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Il tramonto della schiavitù nel mondo antico

PARTE SECONDA (continued 3)

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Così, a misura che da’ bassifondi della società, dove i servi erano relegati, se ne staccavano più elementi per ascendere all’alto, si attenuava la rigidità di questa stratificazione e si costituiva, sempre più saldo e perspicuo, un legame di continuità.

La ostinata distinzione delle classi sociali e la loro ripugnanza a fondersi, in nessuna cosa forse più dura e meglio si mostra che ne’ matrimonî, dove l’ostacolo, che viene dalla disparità della condizione sociale, è mantenuta dal costume, anche quando vien meno la legge che la prescrive.

È tanto più notevole quindi l’imbattersi in matrimonî misti, non solo di schiavi e liberti, ma di persone di condizione rispettivamente libera e servile.

Non saprei dire se e in quanto, come si è accennato[818], questi matrimonî divenissero più frequenti nell’ambiente cristiano e per opera del nuovo movimento religioso, tanto più che ne mancano vere prove, e il sentimento religioso cristiano, quando era più fervido e sentito, tendeva a distogliere da ogni specie di rapporto sessuale.

Si può osservare invece, come queste unioni coniugali miste sorgevano e si rendevano relativamente frequenti prima e fuori dell’azione del movimento cristiano.

I servi pubblici, che dalla stessa natura de’ loro rapporti sono messi in una posizione di fatto più elevata rispetto a’ servi comuni, ci offrono già esempî di unioni con donne libere[819].

Il connubio poi tra ingenui e libertini ebbe il suo giuridico riconoscimento e la sua forza legale per opera di Augusto nel 736/18[820].

Che le unioni coniugali anche di servi privati con donne di condizione libera non dovessero essere rare sin da’ primi tempi dell’Impero, ce lo lascia argomentare il senatoconsulto Claudiano, deliberato sotto Claudio nel 53 d. C.[821] e poi ripetutamente richiamato in vigore[822] con maggiore severità.

E del resto, a confermare questa ragionevolissima induzione, soccorrono le epigrafi, che ci dànno, con la prova, l’esempio di queste unioni tra liberi e servi[823], talvolta della casa imperiale[824], tra padrone e servi, specialmente schiave liberate e fatte spose[825].

Sono naturalmente semplici vestigi di tanti altri casi forse, di cui la memoria non venne fermata, od è andata perduta.

Intanto, il fatto che non solo questi rapporti si creavano, come la tradizione letteraria assevera, per rilassatezza di costumi, ma divenivano vere unioni stabili, il che è altra cosa; e non solo ciò avveniva, ma se ne prendeva atto pubblicamente nell’iscrizione sepolcrale e se ne formava come il documento; tutto questo attesta una corrente nuova d’idee, tutta una serie di pregiudizi vinti, un lungo cammino fatto per colmare la voragine già esistente tra liberi e schiavi.

XIII.

Il vasto dominio romano, quale si era venuto costituendo negli ultimi secoli della repubblica e che si veniva rendendo sempre più stabile ed ordinato con l’Impero, diveniva come il crogiuolo, in cui andavano a fondersi, fin dov’era possibile, gl’interessi, i costumi, le credenze, gl’istituti de’ suoi varî elementi.

L’immenso e meraviglioso sviluppo della rete stradale formava come il sostrato e la condizione materiale di un più agevole e più rapido sistema di scambi, e la pace, assicurata almeno nell’interno del dominio, era come l’auspicio e il lievito di quel lento ma continuo lavoro di fusione.

Eliminati, almeno nella forma rude ed immediata della guerra, i conflitti tra città e città, tra regione e regione, tra popolo e popolo, gli angoli si smussavano, le differenze si attenuavano, e tutte le energie, nella loro forma sia materiale che morale, convergevano a Roma, il centro omai del mondo incivilito, la città universale, donde ribattezzate, rese più organiche e dotate di maggiore forza d’impulso, trasformate in pensiero civile, in mezzo d’espressione universale, in opere d’arte, in leggi, si diffondevano pel mondo per mezzo de’ suoi coloni e de’ suoi mercanti, de’ suoi eserciti e degli agenti della sua amministrazione, della sua lingua e de’ suoi ordinamenti.

Era tutto un enorme movimento centripeto e centrifugo, una diastole e sistole enorme, mercè cui quel dominio si sforzava di diventare qualche cosa di coerente e di organico e trovava in Roma, cuore e cervello, la rivelazione di una vita, ch’essa alimentava del suo sangue e ch’era la sua, e che ogni parte, per intuito, sentiva come tale, pur non riescendo sempre a scorgere il mistero di quella concrescenza e di quella comunione spirituale.

Nell’ambito del dominio universale si veniva producendo come conseguenza necessaria, per una ragione naturale di equilibrio, una coscienza universale. L’incremento quantitativo dell’aggregato portava, come suole accadere, per una inevitabile reazione delle parti, ad una trasformazione qualitativa. Il particolarismo dell’antica vita romana si tendeva e si allargava sino a sfasciarsi e a scoppiare nel suo sforzo di abbracciare un campo tanto più ampio e di contenere lo spirito nuovo.

Di qui il germogliare di una nuova vita morale, che cercava la sua espressione e la sua leva in concezioni sistematiche come lo stoicismo, in correnti religiose come il Cristianesimo.

E questo processo che come coscienza morale rimaneva spesso vago ed oscillante, si manifestava, in maniera più concreta, come coscienza giuridica, esercitando una continua pressione sulle istituzioni e sulle norme legali, obbligandole a trasformarsi per obbedire a un impulso unico che si manifestava in doppio aspetto: come riflesso de’ rapporti reali nella coscienza e quindi quale bisogno morale, da una parte; d’altra parte come bisogno obbiettivo di assicurare la coesistenza d’interessi e rapporti sempre più complessi, impedendone il conflitto e agevolandone l’esplicamento e la reciproca azione.

Il diritto, che nelle manifestazioni sociali corrisponde a quello ch’è la vita nelle manifestazioni del mondo organico, è la proporzione che rende possibile la coesistenza de’ vari elementi, e muta quindi col mutare di tutti gli elementi dell’aggregato sociale, col loro vario aggrupparsi, col mutare di tutto ciò che ne modifica l’azione.

Il ius gentium era il risultato necessario di un inevitabile processo d’induzione, che, nello sforzo di trovare una norma e un terreno comune ad uomini de’ più diversi paesi e delle più varie abitudini, attraverso gli elementi più accidentali e mutevoli cercava e trovava il fondo comune e più stabile.

Il ius naturale era il portato di un processo d’induzione anche più spinto, che, generalizzando ancora le norme del ius gentium ed elevandole a legge necessaria ed assoluta, cercava di determinare le condizioni della convivenza umana nella forma ultima e più semplice, indipendentemente dalle forme speciali, che assumevano presso questo o quel popolo, e quindi ne fissava le norme come inerenti alla natura umana.

L’equità, che da prima, come un senso instintivo, come un bisogno di equilibrio, aveva cercato di adattare le antiche, rigide, anguste norme, sorte per bisogni limitati, a rapporti emergenti da bisogni più vasti e più complessi, si faceva sempre più cosciente; e, mentre aveva la sua elaborazione teorica fuori del campo legislativo e giurisdizionale, in questo stesso campo, non di rado anche deduttivamente, svolgeva sino alle ultime conseguenze compatibili alcuni principi indotti, più o meno direttamente, dalla moltiplicata esperienza, adattando alle nuove esigenze, senza brusca rottura della tradizione, istituzioni del vecchio diritto civile e spiegando la sua azione anche in un ambito finora non tocco da questo[826].

L’Impero, che costituiva il periodo e l’ambiente di più progressivo e più notevole sviluppo di questa nuova coscienza giuridica e morale maturata ne’ tempi che prepararono l’Impero, aveva anche nella sua organizzazione lo strumento adatto per rendere più efficiente e tradurre in pratica quella metamorfosi morale.

Che la funzione legislativa de’ comizi cessasse più o meno rapidamente[827] col sorgere e l’affermarsi dell’Impero, resta pur sempre che il potere e la funzione legislativa si veniva sempre più concentrando nell’Imperatore, di cui, in maniera diretta o indiretta, la legislazione, la giurisprudenza, tutto infine il diritto positivo apparivano come un’emanazione sola sotto forma molteplice[828].

La nuova coscienza giuridica e morale, ch’era in continua formazione, sia sotto forma di pressione dell’opinione pubblica, sia sotto forma di opportunità politica e di esigenza del momento, riesciva, specie per quanto riguardava la classe servile, a trovare il suo interprete e il mezzo di tradursi in atto assai meglio in un potere unico come quello imperiale che non in un’aristocrazia governante o in una cittadinanza dominante, di numero relativamente ristretto rispetto a tutta la popolazione dell’Impero, di numero relativamente troppo largo per cedere alla suggestione di un momento o riconoscere e soddisfare un elevato bisogno morale estraneo e forse alieno, in apparenza almeno, alla cerchia de’ propri immediati interessi.

Anche se si tien conto della procedura esteriore e della tecnica della funzione legislativa, era tanto più lungo e difficile condurre in porto una legge destinata ad attraversare, come nel periodo repubblicano, le discussioni e le tempeste de’ comizi, che non un provvedimento adottato dal senato sopra iniziativa dell’Imperatore, o preso direttamente dallo stesso Imperatore sotto tutte le forme, che poteva assumere in lui il potere di dar leggi, col ius edicendi e tutti gli altri poteri ed attribuzioni, che, anche sotto la parvenza più modesta di provvedimenti particolari, permettevano al sovrano di dare un determinato indirizzo ed una speciale espressione ad alcuni istituti.

La continuità e la stabilità poi assicurata all’editto pretorio, senza che venisse meno la facoltà di supplirlo e completarlo, avevano data forma sistematica ed organica a questo strumento vivo ed attivo dell’equità, permettendogli di meglio spingere i suoi criteri informatori sino a certe conseguenze e di colmare certe lacune.

In tal modo la nuova coscienza del fondamento, non naturale, ma politico della schiavitù, dopo aver trovato il suo riconoscimento negli scrittori[829], lo trovava nella stessa giurisprudenza, nella maniera più esplicita[830]. E l’espressione di questa nuova coscienza, nello stesso campo giuridico, si rivelava, oltre che con affermazioni generiche, con particolari provvedimenti, che avevano preceduto od accompagnavano quegli aforismi rivelatori delle nuove vedute.

La nuova forma di stato più vasta e più organica, succeduta a quella forma repubblicana che aveva conservato, per quanto svisato e trasformato, l’aspetto originario di aggregato di gruppi gentilizi; il nuovo potere politico, avocando a sè le varie funzioni di carattere pubblico, doveva realizzare sempre più il carattere e l’interesse prevalentemente pubblico del diritto di punire, scalzando gli ultimi resti di quella giurisdizione famigliare, che aveva ancora incondizionata applicazione verso lo schiavo.

Quindi, per un complesso di ragioni di morale progredita e di opportunità politica, quell’uccisione volontaria dello schiavo, che altra volta aveva potuto essere un diritto appena colpito da sanzione morale o censoria, diveniva ora, già da’ primordi dell’Impero, un delitto agguagliato all’uccisione del libero[831]. E il divieto di uccidere si estendeva poi al divieto di maltrattare il servo.

Il potere pubblico, cessando di ritenersi estraneo a’ rapporti tra servo e padrone, affermava la sua ingerenza, proteggendo il servo contro il padrone che l’affamava, o incrudeliva contro di lui, o lo impiegava in cose che ne mettevano in pericolo la vita o ne abbassavano la condizione morale[832]. In un caso di eccessivi maltrattamenti Adriano aveva condannato al bando una donna[833], e Antonino Pio, riconoscendo quasi un diritto d’asilo per gli schiavi presso le statue dell’Imperatore, introduceva il rimedio di obbligare alla vendita dello schiavo il padrone crudele[834]. Già, poi, dal 61 d. G. C. una lex Petronia, inaugurando una tradizione proseguita da successivi senatoconsulti, disponeva che lo schiavo non potesse essere addetto alla lotta con le fiere nel Circo se non per gravi mancamenti e per pronunziato di giudici[835]. L’evirazione dello schiavo, volente o nolente — già vietata da Domiziano, se il divieto di costui si estendeva a’ servi — veniva di nuovo proibita da Adriano[836], la cui legislazione protettrice degli schiavi[837] costituisce come il riepilogo de’ miglioramenti introdotti da’ suoi predecessori e il punto di partenza di altri notevoli progressi.

Così le schiave vennero difese contro il padrone che le prostituiva contro loro volontà[838].

La tortura, adoperata per raccogliere le deposizioni testimoniali de’ servi, venne limitata a’ casi che, secondo i criterî del tempo, parevano quasi indispensabili[839].

Il senso d’umanità, che progrediva in quel fondersi delle varie civiltà e pareva evocato talvolta, per reazione, dagli stessi atti di crudeltà di alcuni, si faceva strada nelle stesse voci ch’erano come l’ultima espressione del declinante mondo antico, in leggi che si compiacevano a riconoscere nello schiavo tutto quanto egli poteva avere d’umano e valesse ad elevarlo agli occhi di sè stesso e d’altrui.

