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Storia della Repubblica di Firenze v. 3/3

LIBRO SESTO. (continued 4)

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Quivi era in odio sopra ogni cosa la tirannia dei pochi; ed il favore che in molti uomini sparsamente si aveva acquistato la Casa dei Medici con quelle sue arti di semiregia popolarità, formava la principale forza di quella famiglia. I suoi più ardenti seguaci temeva, perchè non erano veramente suoi, bramosi molti di soddisfare private vendette; intantochè altri, ed erano questi i più autorevoli e qualificati, cercavano imporsi ai Medici, usando per sè il governo sotto al nome d’un Papa lontano, e pronti a volgersi dove conseguissero il fine loro ultimo, che era di farsi grandi e ricchi. Sogno di molti sarebbe stato ridurre Firenze sotto un governo di Ottimati; ma qui era troppo alto il livello popolare, perchè fosse luogo a un altro grado che lo sopravanzasse; nè le differenze potevano essere ben distinte qui, dove i nobili non avevano in mano le armi, nè come a Venezia il comando delle navi: aggiugni poi l’essere divisi tra loro e in vario modo pregiudicati, da non si potere insieme comporre a forma stabile di repubblica. Di qui avveniva che in mezzo alle opinioni mal ferme dei molti fosse da scegliere tra due partiti; o dare ai Medici senza mistura il principato, ovvero al popolo restituire nei modi antichi la libertà: se non che al primo si opponeva, mancare i Medici di una soldatesca loro; ed al secondo, essere nel popolo venuta meno la sua forza vera, o direi quasi la sua milizia, la quale consiste nella prontezza all’operare uniti in fascio da un sentir comune, persuasi che il bene pubblico e privato facciano insieme una cosa sola. Erano andati da Firenze ambasciatori al nuovo Papa, com’era usanza, ai quali Clemente, avendoli un giorno congregati intorno a sè, richiese dicesse ciascuno liberamente il suo parere circa lo Stato della città. Il maggior numero, che era degli sviscerati, lo supplicavano non abbandonasse i suoi devoti e dèsse loro un capo di sua famiglia; osarono altri dare consigli di libertà, magnificando l’eterna gratitudine e la gloria che a lui ne verrebbe. Di tali parole si proferivano dagli aderenti di Casa Medici, e alle volte il Papa stesso pareva inclinare verso quel partito, secondo che avesse sulle varietà delle alleanze o delle guerre più da sperare dai Fiorentini o più da temere: si trova inclusive che fosse disceso fino ad ammettere la riapertura del Consiglio grande.

Promovitore presso a lui delle più libere opinioni era sempre Iacopo Salviati, che stava in Roma insieme alla moglie madonna Lucrezia, sola rimasta viva dei figli di Lorenzo de’ Medici ed ultimo avanzo di quella famiglia che era tanto numerosa, e tanto lieta di alte speranze, quel giorno in cui Leone fu assunto al papato.[142] I figli di Lucrezia e delle due sorelle morte, Giovanni Salviati, Niccolò Ridolfi e Innocenzio Cibo, furono in età giovane innalzati al cardinalato. Questi poi furono adoprati da Clemente, di già essendosi alienate da Casa Medici le altre famiglie che seco avevano parentela, com’erano i Pazzi e i Rucellai. Un assai stretto congiunto di quella Casa, Filippo Strozzi, perchè era uomo da potersi anche da sè levare in alto, dava sospetti così a Leone come a Clemente che lo avevano sempre accosto. Marito a una figlia di Piero dei Medici, e in età giovane capo di una casa ricca e magnifica oltremodo, viveva da principe; ingegno franco e variamente colto, di grande ambizione, di grande maneggio, scopertamente licenzioso nella vita e nei pensieri, sapeva in età corrotta rendersi universalmente grato, perchè nei vizi e nelle virtù ogni cosa eragli come naturale: la moglie Clarice, cresciuta nelle alterezze della madre Alfonsina degli Orsini, vedeva di poco buon grado la Casa de’ Medici cadere in bastardi. Aveva la sorte dato a questa Casa un uomo capace a innalzarla con la prodezza nelle armi, che agli altri era mancata sempre: Giovanni dei Medici in età giovanissima non aveva chi lo agguagliasse come soldato nè come capitano, sempre innanzi a tutti nelle battaglie; e col sangue degli Sforza, che ebbe dalla madre, avendo in sè come naturale l’arte della guerra, lo seguitavano con amore e fede incredibile i più audaci nelle armi, nè si vedeva a quale altezza non potesse egli salire, qualora avessero gli anni in lui mitigata una ferocia tutta soldatesca. Clemente amava poco e cercava tenersi lontano questo suo congiunto uscito dal ramo collaterale di quei Medici, i quali abbiamo veduti mutare l’antico cognome in quello di Popolani; mai non avrebbe voluto in essi trasferire la grandezza della Casa, e solo com’era rimasto, e avendo necessità d’un erede, andò a cercarlo con poco suo decoro, non aiutato nè dalla prudenza nè dalla fortuna che a lui parvero mancar sempre.

Due giovinetti erano tenuti come di Casa Medici, nonostantechè d’entrambi fosse la nascita poco certa. Ippolito, in età forse di sedici anni, passava per figlio del morto Giuliano, avuto da una gentildonna pesarese; Giuliano istesso, che lo teneva in casa sua, diceva però dubitare non fosse opera di un suo rivale. Raccolto poi e avuto caro da papa Leone, cresceva bello della persona, grazioso di modi e nelle lettere ingegnoso; Goro Gheri avea consigliato dopo alla morte di Lorenzo mandare Ippolito a Firenze, e sopra di lui fondare la grandezza della famiglia. Era pensiero anche di Clemente, ma questi però aveva pure da provvedere a un altro bastardo, a cui vedemmo nella Capitolazione con Carlo V promesso uno Stato nel Reame, che fu il ducato di città di Penne.[143] Aveva questi nome Alessandro, minore all’altro di due anni, ed era nato da una schiava mora o mulatta, mentre Lorenzo e Giulio vivevano in protezione dei Duchi di Urbino. Lorenzo aveva per suo quel fanciullo che fiero e robusto riteneva della madre la pelle scura, le labbra grosse e i capelli crespi. Clemente nei primi tempi del pontificato mandava Ippolito a Firenze, dove egli viveva civilmente nel palazzo dei Medici sotto alla tutela d’un confidente della casa: l’anno dipoi veniva pure Alessandro, che fu mandato a stare nella villa del Poggio a Caiano. Il cardinale Silvio Passerini teneva il governo della città; uomo di poca mente, di modi aspri, e male accetto ai Fiorentini.[144]

Quando Clemente divenne papa trovò la guerra tra Francia e Spagna essersi rianimata in Lombardia, dove i primi successi aveano condotto l’ammiraglio Bonnivet fino alle porte di Milano. Qui era il vecchio Prospero Colonna infermo, che bentosto venne a morte, ma illustrò gli ultimi suoi giorni rialzando la fortuna delle armi spagnole per via di una bene sostenuta guerra di difesa, nella quale era egli eccellente. Carlo V, benchè lontano, sapeva imprimere nelle cose una fermezza che mai non era nel governo del suo nemico, nè si creava i generali per favori di Corte o di donne; ebbe in Italia capitani insigni, Antonio da Leyva ed il Marchese di Pescara, nato di gente spagnola ma divenuta oramai napoletana: molto autorevole presso a Carlo era il Signore di Lannoy fiammingo, vicerè di Napoli. Una crudel guerra di piccoli fatti conduceva. infine i Francesi a evacuare la Lombardia; mancò la scienza militare a quella nazione che tutte vinceva per valentìa: moriva in mezzo a quelle distrette Francesco Baiardo, esempio nobile di soldato virtuoso, nè io del suo nome vorrei fraudare l’Istoria nostra. Intanto l’inverno correva terribile ai vincitori come ai vinti; sopravvenne la peste, e mieteva oltre ai soldati gli abitatori miseri e affranti ed affamati di quelle Provincie: Antonio da Leyva, spietatamente devoto alla causa del suo Re, vessava la ricca Milano con crudelissime estorsioni.[145]

