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Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

PARTE SECONDA (continued 2)

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Nell’agricoltura poi la stessa straordinaria diffusione della schiavitù non era riescita a sopprimere del tutto il lavoro libero, che, compresso e ridotto, pur seguitava a sussistere sia sotto la forma d’impiego diretto nella piccola proprietà e ne’ piccoli affitti, sia sotto forma di lavoro mercenario[684].

La lontananza de’ fondi che impediva talvolta di potere esercitare sulla loro cultura una direzione oculata e una sorveglianza continua[685], la mancanza di capitale per costituire gl’impianti e le scorte, il senso insomma della maggiore convenienza dello sfruttamento indiretto della terra consigliavano l’affitto, la colonia parziaria e le altre forme d’impiego di lavoro remunerato anche in natura e a base di partecipazione[686].

I lavori del ricolto[687], come quelli che esigevano la cooperazione simultanea ma temporanea di molti, facevano sì che l’economia agricola, nella coltura de’ cereali e in quella arborea, dovesse assolutamente contare sul lavoro mercenario, che in molti casi era prestato appunto da’ lavoratori liberi. Il lavoro mercenario infatti, se per il grande agricoltore costituiva un oggetto di richiesta necessario, per il piccolo proprietario e il piccolo affittaiuolo, oltre che pel proletariato agricolo, costituiva del pari un oggetto di offerta necessaria, in un caso come ripresa e come impiego sussidiario dell’opera propria e in un altro come mezzo di procurarsi la sussistenza[688].

Ne’ luoghi insalubri il lavoro mercenario si raccomandava anche come un mezzo di diminuire i rischi del padrone[689] con una crudezza, che può sembrare cinismo e ch’è la misura delle forme di coscienza determinate da alcuni rapporti economici.

L’utilità e l’efficacia di questa cooperazione del lavoro libero, oltre che dalle varie menzioni del suo impiego sia sotto forma di locazione d’opera che sotto forma diversa[690], appare dal fatto, chiaramente rilevato da Catone e da Varrone che l’opportunità di procurarsi il lavoro mercenario faceva crescere il valore del fondo[691]. La possibilità di procurarsi medici, falegnami, fabbri, cardatori secondo il bisogno, più che un’utilità, per le aziende minori costituiva una necessità; giacchè, se i ricchi potevano averli del loro, i meno ricchi non potevano fare altrettanto, e la morte di un solo di questi artefici avrebbe assorbito il prodotto del fondo[692].

La possibilità del pari di avere a propria disposizione per gli stessi lavori agricoli la mano d’opera, quando e nella misura che occorresse, importava un minore investimento di capitale nell’instrumentum vocale, come si chiamava la dote di schiavi rustici dati al fondo e un risparmio anche di tutti i rischi e di tutte le perdite, cui era esposto un siffatto capitale soggetto a perire o, per lo meno, a rimanere infruttifero. La disponibilità quindi del lavoro necessario era considerato, anche nel tempo di Catone e di Varrone[693], tra i vantaggi inerenti ad un fondo insieme alla sua vicinanza a’ centri abitati ed a’ mercati, alla sua posizione sulle grandi vie di acqua e di terra, tra le prerogative insomma che, rendendo meno dispendiosa la produzione o più facile lo spaccio, agevolavano e facevano prosperare l’economia agricola.

Come si vede, a misura che si formavano e crescevano i centri cittadini, i mestieri trovavano l’ambiente per meglio svilupparsi e assicurarsi quella clientela, che rendeva possibile l’artigianato.

Per quanto Roma dalla sua stessa posizione politica fosse spinta sempre più ad essere un centro di consumo piuttosto che di produzione, pure il crescere della sua popolazione e de’ suoi bisogni, l’utilità di avere sul posto alcuni prodotti e manufatti, che per lo stesso loro uso ordinario e pel tenue loro valore, mal sopportavano il dispendio di noli non di rado difficili, e, finalmente, la pressione stessa del bisogno sul proletariato crescente, doveano dare un impulso all’estendersi del lavoro manuale.

Perciò, a misura che venivano importati a Roma de’ manufatti, cominciava un lavoro d’imitazione e si accentuava una tendenza ad acclimatare alcuni rami di produzione[694], cosa che poteva riescire più agevole col convenire a Roma di gente di ogni paese, che vi portava, con i propri vizî, anche le proprie attitudini.

Di questa tendenza e del diffondersi in Roma delle arti manuali, noi troviamo le prove, in parte dirette, in parte indirette, talvolta ne’ manufatti stessi e tal’altra nell’importanza sempre maggiore che veniva acquistando ne’ vari aspetti della vita il ceto degli artigiani.

Quali progressi facesse anche a Roma e nel Lazio la toreutica, la varia lavorazione de’ metalli, l’architettura, il disegno, la fabbricazione de’ vari fittili ce lo dimostrano i resti monumentali, e lavori come quelli della fibula di Preneste e della cista Ficoroni e altri avanzi di minori manufatti, la cui tecnica, innestandosi su quella degli oggetti importati, la sviluppava superandola[695].

Nè meno notevole è il seguire come i lavoratori manuali divenissero un elemento sempre più notevole e più avvertito nella stessa vita pubblica.

Gli artigiani aveano una festa loro particolare e che da essi prendeva nome (artificum dies) nel giorno anniversario dell’inaugurazione del tempio di Minerva (Quinquatrus)[696]. Pitture murali di Pompei rappresentano processioni di esercenti speciali mestieri[697].

Verso il settimo secolo questi artigiani erano cresciuti a Roma e nelle stesse borgate e costituivano un elemento, il cui avvenire e le cui speranze stavano tutti nell’opera delle loro mani[698] e che perciò nella vita politica rappresentavano qualche cosa di continuamente mobile, facile ad essere attirata nelle sedizioni e nelle congiure e a cui perciò ne’ momenti più inquieti si rivolgeva l’occhio di chi voleva giovarsene e di chi credeva di doversene difendere.

Lo stesso fatto che si radunavano in associazioni e collegi ci fa arguire che il loro numero doveva essere alquanto diffuso. Epigrafi della fine della repubblica ci danno notizia di parecchi di questi collegi d’artigiani, così a Roma[699], come nel Lazio[700], e ce ne lasciano supporre naturalmente più altri, tanto più quando si consideri, che, se alcuni di questi collegi riflettono mestieri di larga applicazione, altri concernono mestieri assai speciali.

Nel periodo elettorale queste unioni di artigiani costituivano una vera forza, un elemento con cui bisognava far bene i conti[701].

Questa diffusione delle arti manuali ci è pure attestata dal nome, che prendono da quelli che l’esercitavano alcune delle stesse vie di Roma[702].

La produzione di alcuni manufatti avea in qualche luogo trovate condizioni così favorevoli e vi si era così bene acclimatata da acquistare per tradizione una nomèa, che ne raccomandava l’acquisto anche fuori della ristretta cerchia cittadina. Catone fa tutto un elenco de’ vari centri speciali di produzione di singoli istrumenti ed utensili agricoli. Secondo le indicazioni di Catone[703] Cales e Minturnae fornivano specialmente arnesi di ferro, la Lucania plaustri, Venafro tegole, Pompei trappeti, Capua canapi e vasi di bronzo, Roma stessa vesti, anfore, serrature, canestri e così via. Questo differenziarsi, sia pure rudimentale, della produzione, mentre era indizio di una maggiore diffusione e di un più lungo esercizio de’ mestieri, riceveva un nuovo impulso ed un continuo incremento dallo sviluppo della viabilità, che, rendendo possibili o più agevoli le comunicazioni, eccitava a estendere la produzione oltre i limiti del consumo locale, specialmente quando, come ne’ casi accennati da Catone e in altri, l’abbondanza della materia grezza, o una speciale tradizione ed educazione tecnica e il conseguente credito acquistato dalla merce ne favorivano lo spaccio.

Era questo l’effetto mediato della viabilità sviluppata; ma vi era anche un effetto immediato ed era il largo impiego di lavoro bisognevole e che in parte dovea essere prestato da liberi, come si è altra volta accennato. E si trattava di una rete stradale che assunse a grado a grado proporzioni gigantesche[704]. Già sotto la repubblica alla Via Appia aveano fatto seguito la Junia, la Valeria e poi l’Aurellia, la Flaminia, l’Aemilia, la Cassia ed altre[705], che, oltre a’ lavori d’esecuzione, importavano periodici rifacimenti e continua manutenzione, a cui non sempre e in tutto erano chiamati a provvedere i possessori frontisti (viasii vicanei) per tacere dell’opera che questi stessi dovevano impiegare.

Le vie, poi, erano de’ rami più importanti di opere pubbliche, ma non il solo: la costruzione di edificî sempre più numerosi, destinati a scopi religiosi, civili ed edilizi e la loro continua manutenzione, gli acquedotti, gli espurghi e altre opere dettate da esigenze sanitarie[706] ci attestano ancora ne’ loro avanzi l’enorme quantità di lavoro per essi messo in movimento.

Non è possibile intanto dissimularsi i contrasti e le difficoltà, attraverso cui il lavoro libero doveva svilupparsi rimpetto al lavoro servile.

La scarsa produttività del lavoro servile dovea tardare ad essere sentita in una vita economica, come la romana, tanto artificiale e che viveva dello sfruttamento de’ soggetti e delle forme più o meno dissimulate della rapacità. L’effetto, che si risolveva in un esaurimento graduale delle sorgenti di ricchezza, era risentito, prima che da’ proprietari di schiavi, dagli altri, e solo con la sua azione lenta, continua e per molto tempo incompresa riusciva a ferire anche i più ricchi.

La schiavitù, per compensare la sua scarsa produttività e mantenersi, ha bisogno di terre sempre nuove e più feconde. Finchè questo bisogno potè essere facilmente appagato, la scarsa produttività del lavoro servile era facilmente dissimulato; e, anche quando questa possibilità fu meno agevole o fu esclusa, la reazione contro la concorrenza de’ cereali stranieri prese le forme di trasformazione di cultura e di un sopravvento della pastorizia sull’agricoltura.

Così la scarsa produttività del lavoro servile era ancora, se non evitata, larvata e girata.

Del resto la scarsa produttività del lavoro servile poteva essere risentita soltanto per effetto della concorrenza, e a ciò si opponevano varie difficoltà.

La concorrenza, in molti rami della produzione, tardava a sorgere perchè, per il prevalere della produzione casalinga, il prodotto non acquistava ancora generalmente il carattere di merce, e il commercio stesso, che, raccogliendo l’esuberanza de’ prodotti del lavoro casalingo, cercava di surrogare la grande produzione, si sviluppava gradualmente, e sempre ne’ limiti consentiti al mondo antico, con lo sviluppo graduale de’ mezzi di comunicazione. La minore produttività del lavoro è certamente meno avvertita da chi produce direttamente pel proprio consumo che non da chi produce per vendere a scopo di guadagno. Nel primo caso, anche avvertito, può non indurre subito, anzi tarda di solito ad indurre una trasformazione di metodo, sia per ragioni psicologiche, per senso d’inerzia, sia per ragioni d’ordine pratico, come la non chiara percezione del rimedio e l’impotenza di sostituire un metodo a un altro. Nel caso invece della produzione fatta per la vendita, vi sono la concorrenza e il mercato, che avvertono e obbligano a mutare metodi sotto pena della rovina.

Una delle conseguenze più prossime e visibili dell’economia a schiavi è l’abbandono delle terre meno feconde, che così rimangono incolte; ed era ciò appunto che cominciava ad accadere nel dominio romano[707]; ma non tutti riportavano il fatto alla sua vera causa, nè per molti grandi latifondisti, specialmente finchè il male non giunse al suo culmine, il danno dovè riescire molto grave e sentito.

In un certo senso, benchè in maniera non perfettamente consapevole, si può dire che Columella rilevasse ciò, ma come uno stato di fatto[708], e son queste le terre, che Columella voleva destinate a quella forma di lavoro libero, che era in questo caso l’affitto. Ma è ben chiaro, che, se questa era un’occasione all’impiego del lavoro libero, era anche un’impresa poco conveniente e facilmente rovinosa, che poteva essere accettata o sussistere semplicemente in condizioni quali si verificarono poi nello stabilirsi del colonato.

Per altre vie anche il lavoro servile inceppava lo sviluppo del lavoro libero.

Il lavoro assorbente, che toglieva modo al lavoratore di potersi mantenere, sia nelle forme esteriori che nello sviluppo intellettuale, al livello della classe dominante, aveva depresso il lavoratore e, nel differenziarsi degli elementi della società, gli aveva creata una condizione non solo economicamente ma moralmente inferiore[709]. La condizione inferiore del lavoratore poi, alla sua volta, si rifletteva sul lavoro stesso e ne abbassava la considerazione nell’antichità. L’estensione presa dalla schiavitù e la parte preponderante, che avea nell’esercizio de’ lavori manuali, dovevano più che mai — come è accaduto anche in tempi recentissimi, in paesi di economia a schiavi[710] — dovevano anch’esse costituire un altro motivo di riluttanza verso generi di lavoro, che accomunavano i liberi con i servi, e li portavano a confondersi quasi con essi.

Si aggiunga che anche la concentrazione della fortuna e la ripartizione tanto inuguale della ricchezza non erano fatte per favorire lo sviluppo del lavoro libero. Le ricche case provvedevano con la numerosa servitù a’ bisogni domestici, rifornendosi fuori soltanto degli oggetti di lusso che non era possibile produrre in casa e trovando il compenso del maggiore impiego di lavoro e di spesa in quell’assoluta disponibilità delle proprie forze di lavoro dirette e usufruite a proprio talento. La massa de’ disagiati d’altra parte, che non era in grado di sopperire con la produzione casalinga a’ suoi bisogni e doveva ricorrere quindi all’artigiano, vedeva dall’insufficienza de’ suoi mezzi depresso il tenore di vita e compressi i suoi desideri.

Le distribuzioni gratuite di frumento, le largizioni e le liberalità pubbliche e private, che tendevano sempre più a divenire consuetudine e stabile istituzione non erano adatte a mantenere per sè sole il proletariato, perchè non si estendevano a tutto il proletariato, nè a tutta la famiglia, ed erano anche insufficienti al conveniente mantenimento di un uomo solo[711]. Ma, indirettamente, esercitavano un’azione deprimente sul lavoro libero, giacchè permettevano a chi ne partecipava di locare l’opera propria per una mercede inferiore al minimo necessario e di abbassare così il tasso generale della mercede, che si regolava sull’offerta più vantaggiosa. Accadeva precisamente qui quanto si è osservato in linea più generale[712], che chi sostituisce con elemosina il 10 % del salario deficiente a centomila persone, fa ribassare per ciò stesso del 20 % il salario di un milione di lavoratori.

