PARTE SECONDA
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I.
La vita romana più antica ci si presenta sotto un aspetto semplice e modesto: la ricchezza, i bisogni, le abitudini, tutto vi è limitato e quale può attendersi da una popolazione di costumi primitivi.
Roma, sorta come luogo di rifugio, è la sede di una popolazione che vive una vita pastorale ed agricola, gravitando sempre più verso l’agricoltura, quanto più la stabilità della sede, le commodità della cultura e le altre condizioni favorevoli lo consentono[485].
La schiavitù, che nell’antichità si può assumere come l’indice dello sviluppo della vita economica, è quindi, naturalmente, in questo più antico periodo assai ristretta[486]. Chi legge Dionigi d’Alicarnasso e vi trova una menzione relativamente frequente ed esagerata di schiavi[487], potrebbe forse essere tentato ad attribuire alla schiavitù, anche per questo periodo più antico, un’importanza maggiore della vera; ma non tarderà a scorgere anche qui un riflesso della tendenza inconsapevolmente anacronistica di Dionigi, solo che guardi agli altri fonti della tradizione e, più ancora, a tutti gli altri dati della vita romana in quell’epoca.
Il territorio romano, sino alla fine dell’età regia e agl’inizi della repubblica, consisteva in una stretta zona sulla riva destra del Tevere, e sulla sinistra era limitato a breve distanza, nelle varie direzioni, da Fidenae, da Tusculum, da Tellenae e Laurentum[488]: consentiva quindi un’industria agricola ristretta anch’essa in brevi confini e tale da non richiedere, ordinariamente, l’impiego di schiavi o almeno di un numero notevole di essi. La cultura diretta era, insieme, un’esigenza, una consuetudine ed un vanto[489] anche per chi in quella società primitiva godeva di una posizione preeminente. La famiglia, più che mai unanime e stretta da un legame di solidarietà materiale e morale, impiegava tutte le sue forze nella cura del modesto patrimonio che le assicurava l’esistenza e lo sviluppo. S’aggiungeva ancora la clientela. Se anche non è ben provato che i clienti fossero tenuti a prestare, in una certa misura, l’opera loro a favore de’ patroni[490]; nondimeno può sempre ritenersi che, in maniera indiretta, coltivando terre concesse precariamente o temporaneamente sotto varie forme, avessero una funzione utile non trascurabile nell’economia domestica della casa patronale[491].
La semplicità rude di quella vita è anch’essa rimasta nella tradizione, che ce ne ha conservata l’immagine e la notizia.
L’ideale della casa che basta a se stessa e del fondo che sopperisce a tutti i bisogni della famiglia, riappare anche appresso come un consiglio ed una mèta: ora appariva come una necessità e, insieme, un’aspirazione facilmente realizzata, data la corrispondenza tra i pochi bisogni e la maniera di soddisfarli. Bisogni che, poi, più largamente intesi e in maniera diversa, dettero luogo a un’attività sociale distinta, a mestieri speciali, — costituivano ora un ramo ordinario dell’operosità domestica disimpegnato dalle donne della famiglia, a cui nelle poche case più doviziose prestava assistenza qualche ancella. In casa si preparavano e provvedevano le vesti; in casa si preparava il pane[492]. E questo carattere dell’antica famiglia romana, che sopperisce da sè alle esigenze del proprio consumo, è rilevato da uno storico con lo stesso vocabolo già usato da Tucidide a proposito de’ Peloponnesiaci (αὐτουργοί)[493], che con la semplicità sua ci richiama nella maniera più evidente questo periodo di attività domestica, di economia familiare chiusa e di manufatti dovuti al lavoro delle proprie mani.
Ma, anche qui, manufatti, che richiedevano una particolare esperienza tecnica e speciali istrumenti, o corrispondevano a bisogni non continui della famiglia, facevano luogo, per la progrediente e vantaggiosa divisione del lavoro, ad arti e mestieri speciali, esercitati da distinte categorie di artefici come una distinta attività professionale. E la tradizione, quale che possa essere la sua esattezza cronologica nel riferirsi a un punto preciso del periodo leggendario, accenna all’antichità di questi artefici costituiti finanche in corporazioni[494]. Secondo questi dati della tradizione, non solo si sarebbe avuto ben presto un artigianato di vasai, industria delle più antiche e della quale scoperte non lontane hanno rintracciato in Roma i prodotti entro strati sempre più remoti e con forme sempre più rudimentali, accennanti alle suppellettili delle terremare[495], ma tante altre categorie di artefici intenti al lavoro del legno, del cuoio, della tintura de’ tessuti, del bronzo e perfino dell’oro. Lo stesso frequente stato di guerra, che spesso costringeva il piccolo stato come in un cerchio di ferro, l’obbligava a sviluppare entro i propri confini la produzione di tutto il necessario, acclimatando e rendendo indigena anche quella prima importata o presa a prestito da popoli più progrediti[496].
Ora questi mestieri, quando, appresso, assunsero più larghe proporzioni sino a prendere l’aspetto di una manifattura o di un’industria, poterono giovarsi e si giovarono della cooperazione di schiavi; ma in questi tempi più antichi, in cui l’esercizio del mestiere era limitato ed individualmente disimpegnato, difficilmente potevano essere esercitati da schiavi, privi di ogni autonomia e che avrebbero solo potuto esercitarli sotto la direzione o, come cominciò ad avvenire più tardi, in rappresentanza del padrone. L’esercizio di codesti e degli altri mestieri, che venivano sempre più sorgendo col crescere de’ bisogni e con la corrispondente divisione del lavoro, dovea costituire, insieme, una prerogativa e un mezzo di vita degli stranieri che venivano a dimorare a Roma, della plebe urbana e, in genere, di tutti quelli che, per una via o per un’altra, direttamente o indirettamente, non partecipavano alla produzione agricola e al godimento della terra. I cognomi di alcune famiglie, che accennano evidentemente a utensili, ad arti e a mestieri, se possono avere avuta origine da un patronato verso corporazioni di artefici, possono fors’anche meglio derivarsi dalla tradizione di un diretto esercizio di arti manuali in famiglie libere, a grado a grado salite poi a condizione più elevata e a maggiore importanza sociale[497].
II.
Il successivo ampliarsi della città e le grandi costruzioni — che, riferite dalla tradizione all’epoca regia[498], hanno tuttavia, almeno in parte, carattere di remota antichità, come il tempio di Giove sul Campidoglio, la grande cloaca, le mura serviane — sono un indizio del continuo progresso economico e civile di Roma; e la ingente forza di lavoro, necessaria specialmente alle opere monumentali, lascia sospettare un impiego di servi e un incremento quindi della schiavitù. E, veramente, tra le prede, che si vuole facessero le spese di qualcuna di quelle opere[499], potettero o dovettero esser compresi degli schiavi. Ma l’espandersi della città fu lento e graduale, e fu più spesso la fusione di borgate e centri già innanzi abitati: le grandi opere pubbliche poi, se la tradizione non mente[500], furono elevate oltre che con l’opera mercenaria, col concorso forzato degli stessi cittadini, sotto forma di corvées, che riescirono di forte aggravio alla plebe e sarebbero state tra le cause precipue del suo sentimento ostile verso l’ultimo de’ re.
Nondimeno, in maniera lenta e insensibile ma costante, si venivano fecondando i germi che doveano portare a uno sviluppo della schiavitù.
In quella lotta impegnata con i vicini e di volta in volta allargata, lotta combattuta prima per l’esistenza e poi per una forma sempre più elevata di dominio; con la conquista di territori e l’appropriazione della altrui ricchezza mobiliare[501], si veniva inducendo nella società romana una serie di rapporti più complessi e come una stratificazione sempre più distinta de’ vari elementi della cittadinanza. Le spese e gli aggravî della guerra, riversati, come accade, da quelli che avevano il monopolio del potere su quelli che n’erano esclusi o poco meno che esclusi; i danni delle incursioni e delle rappresaglie, più sentite da chi meno possedeva e vi era più esposto; il monopolio dell’agro pubblico e la possibilità di impiegarvi, mettendolo a cultura o tenendovi greggi ed armenti, un capitale che vi trovava il suo frutto; l’accumulo reso più facile a chi più ha, e fatto sempre più possibile e più agevole dall’azione sempre più diffusa e operosa della moneta, che investiva e trasformava i più antichi e semplici rapporti economici e le prime forme rudimentali di scambi; tutte queste cose insieme concorrevano a creare nuove condizioni di vita, foriere esse stesse di maggiori mutamenti, per i maggiori bisogni suscitati, per lo sforzo e il modo di appagarli.
Pure l’accumulazione della ricchezza e il progresso economico dovettero essere, per lungo tempo, lenti ed esigui.
Nella legislazione delle dodici tavole si riflette ancora l’angustia d’orizzonti della vita romana e lo stato rudimentale della sua economia[502].
È ancora un popolo che vive tutto d’agricoltura e per cui non è spuntato ancora il periodo dell’industria e del commercio. La ricchezza, il vantaggio, il danno, le forme di guadagno hanno tutti la loro espressione in parole relative alla pastorizia e all’agricoltura[503], e i delitti che la legge considera hanno del pari stretta relazione con l’una e con l’altra. La moneta coniata non è giunta ancora a divenire la comune misura degli scambi e della valutazione, che ancora, tradizionalmente, in alcune multe, si determina in quantità di animali[504]. Diecimila assi costituiscono ancora una ricchezza[505]; bassi sono i prezzi de’ prodotti dell’agricoltura e degli animali; le multe son tenute in confini limitati, e appena la massima multa raggiunge una cifra che, nella sua stessa misura relativamente elevata, ci dà un criterio della limitata economia del tempo, anche considerata nelle sue maggiori manifestazioni[506].
Del resto le forme di produzione, gli sfoghi alla varia attività umana, i mezzi di moltiplicare la ricchezza erano assai circoscritti. La terra anche ne’ ricolti migliori dava un prodotto tenue, che, secondo qualche calcolo[507], al lordo, non raggiungeva il cinque per cento. La produzione familiare, in questo e per molto altro tempo ancora, non solo abbracciava i generi d’alimentazione, ma comprendeva ancora il vestimento, la lavorazione degl’istrumenti ed utensili di legno necessari all’agricoltura, quella delle corde e de’ lavori d’intreccio, di alcune più rozze stoviglie, delle suola[508]. Strumenti ed utensili, che si era obbligati a chiedere al lavoro tecnico più provetto dell’artigiano, si riunivano a larghi intervalli di tempo, e intanto si riparavano, si rimettevano all’ordine in casa.
Il commercio era limitato, com’era da attendersi da questa stessa limitata produzione, che non offriva larga materia di scambi[509]. I mercati più vicini, oltre il Tevere, servivano al traffico de’ prodotti di uso più immediato; e, attraverso di essi, forse, giungevano anche que’ pochi prodotti transmarini, che si erano introdotti o cominciavano ad introdursi negli usi de’ Romani[510].
I capitali perciò, limitati come potevano essere da queste condizioni di limitata accumulazione, si volgevano, come già altrove, in uno stato analogo di cose, se non esclusivamente, preferibilmente all’usura, che costituiva una vera piaga di questi tempi e le cui fasi occupano una parte notevole nella tradizione[511]. Finchè l’allargamento del dominio e l’appropriazione sistematicamente organizzata della ricchezza di tanti paesi soggetti non offrirono un appagamento a’ crescenti bisogni di una società sterile; si può dire che il popolo romano, nell’ámbito chiuso del piccolo stato, si volgea co’ denti in sè medesimo.
L’interesse, limitato dalla legge delle dodici tavole, non già, secondo un’ipotesi inverosimile, al 100%[512], ma, secondo una più accettabile interpretazione, al 10% per un anno di dodici mesi e rispettivamente all’8 1⁄3 % per un anno di dieci mesi[513], ci fa vedere, in realtà, come i capitali esistenti fossero inadeguati alla richiesta, e quanto alto salisse d’ordinario l’interesse, se la legge l’avea stabilito in una misura pur di tanto superiore al reddito ordinario della terra.
Le vicende della pace e della guerra e quelle ancora più ordinarie delle stagioni sopra aziende agricole di limitata estensione e produzione facevano sì che la plebe, la classe ancora meno provveduta, rasentasse sempre l’abisso del debito, pronta a cadervi per non uscirne più mai. Avvenimenti poi come l’invasione e l’incendio gallico, dietro cui non rimanevano salve che la terra e la parte di scorta metallica sfuggita alle rapine e alle taglie, aveano reso più acuto il bisogno e più forte l’impero della moneta, più rara e più richiesta[514].
Questa manifestazione sociale-patologica dell’infierire dell’usura, propria di dati tempi, in paesi di economia poco progredita, costituiva per la società romana uno stato di equilibrio instabile, che dovea trovare la sua risoluzione e il suo rimedio in una estensione della schiavitù.