Plutarco, l’apologèta della virtù eroica antica e del mondo pagano, inculcava il migliore trattamento degli schiavi; e il progresso compiuto entro i secoli nella maniera di considerare e trattare lo schiavo appare tutto nella censura che Plutarco, senza tener conto de’ tempi diversi, fa de’ criterî manifestati da Catone il maggiore a questo riguardo[840].

Il sepolcro, in cui riposavano le ossa travagliate dello schiavo, era sacro come quello del libero[841].

Veniva riconosciuto nello schiavo il diritto di amare, di avere una famiglia. Assai prima che venisse espressamente vietato di separare gli schiavi congiunti per sangue, forse già sotto Marco Aurelio, talvolta, pietatis intuitu, talvolta per un concorso di sentimenti umani ed utilitarî, la sottigliezza degl’interpreti nobilmente si adoperava ad impedire che una famiglia di schiavi venisse avulsa e sparpagliata[842]. Quei rapporti sessuali de’ servi, che, più o meno permessi, non avevano superato il grado di una pura manifestazione fisiologica, di un accoppiamento animale, ora, magari per un movente utilitario sperduto ed elevato in un sentimento morale, divenivano un rapporto di famiglia. La definizione di coniuge, affacciata prima forse timidamente su qualche pietra sepolcrale, si ripeteva poi, diveniva più insistente e frequente, quasi un nome d’uso legittimo[843].

Il testamento, questa manifestazione che, dal punto di vista economico e giuridico, accentua così vivamente la persona e l’azione dell’individuo nell’incipiente economia capitalistica, cominciava ad entrare nelle consuetudini de’ servi publici, l’aristocrazia servile, e indi, eccezionalmente e con restrizioni, s’intende, si allargava anche, in alcuni casi, a’ servi privati[844].

E come lo svilimento del prezzo degli schiavi e il loro grande numero ne aveva determinato un trattamento peggiore, così il graduale esaurirsi delle fonti della schiavitù e l’aumento, relativo almeno, del valore degli schiavi faceva sì che fossero meglio trattati[845].

Sopra tutto poi la legislazione imperiale s’inspirava sempre più a quello che con espressione caratteristica si diceva favor libertatis[846]. Erano tante disposizioni intese ad agevolare la manumissione, sia facendo in modo che potessero accumulare il prezzo di riscatto ed usarlo a proprio vantaggio senza vederselo tolto e volto ad altro scopo[847], sia che si trattasse di assicurare alle disposizioni testamentarie concernenti manumissioni la loro esecuzione contro il malvolere e le astuzie degl’interessati ad eluderle e di dare a tali disposizioni un’interpretazione favorevole alla manumissione, anche ne’ casi di dubbio e di oscurità[848]. Prevaleva la massima che “quante volte era dubbia l’interpretazione favorevole allo stato di libertà, doveva rispondersi in senso favorevole alla libertà„[849].

La legislazione e la giurisprudenza del periodo imperiale anche meno recente abbondano di tanti di questi casi giuridici, in cui, di deduzione in deduzione, si giunge, animati da questo spirito, a decidere per la libertà de’ manomessi.

Ne’ vari casi, in cui, come nelle istituzioni fidecommissarie o nelle vendite con patto di manumissione, l’esecuzione di questa era affidata ad un terzo, la legislazione e la giurisprudenza assicuravano agl’interessati i mezzi per tradurre in realtà la disposizione testamentaria o contrattuale, e giungevano perfino a dar facoltà ad un terzo estraneo di ottenerne legalmente l’esecuzione[850].

In altri casi la libertà, ottenuta anche in base ad un falso supposto, era irretrattabile e dava luogo soltanto a un debito civile equivalente al presunto valore dello schiavo[851]; mentre, d’altra parte, la libertà non si perdeva per prescrizione[852].

La libertà era pure promessa come compenso a benemerenze degli schiavi[853]. Si dava per rendere possibile la devoluzione di un’eredità, in mancanza di chi volesse adirla[854]. Altre volte era come la sanzione di norme dirette a guarentire la condizione e il buon trattamento degli schiavi.

Così, sin dal tempo di Claudio, l’abbandono dello schiavo infermo faceva luogo, di diritto, alla sua liberazione, anche quando guarisse[855]. La schiava arbitrariamente prostituita diveniva anch’essa libera[856].

Ora tutto questo complesso di disposizioni e di criterî d’interpretazione, che si riassumono nel favor libertatis, rivela per se stesso, senz’altro, l’esistenza nella società imperiale di condizioni, che rendevano necessarie od opportune le manumissioni e creavano e favorivano lo svolgimento di un indirizzo morale, che come pensiero teorico e come norma legislativa ne realizzava l’aspirazione e ne moltiplicava l’azione. Senza tali condizioni di fatto favorevoli alle manumissioni questo indirizzo non sarebbe sorto o si sarebbe vista preclusa la strada.

E, invero, le norme restrittive delle manumissioni avevano avuto qualche volta l’intento di tutelare l’interesse de’ creditori e di frenare la prodigalità inconsiderata di testatori noncuranti di ciò che eventualmente lasciavano dietro di sè; ma, sopratutto, avevano avuto uno scopo politico. La ragione politica, intanto, era stata soddisfatta con leggi ed istituzioni, che toglievano a’ manomessi una diretta e incondizionata partecipazione alla vita pubblica; e il consolidarsi del potere imperiale e il decadere delle istituzioni repubblicane, che importavano il governo diretto del popolo, eliminavano quelle preoccupazioni, le quali rendevano sospette e malviste, da un punto di vista politico, le troppo numerose manumissioni. Restavano invece le ragioni d’ordine economico, d’opportunità pratica, che favorivano le affrancazioni, e queste, ogni giorno più, in maniera più intensa, esercitavano la loro azione, fomentando con il sentimento della loro necessità e con l’abitudine stessa della loro frequenza i concetti morali e le norme giuridiche, che n’erano il riflesso teorico, la giustificazione e il mezzo d’azione più diffuso e più intenso.

Perciò quest’indirizzo si manifesta ben presto, nello stesso periodo più antico dell’Impero, ed è continuo e persistente.

Culmina, si può dire, con Adriano e i suoi più prossimi successori, sotto cui l’Impero meglio si consolida e assume la sua impronta universale; e tutte le cause e le forze, che durante due secoli circa avevano lentamente e occultamente operato, divengono più efficienti ed aperte in un’èra di sicurezza e di pace. Al tempo stesso l’indirizzo è omogeneo e continuo; e, per quanto la forma personale del potere imperiale desse un peso e un’azione non trascurabili all’impulso individuale del sovrano, persiste e si spiega con tutti quasi gl’imperatori, buoni e cattivi, determinato com’è non da motivi accidentali, non da cagioni di carattere esteriore, non da correnti religiose non ancora capaci di esercitare una efficace pressione specialmente su’ poteri pubblici, ma da cause intime, da un processo intimo di fatti che si estrinsecano in idee, e d’idee, che, successivamente, come risultanti di tante forze disperse, con raccolta energia, si concretano in una consapevole azione sociale.

XIV.

È appunto, quando Roma poteva dire di avere realizzato e reso stabile il suo dominio universale, e mentre una nuova coscienza morale e religiosa si veniva sempre più sviluppando in quell’organismo politico che abbracciava tutti i popoli con la tendenza a fonderli in uno; è appunto in quel tempo e in quell’Impero che sorse e cominciò a dilatarsi il Cristianesimo, avvalendosi dello stesso gigantesco sistema di comunicazioni e di scambi organizzato sotto gli auspici romani; assimilandosi le forme più elevate di vita intellettuale e morale a cui aveva approdato l’antichità attraverso la sua civiltà più volte millenaria; adoperando gli stessi strumenti di cultura, che l’antichità aveva elaborati e temprati.

Con un sentimento di tolleranza, ch’era al tempo stesso superstizione e strumento di regno, Roma aveva non solo rispettate, ma spesso anche accolte le divinità de’ vinti, implorandone il patrocinio e prendendole essa stessa sotto la sua protezione.

Questa tendenza ad accogliere tutte le religioni era, in gran parte, il prodotto dello stato rudimentale delle vedute cosmogoniche, che faceva identica, pur sotto aspetto diverso, la coscienza religiosa e fomentava e rendeva possibile l’ipotesi della coesistenza di culti differenti. Ma il fatto stesso dell’accogliere come in una vasta classificazione, una accanto all’altra, le diverse divinità, non poteva non avere una profonda azione sulle vicende della speculazione e delle credenze; e il concetto, più o meno accessibile e più o meno sviluppato, che una forza unica o un’unica divinità si riflettesse ne’ molteplici numi e che le religioni emanassero da un comune bisogno, il quale si manifestava sotto parvenze diverse ne’ diversi popoli, doveva portare ad un processo di eliminazione ed unificazione, e il più frequente e più persistente commercio materiale e morale de’ popoli doveva spingere a soddisfare ed esternare in forma più omogenea il bisogno e il sentimento comune.

La società del più antico periodo imperiale riflette appunto uno stadio notevole di questo processo[857]. Mentre l’Olimpo ufficiale si arricchiva di nuove divinità, qua e là, tra i sapienti de’ centri più civili si affacciava il sorriso superiore dello scettico; tra gli elementi più superstiziosi della folla, ricca e povera, cittadina e campagnuola, si facevano strada, raccomandati da riti bizzarri, culti orientali; e, in anime più buone ed elevate, il processo di unificazione si compiva cercando di dare alla coscienza religiosa un contenuto e una base prevalentemente morale, sorretta da una concezione religiosa ora monoteista, ora panteista, più spesso dominata dallo sforzo di conciliare monoteismo e politeismo, conservando la varietà antropomorfica sotto forma di potenze demoniache[858], e, assai più appresso, di santi.

Il prevalere del Cristianesimo rappresenta il compimento di quest’opera di fusione e il trionfo del lungo lavoro di trasformazione nelle istituzioni religiose e nelle coscienze.

Come è stato ben detto in maniera molto sintetica, “occorreva la mediazione della religione monoteista ebraica per far rivestire al monoteismo erudito della filosofia volgare greca la forma sotto la quale soltanto poteva aver presa sulle masse. Una volta trovata questa mediazione, non poteva divenire religione universale che nel mondo greco-romano, continuando a svilupparsi, per fondersi finalmente, nel sistema d’idee a cui aveva approdato quel mondo„[859].

La nuova corrente religiosa, la quale aveva il segreto del suo avvenire in un largo e inspirato senso umano, emancipato da riti e da formule, rifletteva, sotto forma di sentimento, l’elevazione morale, raggiunta dal mondo nelle manifestazioni più alte della vita e della speculazione e costituiva la forma, sotto la quale la nuova coscienza poteva e doveva concretarsi e divenire universale. La stessa ingenua semplicità, ch’essa portava nella concezione del mondo e dell’esistenza, ne faceva la forza; e la mirabile concordia del pensiero e della vita apparsa nel suo fondatore, la toglieva anche meglio dal novero delle pure astrazioni per darle i vantaggi e la potenza suggestiva di una manifestazione viva e personale, a cui il martirio, il miracolo e tutto un ciclo di soavi leggende davano la potenza fascinatrice atta a conquistare la fantasia e il cuore del popolo.

Che infatti la propaganda cristiana reclutasse i suoi seguaci tra gli elementi più bassi della popolazione, ci viene espressamente attestato[860]; uno de’ rimproveri, che le si faceva, era anzi appunto questo. Ma non bisogna credere che anche tra questi elementi e tra i servi si facesse sempre strada così facilmente e senza contrasto.

Il misoneismo caratteristico delle classi sociali più depresse e meno rese proclivi dalla cultura alla varietà d’adattamento creava un inciampo al diffondersi del Cristianesimo, tanto più quanto la credulità faceva prestare più facile orecchio alle stranezze, alle parvenze odiose, sotto cui lo presentava l’ira e la preoccupazione degli interessati e la stessa azione inconsapevolmente alteratrice della fama. La fatica che il Cristianesimo durò a penetrare nelle campagne trova appunto in questo la sua spiegazione.

Accadeva di questa corrente religiosa, quello che accade di altri grandi movimenti religiosi, politici e sociali e in cui riesce difficile spiegarsi alla bella prima la difficoltà, che trovano a propagarsi tra le masse idee e correnti favorevoli a’ loro interessi considerati sotto forma astratta e generale.

“Ecco un problema presso che insolubile per quelli che costruiscono la storia assumendone come elemento dinamico alcune idee generali operanti sotto forma di astratte categorie sugli uomini concepiti come masse indistinte. Invece il problema trova agevole risposta per chi risolve quelle masse indistinte ne’ loro elementi discreti, in individui, che pensano, operano e si muovono nelle condizioni concrete di vita della quale vivono„[861].

A questa stregua si può più oculatamente considerare quale azione avesse la nuova corrente religiosa tra gli schiavi e sulla condizione loro.

Quell’inesausto fervore di fede, di cui ci parla la tradizione del movimento cristiano, e la suggestione ch’esso esercitava spingendo fino al martirio, doveva determinare volta a volta nelle conventicole cristiane un caldo ambiente morale, una corrente di fraternità; e sotto l’impulso dell’ascetismo trionfante, assorti nel pensiero dell’eternità, ond’era sopraffatta questa dimora passeggiera sulla terra, una corrente di sentita fratellanza si stabiliva tra i fedeli e cancellava, per un momento almeno, le differenze tra ricchi e poveri, nobili e plebei, servi e padroni.

