I BONAGIUNTA ORBICCIANI
Reading edition
CANZONI
I
È colpito dalla sventura; ma non perciò tralascerá di cantare la gioia che gli viene a mancare.
Avegna che partensa meo cor faccia sentire e gravozi tormenti sopportare, non lasseragio sensa dolse cantare e dire 5 una cusí gran gioia trapassare. E rallegrare — altrui cosí feraggio del meo greve damaggio, per pianto in allegressa convertire; siccome la balena 10 di ciò che rende e mena la parte lá, u' dimora, fa gioire. La gioi', ch'eo perdo e lasso, mi strugge, mi consuma, come candela ch'al foco s'accende. 15 E sono stanco e lasso; meo foco non alluma, ma quanto piú ci afanno men s'apprende. E non risprende — alcuna mia vertude: avanti si conchiude, 20 siccome l'aire quando va tardando; e come l'aigua viva ch'alor è morta e priva quando si va del corso disviando. Disvio sí che bene 25 sentor di me no aggio, non saccio com'eo vivo sí gravozo. Oh Deo! che non m'avene com'al leon selvaggio, che tutto tempo vive poderozo 30 e odiozo — sensa pietate, acciò che 'n veritate lo meo greve dolor mostrar potesse e la mia pena agresta per opra manifesta, 35 perché la gente mei me lo credesse? Credo che non feráe lontana dimoransa lo core meo, che tanta pena dura: mentre che viveráe 40 será fòr di speransa d'aver giamai solasso né ventura. Ma se natura, — che nd'ha lo podere, n'avesse lo volere, appena mi poría donar conforto. 45 Como l'augel che pia, lo me' cor piange e cria per la malvagia gente, che m'ha morto. Morto fuss'eo pertanto o nato non fuss'eo 50 o non sentisse ciò ch'eo veggo e sento; perché 'l meo dolse canto amar mi torna e reo e in erransa lo innamoramento! Ma 'l bon talento — ch'aggi' e 'l cor gioioso 55 plagente ed amoroso, como la uliva non cangia verdura, non cang'eo per ragione di fina 'ntensione, ancor mi sia cangiata la figura. 60
II
Rinasce all'amore, perché la donna sua lo esorta a sperare.
Fina consideransa m'ha fatto risentir, ch'avea dormuto, de lo gioiozo meo innamoramento. Com'omo mentre avansa, che cela lo procaccio e stanne muto 5 non s'atutasse per dimostramento, eo non lo celeraggio in tal mainera ch'io n'aggia riprendensa per ragione, ma sí che 'n allegransa lo meo dire si possa convertire. 10 celando per l'autrui riprensione, canteragio de la mia gioia intera. Acciò, se in allegransa e 'n gran conforto e in gioi' mi rimuto, non è contra diritto insegnamento; 15 ché l'omo fòr d'eransa, sentendosi di gran guiza arriccuto, ben dé' portar gioiozo lo talento. E io porto gioiozo core e cèra, e corpo e mente e tutta pensagione 20 per quella ch'amorozo mi fa gire, in cui si pòn gradire bellesse di sí gran divizione, como l'oscuro in verso la lumera. Cosí la disiansa 25 verrá compíta, e non será smarruto lo mio acquistar per folle pensamento, ché la dismizuransa (ed ha lo core tanto combatuto) non mi dará gravozo movimento. 30 E se la gioia non torna guerrera, faraggio ricca la mia intensione e tutto tempo giammai non partire: cosí sensa fallire seraggio fòre de la condissione, 35 ch'a li amadori è forte crudera. Ed è la sua plagensa forte e fèra di gran guiza, che fra la pensagione ne nasce erransa e fálla dismarrire, vedendola partire, 40 e me medesmo dá per istagione una semblansa, che mi pare spera.
III
Sulla natura dell'onore e del piacere.
Similemente onore como 'l piacere, al meo parere, s'acquista e si mantene; e ambur hano un core 5 e un volere, como savere a li bon si convene. Donqua dirá l'on: — Come amburo han piú d'un nome, 10 da poi che 'nsieme son d'una speme e d'un volere e d'uno intendimento? — Però che son du' cose in un voler conchiose: 15 dal piacer vène in prima 'l bene, und'onor cresce, ch'è suo compimento. In prima che 'l piacere è l'obedire, 20 unde 'l servire si move ogna stagione; e non è alcun savere da piú saglire sensa 'l sufrire 25 per nessuna cagione. Che 'l sofferire è tale, e tanto monta e vale, che fa compire ogni volire 30 e d'ogni bene è somma e sentensa. Chi non è sofferente non può esser piacente, né può montare in grande affare. 35 Cotanto vien da fina canoscensa! Cannoscensa si move da senno intero, corno dal cero, quand'arde, lo sprendore, 40 e tutte cose nòve di stato altèro di le' nascêro e nasceno a tutt'ore. A la sua signoria 45 si regge cortezia, tutta larghessa, tutta prodessa, pregio e leansa e tutto valimento. Quel corpo lá u' si cria 50 giammai non falleria né per ricchessa, né per grandessa, tanto lo guida fino insegnamento. Tant'è l'om da pregiare 55 di canoscensa e di valensa quant'opra per ragione; e tant'è da blasmare quant'ha potensa 60 e intendensa e non fa messione per venire in orransa, in lontana contansa, e per potere 65 tra i bon capére e conquistar l'onor, che s'abandona per la dismizuransa de la malvagia uzansa, che fa valere 70 poco d'avere piú che bontá u pregio di persona. Se l'onor vi parlasse, signor, ch'andate e cavalcate 75 a guiza di maggiori, non sría chi l'aspettasse, se ben guardate quel ch'operate ver' lui nei vostri cori. 80 . . . . . . . . . . . . . . . . . .
IV
Si consola per aver ottenuto ciò che desiderava.
