CAPITOLO XVII. MANZONI E VERDI.
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Pensieri del Manzoni sulle donne innamorate, sui grandi poeti, sulla Religione, sulla Chiesa. — Ricordi di Enrichetta Blondel. — Sentimenti del Manzoni sulla propria casa paterna. — Donde trasse il tipo di don Abbondio e del dottor Azzeccagarbugli. — Incontro di Giuseppe Verdi con Alessandro Manzoni. — Emilio Broglio.
Abbiamo accennato qua e là all’amicizia che la contessa Maffei nutriva per Alessandro Manzoni: è giunto il momento di dirne qualcosa di più, poichè ora quell’amicizia si conferma, si eleva.
La contessa Maffei visitava Alessandro Manzoni ogni domenica dopo la messa, nella casa del poeta in via Morone n. 1, e parlava a lungo con lui, ammirata di quella mente, di quella coscienza. Ella soleva chiamarlo il “nostro grande sant’uomo.„ Nessuno più di lei adorava quel genio e quella rettitudine. Dopo averne uditi i colloquii, durante la visita domenicale, ella ne riportava i detti più preziosi nel suo libro di memorie dove li trovo scritti accuratamente colla sua fine mano di scrittura dagli asteggi eleganti.
Un giorno, ella chiese al Manzoni che cosa egli pensasse sulla sincerità dell’amore nell’uomo e nella donna. Ei le rispose: “Ho l’idea, forse suggeritami dall’esperienza, che le donne blaguent sul sentimento, mentre gli uomini al contrario sono fanfarons d’indifférence.„ Un altro giorno gli domandò quali fossero, secondo lui, i più grandi poeti. Ed egli: “Virgilio e Shakespeare. Chiunque voglia scrivere poesia deve leggere Shakespeare. Come conosce tutt’i sentimenti!...„
Alessandro Manzoni le definiva sempre la poesia “la quintessenza del buon senso„ definizione che conduce a quella di Victor Hugo sull’ideale: “L’idéal n’est autre chose que le point culminant de la logique.„ Il Manzoni narrò un altro giorno alla Maffei come divenne credente. Il fatto d’avere smarrita la moglie, Enrichetta Blondel, in una folla a Parigi, d’essere entrato angoscioso e tremante nella chiesa di San Rocco e d’avere esclamato: “Dio, se esisti, rivelati a me; fammi trovare Enrichetta....„ è perfettamente vero. L’ombra di qualche dubbio sulla fede pare sorgesse qualche volta nell’animo acutamente analitico del Manzoni; ma era ombra fuggevole. Nell’album della contessa, leggo: “Le doute me tue, disse Goethe a Cousin; e a me venne detto da Manzoni.„ L’autore della Morale cattolica disapprovava recisamente l’indirizzo politico del Vaticano. Diceva alla Maffei: “Interessi della Chiesa?... Parole di partito, trovate da Montalembert. Dicano onore, decoro, e c’intenderemo.„ E ancora: “Povera religione!... Preti, vescovi e papa la distruggerebbero se la luce potesse perire benchè avviluppata da tenebre!„ Alessandro Manzoni voleva che l’indulgenza fosse una delle virtù del Vaticano, preferendo in tutto alla severità l’indulgenza. Nell’album della Maffei, leggo in prova di questo un suo detto: “Come la malignità è odiosa anche quando coglie nel vero, così l’indulgenza è amabile anche quando le accade di travedere.„
Sentiva l’amore il Manzoni?... Certo non s’innamorava facilmente. Egli adorò la prima moglie, Enrichetta Blondel, e ancora dopo molti anni che l’avea perduta, ne parlava commosso ai più intimi, a Clara Maffei. Ho veduto nel giardino della villa Manzoni a Brusuglio, due robinie moribonde, cui sono uniti i più soavi e più dolorosi ricordi d’amore del Manzoni. Nella parte del suo giardino, che guarda i monti, il poeta piantò due robinie giovinette. Una sera, egli stava colla sua Enrichetta appena sposata là in mezzo al verde e in quella pace conversando. La Blondel s’avvicinò alle due robinie, e colle sue mani attortigliò l’una coll’altra dicendo allo sposo: “Così vivranno le nostre vite!„ E le robinie crebbero attortigliate e forti, insieme. Quando morì la Blondel, il Manzoni, soffocato quasi dai singhiozzi, si portò presso le due robinie e nel loro tronco incise col coltello una croce; e volle educare egli stesso per lungo tempo in giro alle piante un’ajuola di fiori.
