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Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

LIBRO SESTO. (continued 5)

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Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono, sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo nemico.

Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento, fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave, costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme, così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso. Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà, crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra. Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia; Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo, andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria, vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria, che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero, nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo. Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari. Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale attestasse la solennità dell’atto.

Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy, il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.

Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste, parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’ Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati; al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.

Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia, poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue, tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli rimanevano.

In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato; cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato; e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo, essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6 novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi, benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra, scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’ più accesi verso il popolo e la libertà.[172]

Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi. Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza, sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene. Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace, essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo. Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un gran cittadino.

Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti. Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata, diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo, era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato: infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti ultimi di questa Istoria.

Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo, quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente, ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili, nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose di meno importanza.

Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento, deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia; il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso, ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così tornò a casa.[175]

In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato. Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni, gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia. Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici. Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV. SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche, si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo, con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva in esso più che altra cosa il sentimento.

L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia, avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno 1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona.

Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray, Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più debole.

Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei Re.

Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, «procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.

Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di Firenze.

Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno dell’Aragona.[181]

Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi condotto questa misera patria?[183]»

Capitolo IX. APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]

Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. «In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella bella parte di Toscana.[184]

Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.

Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto essere cosa loro.[186]

Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano della Repubblica.[187]

In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa si era disciolta.[188]

Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa, nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino. — Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo, grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità, la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo. Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. — In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il mandato.

Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline, conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria: la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto, che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine, riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi, anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]

Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri, la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari, essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni, eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni, deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e grande concordia.[193]»

Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati. Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni, Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli. Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone, passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.

Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini, per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio; il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da 36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni, che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini, non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti; istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure. Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per tutto l’Assedio.[196]

In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico, Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza; nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia; e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi. Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti; altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini, i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero, potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto, non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma, quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è oppressa.

L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti, dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10 l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio; il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo volontariamente.

L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi, perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore, male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente, che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]

Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi, torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori. Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.

Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi, a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti: qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli; a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini: lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.

Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole, Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia: poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla; fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati. Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia, dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri fuor d’ogni usanza.

Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla, girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori, altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche. Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa. Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed ai Fiorentini parve non lieve guadagno.

Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa, luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore, prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]

Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze, così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani, che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci, metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le cose che importassero alla guerra.[205]

Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito; imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca, salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli, che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]

Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici, schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto. Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi, destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo di non troppo difficile composizione.

Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti, espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento, al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci; interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione; parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati, sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi, intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna, e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari; questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio, senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale deliberare.[207]

Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni, con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce con una corona di spine.

Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso, e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna, per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]

Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare; ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore ubbidirebbe al suo giuramento.[210]

Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore, venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero, verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.

Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.

Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio. Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino, l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’ Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei Fiorentini.

