CAPITOLO XIV. MILANO LIBERA.
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Le famiglie milanesi e i feriti di Magenta. — Ingresso di Vittorio Emanuele e di Napoleone III. — Scene grandiose. — Ufficiali francesi nel salotto Maffei. — Amici morti in battaglia. — I garibaldini nel salotto Maffei. — Ippolito Nievo. — Tèleki. — Il ricevimento più memorabile della contessa Chiarina. — Giannina Milli e le sue improvvisazioni patriotiche.
Gli occhi di tutta l’Europa sono rivolti su Milano. La città appare una fantasmagoria. La sera del 4 giugno ’59, arrivano notizie sulla vittoria di Magenta; e il domani, fra delirii di gioia, le bandiere tricolori, cucite di nascosto, sventolano dai balconi, dalle finestre, sui negozi, sui campanili, sugli abbaini, abitati dai più poveri, dappertutto. E dappertutto coccarde tricolori: sui cappelli, sui petti, all’occhiello degli abiti: ne portano le signore, i bambini, i sacerdoti. Gli evviva continui: Viva l’Italia!... Viva i nostri soldati! Viva gli alleati!... — Il nome di Magenta si ripete da tutti. Molti piangono di commozione; si baciano, si abbracciano; e si va.... si corre.... a leggere i manifesti che il municipio pubblica a ogni momento. La Congregazione municipale esorta i cittadini ad erigere le barricate, nel timore d’una rappresaglia del presidio militare; e chi si arma di badile, chi di zappa, chi di piccone per rinnovare le barricate del ’48. S’improvvisa la Guardia nazionale. Il municipio ordina che chiunque possiede armi, munizioni e cavalli li rechi al quartier generale della guardia. Il presidio lascia intanto Milano; e il dominio straniero dispare per sempre. — Un triste spettacolo succede ora al tripudio. Arrivano i primi feriti su’ carri; ne arrivano altri, lenti, lenti; e quelle teste bendate, quei volti rigati di sudore e di sangue, quegli sguardi languidi, quei corpi immondi di polvere, di fango, di fumo, quei lamenti, stringono il cuore. Sono feriti italiani, francesi, austriaci; e tutti, amici e nemici, vengono accolti con alti sensi di pietà; quella pietà che è gloria suprema e inesauribile dei Lombardi. I convogli dolorosi continuano, spesseggiano, formano una fila interminabile che vien da Porta Nuova: barelle portate a mano o in ispalla, con uno o due feriti, moribondi, o morti, spirati lungo il viaggio penoso sotto la sferza del sole: carri, omnibus, carrozze pubbliche e private cariche d’infelici, muti, chiusi nell’assopimento foriero della morte, o imploranti soccorso.
Molte signore vanno premurose a ricevere i feriti e li portano nelle proprie case per curarli. Non v’è famiglia agiata che non ne accolga uno o più: le sale delle case sono trasformate in ospedali; e gli ospedali tutti della città ricevono a centinaia i feriti e gl’infermi. L’antico Monastero Maggiore (il solo che il Barbarossa quando distrusse Milano volle salvo) ne accoglie cinquecento. — I medici e il clero gareggiano nei soccorsi: la carità femminile è instancabile. Bende e filaccie escono in gran copia da mani di popolane e di gentildonne: ma non bastano ai bisogni: i chirurghi e i medici ne domandano ancora; e molte giovinette e signore vegliano le notti per prepararne.
Il mattino del 7 giugno la scena cambia di nuovo; ritorna l’esultanza. Giunge l’avanguardia del maresciallo Mac-Mahon, il vincitor di Magenta. Irrefrenabile la curiosità di vedere gli alleati liberatori, la brama di salutarli col grido del cuore riconoscente! Arrivano i fanti, i cacciatori d’Africa, gli zuavi, gli artiglieri, le bandiere lacere e affumicate dai combattimenti gloriosi. Nel vederli, è un urlo solo di giubilo: si gettano pioggie di fiori sulle teste, ai loro piedi; le signore porgono agli ufficiali mazzolini di fiori: ai soldati si offrono sigari, bottiglie di vino, che tracannano avidamente. È uno spettacolo pittoresco, sublime nella sua confusione, nel suo disordine: queste faccie brune, aduste, dagli sguardi balenanti e fieri, quest’insoliti uniformi dai vivaci colori, questi tamburi che rullano, queste fanfare rallegrano, eccitano, esaltano la folla che invade le vie, e ondeggia fitta, immensa fiumana; e altra folla sui balconi, alle finestre, sui cornicioni degli edifici, sui tetti, confonde il suo applauso di riconoscenza, d’amore. E nuove acclamazioni, nuovi evviva frenetici salutano le avanguardie italiane, che entran rapide, precipiti fra le musiche. Adesso la curiosità diventa affanno e l’entusiasmo delirio. Si cercano i volontarii lombardi che partirono per il campo. Sono vivi?... Non ci sono, non si vedono.... Che siano fra i caduti? fra i feriti?... Ma qualcuno d’essi, sorridendo, fa segno che ha ravvisato, che riconosce i suoi parenti, i suoi amici accorsi ad incontrarli; ed è allora una esplosione di gaudio, di esultanza divina, inenarrabile, che soffoca le parole; parlano le lagrime.
