LETTERE DI LODOVICO ARIOSTO
Reading edition
I inedita[175]
Domino Aldo Manucio....
viro doctissimo ac mihi colendissimo,
Venetiis.
Cum Sebastianus Aquila vir bonarum artium sedulus cultor, qui apud nos praeter medicinam quam publico stipendio docet, Academicum Dogma profitetur, Platonem in Timaeo diebus festis maxima audientia legat; non mediocre desiderium studiosis incidit habendi libros Marsilii[176] et aliorum, qui aliquid de hac secta a graecis scriptum latine transtulerunt. Et cum tu possis illos potissimum explere, nam id cum ex aliis tum superioribus diebus ex Alberto Pio[177] viro magnifico ac litteratissimo cognovi, qui abs te rediens ad nos volumen inter ceteros attulit, in quo Platonicorum quorumdam opera quaedam congesta sunt; ego ut his doctis viris qui me ad id hortantur morem geram, et ut tuae utilitati consulam, quam non minimam existimo si quae imprimenda curasti a pluribus emantur, meum officium duxi te litteris obsecrare ut nostro huic honesto desiderio obsequi velis. Quare si tot litteratorum rogationes non despicis, quicquid in hac re habes ad nos mitte. Nam praeter tuum commodum studiosis etiam laborem ob hoc navigandi Venetias demes. Vale.
Ferrariae, nonis Januarii 1498.
Ludovicus Areostus.
II
Al cardinale Ippolito d'Este
Ill.mo Signor mio. Per eseguire quanto Vostra Signoria mi commette io mi sforzarò di intendere quelle nove che saranno possibili da intendersi, e di giorno in giorno ne terrò avvisata quella. Al presente si parla assai per Ferrara di Beniamin ebreo da Riva[178] che ha fallito di 14 mila ducati che avea da altri ebrei forastieri a guadagno, e questo per avere esso credito col conte Rinaldo Sacrato e col conte Jeronimo Roverella e con altri di qualche migliaro di ducati che non può esigere. A Ferrara sopra di questo si dicono molte ciancie: che è stato il Duca che avendo inteso che avea molti denari di cristiani ad interesse, ha voluto sapere chi sono questi che per suo mezzo prestano ad usura, e ha voluto torgli tutti questi denari che erano di cristiani usurari;[179] e la fama sovvertendo la veritade, dice che'l conte Rinaldo prefato avea su quel banco duemila ducati a guadagno, e così molti altri che si nominano. Pur Marco Marighella, al quale in queste cose si può dar fede, mi ha certificato esser così come prima ho scritto, e m'ha detto ancora che molti argenti di V. S. sono su quel banco; e avvenga che'l signor Duca abbia fatto il salvo condotto a Beniamin, pur non vi sono molto sicuri, perchè un giorno se ne potrebbe fuggire. M'ha detto ancora Marco che stanno in pericolo di fallire de li altri appresso, perchè siamo a un tempo che ciascuno c'ha denari fuora cerca di ritornarseli in borsa.
Per li denari che ha dimandato il Duca in prestito ad alcuni particolari, si teme per la cittade che non segua in generale: anzi ho odito dire, benchè io creda che sia falso, che vuol mettere una colta sul Comune di centomila ducati, e di questo si fanno diversi parlamenti fra il popolo, chè niuno se ne contentaria.
In tutto lo Ferrarese è tristissimo recolto di vino, adeo che vale 14 e 15 lire la castellata: il formento è a 12 bolognini il staro.[180] Quelli che ne hanno da vendere stanno in speranza che debba incarire molto.
Per quanto io ho vedute alcune lettere di alcuni che abitano Adria, in quella terra, e così in tutte quelle ville che sono ne l'estremità del Po e presso la marina, si sta con gran sospetto che crescendo l'acque, Veneziani non li assaglino con l'armata,[181] più presto per robarli e farne preda e strazio per l'odio che ci hanno, che per avere animo di tenerli: e alcuni di detti lochi si hanno già fatto provvisione di case in Ferrara, dove salvino le persone e meglioramenti loro. Ricevuta ch'io ho la lettera della S. V., ho dato a quella questi pochi avvisi qualunque si siano, per non essere imputato di negligenza. Di giorno in giorno starò attento e farò ogni instanza di sapere, e praticarò più alla piazza e alla Corte che dopo la partita di V. S. non facevo; e di ciò che mi verrà a notizia le ne darò avviso. Alla quale, post manuum oscula, humiliter mi raccomando.
Ferrariae, VII septembris MDIX.
Ill. D. V.
Servitor fideliss.,
Ludovicus Ariostus.
Fuori — Ill.o et R.o D.o Domino meo unico D.o Cardinali Estensi — In Castris Caesareis.
III
Al medesimo
Ill.mo Signor mio. Luni passato per una faccenda di un mio cognato andai a Nonantola dove visitai il Rev. Cesarino,[182] dicendogli che io ero venuto a far reverenza a Sua Sig., perchè mi rendevo certo che se V. S. si fusse ritrovata a Ferrara averia mandato in ogni modo alcuno de' suoi a far tal effetto, e che risapendo poi che ritrovandomi io in loco dove l'avessi potuto fare e fussi mancato, ne averei da V. S. avuto riprensione. Il Cardinale prefato mi fece gratissima accoglienza e carezze assai per amore di V. S., e poi mi disse avere a' dì passati mandato un suo sescalco per visitare in campo V. S., e che dopo la partita di quello mai non ne avea inteso novella e ne dubitava molto, e mi pregò ch'io ne scrivessi a V. S. e ch'io intendessi se quella ne sapeva cosa alcuna. Appresso mi disse di un levorero che aveva inteso che'l Mastro da stalla di V. S. avea bellissimo, mostrando nel dir suo avere desiderio di averlo. Io gli feci intendere che uno del prefato Mastro da stalla avea V. S. a' dì passati donato ad un Spagnolo e dubitavo che fusse quello che era stato a Sua Sig. laudato, perchè altro cane non sapea che fusse del Mastro da stalla di quella bellezza. Egli vide, stando io lì, una mia bracca ch'io avea molto cara per la sua bellezza perchè io la volea da eredi,[183] e me la domandò in dono. Io non gli la seppi negare, benchè me ne dole ancora. Sabato si partì per andare a Roma, e mi lasciò in commissione ch'io lo raccomandassi a V. S. Ill.ma come a suo patrone, con mille parole umane e di servitù, che serìa longo a scrivere. La differenza ch'avea con li uomini di Nonantola, che erano decaduti, ha commesso a Mess. Teodosio Brugia, il quale essendo io lì ha come adattata, che quelli uomini riaveranno le loro investiture pagando singulatim chi assai, chi poco secondo le facoltà e il tempo delle decadute loro; e credo, secondo il principio c'ho visto, che il Cardinale ne trarrà parecchie centinara di ducati.
Venuto in questa terra, ho trovato due Siciliani che hanno avuto campo dal Duca per combattere. Un Marino da la Maitina ha chiamato un Francesco Salamone[184] per provargli di certa causa matrimoniale, di che credo che V. S. sia informata. Quando io credessi che V. S. non la sapesse, me ne informarei meglio e pienamente le ne darei avviso. Vèneri prossimo si dice che combatteranno se seranno d'accordo, ma sino adesso sono in discordia, e questo è che quel Marino ha scritto volere provare a quel Francesco quattro cose: l'una ch'una certa sua nipote o figliastra è moglie di questo Francesco; alla quale Francesco risponde, che questo che la ragione civile o sia canonica può decidere non vole ponere in fortuna di arme. All'altre tre si attacca, che una è che Marino dice che esso pose questo Francesco a dormire con la prefata sua nipote; l'altra che questo Francesco ha malmessi e dilapidati li beni de la prefata; la terza che questo Francesco non avrà ardire di venire in campo perchè è codardo e che è un giudeo. A queste tre querele risponde Francesco, che Marino mente: ma questo Marino par che si attenga alla prima, per la quale Francesco non vuol combattere. Questo è quanto sino a questa sera è successo di questa cosa. Così Ercole il quale fa compagnia a quel Francesco mi ha detto. Di questa cosa che a Ferrara ho trovato di novo, se non fusse per darne a V. S. avviso, avrei poco pensero, verso un'altra che mi dispiace assai, perchè tutto oggi si è andato per li Massari in volta, facendosi comandamento alli cittadini che in termine di due dì ognuno abbia portato al Tesorero del Comune li denari che gli toccano de la colta imposta novamente per il Duca, come se tutti fussimo bancheri che avessimo denari in cassa. E tutto il popolo dal maggiore al minore dice male e peggio; e io ho odito dire da alcuno che se V. S. fusse in questa terra, non seriano queste cose; e che poi che quella ha adattati li fatti del Duca col Re di Francia e con l'Imperatore, serìa necessario anco che tornasse a Ferrara per adattare le cose del popolo col Duca. Oltra questa colta è stata imposta sopra li feudatarî un'altra gravezza, che è circa il quarto de la intrata. Io chiamo feudatarî tutti quelli che riconoscono roba de la casa da Este; ma questa non appartene a me perchè non ho roba di tal sorte; ma se io ne avessi non mi gravaria già a pagare. Nanti ch'io andassi a Nonantola, un dì vidi un tumulto di contadini che si lamentavano a M. Antonio di Costabili di infiniti lavoreri che ogni dì multiplicavano, e minacciavano di fuggirsi di Ferrarese; e odii un nodaro d'argini[185] che attestava che de la sua guardia n'erano già fuggite tre o quattro famiglie. Per Ferrara si ragiona, ma noi dico già ch'io lo sappia certo, pur si dice publicamente, che a questo Natale Mes. Antonio serà casso del giudicato de' Savi, e in suo loco andarà Benedetto Brugia. Quelli che credono che tal cosa abbia a succedere estimano da lungi a che effetto serà fatta. Io scrivo cose di fastidio a V. S. perchè non ho da piacere: alla quale humiliter mi raccomando.
Ferrarie, XXII octob. MDIX.
Ill. et R. D. V.
Servitor fidelis, Ludovicus Ariostus.
IV[186]
Al medesimo
Ill.mo Sig. mio................. Al Sig. Cardinale Regino[187] ho fatto sentire il desiderio che V. S. avrebbe che Mess. Giovanni.... avesse la compagnia che era del conte de la Mirandola,[188] e oltra questo le ho commendato il prefato Mess. Giovanni quanto mi fu possibile, del quale il prefato Sig. Cardinale avea poca notizia. Sua Sig. Ill., per amor de la S. V., si è offerta di far tutto il poter suo acciò che si consegua l'intento, avvenga che n'abbia poca speranza; però che poco dinanzi, pregato dal Sig. di Pesaro, ne ha parlato con la Santità del N. S. acciò che il Sig. di Pesaro avesse tal condotta, e dal N. S. n'ha avuto repulsa; e per questo estima che abbia tra sè disposto di darla a qualche suo. Tuttavia non restarà far ogni opera per satisfare a V. S. Quel dì ch'io giunsi qui, il conte Lodovico da Canossa[189] incidenter mi disse che'l Papa aveva eletto in loco del conte de la Mirandola il Sig. Ottaviano Fulgoso, e che poi parea che si fosse pentito, e che credea che divideria quella condotta tra più d'uno.
Dopo ch'io mi partii da Ferrara[190] è sempre piovuto il dì e la notte, e di qua le acque de li fiumi sono in su le ripe, sicchè è molto pericoloso il porsi in cammino. Per questo V. S. mi averà per escuso s'io sarò un po' tardo al ritorno; ch'io ritornarei mal volontieri nei pericoli di affogarmi c'ho scorsi al venire in qua. Oggi è arrivata la nova che V. S. insieme col Duca ha rotta l'armata Veneta in Po,[191] di che a mio giudicio tutta questa Corte si è rallegrata; e il Sig. Cardinale Regino nel sortire da S. Santità trovò a caso che 'l Cornaro[192] descriveva questa vittoria con ogni particolarità. Me ne sono allegrato, chè oltra l'util publico la mia Musa averà istoria da dipingere nel padiglione[193] del mio Ruggiero a nuova laude di V. S., alla quale mi raccomando.
Romae, XXV decembris MDIX.
Servitor, Ludovicus Ariostus.
V
Al medesimo
a Parma.