Fin amor mi conforta e lo cor m'intalenta, madonna, ch'io non penta, di voi s'io innamorai. Membrando ciò che porta, 5 la vita n'è contenta, avegna ch'io ne senta tormenti pur asai. Ca primamente amai per ben piacere al vostro signoragio 10 d'aver fermo coragio, a ciò ch'io per fermeze non dottasse che'l meo lavor falsasse; ché ch'incomenza mez'ha compimento, se sa perseverare lo suo adoperamento. 15 Ed io perseverando la ricca incuminzanza, condutt'ho la speranza, al giorno ch'io sperava. Non credo dispresiando 20 che voi contra onoranza cometesse fallanza, ch'io no la domandava; ca ciò ch'io disiava non era fòr di bono intendimento, 25 ma vostro acrescimento. Né a bona donna non si disconvene, s'amor la sforza bene; ché tal val molto che nulla varia, per innamoramento di donna, che golía. 30 Und'eo no mi dispero di ciò ch'amor mi face, ca guerra no ha pace né amor conoscimento. Se non ho ciò che chero, 35 farò come chi tace la cosa che li spiace per fino intendimento. E si serò contento cosí del male e de le gravi pene 40 come sería del bene; ch'Amor ha in sé ben tanto signoragio, che mi pò dar coragio; e l'ire e l'ane e le pene e la noia mi poría ritornare a suo piacere in gioia.
V
Lodi della sua donna.
Novellamente amore d'una donna piacente mi rallegra e mi conforta, da poi che 'l suo valore mi s'ha fatto servente; 5 che cotanto preso porta d'esser la meglio acorta — tuttavia di null'altra che sia, la cui alta piacensa divisando non si pensa. 10 Ell'è quella c'ha morta — villania, l'orgoglio e la follia; e senno e caunoscensa da colei prende crescensa. La beltá, che mantene, 15 se pare in nulla parte. ogn'altra beltá dispare; chi piú mente la tene, piú fatta par per arte, tuttora piú bella pare. 20 E lo suo risguardare — gaio e gente, cui colpa, cuoce e sente di sí dolce ferita che nde cresce gioia e vita; e piú per lo parlare — suo piacente 25 'nnamora tutta gente; cosí è ben partita ch'a dir non sería finita. Per lo piacer m'ha vinto, per lo parlar distretto, 30 per l'operare conquiso, per la beltá m'ha cinto, che 'l core da lo petto pare che mi sia diviso, com'albore succiso — con catene. 35 La sua vertute bene vive in tale manera ca, vivendo, par che pèra. Ma l'amoroso viso, — che mi tene in sospiri e in pene, 40 non credo che soffèra che per lui morte mi fèra.
VI
Ama la sua donna, della quale loda le virtú; ma non ha coraggio di manifestarle il suo amore.
Gioia né ben non è senza conforto né senza ralegranza, né ralegranza sanza — fino amore: rason è chi venir vole a bon porto de la sua desianza 5 che in amoranza — metta lo suo core; ché per lo flore — spera l'omo frutto e per amor ciò ch'è disiderato. Perché l'amore è dato a gioia e a conforto senza inganno; 10 ché, se patisse inganno, — fôra strutto lo ben d'amor, che tanto è conservato, né fôra disiato s'avesse men di gioia che d'afanno. Tant'è la gioia, lo preso e la piacenza, 15 la 'ntendenza — e l'onore e lo valore — e 'l fino 'nsegnamento, che nascon d'amorosa caunoscenza, che differenza — amore no è prenditore — da vero compimento. 20 Ma fallimento — fôra a conquistare senza affanare — cosí gran dilettanza, ca per la soverchianza vive in erranza — quel che s'umilia. Chi gio' non dia — non pò gioia aquistare, 25 né bene amare — chi non ha in sé amanza, né compir la speranza chi no lassa di quel che piú disia. Perché sería fallire a dismisura a la pintura — andare 30 chi pò mirare — la propria sustanza; ché di bel giorno vist'ho notte scura, contra natura, — fare e traportare — lo bene in malenanza. Unde bastanza — fôra, donna mia, 35 se cortesia — mercede in voi trovasse, che l'afanno passasse e ritornasse — in gioia e in piacere, ché troppo sofferére — mi contraría; com'om, ch'è 'n via — per gir, che dimorasse 40 e 'nanti non andasse né ritornasse — contra suo volere. Volere agio e speranza d'avanzare lo meo cominciamento per tal convento — ch'eo voi sia in piacere. 45 E ben volesse a reto ritornare, contra lo meo talento, né valimento — n'agio né podere. Cosí mi fère — l'amor, che m'ha priso del vostro viso — gente e amoroso, 50 per cui vivo gioioso, e disioso — sí ch'eo moro amando! E ciò ch'eo dico nullo dir m'è aviso, sí m'ha conquiso — e fatto pauroso l'amore, ch'agio ascoso, 55 piú ch'eo non oso — dire a voi, parlando.
VII
Dopo aver parlato della lotta, che combatte per la sua donna disserta sul ben fare e sulla follia.
Sperando lungamente in acrescenza trar contendenza — d'alto signoragio, che mi dá tal coragio ch'ogn'altr'om i' ne credo sovrastare, di ben servir mi dona caunoscenza, 5 che da ubidenza — nat'è per lignagio. E non è alcun paragio, che a l'ubidir si possa asimigliare, però che fa l'om fin preso aquistare e 'navanzare, e nascende onoranza 10 e ricca nominanza. Servire e ubidenza vegnon da cognoscenza; di caunoscenza non è dubitato che nasce per fin senno ed è provato. 15 Da senno ven largheza, e cortesia oblia — torto, orgoglio e scaunoscenza e tutt'altra fallenza, che per rasion potesse dispiacere. E chi ben fa non usa villania, 20 né follia — comporta sofferenza; ed è matta credenza che l'un coll'altro possa sofferére, però che son diversi di valere; ché l'un val pregio, unde s'aquista amore, 25 e l'altro disamore. Però han diversitate e contrarietate; ché l'un contrar' per l'altro si disvia, come per morte vita tuttavia. 30
VIII
Lodi dell'amore: prega madonna che lo voglia amare.