Degli schiavi vi avevano anche la loro parte, e il martirio di qualcuno di loro, che ne rifletteva la pura luce sugli altri e faceva oggetto di venerazione la loro tomba, non era senza significato[862].

Ma questi erano i giorni aurei e brevi del Cristianesimo primitivo, povero ancora di seguaci e di beni, ricco di schietti entusiasmi.

Era il tempo de’ pochi eletti, le cui anime erano state prima tocche dalla voce divina, perchè erano fatte per accoglierla.

Quanto più il movimento si allargava, per le immistioni continue di elementi estranei, per le inevitabili concessioni al mondo esterno, più ne discendeva l’atmosfera morale.

Gl’interessi terreni, piccoli e grandi ma prepotenti e continui, deprimevano gli entusiasmi, ristabilivano di nuovo i rapporti un momento oscurati nella conventicola tra padroni e servi.

A misura poi che entravano gli elementi delle classi superiori, rifoggiavano la corporazione cristiana nel senso de’ loro pregiudizi e de’ loro interessi, fondando una gerarchia del resto indispensabile alla funzione della congrega; e gli elementi inferiori, specie i servi, dovevano trovarsi a disagio.

Quegli stessi consigli di sommissione dovevano spesso riescire irritanti per i servi.

L’antagonismo inevitabile e persistente tra padroni e servi si spostava anche nel campo religioso; e, come i servi divenivano cristiani quando i padroni erano pagani, così talora restavano o ridivenivano pagani, quando i padroni si facevano cristiani.

L’ostilità de’ servi, a cui allude anche Tertulliano, attesta questo fatto e ne ha spiegazione.

Questa ostilità degli schiavi, sorretta da un attaccamento al Paganesimo, o presentata almeno sotto questa parvenza, apparve più volte sotto la forma più recisa ed aperta[863]. E il sospetto, mai bandito o sempre rinascente, delle denunzie servili, manteneva un abisso tra servi e padroni, e concorreva, insieme all’interesse e al pregiudizio di classe, a precludere o a rendere difficile a’ servi l’entrata nell’associazione cristiana.

Inoltre, se nell’opera assidua di fusione, il Cristianesimo, assimilandosi parte della mitologia e della liturgia pagana, v’insufflava uno spirito nuovo, tal’altra n’era sopraffatto e non restava che la faccia del vaso senza contenuto.

Finalmente, com’è stato osservato[864], l’azione della nuova coscienza che si era formata, anche quando operava nella forma di fede religiosa cristiana, operava interrottamente e sopratutto individualmente.

Quando andava per ridursi in un indirizzo stabile, per concretarsi in un’istituzione, in una regola fissa ed universale, gli interessi sociali presenti prendevano il sopravvento e l’azione della corrente religiosa, anzi che modificare, ne restava modificata.

Il Cristianesimo, nella sua forma più schietta, popolare e suggestiva, incarnava la coscienza universale, che si era formata nell’ambito dell’Impero e rispondeva alle nuove condizioni di questo, che veniva sempre più attenuando il suo carattere di dominio esclusivo romano per acquistare un’impronta tutta sua, consentanea alla fusione e alla risultante de’ suoi varî elementi.

In questa opposizione dell’uomo al cittadino, della vita individuale alla politica, della religione allo Stato, che si presentava come opposizione anche quando voleva sembrare od essere semplicemente distinzione, stava il germe del contrasto tra il movimento cristiano e l’Impero. La riluttanza al culto degl’imperatori ed altri fatti consimili n’erano piuttosto i fenomeni e gli incidenti. Roma, magari inconsapevolmente, combatteva nel Cristianesimo la forma e il riflesso di quella potenza trasformatrice e dissolvente, che sottraeva allo Stato il monopolio e il prestigio della religione, e, facendone base di un organismo crescente nell’organismo dello Stato e a detrimento di questo, dava al mondo romano, alla società universale dell’Impero un altro centro che non fosse il potere politico dell’Impero.

E la lotta fu dura ed acre, finchè la tradizione cittadina romana rimase viva e salda; ma, a misura che questa periva e scompariva assorbita nel vasto organismo dell’Impero, la nuova religione appariva come un principio unificatore, come il terreno comune de’ vari popoli dell’Impero, sempre più alieni da un’organizzazione politica, che perdeva ogni giorno più la sua ragione d’essere e diveniva un’istituzione, sotto molti aspetti, parassitaria.

Fare allora del Cristianesimo la religione di Stato potè parere quasi come sposare a’ suoi destini quelli dell’Impero e dare a questo una nuova base, piegandolo, come sostegno e rappresentante della nuova coscienza del mondo imperiale concretata nella nuova religione, ad apparire di nuovo come la forma costituzionale organica del mondo antico.

Così l’Impero, nell’atto stesso che rinnegava la tradizione romana abbandonandone perfino la sede primitiva, si manteneva fedele a’ suoi metodi di adattamento e di rinnovazione e prolungava indefinitamente la sua esistenza.

Intanto, col suo legale riconoscimento e col suo avviamento graduale verso la forma di religione ufficiale, il Cristianesimo era tratto sempre più a costringersi e plasmarsi entro i termini de’ rapporti sociali contemporanei, accentuando quella contraddizione tra l’insegnamento teorico e la pratica della vita, che si riflette nel pullulare di alcune sètte, nelle recriminazioni de’ rigoristi, nel recalcitrare de’ Padri e dignitari della Chiesa in lotta con la potestà civile, nella degenerazione dagli stessi membri della Chiesa denunziata dalla gerarchia ecclesiastica.

Le condizioni de’ tempi e la insormontabile forza delle cose vincevano allora e sopraffacevano la teorica virtù de’ precetti, dando uno spettacolo, in cui doveva vedere tutto una parata d’ipocrisia chi non riesciva a vedervi il germe ineluttabile del contrasto.

Così il secolo quarto e i successivi, accanto alle forme più elevate di predicazione morale e ad individui che ne costituivano l’incarnazione e il vivo esempio, presentavano tutte le forme della corruzione e della decadenza[865].

Così accadeva che, sotto imperatori cristiani, la legislazione regolatrice della condizione de’ servi costituisse, talora, una sosta, talora anche un regresso rimpetto alla legislazione d’imperatori pagani[866].

E, infatti, è proprio sotto Costantino, cioè mentre la religione cristiana, trionfando delle persecuzioni e degli ostacoli, otteneva il suo riconoscimento ufficiale; è proprio allora che una nuova sorgente di schiavitù veniva sancita e si rincrudivano le disposizioni sulla schiavitù.

Aggravando le norme del S. C. Claudiano, attenuato da Alessandro Severo[867], Costantino comminò la morte alla libera che sposasse il proprio servo, riservando il rogo a costui[868].

A risolvere la controversia tra due litiganti sulla proprietà del servo fuggitivo, decretò che come mezzo d’indagine s’adoperasse la tortura dello stesso schiavo conteso[869].

Mentre la giurisprudenza classica avea conservato il carattere imprescrittibile della libertà, e dal dissoluto Caracalla, autore di norme felicemente contraddittorie a favore della libertà degli schiavi[870], sino al dispotico Diocleziano, si vietava la vendita del libero fatta da sè stesso[871] e specialmente quella de’ figli fatta dal padre[872]; sotto Costantino, con un passo reazionario, si veniva a sancire il diritto padronale di chi avesse raccolto un esposto[873].

Quest’ultima disposizione, che uno storico antico spiegava con lo stato di disagio dovuto in gran parte al peso crescente e soverchiante delle imposte[874], veramente s’era insinuata come una misura inevitabile per ovviare a’ peggiori effetti delle esposizioni d’infanti, dopo che per altre vie si era cercato di sovvenire all’alimentazione della prole de’ poveri[875].

Ma si vede, intanto, anche da questo come le riforme fossero determinate da concrete condizioni sociali e come il Cristianesimo, accettato nella sua parte liturgica e formale sempre più prevalente, si spuntava nel tentativo di riformare la società sulla sua base morale; e, a misura che progrediva come associazione organizzata, come chiesa costituita, si compenetrava con l’ordinamento legale dell’ambiente circostante, oscurando la forza nativa de’ precetti astratti e cercando di attenuare, con restrizioni mentali, sottintesi e distinzioni scolastiche, il dualismo inconciliabile tra una coscienza morale ridotta in gran parte allo stato di pura teoria e un’azione pratica, che, se talvolta per impulso e favore di condizioni esterne ne realizzava qualche conseguenza, molte altre volte ne riusciva la negazione.

Si riusciva così ad una specie di compromessi, come quello tipico di Costantino, che vietava d’imprimere il marchio sul volto, “figurato ad immagine della bellezza celeste„, ma non rinunziava ad imprimerlo sulle mani e su’ polpacci![876].

Quindi per secoli ancora, nello stesso diffondersi del Cristianesimo e nel progresso del suo carattere ufficiale, continuavano la schiavitù con i suoi inevitabili malanni e gli spettacoli orrendi del circo[877], minati pur sempre dalle cause intime, già prima accennate e sempre persistenti e più attive, che cercavano un’espressione nella coscienza cristiana come altra volta l’aveano cercata nelle teorie filosofiche e si servivano, quando se ne offriva il modo, de’ nuovi istituti e de’ nuovi organi di pubblico potere e di vita sociale per tradursi in realtà.

In tal modo l’eliminazione della schiavitù, qualche volta inceppata, riprendeva per necessità di cose il suo corso. Le stesse necessità quotidiane di vita, inconsapevolmente, ne realizzavano le condizioni. Si faceva via mediante privilegi, concessioni, attenuazioni e miglioramenti, che, nella mente di chi li consentiva, potevano muovere da un criterio d’opportunità o da un proposito di sorreggere una istituzione vacillante, ma riuscivano, nondimeno, a puntellare, fors’anche nell’oggi la schiavitù per isvolgere in essa un germe di disorganizzazione e di trasformazione.

I costosi giuochi del circo declinavano, condannati in forma più manifesta e consapevole dagl’interpreti di una più elevata coscienza morale, scalzati al tempo stesso, senza che altri forse se ne avvedesse, dal disagio crescente, dal venir meno delle magistrature, della gerarchia, dell’ordinamento politico, ch’erano stati ad essi occasione, condizione ed impulso.

La coscienza giuridica, sempre più svolta, cercava poi forme più coerenti ed organiche nell’opera di codificazione, e al lavorìo singolo, frazionario, inconsapevole, attraverso cui la giurisprudenza e la legislazione aveano lentamente ma continuamente fatto il loro cammino, faceva succedere l’opera consapevole di chi di quel lavorìo può abbracciare tutti i risultamenti; alla casistica sostituiva la regola, all’analisi la sintesi, alla induzione la deduzione.

Questa fase dell’evoluzione giuridica, che si compiva specialmente sotto Giustiniano ed è stata a questo rinfacciata come una colpa ed un errore[878], era la necessaria successione dello stadio riflesso a quello spontaneo. La funzione legislativa veniva, per questa via, talvolta a perdere del suo valore pratico e della sicurezza nelle applicazioni a’ casi singolari, ma, in cambio, si colmavano lacune, si generalizzavano casi specifici, si allargavano conseguenze di esperimenti, si svecchiavano forme e si eliminavano norme ed istituti, ch’erano omai semplici sopravvivenze.

Sotto Teodosio quindi, e assai più e specialmente sotto Giustiniano, quando era anche progredita di tanto la formazione degli elementi costitutivi della schiavitù, si vede riassunta, svolta, completata l’opera della giurisprudenza e della legislazione miglioratrice della condizione degli schiavi[879].

Si riproducono e si svolgono gli antichi postulati sull’indole tutta civile della schiavitù contraria al diritto naturale[880], si abolisce il S. C. Claudiano[881]; si abolisce la servitù della pena[882]; si ribadiscono e si allargano le cause di liberazione[883], e, inspirandosi sempre al favor libertatis, si eliminano inceppi alla manumissione[884], che non adempiono più una funzione utile, o distinzioni fatte per creare incapacità politiche e gradazioni nell’esercizio de’ diritti de’ cittadini, che non aveano più significato dopo l’allargamento del diritto di cittadinanza a tutti gli abitanti dell’Impero, la mutata organizzazione de’ poteri pubblici e l’accentramento della vita politica nel palazzo imperiale.

Del pari col sostituirsi che la Chiesa faceva al foro, col divenire, ch’essa faceva, il massimo organo di relazione, il più continuo e più generale luogo di convegno, era naturale che divenisse più frequente e prevalente la forma di manumissione ecclesiastica, già sancita da Costantino[885] e preferita per il suo rito più semplice, per il prestigio che acquistava dall’ambiente mistico, ove si compiva, per la protezione divina, che, anche se non impetrata, sembrava esserle inerente, e aveva più valore quando più vacillavano le istituzioni civili.

XV.

Queste nuove correnti morali, queste nuove istituzioni e le nuove funzioni che schiavi e liberti compivano nella vita economica e civile indicavano, anche alla superficie, in forma più apparente la trasformazione che avveniva nell’ordinamento e nella funzione della schiavitù. Ma, già si è accennato, mentre ciò avveniva alla superficie, come effetto che riassumeva e conservava le energie trasformatrici e reagiva alla sua volta su di esse, altre cause intime, lente ma continue, remote ma non interrotte, scalzavano l’istituto stesso dalle fondamenta.