Ill. Sig. mio. Lorenzo di Pasti è giunto or ora qui in cittadella dove io mi trovavo a parlar col Capitano, e mi ha detto che venendo ha ritrovata una spia che gli ha fatto intendere, che subito che 'l Campo nostro si levi da Carpi, quello di Modena è per venire alla volta di Reggio, credo lasciando Rubiera da parte: e perchè detto Lorenzo ha dubitato che se andasse prima a Carpi per tornare poi a Sassuolo e a Rubiera, non fusse poi tardo col soccorso, ha mutato proposito, e ha mandato un messo a posta al Sig. Enea[194] con una sua, informando Sua Sig. del caso e del parer di V. S. circa a poner 200 fanti di quelli di Rubiera e Sassuolo in questa cittadella, acciò che 'l detto Sig. Enea abbia a dimandarne licenza a Monsignore Gran Maestro[195] e mandar subito la lettera a Sassuolo, dove si trovarà questa notte Lorenzo per non perder tempo; e così il messo direttivo al Sig. Enea è già in via, e similiter Lorenzo ora che sono XXIII ore e mezza. Il Capitano qui de la cittadella prega V. S. che lo voglia soccorrere di alcuno de li suoi che stiano seco qui per quattro o cinque giorni, finchè si veda a chi riescono queste cose, e dimanda Domenichino, Giacomo da le Sale, Pier Moro,[196] Francesco Maria da Sassuolo e tali di che se ne possa fidare e valere. Lorenzo di Pasti ha già incaparrato di venire domani a V. S., alla quale mi raccomando.
(Regii,... octobris)[197] MDX.
Servus, Lud. Ariostus.
VI
Al medesimo
a Parma.
Ill. Sig. mio. Questa mattina si sono radunati dodici primi cittadini di Reggio, che questa Comunità ha eletti provveditori de la guerra, alli quali io ho parlato acciò che facciano elezione di cinque o sei uomini che stiano appresso il Sig. Gran Maestro, secondo che da V. Sig. mi è stato imposto; li quali mi hanno fatto intendere aver già fatto provvisione di più numero di questo. Prima hanno dato l'impresa di vendere il pane che va in campo, ed essergli assistente, a due cittadini che hanno due famigli con loro. La cura del vino a Gian Giacomo Messore con autoritade e patente di comandare a tutti li uomini del distretto. La cura de le spelte ha uno Gian Francesco Camonchiela, il quale ha due compagni. Sopra li guastatori hanno fatto che ogni villa vi ha li suoi Massari, e Giambattista Cassola con due famigli ne ha la cura. Oltra di questo gli hanno dato carico di parlare per le cose che occorreno al Gran Maestro, e tenere avvisato di continuo la Comunità di quanto serà di bisogno, e questo ieri andò per tale effetto. Quattro beccari tengono di continuo in campo, e molti venditori di altre robe. Ne la terra hanno messo grande ordine che le vittuarie vadano abbondantemente in campo, e vi sono officiali salariati sopra questo. Di mandare oltra questi altre persone a stare presso al Gran Maestro, si sono molto ritirati indietro, allegando non esser possibile a patire maggiore gravezza di quella che hanno, perchè tutti questi e li famigli c'hanno sono salariati con gran provvisione da la Comunità, imperocchè per li mali portamenti che gli usano Francesi si trovano pochi che vogliano andare a tal cure, perchè nel vendere le robe spesso rilevano di bone bastonate.
M'hanno fatto intendere ancora che gran difficoltade è a trovar spelte per mandare in campo, perchè prima li contadini non hanno, avendo già pagato e dato al Duca quelle che ogni anno gli sono obbligati:[198] li cittadini autem ascondono quella che hanno o negano di darla, e questo avviene perchè prima valeva dieci soldi il staro, e ora gli è dato metà, chè non la ponno vendere in campo più di nove soldi; e quando l'hanno condotta in campo, la vogliono alla misura di Rubiera che è maggiore della Reggiana; poi li pagano di moneta e vogliono che corra secondo che fa a Parma, che secondo la ragion loro (di che io poco mi intendo) gli ritorna in gran detrimento, e molto gli è meglio venderla qui a Reggio, che far spesa di mandarla in campo con tanta iattura. Oltra di questo ognun pensa che partito il campo valerà molto in Reggio, e con speranza di venderla poi, la tengono occulta, e che quando lasciassero vendere la roba il prezzo suo, sponte portariano le persone la roba dove valesse con speranza di guadagno; così de la spelta come de l'altre cose. Oltra di questo bisognaria provveder che li conduttori che vanno in campo, vadano securi: ma li togliono spesso li buoi e li fanno lavorare in altro. Oltra di questo li rompono le casse e brusano in che la portano. Così ancora accade a li guastatori, che da li soldati sono tirati a nettare le lor stalle, e per questo avviene che chi va una volta in campo non gli vole tornare l'altra; nè questa Comunità può avere un carro se non manda li balestrieri a pigliare li villani per forza, e così ancora li guastatori se ne fuggiono, e di questo mi son trovato in fatto. Vorrìa ancora che V. S. scrivesse al conte Gian Boiardo che facesse condurre del vino in campo per esserne nel suo paese gran quantitade e prossimo al campo; così al Sig. Mess. Ercole per San Martino e Campogaiano, e a questi Castellani di Manfredi che tutti l'aiutasseno e mandassero vittuaglia in campo, perchè il distretto di Reggio per sè non basterà a provvedere al tutto: e mandare del pane, chè, oltra l'altre incomoditadi, sono pochi forni in questa terra. Io del tutto dò avviso a V. S. la quale farà poi il parer suo. Del mandare altre persone in campo si escusano gagliardamente, e m'hanno pregato ch'io avvisi V. S. de le provvisioni che han fatto, sperando che quella abbia a rimanere satisfatta. Se quella vuol che di novo insti che mandino altri, mi avvisi, ch'io lo farò. Ma mi par bene che sarà difficultade a disponerli. Io aspettarò la risposta di V. S., alla quale mi raccomando.
(Regii... octobris MDX).[199]
Servitor fideliss., Ludovicus Ariostus.
Qui è nova giunta or ora, e si parla per vera, che 500 Spagnoli sono fuggiti dal papa nel campo nostro.
Vorriano e che V. S. mandasse qui uno con autorità e patente di poter comandare a tutti li gentiluomini e Castellanze che avessero a far la rata sua in questi bisogni, perchè il Capitano gli pare che li vada con troppo rispetto.
VII
Al medesimo
a Parma.
Illustrissimo signor mio. Come ieri fui a Reggio, intesi che'l signor Alberto si ritrovava a Carpi: e volendo andar a ritrovarlo, fui avvertito che li Stradiotti ecclesiastici erano corsi a Correggio, e avean preso un figlio del signor Borso, e che erano etiam corsi a San Martino le due vie per le quali si va a Carpi. E per questo subito mandai a posta uno a piedi con una lettera al signor Alberto, avvisando Sua Signoria ch'io ho da parlargli d'una sua faccenda importantissima, e di quella medesima di che più volte avessimo insieme ragionamento a Roma. E nella lettera non ho nominato V. S., e l'ho pregato che veda qual loco gli pare dove gli potessi parlare senza pericolo; e non si potendo altramente, mi mandi un suo fidato ch'io conosca, con una sua di credenza. Mentre ch'io l'aspetto, V. S. mi avvisi se mandandomi un suo fidato, io gli ho da parlare circa ecc. Ed a Vostra Signoria mi raccomando.
Questa notte gli Ecclesiastici sono corsi a San Martino, e questa mattina sono venuti presso due miglia a Reggio, e hanno menato via il bestiame. Si dice che sono stati alle mani con Badino, e gli hanno presi due o tre balestrieri.
(Regii, 29 octobris 1510).[200]
Servitor, Lodovico Ar.
VIII
Al medesimo
a Parma.
Ill.mo Sig.re Io dubito che'l mio messo non sia stato preso, perchè a questa ora non è tornato ancora e lo spazai sin da ieri a 19 ore, ed è uomo c'ha bisogno di tornare presto: pur quando sia così è manco mio danno che non sería s'io stato fussi in suo loco. Li inimici son corsi presso a Reggio un miglio pur a la via di Carpi e hanno menato via gran numero di bestiami. Questi franciosi si sono tandem armati o che s'armano tuttavia: se escono non credo che vadano a tempo. Dum hoc scribo mi è detto che Mess. Sigismondo de' Santi segretario del sig. Alberto da Carpi è venuto, e sono ito a parlarli. E da lui ho inteso, poi che averia parlato col Gran Maestro, avere commissione di venire a Vostra Signoria. Io gli ho dimandato se per nostre faccende, e m'ha detto per quella medesima causa per la quale io ero mandato a lui: per il che dimattina veniremo. Egli, per quello che m'ha detto, ha l'ultima intenzione del Signor suo circa l'effetto ecc. Tornando a casa ho trovata una squadra di francesi menare prigioni circa XXX tra uomini d'arme e cavalleggeri ecclesiastici che avevano preso a S.ta Agata, loco presso San Faustino. Quelli che sono iti verso S. Martino non sono tornati ancora: ben si dice, ma credo che non sia vero, che li nostri qui insieme con Badino hanno assediati parecchi cavalli in S. Martino. Il mio messo ornai son certo che sia preso, chè sono presso XXIIII ore e non è tornato ancora. A Vostra Signoria mi raccomando.
Regii, XXX octobris MDX.
Servus, Ludovicus Ariostus.
IX
Al cardinale Giovanni de' Medici.[201]
Reverendissime Domine, D.e mi colendissime. La servitù ed osservanza mia, che da molti giorni in qua ho sempre avuta verso Vostra Signoria Reverendissima, e l'amore e benignità che quella mi ha dimostrata sempre, mi danno ardire che, senza adoperare altri mezzi, io ricorra ad essa con speranza di ottenerne ogni grazia. E quando intesi a' dì passati che Vostra Signoria Reverendissima aveva avuta la legazion di Bologna, n'ebbi quell'allegrezza che avrei avuta se il padron mio cardinale da Este fosse stato fatto Legato; sì perchè d'ogni utile e d'ogni onore di Vostra Signoria sono di continuo tanto desideroso e avido quanto un vero ed affezionato servitore deve esser d'ogni esaltazione del padron suo; sì anche perchè mi parve che in ogni mia occorrenza io fossi per avere quella tanto propizia e favorevole, quanto è debitore un grato padrone ad un suo deditissimo servo.
Supplico dunque Vostra Signoria Reverendissima di volermi per Bolla dispensare ad tria incompatibilia, ed a quel più che ha autorità di fare, o ch'è in uso, ed a più dignitade, insieme con quelle ample clausole che si ponno fare; et de non promovendo ad sacros ordines,[202] per quel tempo che più si può concedere. Io son ben certo che in casa di Vostra Signoria Reverendissima è chi saprà far la Bolla molto più ampia che non so dimandare io.
L'arciprete di Santa Agata, presente esibitore, il quale ho in loco di padre, ed amo per li suoi meriti molto, venirà a Vostra Signoria per questo effetto.[203] Esso torrà la cura di far fare la supplicazione di quello che io dimando. Supplico Vostra Signoria Reverendissima a farlo espedir gratis: la qual mi perdoni se io li parlo troppo arrogante; chè l'affezione e servitù mia verso quella, e la memoria che ho delle offerte fattemi da essa molte volte, mi darebbono ardire di domandarle molto maggior cose di queste (ancorchè queste a me parranno grandissime), e certitudine d'ottenerle da Vostra Signoria. Si ricordi che deditissimo servo le sono: alla quale umilmente mi raccomando.
Ferrariae, 25 novembris 1511.
D. V. Reverendissime
Deditissimus et humilis servus, Ludovicus Ariostus Ferrariensis.
Fuori — Reverendissimo in Christo Patri et Domino, Domino meo col. D. Cardinali de Medicis, Bononiae Legato dignissimo.
