4 · Id. Obs. V. VI. Il Lennep però vuole, che i verbi di cinque lettere sieno tutti derivati.Note 5 · Nella sua edizione dell'Iliad. T. 7.Note 6 · T. 1. p. 16. edit Lips. 1691.Note 7 · Pyth. 2. 53: 3. 42. inopportunamente corretto dall'Heyne.Note 8 · Gramm. Arab. p. 447.Note 9 · Animadv. in Lenn. p. 285.Note 10 · Scheid. ivi p. 501.Note 11 · Dion. Halicar. lib. 1. cap. 90. Quintil. Instit. Orat. lib. 1. cap. 6.Note 12 · Il P. Ogerio scrisse ancora una dissertazione intorno ai motivi, per cui la lingua latina si corruppe più presto della Greca, e la stampò neNote 13 · Epitome Graecae Palaeographiae et de recta Graeci sermonis pronunciatione Dissertatio. Romae Typis Io. Mariae Salvioni 1735. in 4.Note 14 · Mitisbi Sarpedonii (Il P. Federigo Reiffemberg della Compagnia di Gesù) de vera Atticorum pronunciatione dissertatio, qua ostenditur quam loNote 15 · Commentarium Graecae pronunciationis. Romae, 1751. in 4.Note 16 · Thomae Stanislai Velasti Soc. Iesu Dissertatio de litterarum Graecarum pronunciatione. Romae 1751. in 4.Note 17 · Nella pref. alla sua traduzione dei sette in Tebe tragedia d'Eschilo. Vinegia 1794. in 8.Note 18 · Ho detto per molti anni, perchè recentemente l'ha superato il Sig. Anastasio Giorgiade, che nel 1812 stampò a Parigi una dotta ed erudita apNote 19 · Presso il Villoison Anecd. gr. p. 109. Si veda anche lo stesso Villoison. Prol. in Hom. p. XII.Note 20 · V. ivi.Note 21 · Arist. Rhet. lib. 3. cap. 8. Dionys. Halic. operum. T. 2. p. 29. 30. e altrove. Long. de Subl. Cap. 39.Note 22 · Napoli 1758. in 8.Note 23 · Fabbroni Vit. T. 15. p. 269.Note 24 · Siciliae et objacentium insularum veterum inscriptionum nova collectio prolegomenis et notis illustrata. Panormi, Bentivegna 1769. in fol.Note 25 · T. 7. p. 62.Note 26 · Palermo 1757. in 8. e poi di nuovo il 1759.Note 27 · Indirizzo per sapere in meno d'un mese la grammatica Greca distribuita in quattro lezioni. Napoli 1752. in 8.Note 28 · Lettera al P. D. Giusto V. contenente un metodo d'imparare la lingua Greca in cento lezioni. Fabbroni Vit. T. 11. p. 376.Note 29 · Compendiaria Graecae Grammatices institutio in usum Seminarii Patavini. Patavii typis Sem. apud Ioan. Manfrè 1705. in 8. E poi molte volte.Note 30 · Florentiae 1759. in 8.Note 31 · Gramatica et præcipui idiotismi linguæ Graecæ (Sebastiani Zappalà) Catinæ, typis Seminarii 1773. in 12. La seconda parte destinata ai più prNote 32 · Alex. Gabr. de Woiutyn Hulevvicz Nobilis Poloni Institutiones linguæ Graecae regulis quadraginta ortographiam etymologiam et Syntaxin simul Note 33 · Ernesti Pref. ad Lex. Graec.Note 34 · Recueil de pieces lues dans les seances publiques de l'Accademie établie à Rouen. 1748. in 8. citato da M. Chardon della Rochette Mél. decriNote 35 · La Neoellenopedia, o sia il nuovo metodo per erudire la Gioventù nel Greco linguaggio. Napoli nella Stamperia Porfiliana 1779. T 2. in 8. DeNote 36 · Ioannis Mariae Becucci ars metrica, seu de Græcorum prosodia tractatus. Colle 1782. in 4.Note 37 · Patavii 1752. in f.Note 38 · Graecum Lexicon manuale primum institutum e Beniamine Hederico, tum castigatum a Samuele Patricio, demum locupletatum a Io. Augusto Ernesto.Note 39 · Il Giardino delle radici Greche disposte in versetti con un trattato delle preposizioni ed altre particelle indeclinabili, ed una raccolta aNote 40 · De Graecorum Siglis lapidariis Veronae. 1746. in 8.Note 41 · Notae Graecorum, sive vocum et numerorum compendia que in æreis atque marmoreis Græcorum tabulis observantur. Florentiæ 1749. in f.Note 42 · Gregorii Placentini Abbatis ec. de Siglis veterum Græcorum opus posthumum, et de Tusculano Ciceronis ec. Romae. 1758. in 4.Note 43 · Dizionario d'antichità comune ai Greci ed a' Romani giusta il metodo di Samuele Pitisco. Venezia 1795. e seg. in 8.
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