SONETTI ATTRIBUITI A CECCO D’ASCOLI
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I LA PIETRA FILOSOFALE[218]
Chi solvere non sa nè assottigliare, Corpo non tocchi nè argento vivo, Per chè non può lo fixo e ’l volativo Tenere a chi non sa de’ dua un fare. Fatelo adunque stretto abbracciare Con acqua viva et sal dissolutivo, Ter bene coque pian sì che sie privo Della terra mama la qual lo fa celare. Allor vedrai fuggir la nocte obscura Et ritornar lo sol lucente et bello Con molti fiori ornato in sua figura. Questa è la preta, questo è quello Delli fisici l’antica scriptura Che ’n sulla ’ncudin batte lo martello.
II A MESSER CINO DA PISTOIA[219]
Di ciascheduna mi mostra la guida Per qual vertù si move mia favella, Et poi la sesta spera ognor mi affida Tenendo la bilancia in man per ella. Il terzo cerchio ’l cor mena et appella, E l’amorosa fiamma che v’annida Del dolce dire Apol ve rinnovella, Che par che sua vertù con voi divida. Ciascun de questi corpi per voi impetra Salute et fama, et non ricchezze nove Or non lasciate ’l fior che frutto move. Pistoia per sua parte non si spetra Girando ’l cielo per questi anni nove, Dico se la pietà ciò non rimove.
III A MESSER CINO DA PISTOIA[220]
La ’nvidia a me à dato sì de morso, Che m’à privato de tutto mio bene, Et àmmi tratto fuor d’ogni mia spene Pur ch’alla vita fosse brieve il corso. O messer Cino, i’ veggio ch’è discorso Il tempo omai che pianger ci convene, Poi che la setta che ’l vizio mantene Par che dal cielo ogni ora abbi soccorso. Veggio cader diviso questo regno Veggio che a ogni buon convien tacere, Veggio quivi regnar ogni malegno; E chi vi vuol suo stato mantenere Convien che taccia quel che dentro giace; Nell’alma, guerra, e, nella bocca, pace.
IV A DANTE[221]
Tu vien da lunge con rima balbatica, La più che udrò per infino che vivero, Chè, se venisse ove nasce il pivero, Si basterebbe ad aste alla sua pratica Se stai fra gente ch’è sempre lunatica Leggere ti convien siffatto livero, Che tu possi notar quel ch’io ti scrivero, S’tu vuo’ asseguir da Dio virtù Dalmatica. Non star con lor con vita melanconica, Usa cautela e spesso la ricapita, E sappiti mostrar Francesco e Rodico. Va, come ti convien, diritto e clodico. Capiterai, come quei che ben capita, Più chiaro assai che la preta sardonica. A me la tua parola stretta legola, E tu la mia non la tenere a begola.
V A FRANCESCO PETRARCA[222]
Io solo sono in tempestati fiumi E rotte son le vele del mio ingegno; Non spero di salute omai più segno, Che ’l tempo ha variato li costumi. Di grande altezza vengono i gran tumi; D’extremo riso vien pianto malegno; Non è fermezza nel terrestre regno; Passano gli atti umani come fumi. La guida che fu mia sanza sospetto Col dolce inganno m’à fatto infelice, E vo’ traendo guai sotto il suo velo. Di lagrimar e di sospir m’aggelo, Chè più non son quel Cecco che uom dice, Avvenga che somigli lui in aspetto.
VI A FRANCESCO PETRARCA[223]
I’ non so ch’io mi dica, s’io non taccio; Cieco non sono, e cieco convien farme: Per mia salute io ho renduto l’arme; Chè meno stringo quanto più abbraccio. Ma io vivendo [ognor?] nell’empio laccio, Levando gli occhi [mie]i non so guidarme, Nè posso ormai del bene contentarme, Sì m’arde e strugge sempre il freddo ghiaccio. Sì ch’io ridendo vivo lagrimando, Come fenice nella morte canto. Ahimè! sì m’ha condotto il negro manto! Dolce è la morte, po’ ch’io moro amando La bella vista coverta dal velo, Che per mia pena la produsse il cielo.