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L'Acerba

LIBRO SECONDO‍[42]

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LIBRO SECONDO‍[42]

CAPITOLO I

Torno nel campo de le prime note. [L. c. 12] [C. c. 11] Dico che ciò ch’è sotto ’l cel creato Depende per vertù de le so rote. Chi tutto move sempre tutto regge, De fin el moto principio e stato In ciascun celo pose la sua legge. Son li celi organi divini Per la potenzia de natura eterna, Che in lor splendendo son de gloria plini. In forma del disio innamorati Movendo così ’l mundo se governa, Per questi eccelsi lumi immaculati. Non fa necessità ciascun movendo, Ma ben despone creatura umana, Per qualità qual l’anima seguendo, L’arbitrio abbandona e fasse vile Serva e ladra: de vertute strana Da sè despoglia l’abito gentile. In ciò peccasti florentin poeta,‍[43] Ponendo che li ben de la fortuna Necessitati siano con lor meta. Non è fortuna che rason non venca; Or pensa Dante se prova nessuna Se po’ plù fare che questa svenca. Fortuna non è altro che desposto Celo che dispone cosa animata; Qual desponendo, se trova l’opposto. Non ven necessità col ben felice, Essendo in libertà l’anima creata, Fortuna in lei non po’ se contradice. Substanzia senza corpo non receve Da questi celi, però l’entellecto Mai a fortuna subiacer non deve. Se foi desposto e foi felice nato E conseguer dovea el grand’effecto, [L. c. 12 t.] Io posso non voler e esser da lato; Che ’n sua balìa ha l’alma so volere: L’arbitrio lo acquista lo so merto, Non po’ necessità in lei cadere. Or se fortuna l’anima così spoglia, Già seria Deo iniusto scoverto,‍[44] Se per altro non poter ne mena doglia. Non val ventura a chi non s’affatiga, Perfecto bene non s’ha senza pena, Fasse felice chi vertù investiga: Ma chi ch’aspetta la necessitate Del ben che la fortuna seco mena, Pigricia lo comanda a povertate. Fortuna per rason se augumenta, E plù felici se fanno l’effecti, Quando ’l volere natura argumenta. Nasse onne pianta per natural moto. Non coltivando mai fructi perfecti Non fa nel tempo. Ciò se mostra noto. Così la rea ventura a l’alma bella Tolle la morte da l’impia carne, Se ’l mal pur contradice e sta rebella. Rompese qualità per accidenti, Non che ’l subiecto de l’esser se scarne: Dell’unta calamita ti rammenti; Chè non tira ferro se non è assutta L’umidità che sua vertù resserra; Così fa l’anima quand’è donna tutta. Destruge qualitate viciosa, Sì che nel male l’anima non desserra, E tira nel bene la vita dampnosa. Contra fortuna onne om’ po’ valere, Seguendo la rason nel so vedere.

CAPITOLO II‍[45]

Per grazia de l’umana creatura [L. c. 13] Deo fe’ li celi col terrestro mondo, In lei creando divina figura, A someglianza de soa forma degna, [C. c. 12] Ponendola ne l’orizzonte fondo, Ove se dampua over se fa benegna. Movendo queste benedecte spere De l’umano seme, se forma ’l subiecto; De tutte la potenzia lì ne fere. Prima el core nel concepto nasce,‍[46] L’altre doe prime pone ’l ceco aspecto, Ma pure nel cor lo spirito se pasce. Lo spirto che fo del patre messo, Per le ferventi stelle del Leone, Forma le membre, movendose spesso. Da questo nasce lo spirto animale E naturale de sua perfeczione; Passano in acto sotto le prime ale. Dodece parti de l’octava spera Sono cagione de le nostre membra, Ciascuna del creare è forma vera; In lor fa qualitate et accidenti; Per la vertù divina se remembra De la soa parte cum acti lucenti. Quando tu vedi questi zoppi e scombi, Impio fo lo signo de la parte, Et anche questi con li flexi lombi. Defecto corporal fa l’anema ladra, In peggiorando, dico, le lor carte; [L. c. 13 t.] Sono soperbi de la mala quadra. De doplo sceme se fan corpo umano Le vestite ossa de la carne pura: Ciò fa el superchio de lo tempo sano. Lo spirto del patre, che nel sperma, Sempre operando, le membra figura, Le molle parte per potenzia ferma. De lo soverchio che da donna move Pascese creatura, non per bocca; E ciò se mostra per l’antique prove. Per l’ombelico va ciò che nutrica, [C. c. 12 t.] Stando ligato sì che le vene tocca. Or scolta como sta nel corpo implica. Sta genuflexa con l’arcato dosso, Le mani ten a le gote in fra le cosse Sopra le calcagne, como veder posso; Verso de noi son le spalle volte; Così natura informa le mosse, Per più salute de le membra raccolte. In questo tempo non macula specchio La donna ch’al soverchio se devide. L’una nutriga, lassando lo vecchio. Natura l’altra manda a le mammille, Per le doe vene che de ciò son guide, Nel tempo in blanca forma, sì che stille. Septe recepti per ciascun planeta Sono ne la matre, però septe nati Nascer posson, como vidi a Leta: Questo adovenne per lo molto seme, Et anche per li signi geminati, Quando li lumi si vingon inseme. Nel nono mese ven nel mondo lustro Per la vertù che signoreggia Iove; Perchè de septe vive, mo’ te mustro: La luna in questo mes’ha signoria, Benignitate in creatura plove, [L. c. 14] Natura confortando tutta via. Ma, ne l’octavo, chi che nasce more, Chè lo signoreggia quella stella trista, Che per fredezza tira l’anima dal core. Ciascun planeta spira nel so mese, Fin che vene a luce la creata vista; Così natura in ciò l’ordene prese. Quando concepe, la matre se strenge Ch’entrarve non porìa na ponta d’aco; Così Saturno sua virtù gl’impenge. Ben se po’ aprire per novo disio, Como addevenne a Leta del Laco, Che fè do nati là ov’era io: Uno nel nono, l’altro lo fe’ nel dece; Qual foe concepto nel tempo serato, Quando a la voglia sua sodesfece. Per gran voler de l’acto carnale Se gemina ’l concepto già creato, Quando a la donna ben d’amor l’encale. El nato porta de lo patre semiglia, Quando ’l sceme de la donna è vincto; Intanto nasce la viril famiglia. Ciò se converte dal contrario senso, Quando el nato è da parenti spinto E ’l doplo sperma fo dal celo offenso. El forte imaginar fa simel vulto Quando la donna, nel desìo d’amore, Tenendo l’omo ne la mente occulto, Simele celo fa simele aspecto, Natura se non perde ’l so valore; Lo imaginar fa caso e vede affecto. La tarda stella la memoria pone Nel concepto; è Iove per lo qual cresce, Mercurio move lo acto de rasone, Marte ne forma l’impeto con l’ira, El terzo cielo l’appetito mesce, [L. c. 14 t.] Lo primo spiritello lo Sol ve spira, La Luna move natural vertute, Ciascun pianeta con l’octavi lumi Dispone ’l mondo con le lor vedute. Onne creato se corrumpe in tempo. Passano l’acti umani como fumi; Chi ne va tardo e chi ne va per tempo. Tu vidi bene como in questi celi Movendo, creatura per sè produce In acto umano: ciò tu non me celi. Conven ormai che dei segni certi [C. c. 13 t.] Tu veggi lo iudicio de la luce; Po’ che seranno li occhi nostri esperti, Noi cantaremo de le donne sancte, Lor diffiniendo perchè, como e quante.