Sotto questo rapporto le distribuzioni pubbliche di Roma vanno considerate ad una stregua diversa da quella, a cui debbono giudicarsi le retribuzioni delle funzioni pubbliche nell’antica Atene. Il soldo dato a’ cittadini ateniesi per la partecipazione alle funzioni pubbliche era una indennità diretta a compensare anche in parte soltanto il cittadino del lucro cessante pel mancato impiego della propria attività; ma chi l’aveva, occupato ne’ tribunali e nelle assemblee, non poteva fare concorrenza agli altri lavoratori, e anzi il numero di questi, così più ristretto, doveva far elevare la misura della mercede. Invece a Roma le distribuzioni, fatte a mero titolo di largizione, con una tessera ch’era anche talvolta ceduta, esercitavano tutta l’azione che un sistema di carità pubblica può avere.

Una mancanza quasi assoluta di dati per l’epoca repubblicana non ci consente di conoscere in maniera determinata la proporzione delle mercedi. Cicerone, in una delle sue orazioni[713], valuta a dodici assi il guadagno giornaliero di un lavoratore, ma lo dice quasi per incidente; e questo semplice accenno, senza alcuna distinzione di tempo e di lavoro tecnico o semplice, non può nè appagarci, nè costituire la base di conclusioni rigorose. Nondimeno una cosa si può osservare, ed è che, col caro de’ viveri e delle pigioni[714], segnalato per Roma ne’ tempi più vicini, quel salario era insufficiente a’ bisogni della vita, il cui tenore si era pure elevato e si veniva ancora elevando; era inferiore perfino alla sportula de’ clienti del tempo di Marziale e che pure pareva sì poca cosa[715]. Ma nella sua insufficienza mostra nondimeno l’avvenire del lavoro mercenario, perchè l’esiguità della mercede può valere come un indizio della concorrenza e quindi dell’incremento del lavoro salariato, e al tempo stesso fa indurre che la convenienza del lavoro salariato, il suo stesso buon mercato gli avrebbero dischiusa la via e avrebbero finito per assicurargli la prevalenza sul lavoro servile.

Intanto tutti questi ostacoli di carattere oggettivo e soggettivo, la difficoltà di trovar sempre lavoro, le attitudini non ancora bene sviluppate, il ritegno non ancora del tutto vinto di compiere opera da schiavi e di mescolarsi con essi davano luogo a un fenomeno anch’esso caratteristico dell’economia a schiavi[716], allo svilupparsi di una estesa classe di parassiti e al diffondersi del parassitismo sotto molteplici forme. Risorgeva la clientela[717], non fondata come l’antica su di un bisogno inevitabile di assistenza e di protezione, ma sulla cortigianeria, sull’indigenza accidiosa che aspira a vivere o deve vivere di carità con tutte le umiliazioni, le bassezze, le degenerazioni inerenti a un siffatto stato di cose e che per varî secoli sino a Luciano facevano le spese della satira, dell’invettiva, dell’ironia di poeti e scrittori[718].

Ma questa stessa larga categoria di parassiti, che con la sua inerzia e con la sua funzione sociale deleteria concorreva così efficacemente all’impoverimento della società romana, indirettamente anch’essa si può dire che cooperasse a rovinare l’antica economia a schiavi: e spostata continuamente, in quel crollare frequente di fortune divorate dal lusso e dalla ignavia, incerta sempre del domani e spesso dell’oggi, doveva pur dare ne’ tempi più difficili e ne’ suoi momenti più scabrosi una mano al salariato, che vi reclutava i suoi elementi avventizî.

Così l’ultimo periodo della repubblica, che virtualmente conteneva in sè tutti i germi schiusi poi nel periodo imperiale, mostra in forma abbastanza perspicua questa crisi, che, ne’ suoi ultimi effetti, doveva portare alla fine della schiavitù.

E sono appunto fenomeni e indizî di questa crisi i fatti rilevati e che si andranno rilevando.

La lotta tra la forma economica che si andava decomponendo e l’altra che accennava a sorgere con i suoi rudimenti non si compiva senza che gli elementi in contrasto s’infliggessero reciprocamente perdite e danni.

A Roma, come in tutti i centri e le zone, dove la schiavitù era più sviluppata e accentrata, dove il parassitismo avea terreno più favorevole e sfogo maggiore, il lavoro libero, accanto a qualche condizione che ne favoriva lo sviluppo, ne avea pure altri molti che lo ritardavano.

Fuori di Roma, dove i lavoratori liberi non avevano da dibattersi tra le distrette del caro de’ viveri[719] e delle pigioni, fuori d’Italia, dove il peso de’ tributi e lo sfruttamento del popolo dominante dovevano far sentire di più la scarsa produttività del lavoro servile e i varî altri svantaggi della schiavitù, il lavoro libero e le forme ad esso corrispondenti dovevano trovare migliori elementi di vita.

In ogni modo, a Roma stessa come si è visto, il lavoro libero, tra tutte le sue difficoltà, sussisteva e avanzava.

La schiavitù, quale che fosse la sua resistenza, dovuta all’energia, allo spirito conservatore, a tutte le ragioni che mantengono in vita ancora un’istituzione nella sua lenta decadenza, poteva dirsi condannato; e lo dimostrava anche meglio la trasformazione che avveniva nel suo stesso seno, volgendola a forma diversa e traendo dalla sua stessa compagine nuovi elementi pel lavoro libero o pel lavoro mercenario, che anticipava l’avvento e sostituiva la funzione del lavoro libero.

IX.

Il carattere predominante dell’economia più antica, come si è più volte accennato, consiste nella produzione fatta nella casa e in vista del consumo diretto. La schiavitù avea contribuito non solo a mantenere, ma anche a sviluppare questa produzione casalinga, sia prendendo il posto degli elementi familiari meno numerosi pel disgregarsi successivo de’ gruppi più complessi di parenti, sia come mezzo, nelle case più ricche, ad estendere l’attività della casa a un campo più esteso e più multiforme.

Intanto, col complicarsi de’ rapporti sociali e con l’avvento di uno stadio di economia più progredito ed elevato, la funzione degli schiavi sorpassava il ristretto ambito della cerchia domestica e si convertiva in qualche cosa di diverso e anche di opposto alla pura cooperazione della vita economica familiare.

Già la nuova fase dell’economia agricola, che al campo alimentatore della famiglia avea surrogato il latifondo con tutte le sue varie forme di produzione, variava, insieme alla primitiva posizione dello schiavo, il suo uso e il suo concetto più antico.

Ma ancora, con ciò, non è turbato quel carattere dell’economia antica che raccoglie nella stessa mano, come mezzi di produzione della medesima categoria il capitale e la mano d’opera. “Il lavoro sta così allo stesso grado della rendita fondiaria e lo schiavo al grado della terra, in modo che il lavoro come forza creatrice non ha rilievo in contrapposizione alla terra con cui esso crea. Quindi non si trova nell’economia romana la distinzione di capitale e lavoro, ma solo quella di sorta principale e frutto„[720].

Gli schiavi divenivano materia di speculazione. Erano comperati per dirozzarli, istruirli e poi rivenderli, come si faceva in casa di Catone il vecchio[721], e, appresso, date certe condizioni, se ne procurava la moltiplicazione e l’allevamento con l’esclusivo e precipuo scopo della vendita.

Si locavano, funzionando come una vera e propria forza di lavoro separata e indipendente dal capitale in cui il loro lavoro veniva incorporato, costituendo così una vera forma di salariato con tutti i suoi rapporti. Questo impiego degli schiavi, che s’incontra poi nel Digesto come un fatto ordinario, appare già, sia sotto forma di commodato che di locazione di opera, in giureconsulti della repubblica[722]. Crasso nelle speculazioni edilizie, a cui attendeva con ardore e con pari fortuna, forniva insieme, nella ricostruzione delle case incendiate, le aree comprate al ribasso e l’opera de’ suoi molti schiavi costruttori[723].

Si venivano così creando, anche nel seno della schiavitù e col suo mezzo, quella separazione e quell’antitesi del capitale e del lavoro, che dovevano costituire il carattere peculiare della nuova economia in contrapposizione dell’antica. La nuova fase dell’economia, con la divisione progrediente del lavoro, con i maggiori progressi tecnici, col bisogno di una educazione tecnica professionale rompeva l’insufficiente e chiusa cerchia della produzione casalinga e trovava nel salariato una forma più conveniente e più consentanea alla sua indole. Ma, per quella continuità che v’è tra il vecchio e il nuovo, per quella pressione lenta e assidua che infonde nelle vecchie instituzioni uno spirito nuovo e le adopera per nuovi bisogni, sformava il tipo genuino della schiavitù antica e le faceva assumere una forma ibrida, dandole l’impronta del salariato.

La schiavitù si sformava e si trasformava da tutti i lati.

Il peculium, sviluppandosi ed esercitando una funzione sempre più importante, non solo creava una nuova condizione morale allo schiavo, ma ne modificava radicalmente la posizione e la funzione economica e concorreva anch’esso a mutare il carattere dell’antica economia.

L’origine del peculium era veramente antica, tanto che si cerca trovarne la traccia nelle XII tavole; ma quello stato di cose più antico lascia indurre che si trattasse di cosa nè straordinariamente diffusa, nè che raggiungeva una rilevante entità. Appresso, con l’ampliarsi delle aziende agricole, col crescere dell’opulenza e delle liberalità, questo gruzzolo, consistente in danaro ed in ogni altra specie di valore, sia come frutto di risparmi che come premio e come partecipazione tollerata all’industria e all’azienda del padrone, doveva crescere di proporzioni e divenire più diffuso. Il peculio poi si raccomandava come una maniera di eccitare nello schiavo uno degli stimoli dell’operosità non facile a trovarsi in esso, l’interesse, ed avvezzarlo a quelle abitudini di economia e di solerzia, che avrebbero poi potuto riflettersi ne’ suoi rapporti verso il padrone; tanto che il possesso di un peculio era come una commendatizia e un indizio di lodevole operosità in uno schiavo. Rispetto al padrone, quantunque si dicesse che il peculio non dovea servire ad alimentare lo schiavo, quest’opinione doveva andar soggetta a molte riserve, specialmente ne’ casi di carestia e in quelli, in cui, come ci vien riferito degli schiavi siciliani, si trascurava il mantenimento de’ servi, abbandonandoli quasi a sè stessi per quanto concerneva il procacciarsi i mezzi di esistenza. Poteva in ogni modo il peculio valere come una riserva pel padrone, sia come un eventuale prezzo di riscatto, sia (giacchè il diritto di proprietà rimaneva sempre presso il padrone) come un premio quasi di assicurazione pel caso di morte del servo o di fuga, già resa più difficile da un interesse che lo teneva legato alla casa del padrone.

L’estendersi poi degl’interessi e dell’attività della classe padronale a paesi lontani e a’ più disparati campi d’azione allentava o rompeva quel rapporto continuo e contiguo tra padroni e servi e faceva sì che costoro, pur essendo le braccia allungate del padrone, avessero bisogno di una maggiore libertà di movimento e quasi di una certa autonomia. La condizione, il sostrato e l’effetto, tutt’insieme, di questa nuova condizione di cose era appunto lo sviluppo del peculio, sia nel senso dell’estensione come in quello della sua importanza: ed è questa l’evoluzione del peculio, di cui la giurisprudenza attesta e riflette il punto di arrivo anche più che non il divenire, e che perciò viene a vicenda affermata e negata per determinati periodi, tanto accentuata n’è la linea generale e tanto impercettibili, nella loro continuità, ne sono i momenti[724].

Nel sesto secolo di Roma il peculio de’ servi ricorre, non solo nella giurisprudenza dell’epoca, ma nella commedia plautina, con tale frequenza che si può concepire quale importanza dovesse avere nella vita degli schiavi e nell’economia romana in generale[725].

Ora questo nucleo di ricchezza, virtualmente e legalmente di proprietà del padrone e realmente oggetto e base di una economia separata del servo, era appunto il germe sempre più fecondato di un nuovo rapporto tra schiavo e padrone, che poteva e doveva convertire la dipendenza personale assoluta in un rapporto prevalentemente economico.

Il crescente movimento commerciale cercava di rendere mobile ed attiva la ricchezza, e di questa tendenza sentiva naturalmente gli effetti il peculio, che tanto più poteva essere fonte di profitti, quanto più gli riesciva di guadagnare di libertà e di autonomia, riflettute l’una e l’altra sullo schiavo, che del peculio era come l’appendice, ma che, attraverso il peculio, riusciva ad avere moralmente, se non giuridicamente, una personalità che gli mancava.

“Se il peculio non era di regola la base economica dell’esistenza autonoma della persona soggetta a potestà, c’è tuttavia sempre da pensare che nel caso della sua evoluzione avesse sempre più, gradualmente, assunto il carattere di un fondo adibito in un’azienda autonoma. Non vi è neppure da dubitare che il numero de’ peculii investiti in questa maniera e adoperati a questo scopo crescesse straordinariamente nel periodo in questione„[726].

Così tra la fine della Repubblica e il principio dell’Impero qualche giurecunsulto ci parla di servi ch’erano nel fondo come coloni[727] e di servi a cui il padrone loca il fondo e dà i bovi[728]. Come si vede, il servo cessa di essere uno strumento materiale nelle mani del padrone per assumere verso di lui, malgrado la deficiente sua personalità, l’aspetto almeno di un contraente. L’uno e l’altro accenno, in ogni modo, alludono chiaramente a un’economia non solo separata ma, si può dire, contrapposta a quella del padrone, la cui funzione veniva praticamente a concretarsi non più nell’impiego diretto dello schiavo, ma in un benefizio indiretto ottenuto con la costituzione di un improprio contratto di locazione.

“Tanto per questi coloni, come per gli schiavi adoprati sempre più come artigiani col principio dell’Impero, noi possiamo intendere così la loro condizione: che i coloni come affittaiuoli di appezzamenti pagavano un tributo annuo; gli operai di città erano provveduti di un’officina o dovevano pagare al padrone una tangente (Tantième) del loro guadagno[729]. Così si creava tutto un complesso di esistenze, che il padrone non deve più sorvegliare e a cui non deve più provvedere„[730].

Dalla schiavitù stessa, così, per un’intima trasformazione sorgeva, in forma ibrida ma corrispondente a un’epoca di transizione, una categoria di artigiani e di salariati, che tenevano dell’antico e del nuovo, del lavoro libero e del lavoro servile, del primo de’ quali — staccati omai dalla stretta dipendenza personale — adempivano la funzione e del secondo risentivano l’origine e la condizione giuridica.

Era una trasformazione che esercitava la sua azione non solo sulla condizione de’ servi, ma anche sull’economia generale del tempo di cui era un portato e su cui reagiva.

“Nell’economia a schiavi — è stato osservato in uno studio su’ concetti economici fondamentali del Corpus iuris civilis[731] — nell’economia a schiavi scompare il concetto di capitale come quantità di ricchezza fecondata dal lavoro in opposizione al lavoro stesso, e l’economia ha a fare con aggregati di ricchezza, che non impropriamente sono stati designati col nome di sostanza domestica (Oikenvermögen). Ma, in realtà, naturalmente doveva accadere che da queste grandi masse se ne staccassero altre minori e dall’ambito dell’economia privata entrassero in quello dell’economia sociale; queste masse minori consistono in cose e costituiscono un peculium, ovvero sono rappresentate da danaro e costituiscono una sors.