Uno giorno aventuroso, pensando in la mia mente com'amor m'avea inalzato, i' stava com'om dottoso, da che meritatamente 5 non serve a chi l'ha onorato. Però vòlsi cantare lo certo affinamento, perché l'amor piú flore e luce e sta 'n vigore 10 di tutto piacimento, gioia tene in talento e fa ogn'atro presio sormontare. Montasi ogne stasione, però fronde e fiore e frutta, 15 l'afinata gioi' d'amore; per questa sola rasione a lui è data e condutta ogne cosa, c'ha sentore: sí come par, li auselli 20 chiaman sua signoria tra lor divisamente tanto pietosamente, e l'amorosa via commenda tuttavia 25 perché comune vòlse usar con elli. Donqua, la comune usanza ha l'amor cosí agradito, che da tutti 'l fa laudare. Gentil donna, pietanza 30 inver' me, che so' ismarito e tempesto più che mare. Non guardate in me, fina; ch'eo vi son servidore: tragete simiglianza 35 da l'amorosa usanza, che da piciolo onore ingrandisce talore, e 'l ben possente a la stasion dichina.
IX
Si rallegra pensando alla gioia che spera d'avere.
Infra le gioi' piacenti considerando sono a ciascuno amadore li dolci intendimenti, unde si move dono, 5 che merita l'amore. Ed io n'agio lo core — cosí temente per voi, che 'nfra la gente siete como diamante precioso, fra l'altre gieme tanto grazioso. 10 Sí graziosa appare a la mia percepenza la gio', che 'l core spera, deo considerare con senno e con piacenza 15 sí com'eo l'agia intera, e no lassar maniera — che sia laudata per me, ch'è straniata. Sí fort'è l'amoroso intendimento ch'eo nol pozo celar com'eo lo sento. 20 Sentomi sí gioioso quando mi penso bene la gio', ch'eo degio avere, vivonde coragioso ch'a lo core mi vène 25 un sí fèro volere, che mi tolle'l savere — e l'entendanza; cotant'è l'abondanza de l'amoroso foco, che m'incende, membrando l'alta gio', che 'l core atende. 30 Atendo di compire, e vado sogiornando in questo mio viagio; e s'eo per tosto gire potesse, come stando, 35 compier lo meo coragio, farea questo passagio — in tal manera, che falcon di rivera apena credo ch'avanti mi gisse per fin che 'l meo viagio si compisse. 40 Compíta, amorosa, avenente, cortese donna delle migliori, per cui mi è gioiosa la contrada luchese, 45 apareno li fiori inver' li nostri amori, — che son cotanti; li amorosi sembianti continuati son di gio' compíta, che no mentisce l'amorosa vita. 50
X
Non ha l'amore della sua donna e vorrebbe dimenticarla: non essendogli ciò possibile, invoca da lei la fine dei suoi mali.
Quando apar l'aulente fiore, lo tempo dolze e serino, gli auscelletti infra gli albóre ciascun canta in suo latino: per lo dolze canto e fino 5 si confortan gli amadore, quegli ch'aman lealmente. Eo lasso no rifino per quella che 'l meo core va pensoso infra la gente. 10 Per quella, che m'ha in ballía e m'ha d'amore conquiso vo pensoso nott'e dia, per quella col chiaro viso: co' riguardi e dolce riso 15 m'ha lanciato e mi distringe la piú dolze criatura. Lasso! quando m'ebe priso d'amor tutor mi s'infinge, pare di me non ha cura 20 Cogli sguardi m'ha conquiso, parlando ond'io mi doglio, lasso! quando m'ebe priso; or mi va menando orgoglio. Adunque partir mi voglio 25 d'Amore e di suo servire e de li falsi riguardi, e fare ciò ch'io non soglio . . . . . mantenire per quella, che tuto m'ardi. 30 Ben me ne voría partire s'unque lo potesse fare; m'adoblaran li martíre, non ne poría in ciò campare. Adunqua mi conven stare 35 a la sua dolze speranza e non essere argoglioso, ma tutor merzé chiamare: forse ne verá pietanza quella, c'ha 'l viso amoroso. 40 Canzonetta dolze e fina, va', saluta la più gente; vann'a quella, ch'è regina di tuti gl'insegnamente. Da mia parte t'apresente, 45 e si le chiama merzide che non degia piú sofrire ch'io patisca esti tormente: ca rimembrando m'auzide e d'amor mi fa languire. 50
XI
Credeva di non essere amato; ma ha avuto torto. E n'è lietissimo.
Ben mi credea in tutto esser d'Amore certamente allungiato; sí m'era fatto selvaggio e stranero. Or sento che in erranza era 'l meo core; ché non m'avía ubliato, 5 né riguardato il meo coraggio fèro. Poiché servo, m'ha dato, per servire, a quella, a cui grandire si può somma piacenza e somma conoscenza; 10 che tutte gioie di biltate ha vinto, sí come grana vince ogn'altro tinto. Tant'allegrezza nel meo core abbonda di sí alto servaggio che m'ha e tiemmi tutto in suo volere, 15 che non posa giá mai, se non com'onda, membrando il suo visaggio ch'ammorza ogn'altro viso e fa sparere in tal manera che lá 've ella appare nessun la può guardare, 20 e mettelo in errore. Tant'è lo suo splendore che passa il sole, di vertute spera, e stella e luna ed ogn'altra lumera. Amor, lo tempo ch'era senza amanza, 25 mi sembra in veritate, ancor vivesse, ch'era senza vita; ch'a viver senza Amor no è baldanza né possibilitate d'alcun pregio acquistar di gioi' gradita. 30 Onde fallisce troppo oltra misora qual uom non s'innamora, ch'Amore ha in sé vertode: del vile uom face prode, s'egli è villano in cortesia lo muta, 35 di scarso largo a divenir lo aiuta. Ciascuna guisa d'Amor graziosa, secondo la natura che vien da gentil luoco, ha in sé valore, come arbore quand'è fruttiferosa. 40 Qual frutto è piú in altura avanza tutti gli atri di savore. Onde la gioia mia passa l'ottíma, quant'è più d'alta cima; di cui si può dir bene 45 fontana d'ogni bene; ché di lei sorge ogn'altro ben terreno, come acqua viva che mai non vien meno. Dunque m'allegro certo a gran rasione; ch'io mi posso allegrare, 50 poi sono amato ed amo sí altamente. Anzi servir, mi trovo guiderdone sí soave umiliare ver' me, per darmi gioia, l'avvinente. Però più graziosa è la mia gioia 55 ca l'aggio senza noia; ché non è costumanza cosí gran dilettanza ch'Amore giá mai desse a nullo amante. Però m'allegro senza simigliante. 60 Considerando tutto quel ch'è detto a quel ch'è a dir rispetto, è l'ombra, al meo parere; ché non mi par sapere, se di sua forma parlare volesse, 65 che solo un membro laudare compiesse.