“Manzoni è stato male un giorno (scriveva la Maffei a un amico). Immaginatevi il mio sgomento. Quale perdita sarebbe per me quel santo, che, col suo consorzio, m’illumina il cuore, forse più che co’ suoi scritti, poichè in lui veggo la vera attuazione del Bene!„ E due mesi dopo: “Jeri visitai Manzoni di ritorno da Brusuglio. Stava benissimo, grazie al Cielo! M’accolse come una figlia. Di mente poi è un miracolo. Non solo ha tutta la potenza del pensiero — e di qual pensiero! — ma la prontezza, la vivacità dello spirito e spesso, anzi sempre, quando ne ha l’occasione, una repartie pronta come il più spiritoso dei francesi!„ E ancora: “Passeggia, fuma come un giovinotto.„
Il Manzoni parlava alla Maffei delle inspirazioni attinte ai paeselli lombardi quando dimorava al Caleotto presso Lecco, alla cui amministrazione cittadina, da giovane (pochi forse lo sanno) egli avea preso parte.
Il Manzoni vendette poi il Caleotto, palazzo paterno (ora lasciato in abbandono), coi possessi uniti e colla cappella sotto la quale era seppellito suo padre don Pietro.
Uno de’ motivi della vendita fu che il Manzoni voleva sottrarsi alla soggezione d’un amministratore impostogli dal padre nel lasciargli, morendo, quei beni.
Il Manzoni si pentì, poi, amaramente, d’aver venduta la tomba di colui del quale portava il nome. Egli soffriva tutte le volte che ripensava al Caleotto. Quando l’ingegnere Scola, nuovo proprietario del palazzo, si recò a Milano e a Brusuglio per avere dal Manzoni schiarimenti sopra certi diritti d’acqua, gli disse ossequioso che, se avesse voluto ritornare a dimorar qualche tempo al Caleotto, sarebbe stato grand’onore per lui l’ospitarlo. Il Manzoni lo ringraziò e, sospirando commosso, rispose: “Io non verrò mai più in que’ luoghi! Se vi ritornassi, non vi farei che piangere tutto il giorno[10].„
Alessandro Manzoni preferiva Brusuglio; la villa ivi eretta dalla madre Giulia Beccaria, la quale vi avea deposto la salma del suo diletto Carlo Imbonati.
Il Manzoni, parlando di varii scrittori milanesi a lui carissimi, esprimeva a Clara Maffei la sua ammirazione per la potenza di Carlo Porta nel creare tipi veri e vivi; egli stesso volle creare un prete sul taglio di quelli del gran meneghino; e creò don Abbondio, ritraendo un parroco di Germanèdo, paesello distante due chilometri da Lecco. Quel disgraziato servo dell’altare era la favola di tutto il territorio per la sua pusillanimità. Bastava che qualcuno alzasse la voce, tremava. Si raccontano molte burle che una specie di bravi (certi giovinastri dei dintorni) gl’infliggevano, comandandogli questo e quello, per ridere allegramente alle sue spalle.
Così il dottor Azzeccagarbugli non è un’immaginazione del Manzoni, bensì la riproduzione fedele d’un lungo, allampanato e sudicio legulejo di Lecco, colà assai noto per l’abilità nel trovare cavilli.
