IV PAOLO LANFRANCHI
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I
Esorta il re d'Aragona a prepararsi a difendersi dal re di Francia.
Valenz senher, rei dels Aragones, a qui prez es honors tut jorn enansa e membre vus, senher, del rei franzes, queus venc a vezer e laiset Fransa, ab dos sos fillz es ab aquel d'Arles: hanc no fes colp d'espaza ni de lansa, e mainz baros menet de leur paes; jorn de lur vida sai n'auran menbransa. Nostre senhier faccia a vus compagna, per que en re nous qual duptar: tal quida hom que perda que gazainha. Seigner es de la terra e de la mar, per quel rei engles e sil d'Espangna ne varran mais, sei vorres ajudar.
II
Ricorda a un uomo, superbo della sua ricchezza, l'instabilità della fortuna.
De la rota son posti esempli assai, che gira e volge e non dimora in loco, e mette in bono stato quel c' ha poco, al poderoso dá tormenti e guai. Or' a che no' tel pensi, po' tu 'l sai che piccola favilla fa gran foco? non t'allegrare troppo né dar gran gioco, ché non se' certo come fenirai. Se alcun è che tu veggi in malo stato, in quel medesmo tu pòi avenire, ch'a te né lui Dio non l'ha giurato. Aggio veduto per li tempi sire, che la ventura l'ha sí governato, che piú che vita desira morire.
III
Risveglio doloroso.
Un nobel e gentil imaginare sí mi discese ne la mente mia; in veritá (ch'eo allora dormia) el me paria con la mia donna stare in un giardin, baciare ed abbracciare, rimossa ciascun'altra villania. Ella dicea: — Tu m'hai in tua bailía: fa' di me, o amor, ciò che ti pare. — In quel giardin si avea da l'un canto un rosignol, che dicea in so' latino: — Securamente per vostro amor canto. — I' mi svegliai che sonava matino: considerando il bene ch'avea tanto, venme voglia deventar patarino.
IV
Amore gli dona in sogno un fiore della sua donna.
L'altrier, dormendo, a me se venne Amore, e destatomi disse: — Eo so' messaggio de la tua donna che t'ama di core, se tu, piú che non suôi, se' fatto saggio. — Da la sua parte mi donò un fiore, che parse per semblant' il so visaggio. Allor nel viso cangiai lo colore, credendo el me dicesse per asaggio. Però con gran temenza il dimandai: — Come si sta la mia donna gentile? — Ed el me disse: — Ben, se tu ben stai. — Allora di pietá devenni umile. Egli sparío; piú non gli parlai; parvemi quasi spirito sottile.
V
Amore manifesti alla sua donna le sue pene.
Poeta. Dimme, Amore; vorestù tornare da la mia parte a la donna mia? Amore. Sí, se tu vogli, ma ell'è follia: ché talor nòce lo troppo adastare. Poeta. E lo meo core vi vòl pur andare, e ti demanda en sua compagnia. Amore. Di presente me meterò en via dapo' ch'eo veggio ch'a lui e te pare. Or me di' ciò che tu vòi che gli dica: che tu non fini clamare mercede? Perzò non è bisogno andarne mica, per aventura ch'ella non ti crede. Poeta. Sí fa'; che di me vive e se nutríca; e 'l cor non pò durar, se no' la vede.
VI
Amara delusione.
L'altrier pensando mi emaginai mandare Amore a la donna mia; ed a lui piacque per sua cortesia andar a lei; tanto ne'l pregai. Poi retornò e disseme: — Che fai? tutta l'ho misa ne la tua bailía: I' ti so a dire, ch'ell'è a mezza via, e vien a te, se tu a lei non vai. — Po' me venn'un penser da l'altro lato, e fortemente me represe e disse: — Amico meo, tu hai folle pensato. Or credi tu ch'ella con te venisse? E tu anderesti a lei? Se' tu in istato? — Parveme allor che l'alma se partisse.
VII
Lamenta l'avversa fortuna che gli fa fare sempre il contrario di quel che vorrebbe.
Ogni meo fatto per contrario faccio, e di niente d'intorno mi guardo: l'estate so' più freddo che no el ghiaccio, l'inverno per il gran calor tutto ardo. Se ho lettera de gioia, sí la straccio, se di dolore, la repogno e guardo; chunque è mio amico, sí i' lo minaccio, se mi saluta, sí me fier d'un dardo. Credo che Dio ensieme e la natura erano irati quando mi creâro, che trasformôrmi d'ogni creatura. Però il lor non gittarono en paro, e l'alma che mi deron clara e pura giammai no' l'averanno en suo reparo.
VIII
Vicende di fortuna.
Quattr'omin son dipinti ne la rota per la ventura dello esemplo dato: e l'altro sta di sopra incoronato, e l'uno in su valentemente nota. E 'l terzo se tien le mani a la gota, ed è vilanamente trabucato, e 'l quarto sta di sotto riversato, e d'ogni estremità li dá sua dota. Io fui quel che lá su andai montando intorno intorno la rota girata, e fui di sopra a tutto il mio comando; poi la testa mi fo incoronata. Or son caggiuto d'ogni ben in bando, nel finimento de la mia giornata.