X
Al marchese di Mantova
Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Prima per il Molino, e poi per Jerondeo, mi è stato fatto intendere che Vostra Eccellenza averia piacere di vedere un mio libro, al quale già molti dì, continuando la invenzione del conte Matteo Maria Boiardo, io diedi principio. Io, bono e deditissimo servitore di V. S., alla prima richiesta la avrei satisfatta, e avuto di grazia che quella si fusse degnata leggere le cose mie, se il libro fosse stato in termine da poterlo mandare in man sua. Ma, oltre che il libro non sia limato nè fornito ancora, come quello che è grande ed ha bisogno di grande opera, è ancora scritto per modo, con infinite chiose e liture, e trasportato di qua e di là, che fôra impossibile che altro che io lo leggessi: e di questo la illustrissima signora Marchesana sua consorte me ne può far fede; alla quale, quando fu a questi giorni a Ferrara, io ne lessi un poco. Ma pur dispostissimo alli servizii di V. E., cercarò il più presto che mi serà possibile di far che ne veda almeno parte; e ne farò transcrivere, cominciando al principio, quelli quinterni che mi pareranno star manco male; e scritti che siano, li manderò a V. S. Illustrissima. Alla quale umilmente mi raccomando.
Ferrara, 14 luglio 1512.
Deditissimo servo di V. S., Lodovico Ariosto.
Fuori — Illmo et Ex.mo principi et D.no meo Obser.mo, Dom. Marchioni Mantuae. Mantuae.
XI
Al principe Lodovico Gonzaga,
in Mantova.
V. S. Eccellentissima ha certamente della fada e del negromante, o di che altro più mirando, nel venirmi a ritrovar qui con la sua lettera del XX augusti, or ora che sono uscito dalle latebre e de' lustri delle fiere, e passato alla conversazion degli uomini. De' nostri periculi non posso ancora parlare: animus meminisse horret, luctuque refugit, e d'altro lato V. S. ne avrà odito già. Quis jam locus quae regio in terris nostri non plena laboris? Da parte mia non è quieta ancora la paura, trovandomi ancora in caccia, ormato da levrieri, da' quali Domine ne scampi. Ho passata la notte in una casetta da soccorso, vicin di Firenze, col nobile mascherato,[204] l'orecchio all'erta e il cuore in soprassalto. Quis talia fando etc. l'illustrissimo signor Duca, con il quale ieri ha conferito longamente il C. Pianelli, parlerà de' duo affari al Cardinale,[205] il quale fra giorni si aspetta da Bologna, ed io medesimo, per quanto sia bono a poterla servire, adoperrò ogni pratica, essendo dell'onore di Vostra Signoria, qual affezionato servitore, bramosissimo. Quello sia da fare e da sperare saprà da Mess. Rainaldo,[206] e fido che ne sarà satisfatta, quantunque io non sia troppo gagliardo oratore. Il cielo continua tuttavia molto obscuro, onde non metteremoci in via così subito per non aver ancora da andar in maschera fuori di stagione e col bordone. Voglia V. S. recarmi alla memoria della illustriss. sig.a Principessa Flisca[207] quanto è permesso a observantissimo e deditiss.o Servitore, e a quelle in buona grazia mi raccomando.
Florentiae, I octobris MDXII.
XII
A messer Benedetto Fantino
Mes. Benedetto mio onor. Ho avuto per il mio ragazzo una vostra lettera molto tarda, perchè da Firenze, dove si è fermato qualche giorno, è venuto in qua a piedi ed è stato assai per via. Del negozio vostro non ho fatto ancora nulla; non perchè non me lo sia raccordato, ma perchè non vi ho saputo capo nè via. Io son arrivato qui in abito di staffetta,[208] e per non aver panni ho schivato di andare a persone di dignità, perchè qui, più che in tutti gli altri lochi, non sono estimati se non li ben vestiti.[209] È vero che ho baciato il piè al Papa e m'ha mostrato di odir volontera: veduto non credo che m'abbia, chè dopo che è Papa non porta più l'occhiale. Offerta alcuna nè da Sua Santità nè da li amici miei divenuti grandi novamente[210] mi è stata fatta; li quali mi pare che tutti imitino il Papa in veder poco. Io mi sforzarò e oggi cominciarò, che non serà più longo, a vedere se io potrò aver mezzo alcuno con quel Mes. Paris.[211] Usar Mes. Bernardo[212] per mezzo, credo poter male, perchè è troppo gran maestro, ed è gran fatica a potersegli accostare; sì perchè ha sempre intorno un sì grosso cerchio di gente che mal si può penetrare, sì perchè si convien combattere a X usci prima che si arrivi dove sia: la qual cosa a me è tanto odiosa, che non so quando lo vedessi; nè anco tento di vederlo, nè lui nè uomo che sia in quel palazzo: pur per vostro amor sforzarò la natura mia; ma potrò far poco, perchè fatta la coronazione, che serà fra 4 dì, faccio pensiero di venirmene a Ferrara. Io intendo che a Ferrara si estima che io sia un gran maestro qui: io vi prego che voi li caviate di questo errore, cioè quelli con che vi accade a parlare, e fategli intendere che son molto da manco che non ero a Ferrara, acciò che richiedendomi alcuno qualche servicio, e non lo facendo per impossibilità, e non lo sapendo essi, mi accusassino di asinità. Altro non m'accade, se non che a voi mi raccomando.
Romae, 7 aprilis MDXIII.
Vostro, Ludovicus Ariostus.
Fuori — Al Mag. come fratello hon. M. Benedetto Fantino Cancellero dell'Ill.o et R.o Card. de Ferrara,-in Ferr.
XIII[213]
Al doge di Venezia
Ill.mo et Ser.moPrincipe et Signore mio observantissimo. — Supplico alla Sublimità Vostra io devoto et affectionatissimo servo suo Ludovico Ariosto Nobile Ferrarese et familiare del Reverendissimo Signor Cardinale Estense come havendo cum mie longe vigilie et fatiche, per spasso et recreatione de Signori et persone di anime gentili et madonne composta una opera in la quale si tratta di cose piacevoli et delectabili de arme et de amori, et desiderando ponerla in luce per solazo et piacere di qualunche vorà et che se delecterà di leggerla; et anche cum quello più benefitio et remuneratione delle fatiche mie duratoli più anni in componerla che conseguire posso; ho deliberato di farla stampire dove meglio a me parerà. Ma dubitando che qualche altro in concorrentia della stampa, che io ne farò,[214] subito che tal mia opera et stampa sia fuori, non se intrometta a restampare o farne restampare una altra, et che non pigli il bene et utile de le fatiche, che doverieno venire a me: pertanto prego et supplico la prefata vostra Sublimità, che quella sia contenta per suo decreto et privilegio concedermi de gratia, che per tutto el tempo della vita mia non sia licito a persona cossì terriera come forestiera et di qualunche grado se voglia esser o sia, che ardisca, nè presuma in le terre et loci et dominio di vostra Serenità presumere di stampare, nè di fare stampare in forma alcuna de lettera, nè di foglio grande, piccolo, nè piccolino, nè possa vender o fare vender ditta mia opera senza expressa licentia et concessione de mi Ludovico Ariosto auctore de ipsa, sotto pena de perder tal opere tutte, che si trovassero stampate, o vendersi, et de ducati mille per cadauno che presumerà stamparla o farla stampare, o vendere o farla vender: la quale pena per la mità si applichi a cui piacerà alla Sublimità Vostra, et l'altra mità et libri stampati o venduti a mi Ludovico prenominato servitore di quella. Cujus gratiæ etc.
Die 25 Octobris 1515[215]
Quod suprascripto supplicanti concedatur gratia, quam ut supra petit.
Consiliarii:
Marcus de Molino Petrus Marcello Hieronymus Teupulo Franciscus Bragadeno.
XIV
Ad Alfonso d'Este duca di Ferrara
Illustrissimo signor mio. Or ora, che son XIX ore, son giunto in Fiorenza; e ho trovato che questa mattina il duca d'Urbino[216] è morto. Per la qual cosa sono assai in dubbio di quello che ho a fare; perchè andar a condolermi de la morte della duchessa,[217] non so con chi; massimamente che mi par che la morte del duca importi tanto, ch'abbia fatto scordare il dolore della duchessa. Finalmente mi risolvo di aspettare nôva commissione da Vostra Eccellenza, ed in questo mezzo starmi nascoso con messer Pietro Antonio, acciò parendo ch'io mi condoglia col cardinal de' Medici o con quel de' Rossi,[218] de' quali l'uno o l'altro s'aspetta oggi o domattina, io possa far l'uno e l'altro officio. E anco quando a Vostra Eccellenza paresse ch'io facessi solo quello per il che fui mandato, io potrò dire com'ero venuto per dolermi della morte della duchessa; ma avendo veduto questo nôvo caso, mi son restato, per non essere importuno. Sicchè Vostra Eccellenza mi avvisi quanto ho a fare: e s'anco io fallo a non far quello che mi è stato commesso, quella mi perdoni; c'ho fatto per far bene. Ed in grazia di Vostra Signoria illustrissima mi raccomando.
Florentiae, 4 maii (1519).
Humilis. serv., Lud. Ariostus.
Fuori — Illustriss. et Excellentiss. Dom., D. meo singulariss. Duci Ferrariae.
Ferr. cito cito.
XV
Al marchese di Mantova
Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Più presto per ubbidire a quanto V. E. mi comandò, le mando la mia Cassaria, che perch'io la reputi cosa degna di andarle in mano. Ho tardato alquanto a mandarla, perchè non ho avuto così presto chi me la trascriva. Qualunque ella si sia, V. E. la accetti con quella benignità colla quale è solita di vedere le altre mie sciocchezze. In buona grazia della quale umilmente mi raccomando; e la supplico che, dove mi creda bôno a poterla servire, si degni di comandarmi.
Di V. E.,
Ferrara, 6 giugno 1519.
Umil servitore, Lodovico Ariosto.
Fuori — All'Ill.mo ed Ecc.mo Principe Signor Colen.mo il Signor Marchese di Mantova.
XVI
Al medesimo
Illustrissimo ed eccellentissimo Signor mio. Perchè credo che V. Ecc. amava assai messer Rinaldo mio cugino e fratello, e grande servitor suo, mi parrìa di commetter gran fallo a non dar avviso che oggi a nove ore è passato di questa vita, ed in quattro dì si è spacciato, dopo che era tornato dalli bagni di Caldera. Tutti noi suoi amici e parenti ha lasciato di mala voglia, ma sopra tutti Madonna Contarina[219] sua moglie; la quale, ancor che sia molto tribolata e in tanta agonìa che io dubito che non gli môra appresso, pur non si è scordata di pregarmi che io ne dia avviso a V. Ecc., che crede che sarà partecipe del suo dolore. Alla quale meco insieme bacia le mani, e in buona sua grazia si raccomanda.
Di V. Ecc.
Da Ferrara, 7 luglio 1519.
Devotissimo servitore, Ludovico Ariosto
XVII
Alla marchesana di Mantova
Ill.a ed Ecc.a mia Signora. Con gravissimo e intollerabile mio dispiacere avviso Vostra Eccellenza che mess. Rinaldo Ariosto mio onorandiss.mo cugino e fratello, e suo fedeliss.mo servitore, questa mattina circa le nove ore è passato della presente vita oppresso da subita infermità di non poter orinare, e in quattro giorni n'è stato rubato e n'ha lasciati tanto malcontenti quanto sia possibile al mondo, massimamente Madonna Contarina sua consorte, la quale mi ha pregato ch'io ne dia a Vostra Eccell. avviso, rendendosi certa che le n'avrà compassione, e sarà partecipe di qualche porzione del suo dolore: la qual meco insieme in bona grazia di Vostra Eccell. umilmente si raccomanda.
Ferrariae, VII julii MDXIX.
Di Vostra Eccellenza
deditissimo servitore, Lud. Ariosto
Fuori — All'Ill.ma ed Ecc.ma mia Sig.ra osser.ma Sig.ra Marchesana di Mantova,
a Mantova.
XVIII
A messer Mario Equicola
Messer Mario mio pregiatissimo. Io ringrazio molto V. S. della offerta ch'ella mi fa di prestarmi l'opera sua, accadendomi, nelli miei litigi: la quale accetto di buon animo, e credo di usarla; ma non mi basteria il scrivere quello che io dimandassi. Ho pensiero di trasferirmi un giorno a Mantova, ed informarvi bene di quello che io voglio: ma non è il tempo ancora. Circa l'oda che voi mi dimandate, la cercherò tra le mie mal raccolte composizioni, e le darò un poco di lima al meglio che io saprò, e manderòllavi. È vero che io faccio un poco di giunta al mio Orlando Furioso, cioè io l'ho cominciata: ma poi dall'un lato il duca, dall'altro il cardinale, avendomi l'un tolto una possessione, che già più di trent'anni[220] era di casa nostra, l'altro un'altra possessione di valore appresso di dieci mila ducati, de facto e senza pur citarmi a mostrare le ragioni mie,[221] m'hanno messo altra voglia che di pensare a favole. Pur non resta per questo ch'io non segua, facendo spesso qualche cosetta. S'io seguiterò, non mi uscirà di mente di fare il debito mio; e tanto meglio che non ho fatto pel passato, quanto questo debito da quel tempo in qua è cresciuto in infinito. Messer Mario, siate certo ch'io son vostro, prima per inclinazione naturale, già è molto tempo, poi per vostri meriti verso di me. A voi mi raccomando, e pregovi che alcuna volta vi degnate di ridurre alla signora Marchesana in memoria che io le sono deditissimo servitore. Al magnifico Calandra vi degnerete anco di raccomandarmi.