Se, come pare[515], ciò che dava a’ patrizi (sotto il qual nome del resto la tradizione volle fors’anche intendere i ricchi) l’egemonia economica e la possibilità di mutuare, era massimamente il possesso sempre crescente dell’ager publicus; in questo impiego usurario del danaro e nelle forme rigorose in cui si esplicava, si può vedere non solo una conseguenza dell’angustia economica che non consentiva altri modi d’impiego, ma un mezzo di appropriarsi il lavoro altrui, sia indirettamente sotto forma d’interesse, sia, più ancora, direttamente con l’addictio del debitore moroso, divenuto così a tempo o in perpetuo, il servo del creditore, che in un caso l’adoperava nelle sue coltivazioni e in un altro lo vendeva o permutava con uno schiavo straniero. La lex Paetelia, è intesa da Livio[516] e da’ più come la liberatrice della plebe che faceva de’ beni e non del corpo del debitore la garentia del creditore. Ma, se proprio si potesse ritenere, come qualche interprete[517] vorrebbe, secondo un’ipotesi repugnante alla tradizione, che essa si limitasse soltanto a modificare le forme anzi che la sostanza del diritto del creditore, l’addictio dovette essere poi ristretta od eliminata, in fatto più che in diritto, dall’estensione della schiavitù, che rendeva non necessaria quella maniera d’acquisto d’incommodi servi, e da forme di procedure, che rendevano più agevole e possibile l’espropriazione del debitore.
Le dodici tavole, veramente, oltre a rivelare, in questa forma indiretta, il bisogno della schiavitù, crescente col progredire delle condizioni economiche, rivelano anche, in maniera più prossima, che questo bisogno cercava il suo soddisfacimento, e la schiavitù si andava sempre estendendo nella società romana.
Infatti nelle dodici tavole troviamo irrogata la pena di cencinquanta assi pel ferimento del servo[518], e d’altro lato la menzione della pena comminata al servo ladro[519]. Ricorrono anche disposizioni sullo statu liber[520], il servo manomesso sotto condizione, con un accenno, forse, a quel peculio[521], che, meglio sviluppato appresso, è destinato ad avere tanta importanza nelle condizioni e nelle sorti della schiavitù; vi si fissa la norma per la devoluzione al patrono dell’eredità del liberto morto senza testamento[522], e si sancisce finalmente la responsabilità civile del padrone per i fatti delittuosi e colposi del servo[523].
Tenuto conto dello spirito della legislazione decemvirale, che, in maniera rapida e comprensiva, fissa le sue norme, regolando interessi pratici e concreti; si può dire che, se anche non molto diffusa, pure, relativamente alle condizioni economiche del tempo, la schiavitù cominciava ad essere un elemento integrante del patrimonio e della vita economica; e maggiore tendeva a divenire nell’ambiente sempre più largo che Roma si formava e nell’affluire alla città dominatrice di tante forze economiche, che le vittorie omai più numerose e feconde richiamavano con successione sempre più frequente e costante e che la illimitata libertà di testare sancita dalle dodici tavole[524], il giro più rapido della ricchezza e la vita economica sempre meno compressa e più complicata tendevano a raccogliere in poche mani.
III.
Il popolo che doveva giungere a dare il suo nome al mondo antico e doveva dare a tante parti di esso l’impronta della sua fisonomia, compiva questa sua funzione nella storia con l’assimilarsi i caratteri e le attitudini de’ popoli, che assoggettava o con cui veniva in contatto, trovando così in una straordinaria potenza e varietà di adattamenti il segreto e la fortuna del suo dominio e il mezzo più potente della fusione di così diversi elementi in una grande organizzazione politica e civile. A misura che la sfera d’azione di Roma si estendeva e se ne ampliava il dominio, la vita romana si modificava sotto l’azione di tutte le correnti e di tutte le forze economiche e morali che vi s’insinuavano e, dominate, riescivano a dominarla; e quanto più vasto era l’ambito, su cui l’attività romana si esercitava, e più vari gli elementi, con i quali veniva in rapporto, tanto più profondi e complessi n’erano gli effetti.
Roma, uscita vittoriosa da quelle sue più antiche guerre, combattute sul suo stesso territorio o in quello adiacente, procedeva a guerre sempre più lontane e più gravi; e la storia tradizionale tiene a rilevare come, di volta in volta, ad ogni impresa fortunata si arricchisse di terre e di prede, onde i vinti erano come multati. L’assoggettamento della Sabina avea fatto gustare per la prima volta la ricchezza a’ Romani. Ma, quando estesero il loro dominio all’Italia centrale e agli estremi lembi dell’Italia meridionale, oltre al vantaggio immediato delle prede e degli acquisti, si creò una condizione di cose, che dovea dare un diverso e non preveduto indirizzo alla loro politica ed alle loro forme di vita. Non solo era così data l’occasione ad entrare nella politica de’ grandi stati del Mediterraneo; non solo la civiltà più raffinata della Campania e delle colonie greche suscitava esigenze e rapporti, di cui poteva valere come indizio l’argento di recente adottato quale tipo monetario[525]; ma il nuovo e più grande dominio costituiva, nel suo insieme, per le sue stesse condizioni naturali, un ambiente in cui l’economia romana, il vecchio modo di produzione, la base stessa della vita romana ed italica si dovevano trasformare.
“Per l’agricoltura italica — dice il Nitzsch[526] — era della più alta importanza che i Romani, ora, mercè le colonie e l’ager publicus, fossero signori delle montagne e del piano. La schiacciante preponderanza della pastorizia, come si trova in Ispagna e in Italia a danno della coltura della terra e di una coltivazione intensiva, è solo possibile, dove si può evitare l’allevamento nelle stalle. La necessità di riparare, all’inverno, le greggi nelle stalle obbliga anche il più grande proprietario fondiario a limitare il suo bestiame, giacchè egli deve provvedere non solo al riparo e alla custodia, ma anche all’alimento invernale. Questa necessità non vi è più, dove le greggi, col principio d’inverno, possono trovare pastura in luogo dove il clima e il pascolo permette ad esse di trascorrere, senza inconvenienti, i mesi freddi a cielo aperto. A’ paesi settentrionali d’Europa mancano questi pascoli e mancano a’ montanari d’Italia, se le pianure delle marine non sono accessibili alle loro greggi. Così, se possiamo sostenere che il bestiame de’ Sanniti e de’ Lucani era limitato, quando le Puglie e le coste del Golfo di Taranto non erano loro soggette, o non potevano servire di pascolo; del pari non possiamo non rilevare che anche le greggi delle pianure non potevano essere eccessive, finchè non erano loro dischiusi i pascoli montani per l’estate. L’aridità della campagna romana e delle Puglie, la malaria del Golfo di Taranto portano l’epidemia e la morte agli agricoltori e a’ pastori e specialmente al bestiame. Che questo stato malsano delle marine italiane sia cresciuto nel Medio Evo, ma che già vi era nell’antichità, è risaputo. Se anche i boschi dell’Appennino non erano così barbaramente devastati e le pianure delle coste non ancora così desolate ed appestate a cagione de’ latifondi; tuttavia l’afa di un’estate italiana, il freddo di un inverno di montagna erano insopportabili per le greggi e gli armenti dell’antica Italia come per gli odierni.
“È difficile dire se le guerre delle città della Magna Grecia con i barbari del paese montuoso adiacente portassero in qualche modo, da una parte e dall’altra, all’ampliamento de’ pascoli e dell’industria armentizia: notiamo soltanto che la produzione della lana sul Golfo di Taranto doveva essere ancora insignificante, se i Sibariti si provvedevano di oggetti di lana a Mileto (Timaei Fragm. ed Mueller, p. 286). Nè nel Lazio, nè in Etruria, nè sul rimanente littorale occidentale si vede, prima del dominio de’ Romani, lo sviluppo della pastorizia che appresso incontriamo. Ma quando i Romani alla fine della seconda e, meglio ancora, della terza guerra sannitica penetrarono con le loro colonie nella zona interna dell’Appennino e anche ivi ridussero ad ager publicus larghi tratti di territorio, fu loro ben possibile di aumentare il loro bestiame. Livio (X, 23 e 47) menziona già per la prima volta alla metà del quinto secolo condanne di pecuarii. Sembra inverosimile che la legge licinia abbia limitato col possesso della terra coltivabile anche il diritto di pascolo, perchè la pastorizia, come già si è mostrato innanzi, era limitata in que’ tempi dalle condizioni dell’ager publicus, dalla mancanza di grandi pascoli estivi in montagna. Non appena i Romani se ne ebbero procacciati mercè le loro conquiste nell’Appennino interno, allora, per la prima volta, sopravvenne il pericolo di una preponderanza della pastorizia. Al tempo stesso fu possibile a’ Romani di prendere parte diretta al commercio del Mediterraneo. Mancavano loro finora i grandi prodotti di una ricca regione interna, con cui Cartagine faceva il suo esteso traffico, e mancava anche l’attività industriale delle città greche, lo smercio de’ cui prodotti avveniva specialmente per mezzo di Corinto. La grande maggioranza de’ proprietari terrieri romani poteva riserbare per mercanti stranieri solo piccola parte della loro produzione agricola, e, finchè vi fu questo felice limite del possesso fondiario, non vi era da pensare per Roma ad un proprio ceto commerciale e ad un naviglio mercantile„.
Ma questo così vasto demanio, se in parte rimase direttamente in potere dello Stato e in parte servì a fondare colonie e a farne assegnazioni a’ meno abbienti, per una parte assai maggiore andò a finire nelle mani della nobiltà, che, avendo già l’egemonia politica, la faceva valere e la rassodava, sorreggendo ed afforzando la sua posizione economica.
Del resto per molte ragioni, su alcune delle quali accadrà di fermarsi appresso, i meno abbienti avrebbero, sotto certi aspetti, poco potuto avvalersi di queste terre pubbliche.
Molte di esse erano forse più appropriate al pascolo che non alla coltura; molte altre erano in luoghi distanti da centri abitati, forse impervii, dove solo una completa azienda rustica poteva menare innanzi la coltura, non già un contadino isolato. Si trattava pure, per lo più, di terre incolte, che occorreva dissodare con impiego non indifferente di spese e di lavoro; mentre, d’altro canto, bisognava cominciare a pagare la decima allo Stato concedente.
Nella valle del Po e, in luoghi, dove abbondanza d’acqua, agevolezza di vita, esigenze militari, opportunità politica e l’opposizione non ancora ridesta e organizzata delle classi dominanti l’aveano voluto e permesso, s’erano fondate colonie o fatte assegnazioni; ma altrove era il possesso de’ ricchi che si stendeva sul demanio pubblico col progresso, se non così lento, certamente continuo e sicuro come quello dell’edera che si attortiglia alla pianta vigorosa per avvincerla tutta tra le sue spire.
Si occupava non solo la terra, che si poteva coltivare di presente, ma quella ancora che si aveva speranza di coltivare[527], e si andava diritti alla formazione del latifondo e alle forme sotto le quali esso è messo a profitto.
Altro ancora si aggiunse a favorire e precipitare questa tendenza.
La guerra, malgrado il suo carattere talvolta necessario e la speranza spesso ingannatrice di attesi vantaggi immediati, era stata, come appare dalla tradizione raccolta da Livio, la preoccupazione e il tormento della classe agricola, del ceto di agricoltori obbligati a coltivare direttamente la terra e messi nella triste alternativa di vedere il proprio campo desolato da’ nemici o dall’abbandono, in cui lo lasciava il coltivatore guerreggiante in paese nemico.
Il soldo militare, introdotto dopo la presa di Veio[528], avea attenuata una delle gravezze, a cui il soldato andava incontro, e la guerra portata sempre più lontana da’ propri confini esimeva il campo dalla devastazione de’ nemici, ma non lo rendeva meno deserto con la più protratta lontananza del suo coltivatore.
La guerra annibalica, agitata in Italia, riprodusse, a un tempo, tutti questi mali: il tributo, la lunga milizia, il saccheggio; e, se tutti n’ebbero danno, più danneggiati furono i piccoli possidenti, che più facilmente andavano in ruina al menomo squilibrio, e che aveano le loro terre ne’ piani, teatro della guerra, mentre gli armenti si ritraevano su’ monti, protetti dalla prudenza, secondo qualcuno anche troppo calcolatrice di Fabio.
La concorrenza de’ cereali della Sicilia, dove l’agricoltura era rifiorita, risorgendo dalla distruttrice opera di Agatocle[529], e poi la concorrenza più vasta dell’Africa, resa sempre più possibile ed estesa dalle strade, che, più e più, si diramavano per l’Italia, solcandola, minavano con azione più lenta ma anche più sicura il piccolo proprietario e il fittaiuolo italico coltivatore di cereali.
L’egemonia continuamente progrediente di Roma faceva di Roma e delle sue classi dominanti come il vampiro del mondo, la piovra di tutta l’attività produttrice del mondo soggiogato; e, sotto forma di preda, di tributi, di decime, di appalti, di ruberie e perfino di eredità, i tesori del vasto dominio si venivano accumulando nelle mani di una categoria sempre più ristretta di persone, occupate, per dirla con l’emistichio solonico[530], a spannare il pingue latte, di cui il fiore più veniva alla superficie, quanto più n’era continuo e turbinoso il rimescolio.