Allargando successivamente le sue conquiste, Roma poteva dire d’avere abbracciato e compreso nel suo dominio tutto l’antico mondo civile; e quelle parti del più lontano Oriente, che potevano aspirare a questo titolo senza appartenere al suo dominio, erano, si può dire, fuori della sua sfera d’azione.

Gli schiavi di maggior pregio, quelli che più potevano servire a’ bisogni del lusso, all’esercizio delle arti e de’ mestieri, alle stesse pratiche più complicate dell’agricoltura e a tutte in genere le funzioni della vita civile, erano venuti appunto da questi paesi civili, forniti in numero prevalente dalle lunghe guerre.

Ma, col finire delle guerre e con l’assodarsi della conquista, questa sorgente era venuta a cessare almeno in maniera continua e regolare.

Le guerre a’ confini, oltre che più rare, erano fatte di solito con popolazioni barbariche o quasi. In tempi più tardi la migliore gioventù di questi stessi popoli veniva reclutata per l’esercito; ma, anche quando prima riesciva di trarne alimento per la schiavitù, il loro impiego, per le limitate loro attitudini, doveva essere ristretto alle occupazioni più semplici, che non richiedevano particolare abilità e lungo esercizio tecnico, bensì la semplice forza materiale.

Ora ciò veniva a coincidere proprio con un periodo, in cui la vita romana aveva maggiori esigenze di lusso e di raffinatezza e tutte le sue forme divenivano più elette e più complesse.

Le case perdevano sempre più l’antico aspetto rozzo e la prima semplicità per ornarsi di dipinti, di fregi, di sculture, crescendo di mole e di varietà architettonica. I mobili, gli utensili, le stoviglie, i tessuti, le vesti, i mille gingilli ed amminicoli, che servivano ad abbellire e fornire le case e ad ornare le persone, avevano sempre più l’impronta del buon gusto, o, almeno, del lusso[886].

Ora lavori di questo genere depongono di una tecnica assai progredita, anche messa a confronto di quella odierna[887].

La ceramica acquistava nell’epoca imperiale romana una diffusione sempre maggiore, in grazia del suo uso pratico, e un’ornamentazione sempre più complicata[888]. Se talvolta mancavano i dipinti, subentravano in cambio i fregi plastici, che attirano la nostra attenzione per la stessa loro difficoltà[889]. I lavori in bronzo, in argento, in legno, i gioielli, la lavorazione delle pietre preziose esigevano cura e perizia[890], tanto che alcuni di quei lavori possono essere talvolta definiti come miracoli di pazienza[891]. La pittura decorativa, sempre più diffusa, se anche poteva essere costretta nelle forme e nei procedimenti del mestiere, richiedeva esperienza; e il mosaico, se pure si riduceva a un procedimento di riproduzione meccanica, era tutt’altro che scevro di difficoltà[892].

È stato osservato, è vero, che lo stesso minuzioso lavoro di pazienza qualche volta fa supporre l’opera dello schiavo[893]; ma, anzitutto questa pazienza non era poi tanto comune in servi spesso animati da un sordo rancore che si sfogava nella stessa cattiva esecuzione del lavoro, e poi, in ogni modo, alla pazienza bisognava che si aggiungesse l’educazione tecnica, tanto maggiore quanto più si trattava, anche in oggetti di ceramica, di lavori fatti a mano[894]. Erano dunque più qualità, ciascuna non comune, che si dovevano combinare insieme; e non si potevano trovare nel servo maldestro e recalcitrante preso in campagne contro popoli barbarici.

Nella stessa agricoltura le relazioni più facili e frequenti da regione a regione portavano all’introduzione di nuovi strumenti agricoli[895], di nuove culture e di pratiche agricole più complicate. La stessa redazione di scritti dove l’agricoltura veniva trattata da un punto di vista teorico accenna al bisogno ed allo sforzo di superare almeno il più rozzo e rudimentale empirismo. Ora alcuni lavori — e qualche scrittore lo nota[896] — esigevano cura, interesse, perizia; come nota del pari il malgoverno che gli schiavi facevano degli strumenti agricoli[897] sia per impulso di dispetto che per avere pretesto di riposo. Bisognava tra l’altro, per ciò, possedere in doppio gl’istrumenti agricoli.

La stessa rarità di queste attitudini e di queste qualità negli schiavi faceva poi che, anche quando accadesse di trovarle, il prezzo ne saliva molto alto.

Ciò spiega la varietà grande del prezzo degli schiavi, che — lasciando stare i prezzi d’affezione eccezionali ed elevatissimi[898] — differiva del doppio e anche di più secondo l’età, l’educazione, la professione, al punto da duplicare il valore dello stesso schiavo dopo avere sviluppato in lui certe attitudini[899].

Così Columella[900] dava pel suo tempo a un buon vignaiuolo il prezzo di ottomila sesterzi, notando che se ne potevano avere a minor ragione, ma la vigna poi ne sentiva i tristi effetti.

Al qual proposito si può notare come i prezzi, che ricorrono nel Digesto, toccano o superano questa cifra quando se ne parla in via di esemplificazione[901]; ma restano notevolmente inferiori, quando si accenna a casi concreti. Si aggirano allora intorno a’ dieci solidi per schiavi inferiori a’ dieci anni, a’ venti per quelli superiori, raggiungendo i trenta per quelli che avevano una professione e i cinquanta e i sessanta solidi, se questa professione era quella di notarius o di medico rispettivamente. Il prezzo degli stessi eunuchi è di trenta, di cinquanta, di settanta solidi secondo l’età e la capacità professionale[902].

Ora, anche senza volere di soverchio generalizzare questi dati, merita considerazione il fatto che, pur nel restringersi del numero degli schiavi, il loro prezzo non saliva molto alto; e deve poter valere come un indizio dell’uso sempre più scarso, del bisogno sempre meno avvertito degli schiavi, della concorrenza loro fatta dal lavoro libero, che si cercava disciplinare e, si direbbe meglio, reggimentare.

La diminuzione degli schiavi è dimostrata anche dalla menzione più frequente del plagiato e dell’allevamento.

Già Augusto avea dovuto far perquisire gli ergastula per rivendicare in libertà uomini liberi rapiti e ridotti in servitù[903]. La frequenza ed il rigore delle leggi contro il plagiato[904] durante il periodo imperiale mostra la persistenza del male e la insufficienza della minaccia, anche aggravata da pene severe.

L’allevamento degli schiavi poi, come mi è accaduto di avere altrove notato[905], non è utile e non si raccomanda, dove vi è una larga importazione di schiavi e sono aperti mercati che sopperiscono alla richiesta. Ne’ casi di vietata o limitata importazione, invece, l’allevamento diviene un’industria e viene a tenere in vita la schiavitù, là dove il graduale esaurimento del suolo e la scarsa produttività del lavoro servile l’eliminerebbe lentamente. In tali condizioni avviene come una divisione di lavoro nella stessa schiavitù: i paesi più esauriti o meno fecondi, che sogliono pure essere più sani de’ piani opulenti ma spesso avvelenati, alimentano schiavi per fornirli a paesi, dove l’allevamento trova un ostacolo nella maggiore mortalità o riesce inadeguato alla richiesta[906].

In Columella già l’allevamento degli schiavi è oggetto di suggerimenti insistenti[907], quali mancano negli scrittori anteriori d’agricoltura e che trovano la loro spiegazione appunto nell’èra di pace inaugurata da Augusto. E il gran numero di epigrafi, che ci attestano delle unioni di schiavi, ci fanno vedere come il suggerimento s’imponesse anche per i tempi posteriori; tanto più che in paesi di coltura estensiva, dove la terra coltivabile o i pascoli superavano l’impiego, l’allevamento doveva presentare inconvenienti relativamente minori.

Con la decrescente importazione, l’allevamento era un mezzo inevitabile di reintegrare, anche ne’ limiti dello scemato bisogno, l’elemento servile, che, per giunta, aveva una quota di mortalità molto elevata, come è risaputo e facile ad arguirsi da esempi analoghi e come ci lasciano ragionevolmente indurre le stesse epigrafi funerarie dell’epoca imperiale romana, ove gli schiavi appariscono d’ordinario defunti in età non avanzata.

E questa mortalità, mentre direttamente stremava la schiavitù, aprendovi vuoti che l’allevamento non riusciva a colmare, accresceva l’alea del possesso degli schiavi e costituiva così uno de’ maggiori inconvenienti della schiavitù, che ne avea tanti, come si è visto, e a cui si aggiungeva sotto l’Impero la delazione, frenata e repressa, è vero, dalle leggi ne’ casi ordinari, ma solleticata e incoraggiata invece ne’ casi — e non eran pochi — in cui entrasse l’interesse del sovrano e dello Stato.

E mentre così la schiavitù, per fatto suo proprio e per i suoi rapporti all’ambiente, seguitava sempre più ad intristire, maturavano sempre più, d’altra parte, e spiegavano un’azione vieppiù grande e continua le cause, che dovevano generalizzare il lavoro libero, suscitato del resto e reso indispensabile per azione riflessa dallo stesso decadere della schiavitù, dal lavoro libero scalzata.

XVI.

Nel mondo antico, come in quello moderno, la civiltà sorgeva e ascendeva a forme più alte ne’ paesi, dove si riesciva ad accumulare maggiore ricchezza e si costituivano così centri più o meno popolosi e classi più o meno larghe, che, emancipate dal bisogno di attendere a un lavoro materiale onde rimanesse assorbita ogni loro attività, potevano elevare il loro tenore di vita e crearsi bisogni di carattere superiore, trovando modo di soddisfarli[908].

Dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, che toglieva il modo di sopperire in maniera facile e soddisfacente a’ bisogni più immediati di tutti, un sistema sociale, ove ognuno fosse obbligato a provvedere da sè alla propria sussistenza, sarebbe stato un inceppo allo sviluppo di più alte forme di civiltà e avrebbe costituita la condizione di una permanente mediocrità.

Il parassitismo oggi, dato lo sviluppo delle forze produttive, capaci di sopperire a’ bisogni universali, non costituisce per noi una condizione relativa di civiltà; anzi è causa di una relativa sosta del progresso morale e intellettuale; ma nell’antichità si presentava come una condizione obbiettiva di progresso, che trovava la sua manifestazione e il suo strumento successivamente, con vicenda continua, in popoli diversi, a misura che un processo intimo di degenerazione, facendo luogo ad una sopraffazione esterna, dava all’un popolo sull’altro le condizioni della supremazia politica e della superiorità civile.

La guerra e l’arte di rendere più o meno stabili e fruttifere le sue conseguenze erano il mezzo per accentrare in un popolo la ricchezza di molti popoli, in una classe la ricchezza dello stesso popolo sovrano.

Su questa base si era sviluppata la civiltà ateniese; su questa base, in ambiente più vasto, con maggior forza assimilatrice e per più lunga durata si era sviluppata la civiltà romana, riassumendo e propagando tutte le civiltà precedenti.

Senonchè, questo parassitismo, per quanto glorioso e benemerito della civiltà, aveva in sè stesso i germi della sua distruzione; e, a lungo andare, per la sua persistenza, pel suo abuso e per il lavoro improduttivo necessario a sorreggerlo, si risolveva in una causa di enorme depauperamento, tanto più grande e sensibile quanto minore era la potenzialità produttiva del mondo antico.

L’Impero romano era una forma di organizzazione politico-sociale troppo costosa e dissipatrice di forza.

Nella forma più appariscente e diretta, i paesi dominati dovevano cominciare dall’alimentare buona parte della popolazione di Roma e poi anche di Costantinopoli, ciò che, già sin dalla fine della repubblica, importava una spesa, che, per quanto calcolata approssimativamente, si può considerare abbastanza notevole[909].

Ma tutto ciò si poteva dire ben poco in proporzione al resto.

A misura che il lusso, lo spreco e la corruzione crescevano, si turbava sempre più ogni possibile equilibrio tra la produzione e il consumo; e il lavoro improduttivo e le classi semplicemente consumatrici si sviluppavano in ragione inversa e a danno del lavoro produttivo. E il danno immediato e diretto scompariva quasi di fronte a quello mediato e indiretto, ma infinitamente maggiore. L’accumulo della ricchezza destinata allo sperpero non era cercato alla produzione, ma alla speculazione, sotto forma di commerci, di appalti e specialmente di usura, esercitata a larga base e con raffinata durezza sopra tutto verso i provinciali e fomentata e sorretta dalla prevalente posizione politica.

Cresceva, moltiplicandosi e diffondendosi fuor d’ogni misura, la categoria degl’intermediari di ogni risma, che se, talvolta, come commercianti, davano un qualche impulso alla produzione, assai più spesso come pubblicani, affittuari, usurai, inceppavano lo sviluppo naturale della ricchezza, e, per soverchia avidità, ne inaridivano le fonti al modo stesso del selvaggio che per cogliere più agevolmente i frutti abbatte l’albero dal tronco.

Nel periodo epico della conquista e in quello che lo seguì più da vicino fu come una gozzoviglia gigantesca, resa più dolce da una felice spensieratezza de’ vincitori, mentre nello strepito della grande orgia perivano soffocati o si perdevano inascoltati i lamenti degli oppressi e le preoccupazioni dell’avvenire.

Ma, come una Nemesi seguace, inesorabile, sorgente dalla forza stessa degli elementi e ad essi indissolubilmente congiunta, la carie procedeva lenta, implacabile, senz’arrestarsi mai, segnando i giorni omai contati di quell’organismo nell’aspetto sempre più fiorente e sempre più ròso di dentro.

