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Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

LIBRO SESTO. (continued 6)

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Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi, giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi, gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore, che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle ferite.[212]

Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore, malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213] Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi, com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa. Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto, gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le armi.[214]

Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere. A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che bastavano, vettovaglie per più mesi, e il cuore buono e risoluto a mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco, ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia, bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti, e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»

Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo. Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del Pontefice.

Capitolo X. IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.]

Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci, e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute; continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario. Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati Capitani.

Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini, duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro, prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di grandissimo momento alla Repubblica di Firenze.

Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono; e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve, e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse: aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli storici.[220]

Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra; forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione; questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò, essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a lui ubbidissero.

Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ 21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di più acquistarla.[221]

La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano costumi dei suoi più severi.[222]

Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare, come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli, era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie, avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta, che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta, essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna, sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura.

Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa, che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati. Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume. Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi: scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato. Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini; ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova, che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi, nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea di Francesco Petrini, per San Spirito; Alessandro di Francesco del Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per Santa Croce; messer Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per Santa Maria Novella; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli Albizzi, per San Giovanni; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser Francesco da Catignano.[223]

Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece cadere il partito.

Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale, con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa, e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni, e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa; onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18 luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi, e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati insieme in Pescia il primo d’agosto.

Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra; Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226]

Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati, che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani, l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece, che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato avevano dell’accordo.

Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal 24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227] Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga, al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228]

Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci. Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente, scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo bastanti motivi.[229]

Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette, aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli, che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che, facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era condotto in quella stessa ora.

Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme: in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro, già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero dei morti e feriti andasse a duemila.[230]

La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi; chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta, e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta, a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente, aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però sempre a tali proposte il consentimento di Clemente.

Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.

Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della Milizia venissero avanti.

Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la sua fine.

La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta signore ed arbitro d’ogni cosa.

I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e i fuorusciti e banditi sieno ipso facto restituiti alla patria e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]

Capitolo XI. FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.

Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di Palle si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una nuova faccia.

I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.

Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare l’antico.[232]

Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più ardenti a voler la guerra.

Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]

Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]

Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando allora di togliere ai vinti la patria.

Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che avevano su quello il loro sostentamento.[238]

Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese e vi acquistarono qualche lustro.[240]

Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.

Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi nel libro chiamato il Cronista di Palazzo, quello che più occorresse o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non empievano l’ingordigia di pochi maggiori.

Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli; nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.

Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata, fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato, e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze. Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici, partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato ed altri molto ricchi benefizi.[242]

Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici, che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito, nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica, fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della città.[243]

Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici, nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore. Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore. Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati, stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]

Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore, lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa, interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano, baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto. Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro popolo a gridare Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca. Questi, tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria; nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]

Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles, ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore, disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città, come lo avevano avuto i suoi maggiori. Non accennò alla Capitolazione tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria. Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto, e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi, nè signori.

Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti; ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un Bargello; poi levare le armi ai cittadini e non lasciarle portare a persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non studiò in altro. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava, se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro, faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze. Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo, che è d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non si allontanassero. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini, il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e famiglie tanto strettamente che lei senza loro, nè loro senza lei, non possino vivere: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi, fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]

Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo. Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249] e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla città di Firenze.

Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici, e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il Papa volesse.

Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato, solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza. Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato, noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251]

Quindi cessata ogni pratica, mandava Clemente all’Arcivescovo di Capua dei suoi più fidati i quali gli aprissero tutta la mente sua; e poco appresso tornato Filippo Strozzi, persuadeva facilmente Francesco Vettori suo amicissimo. Furono anche fatti venire Francesco Guicciardini e Baccio Valori; e tutti questi essendo ridotti in Firenze, si radunò la Balìa, dove si vinse una Provvisione per cui fu data autorità alla Signoria d’eleggere Dodici cittadini, i quali insieme col Gonfaloniere di giustizia avessero per la riforma dello Stato e del Governo facoltà amplissima; non però accennando nel Proemio altro che a riforme da essere grate all’universale, come sui giudizi della Ruota e sulle Decime. Indi a pochi giorni, nel nome di questi Riformatori, usciva una Provvisione dove, per dare fermezza al presente Governo e posare gli animi, era una serie di articoli i quali mutavano a un tratto il governo in principato d’un uomo solo; benchè mostrassero, con sottile ma inutile studio, che agli aboliti Magistrati dovessero altri sostituirsi per voti o a sorte, com’era costume in Firenze.

Il primo articolo provvede e ordina questo modo: «Che per l’avvenire in alcun tempo non si crei nè creare si debba più il magistrato della Signoria nè il Gonfaloniere di Giustizia, ma s’intenda dopo il presente mese d’aprile in tutto annullato ed estinto tal magistrato.»

Col secondo articolo, la Balìa viene trasformata in un consiglio che si chiamò dei Dugento, sebbene il numero fosse maggiore.

Dipoi gli stessi Riformatori del Consiglio dei Dugento traggono e istituiscono un Consiglio di Quarantotto cittadini, col nome anche di Senato, i quali abbiano autorità di vincere tutte le provvisioni di danaro ed altre spettanti al Comune, e di eleggere ai principali ufizi e magistrati di dentro e di fuori. La Provvisione contiene i nomi dei primi chiamati a formare il Senato dei Quarantotto.