CAPITOLO III‍[47]

Mostra la vista qualità del core, Lagreme poche col tracto sospiro, Col pietoso sguardo che ven d’amore. Cambiar figura con acti umili, Poco parlare con dolce remiro Segni perfecti son d’amor non vili. Crispi capilli con l’ampiata fronte Con li occhi piccinini posti dentro Memoria e rason con lor son ionte: Fanno desdegno ne l’anema superba, Et onne sottil cosa mira al centro [L. c. 15] Ma pur de umilità se mostra acerba. Non te fidar de le iuncte ciglie, Nè de le folte se guizza la luce, Chi che le porti guarda non te piglie. Impio, d’animo falso, ladro e fello Col bel parlare so tempo conduce; Rapace lupo con vista d’agnello. Non fo mai guercio con anima perfecta Che non portasse de malicia schermo, Sempre seguendo la soperba secta. Li occhi eminenti in figura grossi, Li occhi veloci con lo sbatter fermo Matti e falsi de mercede scossi, La impia fortuna d’aquilino naso Viver desìa de lo bene altrui, Onde de morte vene l’impio caso E l’è magnanimo for de pietate, Sempre deserve et non guardando a cui Vive come fera senza umanitate. El concavato et anche ’l naso fino [C. c. 14] Ciascuno ad luxuria s’accosta Più del secundo, dico, che del primo. Chi l’ha sottile e nell’extremo aguzzo, Over rotundo con l’ottusa posta, Movese a ira ’l primo che me cuzzo. L’altro è magnanimo e de grave stile. Soperbo è chi possede l’ample nare E l’ample oregle de bestia simile: Così le labre grossa chi demostra. Chi l’ha sottili e de bellezza care Serà magnanimo per scienzia nostra. Mostrase audace chi ha li denti rari, Concupiscenzia ten carnosa faccia E forte teme piccolini affari. Chi che possede la sua vita macra, Con la sollicitudine s’abbraccia, [L. c. 15 t.] E non l’abbandona como cosa sacra. Chi che l’ha grande, ben se mostra tardo Ne li soi moti: de ciò ben t’accorgi: Piccola faccia, te poni a reguardo; Che raro ne foe nulla liberale E timida se fa, se tu li porgi: Nel mondo non fo mai si nov’animale. Vista dolente e lintiginosa, Che par traslata col beato aspecto, De l’altrui male se fa graciosa. Non fe’ mai tanto el populato Gracco (?) Che questo plù non faccia ne l’effecto; Iuda tornasse, non li darìa scacco. Li omini che hanno lo curto collo, Pelosi per natura como lupi, Non basterebbe la virtù d’Apollo A solvere lor ditti senza norma E senza modo de malicia cupi: Con lor gridar la contrata storma. E grosso collo de fortezza è segno, [C. c. 14 t.] E imbecille como sottil legno: Sottile e longo fa timido l’omo; El grande quale non ten troppo de grosso Magnanimo se mostra: tu entendi como; Ciò ch’io penso, qui dirte non posso. L’omo guardando in terra, che va chino, O ell’è avaro o de sottil ingegno. Or me conven lassar questo cammino. De corporati segni e aver modo, Sì como intendo ciò ch’io desegno, È questa cognoscenza como lodo. Iudicio procede da savere, Cum scritta legge receve repulsa Ecceptuando ’l singular vedere. Per una vista iudicare ’l facto Sentenzia da vertute se resulta Erro e rasone se corrumpe ’l pacto. Non iudicare, se tu non vedi, E non serai ingannato se ciò credi.

CAPITOLO IV‍[48]

Vertù s’acquista per raggio de stella, Non dico ch’a noi sia naturale, Ma in quanto se despon l’anima bella Ad conseguir el vertuoso bene. Fugendo per rason l’impio male Desposta creatura in acto vene. Se per natura la vertute fosse, Como la terra a la gravezza soa, Che mai per soa natura sè non mosse, In ciascun tempo seria l’om beato, Se al natural pon la mente toa: Non se costuma nel contrario lato. Abilitata l’anima e desposta Da questi celi elege el ben perfecto, E plù leggera con vertù s’accosta Non che ciascuno non possa seguire [C. c. 15] Per so voler de vertù l’effecto, Ma non desposto plù li po’ languire. Donqua, vertù è abito electivo Che sta nel mezzo de do parti extreme, Onde procede el bene effectivo. E quel che senza ’l mezzo contradice, Che l’una de le parti sempre preme, [L. c. 16 t.] Per lui se priva tutto ’l ben felice. Questa radice con li sancti rami Già fo plantata ne l’umano sangue, Quando se andava per li diritti trami; Ma ’l tempo ha variato li costumi De gente in gente, sì che virtù langue Nel ceco mondo con li spenti lumi. Quest’enno le scale de nostra gravezza A sormontare sopra tutti celi, Ire mirando l’eterna bellezza; Ma ’l vizio che tutto ’l bene desface Del mondo nostro cum l’aguzzi teli Da voi il tolle l’una e l’altra pace. El tutto ne le parti se divide: Questa è la vertute diffinita, Che sotto lei ciascuna s’asside. Conven ch’io canti de la iusta donna In prima, po’ de l’altre de la vita; Per più vedere la toa mente sonna E mira ne l’aspecto de costei Che tanto piacque sempre a l’occhi miei.