La contessa Maffei ci raccontava una sera curiosi esempi della scrupolosa precisione con cui il Manzoni voleva accertare i fatti, e dei dubbii che lo assalivano anche dopo d’averli accertati. Ad alcuni, che gli riferivano qualche fatto singolare del risorgimento di cui erano stati testimoni ed attori, il Manzoni, dopo averli attentamente ascoltati, domandava: “Ma ne siete poi ben sicuri?...„
Un giorno, l’autore dei Promessi Sposi, che conosceva a menadito i nomi delle piante, s’incurvò sopra un alberello che il suo giardiniere mondava, e gli chiese: “Come si chiama questa pianta?„ E, avutane risposta, egli che non si fidava della propria scienza e neppure di quella del giardiniere, andava ripetendo: “Ma siete poi ben sicuro che questa pianta si chiami così?...„
Pensava a lungo prima di scrivere un biglietto; scritto, lo rileggeva più volte e, inviatolo alla posta, lo faceva talora ritirare (raccontava la Maffei) nel dubbio che gli fosse sfuggito qualche errore! Quando ristampò la sua lettera famosa al marchese Cesare d’Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze tredici volte; e si trattava d’una ristampa. Questi sono gli scrupoli legittimi degli autori coscienziosi, si chiamino Ariosto, Renan, Giusti. Ma è anche vero che il sommo scrittore si lasciava avviluppare troppo dal dubbio: i fisiologi moderni non tarderanno forse a collocare Alessandro Manzoni fra gl’infermi affetti dalla malattia del dubbio.
Certo egli soffriva la malattia degli spazii. Qui non si parla della “mobil vertigo„ come egli la chiama, di cui soffriva sulle alture, e di cui tocca nell’inno A Parteneide; ma dell’impressione penosa che provava in una larga strada se non vi era accompagnato da qualcuno. Per questo, passeggiando, rasentava da un lato il muro e tenevasi all’altro il fido Luigi Rossari.
Mi raccontava la contessa Maffei, e me lo riconfermava il vecchio e gentil parroco di Brusuglio, col quale il Manzoni amava discutere di filosofia rosminiana, che il poeta si sentiva di tratto in tratto invadere la testa da un caldo flutto di sangue; e che da quell’impressione ei trasse la similitudine del Cinque maggio:
Come sul capo al naufrago L’onda s’avvolve e pesa....
Il Manzoni nutriva per la Maffei vera affezione. Tutte le volte che passava sotto il balconcino di lei guardava su, e se scorgeva fra le piante d’edera onde quel balconcino era adorno il volto della contessa, le faceva un saluto grazioso agitando il fazzoletto.
Alessandro Manzoni avrebbe voluto visitar lui la Maffei; ma questa non gli permetteva che salisse le lunghe sue scale. Pure il Manzoni volle in qualche fausta occasione vincere le resistenze e far visita all’amica gentilissima, la quale, giubilante, staccava allora dalle spalliere d’edera, ond’era ombrato il poggiuolo del salotto, una foglia di quella pianta simbolica e la inviava agli amici lontani.
La contessa desiderava ardentemente che Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi, i quali non si erano mai veduti, s’incontrassero almeno una volta. È necessario raccontare la storia di questo incontro, poichè esso accese, nel Verdi, oltre la profonda ammirazione che già nutriva per il Manzoni-artista, l’ammirazione per il Manzoni-uomo. Dopo questo incontro, Giuseppe Verdi amò con intenso affetto Alessandro Manzoni. Tutti sanno che alla morte dell’autore de’ Promessi Sposi, Giuseppe Verdi scrisse spontaneo la Messa di requiem (eseguita per la prima volta nella chiesa di San Marco a Milano il 22 maggio 1874) quale tributo alla memoria dell’uomo insigne e amato.
