LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO (continued 2)
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Appresso un Mess. Gian Giacomo, il quale sta alla badia di Frassinoro, e al quale ho qualche obbligazione per onore che sempre a me e alli miei ha fatto quando mi accade di andare e di mandare innanzi e indrieto; e per questo (ma più perchè mi credo che sia gran servitore di V. Ecc.) l'amo e desidero ogni suo bene; esso mi scrive la qui inclusa lettera per la quale si duole come V. Ecc. vederà.[241] V. Ecc. giudichi se si duole a ragione o torto. Di questo fo fede a quella, che per quello ch'io lo conosco gli è molto fedele e affezionato, e anco Ser Tito qui notaro potrìa di questo fargli più certa testimonianza. Esso scrive, e anco più volte ha cercato di persuadermi, che Domenico d'Amorotto sia buon servitore di V. Ecc. Che esso sia o non sia, V. Ecc. lo debbe sapere meglio di me: io per me di questa bona opinione di Domenico non son ben chiaro, perchè gli effetti che per li tempi passati ho veduto mi paron contrarî: pur avendo esso più possanza in questi paesi che non hanno li officiali di V. Ecc., non mi pare che sia fuor di proposito mostrare di credere che più presto ne sia amico che inimico, finchè un dì Mess. Domenedio provegga che possiamo più di lui. Io mi son sforzato fin adesso di tenermelo per amico, e anco di persuadere a lui che V. Ecc. l'abbia per buon servitore: e questo credo che sia stato bona causa, che fin adesso non ha, sotto specie di parzialitadi, molestata questa provincia. Se questo mio discorso par bono a V. Ecc., prego quella che anco con estrinseche dimostrazioni si sforzi di tenere Domenico, se non amico, almeno non nimico. Se anco le par meglio ch'io faccia altramente, me ne dia norma.
Io ho da significare a V. Ecc. come a questi dì due preti, l'uno da Reggio, e l'altro qui da Sillano, andaron a trovare il Sig. Alberto da Carpi[242] a Lucca mandati da Domenico d'Amorotto, il quale Domenico domandava di essere fatto Commissario similmente del piano di Reggio come è de la montagna, e s'accompagnâro qui con uno, al quale per via disseno quello che andavano a fare; e questo l'ha riferito a me, e dettomi come il Sig. Alberto ha fatto a Domenico quanto ha domandato.[243]
Qui si dice che Pierino Magnano si è presentato al cospetto di V. Ecc.: quando sia vero, aspetto da lei intendere come m'ho da reggere, circa la confiscazione de li suoi beni. Io ho fatto condurre certa poca quantità di grano che era ad una sua possessione. Ancora che si sieno (come anco ho scritto) appresentati chi dicon averlo comprato dal figliolo, l'ho fatta condurre qui in rôcca, e ci farò anco condurre un poco di vino, e tutto quello che di lui si trova mobile: ma non ne farò altro contratto finchè non ho novo avviso da V. Ecc., salvo ch'io pagherò li balestrieri e le spese de la condotta. Altro non occorre al presente. In bona grazia di V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, XXV novembris 1522.
Umil servitore, Ludovico Ariosto
XLV
Al medesimo
Ill. ed Ecc. Signor mio. È accaduto che per far scrivere le robe mobili di Pierino che si trovava avere a Castelnovo e di fuore, e che non parendo a me che fusse in tutto sicuro che 'l mio Cancelliero vi andasse solo, ho mandato seco li balestrieri col suo capo ogni volta in la terra, e tre è accaduto che li detti balestrieri son cavalcati fuore ad un luogo distante di qui quattro miglia detto Villa: la prima volta vi andâro a scrivere detti beni e li consegnâro in mano del prete de la villa, e non parendo a me che fussino ben depositati, volsi che vi tornasseno e che li mettessino in mano de l'officiale de la Villa; la terza volta vi sono iti per farli condurre in qua, e così hanno fatto condurre circa un moggio e mezzo di grano che v'era, e lasciato comandamento a quelli uomini che conducano un poco di vino che v'è. Ora non sapendo io come io avessi a satisfare il Cancelliero, li balestrieri e il suo capo, scrissi a questi dì agli Magnifici del Consiglio che mi avvisassino come io li avevo a pagare. Sue Magnificenze mi risposeno ch'io facessi il consueto e quel manco ch'io potessi, e che satisfatto a queste spese io mandassi il resto a l'esattore de la Camera. S'io sapessi certo qual fosse questo consueto, io non avrei avuto a domandare il parere di Sue Magnif.: ma qui non è Statuto nè lettera alcuna che sia pervenuta in man mia, che parli di quanto appunto sia la mercede di tali esecutori. Li balestrieri ogni volta che cavalcano domandano un quarto di ducato per volta, e il Capitano un ducato; e se fanno esecuzione in Castelnovo, domandano la metade di questo, e dicono questo essere il consueto: e il Capitano per queste esecuzioni avrebbe voluto tre ducati e mezzo; e ogni balestriero tre quarti e mezzo: del Cancelliero non parlo perchè sta meco e si contenterà di quello che vorrò io. Io dissi di dare al Capitano due ducati, e mezzo ducato per balestriero, e tutti si dolgono come io voglia torre quel che lor proviene. Io supplico V. Ecc. acciò ch'un'altra volta io non abbia a contendere e dar causa che questi che mi hanno ad ubbidire mi voglian male, che faccia intendere com'è l'usanza ne li altri luoghi di V. Ecc. di satisfare li balestrieri per l'esecuzioni che fanno, e far che così de le cose che appartengono alli Criminali come di quelle che appartengono alla Camera, io sia puntualmente instrutto, perchè tal lettera io farò qui registrare ne li Statuti, acciò che per l'avvenire nè io nè li miei successori stiano più sospesi in tali cause. — Per la Dio grazia qui si vive molto quietamente e in pace, e ogni cosa anderìa bene se non fosse per la vicinanza ch'avemo d'alcune terre che sono infette di peste: ma io col Capitano de la Ragione e con alcuni uomini da bene di questa terra non cessamo di far tutte le debite provvisioni; ma gli è il pericolo ch'avemo a far con villani, che mal si ponno tenere che non vogliano ir trafficando: pur Dio n'ha aiutato fin qui, spero che anco ne aiuterà: pur quando accadesse che alcuno si infettasse, supplico V. E. che sia contenta ch'io, senza scrivere altrimente, possa levarmi e venirmene a casa, perchè in ogni altro luogo mi darìa il core di poter schivar la peste fuor che qui, dove ho sempre villani all'orecchie, e non c'è alcuno che stesse a maggior pericolo di me. — Qui si dice che Pierino è a Ferrara: se 'l serà vero spero che da V. E. n'averò avviso. Quest'altri confinati, cioè il Coiaio e il Casaia, han scritto lettere a questa Comunità pregandoli che vogliano scrivere a V. E. che li rimandi a casa, e promettono di volere far miracoli di bontade: la lettera fu domenica letta in consiglio, e non fu uomo, di circa quaranta che c'erano, che rispondesse mai nè ben nè male. Io n'ho voluto dare avviso a V. Ecc., in bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 26 novembris 1522.
Umil. servitore, Ludovico Ariosto.
XLVI
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Iacopino da Convalle, il quale da V. S. mi è stato raccomandato nella differenza che ha con suoi cognati, mi ricerca ch'io facci fede a quelle di quanto sia stato fatto da me nella causa sua. V. S. intenderanno come a sua instanza io feci citare suoi cognati, delli quali uno detto G. Francesco, il quale è principale di loro, e al quale li altri fratelli si rimettono, non potè comparire per essere stato prima da me proibito di uscire di casa, per essere egli stato in luoco sospetto di peste; e dipoi che fu passato il termine della sospizione, la vicaria, della quale egli è, fu anco da me vietata di venire in questa terra pure per simile sospetto, sì che esso non è potuto comparire se non a l'ultimo comandamento; e questo ho detto perchè Iacopino vorrebbe che prima che si intendesse altro, lo satisfacesseno delle sue spese; e a me non è paruto di farlo, e di non giudicare di spese se non poi che averò cognosciuto li meriti della causa. Iacopino ha prodotto due testificati; in l'uno mostra che gli furono promessi in dote 22 ducati, e questo testificato è stato fatto citata la parte; poi ha fatto fare un altro esamine, ne lo quale mostra che non sterno a quelli primi patti, e che questi suoi cognati poi gli promisero 25 ducati: ma a questo secondo esamine non fu citata la parte. Li cognati dicono avere satisfatto Iacopino di questa dote, e di qualche cosa di più; Iacopino lo nega: a me pareva di dare qualche dilazione alli cognati di provare; Iacopino non se ne contenta, e mi prega che io facci relazione a V. S. del termine in che si trova la causa, e così la faccio. Alle quali sempre mi raccomando.
Li cognati di Iacopino dicono che hanno le loro prove nella vicaria del Borgo, e che sono stati per farli esaminare; ma che per essere loro stati creduti in sospetto di peste, hanno incorso in pericolo della vita.
Castelnuovo, 12 decembris 1522.
XLVII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Perchè dubito che una lettera del medesimo tenore di questa, che a' dì passati io scrissi a V. S., non sia venuta in sue mani per colpa del portatore, replico con questa altra per fare loro intendere che lo illustrissimo signor mio mi aveva dato commissione ch'io ricordassi a V. S. come sono passati due anni che tra il comune di Valico di sopra e quello di Cardoso fu fatta una dichiarazione di confine, intervenientibus utrinque commissariis, e di concordia ne fu contratto uno instrumento, e dal prelibato signor mio ne fu mandata la ratificazione e confirmazione a V. S.: e V. S. mai non hanno mutuo mandata a sua Eccellenza. E perchè sua Eccellenza desidera di averla ad ogni buono fine, m'ha commisso ch'io scriva a quelle che siano contente di mandarla; onde così io le prego e più presto che ponno, acciocchè da sua Eccellenza io non sia tenuto per negligente.
Appresso, questi di Valico si dolgono, che contra li patti alcuni di Cardoso hanno passato le confine, e arato e seminato sul terreno che non è suo: io prego V. S. che si degnino d'intendere la veritade, e non comportare che sia alli nostri fatto torto. Alle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo anni 1522.
XLVIII
Agli Otto di Pratica in Firenze
Magnifici et excelsi domini mihi observandissimi. È accaduto ch'uno, detto il Pretaccio da Barga, suddito di Vostre Eccellenze, aveva per un suo figliolo domandata per moglie una fanciulla di questa terra, ed eragli da li tutori stata promessa. E mentre che si veniva ordinando per fare il sponsalizio, la fanciulla, nescio quo spiritu ducta, è intrata in un monasterio che abbiamo qui, dell'ordine di San Francesco, ed èssi fatta vestir suora. Ma prima che si sia vestita, io insieme con tutori e parenti di lei ho fatto ogni opera possibile per rimoverla di questa opinione e far che 'l parentato segua; ma non l'ho potuto ottenere. Per questo il Pretaccio non riman soddisfatto, e vorrebbe per violenza avere costei, e minaccia alli tutori e alle monache grandemente. Io me ne sono doluto col capitano di Barga, e sua Magnificenza me n'ha dato assai giustificata e conveniente risposta; ma non è restato però, che questa notte passata il Pretaccio non sia venuto per mezzo li borghi di Castelnuovo con più di 50 compagni armati, e ito ad una possessione qui presso de la fanciulla, e se ne dimostra come padrone: ed ècci fin a quest'ora. Io l'ho fatto ammonire che se ne levi subito. Non so quello che seguirà. Mi è parso di ricorrere a Vostre Eccellenze, e pregarle che si degnino di scrivere subito e d'operare in modo che questo suo suddito desista da usare violenza, e segua li modi de la ragione, acciò che costui non sia causa di attaccare alcuna nimicizia fra li sudditi del mio Ill.mo Signore e quelli di Vostre Eccellenze, dove credo che la volontà de li Signori sia bene unita e ottimamente disposta l'uno verso l'altro: e in bona grazia di Vostre Eccellenze mi raccomando sempre.