CAPITOLO V‍[49]

O guida sancta de queste altre donne Le to belance con la spada nuda Sono nel mondo perfecte colonne. O desolata terra, o posta a guai, Che toa bellezza mirando refuda, [L. c. 17] Soa trista plaga non sanarà mai. Verrà ’l diviso, povertate e fame, [C. c. 15 t.] Ploverà sangue sopra campi et erbe, Pararà che ’l celo la vendetta clame. Seranno li iusti oppressi da tiranni, Bagnando ’l viso de lacreme acerbe, Per la tristezza de l’impii affanni. Però vedemo le città deserte Con basse mura a l’ombra di boschi, Che già fo tempo ch’erano ben erte. Non forno fundate ne la iusta petra Come Pistoia, terra di Toschi, Che peste nascerà de sua faretra. Però diritto iudicate, o vui, Con li volumi de Cesare Augusto, Ch’a tutti specchio sia la pena altrui. Non provocate ad ira li alti poli, Ponendo man ne lo sangue iusto, Ch’a stento caccia li nostri fioli. Fanno nel mondo paterni peccati E le acerbe uve de lo tempo antiquo Plaga cadere ne li iusti nati; Ma li occhi cechi che non vego ’l fine, Per lo volere del disio iniquo, Non reguardando le cose divine. Onne peccato ha limitata pena, E più gravosa quant’è più lontana, Contra vertute, lasso, chi ne mena?‍[50] Non altro che l’inordinata voglia, Per qual s’attrista la natura umana Nel tempo che del dolce sente voglia. El iudicare con l’impii scripti, Che fanno lacrimar li occhi innocenti E lor fanno de povertate afflicti. Mover da celo fa la iusta plaga, Iustificando queste grave genti, [L. c. 17 t.] Ciascun movendo ch’a vertù se traga, Pe l’orfani vedoe e pupilli [C. c. 16] Clamando deo ne l’amaro planto, Stirpando con le mani li lor capilli. Sì como iusto prende lor balestre, Sedendo soli e afflicti tanto, Como columbe ne le lor fenestre. Ma sopra terra l’impio tenere, O voi, con la milicia pomposa, Faite nel mondo l’anima virtuosa. Faite a la croce novo desplacere Non librate chi è degno de morte Sì che non planga ne l’eterna sorte. Questa vertute ven dal quarto celo, E como ’l sole illuma l’orizzonte, Così fa questa con lo iusto zelo, Illuma ’l mondo, dando a ciascun so merto Et pena vendicando sopra l’onte, Per lei el mondo sta che non è deserto. Iusticia non è altro, a meo vedere, A ciascun tribuendo soa rasone Che fermo con perpetuo volere È iusto quel che vive onestamente, Altrui non offende nè fa lesione, A ciascun dà so merito puramente; E questo porta le trumfe olive E ne l’eterna pace sempre vive.

CAPITOLO VI‍[51]

O Colonnesi, o figlioli de Marte,‍[52] [L. c. 18] Toccaste ’l celo con l’armata mano, Che sempre sonarà per onne parte. Subita spada con gigliato grido Faravve onnora nel terren romano Tenere all’inimici lo becc’ al nido. De gente in gente pur la terza foglia De la colonna serà posta in croce. Tornando el celo ne la prima doglia Non perderà la gloria del so nome, [C. c. 16 t.] Pur resurgendo di tenebre a luce: Qui non è loco de dirvi come. O figurati‍[53] de la forte donna, Firmi e constanti ne li tempi pravi, Senza temere sta vostra colonna, La qual pur vignirà nel degno merto, Aprendo el celo con le iuste clavi De dirne qui del quando non sum certo. Dal Marte vene la fortezza umana, Quando se mostra soa benigna luce, Che sotto l’Ariete s’entana. Omo desposto dal soperno lume Legeramente a lo ben s’adduce, Se non l’offende el paternal costume. Che la villana natura paterna, Che passa nel fiol naturalmente, Repugna a l’influenzia superna. Pono ch’ensceme sian doi creati: L’uno è gentile, l’altro è de vil gente, Sotto una spera, in un grado nati. Mostre el celo che debia conseguire Ciascun de dignitate la corona: Ciò ben serà secondo ’l me sentire De nato de l’exelso re Roberto, Che ’n gentilezza molto l’un sperona, A conseguir lo cel che l’ha coverto. [L. c. 18 t.] Serà questo altro sopra so legnaggio. Sì como rege fra li vili parenti, Chè cel non po’ levar plù so coraggio. Cosa desposta fa nel celo aiuto, Se deversi effecti te rammenti; L’acqua lercera desecca e fa luto. Fortezza non è altro diffinita Ch’animo constante de paura In ne l’avverse cose de la vita. Non è vertute prodezza sforzata, [C. c. 17] Quando de morte vedem la figura, Se l’alm’è in soa defensa donata. Maior prodezza tegno lo fuggire Quando abesogna, che noe lo stare Sol per ’vitare l’acerbo morire. Sempr’è fortezza col iusto temere. Ma chi che vole la vita abandonare, Già non è forte: dico, in mio vedere. Ma alla fortezza, tegno, vertuosa, Che per tre modi l’om s’abandona, Che fa nel mondo la vita famosa: Prima, per non recever desenore, Ne le so cose pone la persona E per soa terra conservando onore; Ma li occhi mei ben se ne son accorti, Che pochi son nel mondo questi forti.

CAPITOLO VII‍[54]

Non è vertù là ov’è el poco ingegno. [L. c. 19] Or fuga l’anima mia el penser vile Che ’l qual’è grande, chè questo fa degno. Prudenzia, dico, over discrezione Altro non è, secondo ’l nostro stile, [C. c. 18 r.] Che ’l ben dal male descerner per rasone: E la memoria del tempo passato E provedenza de quel ch’ha a venire Conserva l’omo nel felice stato. Da questa de saver la fonte nasce Che fa la vita benigna finire, Quando la mente de so amor se pasce. Questa natura vertuosa e bella Prende radice ne l’umana planta, Quand’è in so stato l’anima bella. Questa è la luce de saver umano, Che dona a l’alma conoscenza tanta, Che trae l’umanità dal penser vano. Plù val saver che tesor non vale, Ov’è savere ricchezza non manca Se l’alma te non sforza nel so male. Non vidi virtuoso mai perire Ma ben repulso de la contraria branca, Ov’è vertute pur conven salire. Non po’ morir chi a saver è dato, Nè vivere in povertà nè in defecto, Nè da fortuna po’ esser dampnato Ma questa vita e l’altro mondo perde Chi del savere ha sempre despecto, Perdendo ’l bene de lo tempo verde. Chi perde ’l tempo e virtù non acquista, Como plù ce pensa, l’anima plù s’attrista.