A questo tempo già gli Spagnoli con l’avere tante volte respinti d’Italia quei brevi impeti dei Francesi, parevano qui essere divenuti come inevitabili. E già la guerra che Leone aveva mossa e pagata, era grandissimo peso a Clemente che si sentiva del tutto inabile a fermarla. Il Duca di Sessa gli andava mostrando che egli era stato eletto pontefice col favore di Cesare; onde questi non poteva contentarsi con lui dei patti che aveva promessi Adriano, ma intendeva che la spesa dovesse cadere sopra di lui, come Leone l’aveva da principio consentita. Stringeva il Papa tanto più arrogantemente quanto più vedeva questi essere debole per ogni rispetto; ed alla scusa del vuoto erario, minacciando rispondeva facesse pagare i Fiorentini: il che era al Papa toccare un tasto molto spiacente. Questi ebbe natura capace al maneggio di cose dubbie nella città sua, più che al governo di tanta gran mole qual era il papato; la sua reputazione cadde quando egli dovette da sè risolvere quelle cose delle quali era stato ministro sotto al cugino e pareva esserne egli autore. Leone a lui dava il primo concetto e le ultime risoluzioni; poi, tra incuranza e accortezza, si nascondeva. Clemente, rimasto senza quella guida, fu incerto e infelice; quella stessa conoscenza delle cose, che aveva grandissima, gli era cagione di più intricarsi: in sè medesimo non fidando, cercò afforzarsi di consiglieri e trovò padroni, i quali, quando erano discordi tra loro, tiravano il Papa in contrari versi; ed egli poi credeva migliore il partito che prima era stato condotto ad abbandonare.[146] Poteva Leone credersi al suo tempo, con l’ampio Stato e il molto danaro, capace a inclinare le sorti pendenti tra Francia e Spagna; Clemente invece trovò lo Stato consumato dalle guerre e dalla smodata prodigalità di Leone; trovò il rispetto al pontificato distrutto dai vizi e dai disordini dei precedenti regni, l’Italia piena d’eserciti, e la Cristianità indebolita per la perdita di Rodi e per la preparazione che faceva il Re de’ Turchi contro all’Ungheria; trovò che la sètta Luterana aveva già tolto alla Chiesa gran parte d’Allemagna, e del continuo andava:[147] talchè si può dire, che se Leone moriva in tempo per il suo nome e pei suoi piaceri, Clemente invece saliva al regno appunto allora quando le cose tutte volgevano a ruina.

Sgombrata l’Italia il Conestabile di Borbone, a cui doveva essere prezzo del tradimento un regno in Francia, ebbe permesso da Carlo V d’invadere con le armi vittoriose la Provenza: egli medesimo e il Marchese di Pescara conducevano con forte esercito quella impresa, che da principio fortunata, dovette fermarsi innanzi Marsilia cui avevano posto assedio. La difendevano, oltre a un nerbo di Francesi, cinque mila soldati italiani con Renzo da Ceri, intanto che altri italiani fuorusciti stavano sotto alle bandiere del re Francesco, il quale a grandi passi discendeva per la liberazione di Marsilia. Ottenne allora grandissima lode il Marchese di Pescara persuadendo, contro al volere del Borbone, la ritirata, ed egli stesso poi conducendola per quelli aspri luoghi delle basse Alpi, dove la molta sua scienza di guerra salvò l’esercito. Questo usciva dalle Alpi nelle pendici di Lombardia, il giorno stesso che il re Francesco, tiratosi indietro alla sua volta e ripigliate le vie solite verso Italia, entrava in Vercelli. Non s’appartiene all’assunto nostro narrare i fatti per cui si venne a quella battaglia di Pavia fra tutte celebre pei grandi effetti che ne seguitarono. Essendo i Francesi entrati in Milano, Antonio da Leyva si gettò in Pavia tosto assediata dal re Francesco con tutto il fiore della nobiltà francese e un forte esercito che egli da se stesso ambiva condurre: andava come ad un tornèo, dispiegando il regio suo grado in lui congiunto alla prodezza del cavaliero. Incontro aveva la costanza d’Antonio da Leyva, e intorno era offeso con guerra incessante dalla perizia del Marchese di Pescara che fu in quei fatti grande capitano. La città essendo fortificata contro ogni assalto, durò l’assedio quattro mesi, nè parve al Re di sua dignità levarlo quando il Pescara gli si voltò addosso rinforzato da più migliaia di Tedeschi discesi allora dalla Germania. Francesco si era fortificato dentro al Parco di Mirabello, luogo da caccia degli Sforza, quando ai 24 di febbraio del 1525 il Pescara avendo rotti a forza i muri del Parco, si fece là dentro orrenda battaglia e strage grandissima, dove perirono molti principi e signori e capitani dei più rinomati nelle armi di Francia; il Re, combattendo in mezzo a’ suoi, cadde prigioniero. Gli Spagnoli col ricco bottino si compensarono delle paghe ad essi mancate per tutto l’assedio: il Re condotto nella fortezza di Pizzighettone, fu ivi ritenuto con grande ossequio e buona guardia.

Io non so quale fosse maggiore ed all’Italia più nociva, se la debolezza prodotta in essa dai vizi antichi, o la presente ignavia dei consigli; prudenza ultima che, prostrando gli animi, rende impossibili i rimedi. La Francia si era più risentita che abbattuta per la sconfitta e la prigionia del Re: la governava allora una donna di stirpe italiana, Luisa di Savoia, madre di Francesco; e perchè i popoli anelavano ad una riscossa, faceva istanze ai Principi dell’Italia per averli uniti seco in un grande sforzo ch’entrambi salvasse. Agli eserciti Spagnoli mancava il danaro, se non lo traessero dai luoghi stessi e da quei Principi astretti a comprarsi per tale modo una trista vita; non erano ancora usciti d’Italia poche migliaia di Francesi mandati prima contro a Napoli sotto al Duca d’Albania con le amicizie di Casa Orsina; i Veneziani, sebbene prudenti per animo e per necessità, faceano pratiche presso al Pontefice perchè si unisse a loro cercando un riscatto per via d’una lega comune d’Italia. Clemente, legato dalla sua propria irresolutezza, metteva indugi. Lo avrebbe chiamato ai forti consigli la molta ampiezza dello Stato che egli possedeva tra suo e della Chiesa dal Po fino al Tronto e al Garigliano; lo rattenevano il poco fidarsi dei Veneziani che al maggior uopo non lo abbandonassero, e l’erario della Chiesa vuoto, e i popoli stanchi e male affetti. Ma venne a rompere le dubbiezze un uomo che molto sopra lui poteva. Fra Niccolò Schomberg, arcivescovo di Capua, tedesco ma stato frate di San Marco nei tempi del Savonarola. Tornato da Cesare, persuase al Papa la conclusione d’un trattato di Lega, nel quale venivano inchiusi i Fiorentini e la Casa Medici, con lo sborso di centomila ducati rimasti indietro dai pagamenti a cui si erano obbligati. Del che in Firenze fu qualche rumore; e perchè nell’Arte della Mercanzia taluni dei Consoli facevano segno di resistenza, ne furono cinque privati d’ufficio, o come tuttora dicevano, ammoniti e messi a confino dentro al contado.[148] I Fiorentini, di cuore più che mai francesi, senza gridare avrebbero pagato quando fosse per unirsi a loro: ed è anche poi vero che i Francesi per tutta Italia destavano sdegni subiti, ma il mescolarsi con essi aveva le agevolezze sue, che mai non furono co’ Tedeschi nè con gli Spagnoli. Rubavano, e il tolto poi si godevano co’ derubati; da noi pigliavano le mode, il lusso e molte colture della vita; Francesco I chiamava in Francia gli Artisti italiani e gli teneva in grande onore. Ma per contrario gli Spagnoli sapevano meglio dare fiducia di sè stessi ai Principi e agli uomini che s’intendevano di governo, perchè avendo essi maggior sodezza di consigli, avveniva che nel trattare con loro si andasse con più sicurezza.

Per questi modi avevano prima l’avo Ferdinando e ora Carlo V fondato in Italia la signoria spagnola. Spiegava il giovane Imperatore di tanti Stati una prudenza e un’arte consumata nel governare la guerra in Italia e la politica, per via di ministri e di generali spagnoli e stranieri. Ma la fortuna gli era stata oggi sì larga da soverchiare nel vincitore le forze dell’animo; la prigionia del suo rivale gli fu tal dono, che a rispondervi non bastavano gli accorgimenti che bene stanno nei casi ordinari. Usò egli male quella sua vittoria, che a lui fruttava una sequela di lunghe guerre e spendere tutta la vita sua per mantenere quello che il caso di Pavia gli aveva già dato: se avesse avuto la forza d’alzarsi ad un atto generoso, avrebbe egli vinto davvero e ad un tratto Francesco I ed i suoi Francesi. Ma protestando non rallegrarsi della vittoria se non al fine di tutte volgere contro al Turco le armi cristiane pacificate, chiedeva la Provenza e la Borgogna, Provincie grandi e nobilissime, come taglia per la liberazione della persona del Re: se si fosse contentato d’una forte somma di danaro, che a lui mancò sempre, e della cessione di qualche fortezza o di un confine controverso, la Francia con gioia pagava il riscatto. Francesco intanto, contro al volere del Pescara e del Borbone, quasi di furto era per mare condotto in Ispagna dal vicerè Lannoy che aveva il segreto del suo Signore. Chiuso nel castello di Madrid, non fu da Carlo mai visitato, infinchè il tedio della prigionia non ebbe ridotto quella gioventù impaziente di Francesco in tale stato di languore che venne a Carlo grande paura non morisse; il ch’era lasciarsi fuggire il pegno di mano. D’allora in poi adoperando seco le seduzioni dell’amorevolezza, condusse quell’animo leggero e molle fino alla conchiusione di un trattato pel quale Francesco dava l’Italia a Carlo V, e si obbligava alla cessione della Borgogna pel solo fine d’ottenere egli la libertà della persona sua, con che però andassero in Ispagna prigioni in sua vece due suoi figli. Lo scambio avvenne a’ 18 marzo 1526: Francesco tornò allegro ai piaceri della sua Corte, ma d’allora in poi avendo perduto insieme col fiore della giovinezza prima le gioie superbe dei combattimenti, non ebbe più altro che il fasto dei vizi, e fu re povero di consigli e senza fede; perdè in Pavia per questo modo anche l’onore.

