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Il salotto della contessa Maffei e la società milanese (1834-1886)

CAPITOLO XXII. CONCLUSIONE.

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Le fonti di questo libro. — La signora nella società moderna. — Ricordi storici. — Lettera inedita di Cesare Correnti. — Versi inediti d’Ippolito Nievo.

È finito questo libro?... Nol credo; non già pei numerosi documenti che reputo utile lasciare inediti e che senza arricchirlo, ingrosserebbero solo il volume, ma per le comunicazioni che altri forse mi faranno, e che attendo ed invoco a complemento del lavoro.

Nei dieci anni consecutivi ne’ quali frequentai il salotto Maffei, ebbi l’onore di conoscervi tutti i principali patriotti del periodo più memorando: dalla cortesia squisita dell’erede della contessa, dottor Cesare Olmo, che pubblicamente ringrazio, ebbi tutte le lettere, tutt’i documenti della rimpianta gentildonna, venuti in suo possesso; numerose altre carte da altri amici mi furono generosamente affidate: elette dame vennero pure gentilissime in mio ajuto colle loro comunicazioni, le quali illuminavano qualche momento della vita del salotto: giornali e libri autorevoli furono da me consultati, non senza però che io non sentissi il dovere di verificarne a uno a uno i dati coi ricordi vivi di persone vive, veri documenti umani: non risparmiai indagini e fatiche, per ordire coscienzioso una tela istoriata che si svolge mostrando a mano a mano le varie fasi per le quali il salotto Maffei è passato durante mezzo secolo: eppure, ciò non ostante, m’accorgo che forse e senza forse qualche cos’altro si deve aggiungere per compiere la tela, per dipingere il quadro in ogni punto.

L’interesse di questo libro non dovrebb’essere puramente regionale. Il salotto Maffei, si è visto, non fu lombardo, ma italiano; si fregia di nomi che come quelli del Manzoni, Verdi, Liszt, Balzac, sono celebri non solo in Italia e in Francia, ma in tutta Europa, in tutto il mondo. La sua storia non dev’essere obliata, mi sembra, in quella così vasta e agitata del risorgimento, nè in quella della vita sociale moderna, la quale accenna a cambiare carattere se pure non lo ha cambiato da qualche anno.

Nascerà mai più un salotto Maffei?... Il regno dei salotti è passato come il regno delle signore. La donna, la signora, che nel secolo scorso e in buona parte di questo, stese il suo scettro, e che nelle cospirazioni patriotiche spiegò le sue ostinate energie e i suoi fascini per affrettare il conseguimento dello scopo supremo, è oggimai rientrata nella penombra. Oggi ella non brilla più coll’uomo negli splendidi apostolati; e nessuno può ripetere: Au bout de toute grande chose il y a une femme; manca la donna, e manca la “grande cosa.„

La donna è un fiore ch’esala il suo profumo all’ombra: è vero; ma v’hanno epoche nella storia, in cui si combatte per un ideale, che il suo spirito creato per gl’ideali è ausilio prezioso, è l’ala che solleva, è l’iride che abbellisce la tempesta. Oggi, quasi ogni ideale è frantumato. Questa seconda metà del secolo (fu detto giustamente) è perciò l’opposto della prima. La consacrazione pura e disinteressata di tante anime grandi per il trionfo delle idee liberali; l’olocausto quasi allegro di vite fiorenti in nome d’una patria ch’esisteva solo nei sogni di solitarii pensatori e poeti, oggi sembra una bella favola d’un’epoca leggendaria: si combatte, sì, ancora, ma per altri principii e per altri istinti; non per l’idea poetica ma per la vivanda, non per il cuore ma per la borsa, non più con amore ma con odio. Certo le diseguaglianze sociali, talvolta tanto crudeli, specie nelle classi le quali gemono nella miseria vestita di penoso decoro, e che tacciono (le sole forse che tacciono!) meritano alfine giustizia; ma pure in mezzo alle gare di carità che fervono dappertutto, sentiamo qualche cosa che stride, che irrita, che divide gli uni dagli altri, che divide una classe dall’altra: non è più l’affettuosa fratellanza de’ giorni del pericolo, è il disaccordo; non è più la coesione, ma la disgregazione. Il teatro e la letteratura sono torbidi specchi di torbida vita. La Musa lasciava passare un giorno tutte le impurità per raccogliere le sole purezze; oggi è il contrario. Sono questi, ormai, fatti storici, caratteri del secolo che muore; — che muore con molta scienza; ma non è sublime, no; ed è fosco. Fra le cose belle che vanno travolte si notano appunto le consuetudini eleganti, di quell’eleganza, non puramente esteriore, da parata, da turf, ma l’eleganza intellettiva, spirituale, quasi innata che illeggiadrì la vita anche in Italia, in questa “dolce terra latina„ per ripetere la filiale carezza di Dante.