“La prima esce dalla sostanza domestica solo esteriormente come patrimonio dello schiavo, non di fatto: l’altra assume una funzione autonoma come capitale mobile circolante.

“Il peculium era importante, politicamente come un passaggio dalla schiavitù al servaggio, economicamente come un mezzo di rendere produttivo e mobile il patrimonio domestico, scientificamente in quanto con esso poteva realizzarsi una figura di capitale che si accosta molto al moderno.

Materia del peculium può essere tutto ciò che può formare parte del patrimonio domestico; esso sorge dall’accumulo di prodotti ed è destinato ad una ulteriore produzione.

“Lo scindersi di peculî dal patrimonio domestico e la loro produttività rendeva, in linea di fatto, l’immagine dell’economia romana simile alla moderna. L’industria domestica divenne una industria con capitali mobili; il lavoro divenne mobile e riuscì ad avere azione sulla formazione del capitale: il danaro divenne sempre più la base della circolazione e degli scambi compiuti prima direttamente per mezzo degli stessi prodotti[732].

“Così, mentre il peculio si atteggiava nella sua forma esteriore a capitale produttivo, eppure tornava sempre e ancora alla massa improduttiva del patrimonio domestico, spunta come autonomo il capitale mobile in forma di prestito (sors)„.

Un altro modo, per cui si facevano strada e si realizzavano la tendenza e il bisogno di sostituire l’impiego diretto degli schiavi con l’utilità indiretta, che si poteva trarre mediante una partecipazione a’ frutti della loro attività indipendente, erano le manumissioni rese sempre più frequenti e che hanno stretta relazione col peculio, sia in quanto questo si convertiva assai spesso in un prezzo di riscatto[733], sia in quanto, lasciato al liberto, seguitava ad esercitare assai meglio e più efficacemente la sua funzione economica, e metteva il liberto in grado di poter meglio esercitare il suo commercio, la sua industria e il suo mestiere con un capitale atto ad essere messo in circolazione od a fornire l’impianto.

Le manumissioni, che già dal 397 357 al 545 209, in soli centoquarantotto anni, erano state tanto numerose, come lascia supporre l’ingente somma ricavata dalla tassa su’ manomessi, erano venute così crescendo, specialmente negli ultimi tempi della Repubblica, che n’erano divenuti insieme uno de’ caratteri salienti ed una preoccupazione.

I motivi di queste numerose manumissioni, più volte accennati, si possono ritrovare nel desiderio di crearsi delle clientele da far valere ne’ comizi e nelle varie vicende della vita politica, nella vanità che godeva della fama stessa delle manumissioni e de’ loro effetti, nel desiderio di sottrarre a’ creditori una parte del patrimonio così notevole ma così facile a distrarsi, e finalmente anche nella crescente abitudine delle liberalità e, qualche volta, in un senso di filantropia, che, anch’esso, dovea crescere col progredire della civiltà e con l’allargarsi de’ più angusti orizzonti romani.

Ma, sotto a questi motivi di carattere più immediato e più appariscenti, operava, più dissimulata o meno consapevole, ma più persistente ed efficace, la pressione continua delle nuove condizioni di vita, che, facendo sentire l’insufficienza de’ vecchi rapporti economici e rendendo più elastici, col senso di scontento che suscitavano, le vecchie e rigide forme e i rudimentali modi di produzione, scalzavano l’istituto della schiavitù innovandone la vecchia forma e trasformandola in ibride forme di soggezione e di salariato.

II cinico consiglio del vecchio Catone di disfarsi dello schiavo vecchio e malato[734], che tanto doveva spiacere alcuni secoli dopo a Plutarco[735], non sempre poteva risolversi nella vendita desiderata e andava a finire talvolta in un abbandono, come ce lo provano le disposizioni proibitive dell’imperatore Claudio[736], e, in ultima analisi, in una manumissione.

Ma, indipendentemente da questo caso, la manumissione si raccomandava spesso per molti rispetti, sì da costituire un’utilità comune del padrone e dello schiavo.

Ben di frequente l’emancipazioni non erano gratuite[737], e quindi il padrone cominciava dall’esigere una somma, che gli permetteva, volendo, di rinnovare la sua servitù, sostituendo al servo più invecchiato e stanco uno nuovo. In ogni caso, fosse remunerativa oppur no la manumissione, nell’atto che si compiva non si poteva mai dire veramente gratuita, perchè non interrompeva i rapporti e il legame tra manomittente e manomesso, ed era concessa, tanto più quando era in apparenza gratuita, con l’obbligo di prestare tutta una serie di servigi e di lavori, che contrattualmente si potevano estendere anche a favore di altri che non fosse il patrono e si risolvevano in una vera partecipazione a’ proventi professionali e a’ lucri del liberto[738].

Già per sè stessa la condizione di manomesso includeva tutta una serie di doveri morali che importavano rispetto, devozione, aderenza al patrono, e si estendeva sino all’obbligo giuridicamente riconosciuto di fornire, in caso di bisogno, gli alimenti al patrono.

Includeva pure atti di liberalità, anche a ricorrenze fisse, durante la vita del liberto e un diritto più o meno limitato, secondo i casi ed i tempi, alla sua eredità[739]. Ma a questi doveri ed obblighi inerenti alla qualità di liberto, e però implicitamente od esplicitamente preveduti dalla legge, se ne potevano aggiungere e se ne aggiungevano contrattualmente tanti altri, che, costituendo la condizione della manumissione, avevano tutta l’elasticità di una privata convenzione[740]. In questa categoria rientravano l’obbligo di educare i figli del patrono, di pagare, a tempo determinato, delle somme e altre stipulazioni dello stesso genere. Il più comune e il più importante di questi obblighi consisteva nell’impegno assunto d’impiegare il proprio lavoro, in termini definiti, a favore del patrono, di prestare a pro’ suo le operae, che si dividevano in officiales — se dirette a soddisfare bisogni e commodità personali del patrono e della sua famiglia senza scopo di speculazione[741] — e fabriles, se suscettibili d’essere impiegati dal patrono a favor proprio o di altri, anche e massimamente a scopo di speculazione[742].

L’obbligo di prestare queste opere veniva costituito con una apposita stipulazione giurata dallo schiavo prima della manumissione, e, poichè lo schiavo non aveva personalità giuridica per obbligarsi rimpetto al padrone, la manumissione aveva efficacia a condizione che il liberto assumesse, sotto giuramento, quell’obbligazione.

La condizione impari del padrone e del servo, il desiderio in costui naturale di recuperare la libertà dovevano dare spesso alla convenzione un’indole leonina, e la manumissione rappresentava quindi pel padrone quello che si direbbe un ottimo affare. Il servo non gli costava più nulla e gli forniva un guadagno. D’altra parte lo stesso liberto, sorretto e aiutato dalla distribuzione pubblica a cui poteva come cittadino aver parte, agevolato da un capitale di scorta anche talvolta, rotto al lavoro ed edotto pure, in parecchi casi, di uno speciale mestiere, aveva un campo aperto alla sua attività in quella società, dove tanti elementi, per pregiudizi di classe e altri motivi, erano inoperosi.

Le norme di questi rapporti tra patroni e liberti, nella forma in cui noi le conosciamo, si vennero sviluppando e coordinando sotto l’Impero; ma, da quelle che è lecito riportare più sicuramente a tempi anteriori e dalla stessa disposizione con cui ripetutamente cercavano rimediare a deplorati inconvenienti, si scorge come i patroni cercassero di ritrarre tutto l’utile da questa condizione fatta a’ loro liberti.

Da un lato si cercò di assicurare il diritto de’ patroni all’eredità del liberto, eliminando, almeno per le eredità più considerevoli, la possibilità di eluderlo mediante testamento[743]; dall’altro s’inclinava a estendere la prestazione delle operae, allargando il concetto e il modo di prestazione e d’impiego delle stesse operae officiales[744].

Il riflesso di questa tendenza de’ patroni a estendere i loro diritti, lo troviamo in parte nelle testimonianze appartenenti ad epoca posteriore, ma che ci mostrano come il loro scopo fu raggiunto, in parte, in disposizioni mitigatrici e limitatrici de’ loro diritti, magari di epoca tarda, ma che sono l’effetto di una reazione naturale contro l’esorbitanza de’ patroni.

Così le opere del liberto non si limitavano semplicemente al mestiere o al genere di lavoro da lui esercitato durante la schiavitù, ma anche a quello che apprendesse di poi[745]. Così ogni miglioramento e ogni vantaggio del liberto tornava anche a profitto del patrono. E, per converso, se anche egli smetteva di esercitare il suo mestiere, doveva nondimeno prestare sempre, quando occorrevano al patrono, altri uffici corrispondenti, in compenso[746].

Limite e misura alla prestazione delle opere a favore del patrono erano il pericolo della vita e la turpitudine delle opere richieste[747]; ma questa stessa restrizione ci mostra che i patroni dovettero anche oltre quel termine spingere le loro pretese, se l’equità del giureconsulto dovette intervenire a contenerle.

Il giureconsulto Javoleno voleva, in linea generale, che il patrono alimentasse il liberto, mentre l’impiegava a vantaggio proprio[748]; ma il giureconsulto Sabino faceva di quest’obbligo del patrono una mera eccezione pel caso che il liberto non avesse di che alimentarsi; e del resto, in ogni altro caso, anche durante la prestazione delle opere dovute, doveva nutrirsi e vestirsi a sue spese[749].

Questa tendenza, di cui la legislazione e la giurisprudenza imperiale ci danno come una proiezione, ci è anche più direttamente attestata da quel che ci rimane della giureprudenza del periodo repubblicano più tardo.

Erano frequenti le liti, le controversie e le occasioni a trattare di questioni riflettenti schiavi e liberti, e questi formavano la clientela preferita di qualche giureconsulto[750]. Di P. Rutilio Rufo, giureconsulto e console nel 649/105, è ricordato espressamente che contenne e moderò le soverchierie di patroni verso i liberti[751].

È facile allora scorgere quale impulso, indipendentemente dalle più prossime occasioni di ordine politico e personale, dovesse venire alle manumissioni da questa condizione di cose, che, sotto un certo aspetto, sembrava conservare gli eventuali vantaggi della schiavitù eliminandone i molti inconvenienti, scaricando il padrone del peso di alimentare il servo meno che, tutt’al più, nelle giornate di lavoro utile, cointeressando l’antico servo all’utilità del padrone e suscitando in esso quel pungolo del bisogno e dell’interesse, che ne doveva duplicare e fecondare l’attività.

Quindi — quanto più il lavoro servile si rivelava meno produttivo, il lavoro salariato più conveniente ed accessibile, la circolazione e la vicenda delle fortune più rapide — le manumissioni crebbero in maniera così straordinaria che lo Stato dovette emettere provvedimenti, intesi tuttavia, per chi ben guardi, più a regolarle che non realmente a limitarle.

Quello che preoccupava i poteri pubblici, tanto più quando si furono accentrati in una persona, non era già il fatto delle semplici manumissioni e del diverso rapporto economico che si costituiva tra l’antico schiavo e l’antico padrone. Le manumissioni erano oggetto di preoccupazione e di misure restrittive, in quanto, come atti inconsiderati ed ispirati a sentimento di vanità de’ minori e de’ testatori, contribuivano a quelle abitudini di dissipazione ed a quei crolli di fortune, contro cui reagiva la nuova politica imperiale, interessata a mantenere, come e fin dove fosse possibile, il dominio in uno stato di assetto, senza elementi dissestati e necessariamente irrequieti. Più ancora si era preoccupati di allontanare e limitare le conseguenze delle manumissioni sulla vita pubblica; si trattava d’impedire che tanti schiavi manomessi, divenendo cittadini di pieno diritto, concorressero a ricostituire o a rendere più salde e più potenti nella vita politica le clientele e le consorterie, che, in mano della nobiltà e della classe ricca non ancora purgate o disilluse delle loro ambizioni oligarchiche, dovevano presentare come una minaccia e una insidia al potere imperiale; si trattava d’impedire che concorressero ad accrescere le schiere degli aspiranti o de’ fruenti delle distribuzioni pubbliche, divenute sempre più un così grave carico dello Stato; si trattava insomma, per quell’antico travestimento dell’interesse ch’era l’orgoglio romano e per gli stessi interessi pratici in cui tornava a risolversi l’orgoglio, d’impedire che fosse troppo inquinata da questi nuovi elementi la cittadinanza romana.

A queste ragioni erano inspirate e a questo scopo erano rivolte la legge Fufia Caninia, l’Aelia Sentia, la Junia Norbana, tutte venute in un giro relativamente breve di tempo. La prima si proponeva in via più immediata di moderare la smania di manomettere in chi, con un atto di ultima volontà, si spogliava di cose che non era più chiamato a godere[752]; l’altra sottoponeva al previo parere di un consiglio composto di dieci cavalieri e dieci senatori le manumissioni degli schiavi d’età inferiore a’ trent’anni e quelle volute per giusta causa da un minore di venti anni, e fatte con il rito della vindicta[753]; l’ultima, la Junia Norbana, dava a’ manomessi soltanto la latinità e non già il diritto di città[754].

Tutte e tre non costituivano un vero impedimento alle manumissioni.

Se le manumissioni fatte dal minore di venti anni erano nulle e inefficaci a dare la libertà, non pare sicuro che fosse altrettanto dell’affrancamento degli schiavi inferiori a’ trent’anni fatto da persone capaci senza l’intervento del Consiglio[755].

Questa procedura irregolare e incompleta avrebbe avuto, secondo qualche interprete, semplicemente l’effetto di non fare del liberto un cittadino romano, ma di lasciarlo nella classe meno favorita de’ Latini[756]. La legge Junia Norbana poi, apprendendosi come a un mezzo termine, nell’atto stesso che precludeva agli schiavi la via dell’acquisto de’ diritti di cittadinanza piena ed intera, apriva l’adito a un maggior numero di manomissioni, elevando a stato di diritto la manomissione compiuta senza forme solenni inter amicos, la quale prima costituiva soltanto uno stato di fatto[757].

Quest’ultima legge quindi, lungi dal costituire un impedimento all’allentarsi e allo sciogliersi del vero rapporto servile, ne agevolava la trasformazione, al punto da essere considerata da qualcuno come il punto, da cui prende le mosse, la tendenza legislativa a favorire le manumissioni sempre più marcata sotto l’Impero.

D’altra parte la legge Fufia Caninia, limitata a’ soli atti di ultima volontà, dava luogo, come è noto, a tutta una serie di espedienti e di astuzie[758], che, se talvolta riescivano a eluderla, mostravano sempre come forte fosse l’impulso a liberare gli schiavi e come i freni fossero poco efficaci anche in un genere di manumissioni, come quelle testamentarie, a cui dava la spinta la vanità anche più che non l’interesse.