Quell’anno che scorse durante la prigionia di Francesco I fu in Italia senza guerre. Ma intanto l’imperatore Carlo V non ratificava la Lega col Papa, tenendo parte delle sue genti a vivere sulle terre della Chiesa, poichè non bastavano i campi Lombardi alla sempre avida penuria degli Spagnoli; e crudelissimo fra tutti Antonio da Leyva spremeva danari dalla città di Milano con ogni maniera d’estorsioni.[149] Il duca Francesco Maria Sforza, chiuso nel Castello, aveva intorno come un assedio di soldati dell’Imperatore, il quale alzando già l’animo alla signoria d’Italia, disegnava levarsi d’intorno quell’ombra di Duca. Ma ecco formarsi nel nome di questo un fino disegno: ne fu inventore il suo principal ministro Girolamo Morone, ingegno grandissimo di uomo politico, per quello che i tempi allora ne davano; il che vuol dire ardito e scaltro ma senza fede, macchinatore da un giorno all’altro di vari disegni, pronto a voltarsi dovunque il caso e la fortuna lo attirasse, rendendosi accetto al nuovo padrone col farsi egli stesso accusatore dei tradimenti che aveva orditi il giorno innanzi. Doveva una Lega sottrarre l’Italia al giogo spagnolo; vi entravano Francia, Venezia e il Papa: i modi già fermi, le parti assegnate. Ma il forte stava nell’ottenere che il Marchese di Pescara consentisse, alzando bandiera di ribellione a Carlo V, farsi re in Napoli che egli avrebbe conquistata con le armi comuni. Svelava il Morone a lui quel disegno; ma qui l’istoria si aggira tra inestricabili incertezze, non essendo ben chiaro se l’ambizione tentasse il Pescara, o se da principio volesse mandare innanzi le pratiche infinchè non ne avesse tutte in mano le fila, o se piuttosto non si tenesse aperte due vie, non bene sapendo chi poi da ultimo avrebbe tradito. S’appigliò infine a quel partito che al suo nome era il più onorato e che dalla moglie Vittoria Colonna gli era come imposto con alte parole: ma pure seguendo la trista usanza di quei tempi, avendo in Novara chiamato il Morone, lo dava in mano d’Antonio da Leyva. L’Italia non ebbe salute da quegli uomini: il Pescara, già infermo, moriva tuttora giovane poco tempo dopo; divenne il Morone, di prigioniero, ministro e guida e caldo amico degli Imperiali.

Francesco I, quando per la libertà sua cedeva una parte della Francia, donava quello che suo non era; ed un’Assemblea di Grandi del regno, da lui radunata nella città di Cognac, annullava quella capitolazione che egli in Madrid avea sottoscritta: si tornò in guerra, ed una Lega fu tosto conchiusa tra ’l Papa, il Re, i Veneziani e il Duca di Milano, ai quali si offriva il Re d’Inghilterra prestare soccorso. Aveva Francesco promesso mandare un esercito in Lombardia, che mai non venne; già le fortezze di tutto il Ducato erano in mano degli Imperiali sotto la condotta d’Antonio da Leyva e di Alfonso D’Avalos marchese del Vasto cugino al Pescara; il duca Francesco Maria Sforza era chiuso nel Castello di Milano, e la città spesso in ribellione contro agli Spagnoli che la trattavano crudelmente. Dalla parte della Lega comandavano alle genti pontificie Guido Rangone, alle fiorentine Vitello Vitelli; Giovanni dei Medici era capitano generale delle fanterie italiane, Francesco Guicciardini luogotenente del Papa con autorità presso che assoluta. L’esercito Veneziano, cui era commesso fare l’impresa di Milano sotto al comando del Duca d’Urbino, procedeva con tali cautele che apparivano soverchie, sebbene consuete a quel Capitano, e già da più anni alla Repubblica di Venezia. La Francia, che si era obbligata per la Lega a fare a sue spese scendere Svizzeri in Italia, non pagò il danaro; e quell’aiuto sempre aspettato non giunse mai. Lo Sforza, costretto dalla lunga fame, cedeva il Castello; nè il Duca d’Urbino fece mossa per soccorrerlo, nè altra impresa che l’espugnazione di Cremona. Invano era egli sollecitato di assalire Genova per terra, contro alla quale muoveano le navi di Francia con Pietro Navarro, e quelle del Papa che Andrea Doria conduceva, e quelle dei Veneziani; ma non bastava l’assalto dal mare, e già si sapeva che il vicerè Lannoy salpava dalla Spagna con molte navi. Questi però, nel passare dinanzi a Genova per andare a Napoli, non avrebbe osato impegnarsi contro a tale armata e a capitani tanto eccellenti; i quali essendo usciti fuori ad infestare la sua via, gli presero alcune navi della retroguardia e gli arrecarono molti danni prima ch’egli giungesse a Gaeta dov’era diretto.[150]

Il Papa intanto non si teneva bene sicuro quanto alle cose di Roma stessa e di Firenze; gli dava sospetto l’avere tramezzo alle due parti del suo dominio la città di Siena che allora viveva nella ubbidienza degli Spagnoli: mandava soldati in compagnia di fuorusciti, che ne mutassero il governo; ma erano delle novelle Ordinanze, e per la viltà loro falliva il disegno. Volle anche il Papa assicurarsi nella città di Firenze contro ai nemici di fuori e di dentro, fortificando alcuni luoghi del contado e tutto il giro delle mura dal lato d’oltrarno, con l’aggiungervi baluardi che andassero dalla porta San Miniato su nel Poggio di Giramonte. Condusse i lavori Antonio da San Gallo, insigne architetto, ma sotto alla direzione del Navarro chiamato a tal fine, uomo di molta scienza ed invenzione, che aveva può dirsi creata l’arte delle mine, dalla quale ottenne effetti mirabili; per suo consiglio furono abbattute le altissime torri che erano a Firenze come una ghirlanda, e n’ebbe il popolo forte sdegno.[151]

Era in Italia per Carlo V Ugo di Moncada, il quale adopratosi molto a dissolvere quella Lega, perchè trovò saldo essere quella volta l’animo di Clemente, dopo avere usato in Roma superbi dispregi, pigliò altre vie. Si vantava egli essere discepolo del Valentino, e ordì una trama con la famiglia dei Colonna, i quali potenti intorno a Roma di castelli e di vassalli, si armarono: il Papa s’armò anch’egli, ma Vespasiano di quella famiglia, molto in favore presso Clemente, lo condusse ad un trattato per cui promettevano i Colonna ritrarsi nelle altre loro terre fuori dello Stato della Chiesa: il Papa licenziò i soldati. Quando ecco una notte, Pompeo cardinale ed altri Colonna e lo stesso Vespasiano con alcune migliaia d’armati tornati indietro, entrano per la porta di San Giovanni Laterano, e traversate quelle parti deserte di Roma si raccolgono al palazzo dei Colonna, donde continuarono per le vie più abitate della città; nè il popolo si mosse. Diritto andarono al Palazzo del Vaticano, donde il Papa si era fuggito in Castel Sant’Angelo; e allora quelle orde, per tre ore abbandonatesi al saccheggio del tempio stesso di San Pietro e degli appartamenti pontificali, rapivano i mobili più preziosi, i vasi e gli ornamenti sacri, spogliavano all’intorno le abitazioni dei Cardinali; finchè dai cannoni di Castel Sant’Angelo furono costretti raccogliersi carichi di bottino alle case dei Colonna. La notte medesima in Castel Sant’Angelo Clemente sottoscriveva un accordo col Moncada, per cui s’obbligava a richiamare i soldati della Chiesa di qua dal Po, e le navi d’Andrea Doria dall’assedio di Genova, dare assoluzione ai Colonna e ostaggi di sua famiglia nelle mani degli Spagnoli. Per quell’accordo svanirono i sogni ambiziosi di Pompeo, al quale il Moncada avea fatto balenare dinanzi agli occhi la deposizione di Clemente e forse il papato: al Papa stesso era un preludio vergognoso di giorno più tristo.