Castelnovi Grafagnanae, 7 ianuarii 1523.
XLIX
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Perchè V. S. potriano avere inteso che alla Pieve Fossana, loco il quale è tra Castiglione suo e questa terra di Castelnuovo, è stato sospetto di peste; e per questo pensando le cose maggiori e di più pericolo che non sono, averanno forsi fatti divieti, che quelli che vengano di qui non possino intrare in Lucca; certifico V. S. come un Lucca Pierotto per uno suo figlio che nascosamente era andato, non so dove, si è infettato di modo, che due o tre sono morti di casa sua; ma presto si è fatto provvisione, chè tutta quella famiglia si è fatta ire in loco separato, e proibito a tutti quelli della Pieve, che non escano de le loro confine; benchè, grazia di Dio, in quella terra non si sia la peste scoperta in altra casa, e a Castelnuovo non è male nè sospezione alcuna, e stiamo con buonissime guardie. Io scrivo questa a V. S., perchè sappiano come sono le cose, e per pregarle che siano contente che lo esibitore di questa, che serà mio fratello messer Galeazzo Ariosto, entri e alloggi in Lucca, il quale è venuto da Ferrara per ire a Carrara a trovare il reverendissimo cardinale Cibo suo padrone; e questo riceverò da V. S. per uno grandissimo piacere; le quali ringrazio della copia che a questi giorni mi hanno mandata, di quella ratificazione pertinente alli uomini di Valico e di Cardoso. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 29 ianuarii 1523.
L
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Giovanni da Montepulciano, esibitore di questa, farà intendere a V. S. di un torto che li fece uno di quelli delli quali sono stati confiscati li beni per loro mali importamenti da V. S.; e mi dice che del tutto è informatissimo il spettabile Baldassarre da Montecatino, il quale domandato da quelle ne potrà fare buona relazione. Prego V. S. che prima per la giustizia, e poi per misericordia di questo povero uomo, il quale è da bene e merita essere aiutato, e appresso per mio amore, si degnino di prestargli ogni favore e aiuto conveniente: in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 18 ianuarii 1523.
Post scripta. Le S. V. non si diano maraviglia se la lettera è tardata; la causa è stata per il suspetto che è stato di qua di non potere entrare in Lucca: tuttavia ogni volta che si presenterà alle S. V., prego quelle li sia raccomandato per mio amore.
Castelnovi, 17 februarii 1523.
LI
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Alli dì passati scrissi una lettera a V. S. di uno torto che fu fatto a Giovanni da Montepulciano per uno di quelli de li quali sono stati confiscati li suoi beni per li loro mali portamenti, e che del tutto è informatissimo il spettabile Baldassarre Montecatini e Baccio del Fava vostro conestabile; li quali, dimandati da quelle, li potranno fare buona e vera relazione. Prego V. S. che prima per la giustizia e poi per misericordia di questo povero uomo il quale è da bene e merita di essere aiutato, e appresso per mio amore, si degnino di volerli far fare il debito suo conveniente, se non in tutto o in parte, e a quelle non li serà grave di darne avviso di quello, ed esse si risolveranno, notificando le S. V.; e serà una buona elemosina a farli del bene, per essere disfatto per tale conto: e V. S. intenderanno per la qui alligata tutto quello dimanda esso Giovanni, il quale vi sia raccomandato in buona grazia. E a V. S. mi offro e raccomando.
Castelnovi, 2 aprilis 1523.
LII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Essendo io a questi giorni stato a Ferrara, lo illustrissimo signor mio m'ha commisso ch'io replichi a V. S. quello che altre volte ho scritto, cioè che quelle siano contente, che li banditi di questa ducale provincia non siano securi nel dominio di V. S., et versa vice. Quelle ponno intendere li omicidii e assassinamenti che tuttavia accadeno in questi paesi, a li quali, per essere le giurisdizioni di V. S., de' signori Fiorentini e dell'illustrissimo signor mio così appresso l'una l'altra e come confuse, male si può provedere. Non ci vedo rimedio; ma che più presto le cose abbino a ire di male in peggio, se V. S. non mi soccorreno specialmente e presto, di non comportare che a li miei banditi sia dato recapito in le sue terre; et etiam per vedere che quando noi dessimo campana a martello per perseguitare tal gente di mala sorte, che le terre di V. S. accorressino in aiuto, che noi saremmo apparecchiati di fare per V. S. il medesimo: in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 10 aprilis 1523.
LIII
Al duca di Ferrara
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. Alla mia giunta qui trovai che questi banditi del Costa da Pontecchio con li figliuoli di Pellegrin dal Silico e alcuni lombardi de la fazione di Virgilio da Castagneto erano in numero di circa sessanta in Grafagnana, li quali, oltre a quello che avevano fatto fin a quel dì, di che il Capitano mi dice aver avvisato V. Ecc.a, di poi erano stati a Salcagnana e avevano preso un uomo da bene detto Cappello e l'avevano menato via legato e poi ammazzato. Parendomi gran carico mio e anco di V. Ecc.a patire stessino qui così senza contradizione alcuna, molte volte confortai questi di Castelnovo che volessino porsi insieme e ire a cacciarli, il che mai non potetti impetrare, come quelli che non si fidano l'uno de l'altro, e dubitavano che con intelligenza de la parte italiana fussino nel paese. Io pur mi deliberai di far il debito mio, e menai pratica con gli uomini di Sillano, li quali soli di tutta questa provincia gli avevano mostrato il volto ed erano stati seco alle mani, che luni mattina prossimo passato si trovassino a Camporeggiano con cinquanta de li suoi, che io mi troverei qui con quelle persone che potrei fare più presto; poi la sera innanzi mandai comandamenti nella Vicarìa di Trassilico che quelli che potevano portare armi la mattina del lunedì fussino a Camporeggiano: e così senza far motto ad alcuno la mattina del lunedì nell'aprire del giorno, con una gran pioggia, mi partii da Castelnovo con li balestrieri, cioè X, chè il Capitano loro con un altro balestriero restò ferito a Castelnovo, e avendo su la mezzanotte mandato a chiamare li uomini di Turrita, villa qui più prossima, con numero di circa quaranta persone, me n'andai a Camporeggiano, credendo di trovarvi li uomini di Sillano; ma quelli villani non s'erano più mossi, come nulla appartenesse loro questa cosa: tutti gli altri comandati vennero a pezzo a pezzo. Fu forza mandare a chiamare questi di Sillano, senza li quali non mi pareva di poter far cosa che stesse bene, perchè sono armati e da far qualche espedizione, chè gli altri erano da fare in loro poco fondamento. Mentre ch'io faceva questa indugia, li avvisi delli uomini di Castelnovo andavano in volta, li quali più ad agio mi dà l'animo d'investigare e di trovare. Finalmente vennero quelli di Sillano, incirca sei persone, e mi fecero certa scusa infangata, che non m'avevano bene inteso, e poi mi certificaro che tutti li lombardi insieme con Filippo Pacchione, Bernardello e Battistino Magnano s'erano partiti e tornati di costa da l'alpe, e Bertagnetta e tre altri da Pontecchio partiti in discordia da li compagni si trovavano a Pontecchio, ed erano certi che erano avvisati e che non aspettariano, e che s'io volevo andare per bruciar le case, sarei causa di far bruciare la metade di questo paese; e così quelli da Camporeggiano e tutti gli altri mi pregavano che io non bruciassi, ch'io sarei causa de la ruina di questo paese. Per questo e perchè mi vedevo essere stato tardo per pigliarli, e perchè vedevo che nessuno mi seguiva volentieri, e che sul fatto quando accadesse qualche contrasto sarei abbandonato, come già due volte sono stati li balestrieri; l'una da quelli di Castelnovo contra li borghesani, l'altra da quelli di Camporeggiano contra li banditi; mi parve di licenziare la gente. Subito mi furon ambasciatori di quelli banditi da Pontecchio, li quali mi pregavano come per la qui inclusa di Bertagnetta V. Ecc.a potrà vedere. Io per nessun modo son per farli tal salvocondotto: ben son per darli bone parole e vedere di assicurarlo alquanto, se mai potessi fare con astuzia quello che non posso per forza. Io avevo avvisato il Commissario di Frignano e signori Lucchesi, il Commissario di Fivizzano e alcuni altri che a me pareva che fussino buoni per serrare li passi quando questi ribaldi volessono fuggire; ma mentre che ho tardato a dar questi avvisi (che non ho potuto far sì secreto che li fautori suoi, cioè tutti questi de la parte taliana di Castelnovo, non se ne siano avveduti e non gli abbiano avvisati), si sono levati, come ho detto, e tornati in Lombardia. Io voglio che V.a Ecc.a intenda ogni cosa acciò che possa pensare e avvisarmi come mi ho da governare, chè veramente se non ci si fa qualche buona provvisione, questa provincia anderà di male in peggio e a V.a Ecc.a non resterà altro che 'l titolo di esserne signore, e la signoria in effetto sarà di questi assassini e delli capi e fautori c'hanno in questa provincia e specialmente in Castelnovo.
Ieri essendo a Camporeggiano feci chiamare il parlamento generale e proposi tre cose: l'una che fussino contenti di conferire con l'altra provincia ad accettare quindici o venti fanti scoppietteri appresso a gli balestrieri che ci sono, e pagarli per un mese o per dui finchè questa provincia si riducesse in tranquillità e sicurezza. Questo non ho potuto con alcuna persuasione far che vogliano accettare, anzi si sono levati in piedi alcuni vecchi e hanno cominciato a ricordare li tempi passati e a dolersi che contra li capitoli ch'ebbeno quando si dettono alla Casa da Este V.a Ecc.a gli abbia dato la gravezza de li balestrieri, allegando che prima si solevano tenire ne le rocche li castellani, il stipendio de li quali esse Comunità pagano senza alcun loro utile, e che detti castellani erano obbligati a tenere chi dui, chi tre, chi quattro famigli, de li quali famigli poi si soleva prevalere il Commissario, e che questi erano più temuti ed erano più atti a tenere queta la provincia che non sono li balestrieri. Io risposi loro quello che mi parve conveniente; ma finalmente non ci fu uomo che volesse consentire di crescere spesa, ma più presto instavano che questa spesa de li balestrieri si levasse lor da dosso, o almeno che li denari con che si pagano li balestrieri fussino spesi in tanti fanti, che sarìa pur più numero, e in questi sassi niente vagliono li cavalli e che li fanti più quietamente e per sentieri e per balze, di notte e di giorno si potriano condurre in luoghi dove non ponno ire li cavalli. Questo lor parere ho voluto scrivere: V.a Ecc.a lo intenda e poi faccia il suo.
Io li proposi appresso che si facesse un battaglione di ducento o di trecento fanti ne la sua Vicarìa distinto sotto li suoi capi e che se gli desse l'arme o scoppietti o balestre o picche, con che fussino sempre apparecchiati a poter obstare quando lombardi o altri forastieri volesson lor dar noia; chè di voler fare io per mezzo del suo aiuto alcuna esecuzione contro banditi o delinquenti son ben certo che non mi succederìa. Questi rimasero contenti di voler fare, e così ho cominciato a darli principio. Son quattro Vicarìe: mi sforzarò di fare che ciascuna faccia il suo, per potermene valere almeno contra l'insulti di forastieri.