Nel maggio del 1867, Alessandro Manzoni, subito dopo qualche parola dettagli dalla contessa, vergò sotto un proprio ritratto parole di dedica per Giuseppe Verdi; e questi, nel 24 di quello stesso mese, appena ricevuto a Sant’Agata il prezioso dono dell’autore dei Promessi Sposi, espresse in una lettera memoranda alla Maffei tutt’i suoi sentimenti di riconoscenza e di entusiasmo per il Grande. La moglie del maestro, signora Giuseppina Verdi-Strepponi, era stata presentata, intanto, ad Alessandro Manzoni dalla contessa che le era molto amica; e Giuseppe Verdi invidiava di tutto cuore alla moglie tanta fortuna.
Sono sicuro del perdono del sommo maestro se dopo quasi trent’anni traggo dall’ombra d’un album una sua pagina, solenne omaggio ad Alessandro Manzoni. Il mondo conosce e ammira la Messa di requiem; e niuno conoscerà il sentimento donde quelle note sgorgarono?...
“.... Quant’invidio mia moglie (scrive il Verdi alla contessa Maffei) d’aver visto quel Grande! Ma io non so se, anche venendo a Milano, avrò il coraggio di presentarmi a Lui. Voi ben sapete quanta e quale sia la mia venerazione per quell’uomo, che, secondo me, ha scritto non solo il più gran libro dell’epoca nostra, ma uno de’ più gran libri che sieno usciti da cervello umano. E non è solo un libro, ma una consolazione per l’umanità. Io aveva sedici anni, quando lo lessi per la prima volta. Da quell’epoca, ne ho letto pur molti altri, su cui, riletti, l’età avanzata ha modificato o cancellato (anche su quelli di maggior reputazione) i giudizi degli anni giovanili; ma per quel libro il mio entusiasmo dura ancora eguale; anzi, conoscendo meglio gli uomini, si è fatto maggiore. Egli è che quello è un libro vero; vero quanto la verità. Oh, se gli artisti potessero capire una volta questo vero, non vi sarebbero più musicisti dell’avvenire e del passato; nè pittori veristi, realisti, idealisti; nè poeti classici e romantici; ma poeti veri, pittori veri, musicisti veri.
“Vi mando una mia fotografia per Lui. M’era venuta l’idea d’accompagnarla con due righe, ma il coraggio m’è mancato, e mi pareva d’altronde una pretensione che io non posso avere. Se lo vedete, ringraziatelo del suo ritrattino, che, col suo nome, diventa per me la più preziosa delle cose. Ditegli quanto sia grande il mio amore ed il mio rispetto per Lui; che io lo stimo e venero, quanto si può stimare e venerare su questa terra e come uomo e come altissimo e vero onore di questa nostra sempre travagliata patria. Addio, e grazie di tutto e per tutto.„
L’incontro fra Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi avvenne un anno dopo a Milano, in casa del primo, il 30 giugno 1868: era un martedì. Giuseppe Verdi ne rimase commosso e poco dopo scriveva da Sant’Agata alla sua ottima amica Chiarina:
“.... Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me, alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate? Io me gli sarei posto in ginocchio dinanzi, se si potessero adorare gli uomini.... Quando lo vedete, baciategli la mano per me, e ditegli tutta la mia venerazione.„
Qui non si arrestarono i ricambi d’affetto dei due eccelsi artisti. Nel 19 marzo 1869, l’autore dei Promessi Sposi si ricordò dell’onomastico dell’autor di Rigoletto, e gl’inviò una sua carta di visita con queste parole:
“A Verdi — Alessandro Manzoni, eco insignificante della pubblica ammirazione per il gran Maestro, e fortunato conoscitor personale delle nobili ed amabili qualità dell’uomo.„
Appena il Manzoni cadde infermo, senza lasciare, pur troppo, buone speranze di guarigione, la contessa Maffei s’affrettò a informarne Giuseppe Verdi, che ne rimase rattristato fino alle lagrime....