DISCORDI
I
Invita pulzelle e maritate a darsi alla gioia e all'amore.
Quando vegio la rivera e le pratora fiorire, e partir lo verno ch'era, e la state rivenire, e li auselli in schiera 5 cantare e risbaldire, no mi posso sofferire di non farne dimostranza; ch'io agio odito dire ch'una grande allegranza 10 non si pò bene covrire, se cotanto s'innavanza! E l'amanza — per usanza, c'ho de la frescura, e li alori, — che de' fiori 15 rende la verdura, sí m'incora — e innamora che mi disnatura. Und'io trovo novi canti per solazo degli amanti 20 che ne canti — tutti quanti. Chi trova casione fa contra rasione, ch'or'è la stasione di far messione; 25 a ciò che sia conforto lo tempo, ch'è passato, di quelle, c'han diporto di core innamorato, che non degia esser morto 30 chi di bon cor è amato. Voi, pulzelle, novelle, sí belle, issa vo' intendete; 35 maritate, ch'amate istate lungamente sète; dalli amanti 40 davanti cotanti piú non v'atenete. Rendete le fortesse, ché noi vegnán per esse: 45 non state piú in duresse. Che l'altesse son duresse, che voi dimostrate; e feresse 50 e crudellesse, quando disdegnate. Se paresse a voi stesse, or non v'amantate; 55 e vivete — in allegranza e compiete — la speranza di color, che n'han fidanza, per l'altèra — primavera; ché 'l tempo è gaudente, 60 e la spera — e la cèra chiara de la gente.
II
Si lamenta della durezza della donna sua, che un tempo lo aveva fatto sperar bene: ha fiducia però ch'ella un giorno muti pensiero.
Oi, amadori, intendete l'affanno doglioso, che m'avene, che mi convene — una donna servire ed ubidire — sovente; però ch'io l'ho 'n talento 5 e penaci la mente e 'l cor ne sta in tormento; e li tormenti e li gravosi dogli, ch'io per suo amor patisco. Non mi faría l'om tanta guisa noia, 10 s'io da lei gioia — avesse in vista od in sembiante; ma mostrami duresse quando le son davante. Davante che 'l meo core s'aprendesse 15 del suo dolze piagere, mostravami di darmi intendimento. Or m'ha messo 'n arsura, sí ch'io non ho possanza; di me non mette cura. 20 Vede se fa fallanza! Ma non falla tanto quella per cui canto, ca s'io fosse santo, sanza il suo volire, 25 ch'io no lasasse per ella non pecasse, s'ella m'amasse o mostrasse — piacire. E messire — Ivano 30 e 'l dolze Tristano ciascun fue sotano ver' me di languire. S'io languisco, non perisco, 35 ma nodrisco — in disianza; vo penando e pensando e chiamando — pietanza: come nave, 40 che, soave, che sta in grave — tempestanza. Cotanto amo, che pur bramo d'incarnare infra l'amore: 45 sto ne' ramo piú ch'Adamo per lo pome de l'erore. Né non dico, né disdico, 50 né non faccio dimostranza né amico, né nemico per la mia dolze speranza. S'eo la sguardo, 55 'ncendo ed ardo, tanto temo no le spiaccia; sí ne 'mbardo ca tuto ardo, par che tuto mi disfaccia. 60 Muovi, dansa, per amansa di quella gentil donzella: di' che cansa la speransa, 65 se da me piú si rubella; ché mi tiene 'n tante pene ch'io non posso piú durare; ma la spene 70 mi mantiene, per ch'io spero di cantare.
BALLATE
I
Non si vantino le proprie virtú. Dio disperda chi male amministra la giustizia.
Molto si fa biasmare chi loda lo su' afare e poi torn' al niente. E molto piú disvia e cade in gran falenza 5 chi usa pur folia e non ha canoscenza: qual om ha piú balía piú dé' aver soferenza per piacer a la gente. 10 Molti son che no sanno ben dir, né operare: sed han buon prescio un anno, non è da curuciare; ché tutto torna a danno. 15 Falso prescio durare non pora lungamente. Qual om è laldatore de lo su' fatto stesse non ha ben gran valore 20 né ben ferme prodesse; ma l'uom, ch'è di buon cuore, tace le su' arditesse ed ède piú piacente. Valor no sta celato, 25 né prescio, né prodessa, né omo inamorato, né ben grand'alegressa: come 'l fochio lumato, quando la fiam'ha messa, 30 si mossa grandemente. Strugga Dio li noiosi, falsi iscanoscienti, che viven odiosi di que' che son piacenti; 35 dinanzi so' amorosi, dirieto son pungenti, com'aspido serpente. Sieden su per li banchi facendo lor consiglio: 40 dei driti fanno manchi, del nero bianco giglio, e nonde sono istanchi; und'e' mi meraviglio come Dio lo consente. 45 Balata, in cortesia, ad onta de' noiosi, saluta tuttavia, conforta li amorosi: e di' lor ch'ancor fia 50 li lor bon cor gioiosi seranno tostamente.