L’Impero aveva cercato di apportare qualche rimedio alle rapine, alle ruberie, alle vessazioni delle provincie; ma, anche quando vi era riuscito, si poteva dire che avesse curato il male alla superficie.

Certamente esso non aveva potuto, nè poteva mutare radicalmente tutta quella viziosa organizzazione economico-sociale.

Se la piccola e la media proprietà, come del resto è naturale, non erano assolutamente, nè ovunque scomparse[910], i latifondi nondimeno perduravano e progredivano anche, specie nelle regioni più ubertose come l’Africa[911]. Così, molte volte, la piccola e la media proprietà, anche perdurando, erano sopraffatte dalla concorrenza soverchiante, dal peso delle imposte, da’ danni de’ tempi incerti per essi più sensibili, dal cancro del debito; e così della proprietà finivano per conservare l’apparenza più che non la sostanza, anche quando dal novero de’ proprietari non passavano in quello degli affittuari, rimanendo con questa mutata qualità sul loro antico podere.

L’Impero si era venuto e si veniva in tal modo a trovare faccia a faccia con un proletariato già numeroso e forse sempre crescente; ed esso stesso era stato obbligato a mantenere, a rendere stabili, ad accrescere e ad allargare quelle forme di assistenza[912], che assorbivano, per via diretta e indiretta, col loro effetto immediato e con la loro ripercussione, tanta parte delle risorse del dominio.

Una delle stesse maggiori benemerenze dell’Impero, il consolidamento e lo sviluppo di una regolare amministrazione, si era convertito in un’altra fonte di aggravi e di spese, e la gerarchia era divenuta sempre più numerosa e complicata sino a raggiungere forme e proporzioni straordinarie. Infatti, ne’ tempi più avanzati dell’Impero, lo Stato si sentiva spinto ad accrescere le sue funzioni ed estendere la sua azione, e si cercava d’altra parte nella gerarchia l’unità del dominio, che si sfaldava e si disgregava da tutte le parti premuto da forze esterne e dissolto dal formarsi che facevano più autonomi e più coerenti aggregati sulla base di rapporti etnici e di sviluppati centri e rapporti locali.

La forza armata di terra e di mare aveva dovuto poi ricevere uno sviluppo considerevolissimo per proteggere i vasti confini dell’Impero, assicurare la quiete interna e la regolare funzione di servizi pubblici inerenti alla soddisfazione de’ più elementari bisogni della popolazione e dello Stato.

L’esercito era divenuto stanziale, e le legioni da cinquanta ridotte a diciotto dopo Azio, indi avevano cominciato a risalire sino a raggiungere il numero di ventitre, di venticinque, di trenta, poi di trentatre tra Settimio Severo e Diocleziano, e dopo questo si erano accresciute sino ad arrivare a sessantacinque. E intorno alle legioni si aggruppavano e si diramavano le flotte, le truppe ausiliarie, le truppe accasermate in Roma, le milizie provinciali e municipali[913].

In quel progressivo disgregarsi del dominio l’esercito, come il maggiore e più diffuso corpo organizzato, diveniva il creatore e la base del potere politico. Chi legge il Codice teodosiano vede come l’esercito dava la sua impronta alla stessa amministrazione civile, e intorno ad esso si aggruppavano e si condensavano, come a centro, tutte le altre funzioni e attività dello Stato.

Un prospetto[914] tratto dalla Notitia dignitatum lascia vedere, anche ammettendo che l’effettivo non rispondeva pienamente a’ quadri, come questa forza armata si stendeva per tutto l’Impero quale una vasta rete di ferro; e il suo costo — retribuiti com’erano i pretoriani a settecentoventi denari, le coorti urbane a trecentosessanta e i legionari a dugentoventicinque[915], oltre gli eventuali aumenti di paghe e i donativi — era tutt’altro che indifferente.

Le imposte escogitate a tenere insieme questa macchina immane dell’Impero con i suoi parassiti, i suoi sostegni, le sue dissipazioni dovevano per necessità crescere oltre misura; e più pesanti e più deleterie le rendevano i sistemi vessatori di esazioni, che, rilevati tante volte, hanno reso quasi un luogo comune questo argomento.

A misura che si procede verso il periodo più avanzato dell’Impero si ha il senso di tutto questo disagio, che lasciava la sua impronta su tutte le manifestazioni della vita, anche le più ingannevoli e simulatrici di un fasto apparente; e, per quanto se ne vogliano ritenere caricate le tinte, si ha l’impressione della povertà crescente di capitali, dello stremarsi delle energie produttive, dell’esaurimento della ricchezza.

L’Impero aveva per molto tempo instaurata la pace, ma, come l’uomo che sente nel momento di riposo tutta la stanchezza di uno sforzo eccessivo, in quello stesso periodo di pace le popolazioni dovevano cominciare a sentire gli effetti del malessere che covava segreto.

Le grandi razzie delle guerre fortunate e quelle de’ primi tempi del dominio avevano alimentato in maniera fittizia l’economia pubblica del popolo dominante e larvata così la realtà delle cose, ma la realtà delle cose, in quel riprendere che la vita faceva regolarmente il suo corso, aveva il sopravvento, e le riserve già esauste non davano altro alimento o lo davano appena.

D’altra parte, nell’ambito stesso dell’Impero e per effetto della nuova organizzazione, veniva sorgendo e si diffondeva un tenore di vita più alto. Il vasto sviluppo della rete stradale, i comuni rapporti con Roma, centro e luogo di convegno universale, il commercio, l’esercito creavano correnti di scambio, dove più, dove meno forti, persistenti o intermittenti; e tutto ciò, con la conoscenza di nuovi usi e di nuovi prodotti, con l’allargarsi degli orizzonti e il progredire della vita civile creava nuovi bisogni, solleticava nuovi desideri e quindi suscitava nuove attività e nuovi rami di produzione. Per quanto lo sviluppo limitato dell’industria antica e il suo esercizio per opera di artigiani non fosse molto favorevole alla sua facile diffusione su zone più larghe e al suo rapido innesto in diversi paesi[916], in maniera sia pure lenta e in proporzioni sia pure modeste, almeno le arti e i mestieri rispondenti a’ nuovi più impellenti bisogni riescivano a trapiantarsi. Se ne’ paesi, ove la tradizione di certi rami di produzione mancava od era stenta, i Romani, direttamente almeno, non riescivano a suscitarli; dove l’industria era bene avviata esercitavano su di essa la loro azione con la crescente dimanda e la maggiore esportazione[917]. Il lusso delle corti e delle classi abbienti, la necessità di rifornire regolarmente la vasta gerarchia e gli eserciti disseminati pel territorio dell’Impero, spingevano, poichè non si poteva più provvedere in forma tumultuosa col diritto di guerra, ad assicurare cespiti continui di rifornimento, anche, all’occorrenza, sotto gli auspici e la direzione dello Stato.

Così l’esigenze di alcuni e il bisogno di altri, la ricchezza di questi e l’indigenza di quelli, la tradizione incoraggiata e fomentata e la facilità d’assimilazione, erano come tante forze cospiranti che suscitavano, per quanto certe condizioni sfavorevoli lo permettevano, la produzione e obbligavano a mettere in movimento il lavoro quelli che dell’opera altrui avevano d’uopo per sopperire a’ propri bisogni, ed erano costretti a ricorrere al lavoro libero, unico rifugio di chi, non riescendo a collocarsi tra gli abbienti o tra i loro parassiti, doveva al lavoro domandare i mezzi di sussistenza.

Uno sguardo infatti alle condizioni dell’Impero fa scorgere questo generale allargarsi di una operosità produttrice, che, se molte volte non aveva il rigoglio de’ paesi ricchi, rivelava nondimeno delle forze quasi dovunque messe in movimento, sia pure per soddisfare in forme rudimentali alle esigenze della vita sociale.

Le proporzioni e le forme precise di questa produzione non si lasciano rigorosamente stabilire e determinare[918]; e probabilmente incorre in un’esagerazione chi, quasi spostando nell’antichità, con criteri anacronistici, un’immagine magari assai attenuata dell’industria moderna, dà all’industria di questo periodo come impronta generale il tipo della fabbrica[919] e le concede uno sviluppo e una proporzione maggiore di quella che potè avere.

Le fabbriche non mancarono, e n’ebbero non poche anche lo Stato e la casa imperiale[920], senza tuttavia che la fabbrica — come del resto lo fa ammettere anche lo stremarsi de’ capitali e il decrescere della ricchezza — costituisse il tratto caratteristico della produzione del tempo.

E ciò s’accorda anche meglio con la diffusione sempre maggiore del lavoro libero, non inconciliabile con l’esistenza della fabbrica, ma pur meglio rispondente, per l’antichità, ad altre forme dell’attività produttrice de’ manufatti.

Nella stessa tradizione letteraria il lavoro libero si affaccia già non di rado.

Vespasiano si rifiutava di adottare il congegno suggerito da un meccanico a trasportar con poca spesa delle colonne in Campidoglio per non togliere una fonte di guadagno al popolino, che dunque lavorava per mercede[921].

Il padre dello stesso imperatore era un imprenditore di lavori agricoli[922]. Il padre di Massimo era un fabbro, o, secondo altri, un costruttore di veicoli[923]. Mario, uno de’ trenta tiranni, fu ucciso da un operaio, che aveva già lavorato nella sua officina[924]. Il padre di Pertinace era un negoziante di legname e aveva in Liguria un esercizio, che Pertinace, divenuto imperatore, seguitò a menare innanzi per mezzo de’ suoi servi[925].

L’Historia Augusta accenna, a più riprese, ad operai lavoranti per mercede[926].

Il diffondersi del lavoro manuale è pure mostrato dalle imposte che lo colpivano[927]. In Oriente i Romani l’avevano trovate e le avevano mantenute. Caligola tassava con misura generale i salari de’ facchini[928]. Alessandro Severo, nell’atto stesso che riordinava corporativamente arti e mestieri, imponeva sugli operai che l’esercitavano un’imposta di cui si serviva per costruire le terme[929]. Dello stesso imperatore è detto, come una particolarità, che adoperò de’ servi suoi come cuochi, panattieri, pescatori, gualcherai e bagnini[930]; il che lascia supporre che altri si fossero serviti e si servissero per quelle incombenze di mercenarî, servi o liberi, non importa.

Le corporazioni di mestieri che, perdendo il carattere indistinto e non bene definito dell’epoca repubblicana[931], venivano insieme sviluppandosi e acquistando uno schietto carattere corporativo e si avviavano a diventare una parte sempre più importante o integrale dell’ingranaggio dell’economia pubblica e dello Stato: le corporazioni di mestiere, con questa nuova fase della loro vita, mostrano, anch’esse, quale funzione prevalente esercitasse il lavoro mercenario e come surrogasse il lavoro servile.

Più volte, innanzi, si è rilevato come il vero elemento della trasformazione economica, che menava alla fine della schiavitù, stesse nel carattere mercenario, che progressivamente veniva assumendo il lavoro, e che lo stato libero o servile del mercenario costituiva un’accidentalità, mentre, in ogni caso, si venivano separando e contrapponendo la materia di lavoro e la mano d’opera prima appartenenti ad una sola persona, e si procedeva verso il salariato, dove e quando condizioni diverse, sotto la forma dell’artigianato e della produzione domestica, non riunivano di nuovo, ma in maniera diversa, materia di lavoro e mano d’opera.

Tuttavia la composizione delle corporazioni è tale che se ne rileva non solo il progresso del lavoro mercenario, ma il fatto ch’erano i liberi ad esercitarlo.

Liberi erano i componenti le corporazioni di barcaiuoli del Rodano e della Saona[932] e, in generale de’ navicularii incaricati de’ pubblici trasporti[933]; liberi i membri de’ collegi de’ pistores[934]; liberi gli operai delle fabbriche d’armi[935], delle zecche[936]; e “dovunque — crede poter soggiungere il Waltzing[937] — anche nelle manifatture e nelle cave, i lavoratori erano uomini liberi. Gli schiavi non sembra che facessero parte d’alcuna corporazione [di mestiere s’intende]; ove se ne trovano, bisogna ammettere che sono di proprietà del collegio o dello Stato. Tali erano quelli che lavoravano incatenati ne’ panifici, nelle manifatture e nelle miniere. Occorre aggiungervi i condannati o servi della pena.

La moneta d’oro e d’argento e indi quella d’ogni specie, fabbricata da schiavi e liberti imperiali, prima sotto la direzione di liberti imperiali e poi di un procuratore della moneta, al quarto secolo è già fabbricata da liberi[938].

In più larga misura e in maniera più particolareggiata possiamo vedere nell’epigrafi il crescere e il diffondersi del lavoro libero, che, per opera d’ingenui e massimamente di liberti, sorge e si sviluppa dal lavoro servile o s’insinua e si sovrappone ad esso, assimilandoselo e disgregandolo per mutarne in ultimo la funzione e la fisonomia.

Se noi potessimo stabilire l’ordine cronologico di queste iscrizioni, vedremmo probabilmente, in maniera più distinta, come l’elemento libero e specialmente i liberti si sovrappongono gradualmente ma continuamente agli schiavi nell’esercizio de’ mestieri, ma d’ordinario non ci è possibile ricostruire quell’ordine cronologico. Tuttavia, anche senza di ciò, questa concorrenza dell’elemento libero e del servile si riflette sotto altra forma nelle epigrafi.