Un giorno del ’73, si vide un signore, vestito di bruno, alto, austero, dal passo veloce, scendere nei tetri colombarii del Cimitero monumentale di Milano dov’era stata provvisoriamente deposta la salma del Manzoni e là ristare, commosso, a lungo, dinanzi a quella tomba.
Nessuno a Milano, tranne la contessa Maffei e un suo famigliare, seppe di quella visita. Il visitatore era Giuseppe Verdi.
Sempre cagionevole di salute, la Maffei provava di tratto in tratto il bisogno d’uscir dal suo salotto e respirare un po’ d’aria salubre. E allora, Giuseppe Verdi e la moglie la invitavano nella villa di Sant’Agata. La contessa una volta vi andò all’improvviso per fare una sorpresa agli amici. Ma udiamo raccontar da lei le accoglienze ricevute: è una lettera gaja a un amico, una delle pochissime lettere gaje da lei scritte:
“Sant’Agata, 19 maggio 1868.
“Da questo luogo, ove l’anima veramente si ritempra ed il cuore si conferma nella fede che vi è del Bene e dei Buoni, voglio scrivere a Voi, ottimo amico, che siete una delle persone che più amo e stimo. Sono proprio felice d’avere effettuato il pensiero di venire a trovar Verdi. Egli m’accolse come una sorella; mi conobbe tosto, ma non credeva ai proprii occhi. Mi guardava attonito: poi gettò delle esclamazioni; vi fu una tale commossa esultanza che mi provò che il suo affetto grande e profondo ei me lo rende per sola benevolenza. Mi promise immediatamente di venire a Milano, e verrà presto.... La casa è elegante e confortabilissima; il giardino vasto e bello; porteremo a Milano dei boschi di fiori. Stamane Verdi mi parlò delle piante di rose, di cui vi mando una foglia per ricordo. Oggi andremo a Busseto; poi a visitare la casa ove egli nacque. Tutto è caro e sacro con noi.„
E il Tenca a lei:
“Non dubitavo che Verdi vi avrebbe fatte molte feste e che vi avrebbe resa oltremodo gradita la dimora presso di lui. È così caro il poter contare sulle vecchie amicizie e il ritrovarle dopo molti anni vive e fresche come in passato!„
La contessa conservava religiosamente tutt’i ricordi di Giuseppe Verdi. Talora, di prima sera, nel salotto, passava a qualche intimo (uno dei così detti andeghée) le più belle lettere del maestro perchè le leggesse; e quegli non s’accontentava di leggerle; ammirato, se le copiava nel proprio taccuino, dove le conserva tuttora. Nelle questioni d’arte, i giudizii di quelle lettere erano, come si può immaginare, altissimi: nella musica e nella drammatica, per esempio: sulle commedie più forti di Paolo Ferrari che a Verdi piacevano; su qualcuna di Achille Torelli; e via via. Intorno alle questioni politiche, egli vedeva con una chiaroveggenza lucidissima, da politico consumato.
Il ricordo della consorte di Giuseppe Verdi non può essere disgiunto da quello di lui e di Chiarina Maffei, della quale ella era una delle amiche più affettuose e più apprezzate. Giuseppina Verdi-Strepponi rappresentava agli occhi della contessa, come agli occhi di tutti, il tipo più serio della compagna fida, docile, esemplare. Quel giorno in cui la Chiarina seppe d’un grave pericolo da lei corso con Giuseppe Verdi sul lago della villa di Sant’Agata, ne fu tutta costernata. I conjugi Verdi, per non rattristarla, non volevano ch’ella ne sapesse nulla; ma la contessa non tardò a conoscere la verità e ne rimase turbata per qualche giorno. Era avvenuto che, un dopo pranzo d’estate, il maestro avea invitato cortesemente alcuni suoi ospiti a fare un giro con lui e colla moglie sul lago. La signora Giuseppina, nello scendere nella barca dove il marito, fermo, le porgeva la mano, si vide non so per quale accidente, d’un tratto travolta nell’acqua, dove il maestro pur cadde colla barca capovolta sopra di lui. Quel vigorosissimo uomo fu presto a salvare la moglie e se stesso. Tutto ciò avvenne in un attimo, colmando di terrore gli astanti, che dalla sponda aveano dovuto assistere alla scena.