II
Varie e tante son le bellezze della donna sua.
Donna, vostre belleze, ch'avete col bel viso, m'hanno sí priso — e messo in disianza, che d'altra amanza — giá non agio cura. Donna, vostre belleze, 5 ch'avete col bel viso, mi fan d'amor cantare. Tante avete adorneze, gioco, solazo e riso, che siete fior d'amare. 10 Non si poría trovare né donna, né donzella tanto bella — che con voi pareggiasse, chi lo mondo cercasse — quant'el dura. Dura 'l meo core ardore 15 d'uno foco amoroso, che per voi, bella, sento. Tanto mi dá sprendore vostro viso gioioso, che m'adasta il talento. 20 S'eo languisco e tormento tutto in gio' lo mi conto, aspettando quel ponto — ch'eo disio di ciò ch'io — credo in voi, gentil criatura. Maritate e pulzelle 25 di voi so' 'nnamorate, pur guardandovi mente. Gigli e rose novelle vostro viso aportate sí smirato e lucente. 30 Ed eo similemente 'nnamorato son di vue assai piú che non fue — Tristan d'Isolda: meo cor non solda — se non vostr'altura.
III
Se il poeta è rimeritato del suo affetto, sará il piú felice tra gli amanti.
S'eo sono innamorato e duro pene secondo che m'avene — sia meritato. Se meritato son per bene amare o per servir l'amore interamente, infra gli amanti giá non avrò pare 5 d'aver gio' con disio interamente, ch'eo sono messo tutto in voler fare ciò che pertene a signor bon servente; und'eo spero non essere obliato. Se m'obliaste giá non fôra degno 10 voi, cui tant'amo e cui servo m'apello; che serviragio voi el cor ve pegno: partir non pò da voi, tanto gli è bello. E tanto li agradisce il vostro regno che mai da voi partire non dé' ello, 15 non fosse da la morte a voi furato. Gioia aspetto da voi e voi la chiero; merzé, or non vi piaccia mia finita, ch'eo fui, sono e sempre d'esser spero vostro servente tanto ch'avrò vita. 20 E se tardate piú, saciate eo pèro, tant'ho nel core affanno, pena e vita: non pò, se no da voi, esser sanato.
IV
L'innamorata arde d'amore e prega l'amante, se ha intenzione di continuare nella sua fierezza, di volerla piuttosto uccidere.
Tal è la fiamma e 'l foco lá 'nd'eo incendo e coco, — o dolze meo sire, che ismarrire — mi fate lo core e la mente. Ismarrire mi fate la mente e lo core, sí che tutta per voi mi distruggo e disfaccio, 5 cosí come si sface la rosa e lo fiore quando la sovragiunge fredura né ghiaccio. Cosí son presa al laccio per la stranianza nostra imprumera, come la fèra — amorosa di tutta la gente. 10 Tant'è 'l foco e la fiamma, che 'l meo core abonda, che non credo che mai si potesse astutare; e non è nullo membro, che no mi si confonda, e non vegio per arte ove possa campare, com' quel che cade al mare, 15 che non ha sostegno né ritenenza per la 'ncrescenza — de l'onda, che vede frangente. Se mi sète si fèro com' parete in vista e noioso secondo la ria dimostranza, ancidetimi adesso ch'eo vivo più trista 20 che quand'eo fosse morta; tant'ho grande dottanza! Se la bona speranza, ch'eo agio di voi mi rinfrangesse, s'eo m'ancidesse, — serestene poi penetente. Io non v'oso guardare né 'n viso né 'n ciera 25 né mostrarvi sembianti, come fare solía, ché mi faite una vista mortale e crudera, com'eo fosse di voi nemica giudía. Ed esser non dovria perch'io ci colpasse; ché la casione 30 de l'ofensione — non fue che montasse niente.
V
Calda e viva esaltazione dell'onore.
Fermamente intenza . . . . . . . . . [-enza] . . . . . . . . . [-enza] . . . . . . . . . [-era] . . . . . . . . . . 5 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 E tutto quanto 'l bene, per lei si mantiene: se non donasse pene, ben fôra gioia intera. . . . . . . . . . . 15 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20 . . . non si trova se non vera prova. Diversamente giova in ciascuna manera. O signori onorati, 25 poderosi e caunoscenti, non siate adirati ad esempro di serpenti: quanto son piú incantati, allora stan piú proventi 30 a la lor natura. Con buona ventura per la vostr'altura risprende la rivera. Cosí come nel mondo 35 non ha corpo senza core; e come non ha fondo a contar la gioi' d'amore, cosí nessuno pondo par né simil è d'aunore 40 a ben conquistare e perseverare. Donque chi comprare la vòl, conven che pèra. Ché no si pote avere 45 per aver né per tesauro, senza bono volere, chi mettesse tutto l'auro. Chi ben vuole piacere serva e no aspetti ristauro 50 se non da l'onore, per lo cui amore fatt'è servidore di ciascun che lo 'mpera. E l'onor li daráe 55 sí compiuto guiderdone, che si ricorderáe quando fie di lui menzione, quelli che piú nd' aráe piú fie ricco per rasione 60 di quella riccheza, onde nasce grandeza e tal gentileza ch'è diritta e vera.
SONETTI
I
Al Guinizelli
Disputa sulla nuova maniera di poetare.
Voi, ch'avete mutata la mainera de li piacenti ditti dell'amore de la forma, dell'esser, lá dov'era, per avansare ogn'altro trovatore; avete fatto come la lumera, ch'a lo scuro partito dá sprendore, ma no quine ove luce l'alta spera, la quale avanza e passa di chiarore. E voi passat'ogn'om di sottigliansa; e non si trov'alcun, che ben ispogna, tant'è iscura vostra parlatura. Ed è tenuta gran dissimigliansa, ancor che 'l senno vegna da Bologna, traier canson per forsa di scrittura.
II
L'uomo deve resistere fortemente ai colpi di fortuna.