Gli uffici, che importano una dipendenza continua e assoluta, continuano ad essere coverti esclusivamente o quasi da’ servi: così l’ufficio di vilicus[939], di actor[940], di exactor[941] e tutti quegli altri che si riferiscono specialmente a servigi domestici e ordinari, tali che esigono un’assoluta dipendenza[942].

In questi casi per la più stretta dipendenza, per la continuità del servizio, per la minore facilità di potere utilmente commettere sottrazioni a proprio vantaggio, il servo presentava de’ vantaggi che lo facevano preferire al libero. Si aggiunga che, riferendosi questi uffici alle case de’ ricchi, il possesso de’ servi era imposto anche da ragioni di fasto e di etichetta.

Quando invece si trattava di ufficî, che non importavano un legame di stretta dipendenza e un rapporto continuo, i servi cominciano a divenire meno frequenti e si alternano con i liberti e anche con gl’ingenui.

Ma anche qui sopraggiungono altre distinzioni.

L’elemento libero cerca naturalmente di occupare a preferenza le professioni e le arti meglio retribuite, meno faticose, più considerate. Così la medicina, prima retaggio quasi esclusivo de’ servi, viene esercitata in prevalenza da liberi[943].

In moltissimi casi poi ricorrono indistintamente gli uni e gli altri, servi e liberti, mostrando anche meglio la concorrenza dell’elemento libero, che cedeva al bisogno e alle difficoltà de’ tempi e scendeva sempre più a livello de’ servi per eliminarli surrogandoli[944].

I liberti sopra tutto compariscono con la maggiore frequenza esercitando tutti i mestieri. La mancanza dell’indicazione specifica di liberti e del nome del patrono desta molte volte il dubbio, se abbiamo proprio a fare con un manomesso; ma il nome ci dice che se, come di frequente può accadere, non si ha a fare con un manomesso, si ha a fare con un suo discendente; il che ci mostra come tutto l’elemento servile che, per le manumissioni penetrava nella classe de’ liberi, seguitava l’esercizio del proprio lavoro manuale, reso quasi ereditario nelle loro famiglie. E così, anche per questa via, il lavoro libero riceveva sempre più diffusione ed incremento.

E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più la sua forza.

I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di onore[946], ricevono lasciti.

L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].

Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario, prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta la loro estensione dall’Edictum de pretiis rerum venalium di Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico, la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione. Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario, del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’ formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache, dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni, il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine, si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro, si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’ gualchierai[954].

Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’ salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate conseguenze.

L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui riferirli per trarne analoghe conseguenze.

Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’ nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi, uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo del grano e quello del vino.

Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza, di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari della Germania e dell’Italia[958].

Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come salario effettivo o di prenderlo come medio.

Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due epoche lontane.

Un accenno di Plinio[959] rileva la facoltà di procurarsi la mano d’opera, pure a prezzo assai conveniente, ma l’accenno si riferisce alla sola Nicomedia, al tempo di Traiano, e non possiamo dire se e in quanto si riproducesse la stessa condizione di cose col variare de’ luoghi, de’ tempi, de’ rapporti di popolazione e della richiesta di braccia.

Intanto, se da questo lato l’Editto poco ci giova ad intendere le condizioni del lavoro e de’ lavoratori del suo tempo, ci fornisce altri elementi per formarcene da un altro punto di vista un concetto.

La tariffa stabilisce da un lato i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti e dall’altro quelli della mano d’opera ad essi relativa. Da un confronto degli uni con gli altri appare come solo in limitati campi di produzione si danno esclusivamente i prezzi de’ manufatti, senza dare parimenti quelli della mano d’opera adibita a confezionarli. Accade così per i lavori in cuoio, i prodotti di pelo di capra e di camello, i piccoli manufatti di legno e di osso come spole, pettini, aghi, stacci e finalmente il materiale da scrivere. Ogni altra cosa rientrava nell’ambito della materia grezza[960].

Ora, anche senza voler venire a conclusioni assolute sullo sviluppo dell’industria, ciò prova che, nell’economia del tempo, accanto alla vendita de’ manufatti compiuti, vigeva ancora diffusa e limitata la produzione casalinga (Hausfleiss) e quella forma che ne costituiva uno stadio appena superiore e consisteva nell’assoldare, sotto varie forme, un operaio per fargli trasformare la materia prima, fornita da chi la prendeva a salario (Lohnwerk). Questa locazione d’opera, atteggiata in varie forme, sia come lavoro a giornata che come lavoro a cottimo, era prestata, secondo i casi, nella residenza del committente e dell’operaio, ed era retribuita semplicemente in danaro, o in contanti e generi, o secondo l’opera prestata o con una combinazione di queste varie specie di retribuzione.

E tutte queste varietà di prestazioni d’opera e di retribuzioni ricorrono tutte nell’Editto di Diocleziano, anche e specialmente quella più antica e rudimentale del compenso in generi e contanti.

Se nell’epoca imperiale romana lo sviluppo della ricchezza fosse stato progressivo anzi che regressivo; se vi fosse stato un’accumulazione anzi che uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo sulle rovine dell’economia servile a un vero sviluppo d’industria capitalistica, di cui il tempo anteriore aveva dati gli accenni e creati i rudimenti.

L’economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza accentrata in un numero relativamente ristretto di persone e la contrapposizione di proprietari e proletari spingeva verso l’economia del salariato e ne abbozzava le linee; l’insufficienza de’ capitali disponibili spingeva verso una forma di economia più regressiva ancora dell’economia a schiavi, verso il servaggio e i fenomeni ad esso corrispondenti.

Se, come accadde per l’industria della macinazione, si fossero potute usufruire tecnicamente le forze naturali per sostituirle agli schiavi, vi sarebbe stata ancora una via di progresso; ma l’impiego delle forze naturali si limitava ad una delle più semplici e rudimentali, all’uso delle cadute d’acqua per i molini; e le fabbriche, invece di estendersi e dare la loro impronta all’industria, rimanevano come un accessorio dell’industria agricola, ne’ poderi, ove erano sorti specialmente sotto forme di fabbriche di laterizi, e seguivano l’agricoltura nel suo declinare.

Vi era così prima una sosta e poi un regresso, un processo d’involuzione economica, che, nell’agricoltura si traduceva nel servaggio, nell’industria si rivela con la persistenza e la prevalenza della produzione casalinga e di quelle forme di locazione d’opera che la completavano e l’integravano.

E tutta quella organizzazione pubblica della produzione che appare nelle fabbriche dello Stato e della casa imperiale; tutta quella disciplina rigorosa, ferrea, che tende a regolare e dominare, irrigidendole, le forze produttive e le funzioni sociali; son fatti che hanno la loro ragione d’essere e la loro spiegazione in quella crisi enorme della schiavitù che si dissolveva, mentre erano manchevoli e deficienti alcune delle condizioni necessarie allo sviluppo del salariato.

Il pagamento de’ tributi, ora richiesto e mantenuto in natura, ora permesso in contanti, è uno de’ sintomi di questa crisi economica, dove il vecchio e il nuovo sono in contrasto e predomina qualche cosa che non è nero ancora e il bianco muore.

Lo stesso Editto di Diocleziano, verosimilmente, come scopo immediato ebbe l’intento di “ristabilire con un provvedimento governativo il rapporto, secondo cui le merci dovevano essere scambiate con la moneta convenzionale svilita. Secondo ogni verosimiglianza si voleva rialzare artificiosamente la piccola moneta che era ricaduta al suo reale valore dopo che aveva cessato di funzionare come moneta divisionale[961]„. Ma, in realtà, l’Editto è un sintomo anch’esso della più vasta crisi economica accennata e contro cui inutilmente si tentava reagire con quella costrizione diretta.

La nuova fase della corporazione, riconosciuta, disciplinata e resa organo ufficiale della vita economica dello Stato, che vi costringe come in una cerchia di ferro tutti i rami d’attività più indispensabili alla vita sociale, si spiega appunto con questa necessità obbiettiva di assicurare le condizioni d’esistenza sotto una organizzazione politica e giuridica, di cui veniva meno ogni giorno la base economica.

Quelle forme di coazione e d’intervento dello Stato, specialmente nella composizione e nella funzione delle corporazioni, ristabiliva, sotto altri aspetti, quella continuità di azione e quella dipendenza assoluta e diretta, che costituivano uno de’ pochi vantaggi della schiavitù.

Il moltiplicarsi delle attribuzioni dello Stato e la sua funzione assorbente si spiegano in questa, come in tutti gli altri casi simili, con una reazione dell’ordine politico sull’ordine economico e con la necessità che, nella trasformazione del modo di produzione, chiama lo Stato, l’unico potere costituito, a servire come di centro delle energie che sorgono, e di quelle che si disgregano e che hanno tutte, le une e le altre, bisogno di qualche cosa, che sia come un centro di attrazione e un punto di applicazione.

XVII.

È facile vedere in quali rapporti stesse questa condizione di cose col colonato.

Questa istituzione è stata oggetto di tante indagini, che sarebbe inutile ripetere lo studio analitico fatto già tante volte e da tanti[962]. Basterà quindi accennare al suo carattere generale e alla sua funzione sociale tanto più che questo lavoro non si occupa di proposito del colonato, ed è il caso di accennare alla sua ragione determinante solo in quanto essa coincide con la causa dissolvente dell’economia a schiavi, ed elimina la schiavitù, almeno come istituzione più generale, mettendo il colonato al suo posto e facendo compire in buona parte dal colonato la funzione economica prima esercitata dalla schiavitù.

Come si vede dal riassunto delle spiegazioni date al sorgere del colonato, la ricerca è stata piuttosto di carattere storico-giuridico che storico-economico, benchè, per forza delle cose, abbia dovuto a mano a mano acquistare questo carattere, che diventa sempre più notevole ne’ più recenti scrittori.

Come accade di tutte le trasformazioni, anche il colonato appare nella tradizione letteraria e ne’ monumenti legislativi quando è già bello e formato, e costituisce un rapporto sociale rilevante, che il potere pubblico vuole regolare, innovare e rendere stabile e capace di speciali conseguenze giuridiche.

Ciò posto, il proposito di accertare storicamente, in determinati luoghi e tempi, con dati positivi della tradizione letteraria e della legislazione, il diretto e consapevole sorgere del colonato portava a scambiare il modo di formazione con la causa del suo sorgere e le forme legali, che assunse, con lo stesso modo di formazione.

E, per questa via naturalmente si incorreva nel difetto della unilateralità, che talora veniva rimproverato a’ predecessori da chi veniva dopo di loro, eppure incorreva alla sua volta nello stesso difetto[963].

La causa delle cause del servaggio, che si sdoppia in tante altre cause secondarie e si rivela in tante manifestazioni particolari e locali è l’impoverimento del mondo romano, che si è innanzi rilevato.

“Un considerevole capitale — osserva un autore già altre volte citato[964] — è condizione indispensabile a menare innanzi le intraprese nelle regioni d’economia a schiavi. Un capitalista che impiega il lavoro libero ha bisogno per sopperire alle sue forze di lavoro di una somma sufficiente a covrire l’ammontare de’ loro valori durante l’intervallo che corre dal principio del loro lavoro sino alla vendita de’ prodotti che ne ricava. Ma il capitalista che impiega il lavoro degli schiavi non ha bisogno soltanto di questa somma, rappresentata in questo caso dal vitto, vestito e ricovero forniti agli schiavi durante il periodo corrispondente, ma, oltre a ciò, di una somma sufficiente ad acquistare le stesse sue forze di lavoro. Per menare innanzi, quindi, una data intrapresa, è ovvio che chi impiega schiavi, avrà bisogno di un capitale maggiore di quello occorrente a chi impiega il lavoro libero„.

Così l’eliminazione della schiavitù, sia sotto forma di vendita degli schiavi, sia sotto forma di rinunzia a ricostituire la scorta degli schiavi, costituiva una maniera di liberare il proprio capitale per utilizzarlo altrimenti o di sopperire alla sua deficienza.

E il servaggio, a differenza del lavoro libero che richiede un capitale minore del lavoro schiavo ma pur ne richiede uno, non ne esigeva nessuno. Ciò che spiega maggiormente come e perchè il servaggio si costituisse prima e preferibilmente ne’ più estesi latifondi. Mentre l’imperatore o altri proprietari avevano — il primo per il suo potere politico e il secondo per il carattere quasi di circoscrizione amministrativa assunto dal fondo — l’autorità e il mezzo di ritenere il colono nel fondo, ne avevano anche maggiore necessità, perchè quanto più grande era il fondo, tanto maggiore doveva essere il capitale necessario a coltivarlo.

La coltivazione in grande, fatta direttamente da parte del proprietario o a mezzo di conductores, si esercitava su di una parte del fondo, sulla parte migliore, intorno alla villa; e i coloni, accasati talvolta sulle parti più lontane o più scadenti del latifondo, erano i subaffittuarî o gli elementi complementari della coltura del fondo[965]. E questi coloni, oltre all’utilizzare le terre meno feconde, sussidiavano con l’opera loro anche la coltivazione diretta, cosa la cui utilità veniva già molto tempo innanzi, rilevata da Columella.