E subito dopo, un altro spettacolo più grandioso, un altro delirio. Vittorio Emanuele II e Napoleone III entrano in Milano, passando per l’arco del Sempione, in mezzo alla folla che frenetica applaude, in mezzo ai fiori che piovono sui cavalli dei due monarchi liberatori; e dietro a loro gli ufficiali e soldati. Napoleone un po’ curvo, dall’occhio velato e stanco; non guerriero che sussulta al trionfo, ma politico che medita Villafranca. Vittorio Emanuele è diritto, vigoroso sul suo cavallo come un vincitore antico, e gira qua e là lo sguardo vividissimo non sovra un popolo di conquistati, ma sovra un popolo di amici, di figli. E continuano le acclamazioni, che nella piazza del Duomo e sul corso di porta Orientale prorompono come inni; sono applausi e grida; e tra le mille bandiere tricolori alle case e sulle vie, cadono nuovi fiori, e, tra il pulviscolo, il lampo di quelle file d’armi che jeri si volgevano contro il nemico e che oggi scintillano nella luce del trionfo, quell’onda di cavalli, quel fluttuare di fanti e di popolo inebbriato di gioja, è tale spettacolo che mai eguale Milano ha veduto, mai eguale forse vedrà.
Alla sera, non ostante una pioggia dirotta, ancora folla, folla sterminata per le vie. Preceduta dalla guardia nazionale e da bandiere e da fiaccole, una moltitudine si reca alla villa dove trovansi Napoleone e Vittorio Emanuele. La calca entra nel cortile e stringe da presso i due Sovrani che si presentano sullo scalone. Alla sera dopo, spettacolo alla Scala; e si rinnovano gli entusiasmi febbrili. Accanto alle signore, nei palchi, siedono gli ufficiali brillanti di decorazioni; e sono le signore del salotto Maffei, le signore dell’alta società milanese e delle città vicine.
Nelle sere seguenti, il salotto Maffei, ornato di fiori, illuminato a festa, riceve una folla d’amici entusiasti: accoglie ufficiali italiani e francesi che sono festeggiati, acclamati. Le signorine suonano al pianoforte gl’inni nazionali; la contessa è la prima a battere le mani. Quel volto è acceso d’una fiamma, quel corpicciuolo è fremente; quell’anima italiana è felice. Il salotto, in questo momento, è un salotto italo-francese. Tutti conversano in francese. La contessa Maffei abbonda in cortesie, in premure, verso gli ufficiali liberatori: vuol lasciare in tutti loro grata impressione della riconoscenza, del patriottismo e dell’ospitalità italiana.
Fra gli ufficiali francesi vediamo il conte de Vogüé, il capitano conte de Novion che sull’album della contessa, fra un inno e l’altro suonato al pianoforte dalle signore, delinea con garbo d’artista varie caricature; vediamo il capitano di stato maggiore Teodoro Joung, che diventerà segretario generale al ministero della guerra al tempo di Boulanger e scriverà un libro inspirato a sinceri sentimenti di simpatia pel nostro paese. Il luogotenente della guardia imperiale francese Rayat (morto poi, nel ’70, combattendo contro la Comune) consacra alla contessa una poesia. Troviamo Emilio Saigey, che nella Revue des deux Mondes scriverà su Clara Maffei un profilo squisito. Appena può rimettersi dall’amputazione d’un braccio ferito, un altro valoroso ufficiale, Fly Sainte-Marie, si reca a visitare la contessa e le lascia il proprio ritratto in omaggio. Lo stesso Napoleone III manda la propria fotografia colla firma autografa alla contessa, che la appende alla parete del salotto, vicino al posto, dove suole star seduta ricevendo. E quanti altri valorosi ufficiali francesi si potrebbero accennare, divenuti poi generali!... Se alcuni superstiti potranno leggere queste pagine, sentiranno svegliarsi nel cuore teneri e profondi ricordi di unanimi festeggiamenti, di femminili sorrisi, premio al valore!
