CAPITOLO XX. PENSIERI DI CLARA MAFFEI.
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Cultura della Contessa. — La sua carità. — I suoi scolari di Clusone e i suoi poverelli. — Suo concetto della famiglia, della società, della vita. — Suoi sentimenti religiosi. — Suoi consigli ai giovani. — Suo spirito d’indipendenza.
Teofilo Gautier diceva che madame de Girardin non era punto una bas bleu. Con più ragione si deve dirlo della contessa Maffei. La sua istruzione, attinta specialmente alla Revue des Deux Mondes, come quella di parecchie fra le nostre signore, veniva allargata e alimentata ogni giorno, ogni ora, dalla conversazione di persone coltissime, dotte, nonchè dai libri che gli autori le offrivano in omaggio e da altri che gli amici le procuravano di continuo, specialmente quando villeggiava nel suo Clusone, asilo di pace e di meditazioni serene.
Clusone era sempre il suo più gradito soggiorno. Ivi ella rivelava le parti migliori del suo spirito. “Quanto ho ragione (scriveva) d’amare questi monti: m’inspirano pace e coraggio; e nella loro contemplazione, come pérdono d’importanza le piccinerie terrene, e quelle sociali, che sono le più misere, impasto di vanità e di convenzione!„
A Clusone non voleva rumori mondani:
“Io andrò a Clusone verso la metà di luglio, per istarvi tranquillamente, se Dio me lo concede, fino a novembre. Godo della ferrovia in parte già compita; ma temo sarà turbata la quiete, la semplicità di quei monti. Lunedì, il console d’Austria e quello di Francia verranno a Clusone per cercarvi alloggio. A quello d’Austria, ch’io conosco, ho dato delle lettere. — Venite, gli ho detto, a patto però di non portarmi dell’eleganza, del frou-frou: ne ho abbastanza di quello di Milano. — Tu, quando sarai vecchio (scriveva al nipote) saprai quanto stanca....„
Tutte le volte che lasciava la campagna per il suo, pur tanto caro salotto di Milano, la contessa soffriva. Carlo Tenca trovava le giuste ragioni di quel rammarico e le spiegava così:
“Capisco che vi deva dispiacere di lasciare il vostro Clusone. Passare da codesto luogo così ameno e tranquillo in quest’aria greve e agitata della città è sempre cosa che stringe l’animo. Qui in Milano siete compensata da affetti più vivi, da più antiche consuetudini, e da una maggior soddisfazione dello spirito; ma coll’inoltrarsi negli anni diventa più accetta la semplicità, e fin anche la rozzezza del costume piace se non è scompagnata dalla bontà. Che cosa diventa questo nostro ciarlìo cittadino a fronte di codesta serena e semplice vita della campagna?„
Un’eletta amica di Clara Maffei, la contessa Barbara Grismondi di Bergamo, mi dipinge in una bella lettera la vita d’illuminata carità che Clara Maffei conduceva in villa: “Era l’angelo dei poverelli; visitava gli ammalati, i suoi prediletti poveri vecchi, portando a tutti quel conforto che rialza l’animo e ravviva la fede.„ E la stessa Maffei a un amico di Milano:
“La vita che qui conduco è proprio deliziosa. La passo fra il sole ed i fiori: m’occupo della casa che m’è tanto simpatica; dei miei lavori, della lettura, de’ miei scolari, amici, conoscenti; de’ miei poverelli che mi dànno gioja immensa e mi fanno assai più bene ch’io non possa farne ad essi. Dichiaro che nessuna visita mi fa tanto bene quanto quella a’ miei poverelli. Queste mi riposano, le altre spesso mi stancano. Sono un originale forse; ma sento così.„
Una bella scena di quella vita in campagna è resa in un’altra lettera della Maffei:
“Andrò anch’io nei quartieri d’inverno (si era sulla fine d’un ottobre), vi andrò lasciando con mestizia e profonda gratitudine questi luoghi che amo sempre più. Fra le tante mie simpatiche occupazioni, mi sono presa a insegnar a leggere il francese. Ho due scolari tanto assidui e intelligenti; una maestrina di diciott’anni e un giovinetto di dodici che l’anno scorso a caccia perdette la mano destra. Sono due buone e care creature. Facciamo anche delle letture italiane; ed or ora il ragazzo leggeva la visita di Renzo al Lazzaretto. La commozione lo costrinse a fermarsi.... e piangevamo tutti e tre, e anche di compiacenza. Era un semplice ma sincero omaggio a quel libro, vero Vangelo pel cuore e per l’intelletto.„
Anche a Clusone, alla sera, la contessa riceveva; ma per lo più persone dei luoghi. Non vi mancavano comiche macchiette, che divertivano quel fino canzonatore del Tenca.