Appena fu principiato ad eseguire quell’accordo che si chiamò Lega, tutti furono addosso a Clemente mostrando a lui ch’egli sarebbe l’uomo il più vituperato che fosse al mondo se lo avesse mantenuto. E da Firenze gli Otto di Pratica, che avevano il pondo di tutto il governo, mandarono Francesco Vettori molto suo confidente a dirgli che male poteano reggere la città.[152] Fu molto lungo l’andare e venire tra ’l Papa e il Moncada, che romperla seco apertamente non voleva; e già il luogotenente Guicciardini era venuto indietro fino a Parma; e il Duca d’Urbino, che volentieri si riposava, standosi in Mantova non faceva nulla. Giovanni de’ Medici solo continuava quant’era in lui la guerra per fato d’Italia. Imperocchè in quei giorni stessi Alfonso da Este, per la promessa di riavere Modena e Reggio, s’era accordato con l’Imperatore, non che si volesse troppo dimostrare, ma intanto aveva mandato al campo degli Spagnoli quattro falconetti, che a loro furono troppo grande aiuto. Giovanni de’ Medici non lo sapeva, e nella credenza che i nemici non avessero artiglierie combattendo presso a Borgoforte, si avanzò troppo sino a che la palla d’uno di quei falconetti non lo feriva in una gamba, la quale convenne gli fosse tagliata; ed egli moriva in Mantova dopo quattro giorni. Grande uomo di guerra, che non avendo ancora ventinove anni, già si mostrava oltrechè prode sopra ogni altro soldato d’Italia, capace a condurre qualunque esercito: combatteva per allora con quelle sue Bande, che dopo lui tennero il colore nero e il nome onorato. Pareva egli mettere l’anima sua nelle battaglie: della sconfitta di Pavia fu creduto essere stata causa non ultima che Giovanni vi mancasse, perchè ferito poco innanzi, aveva dovuto farsi trasportare fuori del campo. Il Machiavelli scrivendo al Guicciardini consigliava bene Clemente, facesse al signor Giovanni rizzare una bandiera di ventura per fare guerra dove gli venisse meglio:[153] era un partito capace a salvare (se modo v’era) l’Italia e Roma. Dalla moglie Maria Salviati, figlia d’una figlia di Lorenzo de’ Medici, lasciava Giovanni un fanciullo di sette anni, di nome Cosimo, che in Toscana fu primo Granduca.

Allora senz’altro le bande fatali dei Lanzichenecchi varcarono il Po, cui agognavano da gran tempo. Ne aveva condotti un qualche numero di Germania il Contestabile di Borbone insieme a un soccorso di soldati dell’Impero, e fecero molto in quelle fazioni che ebbero termine a Pavia. Poi si disciolsero mentre i Turchi devastavano l’Ungheria, dove fu morto in grande battaglia l’ultimo Re della stirpe nazionale di Santo Stefano. Ma Solimano, dopo avere conquistata Buda, tornava indietro all’improvviso; il che diede agio all’arciduca Ferdinando di aggiungere alla Casa d’Austria il regno d’Ungheria, com’egli aveva già per la moglie quello di Boemia. Quando la guerra in Italia si raccese, il vecchio Giorgio Frunsdberg, uomo principale tra’ Lanzichenecchi, fattane in Trento una chiamata, ne raccolse intorno a sè quattordici mila, i quali formarono un corpo franco, senz’altro soldo che di uno scudo pagato una volta, ma in Italia tirati dalla sete delle rapine e dei piaceri. Si componevano di borghesi delle città e di quella nobiltà inferiore che viveva nei Castelli co’ suoi vassalli e dipendeva direttamente dall’Impero; dura e fiera gente a cui la guerra era ogni cosa, e dove Lutero trovò la sua forza: l’Italia odiavano d’odio antico, e Roma odiavano come Luterani. Giorgio Frundsberg andava innanzi co’ suoi minacciando la vita stessa del Papa; nè avrebbero disdegnato di saccheggiare Firenze co’ ricchi suoi drappi di seta e il molto oro dei suoi mercanti e col grande nome che aveva nel mondo questa città. Molto si temeva che i Lanzichenecchi volessero per la via di Pontremoli entrare in Toscana; ma indugiarono lungamente, devastando le provincie di Modena e Parma, senza fare imprese dove la fatica fosse troppa rispetto al guadagno. Aspettavano il Borbone che a loro si unisse con gli Spagnoli ch’erano in Milano; ma questi negavano ostinatamente di abbandonare il grasso vivere che ivi facevano con l’oppressione esorbitante dei poveri cittadini, e non si mossero finchè il Leyva con altre estorsioni e più inique non avesse spremuto danari, dei quali potessero i soldati contentarsi. Tedeschi e Spagnoli si univano allora di qua dal Po sotto al Borbone, ma era incerto da quale parte anderebbe à volgersi la tempesta. Bene potevano a stornarla bastare le forze che aveva il Papa in Lombardia, perchè oltre ai soldati suoi propri e che erano condotti da Guido Rangone, combattevano per la Lega gli uomini d’arme francesi e svizzeri, i quali ubbidivano al Marchese di Saluzzo; e il Duca d’Urbino con tutto l’esercito dei Veneziani. Francesco Guicciardini luogotenente generale aveva ottenuto che i due primi passassero il Po; e da Bologna, dove si era trasferito, sollecitava con lunghe istanze il Duca d’Urbino si unisse con gli altri alla difesa del Papa; ma il Duca aveva un suo disegno di cauta lentezza, dal quale in nessun modo si voleva dipartire: un altro pericolo aveva frattanto commosso l’animo di Clemente. Gli Spagnoli che abbiamo veduti passare dinanzi a Genova col Signore di Lannoy, discesi al porto di Santo Stefano in Toscana, potevano tosto condursi a Roma, dove le difese erano scarse, poichè un assalto dal Papa tentato sul Reame finiva col guasto dei luoghi forti e delle ville dei Colonnesi. Clemente allora, com’era consueto, si diede a cercare accordi, ai quali trovò inclinato il Vicerè per le istruzioni che seco aveva recato di Spagna, di non procedere troppo innanzi contro al Papa, nè troppo commettersi al Borbone ed ai Tedeschi, i quali facevano le cose di proprio loro capo, senza molto dipendere dall’Imperatore. Il Vicerè della persona sua veniva in Roma ed a Firenze, donde era bisogno cavare il danaro che al Papa mancava: non era questi solito abusare le cose sacre, quanto Leone ed altri avevano fatto, nè mai si ridusse a creare Cardinali per moneta, sebbene potesse averne oltre a cento mila ducati; gli stava appresso Matteo Giberti vescovo di Verona, uomo da bene, da lui molto amato. L’accordo si fece, ma perchè avesse esecuzione bisognava fermare il Borbone, al quale i danari sempre erano pochi, per la grande voglia che avevano egli ed i suoi soldati d’andare innanzi. Il Guicciardini scriveva in Roma, che senza un forte provvedimento sarebbero stati una mattina presi nel letto: il Papa invece fidandosi, licenziava in quelli estremi Renzo da Ceri e le Bande Nere chiamate alla guardia di Roma stessa; e il Borbone procedeva, e traversati gli Appennini era entrato in Toscana. Guido Rangone e il Marchese di Saluzzo e il Duca d’Urbino lo seguitavano disuniti fra loro e lontani. I nemici erano in Val d’Arno, entrativi dalla parte d’Arezzo, e guastavano il paese; ma intorno a Firenze giungevano in tempo i soldati della Lega: la città fu salva, ma poi vedremo da quale tumulto fosse agitata. Prometteva il Duca d’Urbino al Guicciardini pigliare un qualche forte alloggiamento quanto più potesse accosto ai nemici, donde vessare quelle sbandate soldatesche, tanto da impedire ad esse il raccogliersi e andare innanzi; ma nulla fece allora nè poi: e il Borbone, camminando spedito senza artiglierie, apparve a’ 4 di maggio 1527 su’ prati di Roma da quella parte che è tra ’l Gianicolo e San Pietro.[154]