Ferrara, 15 ottobre 1519.
Vostro, Ludovico Ariosto
Fuori — Magn. ac Doctissimo Viro Dom. Mario Equicolae, mihi amicissimo, Mantuae.
XIX
A papa Leone X
Beatissime Pater. Avendomi Galasso mio fratello a' dì passati fatto intendere che Vostra Santità averìa piacere ch'io le mandassi una mia commedia[222] ch'io avea tra le mani; io, che già molti giorni l'avevo messa da parte quasi con animo di non finirla più, perchè veramente non mi succedea secondo il desiderio mio, son stato alquanto in dubbio s'io mi dovea scusare di non l'avere finita, e che per recitarla questo carnevale mi restava poco tempo di finirla (e questo pel timore del giudizio di questi uomini dotti di Roma, e, più degli altri, di quello di Vostra Santità; chè molto ben si conoscerà dove ella pecca, e non mi sarà ammessa la scusa d'averla fatta in fretta); o se pure io la dovea finire al meglio ch'io potea, e mandarla, e far buono animo, e conto che quello che conoscevo io nessun altro avesse a conoscere. Finalmente, parendomi troppo mancare dal mio debito, ed essere ingrato alle obbligazioni grandissime che io ho a Vostra Santità non satisfacendo a tutti li suoi cenni, ancora ch'io ne dovessi esser riputato di poco giudizio; perchè forse la mia scusa, benchè vera, non sarìa accettata; ho voluto fare ogni opera per mandarla, e più presto esser imputato ignorante o poco diligente, che disobbediente ed ingrato: e così l'ho ritolta subito in mano. E tanto ha in me potuto l'essermi stata da parte di Vostra Santità richiesta, che quello che in dieci anni, che già mi nacque il primo argomento, non ho potuto, ho poi in due giorni o tre condutto a fine: ma non che però mi satisfaccia a punto, e che non ci siano delle parti che mi facciano tremare l'animo, pensando a qual giudizio la si debbia appresentare. Pure, quale ella si sia, a Vostra Santità insieme con me medesimo dono. S'ella la giudicherà degna della sua udienza, la mia Commedia avrà miglior avventura, ch'io non le spero: s'anco sarà riputata altrimente, prendasene quel trastullo almeno che delle composizioni del Baraballo[223] già si soleva prendere; chè, pur che in qualche modo la diletti, io me ne chiamerò satisfatto. Alli cui Santissimi piedi umilmente mi raccomando.
Di Ferrara, alli 16 di gennaro 1520.
S. Vestrae.
Humilis et devotus servus, Lud. Ariostus.
Fuori — Sanctiss. D. N. Leoni Decimo.
XX
A Messer Mario Equicola
Magnifico messer Mario mio onoratissimo. — Per messer Giangiacomo Baretone ho avuto sei lire di vostra moneta, le quali Vostra Magnificenza mi ha rimesse, credo, per parte delli denari che si hanno d'avere dal venditore delli miei Orlandi a Verona. Di che ringrazio quella, ma mi paiono pochi a quelli ch'io aspettava; e non posso credere che quel libraro non li abbia espediti tutti, perchè in nessun altro luogo d'Italia non so dove ne restino più da vendere: e se fin qui non li ha venduti, non credo che più li venda. Per questo sarìa meglio che il libraro li rimettesse quì, perchè subito troverei di espedirli, poichè me ne son dimandati ogni dì. Vostra Magnificenza, essendo risanata, come spero che ella sia, la prego che si sforzi di saper la cosa; chè troverà che i libri sono venduti, e che quel libraro vuole rivalersi di quelli denari. La si ricordi che io sono suo, e sempre me gli raccomando.
Ferrara, 8 novembre 1520.
Vostro, Lodovico Ariosto.
Fuori — Magnifico Domino Mario Equicolae, Secretario. Mantuae.
XXI[224]
Al capitano di Barga
Mag.ce tanq. fr. hon. Avendo lo Ill.mo mio S.re duca di Ferrara fatta elezione di me al governo di questa provincia sua di Carfagnana, e sapendo io quanto sua Ecc.a è desiderosa che li sua sudditi stiano in pace ed abbino a conversare senza sospetto con li circonvicini e precipuamente con li sudditi della Eccelsa Repubblica di Firenze, attenta la integra amicizia che sempre fu ed è fra prefata Eccelsa Rep. e sua Eccell.a, mi è parso essere mio debito nel gionger mio qui visitare con questa mia V. S. con pregarla che nelle occorrenze del governo di questi sudditi a noi dato voglia essere meco ed io con quella, sicchè con ogni industria e possibilità ci sforziamo di ridurli in quella pace, unione e quiete in la quale li Eccelsi ed Illu.mi nostri Signori sempre sono stati e di presente sono.
Appresso perchè alli dì passati un Giovanni Baricca da Barga a tempo di notte venne a Castelnovo con uno bandito di qui, ed alcuni uomini di commissione de' loro superiori andando per pigliar detto bandito, per caso vi si ritrovò in compagnia un Battistino forastiero, ma che abitava qui, il quale feritte detto da Barga, contro però la volontà di tutti gli uomini di Castelnovo; e sì come ho detto, essendo pur debito di noi ufficiali ridurre li sudditi in buona pace, oltre che ne ho espressa e particolar commissione di tal cosa dal mio Ill.mo S.r Duca, prego V. S. che in questo sia contenta di fare ogni opera dal canto suo per disporre ad accordo detto suo da Barga con li parenti suoi e questi di Castelnovo, dalli quali ne è riferito che si chiama offeso (e veramente a torto), perchè loro incresce tal caso quanto dir si può, acciò che inveterando non sortisca alfine maggior male: e se 'l delinquente fusse in mani nostre ne faremmo tale dimostrazione che questo da Barga ne resteria satisfatto in modo che anche V. S. conoscerebbe essermi dispiaciuto tale eccesso; ed in questo mi governerò secondo il consiglio e buon parere di V. S. ed in qualunque altra mia occorrenza. Alla quale offrendomi dispostissimo sempre mi raccomando.
Ex Castelnovo Carfignane, 2 martii MDXXII.
E. M. V.
Tanq. fr.ter LUDOVICUS ARIOSTUS Duc.lis Com.s gen.lis in Carf.na
XXII[225]
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Mando a V. S. Belgrado da Valico con quello spiedo e giannettone, che quelle mi scriveno lui tolse alla famiglia del vicario del Borgo alli giorni passati; e perchè ditto Belgrado è stato obedientissimo a tale restituzione, anco che in ditta rissa ricevesse delle ferite, per le quali in liberarsi ha speso assai; e sì come lui a bocca dirà a V. S. fu promisso di satisfare la medicatura e ogni suo danno che patisse, per essersi intromisso a tale impresa; pertanto V. S. si degnino in le cose licite e oneste esaudire ditto Belgrado, attento che per mio mezzo volentieri ha ricorso alle prefate, alla cui bona grazia di continuo mi raccomando sempre: quae bene valeant.
Ex Castelnovo Carfagnanae, 22 martii 1522.
E. D. V.
Observantissimus LUDOVICUS ARIOSTUS comes et ducalis commissarius generalis in Carfagnana[226].
XXIII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Sì come scrivino a me le S. V., quel Belgrado da Valico averli narrato le sue ragioni, con avere anco restituito il giannettone e lo spiedo, mi dicono appresso, che hanno dato commissione al vicario del Borgo, che vogli udire benignamente ditto Belgrado, con administrare giustizia; e perchè ditto Belgrado è povero uomo, e devotissimo delle S. V., e anco ha ricevuto di tal rissa più che alcun altro, e si commisse oltra il suo volere; per tutti questi rispetti, e ultimo loco per amore mio, avendolo ritrovato obedientissimo circa le restituzioni di dette arme, supplico V. S. si degnino commettere al loro vicario che impuoni silenzio contra di ditto Belgrado. Circa quelli dal Silico, che alli dì passati ferirno quelli di Castiglione, ne farò ogni rigorosa dimostrazione di giustizia, e quel più che mi ricercherà il vicario di Castiglione, acciò le S. V. effettualmente cognoschino quanto mi sia dispiaciuto tale eccesso perpetrato. E a V. S. mi raccomando, quae feliciter valeant.
Ex Castronovo Carfagnanae, 8 aprilis 1522.
XXIV
Al duca di Ferrara
Ill.mo ed Ecc.mo Signor mio. V.ra Ecc.a a questi dì mi ha dato commissione ch'io m'informi come sia stata fatta quella elezione per gli uomini di Trasilico del lor podestade; se giuridicamente e secondo il consueto, o pur altrimenti: et oltra di questo ch'io pigli notizia della condizione dell'uomo e ch'io la riferisca. V.ra Ecc.a dunque intenderà, che soleva essere costume che insieme con alcuni uomini deputati da quella Vicaria il Commissario faceva la elezione, la quale appresso V.ra Ecc.a confirmava; ma poi da quella fu loro concesso che essi senza il Commissario potesson fare la elezione del lor podestade, che essa poi avea da confirmare, se le parea: e acciò che V.a Ecc.a ne sia più chiara, le mando le copie delle lettere su le quali questi uomini di Trasilico si fondano. Circa alla condizione dell'uomo, per quanto a me pare, e per quanto io me n'ho potuto informare, è assai tenuto uomo da bene, secondo gli altri che son qui: è vero che egli e Pierino Magnano hanno per lor mogli due sorelle, ed al presente abitano amendue nella casa della loro suocera, l'uno per sospetto e per esser più sicuro dentro da le mura in casa della suocera, che nel borgo dove ha la propria casa, e questo è Pierino; e l'altro per essere da Camporeggiano, e non avere casa qui. Amendui entrano per una porta, ma le loro stanze, secondo ch'io intendo, hanno separate, e ciascuno mangia da sua posta. Che costui seguiti parti, non ne fa dimostrazione estrinseca, ma so bene che Bastiano Coiaio, un figliolo del quale è cognato di costui e di Pierino, perchè ha l'altra sorella, ha fatto la pratica per far che costui sia podestade; e che Bastiano l'abbia fatto a qualche suo disegno, più presto si può dubitarne che non, perchè lui non ho a modo alcuno per persona neutrale, ancora che si sforzi di farlo credere a me. Tuttavia V.a Ecc.a può essere certa che avendo da essere podestade di Trasilico uomo di questo commissariato (non voglio dir di Castelnovo solo), è forza che sia notato o per bianco o per nero: e se ben non fusse in effetto (il che sería difficillimo a trovare), pur serà sempre in sospetto ad una delle parti. Il padre di costui è un ser Giovanni notaio e procuratore a Camporeggiano, il quale al tempo che Lucchesi ebbono questa provincia fu mandato da loro ad un suo Castello detto Camaiore per notaio. Ch'egli fusse in trattato mi saria difficile a ritrovare per la verità, perchè s'io ne dimanderò la parte italiana, mi diranno che non fu vero, e ch'egli è uomo da bene; se dimanderò la francese, tutti mi diranno che fu vero, e mi aggiungeranno tutto il male che imaginar si potranno: ma sia il padre come si voglia, che da quella macchia in fuore, che potria essere così falsa come vera, non ne sento dir se non bene. Il figliolo è assai costumata persona, ed essendo già stato eletto e avendo dalla elezione in qua sempre fatto l'officio del podestade, non potria essere dimesso senza suo gravissimo scorno ed ignominia: e parendomi che la intenzione di V.a Ecc.a sia più presto di gratificarsi questi uomini che dar loro alcuna mala contentezza; poi che quella si è degnata in questo dimandare il mio parere, io dirò che mi parria che costui non fusse rimosso per porre in quel luogo alcun altro di questa terra, perchè potria essere causa di dar principio a qualche altra nimicizia. Soggiungerò bene che non sería se non ben fatto, che venendo li uomini di Trasilico a Ferrara, come son per venire, che V.a Ecc.a operassi che fussino contenti di far che 'l Capitano della Ragion di Castelnovo fusse ancora suo podestade, con capitolo espresso che avesse a procedere secondo li loro statuti, perchè, così facendo, l'officio del Capitano si faria migliore, e V.a Ecc.a potria mandare qui un dottore di qualche sufficienza, che con questa aggiunta n'avria da poter star meglio; ch'ogni modo il podestade ch'essi eleggono sta sempre a Castelnovo, e se voglion ragione sono sforzati a venir qui, e appresso hanno le più volte per podestate persona che sa a pena leggere: poi non è possibile ch'eleggano podestade di questo luogo che non sia parziale. Volerne mandare a torre uno di fuore, o che stia là con loro, l'officio non può far la spesa. La ostinazione di volere un podestade particolare dipende da dui o tre villani che governano quel Comune, che ogni anno, quando per un paio di calze, quando per un fiorino o dui, vendono a questi notaroli la lor podestaria. Ho voluto che V.a Ecc.a sia del tutto fatta accorta, al miglior giudicio della quale mi rimetto sempre: ed in sua bona grazia umilmente mi raccomando.