Una giovinetta gentile, Velleda Ferretti, figlia della scrittrice Emilia Ferretti-Viola, teneva affettuosa compagnia alla contessa. “Velleda è la mia orgogliosa gioja,„ diceva la Maffei; e da lei si faceva leggere le riviste e i libri. Il più bel libro per lei era però sempre lo spettacolo della Natura.
“Il più bel libro è lo spettacolo della Natura nella sua contemplazione. L’anima vi sente proprio la celeste sua origine; perciò si innalza sempre più. Il soggiorno di Clusone mi fa sempre tanto bene allo spirito: poi, sola, posso darmi più esclusivamente a quelle occupazioni che soddisfanno e vi lasciano qualche cosa di buono nel vostro intimo.„
Nella calma campestre, allo spettacolo degli affetti domestici di tante povere famigliuole che soccorreva, Clara Maffei sentiva più che mai l’acuto rimpianto di non possedere una famiglia propria. L’amicizia è luce delle anime, ma la famiglia è l’aria necessaria in cui respirano. “Non illudetevi sull’isolamento degli affetti legittimi e domestici; nulla li sostituisce (scriveva la contessa a un giovane solitario). Nulla li sostituisce; ve lo dico io, che fui e sono circondata di tanta società, di non pochi veri amici, che tanto intensamente amai e trovai forti e forse eccezionali affezioni! Mi chiamano madre, sorella; ma, pur troppo, vi è sempre qualche cosa che vi avverte non essere che amorosi inganni e illusioni quei dolci nomi. L’amicizia è molto, ma non è tutto.„
Ella poi insisteva sulla necessità dell’indulgenza, e la raccomandava sempre, a voce e in iscritto; raccomandava l’amabilità, questa preziosa cartella di rendita che costa poco e rende assai; e dimostrava la necessità di occuparsi anche delle piccole difficoltà, delle minuzie della vita per renderla più agevole.
“.... Ella (allude a una signora del suo salotto) non conosce i modi di alleviare le piccole difficoltà: è sempre stata una delle cause de’ suoi dispiaceri. Il suo spirito superiore rifugge a certe transazioni ed occupazioni: eppure, la vera superiorità sta, parmi, nel saper tutto accettare; e il render facile e serena la vita è un dono divino, per ottenere il quale ci vogliono sforzi di volontà, la fede, e la coscienza che si deve farlo.„
In altre sue lettere, tutte quante elevate, si leggono questi pensieri su varii argomenti:
.... Come pochi bastano a gettare l’onta su molti! È perchè i molti sono buoni; ma buoni a nulla. La terribile verità è questa: manca quel tale coraggio civile di cui tutti parlano.
.... Se ognuno fosse francamente quello che è, molti ci guadagnerebbero; per lo meno i migliori. E per gli altri, forse, vi sarebbe più probabilità di ricondurli sulla retta via, perchè si scorgerebbero più chiaramente le loro tendenze, e non c’è anima che non ne abbia di buone. Alle volte, queste sono sopite anzichè sviluppate; e da ciò viene il male.
.... Nella vera e forte capacità di sentire, sta, io credo, in noi donne, tutta la nostra possibilità di fare e d’essere qualche cosa di bene per tutta la vita; o si è assolte nell’affetto, o si trova la generosità del perdono e della devozione; ma sempre coll’amore: da ciò deriva ogni nostra superiorità. Chi adempie a’ suoi doveri, per retta coscienza se si vuole, ma con una certa aridità, potrà non meritare mai rimproveri, essere fors’anche stimabile, ma esercitare qualche buona influenza giammai. Far l’elemosina, ma esercitare quella carità che ci lega d’amore a quelli che possiamo aver la fortuna d’alleviare.
.... La mia vita, grazie al Cielo, ha poche varietà, perchè ormai pochissimi sono i suoi scopi: godere nella dolcezza degli affetti e delle meste memorie, desiderare il bene sotto ogni aspetto, e trovare la pace nella moderazione dei desiderii, ed in fatto di felicità saper godere di quella degli altri.