In luogo e in vece della Signoria ordinano che abbiano ad essere Quattro Consiglieri, eletti di tre mesi in tre mesi dal numero dei Quarantotto, i quali rappresentino i Signori, e abbiano per Capo, con tutta l’autorità che era del Gonfaloniere, il Duca Alessandro dei Medici col nome di Duca della Repubblica Fiorentina, e dopo lui i suoi legittimi discendenti maschi, e quindi i più prossimi nella famiglia Medici, sempre per via di primogenitura.

Il Duca in perpetuo abbia grado di Proposto nel Magistrato dei Quattro Consiglieri, i quali nulla possano fare senza di lui o di persona da lui medesimo delegata, ed ogni cosa che facessero senza lui sia irrita e nulla.

Al Consiglio dei Dugento spetti di vincere le provvisioni attinenti a particolari persone o a Comunità del Dominio, e di eleggere agli ufizi minori.

Nè i Quarantotto nè i Dugento, nè altri Magistrati, possano adunarsi senza la presenza del Duca o suo sostituto, a cui spetti di proporre tutti i partiti; nè ad altri sia lecito.

Notes in this chapter

Note 1 · Vedi intorno a questo Abbattimento una pubblicazione di Carlo Milanesi (Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, tomo IV). E le Note del signNote 2 · Essendo al Capello morto un Cavallo a lui carissimo, lo faceva seppellire nei parapetti dell’Arno, fra il Ponte delle Grazie e il Ponte VeccNote 3 · Varchi, lib. XI. — Busini, Lettere XI, XVIII.Note 4 · Capello, Lettere 28 gennaio e ultimo di febbraio.Note 5 · «Venant de Boullogne icy, j’ay entendu la force et la foiblesse des Fleurentins: la premiere pour avoir leur ville bien reparée, assez gens Note 6 · «Majs le tout fut si avant debatu qu’il y vint à la fin (il Papa) et est contant que le tout ainsi se face (così almeno credeva l’AmbasciatoNote 7 · «Je lui dys que je no veoys point de necessité de faire gros ne petit nombre (di Cardinali) en son endroit non voluntaire, luy disant que suNote 8 · Malavolti, Storia di Siena.Note 9 · Ferrucci, Lettere ai Dieci dai 21 ai 27 aprile.Note 10 · Varchi, Storia; e Lettere del Ferrucci e del Tedaldi, dai 17 maggio ai 22 giugno, e quella pure dei 6 luglio.Note 11 · Il Ferrucci nelle prime lettere mostrava fare molta stima di Piero Orlandini. Pure il suo nome è tra quelli di cittadini da provare et guadaNote 12 · Varchi, Storie. — Capello, Lettere dei 11 e 20 luglio. — Ammirato, lib. XXX.Note 13 · Nardi.Note 14 · «Il signor Paolo viene a questa impresa molto volentieri e aiutaci in tutte le cose gagliardamente; ed è migliorato da qualche dì in qua in Note 15 · Lettera di Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello, dei 16 luglio, pubblicata con altre che seguono dal signor Eugenio Albèri; Note 16 · Benedetto Varchi, letterato insigne, ma poco buon critico ed istorico disordinato, avendo in mente un pensiero solo, quello di mostrare MalaNote 17 · Lettere del Gonzaga de’ 23, 25 luglio e 4 agosto. Appendice Nº V.Note 18 · Varchi; Capello, Lettera 13 agosto.Note 19 · Lettera ultima del Ferrucci da Pescia, 1º agosto, con poscritto del due da Calamecca. — Varchi, Storia. — Gonzaga, Lettere del 5 agosto con Note 20 · Lünig, Codex Italiæ Diplomaticus, tomo I. — Varchi, lib. XI. — Busini, Lettere 16, 17. — Capello, Lettera de’ 13 agosto. — Nardi, Segni, NerNote 21 · Varchi, lib. IX. — Busini, Lettera 17 e Lettera 21, pag. 221.Note 22 · Segni, Storia, lib. V.Note 23 · Carlo Capello, Ambasciatore veneziano, lasciando Firenze, scriveva con l’ultima sua lettera dei 13 agosto: «Il signor Malatesta mi ha due fiNote 24 · Varchi, lib. XII. — Abbiamo il rendiconto e il benestare delle spese passate per mano di Baccio Valori, dal principio della guerra fino allaNote 25 · Ultima lettera del Commissario da Pisa, con poscritto dei 14 agosto, pubblicata con quelle del Ferrucci.Note 26 · Busini, Lettera 17.Note 27 · Segni, lib. V, e Varchi, lib. XII.Note 28 · Stanno nell’Appendice dell’Archivio Storico Italiano, vol. IV. App. Ivi, nota 2, anno 1853; pubblicati dal compianto Agostino Sagredo, che vNote 29 · Fra questi i Doni, i Cambi, i Valori e i Guadagni ch’erano ricchissimi: il castello di Feugerolles, prima posseduto dai Capponi, passò per eNote 30 · Segni, lib. V.Note 31 · Varchi, Segni.Note 32 · Nerli, Commentari.Note 33 · «Cupientes ejusdem Reipublicæ saluti libertati quieti et tranquillitati optime consultum esse, atque universali Italiae pacem stabilire nostNote 34 · Nerli, Varchi.Note 35 · Abbiamo in bella copia manoscritta, fatta fare per uso proprio da Benedetto Buondelmonti, con gli altri Atti risguardanti quella mutazione aNote 36 · Discorsi intorno alla Riforma dello Stato di Firenze. Sono di Francesco Vettori, di Roberto Acciaiuoli, di Francesco e di Luigi GuicciardiniNote 37 · Vettori, ivi, pag. 738.Note 38 · Vettori, (Archivio Storico, tomo I), pag. 437.Note 39 · Varchi, Segni.Note 40 · Nerli, pag. 261-62.
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