DOCUMENTI
Reading edition
Documento I
A mess. Paolo Costabili, giudice de' Savi in Ferrara
Y. H. S.
Magn. eques ac generose vir maior hon. — Io notifico a V. Mag. come doe fiate ho examinata la Venante rapita a' di passati dal fiolo di Piero Mazolo, la quale sempre me ha dito in presentia di sua madre, che già cinque anni fa lei è stata innamorata in epso fiolo di Piero Mazolo, et insino al principio d'esso innamoramento loro contrassero matrimonio insieme per parole: di presente et sempre sono stati in questo proposito et voluntade, et per questo el fiolo de dicto Pedro più volte è stato di maridarse in altre donne, sapendo essere sposo et marito de dicta Venante, et che inanti che lei fosse permessa in lo fiolo di Biaxio Fasolo, lei fue cognosciuta carnalmente dal dicto fiolo di Pedro Mazolo, et consentigli come in suo marito. Et così mi ha atestado el prete che la confessò questa quarexema haver inteso a la confessione da lei. Il perchè quanto a Dio è sua mogliere, et non può essere d'altri. Però serìa bene lassargela goldere in pace, et perdonare a li incarzerati: et bene valete. Me raccomando a V. Mag. et ricomandovi questi poveri homeni.
(Ferrariae .......)
Ludovicus de Ariostis doctor.
Documento II
Al duca Ercole I d'Este in Ferrara
Illustrissimo Signor mio. — Abenchè io non abia in mi una minima sentilla che non sia certa che V. Ex. me abia per fidelissimo et integro servitore; pur non voria che il continuo reportare male d'altri in qualche cossa la facesse titubare. Ho presentito che a V. Ill. S. li è stato riporto ch'io non tegno le mie page, como doveria fare. Quanto ch'io creda che V. Ex. il creda, non credo che la il creda ponto[143]: ma per mio contento et per caricho de chi ha facto tale reporto, suplico a V. Cel. che i glie piaza espresse cometere al Capitano de Rezo che ogni settemana me facia la mostra, et che il refferischa s'io facio il debito, o non. — Ill. Signor mio, V. Ill. S. sa ch'io non li adimandai mai questo, nè altro officio; ma una volta me li son ben del tuto dado perchè la dispona de mi secondo che gli piage, et rendome certissimo che la non me ha dacto questo officio per arichirme, nè ancho io l'aceptai con quello animo, ma solum per satisfare a V. S. et il debito et onor mio, il quale estimo più che tuto l'oro del mondo. Cossì volesse Idio che ogni mio pensero fusse noto a V. Ex. Tuta via farò come dice Cato: Cum recte vivas, etc.; et anche estimarò queste zanze procedano più tosto da invidia che da altro, confortandomi in uno vulgare proverbio che dice: essere meglio invidia che cordoglio. Ma in vero s'io non sperasse che de questo officio me ne havesse a seguire più la gratia de V. Ill. S. che altro avanzo, io ne farìa assai male, chè per la fede che son christiano, oltra ch'io sia debito de le lire più de 160, ho spexo de i miei più de 50 ducati. Io avanzo assai quando io satisfacia al proposito de V. Ill. S.; a la quale sempre me raccomando.
Civitatelle Regij, 28 jan. 1473.
Servus
Nicolaus de Ariostis comes.
Documento III
Alla duchessa Eleonora d'Aragona d'Este in Ferrara
Illustrissima Madona mia. — Hora mai V. Ill. S. può dire che se non havesse altre facende, per lezere le mie lettere la serìa ocupata: ma le cosse che se fano a bon fine sono de haver acepte; et questo che dirò non sia affine di laudarmi, ma per alebiarla di qualche affanno. Ritrovandomi qui, e tra gli altri disordini, ho ritrovato questo Rezimento essere tanto refesso, et massime il Podestà con el Massaro; e mi come quello che non penso pure che fusse suficiente adoperare se non cosse che siano a beneficio di V. Ill. S., e parendone che queste gare, massime a questi tempi, non se convengano; me sono operato a pazificare il Podestà con il Massaro: così per mia mezanità se sono restriti insieme e purgati li animi loro e rentigrati in bona amicitia. Spero che questa serà casone anche de resetare fra questo populo molti disordini principiati, como per mie lettere l'haverà intesa. Resta che V. Ex. facia che, sia chi se voglia, demeta le arme, et proibissa ad ogni persona a fare in casa loro guarnimento. Prego V. S. de questo me creda, e piutosto a mi che a quelli che impetrano simile gracie. La farà due cosse: la se asegurarà che non potrano così quando ne havesseno voglia machinare contra il Stato, e ogni altro non harà escusa de non volere deponere l'arme, nè de far guarnimento con poter dire: perchè non mi è così licito a mi como al tale, facendo questo? Non dubito che le cosse qui pigliaranno bono eseto. E mi die e nocte, quanto sarà capace il mio debole ingegno, mai me vederò stracho a fare l'opera de vero e buon servitore. A. V. Ill. S. sempre me raccomando.
Regii, 22 nov. 1482.
Ill. et Ex. D. D. V. Servus,
Nicolaus de Ariostis comes.
Documento IV
A Beltrando Costabili in Roma
Rev. Pater, amice noster carissime, salut. — Quantunche ce rendiamo certi che per lettere de la Ex. del sig. Duca la Santità de Nostro Signore haverà inteso a pieno il caso occorso a lo Ill. sig. Don Julio nostro fratello; non di meno et per debito de la sirvitù nostra verso Sua Beatitudine et perchè questi ribaldi che hanno offeso il prefato sig. Don Julio già stettero a li servitij nostri, ni è parso per el megio de V. R. P. replicargli il medesmo brevemente. Et però da parte nostra, basati li piedi de Sua Santità, li fareti intendere, como ritrovandosi a Belreguardo el sig. Don Julio, et cavalchando a piacere su quelle campagne dopo megio dì, fu assaltato da quattro, già nostri familiari, quali el trassero da cavallo, et cum più percussioni cerchorno extinguerli la luce de li occhi[144], abenchè speramo pure che per gratia de Dio le cose passeranno bene. La causa di tal delicto et cosa facinorosa[145], per quanto havemo possuto intendere, è stata, che havendo inimicicie questi che diceámo esser de li nostri cum alcuni de la famiglia del sig. Don Julio, pareva che Sua Signoria li favoreggiasse extremamente contra li prefati; et intendendo costoro che pur erano qualche differentie fra el prefato signore nostro fratello e nui (per causa di quello preti vi scrivessimo), extimorno non ni haver a fare iniuria a nui offendendo Sua Signoria, et cusì se misero a fare una sceleranza tanto enorme[146]. Di che nui havemo preso quello dolore che sia possibile a pensare: e non sapemo che altra cosa ni havesse potuto incontrare a questo tempo che ne fosse di tanto affanno et angustia como è questo caso, che ni ha premuto et preme tanto, che ni fa uscire de li termini nostri. Imperò che, anchor che siamo persona ecclesiastica, non siamo restati fare ogni opera ad complacentia del prefato sig. Duca nostro fratello per havere ne le mani questi malfactori, quali per anchora non si sono potuti havere. Et tutto V. R. P. exponerà a la prefata Beatitudine cum la solita sua dexterità, cum significarli el cordoglio ne havemo; et raccomandandomi humilmente a li soi Santissimi pedi, valete.
Ferrariae, VIII novemb. M. D. V.
Hip. S. Luciae in Silice Diaconus Card. Esten.
Fuori — Rever. Patri D. Beltrando Costabili Proton. Apost. ac Ducali Oratorio, amico nostro carissimo.
Rome — cito.
Documento V
A Sigismondo Salimbeni in Venezia
Mess. Sigismondo. — Per la littera vostra de heri siamo advisati de la bona mente et dispositione de quella sereniss. Signoria et de li soi amorevoli et paterni ricordi per la instantia che facemo d'havere ne le mane quello Francesco Vergezino homo di pessima sorte, oltra il particulare delicto commesso in la persona de l'Ill. Don Julio nostro fratello; et appresso havemo inteso l'opera facta per il Reverendiss. Cardinale nostro fratello, cum quelle escusatione et persuasione che scriveti. E considerato bene il tutto, perseveramo pur in opinione et in desiderio di essere compiaciuti et de havere tale gratia: unde ve commettemo novamente, che debiate portarve a Sue Sublimità et ringratiarle de core et cum quanta maggiore efficatia sapeti, e cussì de le admonitione paterne come de la bona dimostratione che hanno facto et fanno verso Noi in questo caso, subiungendo che accumuleremo questa a le altre obligatione quali havemo cum epse: poi le pregareti, che ne vogliano fare questo apiacere, de darne el dicto malfactore in le forze nostre, come dal principio ne detteno intentione, quando gli facessemo intendere il caso. Nè vogliano avere rispecto a la interpositione del Reverendiss. Cardinale, perchè se bene Sua Signoria è figliuolo de la prefata sereniss. Signoria, Noi pur siamo il primogenito suo, et però meritamente dovemo essere preferiti et in amore et in compiacentia[147]; et se considerano la causa che ni move e quella che move il Cardinale, senza dubio iudicaranno la causa nostra dovere proponderare a la sua, cussì per essere justa come anchora honorevole; et insumma cognosceranno essere per seguire megliori effecti del darni dicto malfactore, che de l'opposito. Fareti adunque ogni possibile instantia opportuna et importuna per impetrare questa gratia, la quale cussì denominiamo, perchè sopra modo la desideramo et reputamo importarni a l'onore grandemente; et in bona gratia de la prefata Ill. Signoria ne raccomandareti.
Ferrariae, ij decemb. 1505.
Alfonsus dux Ferrariae.
Post scripta. — Quando havereti facto tutta la diligentia per havere dicto malfactore liberamente, se vedreti non potere obtenire, ovvero difficultarse molto questa materia et essere protracta in lungo, siamo contenti che permettiati a quella Ill. Signoria, obbligandoli la fede nostra de legale Signore, che, daendolo, non faremo de la persona del malfactore alcuna dispositione, se non quanto a Sue Sublimità piacerà; mostrando essere necessario per lo honore nostro che l'habiamo ogni modo ne le mane.
Fuori — Magnifico et Clarissimo Juriconsulto et Oratori nostro dilectissimo Sigismondo Salimbeno,
Venetiis — Cito cito.
Documento VI
Al cardinale Ippolito d'Este in Ferrara
Rev. et Ill. S. mio observ. — Hieri cum la cavalcata hebbi lo invoglio de li privilegij antiqui, secundo me scrive V. R. S. per la sua de' 5 mandarme, et ho inteso quanto la scrive et li usarò circumpictione. Expectarò messer Carlo in lo aprire lo invoglio, et in sua presentia se incontrerà li pecci cum la lista mandata.