Le restrizioni della legge Aelia Sentia finalmente, che alla loro volta, all’occorrenza, cedevano il campo alle preoccupazioni di fare argine al decrescere della popolazione, se anche talvolta inceppavano il raggiungimento della libertà come condizione legale, non impedivano, nè potevano impedire — ciò che a noi più importa, dal nostro punto di vista — il raggiungimento di uno stato di fatto corrispondente a una condizione di libertà e sopratutto di attività autonoma.

Così da ogni parte l’artigianato e il salariato, compatibilmente alla condizione de’ luoghi e de’ tempi, ricevevano incremento; e, mentre la concentrazione della ricchezza, di cui la schiavitù era stata strumento, e l’impoverimento delle masse apparecchiavano nel numeroso proletariato il campo, dove la nuova forma di produzione doveva reclutare le sue forze di lavoro; la stessa schiavitù, trasformandosi e disfacendosi, faceva spesso de’ servi e massimamente de’ liberti altrettanti artigiani e salariati. È una trasformazione, la quale, nel periodo più antico, anche quando non trova sempre prove dirette, è accreditata da fatti concomitanti; e, a misura che si procede nel tempo e si rendono più frequenti i documenti epigrafici, l’esercizio delle arti, de’ mestieri, del piccolo commercio, proseguito in maniera sempre più prevalente da liberti e dalla loro discendenza, si riflette sul tempo anteriore, e vi fa scorgere la naturale anticipazione e il precedente necessario di quello stato di cose.

X.

Un’altra traccia indiretta ma eloquente di questa funzione più complessa e insieme più indipendente dalla schiavitù appare anche nello sviluppo che la giurisprudenza dà a istituti nuovi o appena accennati, che acquistano rilievo e forma sempre più organica, non già, come s’intende agevolmente, per un’elaborazione meramente teorica e per un processo deduttivo svolto da alcuni principi giuridici, ma per la necessità di corrispondere a un complesso di nuovi rapporti economici. Erano questi che si venivano sostituendo agli antichi e provocavano norme giuridiche ordinatrici, ottenute, per quel felice e pratico senso di orientamento ch’è proprio della giurisprudenza romana, con l’adattare, mediante uno sforzo di elasticità, il vecchio diritto alle nuove condizioni, che lo penetrano del loro spirito e lo rinnovano, lasciandolo in apparenza immutato e riuscendo in tal modo a contemperare e fondere la tradizione e il progresso.

Così nella giurisprudenza stessa del più avanzato periodo della Repubblica, il peculio, il lievito e l’indice della nuova azione della schiavitù, dà luogo a una larga ed importante elaborazione giuridica, che mira a disciplinarne la disponibilità per parte dello schiavo, la sua posizione rispetto al padrone e gli obblighi e i diritti che ne possono derivare a questo rispetto agli estranei, con cui lo schiavo entra in rapporti d’affari[759].

Divenivano sempre più complessa l’indole e sempre maggiori le proporzioni degl’investimenti, degli affari, degli scambi e, necessariamente, per l’impossibilità di una gestione sempre diretta e immediata, erano chiamati ad avervi una maggiore funzione gli schiavi, i liberti, gli uomini di fiducia del padrone e dello speculatore, le sue braccia allungate. Di ciò si scorge il riflesso nelle norme sempre più sviluppate sulla responsabilità de’ padroni per gli atti di varia natura de’ loro servi e de’ loro preposti; lo si scorge nella forma sempre più dottrinale, coerente ed organica che vengono prendendo le regole disciplinatrici de’ rapporti creati dall’attività, di chi gerisce sotto varia forma e in diversa maniera gl’interessi altrui (actio institoria, exercitoria, gestio negotiorum).

Sopratutto poi l’impronta di lavoro salariato, che veniva assumendo per necessità di cose il lavoro libero e spesso anche il servile, si riflette nell’apparire che fanno gli istituti giuridici della locatio operarum e della locatio operis, più sviluppati e più trattati, quanto più il salariato si diffonde e diventa un elemento integrante della nuova economia.

È nel sesto secolo che troviamo formati e sviluppati i due istituti giuridici[760]. Ce ne forniscono numerosi esempi le commedie di Plauto[761]; ce ne fornisce il trattato di Catone sull’agricoltura[762].

La locatio operarum, che importa la prestazione della propria attività a vantaggio di altra persona ed a tempo, rappresenta la forma più antica e più rudimentale; ma, a misura che la società romana progredisce e i suoi rapporti diventano più complessi, fa sempre più luogo a una forma più sviluppata di locazione, alla locatio conductio operis.

“Che la locatio conductio operis sia più recente della locatio conductio operarum possiamo dedurlo — si è osservato[763] — specialmente da argomenti intrinseci. Tanto l’economia privata che la pubblica eccedono l’impiego di singole operae. Come il privato cercava e raggiungeva un risultato economico da ottenersi mediante il lavoro con l’opera de’ suoi figliuoli, schiavi, clienti, liberti e salariati, combinata e diretta da lui o da un suo rappresentante, così anche il re che, per esempio, rappresentava lo Stato, il funzionario che ne teneva il luogo e così via doveano compiere delle costruzioni mediante i munera imposti a’ cittadini e l’opera di operai forestieri presi a mercede. Intanto, così per lo Stato come per i privati più ricchi, si rendono necessarie intraprese, a compiere le quali debbono essere messe in movimento tante e così varie operae e così speciali attitudini tecniche ed artistiche che diviene difficile o impossibile per il privato e il funzionario di combinare e dirigere da solo e senza intermediarî, in numero sufficiente, tutte queste forze di lavoro dotate di tali attitudini e di guidare la loro combinata e predisposta cooperazione al raggiungimento del fine predisposto. Da prima era lo Stato, a cui toccava di compiere opere delle più grandi proporzioni da eseguirsi mediante lavori della più varia natura e che, al tempo stesso, aveva a sua disposizione un insieme di funzionarî assai scarso e non tecnicamente istruito per tradurre in atto e dirigere le sue intraprese. Per esso, con la fondazione della Repubblica, sopravvenne anche un’altra ragione di abbandonare il sistema d’impiego di singoli lavoratori. I munera fin qui imposti a’ plebei per il compimento delle grandi opere intraprese da’ Tarquinii erano stati una delle principali ragioni di malcontento verso il potere monarchico specialmente dell’ultimo re. Sembra che già negl’inizi della Repubblica si cominciasse a decampare da questa normale imposizione di operae. Si formò il sistema degli ultrotributa; lo Stato si disimpegnava dalla diretta assunzione di costruzioni e di altre intraprese economiche, lasciandone l’esecuzione per una somma complessiva a privati od a società di privati. Non già la locatio conductio rerum e nemmeno quella operarum, bensì quella operis sembra essersi introdotta ne’ rapporti privati modellandosi sul sistema adottato dallo Stato ne’ suoi rapporti patrimoniali. Anche nella vita privata, poichè erano scomparsi i sistemi semplici e patriarcali, molte necessità d’ordine economico non potevano più essere soddisfatte in maniera immediata dal padre di famiglia, da’ suoi familiari e da’ lavoratori avventizi presi a mercede; anche qui si cercò di raggiungere questi risultamenti affidandone l’incarico a un imprenditore e corrisponendogli una somma determinata. Mentre ne’ rapporti patrimoniali dello Stato la locatio conductio operis ha quasi del tutto eliminata l’esecuzione diretta de’ singoli lavori, ne’ rapporti privati prende il suo posto accanto alla locatio conductio operarum, ma tuttavia in modo da farla passare in secondo ordine. Secondo Catone, nell’azienda agricola troviamo adottata dagli stessi proprietarî la locatio conductio operis per i maggiori lavori agrari; così per le costruzioni, per l’oleam facere et legere, ecc. Il padrone poteva in tal modo, normalmente, raggiungere meglio e a condizioni migliori il suo scopo che non quando cercava di arrivarvi con l’immediato e diretto impiego de’ singoli lavoratori. In ogni caso poi il conductor operis per eseguire i lavori necessarî ricorre dal suo canto alla locatio conductio operarum, come dev’essere accaduto anche de’ redemptores delle opera publica, quantunque anche quest’imprenditori, come si vedrà, davano pure in subappalto l’esecuzione dell’opera assunta. Così la locatio conductio operarum passa, per quanto ancora duri, in seconda linea„.

È interessante poi vedere, come, attraverso le varie forme del suo impiego, il lavoro acquista una funzione prima più notevole, poi anche più distinta, poi anche preponderante, che mal si accorda con la schiavitù e specialmente con la sua più antica e rudimentale funzione domestica; e, per l’azione e reazione de’ fenomeni sociali, mentre ciò è indizio della decadenza del lavoro servile, ne diventa causa, alla sua volta, ne’ successivi momenti.

Si comincia da forme ibride, quali i diversi contratti secondo cui al lavoratore è assegnata un’aliquota, maggiore o minore, del prodotto del fondo[764]; una specie di contratto che sta come di mezzo tra la locatio rerum e la locatio operis, e tiene dell’una e dell’altra. Un altro termine di passaggio e un tratto d’unione tra queste forme d’impiego di lavoro e il lavoro più propriamente salariato, lo costituisce il compenso del lavoro in natura, di cui sono resto, insieme, e documento le accessiones, conservate ancora col prevalere della retribuzione in moneta. Ma col diffondersi e prevalere delle forme più progredite d’impiego di lavoro subentra regolarmente il salario in moneta e la locatio operis sotto la veste del cottimo e dell’appalto[765].

Gli effetti che questa forma d’impiego ha nel rendere il lavoro più compiuto e più spedito e, al tempo stesso, nel determinare tra i lavoratori una concorrenza che, elevando il salario di qualcuno, ne abbassa il livello generale, sono stati già notati a proposito della funzione del cottimo nell’economia ateniese[766], e qui gioverà soltanto richiamare l’attenzione sulla ricorrenza di fenomeni e di effetti analoghi nell’economia romana. Il rinvilìo della mano d’opera, che ne conseguiva, determinava, non solo una convenienza sempre maggiore di sostituire al lavoro servile il lavoro salariato, ma dava la spinta anche a un differenziarsi continuo del lavoro, contribuendo così a creare una classe più larga di artigiani. La locatio operis poi che, nella sua forma più semplice e rudimentale, si limitava a stabilire un prezzo unitario del lavoro incorporato nella materia fornita dal committente[767], doveva spianare la via a un’altra forma più importante e doveva trasformarsi ancora in una maniera di produzione più progredita, in cui il conductor operis metteva di suo il materiale da lavorare, e quella merces, che prima indicava la retribuzione del lavoro e doveva poi dare origine al nome della materia stessa trasformata dal lavoro[768].

Non si può dire, è vero, che la locatio conductio operis si risolvesse sempre ed assolutamente in una locatio operarum e tanto meno che portasse sempre ed assolutamente all’impiego di lavoratori liberi.

In più casi erano adoperati a questo scopo anche schiavi; ma ne’ lavori minori l’opera poteva essere esaurita da un lavoratore libero col concorso anche di suoi familiari, chiamati tradizionalmente ad esercitare lo stesso mestiere; in altri casi si è pensato[769] ad associazioni di lavoratori liberi, la cui esistenza o la cui possibilità, almeno, non può essere esclusa in forma assoluta, se anche il tratto che s’invoca a dimostrarne l’esistenza è tutt’altro che chiaro ed esplicito[770]. In ogni caso, poi, la proporzione sempre variabile delle forze di lavoro richieste in questi cottimi e appalti importava che, pur ricorrendosi al lavoro servile, si faceva uso assai spesso di schiavi locati, e si aveva quindi sempre, come nel caso di Crasso, un lavoro salariato, i cui soggetti variavano ma la cui natura era identica.

È notevole pure il vedere come si cercasse di rimediare agli inconvenienti, che questi sistemi, per quanto più progrediti, non potevano fare a meno di presentare.

Il vantaggio che il lavoro servile aveva sul lavoro mercenario consisteva sopratutto nella sua continuità, nella sua illimitata disponibilità, nella disciplina a cui lo si poteva assoggettare, nel fatto che il servo, essendo incapace di avere un diritto di proprietà, il padrone poteva meglio essere garantito verso di lui dal pericolo e dalle conseguenze di eventuali sottrazioni.

Ora si cercava di trasportare nell’impiego de’ mercenari questi stessi vantaggi, cercando così di conciliare il lato favorevole del lavoro servile con quello del lavoro mercenario.

Si cercava quindi di afforzare il rapporto di dipendenza del lavoratore mercenario con la coabitazione e con la concessione di un potere disciplinare[771].

Si cercava di difendersi e premunirsi contro l’eventuali sottrazioni, obbligando gli operai a giurare di non aver nulla sottratto dal fondo, ove erano andati a prestare l’opera loro e pattuendo che nulla sarebbe dovuto a chi si rifiutava di prestare tale giuramento[772].

Ad ottenere il concorso de’ lavoratori in luoghi malsani si elevava la retribuzione[773].

Gl’istrumenti e gli utensili forniti dal padrone erano garentiti contro i possibili danni mediante un diritto da parte del locator di ritenere, deducendolo dal prezzo della locazione, l’equivalente del danno[774].

Era oggetto di molta cura e preoccupazione il premunirsi contro la temuta incertezza di avere a tempo e nella necessaria quantità il numero di lavoranti, incertezza che costituiva uno degli inconvenienti del lavoro salariato; e ciò formava oggetto di speciale convenzione[775]. A questo stesso scopo, ad assicurare cioè con opportune guarentigie il regolare concorso della mano d’opera, dovevano mirare le clausole, che cercavano di salvaguardare ed assicurare il regolare pagamento de’ lavoratori, dando all’uopo al padrone il diritto di ritenere, a favor loro, quanto ad essi fosse dovuto dal redemptor e dal compratore, e garantendolo alla sua volta contro quest’ultimo con un diritto di pegno su quanto si trovasse per l’esecuzione del suo contratto di avere introdotto nel fondo[776].

L’attitudine e l’abilità degli operai, cosa che costituiva, per la facoltà di elezione, uno de’ vantaggi del lavoro salariato, era guarentita col diritto riservato al padrone del fondo e all’acquirente de’ frutti di accettare o respingere i lavoranti adoperati dal redemptor de’ lavori del ricolto[777].

La locatio operis, intanto, insieme a tutti i suoi vantaggi, presentava pure l’inconveniente delle coalizioni. Più persone che volevano assumere un’opera o un’intrapresa qualunque di lavori, piuttosto che farsi una reciproca concorrenza, la quale si risolveva in una diminuzione del prezzo di appalto e quindi in un vantaggio del locatore, si accordavano e, mediante reciproci accordi, fondendosi in una sola società, finivano per dettare la legge al locatore, elevando artificialmente il prezzo dell’appalto. Ora anche contro questo inconveniente si provvedeva, se a ciò, come sembra, si riferisce un passo, del resto controverso[778], con l’imposizione di un giuramento, che tendeva a escludere l’esistenza di ogni precedente maliziosa intesa tra i soci[779].