.... Io non leggo libri di filosofia, ma sono a modo mio filosofa, tentando sempre di sopportare le sventure che Dio vuol darmi, e vincendo colla ragione tutte quelle che vorrebbe alle volte creare l’inquieta fantasia. In fatto di ideale, cerco d’avere il bene e non ciò che può contristarmi: cerco le dolci memorie, la dolcissima speranza a qualche aspirazione e la fede che Dio assecondi ed ajuti i buoni fermi propositi.
.... Il bene! Ecco una fonte di care gioje e di quelle che non svaniscono perchè ne è dolce anche il ricordo.
.... Il vivere del solo pensiero del mio benessere mi è insopportabile più assai che il soffrire; e diventerei odiosa a me stessa, s’io non sentissi la pietà, lo sgomento di perdere i miei cari e di non poter alleviare i loro patimenti.
.... Ebbi tali e sì lunghi sfinimenti da qualche tempo in qua, che proprio potevo scrivere poco. E poi sapete che allora mi prendono tutte le malinconie, e io mi sono prefissa di pensare il meno possibile sugli altri, e chiudere in me stessa lagrime e lamenti quando l’animo ne è pieno.
.... Scrivete, miei giovani: ve lo ripeto, scrivete. Ogni anno abbia i suoi studii, ogni giorno la sua occupazione, ogni pensiero la sua meta. Se per voi venissero i giorni dello sconforto e del dolore, come vi sarà dolce ricordare quei passati anni!
.... Quanti dolori in questa lunga vita umana! Misero colui che non l’accetta quale prova per un’altra, serena, e tutta pace ed amore!
.... Chi sa alzare il pensiero al disopra di questa povera terra, trova coraggio per ogni dura prova.
Al nipote Cesare Olmo mandava suggerimenti e consigli, sui quali altri giovani dovrebbero meditare:
.... Profitta dell’alacrità della giovinezza per prendere delle buone abitudini. S’io sono un tantino attiva come tu cortesemente mi dici, è perchè, figlia unica adorata ed adorando la mia Mamma, volevo sempre fare quanto ella faceva, e quell’intelligente, eletta Creatura era sempre occupata: si riposava nel baciarmi, nell’abbigliarmi, nel rendermi il meno mesta possibile, povera Mamma! Sia benedetta la santa sua memoria! Più le occupazioni sono serie, per necessità, positive, quasi aride, e più bisogna sollevare lo spirito ad altre sfere; altrimenti, Cesare, non avrai che delle materiali e però molto meschine soddisfazioni, e nelle lotte inevitabili della vita, non avrai nessuna di quelle forze che vengono dalla vera superiorità dell’animo: difficilmente trionferai, e la vittoria sarà lontana dall’appagarti come credevi. Tu dirai che sono una vecchia idealista. Non lo nego: lo sono, e ne benedico il Cielo, perchè così trovai sempre il coraggio e la pace. Sai però, anche, aver io dato la sua parte alle necessità positive: vi deve sempre essere equilibrio nelle proprie facoltà.
.... Làsciati sempre dominare dalla responsabilità del tuo animo. Moralmente, siamo quello che vogliamo essere. Non bisogna abbandonarsi al caso, ma tener la via retta e illuminata.
.... Stare coi buoni, ma non iscacciare i tristi quando possiamo credere d’essere loro d’ajuto a correggersi, e non aver mai lo scrupolo d’averli collo sdegnoso nostro abbandono precipitati nel male.
La contessa rimaneva a Clusone sino alla fine dell’autunno. I suoi amici più intimi andavano a visitarla anche là, e alcuni vi s’intrattenevano più settimane, Carlo Tenca vi soggiornava a lungo. Non mancò di andarvi ogni anno sino all’ultimo della sua vita, ben superiori, egli e l’amica, alle misere ciarle del mondo.
“Io volli almeno acquistare la completa indipendenza delle mie azioni e del mio vivere, e potermi dire: io appartengo a me medesima, e solo io voglio essere giudice del mio operare. E vinsi, almeno, la schiavitù delle cose convenzionali. È a duro prezzo ch’io acquistai tale libertà; pure è qualche cosa anch’essa quando non si vuole usarla che pel bene.„
Così sentiva, così pensava questa donna, che resse il più celebre salotto italiano e fu una delle gentildonne più ossequiate e più geniali di questo secolo.