Date le condizioni de’ tempi e delle cose, pel proletario, che non avrebbe facilmente trovato ad allogarsi, il colonato, nella forma non coattiva sotto cui sorgeva o si sviluppava, rappresentava forse la sola maniera possibile di assicurarsi l’impiego del proprio lavoro e la sussistenza. A misura che il disordine e le vessazioni crescevano, poteva in dati casi risolversi in un rapporto di protezione[966]. In tanti casi, è vero, ciò voleva dire, aumentare gli organi delle prepotenze e moltiplicare le vessazioni; ma l’interesse stesso del padrone doveva talvolta valere al colono di schermo; e, anche quando ciò restava solo una speranza ingannatrice, i diversi organi di prepotenza finivano talvolta, come pure accade, per neutralizzarsi tra loro.

Il colonato quindi rappresentava, nella maggiore parte de’ casi, per i padroni la maniera più utile, se non la sola, di mettere a profitto i propri fondi e per i coltivatori forse la sola maniera di provvedere al proprio sostentamento.

Costituiva il punto di minima resistenza della vita economica del tempo, il centro di gravità della produzione, una necessità sociale; ed i rapporti economici si ricomponevano e si riadagiavano quindi, in maniera prevalente se non universale, su quella base. L’enfiteusi stessa, pur nella costruzione giuridica diversa, richiama il colonato, e mostra un altro aspetto di una stessa causa economica.

Gli schiavi fuggiaschi e quelli manomessi che non trovavano lavoro, i barbari accolti per necessità politica nel territorio dell’Impero e quelli attratti per coltivare le terre abbandonate: tutti, con diversi nomi, sotto diverse forme rientravano nella categoria generale del colonato.

Nel settentrione e nel mezzogiorno, in paesi di popolazione relativamente densa e relativamente rada, dovunque il capitale difettasse o fosse inadeguato alla coltura, sorgeva o risorgeva e si diffondeva il colonato.

E dico che risorgeva, riferendomi anche alle più antiche forme di servaggio, le quali sono state evocate a proposito del colonato, ma non già per evocarle, alla mia volta, come un modello che, artificialmente e consapevolmente imitato, avrebbe portato alla diffusione del colonato e del servaggio in cui esso si tradusse.

Sarebbe assai arduo il dire se ne’ paesi di arretrato sviluppo economico l’antico servaggio riuscì a persistere, più o meno larvato. Il nuovo servaggio, in ogni modo, non sorgeva per forza di espansione di questi residui di un remoto passato; ma perchè, per un fenomeno di regresso economico, si riproduceva quella stessa deficienza di capitali, quello stesso scarso svolgimento delle forze produttive, che, come si è visto in principio di questo lavoro, faceva preludere all’evoluzione economica col servaggio e ve lo manteneva, dove un più maturo e più rapido sviluppo economico era impedito.

L’antico servaggio quindi non giova a chi vorrebbe servirsene per indurne la continuità storica col colonato e la sua diffusione, dirò così, epidemica; serve invece benissimo a mostrare come il verificarsi di una condizione economica analoga a quella che l’aveva prodotto nell’antichità, tornava a produrlo nello sfasciarsi del mondo antico, al sorgere dell’Evo medio.

E tante cause secondarie che, per via più o meno indiretta, si ricongiungevano alla causa accennata, contribuivano vie maggiormente a diffondere e ad acclimatare il servaggio.

In quello stato sociale malsicuro, con un’organizzazione politica oppressiva all’interno e fiacca all’esterno, che suscitava rapine, che lasciava l’adito aperto ad invasioni, come non dovea essere malsicuro il possesso di schiavi, pronti alla fuga, pronti all’insidia e alla rivolta?

Si diradava quindi questa specie d’instrumentum vocale insieme a quelle altre specie che costituivano la pastorizia e che avevano, a preferenza di ogni altra industria, bisogno di sicurezza per sussistere e progredire.

E, tra il declinare della pastorizia e le condizioni poco adatte all’ampliamento di colture intensive, tra le importazioni di frumento rese sempre più difficili, riprendeva piede, dove e come poteva, la coltura de’ cereali, a cui, come già Columella[967] aveva osservato alcuni secoli prima, era tanto adatta l’opera del colono quanto era disadatta quella dello schiavo; e tanto più disadatta, quanto più aveva a fare con un suolo esaurito.

Questi nuovi rapporti economici, sorti così per necessità obbiettiva nel processo della storia e resi obbligatori, prima ne’ fondi imperiali per autorità di principe o prepotenza di ufficiali, e poi negli stessi latifondi per prepotenza di proprietarî, avevano la loro ultima sanzione per prepotenza di legge. Allora, a poco a poco, la prescrizione, la discendenza, tutto concorreva ad allargare il ceto de’ coloni, ridotto ad una classe chiusa se si trattava d’impedirne l’uscita, aperta se si trattava di ampliarla come che sia, sopra tutto con gli equivoci legali e gli atti di violenza che, dato il riconoscimento legale della categoria, servivano a procacciare servi, anche meglio che prima non avevano potuto servire a procacciare schiavi.

Tutte quelle ragioni, che avevano portato ad irrigidire in un congegno legale l’attività industriale, fomentate dallo stimolo di assicurare l’esazione de’ tributi, puntelli allo Stato tarlato e crollante, conducevano a rendere rigida e immutabile anche quella nuova formazione economica sociale che doveva dare a tutti alimento.

Il servaggio, qual’era omai il colonato, diveniva così, sempre più, non l’espressione di un’attività più feconda, suscitata da’ tributi o dal bisogno di una cultura intensiva; ma il fenomeno più perspicuo di un collasso sociale, di un estenuarsi graduale delle forze economiche. Quelle norme, che alle stesse classi dominanti erano o sarebbero sembrati vincoli in tempo e in luogo di grande sviluppo economico, erano ora una necessità economica, una forza, un mezzo di vita.

Dove forse il capitale era meno raro, od altre condizioni capaci di agevolare la cultura potevano dispensare dalla costituzione del servaggio, la stessa legge, nello stesso interesse delle classi dominanti, teneva il colonato ne’ termini di un’istituzione contrattuale[968]; ma quelle condizioni venivano meno, ed ecco che subentrava subito il servaggio[969], procedendo sempre, sempre allargandosi, ricacciando nell’ombra la schiavitù coll’abbassarne e menomarne la funzione.

XVIII.

La schiavitù non veniva abolita per legge, e anche in pratica seguitava a persistere ancora a lungo[970], ma come una sopravvivenza.

Ciò che costituiva il carattere distintivo della nuova epoca, la misura della sua potenzialità produttiva, la forma della sua economia erano il servaggio nell’àmbito dell’agricoltura, e nell’industria un modo di produzione oscillante tra la produzione casalinga e l’artigianato.

Sopra questo sostrato poggiava la nuova società e in esso avevano radice quelle varietà di manifestazioni sociali, che n’erano l’espressione morale, come quella struttura n’era l’espressione economica.

La schiavitù, quasi per virtù d’inerzia, stentava a sparire del tutto, ma, ricacciata nel puro uso domestico o divenuta un oggetto di lusso[971], raggiungeva anche talvolta una proporzione magari elevata[972], massime se era alimentata da guerre, cui davano l’impronta i contrasti di religione e di razza, e se rispondeva a qualche bisogno reale[973] od era fomentata dalla crescente ricchezza. Tuttavia, anche nel suo notevole numero, durava in realtà stenta, priva di una vera funzione sociale; finchè la scoperta del nuovo mondo e il vasto sviluppo coloniale, chiamandola di nuovo a fornire forze di lavoro, nella deficienza di un proletariato che potesse darle, tornava a darle uno sviluppo straordinario e rinnovava — in quanto il diverso ambiente fisico e i nuovi tempi consentivano — insieme agli orrori, l’immagine della schiavitù antica.

Ma la ricchezza accumulata ne’ secoli dal lavoro persistente di quei servi e di quegli schiavi, i progressi tecnici da quelle stesse anguste condizioni della produzione suscitati e lentamente realizzati in quel faticoso risorgere dell’economia, e finalmente le forze naturali sempre più vittoriosamente soggiogate e meglio usate, erano tutte cose, onde sorgevano condizioni di vita sociale, a cui il servaggio e la schiavitù, già istrumenti, divenivano inceppi, e donde si sviluppavano nuove forme di coscienza morale, foriere di diverse istituzioni.

Schiavitù e servaggio, dati finalmente in olocausto a una nuova èra economica e civile, cedevano il campo al salariato, servitù dissimulata, strumento più elastico e duttile alla nuova, gigantesca e prepotente forza del capitale; destinato, nondimeno, anch’esso, il salariato, a dissolversi per un processo intimo, analogo al processo di dissoluzione della schiavitù e del servaggio e, come in quegli altri periodi, destinato ad aprire con la sua stessa decomposizione, una nuova èra, lunga aspirazione, feconda, laboriosa incubazione de’ secoli, di cui ora la storia par che attinga la soglia.

Ma questo è un altro capitolo, che essa stessa, la storia, va, ogni giorno, in ogni terra scrivendo dolorosamente sulla grande pagina del mondo, sullo spiegato volume del tempo; e chi vive nel presente e del presente, memore del passato, pensoso dell’avvenire, guarda, indaga, compara e forse intende nel presente il passato e nel passato l’avvenire.

Qui, per ora, il mio lavoro è finito.