Io feci lor la terza proposta, che mi dessino autorità di poterli obbligare di 25 ducati per persona di delinquente, perchè intendono di metter taglia a questi assassini, e proposi che non volevo che alcuno di essi rispondessi in voce ma secretamente con le fave, acciò che particolarmente non potessino essere notati e per questo offesi da li banditi, de li quali ero certo che avevano più paura, e gli avevano in maggiore osservanza e gli prestavano più ubbidienza che a V. Signoria. Li Sindici furono li primi a rispondere che davano l'autorità di questo agli Otto, sì come a quelli nelli quali era rimesso di poter spendere quello de le Comunità a lor modo. Gli Otto risposero che erano certi di tutti otto essere morti se facevano questo. Io mandai per le fave per far ballottare la cosa: si cominciaro a levare in piedi e ad uscire dal consiglio catervatim, dicendomi che non volevano intervenire a questo perchè erano certi che li banditi gli averebbero tutti per inimici e che se ne vendicariano sol per questo che avessino consentito che tal cosa si ballottasse. Or V.a Ecc.a può comprendere in che paura è tutto questo paese per sei o dieci ribaldi che ci sono.
Ultimamente gli Otto che mi sedevano più appresso mi disseno che avriano di grazia di pagare questa taglia, fatto che fosse l'effetto, ma che non volevano essere autori, ma che più presto volevano mostrare essere sforzati da V.a Ecc.a e che sarìa bene che quella mi dèsse per una sua lettera commissione o per una grida emanata da quella, che io mettessi taglia a questi ribaldi, e l'uno che ammazzasse l'altro uscisse di bando e appresso guadagnasse dieci ducati, chè fariano più conto del denaio che d'essere rimessi. V.a Ecc.a ora consideri il tutto e mi significhi ch'io per me, senza l'aiuto e consiglio di quella, non so che mi faccia.
Per satisfare a quella di quanto ella mi commise de li prugnoli e delle trote, passando da Montefiorino e ritrovandovi il Commissario di Sestola, feci che subito spacciò un messo con certi pochi prugnoli che erano ivi apparecchiati per lui; e credo che V.a Ecc.a gli abbia avuti. Io ho fatto subito pescare a trote, e fin qui non ho potuto averne se non tre assai piccole, le quali subito ho fatto amarenare. Se n'avrò prima che io spacci il messo dell'altre, le manderò insieme; se non V.a Ecc.a si contenterà di queste perchè l'acque sono in questo paese ancora fredde di sorte, che non se ne può pigliare. Ho li messi fuori per trovare delli prugnoli: se ne potrò avere li manderò insieme; ma questo paese è più alto che 'l Frignano, e per questo più tardo a produrre le cose, sì che V.a Ecc.a mi scusi s'io non posso fare al presente quanto è il mio debito e desiderio. Altro non occorre. In buona grazia di quella umil. mi raccomando.
Castelnovi, 15 aprilis 1523.
(P. S.) Appresso mi ero scordato di dire a V.a Ecc.a che tutto il consiglio di Camporeggiano mi pregava ch'io facessi a questi banditi salvo condotto di star nel paese, dando essi sicurtà secondo che per lettera loro inclusa propongono. Io risposi che questo non ero per fare senza saputa di V.a Ecc.a e che gli ne darei avviso.
V.a Ecc.a debbe anco sapere questo, che per derisione dell'officio questi banditi quando erano tutti insieme prima che si partissero del paese ferono far una grida che promettevano di donare ducento ducati a chi dèsse lor nelle mani vivo il Capitano Vicecommissario e cento morto: così m'ha detto esso Capitano che l'ha per cosa certa.
LIV
Al medesimo
Ill. ed Ecc. Signor mio. Ora ho ricevuto una di V. Ecc. per la quale quella m'instruisce quanto ho da fare contra questi banditi, li quali di nuovo hanno fatto li eccessi di che il Capitano de la Ragione avea dato avviso; ma perchè per un'altra mia, la quale per la via del Commissario del Frignano ho dirizzata a V. Ecc. io avviso quanto poi ho fatto, e qual sarebbe il mio disegno per avere questi ribaldi ne le mani, non farò altro fin che da quella non ho nuova commissione. Le case sempre si ponno bruciare, ma non già sono atto d'avere li delinquenti ne le mani, se non aspettando il tempo, e usando grande industria. Pur io manderò la lettera di Vostra Eccell. al Commissario del Frignano, acciò che ad ogni mia richiesta mi somministri le genti e l'aiuto di che io lo ricercherò.
Li uomini del Poggio per aver negato di seguitare il Capitano de' balestrieri, e per aver prima dato mangiare e bere alli banditi, benchè io creda più presto per paura che per volontà; pur per non avere fatto il debito loro di dar la campana a martello, o di mandare ad avvisare l'officio, et etiam perchè sieno esempio agli altri; ho condennato secondo il tenore de le mie gride in 200 ducati, ed anco penso di non lasciar quelli di Camporeggiano impuniti, se con ragione potrò procedere: ma fanno assai escuse, che li banditi erano molti più in numero che tutto quel popolo, e che li balestrieri nostri giunseno improvviso, e così presto furon rotti, che essi non ebbono tempo di pigliar l'arme. Pur la cosa s'intenderà e similmente del Comun di Ponticossi, che fu richiesto e non volse seguire; e s'io potrò condennarli, non avrò loro remissione. A V. Ecc. starà poi a far la grazia, ne la quale spero che avrà rispetto a far satisfare il Capitano e quel povero balestriero, del quale il cavallo peritte, dei loro interessi.
Appresso perchè si approssima il tempo che questo Capitano de la Ragione sit functus officio, chè questo giugno è il suo termine, io dubito di restar qui senza compagno, o vero che sia mandato in suo loco uno che non sia così a proposito de l'officio come è lui, che, come altre volte ho scritto e detto a bocca, è virile e uomo da farsi temere e ubbidire, ed esso con la sua severità tempera quel mio difetto che alcuni di Castelnovo m'hanno imputato, cioè di essere troppo buono;[244] dove se fusse mandato qui un altro che similmente fusse troppo buono, dubito che l'uno e l'altro insieme farìa una mistura che valerìa poco: per tanto prego V. Ecc. a far che non si parta finchè ella non abbia provvisto d'un altro simile a lui; che almeno non si parta di qui per tutto agosto. Altro non occorre al presente. In bona grazia di V. Ecc. umil.te mi raccomando.
Castelnovi, XVI aprilis 1523.
LV
Al medesimo
Ill. ed Ecc. Signor mio. Essendo io a questi giorni a Ferrara,[245] accadde che due figlioli di Ser Evangelista dal Sillico entrâro qui a Castelnovo una notte travestiti in casa d'una giovane; la quale ancora ch'abbia nome di far piacere segretamente ad un uomo da bene di questa terra, pur non è p.... di ognuno, e sta e pratica senza essere schivata con le donne da bene; e gli messero le mani addosso per tirarla per forza di casa. Ella gridò, e fu aiutata. La mattina si venne a dolere al Capitano. Per questo un figliolo di Ser Evangelista, detto prete Job, il quale è chierico ordinato in sacris, trovò la madre di detta giovane, e gli ruppe la testa e lasciò per morta, ed è stata molti dì in pericolo di morire. Per questo il Capitano gli processe contra, e lo condennò in 200 lire. Ser Evangelista produsse le bolle de li ordini del figliolo, e fece venire una inibitoria dal Vescovo di Lucca. Per questi ed anco per altri rispetti il Capitano cessò dal procedere, in modo che 'l detto prete Job è tornato a Castelnovo. Questa cosa è di mal esempio, e anzi spiace sommamente, e se non fosse che io temo le censure ecclesiastiche per aver beneficio,[246] io non guarderei che costui fosse prete, e lo castigherei peggio che un laico: e quando io non potessi fare altro, almen li darei bando: che se bene li signori temporali non hanno potestà sopra li chierici, pur mi pare che nè anco li chierici debbiano poter star nel dominio de li detti signori contra lor volontà. Io n'ho voluto scrivere a V. Ecc. acciò che quella gli faccia quella provvisione che le pare; e d'ogni cosa che determini dia più presto al Capitano la commissione che a me, perchè esso non ha beneficî come ho io. E in buona grazia di V. Ecc. umil. mi raccomando.
Castelnovi, 17 aprilis 1523.
Post scripta. Avevo scritto al Vescovo di Lucca, de la cui diocesi è Castelnovo, e a quel di Luna, che è superiore alli preti di Camporeggiano, acciò che mi dessino autorità sopra li preti. Il Vescovo di Lucca si trova ammalato, sicchè non ho potuto ancora averne risposta. Questo di Luna mi risponde la qui inclusa lettera, per la quale V. Ecc. può giudicare che se vogliamo ricorrere alli Vescovi avremo poco aiuto: ed io anco n'ho fatto esperienza, chè questa passata estade mandai in mano del Vescovo di Lucca quel prete Matteo[247] che avea ferito il mio Cancelliero, ed era omicida e assassino publico, e con poca acqua lo mandò assolto: e prima ch'io venissi qui, un prete Antonio da Soraggio, ch'avea morto un suo zio, fu in mani del Vescovo di Luna, e con un misereatur fu liberato.
LVI
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Li uomini di Valico mi hanno pregato ch'io facci opera d'impetrare grazia appresso V. S. per uno delli suoi detto Belgrado, che è prigione di quelle. Quello che detto Belgrado abbia fatto di male di nuovo, non m'hanno saputo dire, se non ch'è imputato d'aver voluto puorre taglia a certi di ch'io non so il nome, e in sua escusa mi allegano che questi tali erano debitori di lui; e più presto ha cercato per quella via che ha potuto di avere il suo, che egli avesse intenzione di volere quello che non gli apparteneva. Questo atto, ancora che sia violenza, chè non è licito ad alcuno farsi da sè ragione, pure merita, intercedendo persona quale io mi reputo di essere appresso V. S., per l'affezione e lo amore ch'io li porto, di esserli usato indulgenza e perdonanza; e così quanto so e posso, e prego e supplico V. S.: e se ben per li tempi passati questo Belgrado è stato alquanto più gagliardo a danno delli sudditi di V. S. e a difesa delli suoi di Valico in quelle differenze tra Valico e Cardoso, prego quelle che adesso non voglino ritoccare quelle piaghe che già più giorni dovrebbero essere salde, e così voglino rimettere ogni passata ingiuria, ch'io ne averò a V. S. perpetuo obbligo, e lo accumulerò appresso alli altri molti ch'i' li ho; e so che al mio illustrissimo signore quelle faranno gran piacere: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 18 aprilis 1523.
LVII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Cesare di Antonio Evangelista da Valico si trovò insieme con alcuni di Coreglia a fare certo omicidio, e perchè mi dice che tali suoi compagni hanno avuto da V. S. salvo condotto, è ricorso a me come a quello la cui intercessione spera che li debba giovare, e pregatomi che io supplichi a V. S. che in questo lo voglino trattare come hanno fatto li altri che sono in pari colpa: e così io, che debbo avere la protezione di questi sudditi dello illustrissimo signor mio, quanto so e posso lo raccomando a V. S. che lo faccino puorre nel medesimo salvo condotto, dove sono posti quelli da Coreglia, seguaci di Francesco da Castiglione: e in buona grazia di quelle mi raccomando.
Castelnovi, 19 aprilis 1523.
Dominationum vestrarum observantissimus Ludovicus Ariostus.