Ultra quello vedrà V. R. S. io scrivo a la Ex. del Sig. duca suo fratello, il papa nanti lo uscisse di camera hebbe a dirme anchora che io giurava non esser vero che V. R. S. se fusse intrusa ne la Abbatìa de Nonantula, et che pure lo è vero: et che quella sforciò li monaci, como loro diranno, la elligessero, et si fece ellegere: dicendo che quella voliva suscitare una pramatica al modo de Francia, et che la ge farìa per decta causa uno processo grande. Et che havendo voluto mandare il suo legato ad inventariare quelli fructi restati del morto, quella havìa comisso el ge fusse prohibito, como fu. Al che si vede che dubitandosi forsi per alcuni la Santità Sua non ge daesse alfine decta Abbatìa per le parole la usò a me, hanno cercato verificare le false informatione per questa via, del che io ne fu' advertito da lo auditore de la Camera; et io ne advertii mess. Ludovico Fabriano. Resposi che mess. Ludovico Areosto ge havìa facto intendere como li monaci l'haviano ellecta, et che la non li havìa voluto audire, et se li havìa mandati dinanti, et che cussì stava la cosa. Ma rumpendomi la Santità Sua et non me lasciando dire, conclusi che io non iustificarìa altramente la S. V. R., ma lasciarìa fare a ley che lo sciaperìa ben fare, la quale era per dimostrarsi sempre cussì bon servitore suo, quanto sia chi la accusa; dicendo che imperò li voliva dare adviso del tutto: al che la repplicò non ne curare, et che la me lo diceva bene a quello fine. — Il tutto significoli, et de continuo mi recomando a la sua bona gratia.
Romae, X junij M. D. X.
E R. D. V.
Servus
B. Costabili Epis. Adrianensis.
Documento VII
A Mess. Gherardo Saraceni in Ferrara
M. Patron mio obser. — Per non manchare del debito mio et di quanto vi promessi quando feci partita da vui, ve significo come Mess. Ludovico Ariosto è ritornato da Roma, qual fue mandato per li effecti che vui sapeti; et il riporto suo è questo: che gionto che fue a Roma incontinenti se apresentoe al Castello, facendo domandare audienza a N. S. il quale era per voler fare colatione, et la differì, et lo fece metter dentro. Al quale havendo presentato la lettera del Sig. Cardinale nostro de credenza, avante la legesse incontinenti li domandò dove se retrovava S. S. R. et como stava. Et havendoli lui resposto haverla lassata a Modena, et che tuttavolta veniva avanti, Sua Santità aperse la lettera, et domandò quello havea a dire. Et domandandoli epso Mess. Ludovico in nome di S. S. R. che li fusse alongato il termine per modo che quella potessi commodamente trasferirsi a Roma; allegando quella, sì per la indispositione della gamba sua, sì per el camino aspro che faceva, sì etiam per lo intensissimo caldo era, non potere nè essere possibile che fra il termine assignatogli nel breve se retrovassi a Roma, Sua Santità li respose non volerne far niente; et lui replicandoli, disse: «Ben, Padre Santo, che bisogna che 'l Cardinale se metta a crepare per venire, non havendo resguardo nè alla infirmità, nè perdonando ad alchuna fatica et disagio; se poi, quando sarà qui et ch'el sia passato il termine del tempo che quella ge ha concesso, non habbi facto cosa alchuna, et V. S. non resti satisfacta de Sua Sig. R.?» Alhora Sua Beatitudine respose: «Nui in scriptis non ge volemo altrimenti prorogare il termine; ma ben li dicemo et damo la fede nostra, che quando S. Sig. voglia venire et che cognosciamo cum effecto che la venga, li alongaremo il termine et X et XV giorni, secundo che lei medesima vorà;» nè altro circha questo potette obtenere da Sua Beatitudine. Et essendo dipoi venuto alla parte del salvo conducto et dicendoli, «che Sua S. R. non lo domandava già perchè la non se cognoscesse innocente, et che la non fusse per iustificarsi gagliardamente delle imputationi che li erano date, et che la se defidasse della clementia de Sua Beatitudine, ma perchè universalmente ciascheduno la disuadeva ad andare a Roma, dicendoli che Sua Beatitudine la faria ponere in Castello, si etiam perchè la cognosceva quella prestare molto orechie alli malivoli soi; et che poi quando bene Sua Signoria se iustificava, la non faceva alchuna demonstratione contra a quelli che li porgevano il falso di lei, anci dipoi li prestava fede come prima: ultra di questo perchè Sua Signoria vedeva la Beatitudine Sua non solamente mostrarsi indegnata contra al Sig. Duca suo fratello, ma anchora mostrava voler male et odiare tutta la casa da Este; et però supplicava a Sua Beatitudine che li volesse concedere libero et autentico salvo conducto.» Quella respose, «che Sua Signoria andasse pure liberamente et che non temesse di cosa alchuna, et che non li bisognava altro.»...
(Firenze, .. agosto 1510).
(Benedetto Fantino).
Documento VIII
Al Cardinale Ippolito d'Este in Firenze
R.me etc. — Havemo havuto la lettera de V. S. de' 6 in ziffra, la quale è stata a pericolo de perderse, perchè il fu dato la catia a li cavallari, et lassati li cavalli intorno in le valle, et se ne sono venuti a piedi a salvamento.
Ni è stato dispiaciuto che in quella scaramuza fecero li nostri, non procedessero oltra, quando havessero potuto intrare in Modena insieme; come fa etiam de li 2000 fanti, che doveriano essere lì, non siano più che 1200.
Piacene che V. S. habia mandato al gran Maestro per havere fanti o dinari: quella non mancharà di replicare, perchè qua non è uno dinaro al mondo, et per la paga che correrà tra octo o vero X giorni al più, non sapemo come provederli, et se retrovamo desperati: sichè V. S. non manchi, per Dio, de solicitudine, et cum importunità per questo caso.
Et per li 2500 ducati che se ritrovano lìe per fare fanti, ne piace il pensiero di V. S. de farli in tempo che possino fare effecti. Non gli dicemo il tenirli strecti, poi che l'ha inteso la penuria in che siamo.
Non siamo andati a l'hospitale del Bondeno sì come gli scrivessemo, perchè le gente de' Venetiani sono ritornate a la Pelosella, come erano prima, et cum la armata, la quale hanno in quelli canali lìe de dreto: imperò siamo necessitati a starsene, per vedere quello che vogliono fare.
De l'altre parte de la sua che contengono advisi, non accade dire altro, se non che la ringratiamo.
Ni è doluto che la cascata del cavallo gli habia facto male, et Dio sa quanto ne ha porto dispiacere: pur non essendo pegio de quello la ne scrive, tenimo la convalerà presto.
La mala intelligentia de quelli capitani non può se non nocere a le cose nostre, et se quelli fossero uniti cum questi, non gli seriano queste altercatione, perchè il capo gli serìa.
Lo Ill. nostro figliolo, Dio gratin, comenza ad entrare in boni termini; per il che speramo la totale salute sua, sì come ne dicono questi medici.
Ferrariae, 9 sept. 1510.
Alfonsus dux Ferrariae.
Documento IX
Al medesimo in Parma
R.me. — Questa mattina passassemo il Pò a la Pelosella cum questi sigg. capitani regij et cum bono numero de gente da piedi e da cavallo et artiglieria, et pigliassemo il camino nostro verso Pontechio, et gionti al passo, se ne presentète inanti de là del fiume frate Lunardo cum dui altri capitani cum circa 500 cavalli et alcuni falconeti a l'incontro del suo ponte, et comintiorno a tirare cum dicti falconeti: ma noi cum li nostri, per corresponderli, comintiassemo a scaricarli in modo che loro per lo meglio se posero in fuga tagliando el ponte, et lassando li falconeti che furno quattro: et li Guasconi nostri, per non haversi ricordato li nimici de tagliare la corda de decto ponte, se misero a passare et andorno a ritrovare la armata, la quale se era retirata, et la conquistorno, che erano da 40 barche, e alcune barbote e ganzare, et tute le faremo condure fuori de li canali per haverle in nostra potestà, et quelle che non se poteranno condure le faremo brusare. Quelli da Rovigo già erano in via per portarne le chiave, et li inimici fugendo a Rovigo per intrare dentro, gli furno serate le porte incontro. Noi se ne ritornamo, et veniremo questa sera a la Zocha, et per sei ascolte che havemo pigliate de li inimici, se siamo chiariti de le gente loro. Il che significamo a la V. S. sapendo che l'haverà piacere de questa bona nova, come havemo anchora noi.
Ex villa Peloselle, XXIIIJ sept. 1510.
Alfonsus dux Ferrariae.
Documento X
Al medesimo in Ferrara[148]
(sotto nome di Alessandro di Cremona)
R.me — Il Papa mi adimanda Ferrara et ne vorìa dare Asti per recompensa, de entrata de XV in XX mila ducati; et hora tanta intrata in terre di Romagna, sino ne daesse Asti, et vorìa li pregioni. Confessiamo don Ferrante esser vivo, et li negamo voler dare Ferrara, et per consequenter don Ferrante. Lo orator catholico dice che le genti Spagnole non ne seranno contra; et cussì ne afferma che ha parlato per nui gagliardamente. Jo. Cola dice che lo Imperator non vole il Papa habia Ferrara. Il sig. Alberto è ito al Burgense. V. S. facia mo con Burgensi quanto pò et che anche, se possibile è, scriva a la M. Catholica. Di Rubiera, quando V. S. non la potesse tenire, et noi se partessimo sconclusi, la potrìa dare a Vico, havendo a sperare in lo Imperatore. Quando se partiamo sconclusi non faremo compto andare più per vie directe, ma salvarci al meglio poteremo, et quanto più presto poteremo ridurci a Ferrara.
Romae, XVIJ junii M. D. XIJ.
Alfonsus dux Ferrariae.
Documento XI
Al medesimo in Ferrara[149]
Signor mio caro. — Non credo sia a l'omo vivo la maiore pena como è avere afano da morire con fatica del corpo. Paciencia sopra il scrivere al papa de sopraseder per fino me presenti ai soi pedi: non so se questo me posese essere de gran dano, per essere il tempo, como lo è, di fare il sale. Se porìa, parendo pur a la S. V. de calare in qualche cosa, se porìa dire (con quele parole saperìte metere insieme), che facendose sale, e per la iusticia fuse chiarito non se posese fare sale, tuto il sale avese da essere di Sua Santità: pur sempre me remeto a la S. V., chè me trovo inbalordito de sorta, che non ò bono judicio; cosa che però non ebi mai.
De quela cosa del M.... non lo credo, se bene lo doverìa credere per esere lui mato. Sopra quanto scrive Obizo[150] de abocarse la S. V. con il legato, piaceriame sumamente: quando la S. V. lo posese fare, quanto più presto tanto meio: pur me remeto.