Ex Castelnovo, XIX aprilis MDXXII.
XXV
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Ringrazio V. S. delle benigne offerte e buona disposizione verso il mio illustrissimo signor Duca, e dello avviso dato a me; e del tutto per mio debito e per consolazione di sua Eccellenza ho scritto a pieno. Prego V. S. si degnino, accadendo la opportunità e il bisogno per lo avvenire, sì dal canto di Toscana, come anco di Lombardia, farmi participe delle nuove averanno, offerendomi al simile con ogni sollecitudine verso quelle. Circa quelli dal Silico che ferirno, sì come è stato ditto, quelli dui da Castiglione, come per altre mie ho promisso a V. S., non resteranno impuniti dello eccesso perpetrato; e penso domane o l'altro andare fino a Castiglione per parlare con il vicario di V. S., e provedere che di nuovo si assicurino ambi li comuni di Castiglione e Silico, acciò possino praticare in qualunque loco, e l'uno a casa de l'altro senza sospetto. Spero fra ditto vicario e me faremo buona opera. E a V. S. offerendomi sempre mi raccomando; quae bene valeant.
Ex Castronovo Carfagnanae, die 20 aprilis 1522.
XXVI
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Lo illustrissimo signor mio mi scrive che hanno da essere garbugli in Toscana, e che io usi ogni diligenza per intendere di ora in ora il successo di quelli; e specialmente mi commette sua Eccellenza che io abbia ricorso dalle S. V., rendendosi certo che da quelle si averà del tutto la verità: e così con questa mia prego V. S. si degnino di tale occorrenza farmene participe acciò io possi esequire lo intento del mio illustrissimo signore. E tutta la spesa delli messi che manderanno a posta, de la quale parte S. V. mi aviseranno, satisfarò a pieno; e anco di quella spesa che alle prefate accascherà fare per mandare in li lochi necessarii per avere la verità, sono contento che in quello parerà onesto a V. S. di concorrere; chè così è anco la mente del mio illustrissimo signore. E a V. S. offerendomi mi raccomando sempre: quae bene valeant.
Ex Castelnovo Carfagnanae, 25 aprilis 1522.
XXVII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Questo presente esibitore del mio commissariato mi fa intendere, esserli stato rubato uno suo mulo da certi suoi vicini; e che avendo ricercato di ritrovare detto suo mulo alli giorni passati, uno Giovanni di Niccolò Giusti da Pescaglia ebbe a dire, che sapeva colui che lo aveva rubato detto mulo: e ora volendo il predetto esibitore intendere da ditto Giovanni, chi era stato quello che glielo aveva rubato, ditto Giovanni li ha negato, e non li vuole dire la verità. Pertanto V. S. saranno contente commettere sia chiamato ditto Giovanni, ed esaminato quello lui sa di questo furto, acciò che il povero uomo possi trovare la via di rinvenire il malfattore e la sua robba; perchè, per quanto mi dice, quello Giovanni sa il tutto. E a V. S. offerendomi, mi raccomando sempre.
(Castelnovo.... 1522).
XXVIII[227]
Agli Otto di Pratica
Magnifici et excelsi Domini mihi observandissimi. Per obedire a quanto Vostre Signorie mi comandano; perchè le loro esortazioni voglio che mi sieno in luogo di comandamento; ho fatto chiamare a me quelli sudditi al mio officio, delli quali Bartolomeo da Barga si duole che da Buonconvento si sieno fuggiti con la paga; e ritruovo che molto ben difendono la ragione loro, e dicono che Bartolomeo mandandoli a chiamare a casa loro fece dare al capo (che tutti eran sette) certi scudi, promettendo come fussino a Castel Fiorentino, che darebbe loro la paga integra; e che venendo a trovare il detto Bartolomeo a Barga, n'ebbono la medesima promissione; e di più disse loro, che se a Castel Fiorentino non facea lor dar la paga, fusse lor licito di ritornarsine indietro con quelli denari che avevano: e quando furono a Castel Fiorentino, e non avendo denari, e per questo volendo tornare a dietro, furon pregati dal detto Bartolomeo che si conducessero fin a Poggibonici, dove avrebbon denari; e che mancando, senza altra eccezione se ne tornassino a Poggibonici. Non ebbono anco se non parole, e pur con li medesimi preghi e promissioni furo anco tirati fin a Siena: dove venendo li nimici, feron senza aver avuti altri denari le fazioni e il debito loro. Quindi volendoli di nuovo Bartolomeo condurre a Buonconvento, negaro di non volervi andare: pur, parte con prieghi, parte con dar loro alcuni pochi denari; che tutti cominciando da li primi ch'avevano avuto a casa e tra via, non passaro fra sette compagni in tutto la somma di X ducati; fece tanto, che li trasse a Buonconvento, refermando pure il medesimo, che se quivi non dava loro tutta la paga, se ne tornassino liberamente. E così condotti a Buonconvento con grandissimo disagio e carestia, non fu dato lor la paga più che in gli altri luoghi; e per questo non fuggendo, ma più presto partendosi di patto se ne tornaro a....[228]: e fra il giorno che si partiro da casa, fin a quello che si partiro da Buonconvento, corsero 14 giorni. Io per ubbidire Vostre Signorie, e insieme per non mancare del dovere, e non essendo io molto nè assai ancora esperto nelle ragioni pertinenti al mistier del soldo, ho fatto alquanto di ragunanza di uomini, che sono usati d'aver compagnie di fanti, avendo fatto che due mandati da Bartolomeo in questa terra, e dall'altra parte questi incolpati di esser fuggiti, han dette le ragioni loro. Ultimamente mi dicono che 'l soldo di questi fanti ha da cominciar dal dì che giunsero a Castel Fiorentino, secondo l'ordine e il costume solito del mistier del soldo; maisì, quando sia vero che Bartolomeo dicesse loro, che non avendo denari, cioè la paga intiera a Castel Firentino, se ne potessono tornar indrieto; che li patti rompono le leggi; che 'l soldo ha da cominciar dal dì che furon levati da casa e ebbon la prima prestanza. Li mandati da Bartolomeo non negano nè affermano questo patto. Io volevo assignare termine alli fanti a provar questo, ma li mandati da Bartolomeo non se ne sono contentati, e dubito che non sieno per farne a Vostre eccelse Signorie alcuna sinistra e men che vera relazione. Per questo ho voluto a quelle dare avviso del tutto, acciò ch'elle ancora ne sieno giudici, chè so che non si partiranno dalla giustizia, essendo io per non mi partire dà quanto parerà a quelle, delle quali son deditissimo; e in sua bona grazia mi raccomando sempre.
Ex Castronovo, 21 maii 1522.
Di Vostre eccelse Signorie
Observantissimo Ludovico Ariosto Ducale Commissario in Grafagnana.
XXIX
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mei observandissimi. Ho veduto quanto V. S. mi raccomandano Francesco Martino suo: non mancherà per me di farli, mediante la giustizia, ogni favore; e perchè sono in questa terra alcuni Statuti, che il commissario non si può impacciare in le cause pertinenti al capitano della Ragione, la qual via è alquanto lunga; io ho avvisato il prefato del modo che ha da tenere per venire a presta espedizione. E come in questa, così in ogni altra cosa sono paratissimo sempre di ubbidire V. S., alle quali mi raccomando.
Ex Castro novo, 23 maii 1522.
XXX
Al duca di Ferrara
Ill. ed Ecc. Signor mio. Le troppe grazie che V. E. fa a questi uomini de la Vicaria di Camporeggiano li inasinisce (chè più onesto vocabolo non so loro attribuire), e nessuna cosa son per far mai se non per forza: io dico questo, chè mi par che usino gran torto al Capitano di Camporeggiano, che avendo esso fatto giustiziare quel ribaldo ch'aveva in prigione, e per li ordini e usanza che qui è dovendo per questo avere lire cinquanta, negano, per quanto me ne avvisa il Capitano, di volerlo soddisfare; e credo che vorranno avere ricorso a V. E., confidandosi che così come quella è lor benigna e liberale nel suo particolare, così anco debbia lor essere in quello che con gran fatica e continuo fastidio li officiali si guadagnano. Supplico V. E. abbia raccomandato il Capitano perchè è da bene e dotto e buono e fedele servitore di quella, per accrescergli l'animo a lui e agli altri di punir li tristi.
Appresso gli significo che ora son capitati qui alcuni che vengono di Maremma, che dicono che molti fanti ch'avevan preso denari a Pisa e poi s'erano imbarcati a Livorno per ire alla guardia di Genoa, son stati tenuti in posta da Messer Andrea Doria, o sia da frate Bernardino,[229] ad un luogo detto Meloria, e morti, feriti e presi con li legni che li conducevano. O vera o falsa che sia la nova la dò a V. E. nel modo che io l'ho; in bona grazia de la quale umilmente mi raccomando.
Ex Castelnovo, 22 junij 1522.
XXXI
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici et excelsi domini mihi observandissimi. Io sono stato a questi giorni a Ferrara, dove fra le altre commissioni che ho avute dal mio illustrissimo signore, è stato che, per quanto si estende il mio potere, io sia sempre pronto a servire e fare cosa che piaccia a V. S., e specialmente ch'io non patisca che li ribelli della vostra eccelsa Repubblica vengano in questa sua provincia, e che venendoci, io li pigli e persegui non altrimenti che li ribelli e inimici di sua Eccellenza; e così sono apparecchiato di fare, e questa e ogni altra cosa, che di V. S. io pensi essere a beneficio e piacere. E perchè intendo che, non essendo io qui, V. S. si sono dolute col mio locotenente di certi assassinamenti che alcuni ribaldi di questa provincia banditi hanno fatto contra terre di quelle, oltra quello che io credo che 'l prefato locotenente abbi scritto, anch'io replico, ch'io n'ho grandissimo dispiacere e non minore desiderio di rimediarci, pur ch'io lo possi fare. Io n'ho scritto al mio illustrissimo signore, e penso che sua Eccellenza in ogni modo mi mostrerà qualche via di potere castigare li malfattori, meglio ch'io non ho potuto fare, nè posso fin qui più, oltra quello che credo che il mio signore disegnerà di fare. L'avviso di V. S. credo che mi saria per giovare molto, scrivendo quelli alli vicari loro che confinano con questa ducale provincia, che per perseguitare tali uomini di pessima vita, ad ogni mia requisizione venissero coll'armi in aiuto delli miei balestrieri, e non dessino in loro terre ricapito alli nostri banditi; che 'l medesimo anch'io sono per fare contra li ribelli e banniti di V. S.: in buona grazie alle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 12 septembris 1522.