In tal modo il lavoro mercenario, per opera di liberi e di schiavi, si faceva strada, sviluppandosi e diffondendosi, invadendo il campo chiuso delle più antiche forme di lavoro servile, cercando il riconoscimento in nuovi istituti giuridici o in vecchi istituti nuovamente atteggiati, evitando o eliminando gli ostacoli opposti alla sua funzione, trovando uno stimolo nelle nuove condizioni di vita, di cui alla sua volta diveniva un lievito, e progredendo sino al punto di subordinare a sè la materia della sua applicazione e farne un’appendice, come prima esso stesso vi era stato subordinato e n’era sembrato una semplice appendice.

Questo momento dell’evoluzione del lavoro mostra la sua azione e trova la sua espressione nella nota controversia intorno alla specificatio, cioè nella disputa se l’incorporazione del proprio lavoro nella materia di proprietà altrui lasciasse la proprietà dell’oggetto così trasformato al proprietario della materia adoperata, o la trasferisse chi l’aveva trasformata col suo lavoro.

Questa controversia, sorta, non come una mera disquisizione teorica, ma come il riflesso di un’antitesi di rapporti economici sempre crescente, prova praticamente il progresso della nuova fase economica, in cui materia e lavoro non si trovavano più sempre e necessariamente riuniti in una mano, ma tendevano a dissociarsi e si dissociavano per combinarsi di nuovo sotto altra forma. La controversia quindi mette di contro, sotto la veste di due diversi indirizzi giuridici, due contrari indirizzi economici, come espressione e riflesso di due epoche diverse, di due diversi sistemi di vita e di produzione: da un lato i Sabiniani, dall’altro i Proculeiani[780]; ma dietro Sabino è l’economia del passato e l’antica funzione del lavoro; innanzi a’ Proculeiani la nuova economia e l’avvenire del lavoro; e tutta la controversia è un’espressione di quel termine di passaggio, di quella forma intermedia di produzione, in cui il lavoro, distinto dall’oggetto in cui era immedesimato, era locato al cliente solito a fornire egli la materia necessaria su cui il lavoro dovea essere esercitato[781].

Con quel senso pratico, che la distingue, e quell’eccletismo, che n’era in certo modo la conseguenza, la giureprudenza romana prese spesso una via di mezzo[782], risolvendo la questione a favore del proprietario della materia o di chi l’aveva trasformata, secondo criterî intuitivi di equità, che alla loro volta si risolvevano in un apprezzamento del valore della materia adoperata e del lavoro impiegato. Ma il fatto stesso che, se per poco il lavoro era di qualche entità[783], la questione era risoluta a favore del lavoro, è un indice della importanza e del valore che questo aveva acquistato e veniva sempre più acquistando.

In realtà il valore del lavoro, la sua equivalenza e la sua riducibilità in quella che nell’antichità era non solo la misura ma la forma per eccellenza del valore, nella moneta, trovava sempre più il suo legale riconoscimento[784], sino al punto che, sotto l’Impero, nel caso di menomata integrità corporale dell’uomo libero, di contro alla massima, che il corpo dell’uomo libero non è soggetto a valutazione, si faceva strada un modo di vedere più concreto, che liquidava in contanti la inabilità temporanea o permanente in cui l’offeso era stato messo e le conseguenze del danno prodotto a lui ed alla sua famiglia[785] col metterlo nell’impossibilità d’impiegare, utilmente e con la prospettiva di una mercede, l’opera sua.

XI.

Come bene è stato notato[786], nella condizione giuridica dello schiavo vi era una latente, ma intima contraddizione, destinata a balzar fuori e ad apparire più stridente ad ogni occasione.

Lo schiavo era un uomo considerato e destinato a funzionare come una cosa.

In quanto gli era attribuito il commercium, lo si riconosceva come dotato di una capacità giuridica, ma, in quanto era privo di ogni diritto politico e privato, personale e patrimoniale, anche il suo commercium rimaneva privo di giuridico effetto per farne una persona, ed era non più che un istrumento e un mezzo d’acquisto in mano del suo padrone.

Era una cosa, ma faceva parte de’ familiares, ed era ammesso a prender parte a’ sacra familiaria.

Era un semplice instrumentum vocale, ma la manumissione poteva farne un cittadino, dotato di diritti politici che nella sua discendenza si venivano sempre più ampliando sino a cancellare il vizio d’origine.

Questo dissidio tra la legge che ne faceva una cosa e la natura che ne aveva fatto un uomo era destinato a venire sempre più in luce col sopravvenire di tutte le condizioni e gli eventi, che davano rilievo e modo e necessità di esplicarsi alla persona umana dello schiavo, smentendo così e rendendo con la forza de’ fatti praticamente contraddittorie e insostenibili, nella vita e nella logge, le premesse giuridiche e le loro ben congegnate deduzioni logiche.

A misura che i primi angusti confini dello Stato romano si allargavano, i contatti e i rapporti con altri popoli e il variare delle condizioni di vita esigevano un terreno comune per le mutue relazioni e conducevano i Romani ad ampliare e innovare lentamente, ma continuamente, le forme, le modalità, i criteri informatori della loro coscienza giuridica e della espressione legislativa ch’era sorta sotto l’azione di ristretti bisogni e per sopperire alle necessità di uno sviluppo economico limitato e di una corrispondente vita civile.

Le analogie e le differenze con le norme regolatrici della vita giuridica di altri popoli erano fatte per modificare, dal punto di vista teorico, il concetto assoluto che i Romani avevano del loro diritto cittadino, del loro statuto personale, del loro ius civile insomma; e le norme, che erano talora costretti ad adottare come un termine medio tra i loro istituti giuridici e quelli stranieri, iniziavano e proseguivano un lento lavoro di reciproca assimilazione e di fusione, per cui il diritto particolare de’ Romani avrebbe preso posto sotto il ius gentium, come una categoria teoricamente subordinata; e l’uno e l’altro, per una elaborazione successiva, generalizzando ancora, avrebbero condotto al concetto del ius naturale.

Quell’angusto modo di vedere, figlio di anguste condizioni di vita, che concepiva il solo cittadino come subbietto di diritti e faceva della qualità di uomo e di cittadino un tutt’uno, non allargando la qualità di cittadino ad ogni uomo, ma contraendo la qualità di uomo in quella di cittadino; era destinato prima a modificarsi e poi a sparire sotto l’azione di successive e sempre nuove esperienze offerte da un più largo campo di esistenza e da nuove condizioni di vita.

A questo punto la natura umana dello schiavo doveva non solo riconoscersi, ma affermarsi esplicitamente. Era intanto questa un’affermazione destinata a reagire sulla condizione dello schiavo e a servire come leva al miglioramento della sua condizione giuridica e punto di applicazione ed espressione teorica delle nuove esigenze sociali; ma non era che il riflesso e il contraccolpo di tanti fatti e avvenimenti della vita pratica, che aveano nella realtà elevata o modificata la condizione e la funzione degli schiavi, e, per un processo d’induzione promosso da lunghe, non interrotte esperienze, portavano, attraverso una serie di azioni e reazioni di carattere morale, a quel nuovo concetto della schiavitù.

Una delle particolarità notevoli della manumissione degli schiavi a Roma, anzi la più notevole era questa: che il manomesso non otteneva semplicemente, col suo affrancamento, di rompere l’immediato legame di dipendenza che l’univa al padrone, ma, con lo stato di libertà, acquistava il mezzo di farla valere, di esercitarne gli attributi mediante il diritto di cittadinanza che acquistava al tempo stesso pel fatto dell’affrancamento.

Questa misura, in cui, al suo tempo, Dionigi di Alicarnasso[787] scorgeva semplicemente un motivo di opportunità politica della classe patrizia e che giustificava con una ragione astratta di ordine teorico, doveva avere avuto cause più varie e complesse. Prevalenti tra queste erano forse stati il bisogno, a cui accenna anche l’antica tradizione sulla fondazione della città[788], di rinsanguare la popolazione spesso poi stremata da guerre continue e la necessità di offrire a’ liberti un modo di proteggere da sè stessi il proprio stato di libertà ed esercitare i propri diritti civili anche indipendentemente dall’antico padrone; il che, nel corso della discendenza, con l’affievolirsi e lo sciogliersi de’ rapporti di patronato, scalzava il fondamento e la ragione dell’antica clientela e finiva col fare de’ discendenti degli schiavi un elemento avverso alla nobiltà, se anche, come Dionigi vorrebbe, i padroni avevano cercato e trovato, immediatamente, un appoggio politico negli schiavi appena affrancati.

In ogni modo, senza volere qui ancora insistere sulle probabili e varie ragioni del conferimento della cittadinanza agli schiavi manomessi e considerandone invece le conseguenze, è agevole scorgere e valutare tutto l’effetto morale del vedere il servo di ieri, divenuto oggi cittadino, prendere posto ne’ comizi insieme al suo vecchio padrone e concorrere con esso al governo de’ più alti interessi dello Stato.

È vero, era precluso a’ libertini l’adito alle alte magistrature; era chiuso il senato; si cercava di tenerli ricacciati in una tribù urbana per contenerne l’effettiva azione politica e scemarne l’importanza; ma a tutto ciò corrispondeva una tendenza ne’ libertini di guadagnare terreno, di farsi innanzi; e lo stesso provvedimento di ridurli in una tribù urbana era stata una misura di reazione contro la politica del censore Appio Claudio, che, avendo vanamente tentato di aprire loro la via del senato, li aveva intanto sparsi per le tribù rustiche[789]. Si faceva, è vero, all’occasione valere come una macchia la loro origine, ed erano fatti segno all’ostentato disprezzo delle classi più elevate[790]; ma intanto guadagnavano importanza e potere effettivo nella vita pratica, acquistavano credito e considerazione nelle classi medie della popolazione, esercitavano una funzione notevole nella flotta, ed erano alla vigilia di avere, con l’avvento dell’Impero, un largo posto nella gerarchia amministrativa.

Nelle congiure tramate e nell’infuriare de’ dissensi civili si faceva, poi, assegnamento sugli schiavi, si prometteva la libertà in premio della loro partecipazione[791], e così, a scopo partigiano sì, ma pur sempre si chiamavano i servi a dignità di cittadini o si mettevano contro cittadini[792]. Lo Stato stesso, durante le guerre puniche, era costretto dalla deficienza di combattenti ad armare schiavi, che così si trovavano elevati a quella che pareva la più alta funzione del cittadino e il fondamento di ogni altra dignità, il servizio nelle legioni.

Oltre a questi casi straordinari, che per sè soli dovevano potenzialmente rilevare la condizione morale de’ servi, rivelando in essi praticamente l’identità umana, v’era l’aspetto, sotto cui si presentava la schiavitù nella sua nuova fase determinata dalle conquiste oltremarine.

Agli schiavi rozzi e incolti de’ tempi più antichi succedevano schiavi provenienti da paesi di cultura greca, appartenenti spesso alle più elevate classi della popolazione, che vincevano per coltura, per tratto, per forme i loro nuovi padroni, e li costringevano a meditare sulla vicenda delle sorti umane; tanto più quanto anche cittadini romani, fatti prigionieri in guerra e non riscattati, dovevano richiamare a’ loro congiunti e concittadini un simile stato di cose. Il jus postliminii introdotto negli istituti giuridici provava appunto che la schiavitù poteva essere un triste accidente ed una fase passeggera della vita, non già una distinzione naturale.

La diffusione del lavoro servile e la più larga importazione di schiavi aveva peggiorate le condizioni di costoro, dove erano incettati e adoperati in gran numero, lontano dagli occhi del padrone, per essere sfruttati sino all’estremo sotto la pressione della concorrenza e col fine unico della speculazione. Ma dove avevano seguitato a formar parte dalla casa in numero piuttosto ristretto, partecipando alla vita della famiglia, il livello intellettuale più alto del servo, la sua capacità ad adempire funzioni più importanti ed il riflesso morale della sua origine sulla presente sua condizione, erano tutte cose che ne dovevano migliorare il trattamento. Il loro ufficio di precettori, per quanto vi si potesse annettere poca importanza, li collocava in una posizione speciale verso i padroni giovanetti che avevano educati ed istruiti. Le delicate funzioni che esercitavano dirigendo aziende del padrone, maneggiandone il danaro, conducendo, vicino e lontano[793], speculazioni per suo conto, non possono essere ricordate senza pensar a un sentimento reciproco di fiducia e di attaccamento e a una mitezza di trattamento[794].

“Contro il rigore del concetto giuridico della servitù — si è notato[795] — è rilevantissimo in Plauto il contrasto del fatto, e, ancor più, l’affermarsi man mano nel diritto della contraddizione insita nello stesso rapporto di servitù. Difatti lo schiavo è bene spesso negli ordinari rapporti della vita assunto dal padrone a consigliere ed amico: convive colla famiglia, e prende parte alle gioie e ai dolori di questa; è dato o compagno o custode ai figli del padrone, e in ogni caso il padrone conta su di lui come su di una forza tutta e assolutamente in suo favore. E l’intimità del servo col padrone arriva bene spesso a tal segno, che il servo pone nelle cose di questo lo stesso interessamento, e maggiore che in quelle che fan parte del suo peculio, come se egli pure vi avesse parte. Se il padrone è figlio di famiglia, allora la confidenza e l’intimità da questo accordata al servo arriva talvolta a strani eccessi, sicchè padroni e servi insieme, da pari a pari, o persino invertito il rapporto che li lega, si dànno a sollazzi e bagordi„.

La più elevata funzione e la maggiore importanza di mansioni a lui affidate, oltre all’elevare la sua posizione verso il padrone, innalzava il servo anche verso tutti gli altri negli ordinari rapporti della vita, e lo metteva talvolta al disopra de’ liberi. Le funzioni adempiute da’ servi pubblici come esecutori degli ordini de’ magistrati, cui erano addetti; la parte importante che i servi avevano nelle società de’ pubblicani[796] e il potere loro di premere, costringere, angariare, all’occorrenza, contribuenti e debitori, li doveva mettere tante volte in condizione di guardare i liberi dall’alto in basso e di affermare su loro una superiorità reale, che li vendicava dell’inferiore condizione giuridica con la realtà del fatto concreto. Con la più larga e più indefinita sfera d’azione, poi, che il più esteso dominio romano creava a’ magistrati, con l’affacciarsi prima incerto e poi sempre più ricorrente e sicuro de’ poteri personali, si rendeva sempre più frequente il caso di schiavi, che, degnati di tutta la fiducia del padrone, divenuti le sue braccia allungate e, all’occorrenza, i suoi complici, potevano atteggiarsi ad autocrati e sogghignare come di una distinzione bizantina dello stato di servitù e di libertà.