La socievolezza fine e colta della generazione passata non è apprezzata più, non è più capita dalla generazione presente, la quale va, corre, assordata da troppo fragore d’impetuosi movimenti per porgere l’orecchio a voci delicate e gentili. Si è tutti spinti, in verità, da una veemente forza centrifuga, che ci fa obbliare i santuarii tranquilli della ragione interiore, i nidi accoglienti, gli asili del pensiero più nobile e la grazia.

Forse questo libro farà ridestare con qualche palpito patriotico sopito, il desiderio di una vita più intellettualmente ornata e più alta?...

L’eleganza di buon genere accompagnò in tutte le fasi il salotto Maffei. L’abbiamo veduto sorgere coi poeti, coi musicisti, coi pittori di nobilissimi soggetti, in un’epoca in cui la patria scaldava il cuore di pochi. L’Italia allora si librava nella musica; ma ben presto altra musica, quella della mitraglia, la scosse. E allora vedemmo i frequentatori e gli amici del salotto correre alle barricate e ai campi di battaglia frammisti al popolo eroico, colla serenità e alcuni persino collo stesso abbigliamento col quale sarebbero volati a una festa. Come gli amabili Greci, di cui racconta Erodoto, i quali si profumavano i capelli prima di scagliarsi sul nemico; come que’ prodi di cui inneggia il Leopardi:

Parea ch’a danza e non a morte andasse Ciascun de’ vostri o a splendido convito;

così que’ valorosi correano lieti ed eleganti incontro ai cannoni. Mi narra un degno patriota, il quale nell’ultima delle Cinque Giornate, venendo dalla campagna, si cacciò, in mezzo al fuoco nemico, sino a Porta Tosa, che quando, fugato quello, questa si spalancò d’improvviso, gli comparve in cima a una barricata, tra la folla dei combattenti, fiera e superba visione, uno degli amici più gloriosi di casa Maffei, Luciano Manara, che colla sciabola in alto gridava vittoria; ed era vestito del panciotto bianco, cravatta bianca, calzoni neri, giubba nera, scarpini lucidi.... insomma da ballo! Su quella fronte creata per l’alloro, ardeva ancora la febbre del cimento disperato; in quella voce, che per più ore avea lanciati miracolosi comandi, fremeva il trionfo. Era l’uomo elegante e l’eroe.

Da quell’epoca di riscossa e di valore un nuovo elemento di vita si diffuse nella società, il sentimento patriotico: nelle vene dei nostri giovani corse un brivido nuovo. Ed è curioso il vedere da quali incanti essi furono attratti, dopo che l’Italia, prostrata a Novara, si trascinava, spasimando, quasi come un ferito sul campo di battaglia. Da un lato Mazzini, il più potente incantatore della fantasia; dall’altro, Camillo Cavour il più potente incantatore della ragione; e qui a Milano, o meglio, qui nel salotto Maffei, a poco a poco il primo perde il suo prestigio e l’altro lo accresce: il genio del primo è troppo assorto fra i bagliori dell’ideale per compiere l’azione; il genio dell’altro infrangibile, tagliente e limpido come il diamante, percorre la sua via e arriva alla meta. E in mezzo a queste due potenze, ne vediamo spuntare un’altra, ben diversa, inviataci da oltr’Alpi per sedurci: un principe di Absburgo, Massimiliano, agitato dalla vertigine d’un inane sogno d’impero. Ma i nostri non lo seguono: la libertà ch’egli promette sarebbe la parodia di quella cui si aspira.

Eppure Cavour temeva tanto il prestigio dell’arciduca che raccomandando agli amici del salotto Maffei la resistenza ad ogni costo, arrivò sino al punto da scriver loro queste testuali parole: “Ma fate metter Milano in istato d’assedio!...„

La signora del salotto Maffei, d’umore sempre eguale (virtù rara che le signore dei salotti devono possedere per reggerli) nei giorni aspri della lotta s’accende, opera e fa oprare. “L’amour de la patrie Italienne est sa vie entière;... (scriveva nella Revue des Deux Mondes del ’60 Edgar Saveney.) Suivant le cours des évènements, elle brille d’un éclat fièvreux ou s’affaisse. Sa voix douce et sympathique vibre quand elle parle de l’Italie. Elle a une eloquence qui va au cœur.„ E così le altre signore del salotto: signore patriotiche (si noti bene) non politicanti. Quest’ultime sono la più antipatica degenerazione di quelle: vino diventato aceto. — Le signore di casa Maffei ebbero il merito di bandire una moda singolare nel bel mondo; la moda più nobile che sia stata mai ideata: quella del patriottismo, della lotta; così le altre signore erano costrette ad adottarla se non volevano essere tacciate di cattivo gusto. Nelle cospirazioni, a quale disciplina si sottoponeano volentieri e allegre; disciplina, schiavitù d’idee, di sentimenti, di parole, che dovevano essere quelle e non altre. Volontaria schiavitù per la libertà!