XXXII[230]
Al duca di Ferrara
Ill. ed Ecc. Sign. mio. Oltra quello che per un'altra mia ho scritto a V. Ecc. circa i disordini che sono in questo paese, alli quali senza l'aiuto di quella non è possibile, non avendo più forza di quello ch'io m'abbia, io possa rimediare; benchè non manco di tutti quelli rimedî ch'io posso: prima ho fatto fare contra li assassini di Pontecchio e suoi seguaci (tra quali è quel Battistino Magnano, il quale fu causa de la discordia tra quelli di Barga e di questa terra) una grida,[231] de la quale mando a V. Ecc. qui inclusa la copia, acciò che a quella piaccia di confermarmela per sue lettere: e appresso ho scritto al Commissario fiorentino da Fivizzano e alli Signori Lucchesi acciò che tutti insieme mettiamo in ordine una bella caccia, sicchè da ogni banda si dia addosso a questi ladri, li quali tuttavia non cessano di far ogni dì assassinamenti e por taglie a chi lor pare, e hanno ardimento di mandare a dire a gli uomini qui di Castelnovo, che se non mandano loro certi denari che domandano, li verranno a tagliare a pezzi fin in questo Castello: e forse avriano ardire di farlo, perchè hanno chi fa lor spalle e li nutrisce e difende. E perchè V. Ecc. conosca ch'io non m'inganno in tutto, le mando similmente qui incluso una lettera che oggi mi è venuta in mani, voglio dire la copia d'una lettera che scrive Bastiano Coiaio a questi banditi del Silico, il quale Bastiano è, come per un'altra mia ho scritto a V. Ecc., il consigliere e guidatore de la fazione di Pierino, e in casa del quale li banditi spesso si riducono a consiglio, come ne sono esaminati testimonî appresso il Capitano qui. E acciò che V. Ecc. intenda il tenore della lettera, quella sappia, che quel dì proprio ch'io giunsi qui fu tolto un mulo a Camporeggiano e trafugato a Cicerana in mano del Moro dal Silico, il quale è fratello di quelli che ammazzâro Ser Ferdiano, ed esso ancora per altre cause ha bando: tuttavia sta nel paese, e tiene la Rocca di Cicerana. Colui a chi fu tolto il mulo è stato ritenuto a non venire a lamentarsi a me, parte con minaccie, parte con promissione di fargli restituire il mulo. Oggi si condusse a Bastiano Coiaio il quale gli ha fatto la lettera della quale io mando la copia; ma prima ch'abbia dato la lettera è stato indotto venire a me, e io gli ho dato giuramento quella lettera essere di mano di Bastiano e che esso glie l'ha veduta scrivere, e poi n'ho fatto la copia, la quale io mando acciò che V. Ecc. conosca che esso Bastiano ed Evangelista, che sono partesani e consiglieri di Pierino, sono quelli che aiutano e consigliano questi banditi; e chi li levasse di questa terra insieme al loro capo Pierino la risanerebbe, come chi ne levasse tutto il morbo.
Questa è la copia de la lettera:
«Adì 13 di sett. 1522.
«Moro. Io sì ho visto li conti fra Bastiano Catucio e quelli di Pierlenzo, in modo ch'io vedo che quelli di Pierlenzo si hanno torto, sicchè pertanto egli diceva che voleva andare dal Commissario e io non ho volsuto per onor tuo, perchè il mulo l'avete in le man vostre; e per tanto a me pare che per mezzo tuo tu gli facci rendere il suo mulo in ogni modo, senza fargli pagar nulla; e questo sia l'onor di noi: e se gli voleva por taglia, non lo doveva menar costì in le man vostre: pertanto fatelo sùbito; se non voi avrete un comandamento di renderlo, perchè qua si dice che voi l'avete in le mani. Appresso farete quanto Giorgino vi dirà, e fate che non sia fallo perchè a Ser Evangelista e a tutti noi ci pare che lo facciate e sùbito. De l'altre cose io vi terrò avvisato per il mio mezzadro del tutto. A me pare che voi dobbiate dare il mulo a Giorgino; e non sia fallo, perchè a noi serà vergogna grande: e se quelli di Pierlenzo credono aver nulla da Ser Bastiano Catucio, facciami intendere sue ragioni, e poi lasci fare a me.
«Bastiano Coiaio, in Castelnovo.»
Questa è la copia de la lettera, sopra la quale V. Ecc. faccia quel giudicio che le pare; e a questa e a molt'altre cose pertinenti a questa provincia supplico che faccia quella provvisione che le pare più espediente: in buona grazia de la quale umilmente mi raccomando.
Castelnovi, XII sept. 1522.
XXXIII
A messer Obizo Remo
Mag. Mes. Obizo. Vostra Mag. vederà per quest'altra mia quanto io scrivo al Signore.[232] Prego quella che faccia presto ch'io abbia risposta, perchè veramente che se non si rimedia a questi disordini, ne nascerà un dì uno che non vi si potrà rimediare. Pierino è pur anco in questa terra, e per quanto intendo non mi par ch'abbia voglia di venire a Ferrara, e non si può pensare altro, se non che costui sia consapevole di qualche gran maleficio, e non è sicuro che non si sappia, e per questo dubita di venire. Già son sei dì ch'io son qui, e ancora non è stato ardito di venire dove io sia. Ieri sera arrivò un suo messo che aveva mandato a Ferrara, ed è quello al quale io dò la colpa che tra via abbia tolte le lettere a quel nostro corriere. Ogni modo io gli vo porre le mani addosso, ma voglio aspettare che Pierino sia partito, se si ha a partire. Costui, cioè Pierino, ha pratica secreta a Ferrara di persone che gli fanno animo di poter far ciò che vole, e dopo che V. S. gli scrisse quella lettera ducale, venne da Ferrara un balestriero il quale ha nome Quirino da Brescello, e parlato che gli ebbe tornò subito indrieto. Prego V. Mag. che faccia intendere ogni cosa al Sig., e forse non serìa male intendere da quel balestriero che venne a fare. Appresso per levare spesa a questi poveri uomini, acciò che per ogni cosa non abbino a venire a Ferrara, piglio cura di mandare lor supplicazioni; e così mando questa inclusa, la qual parendo a V. M. di segnare, la rimetta, che farò che la Cancellaria non perderà il suo consueto: e a V. M. mi raccomando, e desidero di intendere che Mes. Bonaventura[233] sia ben guarito.
Castelnovi, 14 sept. 1522.
Di Vostra Magnificenza Ludovico Ariosto
Post scripta. Pierino Magnano mi ha fatto pregare (chè esso, non so per che causa, se non quia malus odit lucem, non è mai venuto dove io sia) ch'io prolunghi il suo termine di comparire a Ferrara otto giorni ancora. Sono stato contento: non so se verrà.
Fuori — Mag.o Domino Obizo Remo Ducali Secretario mihi honor.o — Ferrariae.
XXXIV
Agli Otto di Pratica in Firenze
Magnifici et excelsi Domini mihi observandissimi. Fin il maggio passato io scrissi a Vostre eccelse Signorie quello ch'io avevo fatto e potuto far con ragione nella causa che Bartolomeo di messer Jacopo da Barga ha con alcuni di questa ducale provincia, che esso dice che con la paga si fuggirono da lui a Buon Convento, e pienamente feci a Vostre Signorie (s'elle ebbero la mia lettera) intendere che avendo l'una parte e l'altra a paragone, avevo trovato quello che anco replicherò di novo, acciò che quelle non abbino di me questa mala openione, che a persona del mondo io volessi mancare di ragione, e tanto meno ne vorrei mancare alli sudditi suoi, che oltra che Vostre eccelse Signorie ho in riverenza, per rispetto della buona amicizia ch'io so essere tra il mio ill.mo signore Duca e cotesta eccelsa Repubblica, anche io particolarmente e per antiqua conversazione ch'i' ho avuta in Fiorenza e per una naturale inclinazione son molto affezionato a cotesto Stato e desideroso di ubbidire li comandamenti suoi. Vostre Signorie dunque intenderanno di novo, che la cosa sta in questo modo: che Bartolomeo mandò a levare alcuni di questa provincia, che in tutto furon sette, e diè loro certi pochi denari, promettendoli come fussino a Castel Fiorentino, avrebbono il supplemento della paga; e essi dubitando di non essere menati a vento, gli protestaro, che non avendo quivi li lor denari, se ne voleano poter ritornare con quelli pochi denari che avevon presi; e così non niega uno, che Bartolomeo mandò quì, essere vero: come furono a Castelfiorentino, non v'era chi dèsse denari, e questi nostri voleano ritornarsi; ma pur pregandoli Bartolomeo, furon contenti d'andare a Poggibonici; ma protestando di novo, se quivi non avean la paga, se ne ritornerebbono a casa; da Poggibonici, con simili preghi e promesse, furono tratti a Siena. Non essendo anco a Siena chi lor dèsse denari, se ne volsono ritornare; pur Bartolomeo pregando e promettendo e dando loro anche qualche quattrino, fece tanto che restaro: e venendo il campo a Siena, furo in su le mura, e feron la lor fazione; e da Siena poi, senza dar lor la paga, con simili preghi e promesse furon tratti fino a Buon Convento; dove non avendo anco la paga, nè speranza di averla, e per la più parte dissolvendosi il campo, se ne vennero con molti altri, e se ne portaron quelli pochi denari che avevan preso; che in sette compagni furon circa dieci o dodici ducati. Questo ch'io scrivo a Vostre eccelse Signorie fu confirmato da una parte e dall'altra in mia presenza esser vero. Ma perchè la professione mia non è d'arme, non mi confidando di sapere giudicare in questa causa, chiamai, con un dottore che abbiamo qui assai ben dotto, molti uomini da bene, c'hanno fatto il mestiero del soldo; li quali disseno, che a quel dì che arrivaro a Castelfiorentino doveva cominciare il servizio di questi fanti, e poi compensare chi era più, o li dì ch'avean servito o la rata delli denari che avevan presi. Questa determinazione non piacque a chi era venuto per Bartolomeo, e si partiron; e hanno fatto querela a Vostre eccelse Signorie come io non gli voglia far ragione. Quelle intendono il caso, e perchè son prudentissime, e hanno costì copia di soldati e persone che intendono meglio l'uso dell'arme, che non fo io, nè questi qui meco, con li quali io mi posso consigliare; supplico Vostre eccelse Signorie che giudichino questa causa, e che mi avvisino quello che vogliono ch'io faccia, ch'io sono per condennare e assolvere questi miei, secondo il giudicio di quelle: e quando Bartolomeo dicessi che la cosa stessi altrimente, io manderò a star seco al paragone uno di questi fanti, che chiariranno le menti di Vostre Signorie; in bona grazia de le quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 24 septembris 1522.[234]
XXXV
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Perchè, per grazia di Dio, tutta questa ducale provincia di Garfagnana fino a qui è sana e senza un male al mondo, vorrei con tutti li modi che mi sieno possibili, che anco per lo avvenire si conservasse, e per questo non cesso di far fare buona guardia di non lasciare venire persone di paese sospetto: ma questi sono mali che nascono tanto improvviso, che non mi confido di conoscere bene da chi mi debbia guardare. Per questo ho voluto ricorrere a V. S. come a quelle nelle quali ho grandissima fede, e credo che poco meno amino li sudditi del mio illustrissimo signore che li suoi proprii; così le supplico che sieno contente per questo messo, ch'io mando a posta, di avvisarmi le terre da chi mi debbio guardare, e che anche mi consiglino, s'io debbo lassare fare la fiera; la quale, sperando che le cose migliorasseno, avevamo differito a'cinque di ottobre. E in buona grazia di V. S. mi raccomando.
Castelnuovo, 28 settembre 1522.
XXXVI
A Obizo Remo
Magn. mihi hon. Ieri ho avuta una lettera del Sig. nostro mandatami da Cristoforo Casanova da Sestola in risposta de la grida, de la quale mandai la copia. Del procedere contra li assassini da Pontecchio e gli altri banditi, non dubitate ch'io 'l faccia senza il consiglio del Capitano qui, e ch'io possa essere imputato di far contra ragione. Mi piace che 'l Sig. sia contento ch'io pigli accordo con Sig.ri Lucchesi e Fiorentini che li lor banditi non sieno sicuri sul nostro, nè li nostri sul loro: io tratterò la cosa maturatamente sì che vada di pari, e non abbino vantaggio da noi. Credo che a quest'ora abbiate Pierino a Ferrara. A Bastiano Coiaio ho dato alquanto di dilazione, e non lo costringerò a venire altrimenti finchè io non abbia risposta alle lettere che circa questo ho scritto a Vostra Mag.; e Ser Evangelista in nome di questa Comunitade ha scritto al Sig. il testificato di avere esso dato recapito a' banditi. Per un'altra mia avrete veduto esso viene malissimo volentieri, e dice che questa è la sua ruina, e mi prega e mi fa mille croci ch'io faccia opera che non venga. Io gli ho compassione; pur in questo mi rimetto a chi ha miglior giudicio di me, e a chi la misericordia non corrompe la giustizia. Io 'l confesso ingenuamente, ch'io non son uomo da governare altri uomini, chè ho troppa pietà, e non ho fronte di negare cosa che mi sia domandata.