A quelo dicono coloro del Papa, che Sua Santità sia intrata in loco de Veneciani per proibire il sale; se pote, acadendo, respondere: che lo facevano per forsa a non crederlo il Papa lo volìa, non lo volendo la iusticia.
Signor mio, son balordito da li canoni. Se questa mia starà male, e non responde a tute le parte, suplisca la S. V. como li pare. Li canoni tirano con il diavolo[151]; e, se non avese questo afano, mai fui più contento. Son doventato canonero vero, e fo il mio debito: li nostri canoni tirano benissimo 35, 40 bote il dì. Eri me fu morto un canonero: la S. V. non lo conose. Sono pasati l'Adise 26 pezi de artilarìa: il resto bate de canto de Porto, como vedereti per uno sbegazone de mia mano.
Me racomando a la V. S., e la prego me aiuti in quelo manco. La S. V. me racomandi a mess. Antonio in canto a Porto.
1º zugno (ex castris apud Liniacum) 1510.
V. A. F. (Vostro Alfonso fratello).
Fuori — Al Rev.mo et Ill. Sig. mio fratello honor. il Sig. Cardinale de Este.
Ferrariae — Cito.
Documento XII
Processo contro monsignor Uberto da Gambara
Al Nome di Dio. Amen. — Adì 28 de zugno 1521, in casa del magnifico mess. Obizo da li Remi ducale segretario, in la sua camera terrena, dinanti al magnifico iureconsulto mess. Matheo Casella da Faenza ducale Consigliero di justitia, et in questa parte ducale judice et delegato ecc., come da sua delegatione appare per mano da epso mess. Obizo antedecto.
A perpetua memoria de le infrascritte cose trattate: Constituito il Capitaneo Rodolpho El, mediante il suo iuramento a lui prima delato, cum le interpretationi da maestro Joanne Grosso bombardiero et Zani de Malines, a li quali anchora è stà differito il iuramento de interpretare iustamente et referire quell'in italiano che esso Capitano in lingua sua thodesca li dirà; dice et riferisce:
Como Gianni de Malines mo fanno dui anni questo Natal proximo passato, ritornando ditto Gianni de Barbarìa, et essendo incontrato in monsignor Uberto da Gambara figliuolo del quondam.... nel territorio de Verona, ovvero de Brexa, il prefato Monsignor fece grande et bona cera ad esso Gianni, et dipoi ch'el ebbe inteso da esso Gianni ch'el voleva ritornare in Alemagna, li dixe che li voleva dimostrare un miglior partito, dicendoli ch'el voleva che l'andasse a Ferrara a ritrovare il capitano Rodolpho El suo patrone vechio, et fare intendere al predetto Capitano che, s'el voleva, lo acconzarìa con bonissima conditione con la Santità de Nostro Signore, et potrìa tore bona licentia dal Duca et andarsene perchè il Signor era persona misera et hortulano, et dal quale potrìa poco guadagnare: il che facendosi, prometteva a Gianni farli havere bona conditione da esso Nostro Signore. Et havendo ditto le preditte cose ad esso Capitano, esso Capitano rispose che lui era gentilhomo et persona solita a spendere assai dinari, per il che dagandoli il Duca XX ducati il mese di provisione, se ne potesse havere mazore dal Papa la accettaría, potendo havere bona licenza dal sig. Duca: per il che voleva che lui ritornasse cum lettere de credenza sua dal prefato Monsignore, et vedere se a Sua Signoria li bastava l'animo che Nostro Signore li daesse ducati 50 il mese di provisioni, et per levarlo li mandasse ducati cento, che lui andarìa, tolendo bona licentia dal prefato sig. Duca. E così detto Gianni ritornò da esso Monsignor cum ditte lettere di credenza a Varuolo de la Gisa, due milia longi da Bressa, et espose ad esso quanto li havea commisso esso Capitano; et allora il prefato Monsignor, havendo inteso la risposta del Capitano, disse ad esso Gianni: «Gianni, io t'ho a parlare in secreto, notificandoti che heri sira ebbi una staffetta da Roma; et alhora cominzò a dire al ditto Gianni qualmente la Santità di Nostro Signore non toleva Capitano alcuno se non facevano prima qualche apiacere a Sua Santità; et che quando il prefato Capitano facesse un apiacere a Sua Santità li farìa havere non solo 50 ducati, ma li farìa dare 300 ducati de provisioni il mese et altre cose assai ch'el seria sempre richo, così como S. Santità havea fatto al capitano Zucaro, al qual, per l'apiacere ha fatto a S. S., li dà 300 ducati il mese de provisioni, et niuno però li crida dreto per questo. Et il Capitano qual fa tanto conto de l'honore suo, et fa bene, non bisogna habia a dubitare de alcuno dishonore per servire il Papa, perchè non è put.... chi serve un homo secretamente, ma chi sta in bordello.» Al quale Monsignore Gianni rispose: «che piacere era questo che Sua Signoria voleva che 'l Capitano facesse a Nostro Signore?»; et alhora 'l prefato Monsignor li dixe: «Sapi, Gianni, che Sua Santità vole fare guerra al Duca de Ferrara et già prepara gente per questo effetto, et sapemo ch'el Duca ha tutta la sua fede et speranza in el capitano Rodolpho El, qual li habii a menare gente et fantarìa de Alemagna. Potrìa esso Capitano nel suo ritorno ch'el farà cum ditti fanti fingere essere stato preso da le genti del Papa, e andare a li servitii de Sua Santità con li fanti che lui conducesse; et noi daressimo dinari in gran quantità sì ad esso Capitano como a le genti che lui conducesse. Et oltra li doni quali li darìa Sua Santità, li darìa provisione de 300 ducati el mese et farlo capitano de tutte le fantarìe tedesche che Sua Santità havesse.» Sopra di che Gianni rispose: «Non domandate simil cosa al Capitano, perchè non è homo da fare simil cosa, perchè sempre mai in Brexa, et in ogni altro loco et expeditioni dove lui è stato, ha fatto più conto de l'honore che de ogni altra cosa: ma che ben sapeva che quando il Capitano fosse a servitio di Nostro Signore, non mancarìa di servire Sua Santità in ogni occorrentia contro il Duca et contro qualunque altra persona.»
Il che intendendo esso Monsignore, pure instava che lui riportasse in suo nome ditte parole al ditto Capitano; et se bene il Capitano non volesse attendere a tal partito, non dovesse restare de dirge quanto per lui era stato commisso: commettendo ad esso Gianni, che de quanto havesse in risposta dal Capitano volesse advisargelo per una sua, la qual dovesse dar ad un suo staffiero qual a posta per questo mandarìa in casa del sig. Enea di Pii.
Et Gianni ritornato in Ferrara non volse già parlare al ditto Capitano di tal cosa, cognoscendo la sua bona natura; nondimeno fingendo haverli parlato, dixe al ditto staffiero, chiamato sopra nome Schiavon, che 'l Capitano non voleva per conto alcuno attendere a simil cosa, et lo dovesse dire al prefato Monsignore.
Dipoi la proxima quaresima seguente esso Monsignore da Gambara se trasferite a Ferrara, et alloggiò in casa del prefato sig. Enea, et mandò per il Capitano et lo convitò in casa de ditto sig. Enea, in presentia et a tavola del prefato sig. Enea. Et desinato, pigliò il Capitano et dixe volere andare a Francolino per andare a Venezia, et dixe al ditto Capitano nel zardino (presente Gianni preditto qual era interprete tra esso Capitano et ditto Monsignore) se li volea tocare la mano: al che rispose il Capitano, che molto voluntieri. Et così tocandoli la mano, Monsignor dixe verso esso Capitano: «Per l'amore vi porto, io vi voglio fare richo.» Al qual rispose il Capitano: «In che modo, Monsignore?» Rispose Monsignore, che lo voleva conzare cum la Santità del Papa, et farli dare magiore provisione che non haveva, et farlo star bene tutto il tempo de la vita sua. Al qual Monsignore esso Capitano rispose, che era contento, et lo pregava, pur che li fosse l'honore suo, facendoli havere bona provisione et havendo bona licenza dal sig. Duca, che le ne restarìa obligato. Et Monsignore rispose: «Como, Capitano, credete ch'io volesse cosa alcuna che fosse vostro dishonore, et che non gli fosse l'honor vostro? Lassative pur consigliare a me, e fati a mio modo, che farò ben di modo che serete richo et cum vostro honore.» Del che il Capitano restò contento, purchè li fusse l'honore suo, et non altrimente. Et fatto questo parlamento, se partirno d'insiemi.