CAPITOLO VIII‍[55]

O madre bella, o terra esculana, [L. c. 19 t.] Sfondata fosti nel dopliato cerchio,‍[56] Sì ch’hai mutata toa natura umana.‍[57] L’acerba setta de le genti nove, Sì t’ha conducta nel vizio soperchio, Or te conduca quel che tutto move. Alteri occulti son li toi fioli E timidi in conspecto de le genti; Invidiosi son pur fra lor soli. O Esculani, omini inconstanti, Tornate ne li belli acti lucenti, Prendendo note de li primi canti, Chè da li celi siti ben desposti, Ma non seguite el ben naturale Del sito bello dove foste posti. Fra le vertute pur de temperanza Dovreste stare sotto le so ale, Ma nol possete se vizio avanza. È temperanza ferma signoria [C. c. 17 t.] E de li moti naturali è freno, Quando nel male l’animo pur disía. Move da Lione la dolce vertute, È ne l’umanitate plù e meno Secondo le beate so ferute. Ma chi refrena lo natural instincto Del vizio, che de qualitate vene, De sofferenza ben se mostra cinto. O quant’è bella, o quant’è gentile La mente che se conduce nel bene, Quando se vince ne l’affanno vile. Chi sè non vince non vincerà altrui De sì medesmo avendo ’l so valore: De questa oppinione sempre fui Ma chi sè vince in questi septi modi Ben è fondato nel divin amore. [L. c. 20] Dico de’ quali se m’entendi et odi. In giovenezza se vidi l’om casto, Et in allegrezza vidi l’om antiquo E largo in povertà che non porti asto. In ubertate anche chi ha mesura, Et in grandezza umilitate sico. E pacienzia nella ría ventura; E sofferenza ne li forti moti Del gran desio che ven nella mente. Or quisti sono dal vizio remoti, E desprezzando el mondo dolente; Or quisti sono immaculati e puri, Sempre seguendo li acti maiuri: Ne l’alto celo la vertù li mena, L’altri lassando ne l’eterna pena.

CAPITOLO IX‍[58]

Questa vertù che tanto onora altrui El terzo celo la forma ne li umani, Sì como nel crear fo posta in lui Volere col poder è bella vista, Larghezza vole se tena lontani E miri la soa graziosa lista. È largitate con mesura dare [C. c. 18 t.] A cui e quando e como se convene; Questa è vertute nel gentil affare. Ma chi che fanno contra queste note, A povertà conduceli la spene, [L. c. 20 t.] Se la fortuna varia le rote. È plù beato el dare ch’el recevere, E de vertute recevendo l’omo Quando e quanto dico como devere. Ma chi che pur receve e non vergogna, Et in lui non è defesa perchè e como, Contra vertute dì e nocte sogna. E vui, che date pur passando el modo, Or ve recordi che la fronte suda Del domandare poichè siti a sodo. La conoscenza in povertà è pena; Quel’è felice che vizio refrena, E plù dogliosa fa la vita cruda. O quanti amici, o quanti parenti Se vede l’omo nel felice stato, Non respirando li contrarii venti. Dura l’amore fin che dura ’l fructo, Che quanto l’om po’, tant’è amato Da queste genti col vedere structo. Tant’è l’omo, quant’è de vertute, E tanto quanto plù el se fa valere. O gente ceche con le menti mute Mirate che la milicia è desolata E senza onore, se non v’è podere: Plù che de vita, de morte è beata. Non retineti ne l’antica bursa Quel che misura vol che pur se spenda, Ch’a poco ven lo tempo de la cursa Con accidenti non pensati e pravi. Chi vole che la spera non li offenda Tegna misura con l’aperte clavi. Questa vertute degno fa ciascuno, E grazia possede in ciascun loco. Plù tosto dare che recever duno, Plù tosto soffrir che far vendetta: Questa è la carità col dolce foco Che de l’eterna pace el tempo aspecta; E fa nel mondo grazia possedere A chi con queste serva ’l bel tacere.

CAPITOLO X‍[59]

Da quant’è posta in croce questa donna Da li omini col falso iudicare, Perchè lo celo questi non profonna? Ove è conducta la noiosa vita, Solea nel tempo umilità regnare: Del ceco mondo par che sia smarrita. Quel è plù degno che po’ triumfare, Per lo diviso ch’è fra ’l nero e ’l bianco, Dando a li vicini le percosse amare. Deo prese al mondo la umilitate, Se ’l ve recorda de sanguigno fianco, Quando recomparò la umanitate. Segue ’l so fattor la creatura. Donqua se deve conseguir costei, Si como degna e beata figura; Chè chi se exalta fa depresso ’l volto, Cadendo sopra lui li tempi rei: Per plù soa pena regna l’omo stolto. Umilitate fa grazia seguire, Et a la summità de le vertute, Per nova cognoscenza, fa salire. Che sì como li auseli stringon l’ale, Per sormontare ne l’alte vedute, [L. c. 21 t.] Così te strenge se del ben te cale. Non fare como fa el villan grifango, Che nel gran stato fa nota superba E non se recorda del primo fango. De grande altura vengon li gran tumi, [C. c. 19 t.] E vidi umiliare la vista acerba, El tempo variando li costumi. Deve ciascun lo cor umiliare Al so fattore de l’eterna luce, A vertuosi la testa inclinare; A quilli che sono de povertate afflicti Umiliar l’audito a la lor voce, Sì como aviti ne l’antichi scripti. La Luna sopra questa vertù spira La qual refrena del voler l’altezza: Questa è umilità chi ben la mira. Subiecto e menor mostrase sempre A cui e quando deve e non sprezza, Abbandonando de virtù le tempre. La reverencia qual se fa al maiore, Onor ch’è testimonio de lo bene; Obedienzia qual se fa al signore; Gratificare ch ’l servir cognosce, Da l’umeltate ciascaduna vene. Così dal so contrario l’angosce. Questa vertute che dal cel descense, Fa pur beato chi con lei se strense.

CAPITOLO XI‍[60]