Li balestrieri che seranno esibitori di questa son due uomini da bene e bene in ordine e valentuomini: quanto gli ho saputo imputare è che hanno moglie in questa terra. Io li raccomando a V. Mag. che faccia che non perdano il lor loco. Ce n'è restato un altro detto il Magnano, il quale per essere ammalato non ha potuto venire. Venirà più presto che potrà. Prego Vos. Mag. che operi che per questo non perda il suo loco, chè anco così mi promise mess. Giovanni Ziliolo. Quest'altri che restano avranno il bisogno, e non accade mutarli per adesso altrimente. Quel Giovanni Frascolino che Vos. Mag. mi raccomanda, non è comparso. Se fin adesso non è partito da Ferrara, non curo che venga altramente nè lui, nè altri, perchè di questi ch'i' ho mi contento.
Ringrazio Vostra Mag. dell'avviso che mi ha dato del Sig. Don Ercole,[235] e così starò con speranza di meglio, e che quello che fu promesso a Mes. Lod.o Cato[236] in Ispagna sia quello che tutti desideràmo. Altro non occorre al presente. A Vostra Magnificenza mi raccomando.
Castelnovi, 2 octobris 1522.
XXXVII
Al medesimo
Mag.co Mess. Opizo mio onor. — Bastiano presente esibitore viene per supplicare al Signore nostro in suo nome e forse anco per suo zio Leone, ambidui da Gragnanella, che voglia lor rimettere la condennazione nella quale sono incorsi per aver feriti l'un l'altro, e son quelli a punto di che V.a Mag.za mi scrisse addì passati che la intenzione del Signore nostro era di non far loro altra grazia più di quella ch'avevan per li Statuti. Pur perchè son poveromini e me n'hanno pregato, io li raccomando a V.a Mag.za che faccia il Signore star contento delle 35 lire c'ha pagato ciascun di loro. Gli è vero che l'ordine era che non avessino ad uscire di prigione finchè non avessino satisfatto a tutta la somma; pur a' preghi di molti uomini da bene son stato contento di far lor termine del resto de la metade per tutto questo mese e dell'altra metade per tutto novembre; ma ben ho assicurato la Camera che al tempo debito sarà pagata. Or, come dico, Sebastiano viene per impetrar grazia, e così io lo raccomando a V.a Mag.za, facendoli fede che paga mal volentieri; e a V.a Mag.za mi raccomando.
Appresso, io scrissi addì passati come un Balduccio da Carreggini imputato di aver morto un Togno che stava alla Isola Santa si era venuto sponte a porre in prigione del Capitano di Camporeggiano, ma che subito, cioè l'altro dì che 'l detto Balduccio si era posto in prigione, il detto Capitano si era partito dall'ufficio con la licenza alla usanza delle Suore da Genova,[237] e ito un poco a spasso a casa sua in Lunigiana: e per questo e perchè non stavo sicuro che costui, con speranza di purgare li indizi con poca lavatura si fusse d'accordo andato a porre in prigione, avevo disegnato di mandare a torre questo prigione e di tenerlo qui a Castelnovo acciò che non si esaminasse senza me; ieri, essendomi per altre faccende accaduto andare a Camporeggiano, avevo pensato di menarlo meco in qua, e tanto più me ne venne voglia quando vidi in che modo era tenuto, però che va libero per la rôcca e senza guardia, e a lui sta l'andare e il stare. Pur a' prieghi di Ser Constantino, il quale è il notaro di quel loco, fui contento di non far questa ingiuria al Capitano, ma ben comandai al cavalliero del Capitano che lo ha in guardia, ed anco al notaro, che lo dovessino tenere in prigione e con li ferri alli piedi, e che anche quando accadesse che purgasse li indizi, non lo lasciasseno senza mia commissione. La parte offesa ha fatto gran querela a me che costui sia tenuto così largamente e vorria ogni modo ch'io pigliassi questa causa in me, e credo che supplicherà. Io non mi curerei già di questo impaccio perchè ci son mal atto, ma non sería male che alla cognizione di questo s'accompagnasse il Capitano di Castelnovo con quell'altro di Camporeggiano, acciò che una volta s'incominciasse in questo paese a punire li malfattori, che per l'impunitade c'hanno avuto pel tempo passato e pel poco braccio che li officiali han qui, moltiplican di sorte che non è sicuro il paese in alcun lato. Ma la Vicarìa di Camporeggiano sta molto peggio, che di poi ch'io son tornato da Ferrara è stato morto uno a San Romano, un altro in un altro loco pur di quella Vicarìa è stato preso da quel Ginese (che anche amazzò il conte di San Donino) e legato ad un arbore nudo, e poi che l'ha avuto legato gli ha dato sedici ferite: e tutta la notte quel pover uomo è stato legato nella selva, nè fin al giorno a grande ora ritrovato, e pur ancora è vivo. Quelli ribaldi da Ponteccio stanno tuttavia a casa e ancora hanno ardimento di mandare a domandarmi accordo, e per l'uno di essi, cioè Bernardello, è venuto Simon Contardo e mi ha offerto che quando io gli perdoni, che darà sicurtà di trecento ducati di non fare dispiacere ad uomo del mondo e di vivere costumatamente e di pagare tutto quello che ha tolto dalli castronari di Domenico di Amorotto, e sopra questo di donare a me, o voglia un muletto o voglia X ducati d'oro. Similmente è venuto un altro da parte di Bertragnetto e mi ha fatto la medesima offerta, ed anco lui, per la sua parte, di donarmi altri X ducati; poi ieri, ch'io fui a Camporeggiano, gli Otto di quella Vicarìa mi pregarno del medesimo per tutti quelli assassini che darebbono securtade di 300 ducati di vivere d'uomini da bene. Io ho mostrato di dar loro qualche speranza, e questo perchè mi proponevano che s'io volevo far loro un salvo condotto che mi venisseno a parlare, mi farebbono intendere che il torre de li denari a quelli Lombardi, che poi restituiro, e il torre di prossimo questi castroni era stato lor fatto fare sotto fede che ne farebbono piacere al Signore nostro, e che parlandomi mi direbbono chi fusse stato quelli che a ciò li avesse persuasi. Io non ho voluto a patto ignuno che mi vengano a parlare, nè far loro alcun salvo condotto, ma ho lor fatto dire che mi scrivano tutto questo che mi voglion dire a bocca, e così son rimaso con loro. Gli ho usato anco un poco di mansuetudine, perchè ho pratica con alcuni uomini da bene da Sillano, che assicurandoli un poco sperano di darmeli ne le mani. Questi altri dal Silico che amazzaron Ser Ferdiano stanno tuttavia al Silico e a Cesarana. Io non cesso di pensare e di fantasticare come senza spesa del Signore nostro io possa accrescere le mie forze per far che almeno questi ribaldi abbian paura di me. E per questo ieri fui a Camporeggiano dove avevo commesso che fusson chiamati gli Otto di quella Vicarìa; ma per essere andato il mio comandamento tardi, non ne potei avere se non quattro. A questi feci intendere come a' dì passati ch'ero stato a Ferrara avevo avuto lungo parlamento con l'Ecc.a del Signore circa li delitti ch'ogni dì si commettevano in la lor Vicarìa, e che Sua Ecc.a volea provederli ogni modo, e che stava in pensiero di mandare un'altra volta il suplemento fin alli 25 balestrieri, e che voleva più presto che essa Vicarìa si dolesse di pagare questi balestrieri, che fusse lasciata a questo modo in preda alli assassini e ribaldi; ma che da l'altra parte avendo pietà alla povertà sua, era stato perplesso assai: ultimamente aveva eletto questo espediente, che la Vicarìa di Camporeggiano eleggesse cinquanta uomini sotto dui caporali, e quella di Castelnovo cinquant'altri sotto dui altri caporali, e questi fussino obligati, o tutti o parte secondo li bisogni, ad ogni richiesta del Commissario venire armati e insieme con li balestrieri andare a fare le esecuzioni che serian lor commesse, ed ogni volta che fusseno messi in opera, ogni Vicarìa fusse obligata a pagare li suoi a sei bolognini per fante il giorno, chè questa serìa poca spesa alla Vicarìa: e pigliandosi questo ordine non accaderà che 'l Signore mandi qui altri balestrieri. Alli quattro Otto che qui si trovaro piacque questo modo, e dissero che era poca spesa e per riuscire loro in grande utile, ma che volevano termine a rispondermi finchè avessino parlato col resto degli Otto e che speravano che a questo tutti seriano di una volontade. Io ho voluto di questo avvisare V.a Mag.za acciò che accadendo che qualcuno di questi venisse a Ferrara e ne parlassi, io non paressi bugiardo. Con quest'altra Vicarìa di Castelnovo credo facilmente di ottener questo ordine, il quale succedendo come spiero,[238] non credo che li banditi si fermino troppo in questa provincia.
Pierino Magnano oggi son 12 giorni che con mie lettere si partì da Castelnovo, e mi disse che voleva venire ad ubbidire il Signore. Se sia a questa ora giunto o no, V. Magn. lo può sapere meglio di me. A me è detto (ma non so se ben lo debbia credere, perchè la persona che me l'ha detto non è troppo sua amica), che dopo che si partì di qui è stato alcuni dì ascoso con alcuni banditi nel campanile di Villa, terra qui vicina, e che poi è ito a Pistoia. A Bastiano Coiaio ho fatto un altro comandamento, e assegnatoli un termine che mi è parso conveniente di appresentarsi dinanzi al Signore.[239] Esso sta pur con speranza, che, prima che 'l termine finisca, il Sig. abbia da revocare questa commissione. Come ho detto, ieri fui a Camporeggiano, e quelli uomini si maravigliano che 'l Sig. non manda un Capitano nuovo, o non conferma questo che sin qui ci è stato, perchè il suo termine finì a San Michele. Il Capitanato di Camporeggiano è molto migliore di questo di Castelnovo, e ora che le cose sono pacifiche, credo ch'ogni uomo da bene ci verria volentieri. Altro non m'occorre al presente. A V. Magn. mi raccomando.
Castelnovi, 5 octob. 1522.
XXXVIII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Ancora che pochi dì siano ch'io scrivessi a V. S. del medesimo tenore, e ch'io abbi ritrovato quelle prontissime a compiacermi di quanto io l'ho pregate; pure avendo di nuovo circa questa materia avuto lettere e nuova commissione dallo illustrissimo mio signore, mi è parso di replicare con questa altra, e fare loro intendere, come sua Eccellenza per quiete di questa provincia desidera che fra V. S. e sua Eccellenza sia rinnovata quella consuetudine e patto, ch'io intendo che altre volte ci soleva essere: che li banniti di questa provincia per alcuno caso enorme, come rebelli ovvero assassini ovvero omicidiali volontarii, non possano essere securi nel dominio di V. S., et e converso; e che capitando alcuni di tali banditi da V. S. in questa ducale provincia, il Commissario qui sia obbligato a dare ogni favore a chi li domanderà per parte di V. S., perchè li abbi nelle mani, et e converso: pertanto io supplico V. S. che siano contente di compiacere in questa onesta domanda il mio signore, e scriverne una lettera nel miglior modo che paia a quelle, la quale io abbia a fare registrare nelli Statuti di questo loco; e io farò il medesimo o per mie lettere, ovvero ch'io ne farò venire una ducale come più piacerà a V. S.; in buona grazia delle quali mi raccomando sempre.
Castelnovi, 9 octobris 1522.
XXXIX
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. V. S. vedranno quanto questa comunità di Castelnuovo le raccomanda uno fratello di prete Riccio, il quale costì è stato preso per imputazioni di monete false. Quando sia novizio ne l'arte, e mai più non abbi fatto simile errore, e sia stato sedotto dal compagno (sì come è più facile che li cattivi corrompeno li buoni, che li buoni reducano li cattivi al ben fare), io ancora insieme con gli altri lo raccomando a V. S.: ma quando anco sie inveteratus malorum, io non sono per impedire la giustizia. E a V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 14 octobris 1522.