Questa gara sfrenata dell’opulenza, eccitata e resa necessaria dallo stesso crescere e concentrarsi della ricchezza, assorbiva la piccola proprietà, insidiandola col litigio cavilloso, occupandola con la violenza, tentandola con le lusinghe di una vita più molle, liberandola da ogni vincolo, che la potesse rendere più o meno inalienabile e creandole intorno quell’ambiente di leggi, di cui può valere come un sintomo eloquente la legge agraria del 643 a. u. c.; ciò sino al punto che potè sembrare tutta la ricchezza di Roma si accogliesse in non più che due mila persone[531].
Questo stato di cose — la proprietà fondiaria e la ricchezza mobile, riunite in una cerchia sempre più ristretta — voleva dire il monopolio del mezzo di produzione, la terra, e, data la facoltà sempre maggiore di acquistare schiavi, la possibilità di dare a quel mezzo di produzione un movimento quasi automatico.
Così sulle rovine del piccolo possesso e della piccola proprietà si elevava il latifondo, e al posto dell’agricoltore subentrava il pastore e al posto del libero lo schiavo.
IV.
L’Italia peninsulare ogni giorno più si sentiva spinta a rivolgersi ad altre nazioni per provvedere al suo bisogno di cereali[532]: successivamente e in varia misura, si volgeva alla Sardegna, all’Africa, all’Egitto, alla Spagna, alla Gallia, alla Beozia, alla Cilicia, alla Siria, alla Brittannia perfino in tempi più avanzati[533]; ciò che era al tempo stesso un indizio e un fomite dell’abbandono graduale della coltura cereale, la quale ogni giorno più cedeva il posto a un impiego della terra più remunerativo.
Già Catone, nello scrivere il suo trattato sull’agricoltura, determinando l’utilità decrescente delle varie colture, metteva in primo luogo la vigna, poi l’orto irriguo, e successivamente il saliceto, l’oliveto, il prato, il campo frumentario, la selva cedua, l’arbusto, la selva ghiandifera[534].
E appresso, nel trattato di Varrone, un interlocutore, rilevando che non tutti s’accordavano nella classificazione di Catone, metteva in cima ad ogni coltura il prato[535], il che mostra che, da Catone a Varrone, col progresso del tempo, la pastorizia aveva sempre più acquistato il sopravvento sull’agricoltura.
Col divenire che Roma faceva un centro sempre più popoloso e importante, il territorio, su cui aveva un’azione più diretta, trasformava le sue colture, mercè una graduale selezione, per servire a’ bisogni ognora crescenti e più vari della popolazione cittadina.
Le terre meno lontane e più adatte s’avviavano a fornire fiori, frutta, legumi[536].
L’oliveto e la vigna, sotto l’impulso della crescente richiesta di olio e di vino, erano tratti ad estendersi. Vi era, è vero, chi riteneva che la vigna “divorasse il suo prodotto col suo “stesso dispendio„[537]; ma non mancava chi soggiungeva che, specialmente quando si posseggono le cose inservienti alla cultura della vigna, questa non teme il dispendio[538]. E Columella, prendendo le mosse dal prodotto minimo di una vigna, mostrava che, mentre il capitale impiegato con l’interesse del 6% avrebbe reso millenovecentocinquanta sesterzi all’anno, la vigna, nella peggiore delle ipotesi e con un vignaiuolo costato ottomila sesterzi, ne rendeva duemilacento[539].
Vi erano pure allevamenti, che, iniziati forse per mero diletto e per il ristretto uso della casa e del podere, si allargarono, sopratutto in vista della città crescente, sino a divenire importanti riprese del podere o la sua produzione principale.
Oltre all’allevamento di animali da tiro e da soma, l’allevamento di volatili, di api, di animali selvatici e qualche volta anche le piscine erano capaci di dare guadagni non lievi[540].
Di queste ville, come si chiamavano le sedi di tali allevamenti, se ne citava qualcuna che rendeva cinquantamila sesterzi; in un’altra, nella Sabina, a poca distanza da Roma, la sola vendita de’ tordi avea reso sessantamila sesterzi, il doppio di quel che aveva reso l’intero fondo di Varrone, dell’estensione di duecento iugeri, su quel di Rieti[541].
I pavoni, in un caso citato da Varrone[542], rendevano 600.000 sesterzi. I colombi raggiungevano talvolta prezzi eccezionali[543]. In un piccolo fondo di un iugero, nell’agro falisco, l’allevamento delle api dava un reddito di diecimila sesterzi[544].
Così la cultura arborea da un lato, dall’altro gli allevamenti di tutte le forme restringevano la cultura de’ cereali, sviliti di prezzo, importati da regioni straniere, e si manteneva ancora in Italia là dove, come nella valle del Po, vi era ancora una popolazione di coloni, o dove l’importazione era difficile, o il terreno dava molto prodotto come in Etruria, nell’agro di Sibari e in luoghi simili[545].
Intanto, la cultura arborea, dell’olivo specialmente, come la pastorizia esigevano un concorso di persone minore che non la cultura de’ cereali.
Per un oliveto di dugentoquaranta iugeri Catone calcola cinque operai, tre bifolchi, un asinaio, un pastore, un porcaio, in tutto tredici persone, di cui gli ultimi sette erano adoperati alla custodia e all’uso di tre paia di bovi, alcuni asini e cento pecore[546]. Per cento iugeri di vigna lo stesso Catone riteneva necessari sedici uomini, tra cui il vilicus e la vilica e quattro uomini addetti alla custodia e all’uso di due bovi e tre asini[547]; e per Saserna bastavano otto operai soltanto[548].
È vero che Varrone[549] dà un valore relativo a questi calcoli, ma, anche accettandoli con le debite riserve, resta sempre che il numero delle braccia si andava limitando, e tanto più forse, quanto la pastorizia più estesa forniva bovi da lavoro.
Quanto alle pecore era vario il numero de’ custodi. Varrone[550] suggeriva un pastore per ogni ottanta pecore, Attico per ogni centinaio; ma, quando sorpassavano il migliaio, lo stesso Varrone osservava che se ne poteva ben ridurre il numero.
Per una mandra di cinquanta cavalli Varrone[551] fissa due uomini. Un piccolo servo bastava poi alla cura degli asini[552]. E talora alla custodia delle greggi e degli armenti venivano appunto adoperati donne e fanciulli[553].
Durante questa metamorfosi dell’economia agricola e nel periodo che la precedette e la preparò, tutto favoriva l’impiego sempre più diffuso della schiavitù.
Il gravoso servizio militare, che distraeva i proprietari dalla cultura de’ fondi, li obbligava a surrogare l’opera loro con altra ugualmente stabile; e l’opera de’ servi doveva avere carattere di continuità più di quella del lavoratore mercenario, a prescindere dalla considerazione che, dal tempo di Polybio, già i minori abbienti stessi erano arrolati[554], e dopo Mario l’esercito si reclutava anche tra i proletari[555].
La stessa media e piccola proprietà dunque era spinta a far uso di schiavi.
Che se alcuni fondi erano siti in luoghi remoti e lontani da centri che potessero fornire l’opera mercenaria, l’impiego degli schiavi diveniva una inevitabile necessità. Come mostra l’aneddoto di Attilio Regolo, il mercenario, nell’assenza del padrone, facilmente abbandonava il fondo[556] e contro lui non vi era, quando v’era, che un’azione civile, mentre v’era ben altro modo di ricondurre al podere il servo fuggitivo.
I latifondi poi, che si andavano formando, per la loro destinazione a pascoli o per la loro situazione in luoghi di recente dissodati e per la loro stessa estensione, si trovavano assai spesso lontani da centri abitati ed esigevano, per tante ragioni, la presenza e l’assistenza continua di quell’instrumentum vocale, che, secondo l’espressione di Varrone[557], erano gli schiavi.
Tanti degl’inconvenienti dell’opera servile non potevano ancora essere sentiti e sensibili, in questo periodo, ne’ latifondi.
Si è già altrove rilevato, come l’opera degli schiavi è poco produttiva, e s’accorda male con la coltura de’ cereali, la quale esige un lavoro da un lato discontinuo, e, dall’altro, in date ricorrenze, contemporaneo di molti.
Quanto alla scarsa produttività, essa è risentita quanto più i prodotti, invece che al consumo, sono destinati ad essere messi in circolazione sotto forma di merce; e inoltre la possibilità, esistente in questo periodo più remoto, di avvicendare la terra e mettere successivamente a coltura larghe estensioni di terre incolte, dissimulava, se non elideva, la scarsa produttività del lavoro servile. La varietà poi delle colture e dell’impiego del latifondo, ove s’introducevano anche forme più o meno rudimentali d’industria, dava agio di tenere variamente occupati nel corso de’ mesi gli schiavi, onde il fondo era dotato. Ove poi si consideri come la pastorizia dilagava continuamente, soverchiando ogni altra forma d’uso della terra, sarà facile rilevare che una funzione continua e quasi inerte, come quella de’ custodi del bestiame, poteva meglio essere disimpegnata da servi che non da liberi. Per giunta, in uno stadio molto rudimentale della pastorizia, si lasciava che tutto andasse innanzi e si svolgesse, si può dire, automaticamente; e questi custodi di greggi e di armenti, lasciati allo stato semi-selvaggio tra boschi e lande erbose, erano talora abbandonati a sè stessi[558], perché provvedessero, alla peggio, con ogni espediente e, all’occorrenza, anche con le rapine a’ bisogni dell’esistenza. Questo sistema, naturalmente, era possibile assai più con i servi che non con elementi liberi.
E a questa opportunità, per le condizioni del tempo sentita, di impiegare schiavi, corrispondeva anche la facilità di ottenerli.
Le guerre fortunate e le conquiste si risolvevano in una sorgente feconda di schiavi.
Lasciando stare i tempi più remoti, tra la sola fine del sesto e il principio del settimo secolo di Roma, stando alla tradizione liviana, erano stati ridotti in ischiavitù nel 544/210 dieci mila prigionieri di guerra, nel 546/208 quattromila, nel 552/202 milledugento, nel 554/200 trentacinquemila, nel 557/197 cinquemila, nel 564/190 millequattrocento, nel 587/167 centocinquantamila[559].
Il tempo successivo, che dischiuse a’ Romani le porte dell’Oriente e vide le clamorose sconfitte d’incursioni barbariche e il consolidamento e l’ampliamento del dominio romano in ogni verso, rese più feconda la messe di schiavi[560].
Senza aspirare a determinare, con la precisione di cifre facilmente illusorie, la popolazione servile[561], si può avere una idea del suo sviluppo dal prodotto della tassa imposta alle manomissioni, la cui sola introduzione è un sintomo per sè notevole, e che nello spazio di centoquarantotto anni, dal 397/357 al 545/209, rese quattromila libbre pesanti d’oro[562]. Ed è dalla fine del sesto secolo che la schiavitù prende uno sviluppo anche maggiore.
Su’ prezzi medi di uno schiavo in questo periodo non è facile pronunziarsi[563]; ma dovettero essere assai oscillanti.
Se di Catone è riferito che non pagava mai uno schiavo oltre le millecinquecento dramme[564] e che, nella sua riforma del tributo, considerò come oggetto di lusso uno schiavo al disotto di venti anni del valore di diecimila sesterzi[565], il costo degli schiavi al suo tempo non doveva essere elevato; e delle oscillazioni a cui potè andare incontro e del livello a cui talvolta potè discendere, vale a darci un’idea, la notizia che, nel bottino fatto nel Ponto da Lucullo, gli schiavi si vendevano sino a quattro dramme[566].
Questa instabilità di prezzi, che, a lungo andare, avea anche i suoi inconvenienti, doveva, nondimeno, specie ne’ primi rinvilii eccitare tanto più il bisogno già sentito di schiavi.
V.
Se la conquista dell’Italia aveva apportata una tale metamorfosi nell’industria agricola, anche maggiore fu la rivoluzione che nelle abitudini, ne’ sistemi di vita, nelle norme generali della condotta doveva introdursi per il contraccolpo di questa trasformazione e per il successivo estendersi del dominio fino a’ paesi di cultura greca e poi oltre il mare sino all’Oriente.
Tutte le raffinatezze del vivere, ignote o quasi a’ Romani, si offrivano loro con l’attrattiva, la seduzione di una cosa nuova, a cui era assai difficile il resistere; e tanto più difficile quanto più si presentavano insieme le tentazioni e i mezzi di appagarle. Se il trionfo di Papirio[567] avea recato a Roma gran copia di argento, i trionfi successivi, da quello di Flaminino a quello di Silla[568], riempirono d’oro l’Erario, e si stabilì un regolare riflusso di ricchezza, sotto tutte le forme, dal mondo romano alla sua capitale.
Il denaro, smunto alle provincie, cercava dovunque un impiego, negli appalti, nelle imprese commerciali, nell’esercizio dell’usura a danno degli stessi provinciali; ma il declinare della ragione dell’interesse[569] mostra che il capitale rimaneva ancora superiore alla possibilità dell’impiego; e, sia in quanto produceva ingenti lucri, sia in quanto rimaneva improduttivo, tendeva a disperdersi in spese improduttive, a soddisfare quella voga crescente del lusso, che diveniva sempre più un’abitudine e un bisogno.