Risorta l’Italia, la contessa Maffei ebbe l’orgoglio di vedere i suoi cospiratori più tenaci, i più eletti amici suoi toccare i fastigii del potere. Ma non tutti: qualcuno, come succede nelle mischie, venne trabalzato e confuso nelle file e lasciato a terra mentre gli altri capitani volavano innanzi. Dimenticato dalla gloria fu il povero Ferdinando De Lugo, uno dei più attivi preparatori delle Cinque Giornate, il quale finì negletto a Parigi; e chi oggi più lo ricorda?... Cesare Correnti ne scriveva un giorno all’afflitta contessa tristi parole: “Avevo in animo di far una corsa quest’autunno a Parigi, e speravo abbracciare il vecchio amico che mi fu, in momenti ardui, fido e sapiente consigliere, e per cui non ho potuto far nulla. Quanto ingegno, quanta nobiltà d’animo, e che fine umile e dolorosa! Sento dir qui che Lugo da più d’un anno non viveva, ma agonizzava, e lo credo. Lontano dagli amici, lontano da ogni cosa più diletta, lontano dalla patria risorta a vita novella, gli mancò prima della vita le consolazioni della vita. Rimpianti inutili, e quasi rimorsi. Avrei dovuto scrivergli spesso, sempre; ma mi pareva che sarebbe venuta un’occasione presto. Ecco ora la bella occasione! Noi siamo fatti così: aspettiamo qualche cosa, che ci ravvii a far quel che si dovrebbe. E viene la morte.

“Perdonate. Ho detto noi, e dovevo dir io.„

Ma sono le vittime inevitabili, pur troppo: la via del trionfo de’ popoli, come la via Appia, è seminata di tombe.

Incorruttibile come il mare in cui trovò tomba, poeta-umorista d’un riso che fa piangere, garibaldino che alle battaglie dell’indipendenza d’Italia si lanciò come al fulgor d’un ballo, Ippolito Nievo fu tra i molti che il salotto Maffei pianse estinti innanzi tempo, colui che avea sortito l’ingegno più elevato. Tanto ei s’accalorò per il Crepuscolo di Carlo Tenca che volle intitolare Crepuscolo una sua concitatissima ode inedita la quale comincia:

Tenebre e luce, secoli Di secoli ed istanti, Vizii e virtù, delirii Di gioja e angosce e pianti, Ecco la via. Se un aspide Ti fiede, o Madre, il piè, Se minaccioso un turbine Si spiega incontro a te, Osa! — tra nembi e folgori Sorgi su l’alta via, E le mortali invidïe Schiaccia immortale o oblia! Al vero, al bello, al giusto Drizza tua meta e va: Lambi coll’ala i culmini, E incedi, o Umanità!

Nelle effusioni del canto, il poeta scordavasi la lima, che il Leopardi diceva già smarrita a’ suoi tempi; ma egli spazia securo per gli ampii orizzonti ai quali era nato. In Crepuscolo, segue l’umanità nella storia e finisce coll’impeto di chi muove a un assalto:

Avanti, avanti! — Tenebre?... Scïenza mai non muore. Vizii?... Lor germe il saggio Si strapperà dal cuore. Sventura?... In loro affinasi Ciò ch’è sublime e grande Tempo?... Il destin degli uomini Oltre ogni età si espande. Osa, o gran Madre! — L’ultimo Verbo di quel destino Sulla ragion riverbera Uno splendor divino: “Un sol voler nell’anima Com’una è la virtù! In terra un solo popolo Come un sol Dio lassù!„ Infamia al pusillanime, Infamia a chi non crede! Feconda di miracoli L’Umanità che incede. A lei splendete, o Genii, Che nel pensier gigante Torreggiate sul retore Pigmeo sillogizzante!

Casa Maffei era il vero tempio dell’amicizia, di quest’amore senz’ali. La contessa viveva della medesima vita de’ suoi amici; e il lettore se ne sarà accorto da questo libro dal quale, si spera, la figura di lei esce nitida abbastanza per essere amata. La sua grazia “la grâce plus belle encore que la beauté„ per dirla con un maestro di grazia, il La Fontaine, risplende tuttora nella memoria dei più. Così potesse ella suscitare una gara d’emulatrici e far rifiorire il regno dei forti propositi e delle eleganti consuetudini, il cui strappo offende gli spiriti raffinati che ne deplorano la sparizione come d’una corda infranta alla lira umana.

Fine.

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