Dev'omo a la fortuna con coragio istar piú forte quando incontra gli ène, e quanto piú gli cresce e fa damagio, alora piú conforta la sua ispene. E questo agio veduto per usagio: che 'l bene e 'l male l'uno e l'altro avene; per me lo dico, che provato l'agio: chiunqua sé sconforta, no fa bene. Ben ce dovemo de lo mal dolire, tempo aspetare e prendere conforto, sí che lo male no tanto rincresca. Eo, disiando, pensaimi morire: ventura m'ha condutto a sí bon porto, che tute le mie pene in gioi' rifresca.
III
Sebbene ferito, tacerá, perché cosí spera di vincere la durezza della donna sua.
Feruto sono e chi di me è ferente guardi che non m'alcida al disferare, ch'i' ho veduto perir molta gente, no nel ferire, ma nel ferro trare. Però feruto, voglio istar tacente, portar lo ferro per poter campare, ché per sofrenza diviene om vincente, ch'ogna cosa si vince per durare. Però chero mercé a voi, mia spera, dolce mia donna e tutto mi' conforto, non disferate mia mortal feruta. Mercé, per Deo, non vi placia ch'i' pèra, per soferenza tosto aspetto porto: per lunga pena 'l mi' cor non si muta.
IV
Chi ha la fortuna favorevole non si rallegri troppo.
Qual omo è su la rota per ventura non si ralegri perché sia inalzato, ché, quanto piò si mostra chiara e pura, alor si gira ed hallo disbasato. E nullo prato ha sí fresca verdura, che gli suoi fiori non cangino istato; e questo saccio ch'avien per natura: piú grave cade chi piú è montato. No se dev'omo troppo ralegrare di gran grandeza né tener ispene, ché gli è gran doglia alegressa fallire. Anzi si deve molto umiliare, non far soperchio perch'agia gran bene, ché ogna monte a valle dé' venire.
V
Non basta cominciare bene: perseverare bisogna.
Omo, ch'è sagio ne lo cominciare, molto gran bene ne gli può seguire; acciò che saccia ben perseverare, chi ben comincia dovria ben fenire. Non vale incominciar senza durare, né guadagnare sanza ritenire: agio veduto om molt'aquistare in poco tempo tutto impoverire. Per me lo dico, a cui è dovenuto ch'agio perduto, per ma' ritenere, quel ch'aquistai in picolo termíno. Lasso taupin, non val se son pentuto; chi vòl durare dé' misura avere e atenenza di bon senno e fino.
VI
È come il fanciullo, che torna al fuoco ove s'è bruciato.
A me adovene com'a lo zitello, quando lo foco davanti li pare, che tanto li risembla chiaro e bello che stendive la mano per pigliare. E lo foco lo 'ncende e fallo fello, ché no è gioco lo foco tocare; poi ch'è pasata l'ira, alora e quello disia inver' lo foco ritornare. Ma eo, che trago l'aigua de lo foco; e no è null'omo, che 'l potesse fare; per lacrime, ch'eo getto, tutto coco, chiare e salse, quant'aqua di mare: candela, che s'aprende senza foco, arde e incende e non si pò amortare.
VII
Giuoca intorno alla parola «fiore».
Tutto lo mondo si mantien per fiore: se fior non fosse, frutto non sería; per lo fiore si mantene amore, gioie e alegreze, ch'è gran signoria. E de la fior son fatto servidore, sí di bon core che piú non poría; in fiore ho messo tutto 'l meo valore; si fiore mi falisse, ben moría. Eo son fiorito e vado piú fiorendo, in fiore ho posto tutto il mi' diporto, per fiore agio la vita certamente. Com' piú fiorisco, piú in fior m'intendo; se fior mi falla, ben sería morto; vostra mercé, madonna, fior aulente.
VIII
Piú la ama e piú ella non cede.
Dentro da la nieve esce lo foco, e, dimorando ne la sua gialura, e' vincela lo sole a poco a poco; divien cristallo l'aigua, tant'è dura. E quella fiamma si parte da loco e contra de la sua prima natura; e voi, madonna, lo tenete a gioco: com' piú vi prego, piú mi state dura. Ma questo agio veduto pur istando l'acerbo pomo in dolce ritornare, ma giá vostro core non s'inamora. La dolce cèra vede pur clamando, li augelli vi convitano d'amare, amar convene la dolce criatora.
IX
Senza sapere, i signori possono perdere la signoria.
Saver, che sente un piciolo fantino, esser devria in signor, che son seguiti; schifa lo loco, ov'ello sta al dichino, e teme i colpi, i quagli ha giá sentiti. Chi sí non fa, pò perder so dimíno e li seguaci trovasi periti; però muti voler chi no l'ha fino e guardi a' tempi, che li son transíti. Ca pentimento non distorna il fatto; megli' è volontá stringer che languire: chi contra face a ciò ch'eo dico, sente. Lo saggio aprende pur senno dal matto; om, c'ha piú possa, piú dé' ubidire: catel battuto fa leon temente.
X
Ella ha in sè ogni cosa piacente, ogni valore, ogni conoscenza.
Vostra piacenza — tien piú di piacere d'altra piacente; però mi piacete. E la valenza — avete in piú valere d'altro valor; però tanto valete. Se caunoscenza — avete in caunoscére, che caunoscenti cose cognoscete, non è parenza — ch'al vostro parere s'aparegiasse; sí gaia parete. Altèra sovra l'altre inalturate, lo meo volere vòl ciò che volete; cosí vostra volenza a sé mi trai. Chera sovra l'altre rischiarate, d'uno sprendore sprendente isprendete, che piú risprende che del sol li rai.
XI
Molti amano non ricompensati, e il poeta è fra questi; ma sarebbe cortesia che il suo amore fosse un giorno veramente compreso.