Qui seguita narrando, che Gianni andò a Napoli e fu fatto dal Vicerè Castellano della Rocca di Sora ove stette due anni circa: Che nel frattempo Monsignor Gambara scrisse da Roma una lettera al Capitano Ello la quale si dice riportata in Processo, ma non vi si trova: Che il Gambara si portò a Ferrara in casa di Enea Pio ove feee chiamare il Capitano Ello per donargli a nome del Papa 100 scudi e rinnovargli la proposta che andando a far fanti pel Duca conducesse detti fanti dalla parte del Papa; al che il Capitano si rifiutò, accettando per altro i 100 scudi come due mesi anticipati di paga del servizio che fin d'allora si obbligava di prendere sotto il Papa: Che il Gambara passati i due mesi gli mandò altri 100 ducati per una nuova anticipazione di due mesi di paga, e fece dirgli a mezzo di un suo famiglio, che avrebbe accolto ai servigi del Papa anche il figlio del Capitano, ch'era a Cotrone, con 100 ducati al mese, purchè non si rifiutasse d'aiutarlo e dargli avviso, quando parerà tempo, in qual notte potesse venire con genti atte da Bologna a pigliare il Duca con il Cardinale (insieme ad esso Capitano, acciò che la cosa vada più coperta per l'onor suo): e facendo che uno di questi due casi abbia effetto, cioè che 'l Duca o il Cardinale sia preso, gli offeriva a nome del Papa 3,000 ducati, più 100 al mese di provvisione propria, oltre quella pel figliuolo, e finalmente larghi compensi a coloro che avessero agevolata la cosa: Che il capitano Ello non ne volse sapere, ed anzi montò in collera, e fu a denunziare tutto ciò al Duca, il quale gli suggerì di lasciar correre la pratica, tenendolo informato: Che il Gambara più tardi chiamò Gianni da Napoli, scrivendo al Vicerè che gli dèsse licenza per un mese; e che essendosi Gianni portato a Roma, tornò a pregarlo di persuadere e guadagnare il capitano Ello, promettendo che il Papa darebbe a quello in regalo diecimila ducati, mantenendogli i 100 di provvisione al mese, e farebbe inoltre il figliuolo di quello Cardinale[152], con altre promissioni a favore dello stesso Gianni. — E qui il Processo continuua di questo tenore:
Gianni rispose, che era per andare a riferire al Capitano quanto gli dicea Sua Signoria; ma che a fare simil effetto sarìa bono l'havesse simil parole dal Papa che li havesse a mantenere quanto li era promesso; et alhora esso Monsig. dixe: «Mo ben: io farò che tu parlerai questa sira al Papa, e così tu venirai a le XXIV hore, ch'io te introdurò al Papa.» Et così la ditta sira che fo al principio de januario de' 4 di esso, Gianni andette col prefato Monsig. al palazzo, et dipoi poco spatio fu introducto a li piedi di Sua Santità, et intrato dentro, et basatoli li pedi santissimi et beatissimi, Sua Santità l'interrogò se era quell'allievo del Capitano Rodolpho, a la cui Sua Santità Gianni rispose, sì; et alhora Sua Santità li dixe: «Avete ben inteso quel vi ha ditto il Protonotario di Gambara (qual era lì presente)? Ve basta l'animo che 'l Capitano lo farà? Se 'l Capitano farà quel che noi desideramo, adesso è il tempo de doventare richo, perchè s'el ne darà in le man il Duca di Ferrara, qual ogni modo deliberamo de havere, noi il faremo richo lui et voi; e tutto quel v'ha ditto Monsignore vi servaremo: et così state suso il petto nostro. Et hora è il tempo di fare simil cosa, perchè lo è morto il Cardinale et havemo il Marchese de Mantua da la nostra, et non ha amico alcuno, et lui è amalato de la persona, de maniera che questa cosa facilmente se potrìa condure, et tanto più che se farìa cum honore de esso Capitano, perchè se pigliarà ditto Capitano insieme col Duca. Nè dée pensare il Capitano, che questo sia peccato alcuno, perchè Ferrara è nostra, et operando il Capitano ch'ella ne sia restituita, non fa peccato alcuno. Et per più sua certezza, quando se harà a confessare, dirà al prete che lui ha aiutato il patrone a ricuperare una possessione qual era occupata da altri, chè senza dubio il confessore lo absolverà et li dirà che non è peccato. Et tanto più il Capitano lo debe fare, chè 'l Duca è un miserazzo et un hortulano.» Et sopraggiunse Monsignore: «Et un buzarone.» Il Papa confirmò: «Cusì è la verità, che è il magior buzarone del mondo!» Et poi le predette cose et molte altre ditte per il Papa et Monsignore, esso Gianni promise di fare il possibile; et alhora il Protonotario dixe, replicando: «Su, hai mò inteso? Tu porai dire al Capitano, che tu l'hai de bocca del Papa.» Et così preseno bona licenza, et se ne partirno da Sua Santità...
Gianni avviandosi alla volta di Ferrara giunse a Bologna, e lìe inteso che 'l Duca havea mandato il Capitano a Trento per far fanti, lì andete drieto, e così lo ritrovò a Trento, et a quello narrò quanto havea in commissione et dal Papa et dal prefato Monsignore, persuadendolo a non attendere a simil pratica[153]; benchè fusse superfluo, perchè esso Capitano sempre fu de animo di non volervi attendere, stimando più l'onore suo che 'l resto. Et havendo inteso esso Capitano che i Svizzari non calavano più, ritornorno in compagnia a Ferrara et narrorno il tutto al Duca. Il qual, secondo che esso Capitano dice, in fin a quell'hora poca fede li havea prestato: ma mò avendo inteso quanto li havea referto Gianni, li comenzò a prestar fede; et volendoli Gianni mostrarli le lettere scrittele in Sora per Monsignor de Gambara, il Duca non le volse vedere, dicendo prestarli fede assai: per il che vedendo Gianni che esse lettere, portate perchè le fossero testimonio, non esserli necessarie, le brusò[154].
Il Gambara tornò più volte a tentare il capitano Ello per mezzo di Gianni; e trovandosi a Bologna con quest'ultimo, saltò fuori col fargli il seguente progetto:
«Tu dirai al Capitano, che, volendo expedire questa cosa, il modo è questo: Che esso Capitano una domenica mattina fingendo andare a bevere cum li bombardieri che sono in Castel Tealdo, intrato dentro con alcuni suoi fidati occida detti bombardieri et ritenga in sè ditto ponte et porta, ritenendo cum sè quelli che li sono fidati, dandoli denari. Et noi avvisati da te, Gianni, qual volemo sii cum noi; perchè tu, venuto qui a Bologna il venere innanti a dirne como le cose sono in ordine per ditta domenica, noi, inteso questo, il sabbato che se fa il mercato faremo ritenere tutti li somieri, e fingendosi ch'el si sia fatto costione tra due gentil homini in Bologna, faremo serar le porte a ciò niuno possi uscire; et la notte cum fanti sopra ditti somieri, che non saranno manco di mille[155], et cum cavalli che non saranno meno di 500, quali tene il Papa qui in Bologna, et cum due mila fanti che condurà Ramazoto et altre gente atte a ciò, ci troveremo la matina al tempo debito al detto posto de Castel Tealdo, et gionti intraremo dentro, et de mano in mano ne seguitarà il Presidente de Bologna cum il popolo di Bologna et cum altra gente venuta de Romagna et de altro loco, et così la cosa riuscirà: et in la intrata nostra faremo correre 25 trombetti per Ferrara, gridando Chiesa Chiesa, et confortando ogniuno per parte de la Santità di Nostro Signore che non se movano: et per salvezza de honore del Capitano lo piglieremo anchora lui.»................
················
Resterebbe a dire come il progetto del Gambara fosse tirato in lungo d'intelligenza del Duca, per meglio indagarne l'importanza e diramazione, e come in questo mentre il capitano Ello potè carpire al Protonotario del Papa alcune migliaia di scudi. Il processo viene poi finalmente a concludersi con una lettera che si dice diretta dal capitano Ello al Gambara, intesa a sciogliere bonariamente ogni pratica; lettera che ci offre i particolari seguenti[156]:
«Prego V. S. che mai più non mi tenti de tal cosa, perchè io non la voglio fare; et ancho vi avviso che quando bene io la volesse fare non sarìa così facile come forsi voi pensati, perchè questo sig. Duca vive in grande zelosìa et quello Castel Tialdo se guarda con un altro modo che non soleva, et ogni dì se mutano le guardie, e nessuno sa quando debbia toccarli la guardia. Et quando Sua Signoria va fora de la terra, non sta mai che tre o quattro dì, et non se sa mai quando vole andare, se non all'improviso: et oltra la guardia de li alabardieri mena una compagnia de trenta cavalli leggeri et seco lance spezzate, et poi ancho più de 150 persone de la famiglia, che la maior parte sono apti a menar le mani. Et quando è a Belriguardo, quel palazzo è tanto (grande), che non bastariano tre millia uomini a circondarlo; sì che uno che fusse dentro non potesse scampare. Et quando ancora va a Porto, sta in loco circundato di fossi, dove dieci homini bastariano a resistere contro mille. Et per venire a questi dui lochi bisogna passare il Po et traversare assai campagna, et le case se trovano spesse in modo che de dì non se potrìa far in effetto nessuno, et de notte li cani bastariano a discoprir ogni cosa: perchè ancho sempre S. S.ria fa fare le sentinelle de notte alli suoi cavalli leggeri; et ancho in casa sempre de ogni hora de la notte sta gente levata de li suoi creati. Et quando va a Comachio sta in una casa in mezzo la valle, dove non se pò andare se non per canali stretti, et lì ha barca armata con falconetti et archibusi et fa fare sempre dì et notte le guardie verso Ravenna et verso Venezia.
«Et sappia che non bisogna pensare de fare adunar gente in Bologna per questo effetto sotto nessuna altra scusa, perchè io ho inteso per bona via che 'l sig. Duca ha in quella cittade tri o quattro gentilhuomini de li primi, suoi amici, che lo avvisano de tutto quello che se fa et se dice: et come se moveno fanti o cavalli da dieci in su, incontenenti S. S. sta con li occhi aperti per la zelosìa che ha; sì che non bisogna pensare che sia così facile.
«Prego V. S. che mai più no cerchi di mettermi in cosa che mi non ho mai fatto, nè homo de casa mia: et se V. S. me vole far bene, me ne faccia per altra via.
«Ho fatto scriver questa a uno mio fidato che sa italiano: e a V. S. me raccomando.»
La lettera non è che in forma di minuta, senza firma, e della mano medesima che stese questo abbozzo di Processo, il quale difetta pur esso di qualsiasi sottoscrizione ed autenticità, e così dei tredici documenti citati in appoggio del Processo, riscontrandovi solo gli spazi lasciati in bianco.
Documento XIII
Translato di latino in vulgare di una Littera scripta dallo ill. sig. donno Alphonso da Este duca di Ferrara per sua iustificatione allo Imperatore, et mutatis mutandis agli altri Principi christiani.
Perchè essendo io feudatario della Sancta Chiesa, come sono, penso che molti non solamente potriano maravigliarsi ma ancho biasimarme, ch'io mi fussi mosso in servitio et adiuto del Re christianissimo, nella guerra cominciata a' mesi passati contro Sua Maestà dal presente summo Pontefice Leone X, non sapendo la cagione che m'havesse inducto a farlo: io così come in questo caso tengo d'essere senza colpa et iustificato nel conspecto del divino tribunale, dinanzi al quale sono palesi li torti et le ingiurie che m'hanno provocato, così voglio rendere ragione del mover mio, et iustificarmi ancho presso tutti li principi christiani, il primo de' quali è la Cesarea et Catholica Maestà Vostra, della quale io fui et voglio esser sempre osservantissimo servitore. Per questa mia adunque, la quale con la debita reverentia mando in mio loco, la predicta Maestà V. Cesarea intenderà como quando el presente summo Pontifice fu exaltato a quella S. Sede, io n'hebbi una tale et tanta letitia, che non per mezo de' miei oratori, come si sole, ma personalmente andai a Roma a baciarli li piedi, et congratularmi con S. Santità. Et prima ch'io me partissi per tornare a Ferrara mi diede ferma speranza di restituirmi in breve la mia città di Reggio, la quale iniustamente da Papa Julio suo precessore insieme con la città di Modena mi era stata tolta sotto pretexto di uno monitorio sopra falsissime cause formato et fulminato contra me................................ Nel 1514 del mese di giugno per un breve sottoscripto de mano propria di S. Santità et delli Rev. Cardinali de' Medici, et de S. Maria in Portico, il qual breve è presso me, promise restituirmi la decta città di Reggio fra 5 mesi, et.... restai deluso.... Et quando il prefato PP. Leone fece la decta promissione di restituirmi Reggio, io feci con S. Santità, per mezzo del sig. Cardinale mio fratello, una compositione di levare del sale suo da Cervia per il mio Stato, la qual mi fu di molto peso et inextimabil danno, perchè volse che io me obligassi non farne a Comacchio, ove ne potrei fare ogn'anno grandissima quantitade..... Et essendo io in tractato di rihavere Modena, ch'era nelle mani dello Imperator Maximiliano di immortal memoria, avo paterno di V. Alteza, il prefato Papa Leone vi si interpose a disturbarmi la pratica, et procurare di havere essa Modena per sè... per una tal summa di dinari, che poco manco dava di rendita ogn'anno... Ma poi... col mezo de l'episcopo d'Adria orator mio per la decta restitutione presso S. Beatitudine, ella monstrò d'essere al tutto disposta reintegrarmi del mio, pagando io una buona summa di denari delli quali, secondo la compositione fatta, feci deposito et diedi buone cautioni in Fiorenza, et fu fatto lo instrumento per Pietro Ardinghello cittadino fiorentino et segretario di prefata S. Beatitudine, et era già publicato per tutto che le mie terre mi erano restituite; et nientedimeno fui ancho deluso ... et si diede a pensare di volermi togliere per qualunque modo potesse quello che mi restava. Et havendo per un amplissimo breve del 1515 tolto la protectione di me et de' miei figliuoli et Stato, la quale protectione havea ancho tolto per il suprascripto breve del 1514..... ha sempre cercato capitulare a mia ruina........ Et ritrovandome io gravemente infermo lo inverno del 1519 et sendosi divulgata fama ch'io morrei di quella infirmitade, epso PP. Leone mandò lo episcopo di Ventimiglia, che sotto colore di voler fare altra impresa, fece adunatione di parecchie migliara di fanti sul Mirandulese nelle confine di Ferrara per assalirla et occuparla a l'improviso, o, se io fussi morto, per toglierla a' miei figliuoli, li quali per la loro innocentia et tenera etade non meritavano già una sì crudele ingiuria da Sua Beatitudine........................