La nuova e vecchia nobiltà, patrizia e plebea, di cui era stato già un vanto la residenza in campagna e la cura dell’agricoltura, distolta da’ campi anche per la nuova fase dell’economia agricola, cercava dimora stabile nella città; e, sotto l’impulso delle nuove forme di vita, le case si ampliavano e si ornavano e le esigenze crescevano con vicenda assidua e incalzante.
Volgere la larga massa di numerario e la ricchezza accumulata ad una diretta produzione industriale, era cosa, oltre che prematura, difficile e lenta; più facile e spedito era dirigerla al commercio, che raccoglieva qua e là l’esuberanza della produzione più o meno progredita. Così, pur tendendo a trasformarsi, restava ancora base della produzione il lavoro casalingo. In queste condizioni il crescere delle esigenze della casa importava necessariamente un aumento del suo personale; e, quanto più, in quella vita sempre maggiormente mossa, gli aggregati gentilizî si scioglievano e si allentavano i gruppi familiari più numerosi e complessi, si doveva sentire il bisogno di supplire all’elemento familiare meno numeroso con l’opera di un elemento estraneo acquisito ch’era appunto la schiavitù[570].
Così, il bisogno dell’indispensabile come quello del superfluo, il più elevato tenore di vita e l’abitudine del fasto, tutto contribuiva a diffondere e moltiplicare anche nella vita cittadina quel numero preponderante di schiavi che si era insinuato nella vita rurale e ne formava omai la caratteristica.
A custodire l’entrata, ad annunziare, ad introdurre i visitatori, a regolare i ricevimenti era adoperato uno schiavo[571]. L’alimentazione, quanto più crescevano il lusso della tavola e lo sfoggio dell’etichetta, teneva occupata una vera coorte. A cominciare da’ più umili e più travagliati, che, faticosamente, con un metodo affatto primitivo, riducevano il frumento in farina, si andava sino al maggiordomo, attraverso tutta una serie di servi incaricati della cantina, della provvista del pane, della preparazione con tutta una gerarchia di cuochi, di sotto-cuochi, di guatteri, a cui facevano riscontro nella sala della mensa il direttore, quelli che preparavano la tavola, i letti, gli scalchi, i distributori, i pregustatori, i coppieri, i valletti posti a piedi de’ commensali e pronti ad ogni loro cenno. La stanza da letto, il guardaroba, la toletta tenevano occupata altra gente di servizio. Le donne poi si circondavano di un vero stuolo, a cominciare dalle addette all’opere indispensabili, come la tessitura e il cucito, per arrivare a quelle occupate in tutti gli amminicoli che il gusto, la moda, la raffinatezza e spesso anche la depravazione sapevano suggerire. Se nasceva un bimbo in una casa magnatizia, non era appena nato che già era circondato di nutrici e di tutta una comitiva di persone che gli stessero attorno per curarlo, cullarlo, addormentarlo, mantenergli intorno il silenzio, mentre dormiva.
A tutti questi si aggiungevano gli altri servi, che attendevano a funzioni speciali necessarie a’ bisogni della casa e delle persone, come il fabbro di varie specie, il gualcheraio, il barbiere, e, secondo la grandezza e la magnificenza della casa, il giardiniere, il medico, il copista, il segretario, il cassiere, i suonatori, i cantanti, i bagnini.
Nè questa torma di servi si conteneva e finiva nella casa, ma seguitava anche fuori, o che occorresse rischiarare la via al padrone e a’ suoi visitatori di notte, o che occorresse condurlo in lettiga, o che bisognasse, specie in tempo di elezioni, rammentargli i nomi di quelli in cui s’imbatteva e cui era opportuno anticipare il saluto o ricambiarlo con la familiarità del conoscente.
Farsi precedere e seguire da una torma di servi era, a poco a poco, divenuto come un segno di distinzione, un modo di darsi maggiore importanza, e allora in quella gara di fasto e di vanità diveniva anche questa una ragione per moltiplicare i servi e spiegarli come un indice della propria opulenza[572].
L’elenco così minuzioso e differenziato delle varie categorie di servi è stato in buona parte condotto sulle tracce epigrafiche, che ci rimangono, dell’ordinamento della casa imperiale e sugli scrittori dell’epoca imperiale; ma in parte se ne trova riscontro anche negli scrittori dell’ultimo periodo dell’epoca repubblicana, a cui la materia poteva dare occasione a farne cenno. Non di rado parecchie di quelle funzioni ed incombenze, che sono enunciate con nomi distinti, si trovavano raccolte in una stessa persona[573], tanto più quanto era meno considerevole la casa; ma, con le ingenti fortune che si erano venute cumulando negli ultimi tempi della repubblica, la tendenza a questa divisione di lavoro, e si potrebbe talora dire anche d’ozio, si faceva sempre più insistente. Cicerone[574] stesso trovava di cattivo gusto l’affidare a un solo schiavo funzioni disparate.
D’altra parte tutte quelle opere gigantescamente faticose, come le gettate in mare, l’artificioso mutamento dell’aspetto de’ luoghi e le opere di genere voluttuario, quali i giardini con i loro parchi, le loro piscine e tutte le bizzarrie e gli abbellimenti suggeriti dal capriccio, di luculliana memoria, lasciano concepire e travedere lunghe torme di schiavi messi per lunga durata, senza interruzione e senza tregua, a domare con la crudele ostinazione dell’uomo l’inerte e dura resistenza della materia bruta.
I giuochi del circo, poi, gli spettacoli gladiatorî, caratteristici della vita romana, che, a preferenza di ogni rappresentazione teatrale, divennero la vera festa nazionale romana[575], importavano un altro notevole aumento di schiavi, una requisizione permanente destinata a rinnovarsi continuamente.
I funerali, il conferimento di magistrature, la ricorrenza di solennità cittadine divenivano tutti occasione e fomite di questi tragici giuochi; e, a misura che il gusto stracco si sentiva stuzzicato da quell’aere sensazione del sangue versato per trastullo e l’uso si estendeva da’ più a’ meno ricchi, dalla capitale alle provincie, crescevano queste legioni di dilettanti della morte, di cui ben presto i padroni stessi avrebbero poi fatto una così amara esperienza.
La schiavitù, così, si diffondeva e sviluppava straordinariamente, alimentata dalle guerre e dalla pirateria, fecondata, in città e in campagna, da una nuova fase della vita economica, adoperata, nella complicazione crescente de’ rapporti sociali, alla soddisfazione de’ moltiplicati bisogni, impiegata dallo Stato stesso nel vario estendersi delle sue funzioni, dalle società e da’ privati nella gestione delle loro industrie e de’ loro commerci, divenuta mezzo di produzione in mano di alcuni, strumento e fomite di raffinatezza in mano di altri e, in mano a molti altri, materia prima di speculazione, come oggetto d’incetta, mezzo di scambi, investimento e forma notevolissima di proprietà mobiliare e mezzo di far valere e mettere in movimento ogni altro genere di ricchezza.
VI.
Date le vicende e le condizioni dell’evoluzione economica nel mondo romano, l’impiego della schiavitù diveniva sempre più indispensabile, come inevitabile n’era stata la estensione. Ma oltre a questo suo carattere di necessità, la schiavitù era fatta per presentare, a primo aspetto almeno e alla superficie, le apparenze de’ maggiori vantaggi, anche là dove fosse stato possibile — ciò che in molti casi non era — avere libertà d’elezione tra lo schiavo e il lavoratore libero.
Possedere, oltre al mezzo di produzione, la forza che lo doveva mettere in movimento; avere in propria mano una forza di lavoro, che fosse come la continuazione e la moltiplicazione della propria energia, atta ad essere adoperata senza interruzione e padroneggiata a discrezione e diretta a proprio talento; doveva sembrare, a prima vista almeno, quanto di meglio si potesse desiderare. E l’agricoltura del tempo di Catone e di Varrone, che tendeva a limitare a’ casi puramente indispensabili l’impiego del lavoro libero[576], obbediva insieme allo stato di fatto di quel periodo e a quest’ordine di considerazioni.
Pure una più lunga e più approfondita esperienza doveva venire sviluppando e mettendo in luce, gradatamente, tutti gli inconvenienti e gli svantaggi della schiavitù.
Quando Catone consigliava di acquistare il fondo rustico là dove fosse possibile, all’occorrenza, avere de’ mercenari[577], riconosceva con ciò, implicitamente, l’utilità, di una forza di lavoro impiegata e pagata soltanto pel periodo limitato di tempo, in cui adempisse una funzione utile.
Quando Varrone suggeriva di adoperare ne’ luoghi e ne’ lavori malsani lavoratori liberi piuttosto che servi[578], veniva a riconoscere tutti i danni e gli svantaggi della mortalità degli schiavi.
Quando lo stesso Catone consigliava di vendere lo schiavo divenuto vecchio ed inutile[579], segnalava, anche senza volerlo, gli svantaggi di uno strumento di lavoro che funzionava a pro’ del padrone, ma si esauriva anche a suo danno.
Possedere schiavi voleva dire avere impiegato nel loro acquisto un capitale, che altro ne esigeva per mantenersi, e correre quindi tutti i rischi della perdita, del rinvilio, dell’improduttività e dell’inerzia che, per tempo più o meno lungo, lo rendesse infruttifero.
Le condizioni sanitarie specialmente de’ grandi centri di popolazione nell’antichità erano peggiori che non ne’ tempi nostri[580]. La durata media della vita era, per quanto si può calcolare da dati di valore approssimativo, un po’ inferiore, anche per i liberi a quella de’ giorni nostri[581]. Oltre alle malattie ordinarie, derivanti da uno stato malsano, si succedevano a non lungo intervallo epidemie pestilenziali e contagiose, che facevano strage. Se ne trova menzione nella tradizione del tempo più antico[582], e, a misura che si procede più innanzi e le notizie si fanno più distinte, si trova traccia di epidemie come quelle degli anni 23 e 22 a. C. che desolarono l’Italia, di quella dell’anno 65 d. C., in cui i libri della Dea Libitina registrarono trentamila morti soltanto de’ più agiati; e più gravi furono quella del 79 d. C., quando la mortalità giornaliera toccò la cifra di diecimila, e quella che, cominciata nel 162 a Babilonia, si propagò a tutto l’impero, durando sino al 180 e riproducendosi nel 187-9 sotto Commodo[583].
È facile immaginare come e in qual numero dovessero soccombere gli schiavi in queste epidemie, e come la loro mortalità, d’ordinario così notevole, dovesse essere grande, specialmente, per quelli importati dall’Oriente ed obbligati a vivere in condizioni di clima e spesso anche di stato sociale diverse da quelle cui prima erano avvezzi.
A ciò si aggiungevano le carestie, non infrequenti[584] date le difficoltà di comunicazioni e di approvvigionamento, a cui si cercò di riparare a Roma con un ordinamento sempre più largo dell’annona; ma i suoi benefici erano limitati a Roma e a’ cittadini, nè si estendevano a’ servi. La cosa aveva tale valore pratico che Cicerone, nel libro su’ doveri[585], si proponeva il quesito, se in caso di carestia potesse un uomo onesto trascurare di alimentare i suoi schiavi; e, benchè Cicerone risolvesse la questione da un punto di vista morale, non si può non tener conto di tutti gl’imbarazzi, che creava il possesso di servi nel caso di carestia, e che, alla men peggio, andavano a finire in una vendita di essi al ribasso o in una manumissione, o, in ogni caso, si risolvevano, come suole avvenire in tutte le carestie, in un deperimento lento de’ malnutriti e in una abbreviazione della loro esistenza.
I delitti degli schiavi, poi, che nella classe servile dovevano essere più frequenti per lo stesso loro stato di depressione e per la progressiva degenerazione indotta dalla loro condizione, esponevano il padrone, tenuto conto delle penalità più severe comminate a’ servi e della responsabilità civile del padrone, alla perdita dello schiavo e a tutti i danni che importava la riparazione del fatto suo criminoso o colposo[586].
La norma introdotta di tenere responsabili tutti i servi di un delitto commesso nella casa e di cui non si rintracciasse il preciso autore, si doveva convertire in un vero disastro per il padrone[587].
La tortura, cui erano sottoposti gli schiavi chiamati a deporre in giudizio, le fughe non rare, nè sempre impedite, le mutilazioni e le debilitazioni, cui i servi andavano soggetti nell’esercizio del loro mestiere, e tanto forse più frequenti quanto più esorbitanti erano i lavori imposti e minori le cure e le precauzioni; tutte queste cose rappresentavano tanti altri danni e rischi per il padrone. Le misure dirette ad evitare alcuni di questi danni o a sminuirne il rischio, anche riuscendo, importavano sempre una maggiore spesa.
Oltre poi a tutti questi che potevano considerarsi come casi straordinari, o potevano essere cosa di più lontano e lento effetto, come la mortalità; molti altri inconvenienti sovvenivano, più vicini e continui.
Una delle maggiori preoccupazioni de’ padroni, che si riflette ripetutamente e con insistenza negli agronomi, era la cura di non tenere inoperosi questi schiavi, che rappresentavano al tempo stesso un capitale fisso e circolante, un impiego ed una spesa corrente. Ma, per quanto essi facessero, ciò non sempre poteva loro riescire completamente.