Giuseppe Verdi scrive da Busseto all’amica sua Chiarina una lettera stupenda in cui le confessa che avrebbe anch’egli ben voluto impugnare la spada per l’Italia se la sua salute glielo avesse permesso; è dolente, il grande Italiano, è mortificato di non averlo potuto, e quasi se ne accusa colla donna gentile!... Così egli sente, così scrive colla semplicità d’un cuor leale e forte, il maestro, le cui note ardenti pur valsero tanto per la risurrezione d’Italia nostra! E lo confessa a lei, perchè ad altri (ei soggiunge) parrebbe una millanteria.
“Quanti prodigii in pochi giorni! Non par vero!... L’altro ieri, un povero prete mi portò i saluti di Montanelli che aveva incontrato a Piacenza soldato semplice ne’ volontari. L’antico professore di diritto patrio che dà si nobile esempio! Ciò è bello, è sublime!„
Così Giuseppe Verdi, di cui è doveroso raccogliere ogni parola che insegna.
La liberazione di Milano riconduce i patrioti emigrati, i patrioti ch’erano accorsi al campo; ma non tutti, pur troppo! D’alcuni si piange la morte. Fra i più vivamente rimpianti, sono Carlo De Cristoforis e Giacomo Battaglia; entrambi morti nella stessa ora e nello stesso combattimento a San Fermo; entrambi intelletti e cuori elettissimi; entrambi del gruppo più intimo della contessa Maffei.
Avevamo lasciato Carlo de Cristoforis profugo nel Piemonte, dov’egli avea riparato per isfuggire alla polizia che lo ricercava dopo i moti del 6 febbrajo 1853. Egli, che nel ’48 avea combattuto sui campi lombardi e poscia all’assedio di Roma, salutò con gioja la partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea; e anche allora strinse le armi militando in quella campagna col grado di luogotenente. Dichiarata la guerra del ’59, s’arruolò con Garibaldi, che lo nominò capitano; e a Casale, a Sesto Calende e a Varese, fu l’anima della propria compagnia. “Ho bisogno di San Fermo,„ disse Garibaldi al Medici vedendo su tutta la strada fra Rebbio e San Fermo accampati i nemici; e il general Medici (come narra esattamente Jessie W. Mario nel Garibaldi e i suoi tempi) spedì subito a San Fermo la compagnia del capitano De Cristoforis, ordinandogli di attaccarlo di fronte. Cominciato il fuoco, Carlo de Cristoforis, avanzando di molti passi da’ suoi, corse all’assalto fra una grandine di palle, e cadde mortalmente ferito colla fronte e col petto lacerato mentre agitando la sciabola in alto, gridava: “Viva l’Italia!„ Dovette il fratello suo, dottor Malachia de Cristoforis, arruolatosi come chirurgo nelle ambulanze, riceverlo morto fra le braccia!... Il povero Giacomo Battaglia era anch’egli nel fiore della vita (contava soli ventisette anni) e anch’egli trattava con pari valore la penna e la spada. “Aveva (rammenta Tullo Massarani nel forte libro Carlo Tenca e il pensiero civile del suo tempo) poco più che ventenne dato alle scene un “Girolamo Olgiati„ tutto un bollore di patria e di poesia...; modesto e gentile come una donzella, ma fiero in faccia al nemico quanto uomo dovea esserlo, s’era battuto con un ufficiale austriaco per non so che sottigliezza di galateo; e n’era uscito con l’onore d’un contegno ammirato anche dagli avversarli, e con una bella ferita.„ Era figlio di Giacinto, fondatore della Rivista Europea. Con quali lacrime la madre ricevette il corpo del figlio!... e con quale tenerezza la contessa Maffei tentava di consolarla!
Come il pittoresco costume degli zuavi, così le camicie rosse garibaldine mettono nel salotto Maffei una nota giuliva. Fra i garibaldini italiani, si vede nel salotto un poeta e romanziere, alto, bruno, dall’aspetto burbero, ma di cuor valoroso e gentile, Ippolito Nievo. Tra gli stranieri ardenti amici d’Italia spicca un ungherese di gran nome, che sarà soldato dei Mille: Tèleki.