Move la castitate dal Saturno [L. 22] Fermezza, abstinenzia e misura, Che mostra l’alma bella con el so giurno. Grandezza d’animo per l’alta soa spera Se forma desponendo creatura In el so fermo segno, se li era. È castitate freno de rasone, E del carnal vizio le morse Strengendo natural complexione. La lingua refrenando, li occhi e ’l core, E sustinendo le subite corse, Del gran desio che nasce d’amore. O quanto è forte l’amorosa flamma [C. c. 20] Che ven da l’imaginar de cosa bella, Che per disio tutto ’l cor s’enflamma! Ben è plù casto, ben è plù beato, Se amor che nasce de simele stella Non rumpe l’omo po’ ch’è ’namorato. La castità perde soa radice, Per lo superchio de la plata gola, Che sempre ad abstinenzia contradice. Li occhi amorosi inseme reguardando, E l’occhio, che ten la vita sola, Fa pur languir l’anima sospirando. Ben è gran cosa se nel conversare De lo gran tempo non nasce peccato; Dico ch’è como morto suscitare. Però tu prendi la iusta baglia Contra ’l mal e pensa nel tuo stato, Lo qual non dura como ’n foco paglia. Constanzia è vertù che sempre adorna E ten le tempre fuggendo durezza, Che ’l fermo so voler mai non se storma Quando ’l voler la rason se vede. O quant’è bella cosa la fermezza [L. c. 22 t.] D’amor, caritate e dolce fede! Non chi comenza vederà salute, Ma dico chi è constante fin’ a la fine Serà beato ne l’alte vedute. Non aver fede ne l’omo inconstante Che n’è fondato ne le vertù divine, Unde procedeno le opere sancte. Abstinenzia è freno con le tempre Del fer voler con la gola giotta; Como vertute a lei s’oppone sempre. Questa vertute fa crescer la vita. Et accidenti pravi tolle allotta, Che venerieno con doglia infinita. Misura è modo de tutte le cose, [C. c. 20 t.] Schivando sempre tutto lo soverchio; Sempre nel mezzo questa vertù animosa. De tutte l’altre donne questa è nave E guida, reposando nel so cerchio, Pur combattendo con le donne prave. Grandezza d’animo s’è a conseguire Le valorose cose de lo mondo, E ne la vita de fin al morire. Non è magnanimo chi ne l’acti vili, Quasi temendo par che regga pondo, Cessandose con li occhi quasi umili: A le formiche già mai non fa guerra. Or prendi exemplo e guarda lo leone E l’aquila: le mosche non diserra. Così ’l magnanimo segue ’l valor grande, Ne l’acti vili l’animo so non pone, Ma pur le alte cose lo cor spande. Or le conserva queste sancte liste Chè qui te lasso, perchè voglio alquanto, Nanti ch’io canti de le donne triste, Veder che è gentilezza e chi è gentile; E mostrarote, nel seguente canto, [L. c. 23] Se nobele se po’ far chi è nato vile. Poi vederai queste prave donne, Per qual’el ben felice se nasconne.

CAPITOLO XII‍[61]

Provate celi la vostra chiarezza E correggete de questi l’errore, Che falsamente appellan gentilezza. Fo già tractato con le dolci rime‍[62] E diffinito el nobele valore Dal Florentino con l’antiche‍[63] lime. Ma con lo schermo de le iuste prove, Io dico contra de la prima secta E voglio che rason me ditto trove. È gentilezza de vertute forma, [C. c. 21] Che nel subiecto desposto s’aspecta, Quando el celo ha de qualitati l’orma. Se vertù fosse de l’antico sangue Forma saria ch ’l particular moto, Del vizio dunque perchè ’l nato langue. Già noi vedemo de secondi agenti E la lor natura l’effecto remoto, Li gran cattivi de gentil parenti. Donqua el celo con quieta luce Despone a gentilezza creatura, E per voler a l’opera s’adduce. Ven questo raggio dal secundo celo Che ten de gentilezza la figura, Per cui s’espone ’l mondo a questo zelo. [L. c. 23 t.] Ma se se giunge l’un con l’altro cerchio De sangue antiquo con l’excelso lume Gentil fa l’omo col valor soperchio. Ma ’l celo, illuminando el sangue novo, Non li po’ dare consimel costume, Como a l’antiquo: ciò de sovra provo. Ma qui me scrisse dubitando Danti:‍[64] Son doi fioli nati in un parto, E plù gentil se mostra quel de ’nanti; E ciò converso, sì como già vidi, Torno a Ravenna e de lì non me parto. Dimme Esculano quel che tu ne cridi. Rescrissi a Dante, intendi tu che legi: Fanno li celi per diversi aspecti, Secondo ’l me filosofo che pregi, Per qualitate le diverse mustre, [C. c. 21 t.] In un concepto, variati effecti, Secondo quelli ch’hanno l’alme lustre. Lo primo nato forma l’oriente, Et ine l’altro per vertù divina Inspirano le stelle d’occedente. Se ’l primo è vertuoso e l’altro vile, La prima parte nel ben fo latina; L’altra maligna po’ non è simile, Unde retorno e dico contr’a quilli Che dicono: noi semo gentil nati, Fedeli avemmo ben già plù de milli, In cotal monti for nostre castelle, Movend’el capo con li cigli arcati, Facendo de lor sangue gran novelle. Ciascun de questi renova soa vergogna, Tenendose gentil per li passati; Crede che sia vero chel se sogna: Non consequendo el ben de sangue antico, De desenore ha li occhi velati. Assai son quisti li qual non te dico. [L. c. 24] Non è piggior roncin che de destriero; Or prendi esemplo se un de la colonna‍[65] Lassasse li acti del sangue primiero. Cosa perfecta for de soa natura, Quando el so contrario se forma, Impia forma prende altra misura En gentilezza non per accidente. Quel’è gentil che per sè sa valere, E non per sangue de l’antica gente. Omo desposto in lui è naturale [C. c. 22] El conseguir del gentil volere, Non per ricchezza che l’è accidentale Per sè nullo accidente monstra effecto; Donqua ricchezza non fa l’om felice, Che po’ fuggire et esser nel subiecto. Ma como spira el sole el so splendore, E como pianta ne la soa radice, Vertù con l’anima ionse el so fattore. Ma la ricchezza a gentilezza face, E plù gentile se mostra l’omo; Ma chi ch’el so podere onnora sface E malamente soa ricchezza mena, Dar non possendo a cui quando e como, La conoscenza lo conduce a pena. È l’omo gentil, si como destengo Volendo queste secte contentare: Gentil de sangue fiol d’omo tengo. Gentil d’anima è figliol de Deo, E plù gentil non se po’ mostrare, Se non è pertinace fariseo. L’eterno Deo plù che l’om è degno Et plù che ’l sangue è l’anima perfecta: Ciò tu confessi come noto segno. Donqua è più degna la nobilitate De l’anima, che ’n vertù se delecta, Representando in sè benignitate, [L. c. 24.] Sonno dal celo potenzie già venute Che defferenza fanno fra l’umani, Secondo che ’l fa cerchio le so mute. L’om è gentil, quando è vertù in lui, [C. c. 22 t.] E tutti l’altri penser son vani, Che l’antica gente faccia bono altrui. Si como a luce se conosce ’l sole, E l’omo quando mostra e vertù cole.