Dove le culture erano variate, era più facile adoperare successivamente gli schiavi in lavori d’ordine vario, adatti alle diverse stagioni, senza peraltro che si potesse mettere rimedio agli ozi forzati e talora assai lunghi voluti dalle vicende atmosferiche e dal corso della vegetazione. Ma, dove, come poteva accadere ne’ fondi più limitati o in paesi di clima e di costituzione meno propizia, la coltura era uniforme; s’imponeva la scelta tra un personale insufficiente o esuberante, con tutti gl’inconvenienti dell’una cosa e dell’altra e la necessaria dipendenza dalla mano d’opera mercenaria. Sotto questo rapporto, al pari che da altri punti di vista come la minore produttività e il rapido sfruttamento della terra, la schiavitù, secondo è stato bene osservato[588], appare come il termine correlativo del latifondo, causa ed effetto di essa, ad un tempo.
A questi ozî forzati sembravano forse rimedio quelle intraprese sussidiarie di genere industriale, che, sotto le forme più modeste di industria casalinga o sotto quelle più sviluppate di fabbrica, andavano sorgendo nelle tenute di campagna, favorite anche dalla presenza della materia prima, dal minor costo de’ lavoratori. Ma quest’impiego alternato degli stessi servi in lavoro di carattere diverso precludeva tutti i vantaggi della divisione del lavoro, e si ripercoteva così sotto forma di altri inceppi e di altri inconvenienti sull’uso degli schiavi.
La continuità del lavoro, poi, anche quando non era elusa con tutti gli espedienti[589], e le trovate che la malavoglia, l’astuzia e altri sentimenti consimili potevano suggerire, non sopperiva alla qualità deficiente del lavoro, dovuto all’incuria, all’inesperienza, alla mancanza d’interesse.
Nell’esporre le forme sempre più differenziate e complesse, che l’agricoltura veniva assumendo, gli agronomi hanno, non di rado, occasione di notare come a certo genere di lavori, di colture e di allevamenti occorresse avvedimento, solerzia ed abilità non poca; tutte cose che spesso mancavano agli schiavi per la brutalità deprimente, in cui crescevano, e spesso anche erano trascurate, come un modo di reazione verso il padrone. In ogni caso la maggiore abilità rappresentava un valore ed un costo maggiore. Columella[590] nota bene come il buon vignaiuolo costava ottomila sesterzi, e tutti quelli che, per impotenza o per inesperienza, credevano di potergli sostituire uno schiavo d’accatto, s’accorgevano alla raccolta quanto fosse errato il calcolo dell’avaro, o impotente il proprietario a corto di capitale. E il guadagno che Catone faceva, istruendo o facendo addestrare gli schiavi inesperti per poi rivenderli[591], mostra quale differenza vi dovesse essere tra il prezzo di alcuni e di altri.
In verità la lentezza de’ progressi dell’agricoltura nel mondo antico è in gran parte dovuta all’impiego degli schiavi.
Vi è chi calcola[592] che, indipendentemente da ogni moderno uso di macchine, l’agricoltura romana impiegava il quadruplo o il quintuplo de’ lavoratori che noi impieghiamo per ottenere lo stesso prodotto.
Il sistema della mietitura in Italia era peggio che rudimentale; e basti dire che si tagliavano, in due volte, prima le spighe e poi gli steli[593], ciò che, oltre a tutti gli altri inconvenienti, avea quello di raddoppiare il lavoro. Si conosceva anche talvolta il mezzo di accrescere il prodotto[594], ma non veniva usufruito. Mancava l’impulso, che, come con una pressione costante, spinge a produrre più e a più buon mercato; mancava l’iniziativa e l’interesse di chi è a diretto contatto con i campi, e, contendendo con gli altri produttori e con la natura stessa, cerca di accrescere la produzione della sua azienda. Il piccolo possidente, per la scarsezza de’ suoi mezzi, per la ristrettezza de’ suoi orizzonti, per la piccolezza del fondo che lo rendeva inadeguato agli esperimenti e a certi mezzi più costosi di produzione, come, sempre, era disadatto all’introduzione di metodi di cultura nuovi e più progrediti e rimaneva stretto a’ sistemi tradizionali, compensandone in qualche modo l’insufficienza con un lavoro più assiduo, più esercitato e sorretto dal diretto interesse.
Il latifondo italico si volgeva agli allevamenti e alla produzione de’ generi di consumo richiesti da’ centri cittadini vicini e da Roma; e la produzione de’ cereali, divenuta molte volte sussidiaria[595], riesciva a mantenersi in una proporzione limitata per la possibilità di reintegrare la terra sfruttata col concime dato dagli abbondanti allevamenti, per l’abbondanza degli schiavi, per la sua lunga esenzione da’ pesi che gravavano le terre provinciali. Impiegare capitali nella terra, intensificarne la coltura, oltre che inutile, sembrava molte volte rischioso[596]. Così l’agricoltura italica procedeva stracca, quasi per virtù d’inerzia, con un automatismo, di cui la forza iniziale ogni giorno si veniva sperdendo.
E non è senza interesse il notare come la maggior parte de’ miglioramenti ne’ mezzi di produzione e specialmente negli strumenti rustici venisse dalle provincie, specialmente dalle Gallie.
Dall’Africa veniva un istrumento da trebbiare più progredito (tribula)[597], che si sostituiva al metodo affatto primitivo di trebbiare in uso in Italia.
Ma progressi anche maggiori vennero dalle Gallie.
Ivi un sistema più razionale d’innestare le viti[598]; ivi meno dispendiosa e più razionale la falciatura dell’erba.
Era dalle Gallie che veniva la nuova forma d’aratro a ruote, che, riversando le zolle e sommergendo l’erbacce, rappresentava un notevole progresso[599]. Nelle Gallie stesse, non solo la mietitura non esigeva un lavoro doppio come in Italia, ma si faceva con una specie di macchina, spinta da animali e guidata dall’uomo, che importava un grande risparmio di tempo e di fatica[600].
E non si trattava di fatto casuale, nè di ragioni meramente accidentali.
L’introduzione dell’ultimo ingegnoso e complicato ordigno non era dovuto, come un antico voleva, alla necessità da parte de’ Galli di utilizzare la paglia: anche nell’agricoltura italica, come si rileva dal libro di Catone, la paglia era molto utilizzata, e più ancora se ne sentiva il bisogno appresso, a’ tempi di Palladio, col ridursi della coltura de’ cereali.
La ragione forse n’è ben più intima e complessa.
Da quel poco che ci dice Cesare della Gallia preromana[601], dalle sue notizie sullo sviluppo della clientela e l’esercizio dell’usura, che riproduceva uno stato sociale analogo a quello di Roma nel periodo di maggiore sviluppo del nexum, si può argomentare che la schiavitù non vi era sviluppata in maniera notevole. Ora la conquista romana, le strade, che mettevano sempre più in relazione le varie regioni della Gallia con la provincia narbonense e con un emporio commerciale come Marsiglia, fecero sì che, in periodo relativamente breve, la terra coltivata si dovette allargare a spese de’ boschi e delle paludi; e la relativa scarsezza di lavoratori e il costo della mano d’opera, come accade, costringeva a cercare loro un surrogato ne’ mezzi meccanici, conciliabili con lo stato de’ tempi e suscettibili di compiere il lavoro con risparmio di tempo e di opera umana. Per giunta il tributo, da cui per tanto tempo il suolo d’Italia andò esente e che gravava invece il suolo delle provincie, obbligava queste, se col suo eccesso non ne stremava la potenzialità economica, a cercare e praticare le forme e i metodi di cultura meno dispendiosi e più rimunerativi[602].
Ma, a misura che il terreno sfruttato diveniva più ingrato e la concorrenza si faceva più viva e la vita economica più complessa; a misura che le conseguenze stesse dell’economia servile, accumulandosi, divenivano più sensibili; si faceva strada in maniera sempre più distinta e insistente la nozione della improduttività e degli svantaggi del lavoro servile. Si veniva maturando il tempo, in cui Plinio[603] avrebbe detto che la peggiore cosa era affidare la cultura de’ campi a’ servi degli ergastoli, il cui lavoro è poco produttivo come tutto ciò che si fa da disperati. È una specie di ravvedimento che si scorge già spesso in Columella, il quale, se anche non condanna in forma astratta ed assoluta il lavoro servile, lo viene a condannare in concreto per la maniera, come lo vedeva funzionare sotto i suoi occhi[604].
E la condanna del lavoro servile risultava anche implicitamente dalla condanna che sempre più colpiva il latifondo[605], termine correlativo della schiavitù e delle forme affini, ne’ tempi e ne’ luoghi di uno stato agricolo rudimentale.
Anche poi a chi non appariva la relazione stretta, che correva tra la schiavitù e questo stato di malessere dell’agricoltura, non potevano rimanere occulti, nè passare inosservati, tanti altri fatti, che per la ripetizione continua e la quotidiana esperienza di ognuno o per la loro stessa grandiosità si rendevano perspicui agli occhi di ognuno ed esercitavano automaticamente la loro azione, come impulso a cercare surrogati della schiavitù.
Già nella più antica tradizione appare come i servi fossero considerati quali un pericolo permanente, pronti a servire d’istrumento in mano agli ambiziosi e a’ ribelli, disposti a tendere la mano a’ nemici in occasione di qualche assalto[606]. Ora, quanto più il loro numero si andava accrescendo e si trovavano insieme in grandi masse, lo spirito di rivolta ed il proposito di emancipazione ne aveano eccitamento ed aiuto.
Nel 335/419 si ha già l’esempio di una vera e propria cospirazione diretta a occupare il Campidoglio e mettere in fiamme la città[607]; e l’ardimento del proposito e la preoccupazione che destò, mostrano come si fosse sviluppata la schiavitù e quanto grande fosse il pericolo.
Col secolo sesto e coll’ampliarsi dell’economia servile, congiure e rivolte divengono sempre più gravi e pericolose, come quella di Apulia del 569/185, dell’Etruria del 558/196, del Lazio del 556/198, dove gli schiavi furono a un punto d’impadronirsi per sorpresa di Setia e Preneste[608].
Nel 621/133 centocinquanta schiavi venivano decapitati a Roma, quattrocentocinquanta a Minturnae, quattromila a Sinuessae; e contemporaneamente rivolte più vaste scoppiavano a Delo, nelle miniere dell’Attica, nel regno di Pergamo[609]. Più tardi altre ne accadevano a Nuceria, a Capua, nel Bruzio, e quel che dovea fare più sensazione era vedere alla testa degli schiavi Vezio, un cavaliere romano, contro cui bisognava che movesse un console con una legione[610].
Le congiure e le rivolte prendevano aspetto e proporzioni di guerre, come mostravano le guerre servili della Sicilia e quella de’ gladiatori in Italia.
In Sicilia l’economia servile avea avuto tutto il suo più completo sviluppo.
La dolcezza del clima e l’avvicendarsi de’ monti e de’ piani, de’ boschi e delle marine la rendeva adatta ad una pastorizia esercitata su larga misura, che infatti vi era fiorita con tanto rigoglio, riflessa perfino in una speciale forma letteraria.
La sua naturale fecondità, la sua relativa vicinanza a Roma, di cui vezzeggiativamente era detta un fondo suburbano e l’incetta di frumento che Roma preferibilmente vi faceva ad alimentare la sua plebe e a provvedere a’ bisogni della sua annona, portava, finchè le cause di decadenza non si vennero svolgendo, a dare un impulso sempre maggiore alla cultura del frumento.
L’economia agricola siciliana poi si presentava con alcuni suoi caratteri particolari.
I lunghi dissensi civili seguiti dalle lunghe guerre aveano operata una selezione accentratrice nella classe de’ proprietari, e il latifondo, favorito anche dalle condizioni topografiche e idrografiche della regione e rimasto poi sempre come il tipo dell’economia agricola dell’isola, si era venuto sempre più formando e allargando sotto l’azione delle devastazioni, delle confische, delle successioni avvenute in un periodo così lungo e così agitato, e del lusso, figlio di tutti i bisogni di un più elevato stadio di civiltà.
In un paese esportatore, come la Sicilia, facilmente l’agricoltura da un semplice mezzo di vita si converte in una industria; ma la conquista romana era fatta per imprimerle viepiù questo indirizzo. La tendenza alla speculazione, fomentata e promossa nella società romana dalla progrediente accumulazione di ricchezze, in nessun luogo poteva trovare uno sfogo più facile e impiego e più comodo come nella vicina Sicilia sotto forma di acquisti di terre, di appalti, di locazioni di fondi rustici. L’una intrapresa, come accade, ne richiamava un’altra e portava ad associarne una terza. Era anche quello il tempo in cui le guerre fortunate e la crescente estensione del dominio romano fornivano a dovizia gli schiavi; e la Sicilia, gettata come un ponte tra i punti più diversi del mondo soggiogato, in prossimità de’ più fiorenti mercati di schiavi, a contatto diretto con la pirateria, che ne forniva in abbondanza, era forse de’ paesi dove più facilmente e a più buon mercato si potesse procacciarsi degli schiavi, completandone all’occorrenza, in certi lavori temporanei e sussidiari, l’opera col concorso di un proletariato miserabile[611].