Il conte Alessandro Tèleki è una delle più belle figure, uno dei più liberali e più avventurosi gentiluomini accolti nel salotto Maffei. Cominciò a combattere nelle lotte dei Carlisti nella Spagna, e fu fatto prigioniero dai realisti; quindi tornò nel proprio possedimento di Kolto dove ospitò Petöfi, e prese parte in Transilvania alla guerra della rivoluzione. Fatto prigioniero, fu condotto ad Arad; ma potè fuggire riparando illeso a Costantinopoli, dove seppe che in patria era stato condannato alla forca. Da Costantinopoli passò a Parigi, ma dopo il colpo di stato venne, come inviso ai Bonaparte, bandito; onde dovette rifugiarsi a Londra. Ma anche a Londra la polizia napoleonica non lo lasciò in pace; egli allora chiese e ottenne ospitalità a Guernesey presso Vittor Hugo. E nel ’59 eccolo prima a Torino dove si abbocca coi migliori patrioti italiani, e poi a Milano per organizzare un anno appresso la legione magiara e salpar con essa da Quarto alla liberazione delle Due Sicilie.
La sera del 31 dicembre 1859, ha luogo il più memorando ricevimento del salotto Maffei. Tutti gli amici della contessa vengono ad augurarle lieto “il primo anno della redenzione italiana.„ Questo è il motto del momento, la parola d’ordine. La folla è tale che persino l’anticamera è rigurgitante. Le signore sfoggiano abbigliamenti speciali, in cui non manca un fregio tricolore. Molti occhi sono rivolti su una bruna giovane di trentadue anni, di Teramo, poetessa, non bella, ma di volto espressivo: Giannina Milli, l’improvvisatrice della nostra rivoluzione. Ella è sollecitata dalla Maffei a improvvisare qualche lirica. Ingenua di modi e di cuore, la Milli sulle prime si schermisce quasi impaurita, poi sorge, coi neri occhi fiammanti, e, in mezzo, a religioso silenzio successo all’allegro mormorio, improvvisa un sonetto sulla libertà. Appena finito l’ultimo verso, scoppiano applausi. La poetessa singhiozza di commozione, e va a nascondere le lagrime sul petto della madre sua. La contessa l’avvicina, le bacia la fronte infocata, non senza lagrime anch’essa. Alcune settimane dopo quella serata trionfale, Giannina Milli manda manoscritte alla Maffei alcune quartine che, meglio di tutte, dipingono le impressioni dell’improvvisatrice nei momenti vulcanici dell’estro, e ricordano quella sera memorabile:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . Oh che strazio nell’anima sentìa!... Ansia, spossata, delirante ancor, Del cortese altrui plauso il suon venìa A me qual eco di un dileggio allor. E, singhiozzando, tra le fide braccia Della madre correami a rifugiar, Quando l’amica tua pietosa faccia Dolcemente su me vidi raggiar. Nel sorriso, nell’umida pupilla Era l’eloquio che mentir non può, E più mi disse una soave stilla Che l’infocato mio fronte bagnò. Oh ti sien grazie, o mia cortese!... Io molto Più che non dico amar posso, e soffrir; Ma ne’ convegni, il vedi, ilare ho il volto, E sorrido all’altrui schietto gioir. Sol quando accolta nella fida stanza, Libera sciolgo a’ miei pensieri il fren, Vanir la gioia dalla mia sembianza Tu vedresti qual rapido balen. Mi vedresti arrossir del facil vanto Profuso al carme che in oblio cadrà E superbir del tuo tenero pianto Qual di un trïonfo che l’egual non ha. Chè se propizio il ciel sperar mi lice Al caldo voto che dal cor mi vien, Tu scorderai l’errante trovatrice, Ma non l’amica che stringesti al sen!
Come premio, la Maffei condusse la Milli in casa di Alessandro Manzoni. Alla poetessa sembrò di vedere un nume nell’autor de’ Promessi Sposi. Questi offrì graziosamente alla Maffei un mazzolino di fiori che andò a fregiare il petto della poetessa, orgogliosa e beata di tale reliquia.
In quel ricevimento del primo d’anno dell’indipendenza, emergeva il conte Cesare Giulini della Porta, del quale si narrava un nuovo recente servigio reso alla causa nazionale. Alla vigilia della guerra egli andò a Corsico, e là, ajutato dalla sua potente memoria, notò tutt’i reggimenti austriaci che passavano; quindi potè mandare in Piemonte precise notizie delle truppe nemiche. Cavour, convinto più sempre del singolar valore di lui, si affrettò ad offrirgli una prefettura, un’ambasciata, un portafogli; ma egli, modesto, rifiutò tutto. Il 19 novembre 1862, a soli quarantasette anni, il Giulini moriva, con acerbissimo dolore degli amici del salotto Maffei, che nei giorni più ardui aveano trovato in lui un ispiratore e una guida sapiente.