CAPITOLO XIII‍[66]

Onne creata cosa vede ’l fine Salvo la mente ch’è ceca e avara, Che volta in verso Deo le flexe rine, Che quanto plù possede plù desia, Partendose dal ben de la vita amara, E si smarrisce la dritta via. O voi del Patrimonio e del Ducato,‍[67] Che presso siti a le romane coste, Vui siti pur subiecti a tal peccato. Ma incresieme de Riete e de Spoliti Ch’a poco tempo vederanno l’oste De negra gente con l’elmi politi. Se non prega la croce san Francesco, Che guardi Assisi de lo grifo bianco, Serà spelonca nel deserto fresco; E s’a Perugia la pena se allonga, Serà ferita ne lo lato manco, Per lo peccato vil de nova flonga.‍[68] [L. c. 25] Todi che tene le gonfiate vele, Ch’aspecta pur de l’aquila el volato Ordendo con la mente nove tele, Del so vicino vederà la piaga, Perdendo ’l sangue cum l’acerbo flato, Purchè ’l Saturno sopra ’l Marte traga. Io torno e dico de l’avara lista‍[69] [C. c. 23] Che de li mali è cruda radice, Che men possede, quanto plù acquista. Plù de valore è l’om senza dinari Che non è dinar senza l’om felice. O vertuosi, o nel mondo cari! Quanto plù plove, tanto più s’indura L’arena: è così lo avar coraggio; Plù possedendo, plù d’aver se cura: Sì nasc’e more l’avaro e l’omo stulto; Non po’ far bene, ma sempre dammaggio, Dico in manifesto et in occulto. Onne peccato invecchia l’umani; Pur l’avarizia ten le verde fronde E plù nel tempo de capilli cani. Opposto è questo vizio a largitate, Che sparse tanto ne la vita l’onde, Ch’io veggo desdegnare la pietate. Cupidità soperchia in acquistare, In onno modo pur che possa avere E retenendo quel che deve dare, Per quisti effecti l’omo ditto è avaro; Che ’n acquistare e ne lo retenere Non è misura nel so tempo amaro. In onne vicio la contraria stella Tu prendi con l’avaricia nota, Che lassa forma de la luce bella E fa in diversi tempi el bene e ’l male: Io dico variando la soa rota, Si como muta el corso naturale. [L. c. 25 t.] Li vicii li quali io noto scritti Tu poi sentire per l’opposti ditti.

CAPITOLO XIV‍[70]

O Roma, capo de l’acti possenti, [C. c. 23 t.] Quando retornerai nel primo stato, Serà la borsa giunta a li bisenti. Tenesti già lo fren de l’universo, Se te ricordi del tempo passato, Sì como del to segno dice el verso. Ma consequendo la superba vita, Li toi fioli t’han conduct’a tanto, Che par la toa memoria finita. Non serà mai boschi toa sancta terra, Ben sentirai de l’amaro planto; Ciò mostra ’l cel che sotto lui deserra. Per li peccati de la toa Romagna, Bagnato de lo sangue peregrino, El iusto cerchio sovra voi se lagna. Ma in poco tempo venirà ’l diviso, Che cacciarà el francesco lo latino, Per la soperbia nota del so viso. L’omo soperbo non po’ abitare In terra, e nel cel non po’ salire; Sempre demora nel gravoso affare. Consuma la soperbia le persone, Da lei procede el subito morire, Seguendo pur l’aspra opinione. [L. c. 26] Tre sonno le persone da spiacere: Lo povero soperbo et arrogante, Lo matto vecchio senza senno avere, Bugiardo ricco con soa onesta vista Che par che paternostri sempre cante. A Deo despiace troppo questa lista. Questa è radice de tutti peccati [C. c. 24] E fo dal primo, volendo la Sede, Quilli maligni spirti dampnati. Però plobe in terra questa iniqua secta, Da cui el male e inganno procede, E fan la vista de lo ben sospecta. Soperbia non è altro che volere Sovra de tutti esser tenuto, E quel che l’om non è volse tenere, Entrando ’nanti a ciascun omo bono; E pare a lui che non sia descaduto. Ten per negota che de gracia ha dono E differenzia de la gloria vana‍[71] Che questa dentro ten l’acerba norma Sovra de tutte tense la sovrana. Ma quisti, che del van son gloriosi, Voglion de laude manifesta torma: Mostrando forte, sonno desiosi. Essere ingrato da soperbia vene, Per questo se destrugge pietate; Chè non ha a mente lo passato bene. L’omo ch’ha vertute, se nel cor te poni, Como se spoglia de sua libertate, Tenendo a mente li passati doni. Deh! quanto nasce mal da l’omo ingrato, Che guasta per altrui l’om liberale, E per desdegno fa cader in peccato. Questa è la pena con sanguigno dolo, Quando per bene l’om receve male; El dolce patre parte dal fiolo. [L. c. 26 t.] Ma l’altrui male lo to ben non guaste, [C. c. 24 t.] El vizio la toa vertù desperga, Quando tu senti le soperbe taste; Che combattendo l’omo acquista onore. O quanto è degno che ’l soperbo merga, E senta pena de novo dolore. Che l’om soperbo deguasta le terre; Per lui ven piaga con l’accese guerre.

CAPITOLO XV‍[72]