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Note 1 · Nerli, pag. 166. — Varchi, lib. VIII. — Abbiamo uno scritto di Francesco Guicciardini contro la Decima Scalata, Opere inedite, tomo X.Note 2 · Intorno alla Legge intricatissima della Quarantìa, vedi quello che scrissero lungamente il Varchi e il Pitti.Note 3 · Busini, Lettera VI, pag. 54.Note 4 · Cambi, Storie.Note 5 · Documenti di Storia Italiana editi dal Molini, tomo II, pag. 84.Note 6 · Documenti di Storia Italiana editi dal Molini, tomo II, pag. 26-60.Note 7 · Pitti, Storie, 172. — Segni, Vita di Niccolò Capponi.Note 8 · Busini, Lettera V.Note 9 · Busini, Lettera III. — Cambi, pag. 41.Note 10 · Varchi. — Nardi. — Busini, Lettera VI e VII. — Segni, Stor. Fior., lib. II. — Relazioni di Francesco Foscari e Antonio Suriano ambasciatori Note 11 · Lettera da Genova dei 17 dicembre 1528, nella Legazione di Baldassarre Carducci; manoscritto sincrono appresso di noi. — Le stesse cose affeNote 12 · Varchi, lib. IV. — Segni, Storia, lib. II.Note 13 · Lettere di Baldassarre Carducci ai Dieci, dei 17 e 23 giugno; 9 e 10 luglio.Note 14 · Lettere del Carducci, 8, 2, 16, 19, 27 agosto, ultima 2 settembre da Parigi. — Guicciardini, Stor. d’Ital., lib. XVII. — Varchi. — Nerli. — Note 15 · Lettera 16 agosto e 2 settembre.Note 16 · Istruzioni e Lettere agli Ambasciatori che andarono a Genova (Archiv. di Stato, e in copia presso di noi). «Nostra intenzione è di non avereNote 17 · Varchi. — Pitti. — Nerli. Sono da vedere ancora le Lettere dì Carlo Capello ambasciatore in Firenze. (Relaz. Ven., tomo II, pag. 214.)Note 18 · Varchi, lib. IX. — Nerli, lib. IX. — Busini, Lettere. — Segni, Storia, lib. III, e Vita di Niccolò Capponi. — Ammirato, lib. XXIX.Note 19 · Varchi, Storie, lib. IX e X.Note 20 · Capello, Lettere dei 14 e 16 luglio, 4, 13, 17 settembre, ed altre.Note 21 · Guicciardini, Stor. d’Ital., lib. XIX, cap. 6. — Varchi, lib. X.Note 22 · Varchi, lib. X.Note 23 · Segni, Storia. — Capello, Lettere.Note 24 · Abbiamo di questa lettera, che il Portinari scrisse ai 22 di settembre, la copia nel Codice 313 appresso di noi.Note 25 · Varchi, lib. X. — Lettere di Rosso Buondelmonti dal 13 al 30 settembre 1529. Vedi Appendice Nº IV.Note 26 · Varchi, lib. X. — Segni, lib. III.Note 27 · Il Varchi descrive minutamente come si componessero questa sorta di Pratiche, nelle quali s’intendeva raccogliere i voti liberi della interaNote 28 · Capello, Lettera de’ 29 settembre, e altrove. — Varchi, lib. X. — Fine dell’Istoria d’Iacopo Pitti.Note 29 · Varchi, e con altri il Paoli, il quale scriveva sul suo Priorista, in ogni bimestre, i fatti avvenuti dentro quel tempo.Note 30 · Varchi, lib. IX e X. — Segni, lib. III. — Nerli, lib. IX. — Capello, Lettera 26 dicembre.Note 31 · «Nè minore diligenza si usa di acquistarsi col divin culto il favore di nostro Signore Iddio, con digiuni, comunioni, processioni generalmenNote 32 · Busini, Lettera XIII.Note 33 · Commentari nella Vita di Michelangelo Buonarroti (Vasari, tomo XII). — Nardi, Storie, lib. VIII. — Mentre era in torchio questa seconda edizNote 34 · Lettere alla Signoria di Venezia, 24, 25, 29 settembre, e 6 ottobre.Note 35 · Priorista del Paoli. Continuazione dei Ricordi Rinuccini; Firenze, 1840.Note 36 · Capello, Lettera de’ 15 ottobre. — Varchi, lib. X. — Paoli, Priorista.Note 37 · Malavolti, Storia di Siena.Note 38 · Guicciardini, Stor. d’Ital., lib. LIX, cap. 6. — Paoli, ed altri.Note 39 · Varchi. — Ammirato, lib. XXX.Note 40 · Sassetti, Vita di Francesco Ferrucci, e Lettere di questo ai Dieci, da Prato (Archiv. Stor., tomo IV, parte 2). — Il Busini (Lettera V), dopNote 41 · Vedi le Lettere degli 11 novembre e 13 dicembre ed altre. Nella prima narra il fatto di San Miniato così brevemente: «Ieri mattina un’ora avNote 42 · Nerli, lib. X. — Varchi, lib. XI. — Segni, lib. IV. — Busini, Lettera XVI. — Capello, Lettere 3, 12 gennaio e 9 febbraio.Note 43 · Cambi. — Paoli. — Capello, Lettere. — Busini. — Varchi.Note 44 · Segni, lib. III. — Ammirato, lib. XXX. — Busini, Lettere.Note 45 · Nardi, lib. IX. — Busini, Lett. XVI.Note 46 · Capello, Lettera, ultimo di febbraio.
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