La corte, più o meno numerosa, di Silla e di Verre ce ne porge l’esempio; e del resto i servi erano strumenti tanto più adatti de’ liberi a tutti gli scopi e a’ voleri dei poteri personali, che, col crescere di questi, cresce il loro impiego e la loro forza sino ad avere un massimo e regolare sviluppo con l’avvento dell’Impero.

La funzione trasforma e foggia l’organo a suo modo, e la diversa distribuzione delle funzioni sociali non poteva fare a meno di riflettersi sul modo di considerare comparativamente i servi ed i liberi.

La marcata distinzione sociale tra il libero che vive del lavoro altrui o lavora sul suo, signore nella sua casa e nel suo campo, indipendente da ogni potere estraneo nella vita privata, e lo schiavo considerato e adoperato come instrumentum vocale accanto alla bestia di lavoro, veniva ad attenuarsi e forse a sparire col crescere del proletariato e il diffondersi del lavoro salariato. Con la parte sempre più larga fatta al lavoro salariato, liberi e servi dovevano spesso trovarsi allo stesso livello, a compiere opere di uno stesso genere, in servizio d’altri, senza che nè le loro condizioni di vita, nè la loro posizione morale presentassero una differenza veramente notevole. In questo caso, se il consorzio de’ servi abbassava in qualche modo i lavoratori mercenarî, la comunione di vita e d’opera insieme con i liberi elevava un po’ i servi, e ne faceva in un certo senso tutta una classe. Così, se in Italia la possibilità del parassitismo privato e pubblico, l’esercizio più diffuso de’ diritti politici facevano meglio distinti e non di rado anche avversi il proletariato e la schiavitù, in provincia, come per es. in Sicilia, l’uno e l’altra avevano tali contatti e tale comunione di modi di vita che l’insurrezione ne faceva tutto un solo elemento ribelle[797].

Anche la condizione de’ liberti non poteva fare a meno di esercitare un’azione sul modo di considerare gli schiavi.

I liberti cominciavano a costituire, come avvenne poi — e ce lo attestano le epigrafi — in grado sempre più rilevante sotto l’Impero, l’elemento più attivo e industrioso della cittadinanza. La necessità della vita li obbligava ad esercitare i mestieri anticamente esercitati durante la schiavitù e a rendersi operosi per sopperire a’ proprî bisogni, per fare fronte alle gravezze imposte da’ patroni. La stessa condizione d’inferiorità morale dovuta alla loro origine li ricacciava con più forza nel mondo degli affari, come accade di tutti gli elementi colpiti d’incapacità politiche; e, poichè la legge Claudia interdiceva all’ordine senatorio il commercio, i liberti divenivano prestanomi e intermediarî di membri dell’ordine senatorio per esercitarlo. Con l’importanza poi sempre crescente della proprietà mobile, la considerazione e la potenza de’ liberti, che, per via diretta o indiretta, a nome proprio o d’altrui n’avevano quasi il monopolio, cresceva di quanto cresceva la potenza del danaro, di cui essi erano i più autentici rappresentanti.

Molti di questi liberti, come tutti i nuovi arrivati, cercavano, quando, fatta la fortuna, volevano circondarsi di prestigio morale, di far dimenticare la loro origine accentuando il loro distacco dagli schiavi, ostentando dispregio per loro, trattandoli male[798]. Ma, se ciò accadeva a’ liberti che salivano per fortuna e per posizione più in alto, gli altri, come lo mostrano le epigrafi dell’epoca imperiale, erano costretti ancora a serbare con gli schiavi gli antichi rapporti, a fare in certo modo vita comune con loro e ad elevarli quindi per riflesso.

Inoltre, indipendentemente dal contegno che i liberti potessero serbare verso gli schiavi, il semplice loro movimento continuamente ascendente, la vista di antichi schiavi liberati, innanzi alla cui porta facevano ressa persone del più elevato grado sociale per mendicare prestiti, come appresso, nell’epoca imperiale specialmente, vi andrebbero per mendicare favori, si doveva naturalmente riflettere sugli schiavi, di cui si poteva dire che avessero in potenza il potere che i liberti avevano in atto.

S’intende bene allora quale azione dovesse avere tutta questa serie di fatti nel formare una nuova coscienza, che non poteva tardare a sorgere, come riflesso necessario di una mutata condizione di cose.

E una delle prime e più compiute espressioni di questa nuova coscienza ce la dà un tratto veramente notevole di Dionigi d’Alicarnasso[799], tanto più notevole forse quanto più dimessa è l’indole dello scrittore.

Anacronistico anche questa volta, Dionigi mette in bocca nientemeno che a Servio Tullio parole, che sembrano un’anticipazione di quelle usate da Seneca verso gli schiavi e che suonano così: “Innanzi tutto disse di meravigliarsi di quelli che si sdegnano, se credono che i liberi si distinguono da’ servi per natura e non per vicenda di fortuna; e poi, non giudicano quanto sieno degni di onore gli uomini da’ costumi e dalle maniere, ma dalle prosperità, pur vedendo che cosa oscillante e instabile è la fortuna e che a niuno anche veramente felice è agevole il dire sino a quando essa durerà. Credeva che dovessero considerare quante città greche e straniere dalla servitù erano passate alla libertà e quante dalla libertà alla servitù....„.

Naturalmente a nessuno può mai venire in mente di attribuire valore storico a questo preteso discorso di Servio Tullio, ma esso può valere come un segno della coscienza dello scrittore e de’ suoi tempi; ed è tanto più notevole che Dionigi abbia potuto attribuire a Servio idee ed espressioni come queste.

Questa nuova coscienza, riflesso e conseguenza della nuova vita e delle nuove esperienze, era l’indice della rivoluzione morale generata dalla rivoluzione economica e che, quanto più si svolgeva, appariva come l’opera di un puro processo ideale, sorto in maniera indipendente e che seguitava ad esercitare la sua azione come tale.

Veramente questa trasformazione morale, di cui non sempre i posteri hanno saputo vedere l’origine indiretta e remota e di cui tanto meno potevano vederla i contemporanei, distinta quanto più ne era la radice, seguitava poi ad operare inconsapevolmente e continuamente, anche come schietto movente morale, sotto forma di spontaneo impulso individuale e di sanzione dell’opinione pubblica. La rivolta del sentimento pubblico, avvenuta ne’ primi tempi dell’Impero, contro il decretato supplizio de’ molti schiavi ritenuti solidalmente responsabili dell’ignorato assassino del padrone e di cui Tacito[800] ci ha tramandata la memoria, può valerci d’esempio.

Lo stoicismo, processo ideale che, mediante e attraverso le cumulate esperienze della vita e della storia, attraverso le differenze accidentali e le analogie sostanziali de’ popoli assorgeva al concetto di uomo e di una vita morale superiore ed emancipata dagli ordini giuridici e politici e dalla stessa vita pratica; non faceva che tendere a divenire sempre più l’espressione rigida e schematica di questo stato di cose e di coscienza.

Intanto la stessa azione della nuova vita trasformata e sintetizzata nel sentimento di forma inconsapevole e spontanea, trovava fomite e concorso in moventi utilitarî, in costrizioni esterne, che talvolta si larvavano della tendenza morale disinteressata, tal’altra ingenuamente si mostravano per quello che erano.

Uno schiavo era poi, infine, una proprietà che, quanto si era meno opulenti e dissipatori, più voleva essere curata e tenuta da conto, non foss’altro che come il resto di quell’istrumentum vocale sotto cui Varrone comprendeva gli schiavi. E quando il prezzo degli schiavi saliva, o, per ragioni diverse, lo schiavo costava molto, la cura doveva raccomandarsi da sè. Il vignaiuolo, a cui Columella[801] assegnava un prezzo di ottomila sesterzi, non lo si poteva vedere, in qualunque maniera, andare a male senza rincrescimento.

Anche le rivolte servili, di cui l’eco si faceva lontana ma che pure durava, non v’erano state inutilmente, e qualche insegnamento ne veniva da esse e dalla reazione sorda o palese, lenta ma continua, che a quella era succeduta.

Catone, poi, nelle agevolezze concedute agli schiavi cercava e confessava, senza peritanza, una ragione ed un fine di utilità[802].

Varrone[803] parlando de’ sorveglianti dice che “non bisogna conceder loro di condursi in modo da tenere in freno gli schiavi con la frusta piuttosto che con le parole se anche sia possibile riuscirvi in ugual modo. Nè si debbono tener molti schiavi della stessa nazione. Da ciò massimamente vengono de’ danni domestici. I preposti debbono essere resi più alacri con premi e si deve fare in modo che abbiano peculio e serve ad essi congiunte, da cui abbiano figli. Con ciò si rendono più stabili e più attaccati al fondo. È per questi rapporti famigliari che gli schiavi epiroti sono più raccomandati e più cari. Debbono essere anche allettati i preposti con l’usar loro qualche tratto d’onore, e, se vi sono operai migliori degli altri, bisogna discorrere con loro sul da fare, perchè, quando si fa ciò, son condotti meno a credere d’essere tenuti in dispregio dal padrone e pensano invece d’essere avuti in conto da lui. Si ottiene pure che mettano più impegno nel loro compito con l’essere più liberali verso di loro sia ne’ cibi che nelle vesti e condonando qualche lavoro e facendo loro qualche concessione, come lasciare che possano pascere nel fondo qualche animale proprio e simili altre cose, così che, se accada di comandar qualche cosa di più gravoso o di castigarli, ciò, consolandoli, ridesti in loro il buon volere e la benevolenza verso il padrone„.

E Columella non solo raccomanda di riparar bene i servi dal freddo, nell’interesse stesso del padrone, ma dà sul loro trattamento questi più generali suggerimenti.

“Quanto agli altri servi sono da seguire questi precetti, che io non mi pento mai di avere osservati, in modo che con gli schiavi di campagna, i quali non si conducevano male, io discorrevo più spesso che non con gli schiavi di città, e, vedendo che l’affabilità del padrone alleviava la loro perpetua fatica, celiavo talvolta con loro e più ancora permettevo che essi celiassero con me. Spesso faccio anche come se mi consigli con alcuni di loro su’ nuovi lavori, quasi con persone più perite..... Allora vedo che anche si accingono più volentieri all’opera che credono deliberata insieme a loro e intrapresa secondo il loro avviso„[804].

Quanto peggiore anzi era la condizione degli schiavi, tanto più Columella suggeriva di evitare loro maggiori aggravi e alleviarne il disagio, in quanto fosse possibile. Così per gli schiavi incatenati diceva[805]: “Tanto più diligente deve essere la sorveglianza del padre di famiglia su questa categoria di servi, perchè non sieno maltrattati nelle vesti e nelle altre provvisioni, quanto più, soggetti come sono a maggior numero di persone quali i fattori, i capi d’arte, gli ergastolarî, sono più soggetti ad abusi e si rendono ancora più pericolosi se stizziti dalla crudeltà e dall’avarizia. Così il padrone diligente chieda tanto a loro come a’ servi non incatenati, cui si può aggiustare più fede, se ricevono tutto quanto egli ha loro assegnato. Assaggi egli stesso se son buoni il loro pane e la loro bevanda: veda le vesti, i manicotti, i calzari. Spesso dia loro modo di fare le loro doglianze su quelli che li aggravano con la crudeltà o con la frode. Anche noi talora rendiamo ragione a quelli che muovono giuste doglianze, allo stesso modo che castighiamo quanti provocano sedizioni nella servitù e calunniano i loro preposti: del pari premiamo gl’industriosi e i solerti. Alle donne più feconde, che occorre ricompensare quando hanno raggiunto un certo numero di figli, concediamo talvolta il riposo e anche la libertà dopo che ne hanno allevati parecchi. Giacchè a quelli che aveano tre figli toccava il riposo e a chi ne aveva più la libertà. Queste cose e la giustizia e la solerzia del padre di famiglia conferiscono assai ad accrescere il patrimonio„.

Notevole anche è quanto dice Columella, dove, trattando de’ compiti della moglie del fattore (vilicus), le suggerisce di visitare al mattino la fattoria per vedere se vi sono ammalati o finti ammalati. “E, se anche comprenderà che si tratta di una finta malattia, conduca nondimeno il servo, senz’altro, all’infermeria; giacchè giova meglio che, stanco dal lavoro, se ne stia quieto e custodito uno o due giorni e non che, oppresso dalla soverchia fatica, finisca col recare qualche danno reale„[806].

Parrà forse difficile a spiegare come, mentre da un lato si veniva così rilevando il concetto dello schiavo e si vedeva la necessità di migliorarne il trattamento, mettendo anche all’occasione in pratica il precetto, d’altra parte, proprio in questo periodo, ci vengono segnalati casi di singolari maltrattamenti degli schiavi e atti di raffinata crudeltà.

Eppure le due cose sono meno inconciliabili di quel che sembri a prima vista.

La critica di una istituzione sorge all’apparire de’ giorni di malessere che ne iniziano la decomposizione, e come effetto di quell’intima dissoluzione che trova nella critica un aiuto e un mezzo atto ad accelerarne il cammino. Ma, per ciò stesso, la critica precorre la reale e completa fine dell’istituzione che mira a scalzare, e i nuovi indirizzi morali e le teorie, che costituiscono il lato positivo della critica, riflettono una realtà non ancora maturata ma che diviene. Al medesimo tempo i rimedî, che, nell’ambito degli stessi antichi orizzonti morali, si escogitano come mezzi termini tra il passato e l’avvenire, o come puntelli d’istituzioni crollanti, non sempre riescono ad avere una pratica applicazione, nè l’hanno contemporanea ed universale. Come in tutti i periodi di transizione, vi è, ad un tempo, conflitto e coesistenza di elementi diversi, anacronistici nella loro identità cronologica, congiunti nel tempo ma disgiunti e opposti nello spirito che gli anima; e lo stesso processo di dissoluzione, che avanza, moltiplica gli inconvenienti che fanno l’istituzione sacra alla morte, ne accentua le anomalie, ne rende più stridenti i contrasti, dando così a tali periodi storici quel particolare aspetto di confusione, in cui il misoneismo e l’angustia d’orizzonti fanno vedere a molti contemporanei come l’apocalittica fine di un mondo, col quale non finisce una delle forme della vita ma la vita stessa.

Se in alcuni casi, in determinate condizioni, molte cose consigliavano e conducevano a trattar meglio gli schiavi, in certi altri il disagio economico crescente, la minore produttività del lavoro servile, la reciproca concorrenza col lavoro libero costringevano ad usufruire sino all’estremo e senza riguardi gli schiavi e, sopratutto, a ridurne il costo di mantenimento.

Altre volte il maltrattamento degli schiavi poteva essere effetto di varietà di temperamento ne’ padroni, le quali erano più forti, nella loro reazione, de’ nuovi influssi morali.

In altri casi se il valore degli schiavi era una ragione di cura maggiore per le modeste fortune, non poteva avere lo stesso effetto nelle enormi fortune, i cui proprietarî dissipavano, senza un pensiero al mondo, la forza e la vita de’ loro schiavi, così come dissipavano e profondevano le altre loro ricchezze.