LVIII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Per una de' 16 di questo da V. S. ho inteso la buona volontà circa a quanto dal mio illustrissimo signore sono state ricercate, e come per concludere tale effetto sono per mandare uno suo commissario; e quelle mi domandano, se io ho autorità dal mio illustrissimo signore che basti a fare questo. Io non ho alcuno mandato altrimenti in scritto, se non che già molti giorni e mesi sua Eccellenza per una sua mi commise ch'io facessi opera con V. S., che li nostri banditi non fosseno securi nel dominio suo, e che similmente li banditi di V. S. non fosseno securi nel nostro. Allora io scrissi due volte o tre a V. S., e quelle mi rispuosero che circa questo farebbeno certo consiglio, e che poi mi avviserebbeno; e quelle, forse essendo in maggiori cose occupate, non mi mandarono mai la resoluzione. A questi dì prossimi io fui a Ferrara, e il signore duca mio mi commise di nuovo ch'io pure ritentassi e cercassi di nuovo fare lega con V. S., sì come sua Eccellenza ancora ha scritto a quelle. Altro mandato nè altra commissione in scritto ho io; bene vi rendo certe, che di tutto quello che io farò per quiete di questa provincia di Garfagnana, così pertinente a V. S. come a sua Eccellenza, essa se ne chiamerà contenta, e sarà per ratificarlo: pure non starò di avvisarne quelle, se, prima che la risposta venga, parrà a V. S. di mandare il suo commissario; o se anche si parrà meglio che si aspetti nuova commissione dal duca, faranno il suo parere. Al miglior consiglio delle quali mi rapporto sempre; e di continuo in sua buona grazia mi raccomando. Castelnovi, 19 aprilis 1523.
LIX
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Li uomini di Valico si lamentano che quelli di Cardoso ogni giorno menano il suo bestiame, oltra quello che già è stato determinato per li commissarii di V. S. da una parte, e quelli dello illustrissimo signore mio dall'altra, in loro grandissimo danno e pregiudicio: io prego V. S. che siano contente o di admonire li suoi sudditi che stiano taciti e quieti di quanto già è stato fatto, ovvero siano contenti che li uomini di Valico, se ritrovano bestie di quelli di Cardoso nel suo, le possino pigliare e menare qui a Castelnuovo; acciò che del danno e trasgressione che fanno patischino la pena. E in buona grazia di quelle mi raccomando.
Castelnovi, 20 aprilis 1523.
LX
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Sempre che il commissario di V. S. verrà, io lo vederò e onorerò, come è mio debito, molto volentieri. Di nuovo raccomando Belgrado, e così Giovanni da Montepulciano a quelle; in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 23 aprilis 1523.
LXI
Al duca di Ferrara
Ill. ed Ecc. Signor mio. V. E. può sapere che per essere stato su quel di Cicerana assassinato un prete pisano da un Nicodemo e da un Minello sudditi de' Fiorentini, ma che tuttavia abitavano a Cicerana, e, per quanto dice il prete, da un Giuliano figliolo di Pellegrin dal Sillico e bandito per esser stato uno di quelli che ammazzâro Ser Ferdiano; benchè alcuni di Castelnovo li quali hanno la protezione di questi dal Sillico non vogliano che 'l prete dica che questo Giuliano vi fosse, e per questo l'hanno molte volte minacciato e minaccian tuttavia; pur la verità sta che esso Giuliano v'era: il qual Giuliano con questi assassini e con Baldone suo fratello e con altri banditi è sempre abitato a Cicerana in casa di sua mogliera e de la mogliera del Moro suo fratello, c'hanno due sorelle e hanno la casa comune; non ostante gli ordini che non si può dar recapito a' banditi, e non ostante che a quel Comune io n'ho fatto molte volte proibizioni e con gride publiche, e con comandamenti particolari in scritto e a bocca, e anco specialmente a questo Moro e alle mogliere, che sotto pena de la disgrazia di V. E. ed essere loro arsa la casa non lascino questi banditi venire in quella casa: per queste disobbedienze e per essere da li sopradetti stato assassinato questo prete, condennai il detto Comune di Cicerana 300 ducati, ancora ch'io conoscessi che 'l Comune non era in tanta colpa di questo quanto era il Moro, chè il Comune aveva peccato per paura e per non poterne fare altro; imperò che questo Moro e li fratelli con li banditi loro seguaci e con la intelligenza c'hanno con alcuni di Castelnovo, si son fatti tiranni e signori di quel luogo. Ma io mi attaccai al Comune perchè non vedevo allora modo di avere questi malfattori e questo Moro lor ricettatore e fautore e partecipe ne le mani, e non mi pareva che ci fosse l'onore di V. E. che questo prete si dovesse ir lamentando di essere stato assassinato nel dominio di quella. V. E. di poi usando insieme giustizia e clemenza è stata contenta che quel Comune, purchè satisfaccia il prete de li suoi danni, del resto de la condennagione abbia grazia. Io che pur avevo animo che chi ha fatto il peccato ne facesse la penitenza, ho tenuto modo che questo Moro mi è venuto a parlare, e l'ho preso e l'ho in prigione, non solo per questo (avvenga che per questo saria degno di grandissima punizione, chè li danari de l'assassinamento son stati partiti in casa sua, e credo ch'esso n'abbia avuto una buona porzione), ma ancora perchè è sempre il capo o gran parte di tutti li assassinamenti che si fanno in questa provincia: ora egli era a San Pellegrino con quelli da Barga e da Sommacologna, or ne la Vicarìa di Sopra con quelli del Costa, or con quelli de la Temporia, per modo che mi pareva che fosse il Signore de la campagna di Garfagnana. Prego V. E. che ad instanza di alcuno che venisse a quella per volerglielo dipingere per un uomo contrario a quello che egli è, non si muova a commettere che non si eseguisca quanto vuol di lui giustizia; ma la supplico appresso che commetta questa causa al Capitano qui di Castelnovo, e non a me che non è mio mestiero, ma in questo dia al Capitano autorità di Commissario; chè se una volta non si comincia a castigare li tristi in questo paese, moltiplicheranno in infinito. V. E. saprà appresso che, non ieri, l'altro, un fratello di costui bandito detto Baldone, con circa 12 compagni o 15, andò a Camporeggiano, e fece spalle ad un ghiotto detto Margutte da Camporeggiano perchè ammazzasse un Giannetto fabbro pur da Camporeggiano; ma l'avventura aiutò quel poveruomo che non fu morto; pur è restato ferito di due ferite, e ritornando indietro verso Cicerana, quando furon ad una villa detta la Sambuca, tolsero un par di buoi ad uno detto Gian-grasso, e li conducevan via, e quel Gian-grasso venne correndo a Castelnovo a me che era circa mezz'ora di notte, ed io feci subito montar li balestrieri a cavallo: ma quelli assassini sentendo venire li balestrieri lasciaron li buoi e se ne fuggiron verso Cicerana. È poi venuto a me Bastiano Coiaio, siccome quello che è procuratore di tutti li tristi, e mi vorria persuadere che questi erano iti a Camporeggiano per fare che quel Margutte facesse la pace con quel Giannetto, e che poi Margutte contra volontà de li compagni aveva voluto ammazzare quel Giannetto, e che questi buoi non avevan tolti per menar via, ma per far paura a un fanciullo acciò che li insegnasse una beretta che tra via era caduta ad uno di questi compagni. Io ho voluto questa escusa sua scrivere a V. E. acciò che quella intenda la cosa e cognosca il vero da la bugia, e questi protettori de' ribaldi non li mostrino il nero pel bianco. Io ho esaminato oggi circa quattro testimoni che depongono, che già è passato l'anno, che 'l Moro con li fratelli si trovò al Poggio in compagnia di due da Sommacologna che ammazzâro un povero uomo suddito di V. Ecc. Io aspetto da quella circa a questo che sia data gagliarda commissione al Capitano qui: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 25 aprilis 1523.
LXII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Li pecorai di questa ducale provincia si dolgono, e massime questi della vicarìa di Castelnuovo, che dalli daziarii di Lucca sono astretti a pagare de' lor bestiami le gabelle maggior del solito; e intendendo io che altre volte hanno voluto fare il medesimo, e che li commissarii miei predecessori se ne sono querelati a V. S., e quelle hanno proibito e con nuove dichiarazioni determinato, qualmente hinc inde nessuna cosa s'abbia a rinnovare; io ho voluto che V. S. sappiano questo, che senza saputa o volontà di quelle credo che molti gabellarii tentino puorre in usanza, con fiducia che V. S. non l'abbino a comportare, e che vogliano che le medesime esenzioni che li uomini di questa Vicaria dànno alli sudditi di V. S., questi reciprocamente le abbino da quelli; dalle quali aspetto intendere che non siano per tollerare questo torto: e in sua buona grazia mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
LXIII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Avendomi a questi giorni V. S. domandato se avevo tanta autorità dal mio illustrissimo signore di potere transigere e compormi con esse, o sia con il commissario che le sono per mandar qui, di quanto per più mie lettere io li ho ricercati, io subito scrissi a sua Eccellenza, e quella mi ha mandato una patente della quale questa è la copia:
«ALPHONSUS dux Ferrariae, Mutinae et Regii, marchio Estensis, comesque Rodigii.
Essendo li magnifici ed eccelsi signori Lucchesi, amici nostri onorandi, in quel medesimo volere e opinione che siamo noi, ciò è che li banditi dal territorio di loro signori non abbino refugio nè porto alcuno in le terre e territorio nostro di Garfagnana, nè li banditi e ribelli nostri similmente abbino ricapito nella giurisdizione e territorio di essi signori Lucchesi; e volendo loro signori mandare uno commissario con ampia autorità a voi commissario nostro in Garfagnana per concludere capitoli e composizioni sopra questo; il che è per ridondare a beneficio comune e quiete delli loro sudditi e nostri, e per tor via molti scandali, omicidi e delitti, li quali più animosamente si commettono, quando per li delinquenti si sa dove si possano a salvamento riducere; siamo contenti che tra il magnifico commissario di detti signori Lucchesi e noi si faccino e fermino autenticamente capitoli e composizioni, per li quali si dichiari: che li banniti e ribelli hinc inde non abbino sicuro refugio e ricorso, li nostri nel dominio loro, e quelli di essi nel dominio nostro; e più, che ogni vólta che voi volessi per li nostri balestrieri e barigello fare pigliare alcuno bandito e ribelle nostro fuggito nel dominio di loro signorie, il barigello loro sia obbligato prestare ogni favore al nostro, e il nostro al loro per fare le catture che occorresse a farsi, aiutandosi mutuamente con tutto il sforzo e potere nostro e loro: e a concludere, fermare e stringere simili capitoli e composizioni col prefato signor commissario, quale essi signori Lucchesi manderanno, per questa nostra patente lettera, a voi messer Lodovico Ariosto, nostro commissario in detta provincia di Garfagnana, diamo e concediamo ampla, piena e valida autorità; promettendo di avere rato, fermo e approvato tutto quello che da voi sarà trattato, concluso e stabilito col prefato magnifico commissario delli prefati signori Lucchesi, quale sono per mandare costì per questo buono e laudabile effetto. E in fede di ciò avemo fatta questa nostra, e sigillata con il nostro consueto sigillo.
Dat. Ferrarie, in palatio nostre residentie, die 27 aprilis 1523.»
V. S. veggono quanto sia la mente del mio illustrissimo signore; ora ponno a suo piacere mandare il suo commissario, che dal canto mio serò sempre apparecchiato a riceverlo con quella riverenza che è mio debito: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
Di V. S.
Obsequiosissimo Ludovico Ariosto.