Notes in this chapter

Note 1 · Allard P., Les esclaves chrétiens. Paris, 1876, pp. 286 sgg.Note 2 · Mommsen, Droit public romain, trad. franç., VI, 2, p. 13.Note 3 · Dion. Cass., LIV, 16; LVI, 7; D. XXIII, 2, 23.Note 4 · Tacit., Ann., XII, 53: Inter quae refert ad patres de poena feminarum, quae servis coniungerentur; statuiturque ut ignaro domino ad id prolaNote 5 · CIL. IX, 154, 507, 872, 989, 1853, 2507, 2728, 2877, 3057, 3680. Cfr. anche 910, 1267, 2687, 2724, 2760, 3763; XII, 724, 901, 2839, 3231, 33Note 6 · CIL. IX, 888; XIV, 2832, 3920.Note 7 · CIL. IX, 1884; X, 593; XII, 682a, 3446, 3782, 3801; XIV, 218, 357, 396, 564, 881, 1654, 2522.Note 8 · Friedlaender, Darstellungen, II6, pp. 3 sgg., con le autorità ivi citate.Note 9 · Cfr. Voigt M., Jus naturale aequum et bonum, IV, pp. 22 sgg.Note 10 · Karlowa, R. R. G., I, pp. 616 sgg.Note 11 · Karlowa, op. cit., I, pp. 646 sgg.; pp. 657 sgg.Note 12 · Vedi sopra pp. 25 sgg.; Petron., Satyr., 71, 1: Amici et servi homines sunt, et aeque unum lactem biberunt etiamsi illos malus fatos (sic) oNote 13 · D. de stat. hom., I, 5, l. 4, § 1: Servitus est constitutio juris gentium qua quis domino alieno [contra naturam] subicitur. — D. L, 17, l. Note 14 · Sueton., Claud., 25. — Gai, Inst. I, 52-3. — Schneider, op. cit., p. 22.Note 15 · Wallon, op. cit. III3, pp. 56 sgg.; Schneider, op. cit., pp. 22 sgg; Abignente, op. cit., p. 101.Note 16 · D., I, 6, 2: Divus etiam Hadrianus Umbriciam quandam matronam in quinquennium relegavit, quod ex levissimis caussis ancillas atrocissime traNote 17 · D., l. c.Note 18 · D., XLVIII, 8.Note 19 · Suet., Domit., c. 7; Dig., XLVIII, 8, 4: Nemo enim liberum servumve invitum ementem castrare debet.Note 20 · Hitzig H. F., Die Stellung Kaiser Hadrians in der römischen Rechtsgeschichte. Zürich, 1892, p. 6.Note 21 · D., II, 4, 10, § 1; I, 12, 8, §§ 8-9.Note 22 · D., XLVIII, 18, §§ 1-2.Note 23 · Cat. maj., c. 5, 2.Note 24 · D., XI, 7, 2 pr.: Locum in quo servus sepultus est religiosum esse Aristo ait.Note 25 · D., XXIII, 3, 10, § 2; XXXIII, 7, 2, 5-7; XXI, 1, 35; XXXII, 41, 2; Erman, Servus vicarius, p. 444, n. 1.Note 26 · Orelli, I. L., 2846: Ita contubernales honestiore coniugum nomine sexcenties utuntur in inscriptt. — Allard, op. cit., 271.Note 27 · Plin., Epist., VIII, 16: ..... permitto servis quoque quasi testamenta facere eaque ut legitima custodio. Mandant rogantque quod visum; pareNote 28 · Gibbon E., The decline and fall of the Roman Empire. London, 1893, I, Chap. 11, p. 45. — Lange, Hist. du matérialisme, I, p. 465.Note 29 · Schneider, op. cit., pp. 28 sgg. — Wallon, op. cit., III2, pp. 62 sgg.Note 30 · Wallon, op. cit., III2, p. 62, 67 sgg., con i fonti giuridici ivi citati.Note 31 · Wallon, op. cit., III2, pp. 71 sgg.Note 32 · D. L. 17, 20: Pomponius libro septimo ad Sabinum. Quotiens dubia interpretatio libertatis est, secundum libertatem respondendum erit.Note 33 · Iust., Inst., III, 11, 1.Note 34 · Cod. iust., de fide com., lib. VII, 4, 1-2; Schneider, op. cit., pp. 35, 49, n. 44.Note 35 · Cod. iust., VII, 22, 1-2.Note 36 · Schneider, op. cit., pp. 34, 51, n. 62, con le autorità ivi citate.Note 37 · Iust., Inst., III, 11, 1.Note 38 · Suet., Claud., c. 25.Note 39 · D., XXXVII, 14, 7: Divus Vespasianus decrevit, ut si qua hac lege venierit, ne prostitueretur et, si prostituta esset, ut esset libera, si pNote 40 · Friedlaender, Darstellungen, III6, pp. 509 sgg.; 661 sgg.Note 41 · Friedlaender, op. cit., III6, p. 516, e Zeller, Philosoph. d. Griech. ivi citato.Note 42 · Engels F., Contribution à l’histoire du Christianisme primitif (Le devenir social, I, 2), p. 147.Note 43 · Origen., c. Cels., III, 50, 55. Cf. anche Pélagaud E., Un conservateur au second siècle. Paris, 1879, pp. 313 sgg.Note 44 · Ciccotti E., Psicologia del movimento socialista (nel Pensiero italiano, vol. XXII), p. 265.Note 45 · Allard P., Les esclaves chrétiens, pp. 245 sgg.Note 46 · Allard, Les esclaves chrétiens, p. 250-1: Un des récits les plus anciens de l’époque des persécutions est la célèbre lettre sur les martyrs Note 47 · Lecky, Hist. of the european morals from Augustus to Charlemagne. London, 1892, II10, pp. 14, 147: Its moral action has always been much morNote 48 · Lecky, op. cit., p. 15: A boundless intolerance of all divergence of opinion was united with an equally boundless toleration of all falsehooNote 49 · Wallon, op. cit., III2, pp. 389 sgg. — Abignente, op. cit., pp. 108, 113 sgg.Note 50 · C. J., VII, 16, 3.Note 51 · Cod. Theod., IX, 9, 1.Note 52 · Cod. Iust., VI, 1, 6. Cfr. anche VI, 1, 3.Note 53 · C. J., IX, 47, 4.Note 54 · C. J., VII, 16, 24 e 36.Note 55 · C. J., VII, 16, 1 (Imp. Antoninus A. Saturninae).Note 56 · Cod. Theod., V, 7, 1; 8 l. n.Note 57 · Zosim., II, 38.Note 58 · Cod. Theod., XI, 27, 1.Note 59 · Cod. Theod., IX, 40, 2.Note 60 · Wallon, op. cit., III2, pp. 597 sgg. — Abignente, op. cit., pp. 115 sgg. con i testi ivi citati.Note 61 · Jhering, Geist d. R. R., II Th., 2 Abth., p. 372. — Bury J. B., A history of the later Roman Empire from Arcadius to Irene. London, 1889, I,Note 62 · Wallon, op. cit., III2, pp. 416 agg. — Abignente, op. cit., p. 117 sgg.Note 63 · D., I, 5, 4, § 1; L, 17, 32; XL, 11, 2; Inst., I, 2, § 2.Note 64 · Novell., XXII, coll. IV, I, c. VIII.Note 65 · l. c.Note 66 · Novell., CXLII; C. J., I, 10; VII, 22; Dig., XLIX. 15, 19, § 5.Note 67 · C. J., VII, 3; 6; 8; 15; Just., Inst., II, 20.Note 68 · C. J., I, 13.Note 69 · Cfr. Marquardt, Vie privée des Romains, passim; Friedlaender, Darstellungen, III6, p. 1-172, Der Luxus; pp. 173 sgg., Die Künste e passim; BNote 70 · Blümner, Das Kunstgewerbe, I, p. 214 e passim.Note 71 · Blümner, op. cit., I, pp. 70 sgg.Note 72 · Blümner, op. cit., I, pp. 83 sgg.Note 73 · Blümner, op. cit., I, pp. 118 sgg., 157 sgg., 182 sgg., 192, 194, 217.Note 74 · Blümner, op. cit., I, p. 105.Note 75 · Blümner, op. cit., 1, p. 232 sgg., 243 sgg., 249.Note 76 · Blümner, op. cit., I, p. 105.Note 77 · Blümner, op. cit., I, p. 57, 85.Note 78 · Rodbertus, Zur Gesch. d. agrar. Entwickelung Roms unter den Kaisern (Jahrb. f. Nationalökonomie, II Bd., 1864), p. 210 sgg.Note 79 · Colum., R. R., VI, 27. Cfr. VII, Praef.; VIII, 11; IX, 9.Note 80 · Colum., R. R., I, c. 8.Note 81 · Martial, III, 62 — Senec., Ep. 27 — Gell., XV, 29 — Cic. in Verr., A. S., 5, 7 — Wallon, op. cit., II2, pp. 164 sgg. — Boeger, op. cit., p. Note 82 · D., XVII, 1, 26, § 8.Note 83 · R. R., IV, 3.Note 84 · D., XVI, 2, 21; XXI, 1, 57 — Wallon, op. cit., II3, p. 169.Note 85 · C. J., 6, 43, 3 — Wallon, op. cit., II2, pp. 172-4.Note 86 · Svet., Aug., 32.Note 87 · Mos. et. Rom. leg. coll., XIV, de plag. ed. Huschke — C. J., IX, 20, 7 e 15 — Wallon, op. cit., II2, pp. 50 sg.Note 88 · Il numero degli schiavi nell’Attica (ne’ Rendiconti dell’Istituto lombardo, 1897).Note 89 · Cairnes, The slave power, p. 114 sgg.Note 90 · R. R., I, c. 8: Foeminis quoque foecundioribus, quarum in sobole certus numerus honorari debet, otium nonnunquam et libertatem dedimus, cum Note 91 · Ciccotti E., La retribuzione delle funzioni pubbliche civili e le sue conseguenze nell’antica Atene (ne’ Rendiconti dell’Istituto lombardo, Note 92 · Marquardt, De l’organisation financière chez les Romains. Paris, 1888, pp. 147-8 — Hirschfeld O., Die Getreidererwaltung in der röm. KaiserzNote 93 · Mommsen Th., Die italische Bodenvertheilung und die Alimentartafeln (Hermes, XIX), p. 408. — Fustel de Coulanges, Le domaine rural chez les Note 94 · Plin., N. H., XVIII, 7, 35:..... Sex domini semissem Africae possidebant, cum interfecit eos Nero princeps....... Frontin., De controv. agraNote 95 · Marquardt, De l’organisation financière, pp. 139-87 — Hirschfeld, Getreideverwaltung, pp. 3 sgg.Note 96 · Marquardt J., De l’organisation militaire chez les Romains. Paris, 1891, pp. 166-71; 183 sgg.; 231 sgg. — Cagnat, Exercitus, in Daremberg etNote 97 · Cagnat, l. c., p. 915.Note 98 · Marquardt, Organisation militaire, p. 203, 282.Note 99 · Büchsenschütz B., Die Hauptstätten des Gewerbfleisses in klassischem Alterthume. Leipzig, 1869, p. 4.Note 100 · Blümnder H., Die gewerbliche Thätigkeit der Volker des klassischen Alterthums. Leipzig, 1869, p. 1.Note 101 · Bücher K., Die Diokletianische Taxordnung vom Jàhre 301 (in Zeitschrift für die gesamte Staatswissenschaft, herausg. von A. Schäffle), Bd. LNote 102 · Büchsenschütz B., Die Hauptstätten, etc., p. 4.Note 103 · Notitia dignitatum oc. XI, 45-63, 74-7. — Cod. Theod., X, 20, 2-3, 6-9, 16; Or., 16-20, 26-27. — Bücher K., Die Diokletianische Taxordnung, Note 104 · Suet., Vesp., c. 18:... Sineret se plebeculam pascere.Note 105 · Suet., Vespas., c. 1.Note 106 · Jul. Capitol., Maxim. et Balb., c. 5.Note 107 · Trebell. Pollion., Trig. Tyr., c. 8.Note 108 · Jul. Capitol., Pertinax Imp., c. 1 e 3.Note 109 · Ael. Lampr., Alexand. Sev., c. 22, 24-5; Jul. Capitol., Anton. Pius, c. 10.Note 110 · Marquardt, Organisation financière, pp. 216, 251-2, 295, 297, 298 con i testi ivi citati.Note 111 · Suet., Calig., c. 40; Dio. Cass., LIX, 28.Note 112 · Ael. Lamprid., Alex. Sev., c. 24 e 33.Note 113 · Ael. Lampr., Alex. Sev., c. 22.Note 114 · Waltzing, op. cit., II, pp. 3 sgg.Note 115 · Waltzing, op. cit., II, 32 con le prove ivi citate.Note 116 · Op. cit., II, p. 35.Note 117 · Op. cit., II, p. 81.Note 118 · Op. cit., II, pp. 239 sgg.Note 119 · Op. cit., II, pp. 228 sgg.Note 120 · Op. cit., II, pp. 359-60. Cfr. pag. 245.Note 121 · Cod. Theod., X, 20, 1. — Waltzing, op. cit., II, pp. 228-9 con le autorità ivi citate.Note 122 · C. I. L., II, 1552, 1742; III, 337, 2130, 5540, 5622; V, 878, 5500, 5558, 5668, 7449, 7339 add.; VI, 9984-91; VIII, 2232, 5268; IX, 163, 820Note 123 · III, 67, 1181, 1182, 1549, 1573a, 4445, 5616. 5622, *6010153-217, V, 90, 1035, 1049, 1939, *5048, 5318, 7473, 8111,39; VI, 9106 sgg.; VIII, Note 124 · C. I. L., VI, 9383; VIII, 2228.Note 125 · Ab ark. (a), C. I. L., IX, 1248; arkarius C. I. L., VI, 9146-8, 9150; IX, 697. *969, 2244, 2606, 3579, 3773, 3845, 4109, 4110, 4111, 4112, 6Note 126 · C. I. L., II, 21, 2348, 470, 2337, 3666, 1737, 5655; III, 559, 3583, 3834; V, 89, 562, 1909, 1910, 2181, 2396. 2530, 5277, 5317, 5920, 3156,Note 127 · Aerarii, C. I. L., II, 2238; VI, 9134-38; X, 3988; XII, 3333, 4473; albarii, VI, 9139-40; aluminarii, VI, 9142; aurifices, V, 1982, 2308, 88Note 128 · C. I. L., IV, 490, 710, 677, 336, 597, 826, 886, ecc.Note 129 · Waltzing, op. cit., II, pp. 185 sgg., 429.Note 130 · C. I. L., XII, 4523, 4515, 4517, 3335, XIV, 2656.Note 131 · Der Maximaltarif des Diocletian herausgegeben von Th. Mommsen, erläutert von H. Blümner. Berlin, 1893 e C. I. L., III.Note 132 · VII, 1-23. Cfr. pp. 104 sgg.Note 133 · VII, 24-8.Note 134 · VII, 29-37. Cfr. pp. 112.Note 135 · VII, 38-74. Cfr. pp. 112 sgg.Note 136 · VII, 75-6.Note 137 · XX, 1-13; XXI, 1-6; XXII, 1-26. Cfr. pp. 156 sgg.Note 138 · VII, 1ª.Note 139 · Pro Roscio com., 10, 28. — Blümner, Maximaltarif, p. 105.Note 140 · Seek O. nella Deutsche Literaturzeitung, 1894, p. 458.Note 141 · Michaelis H., Kritische Würdigung der Preise des Edictum Diocletiani (Zeitschrift für die gesammte Staatswissensch. herausg. von A. SchaefflNote 142 · C. Plini Caecil. Secundi Epist. ad Traianum lmp., 41 (50), ed. Keil: ... Hoc opus multas manus poscit; at eae porro non desunt. Nam et in agNote 143 · Bücher K., Die Diokletianische Taxordnung, p. 692.Note 144 · Bücher, Die Diockletianische Taxordnung, p. 194. — Michaelis, op. cit., p. 15 e Seek, l. c.Note 145 · Credo utile riportare dal Segrè G., Studio sulla origine e sullo sviluppo storico del colonato romano (Archivio giuridico di F. Serafini, voNote 146 · Jung J., Zur Würdigung der agrarischen Verhältnisse in der röm. Kaiserzeit (Hist. Zeitschrift, XLII (1879), p. 45 e 53).Note 147 · Cairnes, The slave power, p. 67.Note 148 · Schulten A., Die röm. Grundherrschaften (Zeitschr. für Social und Wirthschaftsgesch., III (1895), pp. 357, 362 sgg.) — Mommsen, Decret des CNote 149 · Jung J., op. cit., pp. 74 sgg. — Zachariae von Lingenthal K., Geschichte d. Griechisch-Römischen Rechts. Berlin, 1877, p. 227 con le autoritNote 150 · R. R., I, 7.Note 151 · Zachariae von Lingenthal, op. cit., p. 240 con le autorità ivi citate.Note 152 · Op. cit., pp. 243 sgg.Note 153 · Laenger O., Sklaverei in Europa während d. letzten Jahrhunderte des Mittelalters. Bautzen, 1891, pp. 5 sgg. con le opere e le autorità ivi cNote 154 · Laenger, op. cit., p. 22.Note 155 · Laenger, op. cit., p. 19, 25.Note 156 · Laenger, op. cit., pp. 20, 26, 27 sg. 30.
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