Quella disparità crescente di fortune, che si risolveva in una degenerazione progressiva di ricchi e di poveri, e ch’era un lievito di vizî e di corruttele, impronta di un mondo destinato a sfasciarsi per risorgere trasformato, portava anche come conseguenza lo spettacolo di deformità morali invincibili, che, con la loro ombra, doveano meglio mettere in luce ed evocare gli ideali nuovi e l’opera di rinnovazione morale.

Lo stesso venir meno di quel fondamento della schiavitù, che, involuto nella tradizione, ne costituiva la legittimazione non solo giuridica ma anche economica e morale, doveva dar ansa alla reazione sorda e individuale, occulta e incoercibile, degli schiavi e fecondare contrasti che terminavano con atti di crudeltà.

Così tutto, il bene e il male, la sevizia e l’indulgenza, l’allentarsi del rapporto sotto un’azione morale e il suo incrudelirsi per effetto di una necessità presente, tutto concorreva a minare la schiavitù. Erano tanti germi di dissoluzione, che si apparecchiavano meglio a fruttificare sotto l’Impero, ambiente favorevole al loro svolgimento.

XII.

Suscitato e preparato dall’intimo antagonismo e da’ contrasti sempre crescenti e più aperti tra la metropoli e le provincie, la grande possidenza e la piccola, i benestanti e i proletarî, gli schiavi e i padroni, i dominatori e i dominati, l’Impero sorgeva come una forma di governo meglio rispondente alle nuove proporzioni del dominio e alla modificata composizione del corpo sociale, come un organismo politico in cui le antitesi e i dissidî dell’èra repubblicana potevano e dovevano trovare, se non la loro risoluzione, almeno un qualche componimento, un relativo stato di equilibrio.

L’Impero trovava la sua ragion d’essere e il segreto della sua vita e del suo avvenire, se anche i suoi strumenti non ne avevano chiara e piena coscienza, in un compromesso, imposto dalla forza delle cose, promosso o bene accolto da varî elementi del dominio, accettato o tollerato, come una inevitabile necessità, da altri. Esso è stato bene considerato come una diarchia, ove il potere era diviso ed equilibrato tra il senato come rappresentante dell’aristocrazia romana e l’imperatore come rappresentante del popolo; ma il popolo andrebbe veramente inteso in senso assai largo, e si potrebbe vedere nell’imperatore il rappresentante, magari talvolta inconsapevole e implicito, di tutti i molteplici elementi, che, come i provinciali, gli stessi servi, i dominati in generale non avevano un modo diretto di determinare l’indirizzo politico dello Stato, di far sentire regolarmente e con utile effetto la propria voce, di resistere a quella ristretta classe di persone, che da Roma e dalla zona più vicina sfruttava ogni maniera di soggetti e monopolizzava il potere, facendo della legge e del governo l’espressione e lo strumento de’ suoi interessi. Nell’intuizione di queste molteplici solidarietà, in questo largo consenso d’interessi l’Impero aveva il suo sostegno, e, quanto più il senso della sua utilità si diffondeva in una più estesa cerchia di persone e l’utilità nell’esperienza si rendeva più evidente e più certa, più l’istituzione metteva radici e acquistava vigore.

Questo potere, prima di divenire, come poi fece, un’istituzione, aveva i caratteri e le forme di un’egemonia personale, e si affermava e operava per vie e con forme, che stavano di mezzo tra le private e le pubbliche, tendendo a dare apparenza di rapporti e funzioni private a certe funzioni e ingerenze di carattere pubblico ma inerenti alla persona del principe; mentre gli stessi rapporti e funzioni di carattere privato riescivano spesso, anche senza volerlo, ad assumere carattere pubblico.

Per realizzare le condizioni necessarie all’esercizio dell’egemonia personale, il principe aveva bisogno di una larga categoria di persone, che non vivessero di vita autonoma, ma fossero come la proiezione della sua persona e le sue braccia allungate e che, pur valendo all’occorrenza come funzionarî, rimanessero avvinti a lui da un legame di stretta dipendenza e da lui riconoscessero la propria posizione e la ragione della loro azione.

Niente meglio de’ liberti e degli schiavi, secondo i casi e la natura più o meno subordinata e rilevante delle funzioni, poteva sopperire a questo bisogno.

Essi costituivano anche un elemento affatto scevro di tradizioni non solo repubblicane ma politiche, e come tali avevano il vantaggio di essere migliori e più sicuri strumenti in mano del principe nella sua lotta, se anche non più aperta, pur sempre persistente, in forma coverta, con le classi dominanti che avevano perduto il monopolio del potere.

Ciò spiega anzi un’apparente contraddizione nel trattamento fatto a’ liberti sotto l’Impero, che, mentre già dalle origini fecondava e favoriva il potere effettivo de’ liberti, ne deprimeva la condizione politica, togliendo loro, come pare, il diritto di voto, escludendoli dalle legioni, esigendo per le stesse flotte, dopo che divennero un vero servizio militare, l’origine libera e precludendo loro l’adito alle magistrature e a’ sacerdozî[807].

La ragione di queste restrizioni stava appunto, a quanto sembra, nel proposito d’impedire che, mediante le numerose manumissioni, i privati si creassero delle clientele capaci di spiegare un’azione anche nel campo della politica e che i liberti, entrando nel pieno esercizio de’ diritti politici, si avvezzassero a vedere nel potere imperiale un antagonista anzi che un rappresentante e un protettore.

Al dubbio potere da conquistare nel campo della politica e dell’amministrazione cittadina, in un periodo in cui il principato mirava a farsi sempre più incombente e soverchiante, i liberti dovevano anteporre il largo posto ad essi fatto nella gerarchia della casa imperiale, nella gestione delle finanze, nell’amministrazione e talvolta nel governo stesso delle provincie imperiali[808], che, compenetrandoli col potere imperiale, li veniva a rendere al tempo stesso strumenti e partecipi di esso.

Con la riforma compiuta da Adriano nel campo dell’amministrazione imperiale, è vero, i posti più perspicui toccano ormai all’ordine equestre, e i liberti passano in second’ordine[809], riservati a uffici subordinati. Ma, anzitutto, l’ordine equestre stesso non era assolutamente chiuso a’ manomessi, che avevano il modo di elevarsi ad esso gradualmente; e poi, se anche sfuggiva loro di mano il monopolio del potere formale concesso dalla gerarchia, erano ben lontani dal perdere quella potenza effettiva che nella società e più nella corte era loro assicurato dalla ricchezza, dalla versatilità e varietà di attitudini e da quella agilità di espedienti e di modi, da quel fare insinuante e spesso insidioso, a cui si erano bene addestrati negli anni di servitù e che ora portavano seco nella vita come un’arma, l’arma più maneggevole e adatta in un tempo e in una vita come quelli di Roma imperiale.

Essi traevano partito dal proprio ingegno, dalla giovinezza degl’imperatori, dalle loro debolezze, dalle rivalità, dalle ambizioni, dalla passione delle donne loro familiari per ordire tutta una trama d’intrighi, di cui le fila erano in mano loro e ch’essi così intrecciavano e svolgevano a loro talento.

“La massima parte de’ principi — poteva dire Plinio[810] a Traiano — mentre erano padroni de’ cittadini, erano servi de’ liberti: governavano secondo i loro suggerimenti, secondo i loro cenni; per mezzo loro sentivano, per loro mezzo parlavano; per mezzo loro si chiedevano le preture e i consolati, anzi si impetravano da loro„.

Infatti lo stesso regime sagace di Augusto e quello severo di Tiberio aveano dato l’esempio, il primo, delle rapacità di Licinio e l’altro della potenza di Severo, di Thallo, di Nomio; ma l’invadenza, contenuta sotto questi primi principi, avea vinto ogni ritegno sotto Caligola, sotto Claudio specialmente e sotto Nerone; e, frenata talvolta da qualche imperatore più savio o più energico, era sempre pronta a eccedere di nuovo con imperatori del genere di Domiziano, di Commodo[811] e di Elagabalo[812]. Anche imperatori buoni, come M. Aurelio, non riuscirono a contenere ne’ giusti termini i liberti; e, in ogni caso, pur sapendo contenerli, li tenevano sempre in onore. Così Adriano[813], così Traiano, di cui Plinio[814] soggiungeva: “Tu rendi anche a’ tuoi liberti grandissimo onore, ma sempre come si conviene a liberti e credi che basti se abbian fama di gente proba ed economa„.

La condizione di fatto, che schiavi e liberti acquistavano e mantenevano nelle case de’ potenti e specialmente alla corte imperiale e nelle sue dipendenze, assicurava loro una prevalenza e un prestigio, che si sovrapponeva alla loro condizione legale e la faceva dimenticare.

Che importava che lo stato servile impedisse loro di partecipare all’esercizio di diritti politici resi sempre più nominali e illusorî, se potevano, con i vantaggi e con l’irresponsabilità di un governo indiretto, recarsi il potere effettivo nelle mani? Che importava se, ricordo di un tempo passato, la loro pelle serbava ancora le tracce della mano fustigatrice del padrone? Anche a questo sapeva portar rimedio l’arte della teletta, fatta dal tempo sempre più dotta di espedienti e ricca di cosmetici. E, intanto, senatori e magistrati e potenti facevano ressa alla porta o nell’anticamera del favorito[815], cercando che il loro ossequio non passasse inosservato, o sollecitando un’udienza, ora, quasi per rappresaglia, concessa a fatica e con tutte le forme atte a far sentire la superiorità dell’ignobile figlio della fortuna, la quale, obbedendo al suo capriccio, l’aveva prima bistrattato, facendolo nascere in basso, e poi l’aveva col suo noncurante sorriso lanciato in alto per tenervelo su in bilico e precipitarlo ancora all’occorrenza, se il vento del successo o l’umore bizzarro del padrone turbava quel pericoloso e sapiente giuoco d’altalena e gli faceva perdere l’equilibrio.

I liberti intanto, e in dati casi anche gli schiavi, costretti dalla loro stessa inferiorità legale ad appagare per altre vie il loro desiderio di ascendere e migliorare il proprio stato, mettevano a profitto tutti i mezzi di far fortuna.

Della loro posizione alla corte e del favore imperiale si servivano per accumulare fortune talora enormi[816], fatte mediante ruberie o con la vendita della loro mediazione alla turba de’ postulanti.

Fuori anche del parassitismo, studiosamente coltivato e abilmente usufruito, essi rappresentavano l’elemento più industrioso e sapiente nell’arte di scovare le vie del guadagno e venirne a capo con la mercatura specialmente e poi con tutte le altre forme di operosità, in cui essi facevano talora da pionieri e tal’altra da emuli del lavoro libero.

Si vedevano così servi, che veramente si potevano dir tali solo di nome, fatti indipendenti, o quasi, da’ padroni, forti delle sostanze accumulate e che ampliavano sempre più l’uso de’ vicarii, sorti come uno de’ cespiti del peculio, come un mezzo di speculazione, e poi convertiti in surrogati de’ servi ed estesi sino al punto da dare al servo stesso una servitù talvolta anche numerosa[817].

I liberti poi tendevano a costituire essi stessi una classe media, in cui intanto s’insinuavano in ogni maniera, e che penetravano da tutti i lati, elevandosi sino ad essa, colmandone i vuoti crescenti, dominandola con la potenza del danaro.

L’augustalità, un’istituzione ibrida, le cui origini non si lasciano determinatamente seguire e che, senza avere scopi e funzioni religiose o civili nettamente definite, avea le apparenze delle une e delle altre, era una forma di organizzazione de’ liberti, fuori delle cariche municipali e di contro all’ordine investito dell’amministrazione ne’ municipî, su cui si vennero anche modellando e rifoggiando organizzazioni simili formate non più da liberti. Questa organizzazione non aveva una vera e reale sfera di azione nella vita giuridica ed amministrativa del paese, ma dava modo a’ liberti di costituire un ordine, che tra il decurionato e la plebe de’ municipî simulava la posizione tenuta a Roma dall’ordine equestre tra l’ordine senatorio e la plebe, e dava modo a’ liberti di sentirsi non più come elementi disgregati ed erranti nella compagine dell’Impero romano, ma come una classe solidale; li ricongiungeva all’autorità e alla persona dell’imperatore, da cui improntavano il nome quasi a suggello di protezione e di nobiltà; e li metteva in grado, mediante i donativi, le largizioni e gli spettacoli di accaparrarsi il favore della folla e crescere d’importanza, gareggiando vittoriosamente con gli altri cittadini in quella funzione di beneficenza decorativa, a cui pareva si andassero sempre più riducendo le funzioni e la ragione d’essere di molte cariche.

A prescindere dall’importanza e dalla potenza raggiunta dagli schiavi nello stesso stato di servitù e che costituiva un fatto sempre meno infrequente, anche nel campo della vita privata, col crescere delle fortune, cui essi erano preposti in qualità di actores, vilici, ecc.; lo stato sociale raggiunto da’ servi sotto forma di liberti non poteva fare a meno di riflettersi sulla generalità de’ servi per mutare sempre più il concetto teorico della schiavitù e degli schiavi.

Veramente, come già innanzi si è osservato, moltissime volte accadeva che il servo manomesso, o semplicemente innalzato su’ suoi compagni di servitù, a disdire e disconoscere la sua origine ignobile, non trovasse miglior modo che rinnegare ogni solidarietà con i suoi uguali di un tempo e affettasse e ostentasse verso di loro dispregi e, all’occorrenza, un contegno inumano. Ma ciò non toglieva che gli altri considerassero, moralmente, a una stregua schiavi e manomessi per confonderli in un solo sentimento di sprezzo o per guardarli con un solo senso di timore, e, in altri casi, per vedere in essi una sola e medesima natura umana piegata dagli eventi a vari atteggiamenti e varie fortune.