LXIV
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Peregrino esibitore presente, il quale abita a Corfino, terra di questa ducale provincia, si duole che tornando da Pisa con le sue bestie cariche di sale, li sono state ritenute a Lucca, e non li è stato detto la causa; e da martedì in qua non ha potuto avere licenza di partirsi, nè sapere perchè sia ritenuto: è ricorso a me, acciò che io lo raccomandi a V. S. che almeno possa intendere per che causa li sia fatto questo, acciò che, dicendo la ragione sua, si possi discolpare di quanto è imputato. Io lo raccomando a V. S., che non li lascino fare torto; e più presto, quando abbi fallato, li usino clemenza e misericordia. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, ultimo aprilis 1523.
LXV
Al duca di Ferrara
Ill.mo et Ecc.mo Signor mio. Circa a quanto V.a S.ria mi scrive, che non le pare che s'abbiano a far quelli fanti nè quelli battaglioni, mi rimetto al miglior parere di quella: mi pare però strano che li forestieri vengano con li banditi di questa provincia in ottanta e in cento ad ardere e amazzare e saccheggiare il paese, e non sia modo di risponderli. S'io m'avessi saputo imaginare meglior rimedio io l'averei proposto. Circa il porre quella taglia, mi par d'aver scritto che in quel consiglio di Camporeggiano non solo non fu concluso di porla, ma nè anco fu permesso che si ponesse a partito, e che quando io mandai per torre le fave, tutti catervatim si levaron di consiglio, ma che gli Otto che mi sedevano più appresso mi dissero che io authoritate propria la mettessi, e che poi io la facessi pagare alla sua Vicarìa, licet la maggior parte repugnasse poi; e mi dissero appresso che sarìa buono ch'io avessi di questo una commissione da V.a Ecc.a acciò che gagliardamente io la potessi eseguire, sicchè mi parrebbe che fosse buono che V.a Ecc.a mi commettesse per una sua che per una grida da parte sua io mettessi taglia di dieci ducati sopra ciascuno di questi banditi che sono stati assassini, e che poi io la facessi pagare comunamente a tutta questa provincia, cum sit che non debbano aggravarsine essendo per tornare in tanto utile loro quanto sarebbe estirpando questi ribaldi del paese. Io son ben certo che ancora che quelli Otto mi dicessino così, che serà fatica che lo vogliano fare e verranno a querelarsine a Ferrara. Io avevo proposto di far li battaglioni a questo effetto, che quando accade simile cosa, che forse è per accadere più presto e più spesso che V.a Ecc.a non pensa, e che montando io a cavallo per obstarli, avessi subito chi mi seguisse, chè mentre io comando li Comuni che mi vengan dietro, l'un guarda l'altro, e chi dice che non ha armi e chi trova altra scusa, e se pur vengono, la cosa va in lungo di modo che li banditi han tempo di far li lor disegni e di partirsi a salvamento. S'anco quando tali cose accadono voglio ricorrere per aiuto dal Commissario di Sestola, non può la venuta esser sì presta nè sì segreta che i banditi non abbian tempo di far ciò che vogliono. Quando io non avessi dubitato di errare, averei avuto il modo di pigliare o di tagliare a pezzi tutti questi ribaldi e la sua compagnia, imperò che Domenico di Amorotto m'ha fatto per sue lettere intendere che ogni volta che costoro si riducano o a Dallo o a Pontecchio dove è il lor nido, io lo avvisi e gli dia termine dui o tre dì, che verrà con trecento compagni lor da un canto, sì che con ogni poco di gente con che io mi movessi dall'altro canto, sarei atto a amazzarli o farli dare in mano del lor nimico che li amazzasse. Io ho accettato la profferta e risposto che quando sia il tempo lo avviserò: pur non lo farei senza saputa e commissione di V.a Ecc.a, nè mi parrebbe male, quando non si può fare altrimenti, d'imitar Cristo che disse de inimicis meis cum inimicis meis vendicabo me; avvenga ch'io non abbia Domenico per inimico di quella, se alle lettere sue si può dar fede, che mi scrive che per V.a Ecc.a è per porre la roba e la vita propria. Supplico quella che circa questo mi risponda acciò che tornando questi ladroni o che io non perdessi tanta occasione quanta sarìa di pigliarli o d'amazzarli, o che io credendo di far bene non facessi cosa contro la volontà di quella.
Se non fosse che pur ho speranza o per una via o per un'altra di avere di questi ribaldi alcuno nelle mani, già avrei mandato a torre quelli cavalli e fanti che sono in Frignano e avrei fatto ardere e spianare le lor case; ma perchè questa vendetta contro le case si può fare da ogni tempo, mi pare che sia meglio attendere e far ogni pruova d'aver li banditi o alcun di essi in mano. E m'è dato intenzione per certe spie c'ho messo che n'averò qualcuno. Io attenderò qualche giorno e poi manderò a chiamare quelli cavalli e farò quanto da V.a Ecc.a ho in commissione; ma non so però quanto tempo li detti cavalli sieno per stare in Frignano, che già non vorrei mentre ch'io diferisco a farli venire da questa parte fossino richiamati a Ferrara, e quando io li volessi poi che mi fossino lontani: per questo mi parria ben fatto che se non avessino più da fare in Frignano, che quando fossino per tornare a Ferrara più presto venissero a stare qualche giorno in questa provincia al medesimo modo che stanno in Frignano: pur mi rimetto al parer di V.a Ecc.a
Circa a quanto quella mi commette, che io non condanni questi Comuni c'hanno dato ricapito alli banditi secondo che meritano in effetto; che se li nostri balestrieri vanno da luogo a luogo non gli dariano un boccal di vino, nè pur un'abbracciata di paglia, e alli banditi portano incontro la vittovaglia senza esser richiesti; io farò quanto V.a Ecc.a mi commette da qui innanzi, ma la commissione è giunta tardi per quelli del Poggio che già ho condennati 200 ducati per non avere voluto seguitare il Capitano de li balestrieri: pur la condennagione non è a libro, la qual ho fatta grande sì per terrore degli altri sì anco per più facilmente indurli a pagar il cavallo del balestriero: e sebben gli avessi condennati, non era però ch'io non credessi che V.a Ecc.a avesse loro a far grazia, ma fra tutti almeno erano buoni senza molta contradizione a pagare il cavallo e l'interesse del Capitano ferito, chè se V.a Ecc.a permette che questo povero balestriero resti in danno, tutti gli altri si faranno restii di andare in luogo dove siano a risco di perdere, e questi villani si faranno ogni dì più insolenti.
Circa a quel prete che V.a Ecc.a mi commette ch'io lo rimetta al Vescovo, la mia lettera non è stata ben intesa. Sappia V.a Ecc.a che questa provincia di Grafagnana è subietta in spiritualibus a dui Vescovi: la Vicarìa di Castelnovo e di Trassilico al Vescovo di Lucca, quella di Camporeggiano al Vescovo di Luna; e perchè, come altre volte credo aver scritto, li peggiori e li più parziali di questo paese sono li preti, essendo io a questi giorni a Ferrara, procurai d'aver lettere di V.a Sig.ria l'una direttiva a l'un Vescovo e l'altra a l'altro. Quel di Lucca si è trovato essere a Milano e ancora non ho avuto risposta, quel di Luna rispose la lettera che ha veduto V.a Ecc.a Al qual Vescovo di Luna non mi accade al presente di rimetterli alcun prete ne le mani perchè non ho alcuno ne la sua diocesi che abbia fallito; ma in omnem eventum gli avevo domandato quella potestade perchè non può star troppo a scoprirsene qualcheuno. Quel prete Job figliuolo di Ser Evangelista, del quale mi son doluto con V.a Ecc.a,[248] che senza aver fatto pace con le donne offese voleva sotto questa ombra di esser prete star in questa terra, è subietto al Vescovo di Lucca, e lui non ho a chi rimettere perchè il Vescovo non c'è: il suo Vicario credo ci sia, ma della ragione che faranno, senza farne altra pruova, ne sono chiarissimo, che già ho l'esempio di quello che fu fatto a prete Matteo ch'io rimessi lor nelle mani, il quale aveva ferito uno officiale di V.a Ecc.a e fatto omicidii e mille altri delitti e non fu pur messo in prigione. Io voglio di nuovo pur dire anco quattro parole circa questo prete Job, poi V.a Ecc.a terminerà quello che le parrà. Credo che sia stato fatto intendere a quella che ha fatto ingiuria a una puttana, e per questo paia che sia cosa da passarsene leggiermente. V.a Sig.ria intenda che la violenza c'hanno patite queste donne si arreca fra gli altri a grandissima ingiuria uno cittadino qui detto Acconcio delli più ricchi e di più parentado e di più credito di questo luogo, imperò ch'esso, a parlar chiaramente è innamorato in questa giovine e l'ha segretamente a suo comando, e di questa cosa era per farne dimostrazione di mala sorte, e tanto più che lui è di fazione contraria a ser Evangelista e le inimicizie e parti di questa terra cominciaro fra queste due case e il detto Acconcio reputa per suo dispetto, più che per altra causa, quelle donne sieno state violentate e battute....[249]
Castelnovi, 2 maii 1523.
LXVI
Al medesimo
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. Per altre mie V.a Ecc.a avrà inteso la causa che mi fa soprassedere a non ardere e spianare le case di questi banditi assassini, chè pur vorrei far prima ogni possibile opera d'averli nelle mani. Tre se ne truovano, per quanto mi è detto, a casa sua a Pontecchio, che vi stanno assai sicuramente, con speranza di avere da V.a Ecc.a il salvo condotto, che per la Vicarìa di Camporeggiano intendo hanno fatto domandare. Questi mi è dato intenzione di darmi presi, avvenga ch'io non creda ad uomo di questo paese cosa che mi prometta; pur starò alcuni giorni a vedere. Li altri assassini, cioè Bernardello e Bertagnetta e Pellegrinetto e altri ch'io non so il nome si truovano alla Villa al soldo di quel Marchese detto il Marchese Malaspina, e di poi che vi sono andâro insieme con un servitore per assassinare un certo mercadante che quindi passava, e lo assassinâro: il che sentendo quel Marchese, mandò lor drieto e fece restituire le robe al mercadante, e di sua mano (intendo) amazzò quel suo servitore che era ito in compagnia di questi ribaldi. A loro non fece altra ingiuria che di parole e di minaccie se più facevano nel suo paese tal tristizia. Ora, rimettendomi però sempre al parere di V.a Ecc.a, mi parrebbe che quella scrivessi caldamente a questo Marchese e lo pregasse che pigliassi questi ribaldi e li dèssi in mano a chi V.a Sig.ria o il vostro Commissario mandassi a torli. Mi pare che avendoli V.a Ecc.a per questa via, sería con poca fatica e risulterebbe a grandissimo utile di questo paese e a gran terrore degli altri ribaldi e a non poco onore di V.a Ecc.a
La lettera in favore di Belgrado si è avuta, ed io subito l'ho mandata al fratello di lui acciò che non perda tempo, sicchè credo che a quest'ora sia a Lucca. Io farò intendere agli uomini di Vallico il buon animo di V.a Ecc.a verso loro, nè credo che questa opera sia spesa malamente, perchè quel Comune è buon suddito e servitore di quella ed è gagliardo di assai gente e di buona gente più che Comune di questa provincia. Altro non accade di nuovo, se non raccomandare a V.a Ecc.a il balestriero c'ha perduto il cavallo e fu ferito, e il Capitano che non è ancora ben guarito della ferita ch'ebbe a Camporeggiano; e in buona grazia di quella mi raccomando.
Castelnovi, 3 maii 1523.