Ma io ho ultimamente inteso, cognosciuto et toccato con mani che il prefato PP. Leone, non per colpa mia, ma per lo odio ch'el mi porta gratis, per via più detestanda ha teso insidie alla vita et Stato mio, et per mezo di scelerati soi ministri ha tentato di fare corrompere, con una grossa summa di denari et altre promissioni, alcuni miei stipendiati, in che ha speso miara di ducati. Ma quella infinita bontà che resiste alli iniqui pensieri de gli huomini, et difende la iustitia, non ha voluto che un così impio disegno sortisca effecto, perchè dalli decti miei stipendiati mi è stato rivelato il tutto. Et essendo di tale tractato conscie alquante persone, ho facto distendere in scripto tutto il processo della cosa che in autentica forma è presso me, et li testimonij de sì abominevole delitto son vivi, et con qualcuno di epsi el medesimo PP. Leone di bocca propria ha parlato sopra il detto tractato in modo da fare stupire chi lo intendesse. Onde vedendo io che colui che doverìa essere exemplo di virtute et sanctitade a tutto il mondo per lo adorando loco ch'el tiene, è caduto in così horrendo pensiero, nè sapendo più come difendermi da tante insidie; è stato forza che la mia lunga et humil piacientia provocata tante volte con tante offese si sia alfine convertita in disperatione..... ben ch'io voglia persuadermi che le continuate instigationi et venenose lingue de' miei malivoli sian state quelle che habbino havuto forza de indurlo a fare contra me quanto è soprascripto...................................
Io mi sono bene (con mia gravissima displicentia) ridutto a fare questa excusatione, perchè non harei voluto dire di colui ch'è capo della nostra fede, cosa che tanto disdice in la sua suprema dignitade; ma credo di meritare perdono presso ognuno, se con iustitia et verità difendo me et l'honor mio: protestando però ch'io non sono per manchare mai verso la Santa Romana Chiesa di quella fede, osservantia et servitute che da ogni fidele vassallo et christiano se le deve. Supplico alla Cesarea et Catholica Maestà Vostra che, intendendo la innocentia mia, se degni averme non solamente per excusato ma ancho per raccomandato come osservantissimo suo vassallo et servitore, et per quanto specta a lei non voglia comportare ch'io sia con tanto odio iniquamente perseguitato. Et quando V. Altezza non si mova per la riverente servitù ch'io le porto, nè perchè io sia pur nato del sangue suo, oltra ch'io le sia vassallo, muovasi almeno per riverentia di Dio, il quale l'ha electa a così alta sede et factola si potente signore perchè ella favorisca la iustitia et non la lassi opprimere: et io me offero apparecchiato di far constare alla V. Imp. Maestade et a tutti gli altri Principi christiani quanto è suprascripto delli detti brevi, processo et testimonij a mia iustificatione, che non allego cosa che non sia verissima.
Stampata in Ferrara, del mese de novembre 1521.
Documento XIV
Resposta alla invectiva qui annexa di don Alfonso già duca di Ferrara, publicata contro la sancta et gloriosa memoria di Leone PP. X, sotto pretexto de una Littera scripta alla Cesarea Maestà. — Translata di latino in vulgare.
Non è alcuna maraviglia, sacratissimo et victoriosissimo Cesare, se don Alphonso da Este, già duca de Ferrara per beneficio et gratia della Sancta Sede Apostolica, sendose manifestato ribelle di epsa, et atroce inimico del summo Pontefice et de V. M., si sforzi con bugie retrovare scuse, con le quali possi al manco apparentemente con parole palliare et difendere le sue male opere, sendo consueto a ciascuno che fa quel che non debbe, o nascondere li soi peccati potendo, o, sendo palesi, affaticarse ritrovar cause per le quali dimonstri non voluntariamente, ma sforzato, o per errore o caso, essere cascato in epsi. Ma ben è forte da maravigliarse habbi presumpto alla M. V. sapientissima indrizzare queste sue calunniose, mendace et sacrilege littere..... Chè pur gran cosa è (o Alfonso d'Este) se siete stato sempre sì obbediente et fidele alla Sede Apostolica, como scrivete, che doi sommi Pontifici tanto gravi et successivi ve habbino declarato inimico publico de Sancta Chiesa, excomunicato et maledecto, cioè Julio et Leone, maxime sendo a voi questo ultimo tanto benevolo avanti pervenesse al summo pontificato, et anchor nel principio d'epso (come dicete). Certo è cosa aliena dal senso humano, che gratis et senza scusa, alcuno deventi inimico del proximo; ma molto più che 'l grand'amico se facci inimico spontaneamente. Però se inimico vi s'è facto, d'amico ch'el vi fusse, voi l'havete indocto a così fare, continuando nel concepto odio verso l'Apostolica Sede, contra la quale erigeste le corna a tempo della sancta memoria de Julio, ch'anchor lui nell'initio del suo pontificato ve amò et gratificò, et era compatre del sig. vostro patre: ma con la ingratitudine vostra, liberato che vi hebbe dalla subiectione de' signori Venetiani, andaste a toglier protectione de' principi extranei, dalla qual insuperbito, accresceste datij et gabelle, publicaste legge et edicti contra la iurisditione del vostro supremo signore, presumeste voler far il sale, che mai epsi signori Venetiani vi havevano permesso, a chi non erave subdito, et contra il diritto del vostro natural principe, in tanto preiudicio della Camera apostolica, usurpar voleste quelle regalìe, che sono riservate ai supremi Signori in tutti i regni et parte del mondo. Per la qual vostra cupidità che non tentaste? Che lasciaste a fare contra la povera Chiesa et vostro principe? Primo seminaste la guerra, poi el scisma, et con le arme apertamente l'esercito scismatico in persona adiustate. Sallo Bologna che dall'obbedientia della Chiesa con scismatici rivoltaste; sallo Ravenna che spogliaste; sallo Romagna nella qual tante rapine faceste.............. Sforzaste Julio ad esservi inimico, parimente havete forzato Leone, il quale, como mansuetissimo, nel principio del suo pontificato pensò con dolcezza et beneficij retraherve da quel mal animo, da quel confirmato odio teneate verso la Chiesa de Dio et sua S. Sede, nella qual epso presidea.....................
Et perchè costui (Alfonso d'Este) tanto se querela di questo Reggio, nominandolo terra sua, como se da soi maggiori fusse stata edificata, et per naturale et antiqua successione li pervenesse, parmi necessario aprire como epsa terra fusse occupata da casa sua, non son molti anni, et le ragioni li pò pretendere. Manifestissima cosa è Reggio essere delli antiqui beni della Chiesa Romana, contenuta nell'Exarcato de Ravenna, et per più concessioni et donationi facte da Romani Imperatori ad epsa Chiesa; ben che poi per discordie successe tra alcuni summi Pontifici et electi Imperatori sia stata certo tempo posseduta in nome dell'Imperio, et penultimamente dalla casa de' Visconti et dal duca Jo. Galeazzo conte de Vertus, a morte del quale per l'avol de don Alfonso, marchese Nicolò, fu a tradimento occupata insieme con Parma, tagliato a pezzi messer Otto Terzo suo compatre, custode de quella città, ricercato venir a Rubera ad amichevole parlamento, ma da Parmesani cognosciuto, di sabito fu repulso, havendo lassato epso Jo. Galeazzo Philippo Maria suo figlio di tenera età, impotente a conservare et difendere l'amplo Stato paterno perturbatoli da diversi tiranni, et dall'ill. Signoria di Venetia, et così per occasione delle continue guerre tra epsa Signoria et duca Philippo fu retenuta occupata dal decto marchese Nicolò, senza alcun titolo: la qual poi dalla sancta memoria di PP. Julio per la ribellione de don Alphonso et esser scismatico, che è tocco di sopra, fu in guerra recuperata per la Chiesa, con permissione et consenso della gloriosa memoria del divo Maximiliano Imperatore, avolo di Vostra Maestà del qual extano le littere. Il che lui dice essere stato facto iniustamente, sotto pretexto de un monitorio etc. Si mo: è iniusto o iuxto recuperare alla Sancta Sede el suo occupatoli indebitamente da un ribelle et scismatico in guerra iustissima? È si chiaro che non bisogna explicarlo. Et tamen costui exclama, como si jure divino questa città fusse sua, quale suo avo a tradimento rubò.......................