Le aziende agricole vennero così in gran parte in mano di membri dell’ordine equestre romano e di altri speculatori: tutto l’agro leontino, il più ricco e il più fecondo, avea solo ottantaquattro fittavoli, il cui numero si andava sempre più restringendo[612]. Intanto il pagamento delle decime, l’incetta pubblica stabilita dalla legge Cassia Terentia a prezzi determinati dallo Stato, le vessazioni che non mancavano[613], congiunte al bisogno di assicurarsi un margine di lucro e all’avidità di ampliarlo, portavano a restringere quanto più fosse possibile le spese di produzione; e la maniera più facile e più comoda, specialmente per latifondisti lontani, era quella di ridurre, quanto più fosse possibile, il costo di manutenzione degli schiavi. Il paese meridionale, che comportava un meno elevato tenore di vita ed un’agevole soddisfazione di più immediati bisogni, favoriva anche meglio questa tendenza; ma, quando le cose si spinsero a tal punto che i padroni si credettero talvolta dispensati perfino di dare il minimo indispensabile a’ loro schiavi rustici e indicarono loro il brigantaggio e il ricatto come mezzo di sussistenza[614] le difficoltà della vita spinte all’estremo e l’esempio proposto si ritorsero contro gli stessi padroni e portarono a una vasta sollevazione.
La guerra, durata una prima volta tre anni (620-22/134-2) pose a dura prova i Romani[615] e la loro signoria sull’isola, e mostrò in quello strumento vocale, come lo chiamava Varrone, in quel gregge umano doti di valore, d’intelligenza e qualche volta anche di temperanza, atte ad essere per i loro padroni oggetto di molta meditazione.
La sollevazione fu alla fine repressa, ma si potè dire domata più che vinta: risorse infatti, poco meno che un trentennio dopo (651/103)[616] con uguale ostinazione e con intento non diverso, e, domata anche questa volta a grande fatica, seguitò a serpeggiare sotto forme più occulte e attenuate, ma anche più persistenti[617].
Nè meno grave fu la guerra di Spartaco(681-2/73-2)[618], che potè mettere le turbe di animali da soma e da macello di fronte agli eserciti consolari e sconfiggerli, e rinnovò la guerra in Italia, quando pareva che ormai non vi dovesse più riapparire, riproducendo, sotto certi aspetti, le preoccupazioni e i terrori della guerra annibalica[619].
Erano queste le rivolte grandi ed aperte, gravi e pericolose, ma che pure si potevano combattere con le armi e stornare come un pericolo che non s’ignora. Senonchè, accanto ad esse e più ancora col loro sparire, v’era la reazione lenta, insidiosa, continua, fatta di resistenze passive, d’inerzie, d’inganni, che non si vinceva e non si domava, se non per farla rinascere sotto altre forme più accanita.
In tutta l’antica tradizione romana compare sempre lo schiavo, che denunzia una congiura, lo schiavo corrotto per tradire il padrone[620]. Era il nemico introdotto nella casa ed appostato nell’ombra, pronto sempre a prendere la rivincita dello stato di soggezione in cui era tenuto, dell’umiliazione in cui viveva, delle sofferenze che non gli potevano mancare. E nel lungo periodo delle guerre civili gli schiavi non mancarono di fare la loro parte[621]. Qualche scrupolo, ch’era come un inconsapevole senso di solidarietà della classe dominante, finiva per cedere all’interesse individuale e diretto del momento e, con un espediente legale, si rompeva il rapporto esistente tra servo e padrone e si raccoglieva la denunzia[622].
Ma, fuori anche di questi casi straordinarî, non era senza le più gravi conseguenze l’infiltrarsi e l’allargarsi nella società romana di una categoria sempre più larga di esseri, considerati, per abitudine, a una stregua diversa da tutti gli altri uomini: non solo riguardati in modo diverso dalle leggi, ma tenuti e fatti estranei a un complesso almeno di sentimenti, di abitudini, di riguardi, che formavano la vita morale degli altri e ne regolavano, ne contenevano in certi determinati confini i rapporti.
Tutti i maggiori impulsi al ben fare, come il sentimento della gloria, quello dell’onore, che elevavano le regole della condotta e, rendendo la vita conforme a virtù, giungevano sino all’alta concezione del dovere, fine a sè stesso, tutte queste cose, per la sfera in cui esso viveva e per la sua mancanza di stato civile e politico, erano per lo schiavo lettera morta. Lo stesso senso di devozione, che talvolta nobilita ed eleva chi dedica tutto sè stesso ad un altro, e in un certo senso avrebbe potuto essere come una idealizzazione del rapporto di schiavitù, trovava spesso inciampo nelle durezze e ne’ contrasti della vita quotidiana; e, in ogni modo, perdeva d’importanza morale per il carattere non volontario ma coatto dello stato servile ed era capace di abbassare ancor più lo schiavo, facendone uno strumento cieco in mano di un padrone cattivo, capriccioso, dissipato.
Niente è più desiderabile che uno stato di vera uguaglianza civile, in cui il desiderio smodato e l’azione eccessiva di ciascuno trovano un limite permanente e un freno salutare nella legittima aspirazione ed azione di altri membri del corpo sociale, il quale così riesce una forma di coesistenza utile alla massa e agl’individui.
Niente invece è più deleterio di uno stato sociale, in cui una classe possa essere impunemente degradata e i diritti di molti negati o impunemente violati, così che alla coordinazione si sostituisca una subordinazione fraudolenta o violenta, e gli uomini, invece di esistenze autonome cospiranti reciprocamente al proprio benessere, divengano strumenti in mano di altri uomini. Come ebbe a dire un cortigiano, ma non servo: “Non ci si appoggia se non su ciò che resiste„; e, dove la resistenza vien meno, viene a mancare ogni base sicura di moralità e di progresso. La facoltà dell’abuso ne diventa il fomite e il generatore immancabile; la intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto, e l’oppressione e le conseguenze di ogni eccesso patito la producono in basso; e così la corruzione, per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga per tutto, e la società si adagia in un parassitismo che la estenua e la dissolve.
Posti tra gli estremi della obbedienza cieca e della ribellione, gli schiavi piegavano, come verso una risultante, ad una via di mezzo, feconda di mezzi termini, di astuzie, di espedienti, qualche volta ricalcitrando, più spesso cedendo, opponendo la frode alla violenza e cercando quell’adattamento all’ambiente, che, di dedizione in dedizione, sogliono cercare i deboli, salvo a trovare, con la inconsapevole tenacia de’ deboli, tutta una serie di sostitutivi, che, se non ristabilisce in qualche modo l’equilibrio a favor loro, fa, inconsciamente, le vendette della loro disfatta.
Quello che fu detto della Grecia vinta, che, soggiogata, soggiogò Roma, potrebbe, sotto un certo aspetto, ripetersi di questi schiavi, che, arrivando a Roma da paesi di coltura greca, vi esercitavano tutta l’azione resa possibile da una superiorità intellettuale o dalle abitudini della vita vissuta in mezzo a società più raffinate.
Ministri e ministre di voluttà, avvincevano i nipoti di Romolo, che l’avevano incatenati, in una rete di fili sottili ma inestricabili, ove andavano a perdersi il loro vigore e le loro sostanze.
Pedagoghi, si assidevano nella casa; e, per quanto tenuti in una posizione inferiore e magari disprezzati, divenivano i formatori intellettuali dei loro padroni.
Lo stato di soggezione loro e di ogni altro servo e la forzata compiacenza li faceva istrumenti e complici di ogni intrigo de’ figli di famiglia.
Si vedeva il servo lesinata la razione od escluso da’ varî diletti della vita? Ed egli, facendo onore al suo nome antico (fur)[623], se ne rifaceva rubando.
Non poteva liberamente informare alla sua volontà le sue azioni e sostenerne a fronte aperta la coerenza? Ed egli ricorreva alla menzogna, che in lui, così, non soltanto non veniva chiamata vizio, ma arte; non solo arte, ma virtù[624]. Infatti per la degenerazione dei sentimenti, che corrisponde alla degenerazione de’ rapporti sociali, virtù diventa, o ne usurpa il nome, in un determinato ambiente e per quello a cui è utile, tutto ciò che costituisce un impreteribile mezzo di difesa, un inevitabile espediente di vita. Il servo è ingannatore (fallax)[625] per antonomasia, e, all’occasione, è anche spergiuro.
E, quando di fronte alla verga il servo giunse a sorridere, e la dignità e la sensibilità d’uomo furono così bene cancellate in lui, che, col cinismo il quale non costa più nemmeno uno sforzo, celiò sulle lividure, onde era rigata la sua pelle[626]; il padrone si dovette sentire disperato ed impotente innanzi all’apatia di questo bruto, come Zeus di fronte alla divina, incoercibile coscienza di Prometeo.
Era l’eroismo capovolto: l’estrema degradazione che toccava l’estrema dignità; l’estrema servilità che rivendicava la libertà; l’ultimo abbassamento che fiaccava il dispotismo.
L’adattamento divergente, nel corso del tempo, ad Euno, ad Atenione, a Spartaco aveva sostituita quest’altra forma di ribelli, la cui azione era più lenta ma anche più sicura.
Così i tarli lavorano assidui, di notte e di giorno, in ogni punto della casa, intesi e non curati, pazienti, finchè la trave, che resisteva al colpo iroso e replicato della scure affilata, si spezza e il tetto rovina.
Nell’economia agricola, non meno che in città, per un altro verso diveniva deleteria l’azione de’ servi. Specialmente quando, come accadeva ne’ fondi lontani, non erano sotto l’immediata vigilanza del padrone, si davano alla rapina piuttosto che alla cultura[627]: maltrattavano i bovi di lavoro, trascuravano il bestiame, non lavoravano la terra come si dovea, portavano come sparsa più semente di quella che fosse stata sparsa in realtà[628].
Un mezzo per lo schiavo di procurarsi l’ozio era quello di danneggiare gli strumenti agricoli, senza i quali era impossibile compiere il lavoro; onde gli agronomi si vedevano costretti a consigliare al proprietario del fondo di avere in doppio gli utensili necessarî[629], ovvero di avere un fabbro che li riparasse[630]. Nè sappiamo, se ed in quanto questo rimedio giovasse.
Le malattie vere e le finte, le disparizioni, l’impiego anche, pare, in opere pubbliche erano del pari tanti mezzi ed occasioni di perdite pel padrone[631].
Di fronte a tutti questi inconvenienti lo stesso prezzo tenue, a cui gli schiavi, in qualche periodo, avevano potuto essere comperati, poco giovava. Anzi, sotto un certo aspetto, l’oscillazione così forte, anzi gli sbalzi de’ prezzi degli schiavi, determinati da guerre fortunate, da larghe importazioni e da carestie, riescivano di danno per quelli, che aveano investito in servi una notevole parte della loro sostanza, e, costretti repentinamente a vendere, sentivano tutti i danni dell’improvviso ribasso. Ciò doveva senz’altro, come qualunque impiego poco stabile e sicuro, dissuadere dall’acquisto.
Si aggiungeva poi il caro crescente de’ viveri[632] in mezzo al decrescere de’ prezzi degli altri generi, e l’impossibilità di giovarsi per gli schiavi de’ provvedimenti dell’annona, specialmente delle distribuzioni gratuite di frumento.
Tutto questo complesso di fatti economici e di condizioni morali, che ne derivavano, di casi ordinari e straordinari della vita rendevano sempre più malagevoli i rapporti reciproci de’ padroni e degli schiavi, e anche quando non li rendevano più aspri, per lo meno li rendevano più incommodi. I padroni, pur senza potersene ancora completamente dispensare, trovavano molesto l’uso degli schiavi; e passava in proverbio il detto: “Tanti schiavi, tanti nemici„[633]; e si rendeva possibile, più tardi, il tipico epitaffio — il quale, magari non essendo vero, meriterebbe esser tale; tanto bene risponde alla realtà del tempo — di un padrone che faceva scrivere sulla sua tomba di avere accolta come una liberazione la morte per emanciparsi dalla servitù de’ suoi servi![634].
VII.
Oltre a tutti questi inconvenienti che, come un intimo male, venivano rodendo l’istituto della schiavitù, v’era tutto un disquilibrio sociale, che la schiavitù determinava quanto più si allargava, e che, provocando una inevitabile reazione, poteva soltanto trovare la sua risoluzione in una profonda trasformazione del modo di produzione.
Il latifondo e la progressiva concentrazione della ricchezza, resi possibili e favoriti dalle nuove condizioni, che all’economia agricola e al commercio avea creato la conquista dell’Italia, avevano trovato e trovavano un impulso ed un ambiente propizio in tutte le vicende della successiva storia di Roma. La schiavitù, il cui sviluppo avea avuto luogo simultaneamente, come termine correlativo di quella nuova fase della vita economica, divenuta omai il sostrato dell’economia del mondo romano, esercitava su di esso una pressione più o meno consapevolmente avvertita ma continua, costringendolo a dirigere la sua attività politica e sociale con moto sempre più vivo, nel senso che era compatibile con quell’estensione del lavoro servile e consentaneo alle sue condizioni di esistenza.