Notes in this chapter

Note 1 · Varr., R. R. I, 17, 1.Note 2 · Colum., R. R. I, 3:... Propter quod operam dandam esse ut rusticos et eosdem adsiduos colonos retineamus cum aut nobismetipsis non licuerit Note 3 · Cat., R. R. 136-7.Note 4 · Varr., R. R. I, 17, 1: Omnes agri coluntur hominibus servis aut liberis aut utrisque, liberis aut cum ipsi colunt, ut plerique pauperculi cuNote 5 · Sallust., Cat., 37, 7:..... iuventus, quae in agris manuum mercede inopiam toleraverat. Nitzsch, Die Gracchen, pp. 184, 187 sgg.. 192, 194.Note 6 · Varron, R. R. I, 17, 1: De quibus universis hoc dico, gravia loca utilius esse mercenariis colere quam servis. Cfr. Cat., R. R. 14, 5.Note 7 · Caton., R. R. 136-7.Note 8 · Cat., R. R. 1, 3; 4, 6; Varron, R. R. 16, 3.Note 9 · Varron, R. R. I, 16, 3:..... item si ea oppida aut vici in vicinia aut etiam divitum copiosi agri ac villae, unde emere possis quae opus sunNote 10 · Varron, R. R., l. c. — Cat., R. R. 1, 3:.. loco salubri, operariorum copia siet, bonumque aquarium oppidum validum prope siet aut mare aut aNote 11 · Mommsen, R. G. I8, p. 196.Note 12 · Gamurrini G. F., Dell’arte antichissima in Roma (Bull. dell’Istit. arch. germanico. Sez. Romana II (1887), pp. 221 sgg.).Note 13 · Waltzing J. P., Étude hist. sur les corporations professionnelles chez les Romains. Bruxelles, 1895, I, p. 199.Note 14 · Waltzing, op. cit., I, p. 239 con le autorità ivi citate.Note 15 · Sallust., Bellum Jugurt., 73, 6:..... plebes sic accensa, uti opifices agrestesque omnes, quorum res fidesque in manibus sitae erant, relictNote 16 · Waltzing, op. cit., I, p. 86.Note 17 · Waltzing, op. cit., I, p. 88.Note 18 · Cic., Pro dom., 33, 89; de pet. consul., 8, 30; Waltzing, op. cit., I, p. 86.Note 19 · Marquardt, Vie privée des Romains, II, pp. 31-2.Note 20 · R. R. 135: Romae tunicas, togas, saga, centones, sculponeas: Calibus et Minturnis cuculliones, ferramenta, falces, palas, ligones, secures, Note 21 · Fredländer J., Darstellungen, II6, pp. 3 sgg.Note 22 · Pauly, Real-Encycl. d. class. Alterthumw. VI, p. 2545.Note 23 · Marquardt, Organisation financière, pp. 108 sgg.; Pöhlmann R., Die Ueberbevölkerung, etc., pp. 114 sgg.Note 24 · Cairnes, The slave power, pp. 71, 74.Note 25 · R. R. I, 3:..... qui possident fines gentium quos ne circumire quoque valent, sed proculcantibus pecudibus et vastandis feris derelinquunt; Note 26 · Vedi innanzi, pag. 60.Note 27 · Cairnes, The slave power, p. 75.Note 28 · Marquardt, Organisation financière, pp. 144 sgg.Note 29 · Schaeffle, Das gesellschaftliche System d. menschlichen Wirthschaft (3 Aufl.), II, p. 485; Pöhlmann, Die Ueberbevölkerung, p. 51.Note 30 · Pro Roscio Comoed., c. 10.Note 31 · Pöhlmann, Die Ueberbevölkerung, pp. 38, 107, con le autorità ivi citate.Note 32 · Friedlaender, Darstellungen, I9, p. 882: Der karge Tagelohn, der in Martials Zeit 6 1⁄4 Sesterzen zu betragen pflegte (eine Summe die man Note 33 · Cairnes, The slave power, pp. 75 sgg.Note 34 · Friedlaender, Darstellungen, I6, pp. 379 sgg.Note 35 · Περι τῶν ἐπὶ μισθῶ συνόντων.Note 36 · Pöhlmann, Die Ueberbevölkerung, pp. 38, 82 sgg.Note 37 · Scheel v. H., Die wirthschaftlichen Grundbegriffe im Corpus juris civilis (ne’ Jahrbücher für Nationalökonomie und Statistik hrg. von Br. HiNote 38 · Plut., Cat. maj, c. 21.Note 39 · Jurisprudentiae antehadrianae quae supersunt ed. P. Bremer. Lipsiae, 1896, pp. 185, 208; D. 40, 7, 14; D. 13, 6, 5, 7.Note 40 · Plut., Crass, 2; Pöhlmann, Die Uerberbevölkerung, p. 89: So kaufte Crassus allein ein halbes Tausend unfreier Bautechniker und BauhandwerkerNote 41 · Karlowa, R. R. G. II, 1, pp. 111 sgg.; Jhering, Geist. d. r. R. II, 1, pp. 185 sgg.Note 42 · Karlowa, op. cit., II, 1, p. 112.Note 43 · Mandry G., Das gemeine Familiengüterrecht, Tübingen, 1876, II, p. 29; Pernice A., M. Antistius Labeo. Halle, 1873, I, 149.Note 44 · Bremer, Jurisprudentia antehadriana, p. 170; D. 33, 7, 12, 3-6.Note 45 · Bremer, op. cit., p. 201 (D. XV, 3 e 16). Alfenus libro secundo Digestorum. Quidam fundum colendum servo suo locavit et boves ei dederat. CuNote 46 · Per gli schiavi ne darebbe una prova il fr. 14, pr. de statal. 40, 7; per i liberti lo attesta Dositeo, Hadr. sent. et ep., § 8, p. 9 BöckinNote 47 · Pernice, op. cit., p. 136.Note 48 · Scheel v. H., Die wirthschaftliche Grundbegriffe im Corpus juris civilis (Jahrbücher f. Nationalökon. und Statistik herausg. von Br. HildebrNote 49 · Die Naturalwirlhschaft wurde zur Geldwirtshchaft.Note 50 · Costa E., Il diritto privato romano nelle comedie di Plauto. Torino 1890, p. 108 sgg., con tutti i testi ivi citati; Jhering R., Geist. d. rNote 51 · De agri cult., 2, 7: ..... servum senem, servum morbosum et siquid aliut supersit vendat.Note 52 · Cat. maj., 5, 2.Note 53 · Suet., Div. Claud., c. 25.Note 54 · Wallon, op. cit., II2, p. 397 sgg.Note 55 · D. XXXVIII, 1, 9: Operae in rerum natura non sunt. Sed officiales quidem futurae nec cuiquam alio deberi possunt quam patrono, cum proprietaNote 56 · Karlowa, R. R. G. II, 1, pp. 142 sgg.; Lemonnier H., Étude historique sur la condition des affranchis aux trois premiers siècles de l’EmpireNote 57 · Lemonnier, op. cit., pp. 120 sgg.; Karlowa, II, 1, pp. 144-5.Note 58 · D. XXXVIII, 1, De operis libertorum; Karlowa, R. R. G., II, 1, p. 145: Bei den Freigelassenen werden operae officiales und operae fabriles uNote 59 · Karlowa, op. cit., p. 146: Die operae fabriles dagegen sind bestimmte Leistungen, zu deren Vornahme Ausbildung in dem betretfenden Kunst gehNote 60 · Gaii, Inst. III, 39-42, ed. Huschke: Nunc de libertorum bonis videamus. Olim itaque licebat liberto patronum suum in testamento praeterire..Note 61 · D. XXXVIII, 1, 25: Patronus qui operas liberti sui locat, non statim intellegendus est mercedem ab eo capere: sed hoc ex genere operarum, exNote 62 · D. XXXVIII, 1, 16.Note 63 · D. XXXVIII, 1, 38: Si tamen libertus artificium exerceat, eius quoque operas patrono praestare debebit, etsi post manumissionem id didiceritNote 64 · D. l. c.: Hae demum impositae operae intelliguntur, quae sine turpitudine praestari possunt et sine periculo vitae. Cfr. D. XXXVIII, 1, 16.Note 65 · D. XXXVIII, 1, 33: Javolenus libro sexto ex Cassio. Imponi operae ita, ut ipse libertus se alat, non possunt.Note 66 · D. XXXVIII, 1, 18-19: Suo victu vestituque operas praestare debere libertum Sabinus ad edictum praetoris urbani libro quinto scribit: quod sNote 67 · Bremer, Jurisprud. antehadrianae, pp. 60-61, 180, 282.Note 68 · Bremer, op. cit., pp. 43, 235; D. XXXVIII, 2, 1... Namque, ut Servius scribit, antea soliti fuerunt a libertis durissimas res exigere, sciliNote 69 · Lemonnier, op. cit., pp. 39 sgg., con le autorità ivi citate.Note 70 · Gai, Inst., I, 42-4; Lemonnier, op. cit., pp. 53 sgg.Note 71 · Dio. Cass., LV, 13; Gai, Inst., I, 16-8; Ulpian, Fragm., I, 12, ed. Huschke; Lemonnier, op. cit., pp. 48 sgg.Note 72 · Gai, Inst., III, 56; Lemonnier, op. cit., pp. 59 sgg.Note 73 · Lemonnier, op. cit., 51.Note 74 · Lemonnier, op. cit., pp. 43, 61.Note 75 · Gai, Inst., I, 46.Note 76 · Bremer, Jurisprud. antehadr., pp. 171, 180, 234, 384, etc.Note 77 · Voigt M., Röm. Rechtsgesch., pp. 641, 657.Note 78 · Costa E., Il diritto romano nelle commedie di Plauto. Torino, 1890, pp. 378 sgg., con i testi ivi citati.Note 79 · C. 5, 4; 144-46.Note 80 · Karlowa, op. cit., II, 2, p. 644 sgg.Note 81 · Caton., De agri cult., 136: Politionem quo pacto partiario dari oporteat; 136: Vineam curandam partiario....Note 82 · Caton., De agri cult., 144-5; Beckker E. J., Ueber die leges locationis bei Cato de re rustica (in Zeitschrift für Rechtsgeschichte herausg.Note 83 · Bekker, l. c.Note 84 · Vedi sopra, pp. 124, sgg.Note 85 · Caton., De agri cult., 14, 3: hae rei materiem et quae opus sunt dominus praebebit et ad opus dabit.... — 16: ... dominus lapidem, ligna ad Note 86 · Bekker, op. cit., pp. 430-1.Note 87 · Caton., De agri cult., 144, 4: nequis concedat, quo olea legunda et faciunda carius locetur, extra quam siquem socium in praesentiarum dixerNote 88 · Karlowa, R. Rechtsgesch., II, 2, p. 644: Es wird zur Zeit jener häufiger vorgekommen sein, dass ein römischer Bürger, welcher keine genügendNote 89 · Caton., De agr. cult., 144, 2: Qui oleam legerint, omnes iuranto ad dominum aut ad custodem sese oleam non subripuisse neque quemquam suo doNote 90 · Caton., De agr. cult., 14, 5.Note 91 · Caton., De agri cult., 144, 2-3: Scalae ita ut datae erunt, ita reddito, nisi quae vetustate fractae erunt. Si non [erunt] reddet, aequom soNote 92 · Caton., De agri cult., 144, 3: Legulos, quot opus erunt, praebeto et strictores. Si non praebuerit, quanti conductum erit aut locatum erit, Note 93 · Caton., De agri cult., 145: Si operarii conducti erunt aut facienda locata erunt, pro eo resolvito aut deducetur. — 146, 3: Si emptor leguliNote 94 · Caton., De agri cult., 145. Homines eos dato, qui placebunt domino aut custodi aut quis eam oleam emerit. Cfr., in quanto può trovare applicNote 95 · Caton., De agri cult., 144, 4-5: Nequis concedat, quo olea legunda et faciunda carius locetur, extra quam siquem socium in praesentiarum dixNote 96 · Bekker, Ueber die leges locationis, etc., p. 431 sgg. — Mommsen, ivi, p. 432. — Karlowa, op. cit., II, 2, p. 650-1.Note 97 · Gai, Instit., ed. Huschke, II, 79: Quidam materiam et substantiam spectandam esse putant, id est, ut cuius materia sit, illius et res, quae Note 98 · Bücher K., Gewerbe (Hdwb. d. Staatsw., Bd. III), p. 931: Auf die Haufigkeit des gewerblichen Lohnwerkes deutet endlich noch die berühmte StrNote 99 · Gai, Inst., II, 77 sgg.Note 100 · Gai, Inst., II, 78-79.Note 101 · Oertmann, op. cit., p. 123: Erst in späterer Zeit und im Gegensatz zu der altnationalen Rechtsbildung ist im römischen Recht eine AnerkennunNote 102 · Oertmann, op. cit., p. 125: Während ursprünglich eine Entschädigung wegen Verletzung freier Menschen nach dem Grundsatz “liberum corpus nullNote 103 · Voigt M., Die XII Tafeln, II, p. 283 sgg.Note 104 · IV, 23.Note 105 · Liv., I, 8, 6:..... eo ex finitimis populis turba omnis sine discrimine, liber an servus esset, avida novarum rerum perfugit, idque primun aNote 106 · Liv. IX, 467; Nitzsch, Die Gracchen, pp. 70-71.Note 107 · Horat., Sat., I, 6, vss. 45-6: “Nunc ad me redes libertino patre natum Quem rodunt omnes libertino patre natum. Lemonnier, op. cit., pp. 25Note 108 · Val. Max., VIII, 6, 2; Plut., Syll., 9; Appian., B. C., I, 100; Sallust., Cat., 24; Wallon, op. cit., II, p. 318 sgg.Note 109 · Liv., XXII, 57, 11. Cfr. XXVII, 38; XXVIII, 46; Wallon, op. cit., II. p. 483.Note 110 · Marquardt, Vie privée des Romains, I, p. 190 sgg.Note 111 · Jhering, Geist d. röm. Rechts, II Th., 1 Abth., p. 187.Note 112 · Costa, Il diritto romano privato nelle commedie di Plauto. Torino, 1890, p. 94, con i testi ivi citati.Note 113 · Kniep F., Societas publicanorum. Jena, 1896, p. 65 sgg.Note 114 · Diod. Sic., XXXIV, 2, 48.Note 115 · Tacit., Ann., XIII, 23; Wallon, op. cit., II2, p. 427.Note 116 · IV, 23.Note 117 · Ann., XIV, 42.Note 118 · R. R., IV, 3.Note 119 · Plut., Cat. maj., 21.Note 120 · R. R., I. 17, 5.Note 121 · R. R., I, 8.Note 122 · R. R., I, 8.Note 123 · R. R., XII, 3.Note 124 · Mommsen, Droit public romain, trad. fr. VI, 2, pp. 36-40.Note 125 · Hirschfeld O., Untersuchungen auf dem Gebiete der roemischen Verwaltungsgeschichte. Berlin, 1877, I, pp. 30-3, 242; Friedlaender, DarstellunNote 126 · Hirschfeld, op. cit., pp. 248 sgg.; Friedlaender, op. cit., I6, pp. 82-3 sgg., 185 sgg.Note 127 · Paneg., c. 88.Note 128 · Friedlaender, Darstellungen, I6, p. 88 sgg., con i testi ivi citati.Note 129 · Hist. Aug. Anton. Heliog., c. 11: Fecit libertos praesides, legatos, consules, duces, omnesque dignitates polluit ignobili late hominum perdNote 130 · Hist. Aug. Hadr., c. 9, 16.Note 131 · Paneg., 88.Note 132 · Friedlaender, Darstellungen, I6, p. 101.Note 133 · Friedlaender, Darstellungen, I6, p. 96.Note 134 · Friedlaender, Darstellungen, I6, pp. 126 sgg. — Erman H., Servus vicarius, l’esclave de l’esclave romain. Lausanne, 1896, pp. 391 sgg.; pp.
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