Ai 5 il Borbone ordinò le genti sue, e la mattina del 6 appresentò la battaglia dove il Borgo non aveva muro continuo, ma ben vi era fatto qualche riparo di terra. Sul primo mattino la nebbia era grande, la quale impediva ai difensori dirizzare le artiglierie; dentro erano poche milizie di conto e servitori armati del Papa e dei Cardinali, ma combatterono gagliardamente e al primo assalto ributtarono i nemici. Voleva il Borbone fargli tornare ai ripari, e andando innanzi agli altri fu morto da un colpo d’archibuso: il traditore non giunse al premio del suo delitto. La mischia divenne più fiera e confusa; il Cardinale dei Pucci, vecchio e debole, stette sempre in mezzo, confortando i difensori e ingiuriando di parole gli avversari, finchè mezzo morto non fu tirato nel Castello, dove il Papa si era fuggito a gran fatica nel corridore; e vi si ridussero molti Signori e Cardinali. Fu preso il Borgo, dove i soldati non trovando molto da rubare dopo il sacco che avevano fatto quivi e in palazzo i Colonnesi, andarono per la via di Trastevere, benchè rimasti senza capo, ma uniti alla preda; e perchè ai ponti non era guardia, entrarono nella parte di Roma abitata e ricca. «Ammazzarono chi vollero; predarono le piccole case, le mediocri, le botteghe, i palazzi, i monasteri d’uomini e donne, le chiese: feciono prigioni tutti gli uomini e donne ed insino ai piccoli fanciulli, non avendo rispetto a età, nè a sacramenti, nè a cosa alcuna. L’uccisione non fu molta, perchè rari uccidono quelli che non si vogliono difendere; ma la preda fu inestimabile di danari contanti, di gioie, d’oro e d’argento lavorato, di vestiti, d’arazzi, paramenti di case, mercanzie d’ogni sorte; ed oltre a tutte queste cose, le taglie che montarono tanti danari, che chi lo scrivesse sarebbe tenuto mentitore. Ma chi discorrerà per quanti anni era durato a venirvi del continuo danari di tutta la cristianità, e la maggior parte d’essi restava; chi considererà i cardinali, i vescovi, i prelati, gli ufficiali che erano in Roma; chi penserà quanti ricchi mercanti forestieri, quanti romani, i quali vendevano tutte le loro entrate care, ed affittavano le loro case a gran pregio nè pagavano alcuna tassa o gabella; chi si metterà innanzi agli occhi gli artigiani, il popolo minuto, le meretrici; giudicherà che mai per tempo alcuno andassi città a sacco di quelle che s’abbi memoria, donde si dovesse trarre maggiore preda.[155]» Alle rapine si aggiungeva lo scherno; prelati seminudi condotti per Roma o esposti all’insulto nei quartieri dei soldati. Era una vendetta covata nei secoli, e Roma e l’Italia in quel giorno ebbero punizione: le ingiustizie d’allora in poi mutarono sede, avendo sostegno da una forza più ordinata, ma insieme più dura e più materiale. Il sacco più giorni continuato cessava, quando il Papa ebbe consentito rimanere prigioniero degl’Imperiali con asprissime condizioni: lo Stato intero della Chiesa venne a dissolversi, quello di Firenze già era caduto di mano a Clemente.

Capitolo VII. NICCOLÒ MACHIAVELLI — FRANCESCO GUICCIARDINI MICHELANGELO BUONARROTI. DESCRIZIONE DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE.

Pochi giorni dopo a che erano avvenuti questi fatti, moriva Niccolò Machiavelli. «L’universale per conto del suo Principe l’odiava: ai ricchi pareva che quel libro fosse stato un documento da insegnare al duca Lorenzo tor loro tutta la roba, e a’ poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva ch’ei fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talchè ognuno l’odiava.» Queste cose scrive del Machiavelli Giovan Battista Busini. E il Varchi dice di Niccolò, che «se all’intelligenza che in lui era de’ governi degli Stati ed alla pratica delle cose del mondo, avesse la gravità della vita e la sincerità de’ costumi aggiunto, si poteva per mio giudicio piuttosto con gli antichi ingegni paragonare, che preferire ai moderni.» Dal Cerretani suo contemporaneo è detto «uomo da servir bene la voglia di pochi;» al che risponde il soprannome di mannerino, che a lui diede in altro luogo. Il Machiavelli, nato di antica stirpe, non ottenne grado per cui s’innalzasse nella Repubblica; ebbe commissioni piuttostochè uffici; e segretario dell’uffizio dei Dieci non vuole confondersi con quei segretari cancellieri della Signoria i quali tenevano il filo delle faccende perchè non mutavano co’ magistrati. Alle maggiori ambascerie andava nel secondo grado, e di quel mirabile suo osservare e giudicare le cose del mondo, allora in Firenze si accorgevano poco, tenendolo come persona ambigua e che fosse mandato a rincalzo oppure a guardia degli ambasciatori. Piero Soderini lo adoprò molto dentro e fuori, avendo in lui fede sino all’ultimo; il che non tolse a questi di mettere subito dopo in canzone il suo patrono che si era lasciato cavare di seggio con la innocenza d’un bambino. Mai non si trova che il Machiavelli tradisse chi egli serviva, ma dei caduti più non sapeva che farsi e gli obliava. Nemmeno ebbe accusa di essere avido di guadagni, egli che nacque e visse povero, tanto che appena gli fu tolto servire lo Stato, temè «divenire per povertà contemnendo.» I Rucellai amici suoi lo sovvenivano, dilettandosi molto della sua conversazione: in quegli Orti loro viveva famigliarmente coi più ingegnosi giovani che allora fossero in Firenze; il Guicciardini, lo Strozzi, il Vettori avevano seco frequenza di lettere, amando giovarsi delle argute cose ch’egli notava, ma più di rado de’ suoi pareri: quando venivano a Roma di queste lettere, Clemente VII voleva gli fossero lette, ma poi dell’uomo non si fidava.

Pure Niccolò da quella sua povera villa presso San Casciano scriveva al Vettori, nei primi mesi di Leone, quanto egli bramasse uscire di lì «e dire, eccomi!» — «Vorrei che questi Signori Medici mi cominciassero adoprare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. — Della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè anni che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia.» Passarono gli anni, e i Signori Medici non l’adoprarono, nè il Governo popolare nei primi suoi giorni mostrò fare caso di lui. Solo una volta sugli ultimi della vita di Leone gli Otto di Pratica lo mandarono in Carpi al Capitolo dei Frati Minori per cose che importavano al governo della provincia di quell’Ordine, e per cercarvi un predicatore: del che nelle scambievoli lettere egli e il Guicciardini, fanno i grandi motteggi. Quattr’anni dopo andò a Venezia, mandato dai Consoli dell’Arte della Lana per la recuperazione di certi danari. Più tardi il Guicciardini Luogotenente all’esercito della Lega lo mandava in proprio suo nome al Campo sotto Cremona perchè sollecitasse il Duca d’Urbino a torsi di là, dov’era un perdere l’opportunità di prender Genova. Da ultimo andava, mandato dagli Otto, a stare presso al Guicciardini nella infelice guerra la quale condusse al Sacco di Roma, e rimase presso lui sempre sino a che non fu mutato lo Stato in Firenze.

Per tal modo passarono gli ultimi quindici anni del Machiavelli, che nella stessa famosa lettera da noi citata racconta la vita che egli faceva standosi in villa. Usciva innanzi giorno ad uccellare mettendo le panie da sè; poi badava ai tagliatori di certe sue legne e alla vendita delle cataste; di lì con un libro sotto il braccio andato ad un fonte, leggeva gli Amori dei Poeti Latini, si ricordava de’ suoi e godeva un pezzo in questo pensiero. Stava un poco sull’osteria; dopo mangiato vi ritornava, dove con l’oste ed un beccaio ed un mugnaio e due fornaciai giuocava a cricca infino a sera, gridando con loro e combattendosi un quattrino, sì che gli sentivano da San Casciano. «Così rinvolto (continua) in questa viltà traggo il cervello di muffa e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse. Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; ed in sull’uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono: e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro.»