LXVII
A Messer Santuccio Santucci[250]
Magnifice tanquam frater honorandus. Credo che Acconcio avrà avvisato V. M. delli suoi muli e del sale che li sono ritenuti a Lucca. La causa io non la so; ma questo accade spesso, che li nostri, che vengono da Pisa con sale, ritrovino a Lucca simili impedimenti. Io ne scrivo la qui alligata a cotesti magnifici signori: prego V. M. che facci opera che tali modi non siano usati da quelli daziarii: o se qualche rispetto muove quelli magnifici signori, che vogliano essere intesi a cenni più presto che a dirlo, prego V. M. che operi che si parli chiaro, acciò che io ne possi avvisare lo illustrissimo signor mio, che vi pigli qualche modo che a sua Eccellenza paia più espediente. Appresso prego ed esorto V. M., che facci ogni possibile opera di pacificare cotesti suoi di Gallicano, acciò che noi ancora, che saremmo vicini a tal fuoco, quando seguisse, possiamo estinguendosi vivere più sicuri. E a V. M. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
Di Vostra Magnificenza Ludovico Ariosto.
LXVIII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Io prego V. S. che voglino con li suoi daziarii fare tale provvisione circa il passare di questi sali che vengono da Pisa, che ogni giorno io non abbi da querelarmi appresso quelle. Oltre quanto a' dì passati ho scritto per alcuni nostri vetturali, alli quali sono stati ritenuti li muli e il sale, di nuovo Acconcio, salinaro qui per lo illustrissimo signor mio, si duole che similmente li sono stati li suoi muli e il sale ritenuti, e non può intendere la cagione, come sia che già V. S. concesseno al prefato signor duca il passo per x⁄m staia, per mandare per mano del detto Acconcio in Lombardia, e fin qui ne ha mandato seimila: il resto è comprato a sua instanza in Pisa come V. S. se ne ponno benissimo chiarire; e ora essendoli usati questi termini, pare che quelle non vogliano attenere quanto già una volta è stata sua volontà. Questo non voglio nè posso credere bene; è più verosimile, che senza sua saputa li daziarii usino queste nuovità. Io prego V. S. che faccino tal monizioni a questi suoi, che non sieno causa assediarne di sali, massime non ne avendo quelle al presente tal quantità in Lucca, che senza andare a Pisa ne possino tenere fornite per il medesimo pregio; che, data paritate, più volentieri si darebbe a V. S. utile, che ad altre persone: quelle siano contente che, pagandosi le debite gabelle, il sale possi senza impedimento venire, così per uso di questa ducale provincia, come per mandare per la quantità concessa in Lombardia. E quando anche qualche rispetto muova V. S. a fare usare questi modi, le supplico me lo faccino sapere, acciò che io ne avvisi lo illustrissimo signor mio, acciò che per utile e comodo delli sudditi facci quello che li paia più espediente. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 5 maii 1523.
LXIX
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Li uomini di Valico di sotto e delle Fabriche mi sono venuti a fare querela, che uno loro uomo, il quale era venuto per mie faccende a Lucca, vi è stato ritenuto per commissione di V. S., e ad instanza delli uomini di Gello, li quali si pretendono che questi uomini di Valico e delle Fabriche debbino loro pagare certe colte, per vigore di una stima che già diede uno messer Antonio di Mercatello commissario a questo dello illustrissimo signor nostro; alla quale stima il prefato signore non ha mai voluto consentire nè ratificarla, sì come quella che fu data oltre la commissione che 'l detto commissario aveva da sua Eccellenza. E come V. S. per le qui incluse copie potranno vedere, essi uomini di Valico e delle Fabriche fariano contro la volontà del prefato signore nostro, quando consentisseno a pagare dette colte: e se bene qualche volta per li tempi passati, li detti uomini avessero pagate tali colte o per paura o per ignoranza o per altre cause, non ponno nè denno per questo pregiudicare alla giurisdizione del suo signore. Pertanto prego quelle, che faccino rilassare questo nostro ritenuto dalle Fabriche; e se le si credono avere alcuna ragione in questo, siano contente scrivere allo illustrissimo signor mio, e amicabilmente trattare la cosa, e venire a una composizione, in la quale nè l'una parte nè l'altra sia ingiustamente oppressa, e non volere cominciare alle represaglie; che saria totalmente contrario a quello che pare sia la intenzione dello illustrissimo signore mio e di V. S., che questi due Stati stiano fraternalmente uniti e bene d'accordo. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 10 maii 1523.
LXX
Al Duca di Ferrara
Ill.mo ed Eccell.mo Signor mio. Veduto quanto Vostra Eccell.a mi commette per lo accluso rescritto, io riferisco a quella che mess. Gio. Piero e Baldassare e Bartolomeo Attolini[251] sono reputati per Castelnovo e tutta Grafagnana uomini da bene quanto altri che ci sieno, e meritano che alli lor libri sia dato fede, ch'è d'aver circa questo la concessione ch'altri di questa terra hanno avuta, come io ne mando la copia d'una che già per la felice memoria dell'Ill.mo Duca Ercole e poi per Vostra Eccell.a fu concessa a maestro Pietro de' Lavelli et inde a Pierino suo figliuolo, magnani; giusta la forma della quale Vostra Eccell.a può conceder questa alli soprascritti fratelli: in buona grazia della quale mi raccomando sempre.
Castelnovi, XIIII maii 1523.
LXXI
A messer Benci de' Benci[252]
Magnifice tamquam, frater honorande. Bartolino Zanotto da Corfino, terra di questa ducale provincia, è venuto a me a dolersi che a questi giorni alla Barca sul territorio de' Signori Lucchesi è stato assassinato da Paulaccio da Barga, e da Donatello da Somma Cologna, e altri compagni tutti da Barga e da Somma Cologna, e oltra che gli deron molte ferite, gli levarno una cavalla e un par di buoi e uno gabbano di valuta circa due ducati e trenta bolognini in denari, e se non erano due di quelli compagni, di che l'uno si chiama Matteo Mazzoni da Barga, e l'altro il Moro, pur da Barga, l'avrebbono finito di amazzare: ma questi ne ebbono pur piatade, e lo difesero de la vita. E perchè Vostra Magnificenza credo sappia per le gride che hinc inde si son fatte, ch'è la intenzione del mio Ill.mo Signore e de la eccelsa Repubblica Fiorentina, che li sudditi de l'uno e de l'altro dominio non vadano a danno nè in l'uno, nè in l'altro territorio, ne ho voluto dare avviso a Vostra Magnificenza, perchè non solo mi dolgo che siano iti alla Barca (chè di quel che sia fatto fuori de la mia giurisdizione non n'ho da pigliare cura, se non gli fosse lo interesse de li nostri sudditi, che non ponno ire da loco a loco, che non tocchino de le terre de' dominii confinanti), ma mi dolgo più che questi medesimi con quelli e altri compagni sudditi di V. M. vengono quasi ogni giorno nel territorio nostro, e fannoci assassinamenti, e cose di pessima sorte. Pertanto prego Vostra Magnificenza, che prima al caso di questo povero uomo, e appresso a molti altri che sono per accader ogni giorno, voglia riparare, acciocchè la unione fatta tra il mio e Vostri Signori, paia esser fatta non solo in parole, ma in effetto ancora; e sopra tutto prego V. M. che faccia restituire, se gli è possibile, a questo Bartolino quanto ha perduto. Mi dice che in quella compagnia era un Lorenzo Bertacca (il qual fu quello che gli levò li buoi) da Barga. E a Vostra Magnificenza mi raccomando.[253]
Castelnovi, 18 maii 1523.
Ludovicus Ariostus Ducalis Commissarius.
LXXII
Al Duca di Ferrara
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Io mi trovo avere questo Moro di Pellegrino dal Sillico in prigione, contra il quale di commissione di V. Ecc. il Capitano ha processo e procede: prima per aver sempre dato ricapito a' suoi fratelli banditi e ad alcun'altri pur banditi e assassini, come a quelli che insieme con un suo fratello detto Giulianetto assassinâro quel prete pisano e gli tolsero cento ducati, alla restituzione de li quali è stato gravato il Comune di Cicerana: appresso gli procede contra per essere caduto per le mie gride in disgrazia di V. Ecc. ed in confiscazione di tutti li suoi beni, per essere ito con genti e banditi e altra sorte in Lombardia in aiuto di una di quelle parti: appresso gli procede per essersi trovato al Poggio, terra di V. S., in compagnia di alcuni che amazzâro uno suddito di quella. Le prime due inquisizioni confessa de plano: questa ultima, ancora che confessi che insieme con quelli che feron tal omicidio (li quali dice che ritrovò tra via) esso entrò in la terra del Poggio, e anco si partì quasi in un tempo con loro; pur niega che di tale omicidio esso fosse consenziente: quod quomodocumque sit vel futurum sit, questi che hanno la protezion sua sono per supplicare a V. Ecc. e domandarli grazia, e apparecchiano a tutte queste imputazioni escuse accettabili. Se Vostra Ecc. per qualche rispetto è per esaudirli, io non sono per pregarla per il contrario: solo voglio ricordarle che fra ogni grazia che sia per farli, si ricordi che questo povero Comune di Cicerana non resti nel danno de li cento ducati c'ha pagati al prete pisano: chè se a V. Ecc. è paruto giusto che essi uomini, per aver tollerato che ne la lor terra questi banditi e assassini si sieno alloggiati, debbiano pagare li suoi danni al prete, tanto è più giusto che questo Moro, per averli alloggiati in casa sua o sia di sua mogliere malgrado di quel Comune, sodisfaccia ogni pena che per sua causa ha patito quel Comune; nè può allegare alcuna escusa che contra sua volontà sieno stati in quella, la quale per ragione de le mogliere è comune tra lui e suo fratello Giulianetto, cum sit che parimente è caduto alla medesima pena per essere ito cento volte e praticato mille con essi banditi, che per ogni volta e per ogni bandito è sempre caduto alla pena di cinquanta ducati: e perchè V. Ecc. ne sia ben chiara, le mando la copia de le gride.