È noto che la signora Giuseppina Strepponi (sposata dal maestro a Collange, piccolo villaggio della Savoja) fu la prima interprete del Nabucco, in cui emergeva, come in ogni altra opera interpretata da lei, per la voce estesa, magnifica, e per l’espressione drammatica. Suo padre era il maestro Feliciano Strepponi, autore di quattro opere (Chi fa così fa bene, Francesca da Rimini, Gl’Illinesi e l’Ullà di Bassorra), morto nel 1832 a Trieste, nel cui teatro Comunale tre anni dopo Giuseppina esordì come cantatrice guadagnando subito l’attenzione di quel pubblico diviso allora in due furiose fazioni: l’una parteggiante per Giuditta Grisi e l’altra per la Ungher. Pel matrimonio con Giuseppe Verdi, la Strepponi si ritirò dalle scene: così la sua carriera teatrale si chiuse presto: fugace, ma fulgida come una meteora.
Impossibile chiudere questo capitolo manzoniano, senza toccare d’uno de’ più diletti amici del Manzoni e del salotto Maffei: Emilio Broglio, il patriota milanese, economista, storico, ministro della pubblica istruzione, tutto vita, tutto gajo splendore. Camillo Cavour, che avea tesori di spirito, ammirava nel Broglio oltre gli ottimi studii lo spirito; e così Daniele Manin che si onorò d’averlo avuto a suo cooperatore nell’insurrezione lombardo-veneziana nel ’48. Egli piaceva tanto al Manzoni che questi, così alieno dagli armeggii politici, si trasformò nel 1861, con Massimo d’Azeglio, in agente elettorale per promuovere la sua elezione a deputato nel collegio di Lonato-Desenzano! Tutti sanno con qual fervore il Broglio si fe’ banditore delle idee unitarie del Manzoni in fatto di lingua; ma tutti non sanno quanto brio egli recava nel salotto Maffei sia che discorresse del Manzoni, o del Rossini (altro suo idolo) o di mille cose sulle quali trasvolava con una sicurezza da disgradare Diderot. Amicissimo della Maffei, veniva nel salotto con grande frequenza. Intercalava a’ più serii discorsi episodii ameni che rendevano la sua conversazione divertentissima. Egli rappresentava assai bene il salotto Maffei dove si dicevano e si facevano cose serie, ma in cui (tranne nel più tetro periodo delle repressioni) si rideva anche molto. Nessuna pedanteria nel salotto Maffei. Con tanti uomini e signore di spirito, la pedanteria era impossibile: e se questa pianta spinosa vi fosse fiorita, nè i Broglio, nè i Verdi, nè i Manzoni, nè tanti altri vi avrebbero posto piede neppure una volta!
“Lo spirito (scriveva la contessa al nipote dottor Cesare Olmo) deve non solo studiare, ma anche piacevolmente distrarsi per conservare quella specie di leggerezza che fa accettare anche il parlare serio da tutti perchè scevro da pedanteria (che uccide qualunque influenza amabile) e forse utile sugli altri. Manzoni quanto era piacevole anche quando diceva cose e pensieri sublimi!... La sua santa altissima memoria è un precetto intellettuale e morale per l’anima mia; e quante volte rimpiango che alcuni non l’abbiano avvicinato: avrebbero conosciuto il vero spirito che crea e non distrugge, coll’esser serii ma con disinvoltura e amabilità ed alla portata di tutti. L’ho sempre nell’anima quel santo grand’uomo!„
E ancora allo stesso:
“Addio, amatissimo: lavora, studia, ma divertiti, anche; godi della gioventù: è così lunga la vecchiaja!...„