Tale era quell’uomo. A lui non si disdiceva esercitarsi tutte le ore della giornata nella conversazione degli uomini abietti, nè molto mi pare gli costasse farsi triviale con essi. La sera poi, solo nel suo scrittoio alzava il pensiero fino a quei grandi antichi uomini che avevano fatto le grandi cose: da quell’insieme di vita uscirono i libri del Machiavelli. Vestiva egli panni reali e curiali quando gli accadeva di chiudersi nella solitudine del suo pensiero, ma nel comune abito del conversare a lui mancavano la gravità e il decoro che pure ci vogliono a condurre gli altri e farsi autorevole; nè lo tenevano come uomo di Governo coloro medesimi che più gli erano familiari. Da questo non essere egli mai stato a capo di molti in grandi faccende proviene, a mio credere, che nonostante quel mirabile suo acume, gli scritti di lui non siano pratici abbastanza, come di chi avesse fatto le cose da sè, le avesse fatte più che guardate, e nel contendere giornaliero avesse dovuto gli altri saggiare sotto ogni aspetto. Dice egli stesso, che «a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna esser principe, ed a conoscer bene quella de’ principi bisogna essere popolare.[156]» Parve a me sempre che il Machiavelli conoscesse gli uomini meglio che l’uomo, gli conoscesse per quello che fanno essi in comune e che importa direttamente alla vita pubblica; ma non gli guardasse o intendesse per quello che sono, ciascuno in sè stesso, e in casa e in famiglia; le quali cose fanno ostacoli ai quali non pensano gli ingegni speculativi, ma bene gli sentono i veri pratici del Governo. Inoltre non ebbe il Machiavelli scienza bastante nemmeno dai libri; fu meno dotto di molti in Italia nell’età sua, di greco non sapeva, e tra i latini solo agli storici avea posto mente; nè la scienza intera dell’uomo gli avevano data gli antichi scrittori. Innanzi gli stava il popolo della Repubblica di Firenze ed al suo tempo le disperate sorti d’Italia come esempi del male; il buono e il grande nell’antichità cercava, e quindi a lui venne l’abito di tenere gli occhi volti indietro, professando quella sentenza, che sia mestieri gli Stati corrotti ricondurre ai loro principii; il che è un cercare rimedio alle cose fuori di loro medesime, cioè in quel loro essere che è svanito. Molte sentenze del Machiavelli, che sono frutto di quel suo ingegno essenzialmente speculativo, riescono in fatto meno applicabili ai singoli casi; donde hanno falsato il pensiero di coloro che troppo seguirono la scuola del Machiavelli.

Non ha egli, nè credo la lingua italiana, pagina che agguagli quella Esortazione a liberare l’Italia dai barbari, la quale sta in fondo al libro del Principe. Qui vanno del pari e fanno tutt’uno l’affetto e il pensiero; qui è l’espressione di un ideale che ha fonte nel vero. Un intelletto qual era il suo, doveva bene farsi capace come nessun rimedio fosse bastante finchè l’Italia non avesse grandezza e forza da stare appetto delle altre nazioni; era un’idea senza possibile attuazione, ma una idea che allora nasceva e già cominciava per molti ad essere un affetto. L’avevano destata i nostri danni e le vergogne, la prova fatta della impotenza nostra e il soprastare di quelle nazioni che da noi erano appellate barbare perchè più rozze, ma nelle quali era più forte compagine, e più attitudine al comando perchè meglio di noi sapevano ubbidire. Finchè a tal prova non si venisse, un Duca in Milano e una Repubblica in Firenze avevano bene potuto contare qual cosa nel mondo: oggi era intristito e pieno di scoramento il vivere delle città italiane prima lussureggianti; e questa Italia da un capo all’altro sentì ad un tratto la sua miseria. Il Machiavelli avea veduto le altre nazioni farsi potenti nella unità, e perchè avevano armi proprie; conobbe la forza delle Fanterie che ubbidiscono ad un capo solo e vanno insieme come un popolo ordinato, costrette da un vincolo e da una necessità comune. Scriveva pertanto i libri sull’Arte della Guerra, i quali formassero a disciplina questo scorretto popolo italiano; volendo, quanto era in lui, che fosse esercitato nelle armi per via di quelle milizie provinciali intorno alle quali poneva egli stesso quelle molte cure che abbiamo già detto. Aveva egli colto sul vivo le cause della debolezza nostra; nè fu sua colpa se il pensiero di lui rimase, quanto alla pratica, di nessun effetto.

Quel fine solo che egli ebbe sempre dinanzi agli occhi, cercare la forza, era lo stesso a cui tendevano già tutte al suo tempo le cose del mondo, ed era la prima forma del pensiero politico in quella età che noi siamo costretti chiamare di risorgimento. Abbisognava innanzi tutto frenare il disordine del Medio evo, il che si fece spianando le buone cose e le cattive sotto al regolo del Principato. Vi guadagnarono le nazioni grandi maggior sicurezza di loro medesime, e più attitudine ai grandi fatti e alle grandi opere; la libertà crebbe quant’all’esercizio della vita giornaliera, donde sparirono molte disuguaglianze secondo i luoghi e soverchierie private le quali impedivano al corpo intiero delle nazioni l’unirsi all’acquisto dei loro diritti. I mezzi usati in quella età dai grandi Principi per tirare a sè ogni cosa, furono ingiustizie e frodi e violenze; ma dove una monarchia forte avea fatto una nazione grande, il fine poteva cuoprire le colpe state ministre ad un tale effetto. Fra noi la frequenza dei peccati gli aveva ridotti in canoni di politica: qui era un contendersi tirannie brevi, angusto il campo, l’urtarsi continuo; i nuovi Signori non aveano tempo di farsi un popolo che gli sostenesse; pensieri di Stato non si poteva pretendere che allignassero tra quei Principi dai quali traeva i suoi esempi il Machiavelli. Studiava egli i modi atti all’acquisto di un principato, e non s’accorgeva quei modi stessi poi divenire impedimento a che avesse mai buono e stabile fondamento. Di tali modi fu maestro sommo sotto ai suoi occhi il Valentino: costui fece prova di grande accortezza quando egli seppe tutti in un giorno levare di mezzo i Condottieri che egli temeva; ma che un tale atto e più altri somiglianti dovessero poi farlo guardare universalmente come peste pubblica ond’egli da tutti fu abbandonato, questo nè il Valentino nè il Machiavelli suo lodatore aveano saputo antivedere. Al Machiavelli mancò la scienza ch’io dissi dell’uomo, la quale comprende in sè la scienza della umanità mostrando certi uffici scambievoli ch’è necessario mantenere, e certi limiti delle umane cose, i quali ogni volta che sieno oltrepassati, si cade nel vuoto. L’arte politica in Italia fu per due secoli l’arte propria dei venturieri; a quella scuola si formò il genio del Machiavelli, e quelli erano i suoi rozzi panni dei quali mai non potè spogliarsi. Nè quel suo Principe educò ad altro, nè l’idea di Stato come oggi s’intende e dove il Principe fosse un magistrato, idea che al suo tempo cominciò a spuntare, fu mai pensata nè antiveduta dal Machiavelli.

Ma fu egli tenuto malvagio al di sopra dell’uso che era comune in Italia così tra i popoli come nelle corti, ond’è che da lui pigliassero nome le arti peggiori. Che avesse egli malvagio il pensiero si scorge ad ogni tratto nei suoi libri: nelle commedie mette innanzi personaggi malvagi tutti, come se quella fosse l’essenza dell’uomo; dice in un luogo, che «gli uomini non operano mai nulla bene, se non per necessità:» il che è vero nei popoli, quando non sia la forza delle leggi freno ai disordini; ma non è poi vero sempre dell’uomo in sè stesso e in tutta la vita. In quella crudezza di sentenze disperate quali era egli solito adoperare, calunniava perfino sè stesso, perchè nella vita di lui non troviamo scelleratezze nè tradimenti, nè atti nei quali per utile proprio fosse egli autore del male degli altri. Malvagio cred’io avesse l’ingegno, l’anima corrotta da quella medesima disperazione del bene che pare cogliesse tutti in quel secolo gli Italiani. Loda «la fraude, la quale è meno vituperevole, quanto è più coperta.» Vero è che sono altri scrittori politici di nome grandissimo e non italiani, che dicono essere cosa lodevole ingannare; ma se nel vivere e nel sentenziare riciso e sicuro del grande scrittore mancò la vergogna, non è maraviglia se i tristi lo tennero peggiore di loro. Alla fierezza, alla potenza inarrivabile del suo scrivere, alto e popolare nel tempo medesimo, che ha del solenne e dello sprezzato e sotto alla toga romana conserva l’ardito atteggiarsi dell’uomo di San Casciano; a quelli effetti i quali vengono dallo scrittore, si deve, io credo, non rare volte certa sovrana autorità che ai suoi dettami venne concessa.

Nel Machiavelli però mi sembra scorgere l’immagine e la espressione di quello che era l’Italia al suo tempo. D’ingegno elegante e fecondissimo, di costumi sciolto; acuto mirabilmente nell’intendere, ma senza che i fatti corrispondessero al pensiero; vestendosi a un tratto la toga curiale, ma la vera sua grandezza chiudendo in sè stesso e ingallioffandosi poscia tra plebee sozzure ed infamie principesche; rinvolto nella muffa della viltà per isbizzarrire la fortuna e vedere se la se ne vergognasse; e dopo lungo esercizio in cose di Stato, ambizioso di servire a chi reggeva: ammirato e vilipeso, usato e negletto; posto a segnale di colpe perchè maestro e perchè infelice; e nei maneggi politici mescolato a’ Principi egli maggiore d’ognuno di loro, senza solennità di carattere e senza forza che lo munisse; sopportando superbie indebite, e con indebiti dispregi e odii vendicandosi. E della politica sentiva come sentiva l’Italia: ad alto fine intendeva, alti concetti agitava; ma erano forze abusate, grandezze corrotte, che nella inopia de’ mezzi e nella disperazione, come le aquile romane i giorni della sconfitta nel fango giacevano. Nè spenta era la religione più nel pensiero di lui che in quello d’Italia: come alta cosa la riveriva, come italiana l’amava; poi per isdegno del malgoverno da cui la vedeva deturpata, con ischerni l’assaliva; e con i vizi la cancellava dal core suo. Tale fu il Machiavelli e tale l’Italia.