Ne l'amoroso foco molti stanno a grande 'nganno — per la vanitate, per li amorosi detti lor che fanno e nulla sanno — de la veritate. E molti son, che non dicon né dánno; e molti stanno — sanza pietate; ed io son d'esti molti, ch'a ciò vanno con grand'afanno — e con diversitate. E son perseverato in questo ardore con fermo core — e non son meritato, ché lung'usato — m'ha fatto natura. Ma ben sarebe cortesia d'amore se 'l gran calore, — ond'io sono alumato, fosse incarnato — sí com'è 'n figura.
XII
Si sente lieto, ché, per ben servire, otterrá l'amore di lei; ma non ne fa mostra.
Per fino amore — lo fiore — del fiore — avragio perch'a l'usagio — ch'agio — sí convene, del gran dolzore — sentore — al core — ched agio in segnoragio — sagio — mi ritiene. Del meo calore — splendore — de fòre — non tragio: senn'e vantagio — per legnagio — vène; rendo aunore — laudore — in core, — e 'n visagio per tal coragio — non cagio — di spene. Cosí lo bene — vène — in acrescensa, presgi' e valensa — in caonoscensa — regna, disvia sdegna, — spegnasende — orgoglio. La fede spene — tene — per plagensa, valensa — pensa — che lausor la tegna. Chi vive a 'ngegna — pèra — di cordoglio!
XIII
1
Di un anonimo a Bonagiunta
Come farsi riamare dalla sua donna.
Eo so ben ch'om non poría trovar sagio sí come voi, maestro Bonagiunta. Però del meo saver levate sagio e lá ove bisognasse fate giunta. Per mal parlar perdéla tal ch'io sagio: par di belleze no la vede om giunta. D'amor mi meritava. Or dite s'agio vita tenebrosa 'n esta giunta. Consiglio chero al vostro gran savere, che mi dichiate, se si può savere, com'eo mi degia partir d'esto amare. Per questo aportator mi fate dire, per cortesia, com'io le mandi a dire ta' motti ch'ella torni a me amare.
2
Risposta di Bonagiunta
Il vero amore cresce per il servire e per il tacere, e non per il parlare.
Però che sète paragon di sagio e d'ogni caonoscenza fina giunta, a voi mi racomando, non per sagio né per maestro, ma per Bonagiunta. E prego Dio che 'l mio frutto agia sagio, che v'intalenti ne la prima giunta: lo vostro detto nobile non sagio, ch'eo non vidi unque cosa sí ben giunta. E non mi si conven tanto savere ch'io consigli lo vostro gran savere di cose, che cotanto sono amare. Ma dicovi ch'i'agio audito dire ca fino amante non vince per dire, ma serve e tace, e quindi cresce amare.
XIV
1
Di un anonimo a Bonagiunta
Domanda se debba o no manifestare alla donna il suo amore.
Poi di tutte bontá ben se' dispári tu, Bonagiunta, di noia rimondo, di far piacere a li buon tutti pari, e sa' lo fare me' ch'om si' a esto mondo. Di ciausir motti Folchetto tu' pari non fu, né Pier Vidal, né 'l buon Dismondo. Però m'inchino a te, sí com' fe' Pari a Venus, la duchessa di lor mondo. E prego che 'l tuo presgio, che le ale miso 'n alt'ha che lá unque volo; lo 'ntendo da presgiati che ben sallo; un consiglio mi dá che sia leale d'una donna ch'amo e gran ben vòlo: si le 'l dirò or no? ch'anco non sallo.
2
Risposta di Bonagiunta
Vero amore è quello che è noto tanto all'uomo quanto alla donna.
Lo gran presgio di voi sí vola pari, che fa dispári — ad ogni altro del mondo, qualunqu'è que', ch'avanti a voi si pari è pari — come rame a l'oro mondo. Però chi vòl valere, da voi impari gli apari — che del mal fan l'om rimondo, che 'n voi commendan li due, che son pari, ma piú che pari — Folchetto né Smondo. E 'l vostro prescio è quello, che le ale miso in alt'ha e hanno fatto gran volo, sí che gran parte de li buoni sallo. E però dico con detto leale che dichiate con senno e non con volo, ch'amor non è s'ambur parti non sallo.
XV
Si rifletta prima di operare e di dire.
Chi va cherendo guerra e lassa pace, ragion è che ne pata penitensa: chi non sa ben parlar me' fa se tace, non dica cos'altrui sia spiagensa. Chi adasta lo vespaio follia face, e chi riprende alcun sanza fallensa, e' fra cent'anni si trova verace, chi ha invidia di sé, d'altrui mal pensa. Se vo' saveste quel ch'i' so di voi, voi n'avereste gran doglienz'al core e non direste villania d'altrui. Però ne priego ciascuna di voi, sapete 'l mal? tenetelo nel core; se non volete udir, non dite altrui.
XVI
Vuol salire in alto sulla sedia del comando.
Movo di basso e vogli'alto montare, come l'augel, che va in alto volando; stendo le braccia, sí voglio alto andare, come la rota in su mi va portando. Nell'alta sedia mi voglio posare a tutta gente signoria menando; nulla persona mel pò contradiare, ché la ventura mi ven seguitando. In cima della rota . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e a me data la sua signoria. Ben aggia chi m'ha messo in tale stato, ch'unque miglior non lo pori' avere, ch'aggio tutto lo mondo in balía.
XVII
Loda le bellezze di lei.
Gli vostri occhi ch'e' m'hanno divisi li spiriti, che son dentro nel core! E escon fuor con sí grande tremore, ch'i' ho temenza che non sieno ancisi. E poco stando, un sospiro sí mi si parte, ch'ahi! mess'ha l'anima in errore, e ben sembra ne la virtú d'amore guardando gli atti suoi cosí assisi. Ella è saggia e di tanta beltate, che qual la vede convene che allora mova sospiri di pianto d'amore. Però lo dico chi ha gentil core che tegna mente sí com'ella onora ciascuna gente, c'ha in sé nobiltate.
XVIII
Per quanto abbia pregato la Madonna, non ha potuto levar gli spiriti malvagi da alcuni sonetti.