La schiavitù, in generale, da un lato, per la scarsa produttività del lavoro servile, esige una vicenda di terre non usufruite e fa cercare nell’estensione dell’area e nel maggiore ampliamento dell’azienda un compenso alla limitata forza produttiva; dall’altro lato, esige ed assorbe molto capitale per l’acquisto e la reintegrazione degli schiavi. Sulla base dell’economia a schiavi si viene costituendo così un organismo sociale, che nella sua politica esterna è aggressivo e invadente e nella sua vita interiore presenta una distribuzione assai disuguale della ricchezza, e tende verso forme oligarchiche più o meno larvate per l’interesse, che il ceto ristretto de’ ricchi ha di monopolizzare il potere come mezzo di assicurare e sviluppare il proprio stato sociale, e per l’agevolezza, che l’opulenza dà di raggiungere meglio questo scopo[635].
Come in parte, qualche volta, si è innanzi accennato, era ciò appunto che avveniva; e, grazie al carattere particolare delle sue vicende, si manifestava con carattere di singolare rilievo nel seno dello stato romano.
Il ceto de’ piccoli e medi possidenti, destinato a sentire sempre più il malessere e gli effetti letali della concorrenza straniera, delle vicissitudini dell’agricoltura, dell’invadente latifondo vicino, del nuovo e più elevato tenore di vita, soggiacque anche più rapidamente alle devastazioni della guerra divampata in Italia e alle conseguenze delle guerre lunghe e lontane, che, non solo distraevano la sua opera dal campo, ma, fin oltre la metà del sesto secolo almeno (587/167), lo aggravavano, in misura sproporzionata, col pagamento del tributo, a cui i ricchi sottostavano in misura proporzionalmente minore. Infatti essi erano tassati soltanto in proporzione della loro proprietà privata, che costituiva la parte minore della loro sostanza rispetto alle terre pubbliche occupate, e, dopo Catone, per alcuni oggetti di lusso[636].
Così delle rovine della piccola possidenza, dall’occupazione del demanio pubblico e più spesso anche dall’usurpazione dell’uno e dell’altro, si sviluppava la grande proprietà a cui talvolta faceva riscontro e sovente si accompagnava anche un’ingente fortuna mobiliare.
La concentrazione della proprietà immobiliare, rispecchiata anche, sotto l’Impero, nelle tavole di Veleia[637] e da Plinio deplorata per l’Italia non meno che per le provincie[638], era l’effetto di un lungo processo storico, che già era maturato sotto la Repubblica, portando gli amari suoi frutti.
Quella irrefrenata tendenza alla concentrazione della ricchezza, che, determinata da cause intrinseche e generali, aveva trovato un fomite e un aiuto nelle vicende di Roma, s’era pure venuta foggiando nel testamento romano[639] e nel rispetto per un certo tempo illimitato alla volontà del testatore un altro mezzo potente e continuo, operante anche nel giro della vita quotidiana.
Così la popolazione si veniva sempre più dividendo in due masse ognora più distinte e repugnanti di ricchi e di poveri, e si verificava quella legge per la quale “l’accumulazione della ricchezza ad un polo significa accumulazione di miseria, disoccupazione, schiavitù e degradazione morale al polo opposto„[640].
Già, all’esordire del settimo secolo, Tiberio Gracco, con parole che probabilmente son quelle stesse pronunziate da lui[641] e corrispondono in ogni modo all’occasione e allo stato delle cose, poteva descrivere in questi termini le condizioni della popolazione e della proprietà: Le fiere che sono per l’Italia hanno una caverna e ognuna di loro ha un ricetto e un giaciglio; ma quelli che combattono e muoiono per l’Italia, di aria e di luce partecipano, non di altro, e randagi e privi di dimora vagano con i figli e le donne. I generali mentono quando incitano i soldati a difendere le are e le tombe da’ nemici, perchè nessuno di tali cittadini ha un’ara famigliare, non una tomba avita, ed essi combattono per l’altrui ricchezza e corruttela, dicendo di essere i signori del mondo e non avendo per sè una zolla di terra„[642].
Qualche tempo di poi Sallustio[643] poteva con maggiore brevità e con più sentita acrimonia far riassumere così quest’antitesi da Catilina: “Così ogni facoltà, il potere, l’onore, le ricchezze sono in mano di quelli o dove essi vogliono; a noi reietti lasciarono i pericoli, i processi, la miseria„.
E non si debbono vedere in queste parole semplicemente l’ira e l’esagerazione del ribelle, se un uomo d’ordine, come lo stesso avversario e accusatore di Catilina, poteva dire, ripetendo parole pronunziate nel 650/104 da Marcio Filippo, tribuno ma di sentimenti moderati, che in tutta Roma il numero de’ possidenti si poteva dire ridotto a duemila![644].
Infatti il territorio di Preneste, per esempio, al tempo di Cicerone era ridotto in mano di pochi latifondisti[645].
Anche per le terre demaniali, che erano date in affitto da’ censori, il grande affitto tendeva a sopraffare e surrogare il piccolo e insieme a prolungarsi, direi quasi a perpetuarsi[646].
Le grandi fortune del tempo sono anche indicate dalla grandiosità di edificî costruiti da privati per sè stessi o per farne dono allo Stato, dal lusso esuberante, dalle stesse cifre enormi de’ debiti soliti a contrarsi in questo periodo[647].
La fortuna di Crasso da trecento talenti saliva nel giro non lungo della sua vita a settemila e cento talenti, e il suo possessore soleva dire che può chiamarsi ricco solo chi è in grado di alimentare un esercito[648]; ciò che prova come rapida fosse divenuta la circolazione della ricchezza, come più facile la sua accumulazione, quanto più elevato il tenore di vita e quanto maggiore l’impulso ad arricchire con lo sminuito potere d’acquisto del danaro e la cresciuta opinione della ricchezza.
Il profondo malessere sociale che derivava da questo stato di cose e specialmente la sua azione sulle condizioni del lavoro è riassunto con chiarezza ed acume da Appiano[649] così. “I ricchi, avendo occupata gran parte di questo agro pubblico indiviso, e, col tempo, confidando che nessuno loro la toglierebbe, incorporavano i piccoli appezzamenti de’ disagiati loro vicini, inducendo alcuni a venderli e da altri prendendoli con violenza, e così coltivavano vaste estensioni invece di limitati lotti, adoperando coltivatori e pastori schiavi per non sentire, a causa della milizia, la mancanza de’ lavoratori liberi e perchè l’acquisto degli schiavi dava loro molto guadagno mercè la prole, che si moltiplicava sicuramente, essendo essi sottratti a’ pericoli della guerra. Laonde i potenti arricchivano strabocchevolmente, e la schiavitù si dilatava per tutto il paese, mentre la popolazione italica, estenuata dalla povertà, da’ tributi e dalle guerre, si assottigliava. E se anche cessava dal patire di queste cose, languiva per l’inerzia, essendo la terra in mano de’ ricchi, e servendosi essi di schiavi invece che di lavoratori liberi.„
Una parte dunque della popolazione, messa nell’impossibilità d’impiegare direttamente il suo lavoro nella terra e di locarlo, d’altra parte, in servizio altrui, per lo stato di dissesto che sentiva e che da esso, di rimbalzo, si ripercuoteva nel resto del corpo sociale, dovea inevitabilmente provocare in questo un movimento e una trasformazione, che, per una via o per un’altra, eliminasse o attenuasse quello squilibrio così sentito e così grave.
Il filo conduttore e la chiave della storia di Roma repubblicana sta appunto in questa trasformazione del modo di produzione e della diversa distribuzione della ricchezza, che spiegano e chiariscono, insieme alle sue guerre esterne, le sue lotte interne e danno una ragione della irrequietezza, da cui è invasa la repubblica specie ne’ tempi più avanzati e del suo precipitare verso il cesarismo.
L’assottigliarsi del ceto de’ piccoli proprietari e l’aumento del proletariato, tanto più forte quanto più la città ingrandita diveniva centro d’attrazione, e la campagna, che non ne avea più bisogno, ve li respingeva in massa; l’una e l’altra cosa non potevano fare a meno di destare la maggiore preoccupazione dell’uomo di stato.
Prima di tutto veniva a mancare la base all’esercito, che si reclutava ancora esclusivamente fra i censiti, e perdeva l’elemento stesso ond’era formato col cadere che facevano tra i proletari tanti proprietari.
E la popolazione libera si veniva infatti assottigliando.
I cittadini capaci di portare le armi da trecentoventottomila, quanti se ne calcolano pel 595/159, scendevano continuamente a trecentoventiquattromila nel 600/154, a trecentoventiduemila nel 607/147 e a trecentodiciannovernila nel 623/131[650].
La piccola proprietà e la piccola cultura, se importano una dissipazione di lavoro, hanno pure come termine corrispondente un aumento rapido e continuo della popolazione, il cui crescere sopperisce nuove forze di lavoro[651].
Col venir meno di questo stato di cose la popolazione si andava continuamente stremando, e infatti essa presenta una curva discendente sino al principio dell’Impero, in cui, per altra cagione, riprende un movimento ascendente[652].
Il tentativo di reintegrare e sostenere il ceto de’ piccoli e medi possidenti, fulcro dell’ordinamento repubblicano e dell’esercito, venne fatto e ripetuto, con intento ora più distintamente militare, ora prevalentemente civile, assumendo anche nelle vie seguìte e nelle forme scelte una fisonomia diversa e incontrando pure dovunque difficoltà d’aspetto diverso[653].
Un modo di aprire uno sfogo al proletariato e rinsanguare il ceto de’ possidenti era, nell’antichità romana, la fondazione di colonie, che, suggerite da una necessità e da un proposito d’indole militare, riescivano anche ad uno scopo sociale e civile.
Ma le colonie e le assegnazioni in genere, se ricreavano artificialmente un ceto di proprietari, non lo sottraevano a quelle cause che rodevano e stremavano la piccola proprietà e specialmente agli effetti disastrosi del prolungato e lontano servizio militare. Ciò rese necessario un diverso ordinamento dell’esercito, e, con una legge che si vorrebbe attribuire al tribuno Terenzio Culleone e che era in vigore all’età di Polybio[654], il servizio militare venne esteso anche a’ censiti tra gli undicimila e i quattromila assi, mentre, aspettando che i proletari s’insinuassero, come poi avvenne, nell’esercito, intanto si reclutavano per la flotta[655].
Ma, se questo nuovo ordinamento dell’esercito, rendendo anche più incerta la condizione de’ più piccoli proprietari e de’ lavoratori mercenari, favorì lo sviluppo del lavoro servile, neppure giovò ad arrestare la decadenza della piccola proprietà. Nè giovarono la finanza severa di Catone e le sue imposizioni sugli oggetti di lusso e tutto quell’insieme di provvedimenti che, sotto forma di sistemi di amministrazione e di leggi suntuarie, voleva mettere un freno al tempo novello e comprimere quelli ch’erano gli effetti inevitabili di un’economia più progredita e di una ricchezza accumulata; mentre questa aveva bisogno di circolare per convertirsi in valori di uso e per moltiplicarsi, specie in quel decadere del potere d’acquisto della moneta e in quell’elevarsi del tenore generale di vita.
I nuovi e più vasti territorî conquistati oltre i termini d’Italia avrebbero potuto offrire uno sbocco sempre nuovo al proletariato, comunque crescente e rinnovato; ma a ciò si opponevano varie altre difficoltà.
Già l’assegnazione di terra in un paese non interamente pacificato, e dove il godimento non ne fosse pienamente sicuro e spensierato, riesciva così poco attraente che, come riferisce anche la tradizione[656], e come si deduce dal sistema di arruolamento de’ coloni, talvolta non si riesciva ad espletare le liste con quelli che si offrivano volontariamente e bisognava ricorrere a una specie di coscrizione[657]. La colonizzazione, poi, contenuta ne’ termini d’Italia non interrompeva assolutamente i rapporti con Roma, e anzi, quando la colonia non era molto lontana, v’era sempre modo di esercitare anche effettivamente, almeno nelle occasioni più importanti, i propri diritti di cittadini. Una colonizzazione fuori d’Italia, se non spezzava, rendeva almeno assai più difficili i rapporti con la madre patria, e, se lasciava di diritto immutata la qualità di cittadino nel colono, di fatto ne menomava l’azione effettiva.
Ma, più di tutto, un’assegnazione di terre in suolo provinciale, specialmente, se fatta su larga scala, urtava contro gl’interessi delle classi dirigenti romane[658] e specialmente dell’ordine equestre, che dell’ordinamento provinciale aveva fatto il sostrato della propria speculazione, sia mediante gli appalti delle varie riscossioni, sia mediante il credito esercitato a condizioni usurarie e fomentato e favorito dallo stesso stato di disagio, in cui, per opera delle gravose percezioni e delle indebite esazioni, cadevano i provinciali. Il reddito poi delle provincie era precisamente quello che alimentava l’Erario di Roma e costituiva, insieme alle rendite dell’agro pubblico non ancora alienato o distribuito, il mezzo per far fronte alle guerre e alle altre emergenze dello Stato dopo il disuso del tributo imposto già a’ cittadini.