L'altra querela, Cesarea Maestà, è da Modena, ove dice che tractando lui rehaverla, sendo pervenuta alle mani de Maximiliano Imperatore di perpetua memoria, el PP. se li interpose con procurare d'haverla epso, et che non la pigliò per la Sede Apostolica, et la hebbe a vil pretio, poco più di quello se ne cavava ciascun anno d'entrata, et promisse al Card. suo fratello darla poi a lui, et che nol fece etc. Al che si responde prima a l'ultimo, quanto sia della promessa, che pure adduce il fratello per testimonio, a chi non sarebbe da prestar fede: poi dato l'havesse promesso incautamente per importunità, obligato era a non servarla per le sopra allegate ragioni. Circa el contracto, dico che forte se n'inganna, anzi principalmente da S. Santità fu facto per la Chiesa: ma si lui non sa la forma di epso, ricerchila. Quanto al pretio el fu quello se convenne tra le parte, et de che se contentò la Cesarea Maestà de gloriosa memoria, qual fu anchora più volte per darla gratis, ma pigliò quella summa di denari per adiutarsene al bisogno della guerra contra Venetiani. Ma questo non appartiene a lui: sia stato il pretio grande o piccolo, unum est che fu maggiore assai di quello dice, anzi in molti anni la intrata non ascende a quella summa. Ben è vero che al tempo la occupava lui, per tiraneggiare li populi e mungerli sino al sangue, ne cavava fructo assai maggiore di quello facea la Cesarea Maestà quando la tenea, nè di poi la S. Sede, chè il simil anchor facea di Reggio............... Nè in epsa pò don Alphonso pretendere veruna altra ragione che simile a quella di Reggio, perchè pure da soi maiori fu rubata, scacciando li Vicarij Imperiali che la governavano ne' tempi perturbati. Non havendo adunche lui megliore ragioni in Modena che in Reggio, et la Sede Apostolica le medeme, sendo stata recuperata nella dicta guerra et per quelle istesse cause; se di sopra havemo declarato et provato iustamente esserli stato levato Reggio, et recuperato per la Chiesa, viene anchora ad essere provato el simile de Modena, et molto più adgiongendosi la vendita et contracto facto per la Cesarea Maestà, il quale per ogni ragione havea potuto fare, dato che colui fusse stato prima vero feudatario senza esserne decaduto, como era per molto grave colpe, perchè havendo epso il feudo, el Signore d'epso, che l'havea recuperato, ne potea fare il suo beneplacito.
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Ma perchè si parla di Ferrara, ragionevol cosa è, sì como di Modena et di Reggio si è facto, declarare como iniustamente nel principio pervenesse in potere di questi da Este et con maggior iniustitia et iniquità sia stata poi ritenuta. Già notissimo è Ferrara essere delle certe et antique cose della S. Chiesa, posseduta centinara d'anni dal tempo de Carlo Magno sin che fu occupata per costoro, circa el tempo che Pontifici stavano in Avignone, sendo stati posti stipendiati alla custodìa di epsa città contro un certo Salinguerra cittadino che se era elevato in tiranno: ma quelli che la doveano defendere la usurporno, sendo le cose della Chiesa travagliate. La qual alquanto respirando non volendo tolerare tanto iniuriosa iactura, scacciogli, recuperando la città: ma poi pur epsi la reoccuporno, con adiuto de' tiranni circumvicini, che in quel tempo molti se n'erano elevati in quelle bande per le perturbationi della Chiesa et dell'Imperio, como acader sole che sempre tiranni pululano, afflicti e principi che li hanno a reprimere: et così correndo tal vicissitudine per alcuni anni, furno scacciati più volte hor per el Pelagura Legato de Bologna, hor per altri ministri della Sede Apostolica et excomunicati, como ne appare anchor el processo nell'Archivio de Avignone. Ma di poi, sondo pur la corte absente, et oppresso il Stato ecclesiastico dalla potentia de' Visconti, parve al summo Pontifice defferir la lor punitione ad altro tempo più comodo, tolerandoli cum conditione pagassero dieci mila ducati de annuo censo alla S. Sede, per attendere al più importante: et così la obtennero con iniqui principii, primo a tradimento, poi per violentia et necessità, confirmandoseli nel funesto tempo che in breve successe del scisma, che durò tanti anni. Et non contenti di questo, alquanto di poi usurporno Argenta all'Arcivescovato di Ravenna, per il che furno di novo excomunicati et astrecti a restituirla; ma appresso la reoccuporno; et non satii usurporno anchor Comacchio et Lugo. Dipoi cominciando a rehaverse la S. Sede, sendo le cose della Chiesa anchor debile, se son mantenuti con appoggiarse sempre a chi inimicava ad epsa Sede, con procurare al continuo stesse bassa et travagliata, ad ciò non havesse facultà di ripetere el suo, et cercato ognhora diminuire quel censo, secondo le occasioni o necessità de' summi Pontifici, che se li sono offerte. Tanto che da diecimila ducati, l'hanno reducto a nulla, cioè a cento, che ultimo li fu concesso da PP. Alexandro quando don Alphonso pigliò sua figlia spuria per moglie, nella qual occasione anchora usurpò Cento et la Pieve, terre del Vescovato de Bologna, quantunche epso Alexandro avanti tal contracto havesse statuito et tractato recuperar Ferrara alla Chiesa, como prima di lui Sixto et Pio pessime disposto verso el duca Borso, secondo le sue epistole attestano. Tacio li precedenti per non tanto extenderme, sendomi stato bisogno summariamente quasi texere una historia, per far cognoscere quanto iniquamente sia stata usurpata et retenuta epsa città de Ferrara a la Sancta Sede, lassando anchora de scrivere quante volte sia devoluta, sì per le rebellioni de' maggiori de don Alphonso, como per essere mancata la linea loro legittima, chè al più del tempo bastardi hanno signoreggiato in epsa casa: della quale se si volessero contare le sanguinolente et abominevole tragedie, le occisioni, li stupri, se maraviglierebbe ognuno che tanta iniquità fosse perdurata sino a questi tempi; quali, et per non esser troppo longo, et per non voler toccare cose calunniose, non pertinenti alla resposta, preterisco: ma le historie de' moderni scriptori, communi ad ognuno, ne sono piene. Questo non lassarò, per far a proposito, che l'avo de costui, march. Nicolò, sendo bastardo, lassò Ferrara per testamento al march. Leonello pur bastardo suo figlio, Modena al Sig. Hercole patre de don Alphonso, Reggio, che havea occupato lui, al Sig. Sigismondo figlio legitimo; et epso mar. Leonello morendo lassò il Stato di Ferrara al Sig. Nicolò suo figlio legitimo, nato de matre della casa del march. de Mantoa, al quale il sig. Hercole la occupò, et ad epso suo nepote crudelmente fece tagliare il capo. Parimente levò Reggio al sig. Sigismondo suo fratello: et si alcuno volesse defendere questa occupatione, allegando el bastardo non poter succedere nel Stato, che dirà egli di Reggio che era lassato al legitimo, et cosa acquistata di novo per el testatore? Poi se li responde che parimente el march. Nicolò avo non potea tenere Ferrara per essere bastardo, et però nulla ragione li potea anchora havere el figlio legitimo; et si titulo alcuno o investitura li acquistò per sè et il figlio bastardo, como fece per epso march. Leonello, che lui solo qualche ragione pretendere li potea, et nulla il signor Hercule, et non dimeno el figlio legitimo d'epso signor Leonello decapitò con levarli el Stato.... Di san Felice gli è chiaro che antiquamente era infeudato a' signori di Carpi predecessori del sig. Alberto Pio.
L'ultima querela di don Alphonso, sacratissima Maestà, è troppo abominevole, impia et scelesta: non li parendo assai haver calunniato il buon Pontifice, descrivendolo ingrato, fedifrago, cupido, iniusto, ardisce anchora accusarlo de crudeltà, facendolo sicario et sanguinolento. Temerità tanto grande et impietà, che non meritarebbe risposta de parole, ma di debito supplicio. Al che la vita innocentissima de PP. Leone nota a l'universo da sè responde et purga; oltra che la calunnia da lui non se prova nè cum effecti, nè cum argumenti nè alcuna coniectura; ma sol exagera la cosa con parole grave, exordiendo che S. Santità l'havea in odio gratis: cosa aliena non solo da li efferati homini, che non portano odio si non per qualche causa, ma anchora dalli bruti animali; et lo impone ad una natura tanto mansueta, suave et benefica, et dice havere toccato con mano S. Beatitudine per mezo de' scelerati soi ministri con via detestanda haverli poste insidie nella vita, allegando di ciò havere testimonij soi famigliari, et stipendiati, tentati per tale effecto, et esserne facto processo, quale ha appresso di sè con epsi testimonij vivi, con alcuno de' quali el PP. istesso ha parlato di bocca propria sopra decto tractato, in modo da far stupire chi lo intendesse. Per certo subtile inventione, exquisita astutia, ma mal colorita fabula!.................................. A voi dico, don Alphonso: Chi sarebbe questi se maraviglierebbono, si non li grossieri, incapaci et sciocchi, che havendo voi conficto uno processo, stato iudice et parte, electi testimonij vi son piaciuti, che l'havessi exteso a vostro modo? Maraviglia sarebbe che havendo facta la ribaldaria, non vi fussi sforzato farla compita et apparente quanto poteate. Ma non vedete voi che quanto la confingete più atroce, per movere li affecti de chi leggesse le vostre Littere, tanto la rendete men verisimile? Chè non vi havendo altro argomento nè prove (chè ben sapete vostri famigliari non fanno fede nè processo facto avanti voi et vostri iudici, in casa vostra et in causa propria) doveate tutto affidarve in la verisimilitudine, volendo allucinare la mente di qualcuno? Questi testimonij che dicete essere vivi, con li quali ha parlato el Papa, o sono vostri ministri et famigliari, o soi. Si de' vostri, non è da credere che un principe sì prudente et circonspecto, qual era Sua Santità, anchor havesse tal animo, si fusse confidato dirlo a loro: si erano de' soi, non è verisimile l'havessero palesato a voi, con tradire un suo sì gran patrone: poi, si così è, produceteli, comparischino questi vostri egregi testimonij, et se cognoscerà la vostra iniquità et sceleraggine; chè me sforzate pure a così dire, parlando voi tanto inhonesto et sordidamente del summo Pontifice vostro supremo Signore. Doveate questo processo far produrre et estenderlo davanti altro tribunale che'l vostro, che non se sa (pur sono astrecto toccare delle cose che tacere volevo) come se formano li processi in casa vostra? Sannolo li infelici vostri fratelli crudelmente incarcerati tanti anni sono: sallo el sangue et le viscere de quelli poveri gentiluomini dilacerati.....................
Quanto a l'antiqua amicitia adducete tra casa de' Medici et vostra.......... se li eravate amico, perchè faceste in Francia appresso el re Loysi et reverendissimo Rhoano Legato tanti mali officij contra loro? Bisogna adunche dire, o che mai li fuste amico, ma della fortuna loro quando era florida, et li voltaste le spalle como la se mutò, o che siate stato perverso et malvagio a non subvenire e vostri amici in le necessità; ma, che è peggio, adiutare a perseguitarli, et voi istesso a procurarli el male: et questo quanto all'antiqua amicitia basti....... mai la vostra amicitia fu utile ad alcuno, dannosa sì, per non risguardar in epsa si non quanto serve al vostro commodo......................... Ma el mendace ha fronte a dire tutto quello pare li venga bene, maxime quando non l'ha a provare altrimente; per il che presume poi anchora dire epso medemo PP. Leone havere affirmato, che iniustamente Julio el perseguitava, chè troppo è ridiculo che S. Santità qual era Legato del PP. et in facto all'occhio vedea le sue pessime opere, più volte narrate, la union cum scismatici, le insidie facea al Stato de Bologna et di Romagna, dicesse el PP. indebitamente perseguitarlo. Pur, adducendo il Cardenale suo fratello per testimonio, se li vuol credere; maxime se li occhi di don Julio suo fratello lo consentessero!