O Bolognesi, anime de foco, A picciol tempo veneriti al punto, Che caderà Bologna a poco a poco. Or ve ricordi como el divin arco Onne peccato con la pena giunto Et aspectando assai plù se fa carco. De voi me dol che spero de venire Al nido che è fondà sotto la chioccia De le globate stelle, al mio parere. E po’ me doglio e piango de Fiorenza, Che, lagrimando, scordarasse Doccia,‍[73] Facendo li Lucchesi nova offenza. Or piangi Pisa con li sospir dolenti, Quando ’l triunfo de Montecatino E del francesco sangue te rammenti: El to valor conven che pur se spegna E caggia nel iudicio divino, Lassando ’l freno de la tua Sardegna. [L. c. 27] O Siena, posta sotto ’l bel sereno Conven che piangi per l’opposte case Guastandose el to dolce terreno; E tempo venirà che la Toscana Sentirà pena con le bocche passe [C. c. 25] Per lo despecto de natura umana. Tenete la luxuria vostra dea, E fate nel fattor le piaghe nove, Plù che non fece la setta iudea. Or reguardate alquanto pietate Che sovra voi le lagreme plove, Veggendo como ’l ben divin lassate. Destrugge le ricchezze e le persone La gola, la luxuria e le guerre Le femene con li occhi in ciò se pone. Consuma ’l corpo e l’aneme se manduca, Per lei me pare che ’l cel se serre E in desdegno l’alto Deo conduca. E l’enimico de l’umana gente Più che de l’altri vicii se gode, Facendose ’l peccato carnalmente. Et è rason che questo non po’ fare, Per soa natura non se po’ dar lode Ma tutti l’altri ben ponno operare. Lo spirito, che ten la vita, invola Offende e tolle vertuosa fama Che desonesta per lo mondo vola. Destrugge ’l senno, corrumpe la legge, Fa ne la mente de desio brama, Conturba sovra ’l cel che tutto regge. Da lui descende fera servitute Che legge impone a cui donna comanda, Stando subiecto a la carnal salute. O servi tristi, o companati schiavi, [C. c. 25 t.] Perchè l’atto carnal così ve affanna Che contra Dio ve fa cotanto pravi? [L. c. 27 t.] Deh! non credete a femena sciocca E non v’accenda soa finta bellezza, Ma resguardate como dentro fiocca. Miri la mente con li occhi cerveri, Che allora prenderete la vaghezza De lei, mirando li sciocchi misteri. E li occhi falsi, come l’ammaestra Nel pianto per formar maior obiecto Tragendo guai, li sospiri addestra, O quanto è ceco chi a femena crede! O quanto nasce pena da delecto Passando ’l tempo che lo ben non vede! Si como el fuoco non se po’ celare, Tenendolo celato nel so seno, Così non po’ mai l’omo conversare Con femena che non sia delitto; Chè sempre ha ’l core de malicia pleno, E ciò demostra ne lo sguardo fitto. Lo foco, le femene e la terra L’abisso, l’inferno, dicon, non le basta, Ma senza fine l’appetito sferra. Ma se la fine del disio carnale Considera, serà la mente casta, Veggendo senza fructo lo gran male. Incesto, adulterio e fornicare Et anche far despecto a la natura, Luxuria se po’ in ciò divisare. Col simel sangue se commette incesto, [C. c. 26] Ma chi de matrimonio ten figura, Commette l’adolterio manifesto, Orribel vizio che natura prende. O anime diffidate sodomite O quanto per questo a Dio s’offende! Cercate amor, ove amor non regna. O menti ceche da lo ben partite, De vostra vita l’air se desdegna! [L. c. 28] Or ve ricordi como le nude ossa Remaneranno ne l’oscura tomma, E como a tutti morte dà percossa. Abbandonate donqua lo vil acto, Che se voi fate de rason la somma, Negota s’acquista, po’ che s’è desfacto. L’omo carnale con lo senno acerbo E quando vince perde l’om soperbo.

CAPITOLO XVI‍[74]

O bel paese con li dolci colli,‍[75] Perchè non cognosciti, o genti acerbe. Con l’atti avari invidiosi e folli? Io pur te piango, dolce mio paese, Che non so chi nel mondo te conserbe, Incontr’a Deo facendo tante offese. Vinirà ’l tempo de li tristi iorni De guerra che farà sanguign’i campi Et infocati li toi monti adorni; E rotti li toi nervi, caderai, Se ciò s’alonga, però tu non scampi: Senza remedio, nuda plangerai. L’avara invidiosa mente vostra, [C. c. 26 t.] O Marchisani, con le gravi colpe, Secondo che lo celo me demostra, Conduceravvi ne le menti accese, Che lassarete l’ossa con le polpe, Intrando l’anno de lo tristo mese. [L. c. 28 t.] Da voi serà l’invidia lontana, Quando al ponente retornerà Tronto E Castellano de terra esculana. Si v’ha conducti Recanati et Exi, Che, se tornate al ben, serà ionto El monte de San Marco con Polexi. Scolta Romagna con l’antiche volpi, Che fanno per aver le nove tane De la gran pace li celati colpi. Serai pur subiugata da tiranni; Carne vulpina vol salsa de cane, E l’aspre pene li peccati granni, La invidia che ’l mondo non abbandona E fura la vertù de l’intellecto Et arde cecamente la persona Manduca l’anima, destrugge ’l core. Onne peccato fa qualche delecto, O invidia, non altro che dolore. Questa è tristezza de lo ben altrui Et allegrezza del dampnoso male Che ven per caso ne li tempi a nui. La invidia è più forte a sofferire, Che a noi povertà accidentale Che fa de summo stato l’om cadere. Se vuoi de invidioso far vendecta [C. c. 27] E con plù accesa fiamma far languire, Accostate a vertù che ’l ben aspecta; De l’altrui male sempre si’ dogliuso, Recordete del tempo ch’è a venire, E como la fortuna muta l’uso. Che chi se gode del vicino pianto, In ver de lui vegnon le triste ore Che prende de tristezza novo canto. O anima invidiosa e smarrita Resguarda como è in cruce el to fattore, E per qual fin tu fosti redimita: [L. c. 29] Io dico a conseguir la degna sorte, Fuggendo per vertù l’eterna morte.

CAPITOLO XVII‍[76]

O voi Lombardi, con l’ampiata gola, Fareteve rebelli de San Piero, Pur resguardando l’aquila se vola. Venirà tempo, dico, ne lo quale Iuveni acerbi con lor acto fiero, Che sovra ’l templo spanderanno l’ale, Tollerà ’l nome con sanguigna spada Ciascun de quisti a lo gran lombardo, Se ’l so valor non perde presso all’Ada Veggio cader li guelfi in Lombardia, Se al cel Deo non fa novo resguardo, Tollendo dal Saturno signoria. El gran diviso guastarà Cremona E Padoa e Milano con Piacenza; Di Mantoa non dico e di Verona, Che non so de qual celo fur lor stelle. I’ temo ch’a lo voler non faccia offensa; Dunqua conven che taccia lor novelle. Sempre a tiranni serà sottoposta La vostra Lombardia col dolce plano, Se a la natura pietà non osta. La gola col gran mal de lo sexto clima [C. c. 27 t.] Voi conseguendo con sì grande accano, [L. c. 29 t.] Non credo che Deo muti questa rima. Non po’ far con l’altri vicii contesa Chi la soa giotta gola non refrena, Chè con la gola la luxuria è accesa. Destruge la memoria e tolle il senno, Corrumpe el sangue de ciascuna vena E mor cantando el giotto como Cenno. Debilita lo spirito e la lingua E tolle lo intellecto de lo bene E subito s’affoca‍[77] tanto impingua, Che en desenore termena la vita E tolle de la gloria la spene; Fa sentir flamma de doglia infinita, E spoglia l’anima de la sua vertute Plangendo nuda sempre de salute.