Ancora voglio raccordare a quella che, facendoli grazia del resto, voglia per quiete di questo paese fare che, volendo uscire di prigione, dia sicurtà sufficiente che per un anno o per due non venirà in questa provincia; ed anco se paresse onesto a V. Ecc. che desse sicurtà per li fratelli banditi, che fin che V. Ecc. non facesse lor grazia non avessino a venire in questo paese, serìa a mio giudicio la salute e il riposo di questa ducale provincia. A me basta di proporre quello che mi pare che fosse ben fatto: di V. Ecc. è poi in disposizione di comandare quanto le pare: in buona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIII
Al medesimo
Ill.o ed Ecc.o Signor mio. Oggi alcuni modanesi uomini da bene e boni cittadini, e fra gli altri un Francesco Guidone, il quale dice essere parente del Capitano Mesino dal Forno,[254] venendo per andare alli bagni, quando son stati a Frassinoro, dubitando di essere assassinati, hanno tolto in compagnia e scorta Mess. Gian Giacomo Cantello con una grossa compagnia di gente, il quale Mess. Gian Giacomo gli ha accompagnati fin 4 miglia appresso a S. Pellegrino; poi gli disse che non ci era più pericolo, e li lasciò, e diede volta. Non furon slongati un tratto di balestra che furon assaltati dagli assassini che pur sono de la fazione di Mess. Gian Giacomo, che erano iti innanzi alla posta, et etiam da alcuni di quelli che li avevano accompagnati con Mess. Gian Giacomo fin lì, li quali erano tornati indrieto, per modo che presero quel Guidone dicendoli che era de' lor nemici, e gli hanno tolto non solo quelli danari che li hanno trovato addosso, ma ancora messogli taglia; sì che bisognò che li compagni, chi con 4, chi con 6 ducati, e chi con più e chi con meno lo riscodessono, chè dicevano di volerlo ammazzare: e poi hanno levato ancora il resto de li danari ch'avevan gli altri compagni. Son venuti a Castelnovo molto di mala voglia, e dànno la colpa che Mess. Gian Giacomo sia stato consenziente di questo assassinamento, e molto si lamentano di lui. Io non credo già che la colpa sia di lui, se non quanto non può forse vietare alli suoi seguaci che facciano di simili mal'opere; pur io gli ho scritto e pregatolo, che faccia ogni opera possibile per far restituire questi danari, e tanto più quanto la colpa è data a lui. Non so quello che mi risponderà. N'ho voluto dar avviso a V. Ecc. alla quale non voglio già dar ricordo di quello ch'ella sa meglio quello che debbe fare, che non so io: pur la certifico che nè al bosco, nè dentro alle terre, nè serrato in le case, nessuno in questo paese è sicuro da li omicidi e assassini.[255] Io fo fare ogni notte la guardia a questa casa, o rôcca che sia, dove abito, e ci fo dormire, oltra li miei famigli, sempre due balestrieri perchè ogni dì son minacciato che mi verranno a tôrre questo prigione, ch'io ci ho, per forza: e a V. Ecc. mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXIV
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici etc. Già sono alcuni giorni, che per una mia pregai V. S. che volesseno provvedere, che li uomini di questa ducale provincia potessino passare, pagando li debiti dazii, con li sali che portano da Pisa, senza essere ritenuti e molestati costì, sì che noi non fossimo assediati e fatti restare, per li nostri bisogni e della montagna subietta allo illustrissimo signore mio, senza sale. V. S. mi rispuoseno, che sopra di questo farebbeno consiglio e poi mi avviserebbeno; e perchè fin qui non me n'è stato scritto altro, e il nostro bisogno si potria fare maggiore, ho voluto con questa replicare, e pregare V. S. che a ciò diano espedizione, e faccino secondo che si richiede alli buoni vicini e alla fede e buona amicizia che ha il mio illustrissimo signore in quelle; in buona grazia delle quali mi raccomando.
Castelnovi, 28 maii 1523.
LXXV
Ai medesimi
Magnifici etc. A' dì passati io scrissi a V. S. in raccomandazione di quello poveretto di Belgrado ritenuto nelle loro forze, e so che dal mio illustrissimo signore fu loro scritto; e forse a tali preghi quelle si sono inclinate a non lo fare morire; di che io particolarmente ne referisco loro grazie. Resta, perchè questi suoi parenti mi dicono che, quando esso desse sicurtà di non offendere mai alcuno suddito di V. S., che esse lo libereriano ancora dalla prigionia; ma perchè la pagarìa che quelle vorriano che desse è molto grande ed eccede la facoltà di lui, e perchè esso si trova preso e' non è chi possa fare per lui, vorrei ancora da quelle grazia di due cose: e così le supplico che siano contente di concedermele: una, che domandasseno a Belgrado una pagaria di qualità conveniente al grado suo e che esso potesse dare; l'altra, che lasciando esso in forza di V. S. uno suo figliuolo per statico, fusseno contente di lasciarlo, tanto che potesse procurare e procacciarsi di persone che entrassino in pagarìa per lui. Mi parria ancora, quando paresse a V. S. che fusse onesto, che poi che esso ha da promettere di non offendere mai alcuno del dominio di V. S., che esso ancora per quella via fusse cauteggiato di non essere dalli sudditi di quelle offeso; chè non saria licito che altri potesse nuocere a lui, ed esso fosse legato, sì che non si potesse difendere. Pur mi confido in V. S. che sono giustissime, che non faranno cosa fuori di ragione: in buona grazia delle quali mi raccomando.
Oggi ho per una di V. S. visto quanto esse mi rispondono circa a quanto li aveva scritto delli sali, e inteso il pericolo che abbiamo appresso della peste: non manca nè mancherà premure per farli ogni buona provvisione. Acconcio verrà a trattare la cosa dei sali con V. S.
Castelnovi, 29 maii 1523.
LXXVI
A messer Lorenzo Pandolfini, potestà di Barga
Magnifice et clarissime tanquam frater honorande. Un famiglio qui de' frati di San Francesco venendo ieri da Lucca, tra nona e vespero, sul piano di Barga, dove si dice il Sasso di Menante, fu assaltato da tre; de li quali, uno era di 18 anni in circa con un giubbarello di pignolato negro stracciato, berretta nera, e con calze da mezza coscia in giù, verdi; uno di 25 anni in circa, con un giubbone di pignolato bigio, con calzoni larghi di tela bianca e berretta nera; l'altro con una barba rossa da orecchie, e con un colletto di coiame; li quali, prima quel più giovane gli lanciò una partesanella, e gli ferì un muletto, sopra qual era, ne la groppa assai in profondo; e poi lo presero, e gli tolsero certo poco di taffetà che portava ad uno di questa terra e certe altre robe non di molta valuta: e perchè Vostra Magnificenza, ancora che sia nuova in l'officio, può aver inteso li assassinamenti che ogni dì si fanno qui d'intorno, nè io sono atto a provvederli, perchè fatto c'hanno il male si riducono or sul territorio de' Signori Fiorentini, ora de' Lucchesi; e appresso questi malfattori vanno le più volte in più compagnia, che non sono li balestrieri ch'io tengo qui per mia guardia; e per quanto intendo la maggior parte di questi sono da Somma Cologna e da Barga, che vengono e fanno il male, e poi fuggono a casa: siccome anco pochi dì sono ch'io scrissi al precessor di Vostra Magnificenza di uno assassinamento che costì alla Barca avevan fatto ad un poveretto di questa ducale provincia, alcuni pur da Barga e da Somma Cologna, che gli tolsero un par di buoi e una cavalla e panni e denari, e mai di quella mia lettera ho avuto risposta, con tutto ch'io gli avvisassi il nome di molti di quelli che s'erano trovati a far tale assassinamento. Ora se a tanti mali non si piglia riparo, dubito che non solo li viandanti e uomini del paese che vanno a lavorare fuori non saranno sicuri, ma nè noi ufficiali ancora saremo sicuri ne le terre e ne le rôcche. A' dì passati feci fare una grida[256] per parte del mio Ill.mo Signore, che nessuno di questa ducale provincia, sotto pena de la disgrazia di Sua Eccellenza e de la confiscazione di tutti li suoi beni, non ardisse di venire in armata nè altrimente a far danno ne le terre de li eccelsi Signori Fiorentini: e perchè lo Ill.mo Signor mio mi avea dato questa commissione, pensavo che la medesima grida fosse stata fatta ne le terre de' prefati eccelsi Signori. Che la sia o non sia stata fatta non so; so bene che molti di tutte coteste terre ogni dì vengono in armata, in compagnia d'altri ribaldi di questo paese, e fanno in questa nostra provincia cose di mala sorte. Ho voluto fare questo poco preambolo a V. M., acciò che quando quella sia d'animo che questi tristi si castighino dovunque si truovino o ne le nostre o ne le vostre terre, e anco de' signori Lucchesi; che per quanto mi scrivono sono assai bene disposti per assicurare le strade e il paese; potiamo scrivere l'un l'altro, e dar buono ordine, acciò che non stiamo qui totalmente inutili. Oggi ho avuto una di Vostra Magnificenza, per la quale mi raccomanda quella povera vedova. Io non mancherò di far che 'l Capitano, del quale è ordinario officio, gli amministri giustizia, remosse le lunghezze e cavillazioni, e anche io per amor di V. M. mi interporrò per intender che non le sia fatto torto; e a quella mi offero e raccomando.
Castelnovi, 29 maii 1523.
Ludovicus Ariostus Ducalis Carfignanae Commissarius generalis etc.
LXXVII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici etc. Messer Giovanni Battista da Sassolo medico, abitante a Silano, luoco di questa ducale provincia, è creditore di certa sua dote costì in Lucca: io lo raccomando a V. S., si perchè in ogni loco le cause delle doti sogliono essere favorevoli, sì ancora perchè li uomini virtuosi denno essere aiutati da tutti li signori e uomini da bene, massimamente a cagione essendo forestiero, oltra le predette cause, merita di essere espedito con celerità; sì che di nuovo lo raccomando a V. S. Oggi ho avuto risposta dal primogenito dell'illustrissimo signor mio circa a quanto alla Eccellenza del signor duca io avevo scritto per la ratificazione della convenzione ch'io feci con il magnifico commissario di quelle: sua Signoria mi scrive che di giorno in giorno aspetta il padre che torni da Venezia, e che alle giunte di sua Eccellenza mi sarà mandata tale ratificazione. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 3 iunii (1523).
LXXVIII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici etc. A questi giorni ebbi una di V. S. in raccomandazione di alcuni padri di S. Agostino, alli quali sono molestate e rubate alcune terre da uno Streglia dal Silico; e pare che in quella V. S. abbino ricordo, che per un'altra mia io permettessi di mandare per li fratelli di detto Streglia, perchè sodasseno e assecurasseno detti padri. Quello ch'io scrivessi non so, perchè non servo le copie delle lettere, e non ho tanta memoria che io mi ricordi tutto quello che ho fatto. Potria essere che io avessi scritto; ma s'io scrissi così, fu mio errore, perchè sono pochi delli detti fratelli che non siano banditi o condennati: e s'io potessi averli in le mani, averei da castigarli di maggiore fallo che di questo; ma essi sono più forti in questo paese che non sono io. È vero che io ne ho uno in prigione, il quale, quantunque io non creda che sia buono, pure è il manco cattivo delli altri. Se li detti padri manderanno o costituiranno in questa terra uno per loro, io manderò uno comandamento a questi fratelli che non debbino molestare sotto qualunque pena dette terre: se compariranno, saria ben fatto che fusse qui chi dicesse la ragione delli frati; e di ragione non mancherò loro, purchè la forza non possa più che la ragione: ma se V. S. vorranno aiutare questi padri, li potranno aiutare con fatti, dandomi un giorno modo di avere questi ribaldi nelle mani; altramente la ragione si potrà dire ma non fare, nè solo in le terre di questa ducale provincia, ma anche in quelle di V. S.; chè d'ogni cosa mi paiono li assassini signori, e non il mio illustrissimo, nè voi magnifici signori: in buona grazia delli quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 4 iunii 1523.
LXXIX
Ai medesimi
Magnifici etc. Prego di nuovo V. S. che siano contente di fare rilassare quello povero uomo dalle Fabriche, che ad istanza delli uomini di Gello è stato costì a Lucca ritenuto per le 15 lire ch'essi pretendono di dovere avere ogni anno da quel comune delle Fabriche, secondo la stima che messer Piero Antonio da Mercatello, per la parte dello illustrissimo duca Ercole di bona memoria, diede insieme col commissario di V. S.; e perchè, come per una copia di una lettera dello illustrissimo signore presente quelle hanno potuto vedere, che sua Eccellenza non si contenta di tale stima, io ne avevo scritto a quella, e circa a questo mi significasse come io mi avessi a governare, e perchè dal figlio e da chi è rimaso in suo loco mi è fatto intendere, che di tal cosa fino alla tornata di sua Eccellenza non si ponno risolvere, la quale tornata non sarà ancora fra X giorni, e mi commetteno ch'io preghi V. S. che faccino rilassare il prigione; perchè mi certificano che sua Eccellenza alla sua tornata ne scriverà a V. S., nè si partirà dalle cose oneste e dal dovere, e si rendeno certi che V. S. e sua Eccellenza rimarrete d'accordio: pertanto io replico questa e prego di nuovo quelle, che faccino rilassare il detto prigione, e amicabilmente e non per via di represaglia vogliano vedere e difendere le loro ragioni e delli loro uomini, acciò che non diano materia alli nostri di difendersi per le vie medesime; perchè quando li nostri facesseno qualche cosa simile, so che dispiacerebbe allo illustrissimo mio signore: pure non potria fare che non fusse fatto. Io, che sono servitore di quelle, vorrei vedere che tali differenze fusseno trattate più presto per amore che per violenza e ingiuria. Alle quali mi raccomando.