Se in quegli anni era tra noi chi potesse mostrarsi co’ fatti grande uomo di Stato, io credo che innanzi a tutti starebbe il nome di Francesco Guicciardini. Nato quattordici anni dopo al Machiavelli, non ebbe egli tempo di fare suo proprio l’antico vivere di Firenze; ma uscito appena dalla puerizia vidde altre genti ed altre scuole regnare in Italia, e in quell’età quando ciaschedun uomo si forma l’abito del pensiero, dovette la mente di lui allargarsi a cose maggiori, sebbene costretta guardarle dal basso. Compieva l’educazione sua fuori di Firenze, avendo tre anni studiato in Padova la ragion civile; donde tornato in patria, fu a ventidue anni condotto a leggere l’Istituta, esercitando anche con molto suo frutto e molto onore l’avvocheria. Prima di trent’anni e fuor d’ogni esempio andò in Ispagna, come si è visto, Ambasciatore per la Repubblica. Dalla disciplina del padre avea attinto costumi gravi, oltre all’usanza dei pari suoi; la professione di giureconsulto poi gli mantenne, siccome quella che sta nel cercare dentro al viluppo dei fatti umani la relazione ad un principio alto e immutabile che è il diritto, a cui s’accompagna per necessaria congiunzione l’idea del dovere: per questo i veri giurisperiti quando sien messi a governare, vi recano sempre qualcosa insieme di più elevato e di più pratico. In quanto all’arte politica, io non dirò già che il Guicciardini ne avesse in Ispagna una molto virtuosa scuola, ma trovò uno Stato allora sul colmo, e dimorò un anno presso ad un Re che a tutti era reputato maestro; nè avrebbe di meglio appreso in Italia.

Sebbene fosse egli alieno da ogni concetto speculativo e sempre vivesse in grandi faccende, pochi altri scrissero quanto lui; ma era lo scrivere a lui una parte di quel lavoro d’osservazione che egli cercava ridurre a scienza, per quindi usarla nei pubblici fatti. Abbiamo oggi a stampa molti suoi scritti che prima giacevano negli archivi della famiglia: la storia di Firenze, opera giovanile, a noi è già nota; e vi è un trattato su questa Repubblica in forma di dialogo; poi vari discorsi intorno al Governo della città nelle tante mutazioni allora patite, ma il maggior numero scritti per assicurare lo Stato ai Medici; poi oltre al carteggio di Spagna, quello da lui tenuto nei vari governi ch’egli ebbe in Romagna ed altrove per la Chiesa, ed il carteggio dei Commissariati e della Luogotenenza generale nella guerra del Papa con Cesare. Le lettere a noi sono esemplare di bello scrivere signorile; per la materia l’importanza loro riesce grandissima, ed esse onorano generalmente il Guicciardini. Quelle dell’ultima guerra che finì col Sacco, mostrano con quale alto esercizio d’autorità facesse quanto era in lui per tenere fedeli all’obbligo e all’onore loro il Duca d’Urbino e il conte Guido Rangoni, al quale aveva diritto di comandare. Dipoi lo troviamo con appassionata sollecitudine adoperarsi, ma invano, a cavare il Pontefice di prigione, dispiegando egli solo in tanta ruina virtù e consiglio che nulla lasciano da desiderare.

In altri scritti, o riandando le cose a bell’agio o anche pigliando a esaminare punti difficili a risolvere in vari tempi e in vari luoghi, discuteva egli il pro e il contra dei partiti da pigliare, a fine di studio; al quale fine altri lavori si trovano fatti per uso suo proprio. Vi hanno per ultimo un grande numero di pensieri politici: in questi mostra egli volere come tirare una quintessenza delle cose da lui osservate o fatte da lui, non senza pigliare a esame sè stesso, quasi egli volesse formarsi una dottrina politica in tutte le varie sue parti quanto più fosse possibile sufficiente. Imperocchè dalle date che sono apposte a questi ricordi, si vede com’egli nei tempi d’ozio ne scrivesse molti insieme, richiamando nel suo pensiero le cose fatte e le vedute in quell’intervallo, perchè servissero a lui come canoni al giudicare e norme all’oprare. Di tale ostinato lavoro di riflessione che in lui si faceva, è prova solenne l’Istoria d’Italia: niun’altra l’agguaglia quanto alla moltiplicità dei fatti che dentro vi stanno, ciascuno al posto che gli si appartiene, con le cause che gli produssero e con gli effetti che ne seguirono, essi stessi divenendo cause di altri eventi. Pregio sommo di quello storico è la comprensione dei fatti minuti, che per legami sovente oscuri si uniscono a rendere inevitabili quelle conseguenze d’onde poi si muta la sorte dei popoli. Fu proverbiale contro al Guicciardini l’accusa d’averci descritto le guerre di Urbino e di Pisa con troppo minuta e spesso noiosa diligenza; ma non poteva egli narrare un fatto senza fermarsi a porre in chiaro le circostanze della riuscita, non che gli errori per cui falliscono i disegni. Voleva con quella sua Istoria dare insegnamenti a chiunque abbia mano in cose di Stato o in cose di guerra.

Quanto a sè, non ebbe egli mai le mani libere come chi governa la patria sua o la sua parte, facendo le cose che ama e che vuole e in quelle ponendo tutto sè medesimo: si lagna invece come di sua sventura l’avere dovuto ne’ più alti gradi servire a due Papi, egli che odiava i vizi dei chierici. Ma era comune sorte ai politici italiani, servire cause che niuno di essi poteva amare se non per proprio suo guadagno, ed alle quali non avrebbe in fondo dell’animo bramato vittoria. Quando in Italia sorse la coltura, cominciò gigante, perchè una grande contesa occupava di sè tutti gli animi e tutti i pensieri; molti papi furono grandi politici, e nell’opposto campo Matteo da Sessa e Pier delle Vigne poteano esser tali, perchè seguivano una parte che aveva in sè un vero e che era comune a un grande numero d’Italiani. Ma questa coltura progredì ornandosi mentre si fiaccava, nè il Guicciardini ebbe una bandiera cui seguitare con alto animo e volontà forte, più che non l’avessero quei condottieri delle milizie pei quali divenne la guerra una scienza, intanto che ogni virtù militare veniva a spegnersi in Italia. Tale in politica fu il Guicciardini; e finchè basti ad onorare il nome suo l’avere servito con fede e nel governare mantenuto non che il decoro delle apparenze ma un sentimento dei suoi doveri, potrebbe essere egli tra’ nostri politici tenuto il migliore. Il che non vuol dire che fosse buono; era accusato d’animo duro, superbo ed avaro. Quest’ultima accusa credo gli venisse dai rigidi modi nell’amministrare; in quanto a sè, netto fino al non sapere come procacciarsi danaro alle doti da maritare le sue figliole. Duro e superbo era egli; inclinava piuttosto al crudele che al fraudolento; a chi governa giudicava essere buona ogni cosa pure di riuscire, ma dentro a sè stesso la regola d’una legge parea che sentisse. A lui non andavano le massime scellerate, come si vede ne’ suoi Ricordi; che gli uomini fossero tutti malvagi necessariamente e sempre, dichiara sentenza bestiale ed assurda. Ai Principi (dice) torna gran conto apparire buoni; ma tosto aggiunge che la necessità di mantenere coteste apparenze dovrebbe nel fatto mostrare ad essi come il più sicuro modo sia essere tali. Si scorge in più tratti come egli intravegga il vuoto delle grandezze, e in certi appunti della sua vita scritti a trent’anni, e per lui solo, confessa a Dio la vita mondana, la quale non s’era per anche indurita in colpe maggiori.