Con sicurtá dirò, po' ch'i' son vosso, ciò ch'adivene di vossi dettati, ch'i' nd'ho sonetti in quantitá trovati, che di malvagi spiriti hanno adosso. Per la pietá de' quali i' mi son mosso e da la Nossa Donna gli ho menati e con divozion raccomandati e raccomando sempre quanto posso. Ma non son certo perché s'adovegna che per mei preghi partiti non sono; se peccato, che sia in lor, non nòce, o perché mie preghiera non sie degna; però vi prego, se nde fate alcono, che li facciate il segno della croce.
SONETTO DI DUBBIA AUTENTICITÀ
Spera di ritornar lieto.
Nel tempo averso om dé' prender conforto e con francheza inardir lo su' core, che vilitate no gli dia isconforto, perché perisca per troppo temore. Neiente val chi sé giudica morto, se non contrasta, quanto pò, 'l martore; ché 'l tempo muta ispessamente porto e torna in alegreza lo dolore. Cosí spero in alegreza tornare e per sofrenza vincer lo tormento, ch'aggio patuto e pato per sofrire. L'aulente fior, che solea sormontare ogn'altra di fin pregio e valimento, su' sfogliamento omai dé' renverdire.
II TENZONI
I
Tenzone fra Gonnella Antelminelli, Bonagiunta e Bonodico
I
Gonnella a Bonagiunta
Perché il ferro si lima col ferro?
Una rason, qual eo non sacio, chero: ond'è che ferro per ferro si lima? è natura di vena o di tempèro? o molleza di quel che si dicima? Cresce e dicresce, corrompe e sta 'ntero, per sua natura, sí com' fue di prima? Parlára più latin se non ch'eo spero che tutto sa chi è dottor di rima. Sentenza aspetto e di ciò mi confido: per essa provarò per argomento che senno e natural rasion non falla. D'ogn'arte de l'alchima mi disfido e d'om che muta parlar per acento; non trae per senno al foco la farfalla.
II
Risposta di Bonagiunta a Gonnella
L'un ferro vince l'altro per forza dell'acciaio.
De la rason, che non savete vero, di rasion è che 'l mio parer dé' stima. L'un ferro vince l'altro per aciero, ciò è lo flor del ferro, che si sprima per foco, finch'è blanco ch'era nero; e mettesi dal taglio e da la cima, e cresce in de lo stato primero sí ch'altro ferro da lui non strima. Sentenza dia l'aucel, che fece il nido quando la gran fredura fi col vento; ca per lo caldo ciascun ride e balla. Io sacio che di giorno in giorno grido lo contrario del nostro piacimento: se no m'amollo, tal voler m'avalla.
III
Risposta di Bonodico a Gonnella
Il ferro corrode il ferro per artifizio.
Non so rasion, ma dico per pensero: però lo ferro per ferro si strima che sua vertute per artificero per piú dureza di quel ch'è dirima. Tolle, perde, muta e sta primero, la sua manera per atto si sprima. Latino, come sento, respondèro: ben sa chi omne, ch'è accidente, stima. In cui è la sentenza mi raffido che sia prova d'ogna provamento: lo ver sempre verace non si malla. Per arte molte campane saucido, d'altrui no m'asicuro né spavento: per allumar lo parpaglion si calla.
IV
Risposta di Gonnella a Bonagiunta
Perché vera arte non si può imparare?
Pensávati non fare indivinero, sí com' tu fáme, che vòi che si sprima per aventura e non per maestero lo tuo risposo e t'ange ch'io 'l riprima. Poich'eo sperava non esser fallèro tal senno, che si dice che sublima: chi bene intende pò dar di legero risposa, che per lui si diprima. Ingegno aiuta l'arte, e ciò dicido, unde natura apprende affinamento: folle fôra chi cher rasone e salla! Ma sai che chero e sovente mi strido: ver'arte und'è che non ha prendimento? Acel di monte pelle equo di stalla.
V
Risposta di Bonagiunta a Gonnella
L'arte corregge la natura; ma, mentre vuol sollevarla, non cerchi d'opprimerla.
Naturalmente falla lo pensero, quando contra rason lo corpo opprima, como fa l'arte, quand'è di mistero; vòle inantir natura, si part'ima. Perché natura dá ciò ch'è primero e poi l'arte lo segue e lo dirima; e sa piú d'arte chi è piú 'ngegnero e meno chi piú sente de l'alchima. Unde l'alchima verace non crido, perch'è formata di transmutamento: di sí falsi color tra' le metalla! Ma se ver'arte no s'aprende, fido che sia peccato contra, parimento; ché non è frutto se non è di talla.
II
Tenzone fra Bartolomeo e Bonodico
I
Bartolomeo a Bonodico
Se donna gentile debba amare amante baldo e ardito o incerto e dubbioso.
Vostro saver provato m'è mistieri, poi mi so' in tutta dubitanza. Di dui amanti molto piacentieri, ch'aman di fino core un'alta amanza, l'un ha baldeza e mostra volentieri ciò che gli avèn per lei con arditanza; l'altr'è dottoso e biasma li parlieri, ch'a la sua donna contan lor pesanza. A cui degia donar so intendimento la gentil donna, che di ciò è sagia? Ch'io no nd'ho caunoscenza in veritate. Però vi prego claro intendimento per vostra bontá tostamente n'agia, scrivendomi di ciò la veritate.
II
Bonodico a Bartolomeo
Donna valente deve amare colui che a lei piaccia.
Giá non sète di senno sí legieri che v'abisogni il meo per far certanza; ma piaquevo per mettervi 'n penseri di ciò che dite d'altrui innamoranza. S'eo vi rispondo co' nd' agio sentieri, rason, ch'è 'n voi, damende baldanza, poich'amor nasce, regna per piaceri e per altra vertú non fa mutanza. Amar non pò contra 'l suo piacimento donna valente, col fin amor sagia: voi ne savete 'l ver, che mi negate. Altro non vo' dichiaro, ch'eo non sento: non richerete in me piú ch'eo non n'agia; s'eo vi discrivo fallo, voi mendate.