............ L'eredità sua (del card. Ippolito) qual tutta era de beni ecclesiastici (che ben sa delli paterni epso non hebbe mai alcuna parte), sì grossa summa de denari, tanti altri beni de ogni sorte che a maior valore ascendono de cento miara de ducati, se ha usurpati, che tucti perveneano al summo Pontifice, et nientedimeno gli l'ha permessa, sino a riportarse a Ferrara quella parte n'haveva in Roma! È questo picciol dono? beneficio da tacere? inditio de mala voluntà verso lui, et di volerli toglier Ferrara? chè pur l'anno passato fu questo; anchor che S. Santità sapesse epso Cardenale essere morto repentinamente senza poter testare (oltra che non havea sufficiente facoltà), quantunque lui facesse scrivere un testamento falso, per potere sotto qualche colore occupare quelli beni, contra il quale vi erano li testimonij parati a provare la falsità: et questo beneficio con li altri tace, non volendo essere meno ingrato con la lingua che con le opere.
Volse (Alfonso) implicitamente diminuire l'authorità pontificia, accostandose alla venenata doctrina de l'heretico Martino Luther, la quale però sin l'anno passato per molti giorni fece publice predicare in Ferrara et anchora in Venetia, ben che non tanto apertamente, dal suo barbato frate Andrea da Ferrara de l'ordine d'heremitani, che anchora maiori errori publicò delli lutherani. Onde mandando il PP. a comandarli lo facesse pigliare, epso obedire nol volse, ma lo fece nascondere: colpa anchora maiore delle altre per essere causa d'heresìa, per la qual sola meritava essere privato (di Ferrara) et severissime punito..................
Accusa, invictissimo Cesare, questo inimico da V. Maestà la gloriosa memoria de PP. Leone in queste sue Littere publicate de poi la morte di epso (ben che ad ciò il tutto sia mendace, la data sia facta avanti il suo deflendo caso, cioè di novembre: ma niuno se ritrovarà a chi tal Littere siano pervenute a mano, si non molti giorni de poi mancò S. Santità); accusalo de inconstantia, de perfidia, de cupidità, de iniustitia, de crudelità: fallo un sicario, un homicida; cosa pur troppo aliena, appresso ad ognuno che l'ha cognosciuta, da quella mitissima, dolcissima et beneficentissima natura, qual da posteri serà celebrata et predicata como cosa rarissima et singulare[157], morta che serà l'invidia et odio d'alcuni; chè satisfare et contentare ogn'uno non se pò per chi administra magistrati et potissime grandi, quanto quello del summo pastore et de Vostra Maestà.
Dovea bastare a don Alphonso, volendo calonniare el bon Pontifice, dire non li havere servate le promesse, non voluto donargli Reggio, havere tentato ricuperare Ferrara, non permesseli la regalie del sale; et ahstenerse dire haverlo voluto fare amazare, farlo un crudele et sanguinario tiranno; chè le prime cose appresso alcuni forsi sarebbono parse verisimile: ma quest'ultima denota il tutto essere conficto et mendacio evidentissimo.
Excusatione chiama un libello famoso, un parlare sì petulante et temerario, una invectiva piena de tante calunnie, ove parla de' summi Pontifici con quel poco respecto farebbe d'alcuno infame et vil plebeio, d'uno de' ministri del suo macello o fucina; ove lo chiama ingrato, perfido, doloso, periuro, sicario et homicida... ha dato a cognoscer il rancore esser radicato contra la S. Sede, perseguitare la Chiesa Romana con li Pontifici, et che tale serà verso il successore qual è stato contra Julio et Leone, della cui morte si è pur troppo dishonestamente rallegrato, facendo dimostrationi tanto aperte et inreverenti contra chi pure li era Signore et tenea il loco de Dio in terra, con donare il nuncio li portò la nova (contra il costume della sua avaritia) grossamente di vaso di argento et altre cose, aprire le prigioni, intonar l'aere di sono di bombarde, et fare altri segni da quasi essere impazato. Dal qual furore mosso, parendoli, vacante Sede, più agevolmente poterli nocere, ritornò fori con le arme hostilmente, quale il S. Pontifice li havea represse, repigliando il Finale et san Felice destitute de presidio, et oppugnando Cento et altre terre, parte cum arme, parte cum pratiche et tradimenti; benchè di Cento custodito non li reuscì, nè di Cotignola: de Luco sì con littere falsificate, et del Frignano et alcuni altri lochi. Di Reggio et Modena non parlo, per le quali occupare nulla arte o fallacia ha pretermessa, prohibendoli l'avaritia havere unite forze per oppugnarle, credendose però quelle havea doverli bastare (congionte con le Franzese che oppugnavano Parma) conseguite l'havessero.............
V. Maestà farebbe iniuria........ si lo esaudisse, ma molto più a sè stessa, tolerando un crudele tiranno, inimico della S. Sede, del Sacro Imperio et de V. Maestà, alla quale pur debbe CCCC milia ducati, usurpatore de' beni d'altri, che, como narrato è, non tiene nè pretende in cosa alcuna ove habbi veruna ragione; havendo rubato et occupato ad altri quanto questa casa ha mai posseduto: Ferrara alla Chiesa, Modena et Reggio al sacro Imperio, Comacchio pure alla Chiesa et a' Rhavennati, Poleseno de Rovico a' Paduani, Graffignana a' Lucchesi, Frignano a varie famiglie de gentili homini per loro annichilate, Argenta et Luco all'Arcivescovato de Rhavenna, san Felice a' Carpesani, Brixello a' Coregeschi, Bagnacavallo alli Barbiani, Nonantula all'Abbatia. Le quali cose lui vorrebbe tenere occupate, et ne parla como si fussero sue cum ogni antiquo et novo iusto titulo, et tamen in Ferrara non ne ha alcuno: primo rubata, poi con violentia occupata, appresso decaduta, ultimo lui privatone da doi summi Pontifici per iustissime cause sopra narrate. In Modena et Reggio manco, quali pure nel principio furno usurpate al Sacro Imperio, che poi ne son decaduti per censi non pagati et multiplice rebellioni. Et lui oltra le medeme cause essere stato scismatico, haverle perse in iusta guerra, ultimo permesse et contractate per el divo Maximiliano Imperatore alla S. Sede Apostolica, restituendola nelle sue antique ragioni, parimente manco in le altre cose minori sopra narrate, nelle quali particularmente discorrere sarebbe tedioso.
Però la Maestà V. qual è posta da Dio nel più sublime loco per essere executor della iustitia, extirpatore et profligatore de' tiranni, protector della S. Sede Apostolica, defensore et administratore del Sacro Imperio, da epsa Sancta Sede in primis oppressa, li vien supplicato dal venerando spirito del buon PP. Leone suo amantissimo patre sì vituperosamente iniurato, dal Sacro Imperio, da tutti l'Imperiali d'Italia, da' poveri subditi et altri violentati da la tirannide de costui, non voglia patire che più perduri tanta iniustitia, iniquità, impietà: che più persista questa voragine de avaritia, questo insidiatore della S. Chiesa Romana, del Sacro Imperio, de ogni nobilità et de tutti i boni, per essere lui perversissimo: ma voglia levare questa pietra de scandalo de Italia, con liberare quelli miseri populi dal suo tirannico iugo, et restituire la S. Sede Apostolica in le sue ragione, mettendola in quiete et pace: qual mai haverà perstando questo suo atrocissimo inimico con potentia et Stato.
In Roma, a' di VI di gennaro M.D.XXII.
Documento XV
Alla marchesana Isabella Estense Gonzaga in Mantova
Ill.a Sig.a et patrona mia observ. — Benchè io da me stesso mi cognosca havere habuto molto de l'aseno verso V. Sig., non di mancho non restarò de fare un bon animo como e non fusse quello, faciendo intendere a quella che epsa me è debitora de uno bussolo de compositione et de una bochaleta de acqua che sia bona; perchè io non la voglio de acqua de cisterna, como fu quella de Camilazo: ma la S. V. lo ha trattato proprio como el merita, perchè la adopera simile cossa in concubine sporche, che pure a dirlo el me vene angostia. Sì prego V. S. a non me manchare de la promessa, perchè io serìa desfato; perchè la desgratia mia si ha voluto che da poi che la S. V. me attachò quello sudore de man abe reguardo che sempre el me sta la mano sudoloxa, che el m'è forza quando io vo a concubine prima tignire sempre la mano uno pezzo a frescho: per modo che se io non me aiuto con qualcossa che amorzi quello sudorozo, io non achataria asena nè vacha che me levasse. Si V. S. intende el bisogno, così io mando uno messo a posta. Prego la Ex. V. a darli bona expeditione, perchè in vero la cossa importa. Non dirò altro, si non che a V. S. Ill. con tutto il core me raccomando.
In Ferrara, adì VII di junio M. D. 5.
Di V. Ex.
Servo
Rainaldo Ariosto.