CAPITOLO XVIII‍[78]

Ben’ ha vertute chi desia onore E laude de lo ben che l’omo acquista, Chè per la fama cresce plù lo valore; Ma quisti vani de la gloria sciocca Che voglion laude de la pinta lista Passando ’l modo che l’estremo tocca. Non specti laude chi laude refuta, Nè aver salute chi salute offende, Che per celarse el vero non se muta. Non sempre è fructo ov’è verde foia, E nè tesoro ciò che luce e splende; [L. c. 30] E chi ciò crede, pur del ben se spoia. E poi che l’om non è quanto se mostra, [C. c. 28] E pur desia le pompose laude, E forte desprezza questa vita nostra; Questa si è l’anima de la ipocresia, Che de la vana gloria se gaude, Voltando lo intellecto a fantasia. La falsa nomenanza poco dura: Chi ben parla e malamente vive E chi coprir se vol de soa natura. Ben è scoverto chi che vol celare A li occhi umani le opere cattive, El perso per lo bianco demostrare. L’altrui parlare la toa laude spanda E la toa bocca servi lo bel tacere, Perchè de vergogna l’anima s’affanda. Propria bocca fa le laude sorde, E fasse fra le genti gran despiacere, Quando la vanagloria la morde. A magnanimitate contradice La vana gloria che ne l’omo regna, Che vol plù laude che non è felice. Tra li altri questo vizio meno noce E nostra umilitate meno sdegna Ma pur del maggior falla ov’è luce. È ceca l’anema de la conoscenza Che de la soa salute plù non pensa.

CAPITOLO XIX‍[79]

Ira non è altro che acceso sangue [L. c. 30 t.] Dentro nel core che ’l desdegno infoca, Per qual de la vendetta l’anima langue. Subito sdegno tolle lo gran bene [C. c. 23 t] Del grand’amor che torna in cosa poca, Se d’amorosa pace non è spene. Là ove amor perfecto se desdegno, Bramase pace con dolce vergogna, Se del celato ben non mostra segno. O quant’è bella cosa la dolce ira, Che per far doppia pace pur besogna, Nel tempo che d’amor lo cor sospira! L’accesa gelosia con l’ira forte E lo pensero che la fin non vede, Denanti a lo tempo conduce a la morte Nasce de l’ira subita parola Per qual la morte subita procede, Che l’alma desperando ne va sola, Lo irato se mitiga per tre cose: Dolce respondendo, over tacere, O departirse fin che l’ira pose. Li occhi umani, quando son irati, Cecano l’anima del iusto vedere, Remota stando da l’acti beati. È pur in parole l’ira de li matti, Sonando l’aire con l’irate voci; Ma quella de li savii è in facti. O quant’è a l’anima forma de bellezza Che se refrena de quisti acti atroci, Prendendo de vertute la fermezza. Tepor è d’animo l’accidia ria Ch’abbandona nel comenzar li effecti, E, comenzando, non segue la via. E questa la pigricia ten le branche [C. c. 29] De questi vegnon li penal difecti, [L. c. 31] Mostrandose del ben poco stanche. Or queste donne triste qui le lasso, Entendo de seguir altro camino Da questa riva con plù dolce passo: De certi animali e petre far simiglie, Parlando in questa parte plù latino Che la comuna gente qui se sviglie. Comenzo in prima de l’alter valore, Dicendo unde procede e ch’è amore.

Notes in this chapter

Note 1 · Incipit liber secundus. Capitulum primum, ubi tractat de fortuna reprobando Dantem. Inquit Cichus de Esculo. (Cod. Laur.).Note 2 · Cfr. Dante. Inf. VII, Purg. XVI, Par. IV. Veggasi: Fratris Iohannis De Serravalle Or. Min. Episcopi et Principis Firmami (1417), Translatio Note 3 · Dante, Purg. XVI.Note 4 · Cap. II, de formatione humane creature. (Cod. Laur.).Note 5 · Cfr. Dante, Purg. XXV.Note 6 · Cap. III, de qualitatibus anime per aliqua signa corporis. (Cod. Laur.).Note 7 · Cap. IV, de difinitione virtutis in genere. (Cod. Laur.).Note 8 · Cap. V, de iusticia et a quo celo procedit. (Cod. Laur.).Note 9 · Cfr. Dante, Par. XXVII, 121-123.Note 10 · Cap. VI, de fortitudine et a quo celo procedit. (Cod. Laur.).Note 11 · Cfr. Petrarca, Canz. P. I, Son. 9º.Note 12 · Cod. Cass.: insigniti.Note 13 · Cap. VII, de prudentia et a quo celo procedit. (Cod. Laur.). Nel Casanatense, il cap. VII è sostituito dall’VIII e viceversa.Note 14 · Cap. VIII. De temperantia contra Esculanos, et a quo celo procedit. (Cod. Laur.).Note 15 · Cod. Cass.: Fundata fusti nel doppiato cerchio.Note 16 · Cfr. Dante, Purg. 37-42.Note 17 · Cap. IX. De liberalitate et a quo celo procedit. (Cod. Laur.).Note 18 · Cap. X. De humanitate et a quo celo procedit. (Cod. Laur.).Note 19 · Cap. XI. De castitate, constantia, abstinentia, mensura et magnanimitate. (Cod. Laur.).Note 20 · Cap. XII. De nobilitate et a quo celo procedit, reprobando falsas opiniones. (Cod. Laur.).Note 21 · Cfr. Dante, Conv. Tratt. IV. cap. XX.Note 22 · Altri Codici: acute.Note 23 · Cfr. Dante, Purg. VII, 21-23 e Parad. VIII.; Dottrinale, c. XIV, 51-54.Note 24 · Allude ai Colonnesi. Dalla famiglia Colonna egli sperava la salvezza d’Italia.Note 25 · Cap. XIII. De avaritia, contra illos de Patrimonio et Ducatu. (Cod. Laur.).Note 26 · Cfr. Dante, Inf. VI.Note 27 · Floncha e fioncha (fionda) in Statuti volgari del 1387 di Ascoli Piceno. illustr. da C. Mazzi, in La Bibliofilia di L. Olschki, Firenze, V. Note 28 · Sugli Angioini, cfr. Dante, Purg. XX.Note 29 · Cap. XIV. De superbia, contra Romanos. (Cod. Laur.).Note 30 · Sulla vanagloria, cfr. Dante, Purg. XI, 91-93.Note 31 · Cap. XV. De luxuria, contra Bononienses et Tuscos. (Cod. Laur.).Note 32 · A tutti i comentatori dell’Acerba è sfuggito questo accenno a Firenze, per la rotta di Doccia, secondo la lezione del C. Casanatense. Anche Note 33 · Cap. XVI. De invidia contra Marchianos et Ronandiolos. (Cod. Laur.).Note 34 · Cfr. Petrarca, Son. 173 P. I, Roma 1821.Note 35 · Cap. XVII. De gula, contra Lombardos. (Cod. Laur.).Note 36 · Cod. Cas.: se more.Note 37 · Cap. XVIII. De vanagloria. (Cod. Laur.).Note 38 · Cap. XVIIII. De ira et accidia. (Cod. Laur.).
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