XL
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. Mi è stato referito che a Ceserana, terra qui prossima e di questa ducale provincia, è nascosamente uno di quelli Totti ribelli di V. S., in compagnia degli figliuoli di Peregrino dal Silico banditi di questo ducale sito; e per non avere io più braccio di quello che io mi abbi, vi stanno contra mia volontà. Per questo mi è parso di avvisare V. S., che con quello mezzo che loro paia il migliore veggano per la via di Lupinaia o altre loro terre in quelle confine, di informarsi se questo che mi è stato detto è vero o no, che anch'io dal canto mio mi sforzerò di informarmene meglio che potrò: e ritrovandosi essere vero, mi pareria ben fatto che V. S. mandassero il loro bargiello una notte, o veramente qui a Castelnuovo o in qualche altro loco, dove più giustamente questi balestrieri che io ho qui si potesseno congiungere con lui e andare a Ceserana, e in un tratto pigliare il ribelle di V. S. e li banniti di questa provincia. Prego dunque quelle, che usino diligenza per trovare la verità di questo che io scrivo, che anch'io farò il simile; e quello che ne arà prima certezza, ne avviserà l'altro. E a V. S. sempre mi raccomando.
Castelnovi, 14 octobris 1522.
XLI
Al duca di Ferrara
Ill. Sig. mio. Ieri il Moro dal Silico mi appresentò la grazia che V. Ecc. gli ha fatto per un certo omicidio che meritava più presto clemenza che severità. Oggi ho avuto lettere e messo a posta dal Commissario di Frignano, che mi avvisa che questo Moro insieme con li fratelli e altri compagni, de li quali esso Moro era capo, tornando di Frignano in qua, dove erano iti in soccorso di Virgilio, intrôro in casa d'un suddito di V. Ecc. lì da Frignano, e gli spezzâro gli usci e le casse, e depredarono roba e valuta di cento lire, non essendo in casa altri che una vecchia; e mi prega ch'io faccia restituire questa roba. Se 'l Moro mi torna più dinanzi, io lo piglierò e farò che 'l Capitano lo punirà come merita il delitto, senza guardare a grazia che gli abbia fatto V. Ecc., perchè non si estende in questo nè in altri assassinamenti che mi è stato detto che questo Moro insieme con li fratelli hanno fatto; ma dubito che non ci tornerà, perchè questo poveruomo che è stato rubato, prima che sia venuto da me, è stato dal figliuolo e dal nipote di Bastiano Coiaio e da ser Evangelista a provare se per lo meno potesse riavere la sua roba: e a ciò dice di essere stato consigliato da questi altri di Frignano che sono uniti col Moro in lega; e non avendo potuto aver niente è ricorso a me; sì che dubito n'avrà preso sospetto, e non tornerà più a me. Se non torna, parendo a V. Ecc., gli annullerei la grazia: in buona grazia della quale humillime mi raccomando.
Castelnovi, XIX novembris (1522).[240]
Humillimus servitor, Ludovicus Ariostus.
XLII
Agli Anziani della Repubblica di Lucca
Magnifici ac potentes domini mihi observandissimi. A' dì passati scrissi a V. S. del desiderio che aveva lo illustrissimo signor mio, che li banditi per omicidi volontari di questa ducale provincia e ribelli non fusseno sicuri nel dominio di V. S., massimamente in queste terre che ne confinano qui in Garfagnana; con obbligo che sua Eccellenza facesse il medesimo verso V. S.: e perchè quelle non mi hanno mai dato soluta risposta, e perchè anco di nuovo lo illustrissimo signor mio me ne ha scritto, ho replicato questa, per la quale le prego che mi rispondino, e siano contente di concedermi quanto li domando, che veramente farà la quiete e tranquillità di tutta Garfagnana. E a V. S. mi raccomando.
Castelnovi, 22 novembris 1522.
XLIII
Ai medesimi
Magnifici ac potentes domini mihi honorandissimi. Perchè ogni dì si rinfresca qualche nuova circa la peste in questi luochi, che non sono da noi però molto distanti, mi pare che sia mio debito e ad ogni altra persona che non sia in tutto stolta, di porre questa cosa per il maggiore pensiero che io abbia; e come se la guerra mi instasse, io avrei ricorso a V. S., come a quelle nelle quali dopo il signor mio ho maggior fede, così in questa peste che non mi spaventa meno che farebbe la guerra, userò la medesima confidenza. Di nessuna cosa ho più dubio, che delli miei mulattieri, li quali mandati da Acconcio salinaro vanno e vengono da Pisa; e questo solamente per li alloggiamenti che fanno per via, che non so come siano securi: per questo mi è parso ricorrere a V. S., e pregarle siano contente di fare trovare o in Lucca o fuora di Lucca ne' borghi una stanza dove detti mulattieri possano albergare senza andare alla publica ostaria; della qual stanza esso Acconcio pagherà l'affitto, e se la fornirà secondo il suo bisogno. Maggior grazia ancora avrei da V. S., che quelle si degnassero di provvedere che detti mulattieri di Acconcio non avessero da passare Lucca, ma che V. S. commettesseno alli suoi carrattieri e vetturali, che ad istanza di detto Acconcio levasseno da Pisa la quantità del sale che li bisogna, la quale è in tutto staia 3000 e la conducessino a Lucca, e secondo l'ordinario e solito pagamento; dove si porrebbe in una stanza deputata a questo, e di costì si manderebbe per li nostri vetturali a tôrre qui a Castelnuovo: assicurando V. S. per tutte quelle cauzioni che loro paresse, che non avessino di tal cosa a patire danno alcuno. Io prego di questa grazia V. S. sì per più securità di mantenere sano il paese, sì anco perchè la montagna di Modena ha gran bisogno di sale; e dubito che li vetturali nostri non potranno supplire così presto, come richiede il bisogno: e lo illustrissimo signor mio mi ha dato commissione ch'io usi diligenza, che questi sali si conduchino presto. S'io piglio troppa securità di V. S., quelle lo attribuischino più presto a molta fede che io ho in esse, che a presunzione: alle quali sempre mi raccomando.
Castelnuovo, 25 novembre 1522.
Se V. S. fusseno contente di dare uno alloggiamento a Sesto alli ditti vetturali, verrebbe comodo assai, e forsi manco disconcio a V. S.
XLIV
Al Duca di Ferrara
Ill. ed Ecc. Signor mio. Per ubbidire alla Ecc. V. ho fatto chiamare gli uomini de la Vicarìa di Trasilico, e fatto loro intendere da parte di quella che eleggano un altro potestade, chè V. Ecc. non vuole che Ser Tomaso Micotto più faccia l'ufficio. Essi uomini mi domandaron termine a far questa elezione sei giorni, e poi tornâro in capo di due, e mi dissero che mi pregavano ch'almeno io dessi dilazione a questo Ser Tomaso che potesse venire al cospetto di V. Ecc. prima ch'io lo privassi de l'officio, e che essi n'eleggessino un altro, con speranza che quella serìa contenta che per due mesi ancora seguitasse finchè fusse in capo de l'officio che gli fu dato per un anno; e che essi mi facevano questi preghi perchè erano pregati da detto Ser Tomaso, che non gli facessino questa ingiuria; e che essi erano sforzati avergli rispetto, fussino li suoi portamenti come si vogliano, per essere di buon parentado in questi paesi. Io nè in tutto ho voluto negare la loro domanda, nè anco compiacerli con disubbidienza di V. Ecc., e feci che elessino un potestade che rendesse lor ragione finchè Ser Tomaso o rifermato o in tutto escluso ritornasse da Ferrara; e così elessino Mess. Achille Granduccio, che solo in tutta Garfagnana si trova essere dottore, e veramente, oltra la dottrina, uomo molto da bene, che anco V. Ecc. ne può avere avuta qualche prova, chè non son molti giorni che era Giudice de' Malefici a Ferrara. Quando poi V. Ecc. vorrà che o al presente o al principio de l'anno, o a marzo, che fu il tempo che questo Ser Tomaso entrò in officio, che questi uomini facciano la consueta elezione, s'eleggeranno questo medesimo che hanno ora instituito, cioè Mess. Achille. La elezione non potria essere migliore: se anco eleggeranno altri, io ne farò giusta relazione a V. Ecc.
Appresso, per essere alquanto di discordia fra il Capitano di Camporeggiano e uno Leonardo da San Romano, al quale a' dì passati V. Ecc. ha fatto grazia libera d'una condennagione che gli avea data detto Capitano (e la discordia è che 'l Capitano vorrìa esigere il caposoldo, cioè due bolognini per lira di detta condennagione, allegando che la mente di V. Ecc. non è di donare quello che proviene agli officiali), io son stato alquanto sospeso di determinare questa differenza, chè da una parte mi pare che l'esattore non debbe aver guadagno dove non ha fatica di riscodere; e io che sono esattore a Castelnovo e similmente ho d'avere li due bolognini per lira, mai non gli ho domandati di condennagione ch'io abbia riscossa: da l'altra parte la ragione del Capitano non mi pare di poco momento, che dice questo essere suo emolumento, e che levandogli li emolumenti non ci potrà vivere; e che se non ne avrà frutto non farà per l'avvenire de le condennagioni: sicchè prego V. Ecc. che si degni di chiarirmi quello c'ho da far, o più presto da tollerare circa questo, perchè il Capitano ha voluto ogni modo detto caposoldo. Ben la supplico che non faccia, come si dice, de l'un figliolo e de l'altro figliastro, chè dovendo avere lui li due bolognini per lira anch'io li abbia; tanto più ch'io ho la fatica de l'esigere, che esso li ha senza fatica di esigere: perchè a Camporeggiano è poi anco un esattore separato che oltra quelli del Capitano tolle anche egli due bolognini per lira; e come vadano quelle esazioni di quella Vicarìa, il fattore lo debbe sapere, se mai ne vede conto.
Perchè V. Ecc. sappia tutto quello che accade in questa provincia, io scrissi a' dì passati a quella che 'l Capitano predetto aveva avuto ne le mani un Balduccio il quale insieme con prete Matteo e due altri ribaldi avevano gettato giù d'una balza e ammazzato un poveruomo, il qual Balduccio s'è ora venuto a porre spontaneamente in mano del detto Capitano, e che intendendo io che lo tenea molto sciolto, e per questo avendo suspicione che 'l Giudice e il malfattore fussino d'accordo insieme, commisi al notaro di Camporeggiano, non ci essendo il Capitano, che gli commettesse da mia parte che non lo lasciasse senza mia licenza; e che poi senza farmene intendere alcuna cosa lo assolse e liberò di prigione: a questo non mi è stato mai dato alcuna risposta. Appresso ho a significare a V. Ecc. un'altra cosa simile, non per dir male, ma perchè V. Ecc. intenda tutto quello che intendo io pertinente a questo officio. Fu a' dì passati fatta una rissa qua su a San Romano, dove padre e figliolo intervenne ad uno omicidio, e io di questa cosa esaminai due o tre testimonî che deponevano assai gagliardamente che 'l padre e il figliolo n'erano colpevoli, e tal testificato mandai al detto Capitano. Appresso intesi, non già che 'l Capitano mai me n'abbia avvisato nè detto parola, che 'l padre si era andato a porre in prigione, e poi ho sentito che è stato liberato e assoluto. Signor mio Ill., a me pare, se in queste cose non fosson fraudi, non si schivariano di comunicarle meco, e vengo in dubbio che detto Capitano non metta in effetto quello che, essendo già in contesa con gli uomini de la sua Vicarìa, che gli negavano di dare un certo premio per aver esso fatto giustiziare un ribaldo, disse presente molti uomini da bene: che poi che di questa esecuzione di giustizia negavano di premiarlo, impiccaria per l'avvenire le borse e non i ladri. Questo non ho scritto per referir male, ma per avvertire V. Ecc. che quando le fusse rapportato, che qui non si fa giustizia, ella non creda che sia mia colpa. Io avrei più ardire di riprenderli se non fusse che allegano c'hanno comprato l'ufficio, e che bisogna che se ne rivagliano: pur o comprino o abbiano in dono, mi parrìa lor debito che di queste cose che importano mi dovesson far partecipe.