Documento XVI
Al duca Alfonso I d'Este in Ferrara[158]
Ill. et Ex. Sig. colendiss. — Fui alla comedia domenica sera, et feceme intrare Monsig. de' Rangoni[159] dove era Nostro Signore con questi suoi Reverendissimi Cardinali gioveni in una anticamera di Cibo[160], et lì pasegiava N. S. per lassar introdure quella qualità di homini li parea; et intrati a quel numero voleva S. Santità, se avviamo al loco de la comedia, dove il prefato N. S. si pose a la porta, e senza strepito, con la sua benedictione, permesse intrare chi li parea; et introssi ne la sala, che da un lato era la sena et da l'altro era loco facto de gradi dal cielo de la sala sino quasi in terra, dove era la sedia del Pontifico: quale, di poi forno intrati li seculari, intrò et posesi sopra la sedia sua quale era cinque gradi alta de terra, et lo seguitorno li Reverendissimi con li Ambasatori, et da ogni lato de la sedia si poseno sicondo l'ordine loro. Et seduto il populo, che potea esser in numero de dui milla homini, sonandosi li pifari, si lassò cascare la tela, dove era pincto Fra Mariano[161] con alcuni diavoli che giugavano con esso da ogni lato de la tela, et poi a mezzo de la tela v'era un breve che diceva: Questi sono li capreci di Fra Mariano. Et sonandosi tutavia et il Papa mirando con el suo occhiale la sena che era molto bela, de mano de Rafaele, et representava bene per mia fe forme[162] de prospective, che molto forno laudate: et mirando anchora il cielo che molto si representava belo, et poi li candeleri che erano formati in litere, che ogni litera substenìa cinque torcie, et diceano LEO X. PON. MAXIMVS, sopragionse el Nuncio in sena, et recitò l'argumento, in demostrare che Ferrara era venuta lìe sotto fede de Cibo per non tenersi de minor vaglia di Mantua, che era stà portata l'ano passato da S.a Maria in Portico[163]: et bischizò sopra il titolo de la comedia, che è de' Suppositi, de tal modo che 'l Papa ne rise assai gagliardamente con li astanti; et per quanto intendo se ni scandalizorno Francesi alquanto sopra quelli Suppositi[164]. Se recitò la comedia et fu molto bene pronuntiata; et per ogni acto se li intermediò una musica de pifari, de cornamusi, de dui corneti, de viole et leuti, de l'organeto che è tanto variato de voce che donò al Papa Monsig. Ill. de bona memoria[165], et insieme vi era un flauto et una vece che molto bene si commendò. Li fo ancho un concerto de voce in musica, che non comparse per mio iuditio cossì bene come le altre musice. L'ultimo intermedio fu la moresca, che si representò la Fabula de Gorgon, et fu assai bella; ma non in quella perfectione ch'io ho visto representare in sala de Vostra Signoria; et con questa se finè: et li audienti si comentiorno a partire, e in tanta presia et calca, che per mia sorte fui spinto a traverso una bancheta, et portai pericolo de non rompermi una gamba, de modo ch'io fui necessitato dire: guarda la mia gamba; et lo replicai più de quatro volte. Al Bondemonte[166] fu data una grande ciucata per uno Spagnolo[167], et in quello che esso comentiava a menar pugni contra lo Spagnolo palafrenero, fui adiutato a livarmi: ma certo è ch'io passai gran pericolo de la gamba; et ne havi da Nostro Signor recompenso de una larga benedictione, con una bona ciera. Et passati ne le camare ove eran preparate le tavole de la cena, me incontrai in Monsignor de' Rangoni et Salviati ch'io era con il Nuntio venuto de Madama[168] che si chiama Lanfranco Spinola: et il prefato Rangoni me disse: «La vostra fè rara[169].» Et io respondendoli: «Molto bene, Monsignor, la fede rara è quella che è preclara et pretiosa.» Et alhora Salviati disse: «Lui dice el vero, tanto più che le belle inventione vengono da Ferrara.» Et alhora parlàmo de Mess. Ludovico Ariosto, et quanto vale in questa arte. Dipoi se retiràmo il prefato Mess. Lanfranco et io; et parlando de questa comedia, si dolea che a la presentia de tanta Maestà si recitasseno parole che non fosseno honeste; et invero in quel principio gli sono alcune parole rematici. Esso con M. Poitom et un altro francese andorno a cena con il Bondemonte; et benchè il Bondemonte invitasse ancho me in quel instante cossì là, deliberai refiutarlo et andarmine a la mia ceneta. Il giorno avante de quella sera si corsero li cavalli, et poi comparve una compagnia de gieneti, capo Mons. Corner, vestiti a la Moresca variamente, et dipoi un'altra tuta a la Spagnola vestita de raso alesandrino con fodra de cangiante capino et saio, capo Serapica[170] con molti camareri al numero questa de vinti cavali, a la quale el Papa havia donato per ciascuno quarantacinque ducati; et certamente che era bela livrea con stafieri et trombeti vestiti de quelli medesimi colori de seda: et gionti in piacia comentiorno a due a due a correre verso la porta del palazo ove stava il Papa ad alcune fenestre: et facta questa corsa per ambe le compagnie, la Serapica se ritirò da l'altro lato de la piacia et la Cornera verso San Pietro. Et la Serapica prese le cane, et vene ad assaltare la Cornera che havea anchora lei le cane, et slanciate le cane la Serapica contra la Cornera, essa poi la inseguitò con le sue cane: et cossì ferno per volte assai l'uno contra l'altro, che era piacevole vedere et non pericoloso, et eravi de molto belli cavali et cavale gienete. Il giorno seguente se travagliorno con li tori, et io era con il sig. Mess. Antonio, sicondo scrissi, et si amaciorno tre homini, et quatro feriti da li tori, et cinque cavali forno feriti et dui ne sono morti; et fra li altri un de Serapica che era belissimo gineto, et lui fu butato in terra et passò gran pericolo, perchè il toro vi era intorno, et se non fosse stà stimulato con ferite non se gli levava da presso, che lo amaciava. Et intendo che 'l Papa dicea, povero Serapica, et molto si dolea. Li morti forno portati in campo sancto per mundarvi (sic) le osse. La sera intendo si recitò una certa comedia de un frate, el quale havea facto Uno arboro de male (?)[171], et per non esser successa a molta satisfacione, il Papa in cambio de Moresca fece balciar questo bom frate sopra una coltra, et dete una gran panciata sopra el tabulato de la sena. Dipoi li fece tagliar tute le strenghe intorno et tirare le calcie a li calcagni, et il bom frate ne morsicò de quelli palafreneri tre o quatro de mala sorte, et fu necessitato tandem a montar a cavalo[172], et cum le mane li forno date tante sculaciate che, siccomo mi è referto, li sono bisognate molte ventose et su la schena et su le chiape, et stassi in lecto et non bene. Dicesi che 'l Papa lo fece fare in exempio de altri frati a ciò se levino de pensier de non farli veder sue fraterie. Pur questa Moresca lo fece assai bem ridere. — Hozi veramente si è corso a l'Anelo denanti la porta del palazo, stante il Papa a quelle finestre, et con li prezi già scripti, adiunctoli urinali; et poi si sono corsi li bufoli, che è gran piacere a vedere quelle bestiacie correre, che per un poco vano in anti et poi tornano a drieto, et quando giongeno al palio, inanti lo possano tocare, li vol del tempo assai, chè mo vanno un passo inanti et quatro in drieto, et de modo sterno in contrasto a quella asesa, che l'ultima vi gionse fu quella andò inanti et have il palio, et forno in numero diece, et per mia fe che fu gran solazo. Me ritirai poi a casa de Bembo[173], et visitai Sua Signoria, che vi era lo episcopo Bajosa[174], et non si parlò se non de mascare et cose piacevole: et ancho si parlò quanto bene et vertuosamente V. Ex. fa instituire li figliuoli: et molto lauda V. S. il prefato Mess. Pietro, et dice esservi gran servitore. Altro non ho; et per esser la sera de carnevale son stato in questa cianciarìa; et a V. S. humilmente sempre mi raccomando: che 'l Signor Dio la conservi felicissima.
De Roma, adì VIII marzio M. D. XVIIII, hora 4ª noctis.
De V. S. Ill.
Servo
Alphonso Pauluzo.
Fuori — A lo Ill.mo et Ex.mo S.r mio col.mo il Sig. Duca de Ferrara.
Documento XVII
Supplica ad Ercole II Duca di Ferrara
Ill. et Ex. Sig.
Expongono a V. Ex. li fedelissimi sudditi et servitori suoi Gabriele, Galasso, Alessandro fratelli, et Virginio lor nepote de li Ariosti, che essendo sin de l'anno 1519 morto mess. Rainaldo lor fratello consobrino, et essi rimasi suoi heredi ab intestato, con l'altra eredità, come di cosa sua, pigliarono pacifica possessione d'alcune terre arative, prative et d'altra sorte, poste nel territorio di Bagnolo, quali, già molti et molti anni sono, furono concesse a livello da l'Ill. duca Hercole avo di V. Ex. a mess. Francesco Ariosto scalco alhora di sua Ill. S. et padre di detto mess. Rainaldo. Et essendo stati già parecchi giorni in quieta possessione di queste terre, dal quondam mess. Alfonso Trotto alhora fattore generale, forono, senza nessun colore di ragione, de facto et ingiustissimamente non solo spogliati del possesso di detti beni, ma insieme con quelli de i frutti anchor ch'erano avulsi a solo alla morte di mess. Rainaldo. Onde di ciò dolendosi i poveri servitori all'Ill. padre di V. Ex., et supplicandogli, che poi che dal suo fattore era stato lor fatto così expresso et manifesto torto, si degnasse dare loro qual si volesse altro giudice dal fattore in fuori, dinanzi a cui s'havesse a conoscere et decidere di ragione questa causa, non potero ottenerlo; anzi Sua Ex. gli rimesse pur a detto fattore. Onde non potendo essi farne altro, forono sforzati cominciare la lite in Camera, dove fu agitata, et instrutto il processo, publicati li testimonij, et condotta la causa sino alla sententia: alla quale instando essi, il fattore per l'odio che portava gratis a mess. Lodovico, et per rispetto di lui a tutti gli altri presenti fratelli, non comportò mai che se ne potesse vedere il fine; ma quando con una cavillatione, quando con un'altra, maxime allegando l'absentia di mess. Ludovico Cato consultore de la Camera, che la maggior parte di quelli anni stette sempre hora appresso 'l Papa, hora l'Imperatore, et ultimamente oratore appresso il Re christianissimo andò sempre diferendo questa expeditione ingiustissimamente, et con extremo danno de i poveri supplicanti. Quali veggendo apertamente inimico alla lor giustizia colui a chi erano sforzati domandarla, hanno lasciato passare molti anni senza instare più per la expeditione di detta causa: et se in questo tempo pur hanno in essa processo a qualche atto di ragione, è stato più tosto per tenerla viva et in memoria del mondo, che perchè ne sperassero nessun bon fine.
Non sono però mai stati senza speranza che'l tempo apportasse un dì occasione, che le sue ragioni havessero ad havere più giusto et benigno giudice che alhora non haveano. La quale poi che finalmente è giunta, et che V. Ex. non meno per merito de le sue infinite virtù che per debito de la paterna successione et primogenitura è collocata nel suo ducal seggio, ricorrono a lei come a desiderato et lungamente aspettato lor refugio i servitori presenti, supplicandola che non voglia più comportare che siano, come sono stati già quindeci anni, stratiati et menati in lungo da le cavillationi et calumnie si del Fattore passato come d'altri procuratori, notari et agenti de la sua ducal Camera; ma si degni commettere per suo rescritto alli presenti Mag. suoi Fattori et altri a chi spetta, che reiecte le cavillationi et calumnie, debbano finalmente con effetto et con celerità terminare pro iustitia detta causa, attento che già più anni sono si trova instrutta, publicati li testimonij et fatto ciò che è da fare.
Il che essi riceveranno in singolar gratia da lei, la quale Dio lungamente conservi in quella felicità ch'ella stessa desidera.
Factores generales supplicantibus justitiam faciant, causamque ipsam expediant, reiectis calumniis et cavillationibus quibuscumque. Ita ut supplicantibus ipsis iusta querela locus relinquatur.
XXIII decembris 1534.
Bartholomeus Prosperi.