Castelnovi, 5 iunii 1523.
LXXX
A Messer Niccolò Rucellai, capitano e commissario di Pietra Santa
Magnifice tamquam frater honorandissime. Gli uomini di Vagli m'hanno riferito Vostra Signoria essere al tempo constituito ritrovatasi sul luogo de la differenza, di che mi son maravigliato; chè la causa che aveva ritenuto me, pensavo ed ero certo che dovesse anco avere ritenuto lei; imperò che domenica montai a cavallo, che poteva essere circa 19 ore, per andare quella sera a Vagli, ch'altrimente non potevo ritrovarmi il dì del luni constituito, sul fatto. Ed essendomi già mosso, si levò un tempo tanto orribile di tuoni, e con sì gran pioggia, che son molt'anni che non se ne vide la pare, che durò tutto il giorno senza mai allentarsi, e piovè la notte e la mattina seguente. Io stavo pur aspettando che 'l tempo si richiarasse per venire, perchè la via di qui a Vagli è di sorte, che per il miglior tempo del mondo avrò fatica a venirvi, se non a piedi. E quando mi volsi movere, mi vennero incontra alcuni, che mi dissero che V. S. era già stata su la differenza, e ch'io venirei indarno. Io me ne maravigliai, che sì male tempo fusse stato dal canto nostro, e che verso Pietra Santa non fosse stato il simile, perchè se fosse stato tale, saria stato impossibile il venire per Vostra Signoria, come fu per me. M'incresce che V. S. abbia avuto tal disconcio, e poi sia venuta indarno: m'incresce appresso d'avere inteso che Vostra Signoria sia venuta con tanta gente, con scoppettieri in buon numero; chè mi pare, essendo così, che più presto fosse venuta per combattere, che per terminare con giustizia ed equità le contese di questi sudditi. E più me ne par strano, quando Vostra Signoria mi scrisse ch'io volessi venire con poca gente, che in verità venendo io, non menavo meco oltra dieci o XV persone. Poichè siamo qui che io non son venuto, e anco al presente non è più d'importanza di venire, che un'altra volta, che omnino, per quello ch'io intendo, la pastura di quelli luoghi ora fin a settembre tocca agli uomini de la Cappella; io non venirò più ora, ma ne darò avviso al mio Ill.mo Signore, il quale forse mi farà un mandato di potere tutto quello ch'io farò, fare rato e fermo: e forse anco farà elezione di qualche persona che gli paia più sufficente in questo di me, che non son dottore, come Vostra Signoria, nè anco ho copia di dottori in Grafagnana da potere menar meco, come intendo che Vostra Signoria ha in Pietra Santa. Ma mi pare anco, che oltra la dottrina, quelli di Pietra Santa vogliano far di forza, non avendo voluto restituire le bestie a questi poveromini di Vagli; chè ancora che io non sia dottore, pur mi pare che la equità nol comporti; perchè, mentre la cosa sta in differenza, non dovrebbono volere star per forza in possessione. Io prego Vostra Signoria per singulare piacere, e come mio particulare comodo, che sia contenta di far restituire a questi di Vagli le lor bestie, offerendomi io versa vice per amor di Vostra Signoria, e in specie per ogni uomo di Pietra Santa compensare questa cortesia in maggiore cosa, dova accada ch'io li possa gratificare; e per me non mancherà, scrivendo al mio Ill.mo Signore, di operare perchè tal cosa, o per mio mezzo o per altrui, pigli buono assetto: e a V. S. mi offro e raccomando.[257] Castelnovi, 9 iunii 1523.
LXXXI
Al duca di Ferrara
Ill. ed Ecc. Signor mio. Il Moro di Pellegrin dal Sillico è stato ed è in prigione, come sa V. Ecc.: la principal causa perchè io 'l presi fu per far satisfare questi poveri uomini di Cicerana de li denari in che per aver patito che li banditi fossino stati ne lor terra, erano stati condennati, e parendomi che se li uomini di detto Comune erano incorsi in pena per non aver proibito che li banditi stessino in la lor terra, maggiormente doveva essere condennato questo Moro, che li aveva sempre tenuti in casa, mangiato e bevuto, e andato e stato tuttavia in lor compagnia; che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida, di che a Mess. Obizo[258] mandai la copia, si doveva condennare. Poi che questo Moro è stato in prigione, non è mai apertamente comparso alcun di Cicerana a dolersi di lui, e questo per le minaccie che son lor fatte da Giulianetto e altri fratelli del Moro e da altri banditi, che pur senza alcun timore di V. S. stanno in Cicerana, e anco da li fautori c'hanno questi di Pellegrino dal Sillico in questa terra; e fin qui non è mai stato uomo di quello Comune ardito di presentare al Capitano, a cui la causa è commessa, uno rescritto c'hanno da V. Ecc., che sieno gravati realiter et personaliter il Moro e il fratello ad ogni danno e interesse che, per aver essi fratelli ricettati li banditi e assassini, essi di Cicerana abbiano patito. È ben vero che molte volte sono a uno e a due venuti segretamente a pregarmi ch'io li aiuti, e a farmi intendere li rispetti che li ritengono di fare le debite querele, e che quella terra è giunta a tanta tirannide e a tanta paura di questi ribaldi, massimamente di quel fratello del Moro detto Giulianetto, che li batte, ferisce, ruba, sforza e minaccia, ch'alfin sarà lor forza di abbandonar le lor case e andarsene dispersi pel mondo. Io mosso a pietà di loro, e pel debito c'ho verso la giustizia, ho molte volte pregato il Capitano qui che condanni il Moro siccome ricettatore de' banditi a pagare e satisfare il detto Comune di quello ch'esso per cagion del Moro e del fratello ha patito: esso Capitano non l'ha mai voluto fare, e rispostomi che 'l Moro non può essere condennato per aver ricettato banditi, cum sit che dinanzi da sè è provato per testimoni che di tal recezione il Moro non ha colpa, ma che avendo la casa comune col fratello non ha potuto vietare al fratello di non far de la sua parte quello ch'egli ha voluto, e che gli è stato il fratello Giulianetto e non esso che ha dato ricetto a' banditi. Io ho replicato al Capitano, che se per questo capo pur non lo può condennare, perchè non lo condanna per avere mangiato e bevuto con loro, parlato, conversato e menatoli seco in Lombardia e altrove, che per ciascun di questi capi, secondo la mia grida, debbe essere condennato? Mi risolve che non vuol farlo, e che l'ha condennato quello che è stato conveniente. Ultimamente con comandamento penale ho fatto che li uomini di Cicerana m'hanno esibita quella lor supplicazione col rescritto di V. Ecc., nel quale è commesso al Capitano come Commissario, che faccia che da questo Moro e dal fratello Giulianetto, li quali sempre hanno in lor casa dato ricetto a' banditi, sia del patito danno per lor causa satisfatto il Comune di Cicerana, e questa supplicazione in presenza del Notaro e con testimonî ho data al Capitano, e fattoli instanza in nome del Comune di Cicerana (del quale in questo caso mi par conveniente ch'io sia procuratore) che eseguisca quanto in essa supplicazione si contiene. Per questo il Capitano non si è voluto muovere dal suo passo, ma risponde, che se quelli di Cicerana vorranno ragione, bisognerà ch'essi siano quelli che si scoprano e che la domandano; e per questo son venuto in sospetto, che a' preghi e contemplazioni di qualcuno esso Capitano tenga questa via, acciò che 'l Moro vada esente, e che quelli di Cicerana restino nel danno; e che se bene ha condennato il Moro ne la confiscazione de li suoi beni, e ne la disgrazia di V. Ecc. per essere ito in Lombardia in aiuto d'una delle parti, contro la grida ch'io feci fare in nome di V. Ecc., forse si persuada (volendolo aiutare) che di questo troverà più presto remissione e perdono da V. Ecc. che non farebbe del danno che per sua causa hanno patito gli uomini di Cicerana. Del tutto ho voluto avvisare quella, acciocchè andando le cose come si vogliano, non creda mai che di mia volontà la giustizia, la equità e la misericordia, dove si conviene, non abbia luogo: ed in sua buona grazia mi raccomando sempre.
Castelnovi, XV iunii 1523.
LXXXII
Al medesimo
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per un'altra mia ho avvisato V. Ecc. de l'assassinamento fatto d'una grandissima quantità di bestie minute e grosse da alcuni fanti che stanno a Frassinoro, in favore di Mess. Gian Giacomo Cantello. A lui io scrissi subito, e questa Comunità scrisse, nè ancora n'ho avuto risposta. Poi questi uomini a chi son state levate le bestie sono iti per ricuperarle, e sono iti indarno, come a bocca il latore di questa potrà riferire. Questi uomini subito han fatto ripresaglia di X muli di alcuni che sono da Castelnovo di Reggiana e sono per farla di quante robe di Lombardi passeranno di qui. Io gli ho ammoniti a non far ripresaglie, se prima non ricorrono a V. Ecc., la quale o li aiuterà scrivendo di sorte a Mess. Gian Giacomo e a Domenico di Amorotto che le bestie saranno restituite, o vero li consiglierà quello c'hanno a fare; e per questo mandano: ma non li ho potuto persuadere che restituiscano li muli; pur ho fatto che li porranno in man mia. Domani tutta la Vicarìa è chiamata a Consiglio per far provvisione, che quando per amor non possan riavere il suo, di rivalersi per qualche via. Io dubito che non si attacchi qualche gran discordia tra Lombardi e questi Toschi, e che cominciando questi Grafagnini qualche impresa, e poi (come son di natura non troppo valenti e mal d'accordo insieme) non la sostenendo, diano materia alli Lombardi di passar di qua, e ridurre questa provincia ne li termini che è il Frignano. Non mancherà per me finchè 'l male è fresco di rimediare; ma senza l'aiuto e consiglio di V. S. non mi dà l'animo di farlo. In bona grazia de la quale mi raccomando.
Castelnovi, 20 iunii 1523.
LXXXIII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici etc. V. S. avranno inteso quello che in su l'Alpe di S. Peregrino, territorio di V. S., per li uomini parte della montagna di Modena e parte di Reggio è stato fatto a danno di molti poveri uomini di questa provincia di Garfagnana. Io ne ho subito dato avviso al mio illustrissimo signore;[259] quello che sua Eccellenza farà non so. Mi è parso anco di scriverne a V. S., le quali per essere più vicine e per questo forse più preste a rimediare, ci piglieranno qualche provvisione, che non ci so pigliare io, che per essere lontano dal mio signore, tardi del suo aiuto mi posso valere. Ancora che a me non stia di consigliare quelle, pure mi pare che non saria fuor di bisogno di querelarsene e con la Santità di N. S., con li signori Fiorentini et etiam con il duca mio, e tutti insieme provvedere a tanti mali che ogni dì ci moltiplicano; di modo che di tutte queste montagne li assassini e uomini di mala condizione sono signori, e non il Papa, nè i Fiorentini, nè il mio signore, nè V. S.: in buona grazia delle quali mi raccomando.