Così, dopo le assegnazioni avvenute prima della seconda guerra punica per opera di Flaminio nella valle Padana[659] e le colonizzazioni avvenute dipoi massime per opera di Scipione, allo scopo di remunerare e compensare i veterani[660]; dopo che le ultime colonie d’importanza militare furono spinte sino agli ultimi termini d’Italia[661]: la vera colonizzazione italica scompare per riapparire solo come un’appendice delle guerre civili, destinata ad essere un’arma di partito e un mezzo di afforzare poteri personali senza riescire veramente a creare un ceto di piccoli proprietarî e a mutare i soldati di mestiere in veri e buoni agricoltori.
Lo sfogo, che, per tante ragioni, il proletariato cittadino non aveva trovato fuori d’Italia, cercò di trovarlo in Italia; e, poichè il demanio pubblico era in grandissima parte occupato e usurpato da’ maggiori possidenti, non restava che rivendicarlo da costoro per farne la distribuzione.
Lasciando stare la rogazione di Sp. Cassio, così fortemente revocata in dubbio[662], e le altre leggi riferite dalle tradizioni e tendenti in ogni caso a ottenere alla plebe la partecipazione al possesso effettivo dell’agro pubblico[663]; quella che si è presa finora come punto di partenza e caposaldo del movimento a favore della piccola proprietà è la legge agraria licinia-sestia del 387 367.
Se questa legge, recentemente revocata in dubbio insieme ad altre dello stesso tempo e degli stessi autori[664], non è una foggiata anticipazione, una prolepsi di leggi posteriori; già dalla fine del quarto secolo la questione dell’esistenza di un largo proletariato cittadino si sarebbe imposta, e, quel che è notevole, non solo con l’evocazione di un provvedimento tendente ad allargare il ceto de’ possessori dell’agro pubblico e quindi de’ contadini autonomi e indipendenti, ma anche con una contemporanea misura tendente a restringere l’impiego della mano d’opera servile e a favorire quindi la diffusione del salariato[665].
È in ogni modo con i Gracchi, quando il proletariato era divenuto più numeroso, più accentrata la proprietà, più diffusa, invadente e minacciosa l’economia servile; è al tempo de’ Gracchi che il contrasto tra il lavoro libero e il servile, il proletariato e la classe detentrice della grande proprietà fondiaria appare, insieme, rilevante e distinto, sia pel suo carattere storico come per la sua importanza e per il deciso indirizzo di risolvere la grande questione con la rivendicazione del demanio italico malamente appropriato da’ suoi possessori.
La disposizione restrittiva del numero degli schiavi, attribuita dalla tradizione alla legge licinia-sestia, non riappare, per quanto almeno noi sappiamo, nelle leggi sempronie; e poteva bene non apparirvi, perchè l’effetto si sarebbe raggiunto indirettamente col frazionamento della proprietà e con l’incremento assicurato a tutto un ceto di lavoratori liberi.
Ma la reintegrazione e l’allargamento del ceto de’ piccoli proprietarî apparivano così insidiati dalla condizione de’ tempi e così precaria ne dovea sembrare la normale durata, che, ne’ suoi varî momenti, la riforma graccana da un lato credette indispensabile, con la proposta distribuzione dell’eredità di Attalo[666], di assicurare a’ nuovi proprietari con una scorta i mezzi di coltivare il proprio campo, e, dall’altro, di proteggerli contro l’assorbimento da parte della grande proprietà col renderne inalienabili i lotti.
L’interesse di usufruire a tutto loro profitto le provincie avea stretto insieme l’ordine equestre e il senatorio contro i meno abbienti; il nuovo indirizzo dato specialmente da Caio Gracco alla sua riforma e i vantaggi d’ordine vario da lui garantiti all’ordine equestre, valsero a scindere la coalizione della nobiltà senatoria e de’ cavalieri, facendo di questi gli alleati della plebe. Ma v’era più di una cosa che minava questa potente ed anormale coalizione, sperdendo l’augurio della vittoria. La fondazione della colonia oltremarina Giunonia, benchè passata nel complesso delle altre leggi, dovea non piacere a’ cavalieri, se poteva essere l’inizio di una colonizzazione oltremarina più vasta; i trambusti, attraverso i quali la riforma si veniva ponendo in atto e gl’intralciati rapporti creati dall’espropriazione de’ grandi possessori non doveano molto piacere ad uomini d’affari e speculatori, la cui barca procede meglio nel mare calmo increspato da un vento fresco e regolare che non tra il contrasto di venti auspici della burrasca. La restaurazione della piccola proprietà era qualche cosa di così artificiale, in quelle condizioni di tempo e di luogo, tra quell’affluire in Italia delle ricchezze del mondo sotto tutte le forme e le esigenze della nuova vita, che gli interessati ora si lasciavano traviare da maggiori ed illusorie promesse, ora lasciavano intiepidire i loro entusiasmi per la riforma graccana. Quell’ampio ceto di piccoli possidenti, se poteva parere (e neppure era con lo Stato così allargato) la salvezza della forma repubblicana, rappresentava un ritorno all’accarezzata tradizionale età di Cincinnato e di Curio, e, sotto questo aspetto, era un sogno, come quello di Catone, di mettere la camicia di forza alla società, la quale, sotto l’azione della cresciuta ricchezza e de’ nuovi bisogni, pure pervertendosi, s’inciviliva e si faceva più raffinata. Quella sancita inalienabilità, se era una sterile difesa contro le forme di economia agricola più lusingatrici e contro la forza assorbente della ricchezza accumulata, finiva per non piacere a chi avea brama e speranza di acquistare e a chi desiderava il lotto per la speranza di rivenderlo, o si sentiva almeno a disagio con la sua commerciabilità limitata.
Se la plebe rustica, idolatra e assetata del boccone di terra, teneva a conservare e ad arrotondare i suoi poderetti, la plebe urbana, che esercitava nella vita pubblica un’azione più continua e più rumorosa, cominciava a preferire il frumento, che si raccoglie senza coltivarlo, alla sana ma monotona e faticosa vita de’ campi; e così veniva a mancare all’agitazione agraria quel sostegno presente ed audace, di cui aveano bisogno i suoi aùspici, anche per difendersi contro le violenze degli avversari.
Le leggi frumentarie avevano il sopravvento sulle agrarie, e il popolo le preferiva, o si rassegnava almeno a non avere la propria parca sua mensa, pur di raccogliere le miche del banchetto di Epulone.
Così la reazione, obbedendo talora a un proposito consapevole, talora cedendo al senso dell’opportunità, ora resistendo violenta, ora simulando tendenze quasi demagogiche, mandava a vuoto il tentativo appena iniziato de’ Gracchi, la cui opera in pochi anni andava tutta distrutta.
Con la legge o le leggi di Livio Druso[667] si liberavano dalla imposta prestazione le terre assegnate e le si rendevano alienabili, ricacciandole così nella voragine sempre aperta del latifondo.
Pochi anni dipoi (535/219-536/218) una legge Thoria, con tutta probabilità, poneva termine alle assegnazioni, aboliva la magistratura costituita per porle in atto, confermava i possessori ne’ loro possessi, entro e fuori i limiti della legge Sempronia, e, per meglio far accettare tutte queste disposizioni, faceva della prestazione, nuovamente imposta o piuttosto gravitante sulle terre indebitamente possedute e non più soggette a ripartizione, un fondo da suddividersi tra la plebe[668].
Pochi anni dopo ancora, nel 643/111, una nuova legge[669], rifermando nello Stato la proprietà delle terre demaniali non ripartite e di quelle concedute con riserva del diritto di proprietà, riconosceva come di pieno ed assoluto diritto privato e quindi senz’altro alienabili le terre demaniali assegnate a’ cittadini mandati in una colonia romana[670], le terre demaniali date a cittadini romani e a soci italici a titolo di semplice assegnazione viritaria[671], le terre possedute dagli antichi possessori prima della legge Sempronia e ne’ limiti loro consentiti, quelle date in cambio a’ vecchi possessori[672] e finalmente quelle che dopo la legge Sempronia erano state occupate in una misura non eccedente i trenta iugeri[673]. Emetteva disposizioni analoghe per la colonia fondata sul territorio di Cartagine e per il demanio africano[674]. Il pascolo sulle terre pubbliche era reso gratuito per un numero di dieci animali, oltre la prole nata nell’anno, e, per un numero maggiore di animali, non era più limitato, ma soggetto soltanto a pagamento[675].
Come si vede, con questa legge la riforma di Gracco era pienamente demolita, perchè, da un lato, si sospendeva la rivendicazione degl’illegittimi possessi, che restavano teoricamente come semplici possessi ma in linea di fatto rimanevano in .] mano degli usurpatori; dall’altro canto i legittimi possessi e le assegnazioni erano convertiti in proprietà omai pienamente alienabili.
L’ager privatus, a Roma, era il prodotto di un esplicito indirizzo di politica agraria, che per vie studiatamente artificiali si proponeva di dare una incondizionata libertà alla disponibilità economica e giuridica della proprietà fondiaria e tendeva a mobilizzarla, come poi fece, non senza esercitare un’azione economicamente e socialmente deleteria. Questo indirizzo, che avea per molto tempo lottato contro le forme di proprietà comune, si era svolto in un lungo periodo di tempo ed era stato, prima di trionfare, l’oggetto di lunghe e accanite lotte di classi[676]. Esso si era affermato, in maniera recisa nelle leggi delle Dodici tavole, e questa legge agraria del 643/111 segnava come l’epilogo del lungo processo d’evoluzione, e, ponendo termine alla fase più importante e schietta delle rivendicazioni agrarie e de’ tentativi di restaurare il ceto de’ piccoli proprietari, sgombrava la via a una concentrazione sempre maggiore della ricchezza.
Dopo questa legge le antiche usurpazioni, i possessi illegittimi non erano più messi seriamente in pericolo, e non si hanno più che tentativi demagogici, non riesciti, di assegnazioni sul suolo provinciale, o ripartizioni proposte e in parte attuate del demanio ancora posseduto dallo Stato, o compre e confische dirette a rimunerare le milizie e a sorreggere, come si è accennato, poteri personali[677].
In tutti i casi l’inanità del tentativo, il campo limitato del provvedimento, il suo carattere di mero espediente e di episodio di un movimento politico, tolgono alla cosa le proporzioni e l’indole di una vera riforma sociale, e tanto meno riescono ad arrestare l’incremento del proletariato, per cui queste distribuzioni sono date ed accolte come tutti gli altri atti di temporanea e sterile beneficenza.
Questi atti di beneficenza, che sovente al posto di varî proprietari espropriati o confiscati mettevano un veterano, non risolvevano la questione del proletariato crescente, anche quando, come pure assai di frequente accadeva, il veterano fatto proprietario non ricadeva tra i proletarî, donde per poco era uscito.
Le distribuzioni frumentarie, poi, che, per quanto allargate, riguardavano un numero relativamente ristretto di persone[678], meno che mai potevano risolvere la questione del proletariato non cittadino.
Nell’ambito della famiglia si resisteva e si reagiva a questo incremento del proletariato con una limitazione nuovamente introdotta (querela inofficiosi testamenti)[679] della facoltà illimitata di testare, accumulando nelle mani di un solo figliuolo la proprietà familiare e diseredando gli altri.
Una parte del proletariato cercava e trovava uno sfogo nell’esercito, che oramai per opera di Mario si era aperto a’ proletari e che diveniva per essi, nell’estendersi del dominio romano e nella piega sempre più inquieta della politica interna della repubblica, una carriera, un’occasione di bottino, una via anche, come si è visto, ad uscire, per poco o per molto, non importa, dal proletariato.
Ma un’altra parte, per forza stessa delle cose, bisognava che cercasse nel lavoro delle sue mani i mezzi di sussistenza, e che con un’opera più o meno utile, produttiva o improduttiva, si facesse il suo posto nella vita.
La cura e l’interesse messi da C. Gracco nel promuovere la costruzione di vie, oltre allo scopo economico più generale e a preferenza di questo, come viene distintamente rilevato da’ narratori della sua azione storica[680], avea lo scopo immediato e diretto d’ingraziarsi imprenditori ed operai.
Così, mentre la schiavitù per fatto suo proprio andava soggetta ad una crisi che la veniva minando, cominciava, in senso contrario all’azione esercitata dalla mano d’opera servile e della sua diffusione, una reazione della classe libera, concorrente ad allargare il salariato insieme agli stessi schiavi, di cui si andava trasformando in parte la funzione e l’impiego.
VIII.
Il lavoro libero, come si è già prima accennato, aveva nel mondo romano una tradizione. Lo stesso Dionigi che lo diceva rilegato tra i servi e gli stranieri[681], segnala altre volte la presenza di artigiani anche nell’esercito romano[682]. E più volte ancora, in Livio specialmente[683], ricorre la menzione del lavoro libero. Le stesse secessioni della plebe, presentate dalla tradizione non come sedizioni violente ma come semplici scioperi, non avrebbero giustificato le preoccupazioni che inspiravano, se la partecipazione dell’elemento libero alla produzione non ne avesse fatto, anche da questo punto di vista, un elemento integrante dell’economia pubblica romana.