Era il governo per lui un fatto, nè alla libertà credeva, nè alla virtù delle forme. Di genio andava con gli Ottimati, pel grande dispregio in che ebbe i Consigli e i voti popolari; non si vede però che cercasse, come altri al suo tempo, fondare un governo sull’esemplare dei Veneziani; ma costretto stare co’ Medici, che egli non amava, questo solo avrebbe voluto, che sotto a quell’ombra governassero i più capaci, primo egli fra tutti. Non gli repugnava dare al Papa il consiglio di porre lo Stato di Firenze in mano a pochi senza temerne pericolo; perchè (diceva egli) quei pochi avendo il campo libero agli arbitrii, saprebbero anche d’essere in odio all’universale; il che gli terrebbe più stretti a quella Casa il cui nome era una forza. Cotesti consigli non erano buoni: ma peggio fu quando i Medici essendo tornati principi, si trovò a questi sospetto, come uomo troppo alto locato, intanto che a lui rodevano il cuore le ire superbe contro agli uomini popolari che avevano osato sì a lungo resistere. Allora i consigli da lui dati al Papa, che sono impressi in più discorsi, mostrano ch’egli nè avrebbe voluto un principe effettivo, nè altro saputo raccomandare se non quel suo solito governo di pochi. Ma era troppo tardi; e già Clemente, si era sentito le mani libere quando ebbe visto l’Italia tutta ammutolita dalle armi straniere; e il Guicciardini, che ad ogni modo era costretto a volere lo Stato de’ Medici, sfoggiando in durezza e inacerbito dalle private sue passioni, fu crudele nel confinare chiunque avesse potuto dare ombra. Ma pure temeva si potesse dire che aveva fatto poco; del che si scusava col mettere fuori la necessità «di mantenere viva la città a fine che questo non sia uno Stato senza entrate, che non vuol dir altro che un corpo senz’anima.» Il Guicciardini lasciava di sè memoria odiata nella patria sua.

Mi è caro questa rassegna d’ingegni pei quali ha grandezza l’istoria nostra, finire col nome di Michelangelo Buonarroti. Sugli ultimi due che abbiamo notati pesarono gravi le colpe del secolo a cui appartennero; ma il Buonarroti ebbe natura e ingegno che sembrano del tempo dell’Alighieri e si direbbero come usciti seco dal masso medesimo. Che se il Poeta si può inalzare più in su dell’Artista, ciò viene in lui non che dalla qualità del fine, dalla eccellenza dei mezzi che ad esso conducono; l’ingegno suo vive nell’esercizio d’un pensiero più alto e più vario e senza confine, contempla continuo gli aspetti e le forme e le imagini delle cose guardandole dentro all’anima sua, e fuori nella universalità del mondo; adopra incessantemente di sè stesso la parte più degna. Ma invece l’artista, perchè delle cose non può altro rendere che le parvenze, esprime con l’uso di mezzi meccanici quella imagine che egli ha concetta; lo studio tecnico, a lui necessario, gli porta via troppa gran parte di sè, non dice intera la sua parola. Nessuno mai ebbe nè tanto facili come il Buonarroti nè tanto possenti i mezzi dell’Arte, ond’è che niuno mai lo agguagliasse in quanto all’esprimere gli alti concetti per via d’imagini figurate. Continuò fino alla vecchiezza lo studio paziente ed ostinato dell’anatomia del corpo umano; vivea su’ cadaveri quell’uomo di tanta autorità e fama le intere giornate, cercando nel morto come si muovessero i muscoli, e in essi dipoi col pensiero suo divinatore mettendo la vita. Di questa sua scienza faceva uno sfoggio che può alcune volte parere soverchio; ma intanto fu egli il più ideale degli Artisti antichi e moderni. In questo amore, in questo sentimento dell’ideale stava il movente della forza per cui fu creatore il genio del Buonarroti: andava sempre più in là dei mezzi che l’arte gli dava, sebbene avesse la facoltà di trarre da un marmo alla prima l’ingombro del masso informe nel quale vedea la figura che avea concetta nel suo pensiero, e a farla uscire fuori mandasse giù colpi del fiero scalpello.

Sentiva altamente la bellezza; ma questa mi pare facesse consistere piuttostochè nella assoluta squisitezza delle forme, in quella imagine che a lui raffigurasse meglio l’idea della mente, e che non di rado cercava esprimere con la poesia scritta. A questa però non aveva egli avuto scuola nè fattosi abito sufficiente, ond’è che fallisse molte volte a lui lo strumento, sebbene adoprato con grande fatica. Quel ch’egli aveva immaginato, fidava sicuro all’opera della mano; e quanto più andava in là per tal modo, tanto più lontano poneva quel segno al quale avrebbe voluto condursi col mezzo della parola. Sono di lui molte poesie, che più tardi andarono a stampa non so s’io mi dica rifatte o disfatte da uno della famiglia sua. Ora ne abbiamo, grazie al signor Guasti, il primo getto qual era uscito dalla penna del Poeta: io non mi perito di chiamarlo tale, sebbene a lui mancasse l’arte di fare i bei versi, e desse alcune volte nell’astruso o in quei troppo arguti concetti ai quali il secolo già inclinava: sono spesso embrioni di liriche, a cui l’Editore ben fece d’aggiungere una interpretazione. Ma in tutti i luoghi dove al Buonarroti riesca in parole scolpire il pensiero, e dove il concetto abbia intera e limpida espressione, ogni volta insomma che trovi egli modo a scrivere la sua poesia come già dentro a se stesso l’aveva sentita, è grande poeta.

Come nell’arte Michelangelo tenne un luogo dove egli era solo, così mi pare lo tenesse in tutta la vita, che a lui durava lunghissimi anni. Accolto all’uscire dalla fanciullezza nella casa ed alla mensa di Lorenzo de’ Medici, e avendo fino dalla gioventù destata di sè maraviglia, fu tosto chiamato alle grandi opere del principio del pontificato di Giulio II, che volle di lui fare una gloria del suo regno. Il Papa lo amava, nè poteva stare senza lui; ma impetuosi com’erano entrambi, facilmente si guastavano tra loro e tosto venivano alle rotte. Il Papa una volta discorrendo di lui e dell’eccellenza sua diceva: «ma è terribile, come tu vedi; non si puol praticar con lui.» Si direbbe che l’uno dell’altro avesse paura: essendo Michelangelo una volta fuggito da Roma, dovette il Papa quasi pregando e con intromessa d’altri farlo andare a Bologna perchè gli facesse in bronzo la statua, che poi fu distrutta dal popolo bolognese. Sentiva altamente di sè e dell’arte, superbo non era: abbiamo di quel tempo le lettere di Michelangelo alla sua famiglia, soccorsa da lui e quasi governata con cure paterne; ma per la modesta gravità delle sue parole non si direbbe fosse egli nè tanto giovane nè tanto grande: una volta che un suo fratello aveva voglia di andare a Bologna, scrisse non lo lasciassero andare perchè (aggiungeva) «Son qua in una cattiva stanza e ho comperato un letto solo nel quale stiamo quattro persone, e non arei il modo raccettarlo come si richiede.» In Roma gli Artisti grandi vivevano lautamente: Raffaello aveva ornata una sua casa, usciva con grande accompagnamento, e per poco non fu cardinale. Michelangelo ebbe altre glorie, nè fu chi ne avesse al pari di lui: era invalso chiamarlo il divino; due suoi discepoli ne scrissero e pubblicarono la vita mentre era ancor vivo: i Principi stessi a lui facevano di berretta.

Molto aveva guadagnato, ma non mutò quella sua semplice vita: aveva ottant’anni quando gli moriva un suo carissimo servitore chiamato l’Urbino, e scrisse di quella morte al Vasari con sì profonda verità d’affetto, che non può egli tanto essere ammirato da noi per l’ingegno che più non sia amato per quelle parole: respira in esse quell’alto sentire in fatto di religione, che fu tanta parte della sua natura di uomo e di artista. Il secolo declinava, e il sommo ideale già si era abbassato per due contrari versi nel mondo diviso. Pare a me che il Buonarroti rimanesse ultimo nell’antica altezza; non si abbassò mai fino alla critica che tutto distrugge, nè avrebbe sofferto sentirsi nell’animo turbata la fede. Non rinnegava però l’umanità, ma suo studio era torne via il troppo (ha questa imagine nelle sue rime), come faceva del rozzo marmo perchè di dentro a quello uscisse una divina figura. In questi pensieri gli era compagna Vittoria Colonna, che amò avendo egli settant’anni e fu amato condegnamente da lei, bella, illustre, onorata sopra quante donne allora fossero in Italia. Nè per essere ella figlia di Fabbrizio Colonna e stata moglie del Marchese di Pescara, cadde a lui nella mente di essere egli a lei disuguale. Diresse a lei molte delle sue rime, e sono quelle dove più forte spira quel senso di religione a cui diceva di sentirsi da lei innalzare: potevano questo in essa l’ingegno, gli studi, le poesie e le opere virtuose. I loro due nomi rimasero segno a gran riverenza in mezzo ad un secolo nel quale erano come soli; ma se molti avessero seguito quelle orme, nè il misero sbrano sarebbe avvenuto, e meglio sarebbe stato all’Italia e a tutto il mondo.

Si narra che Michelangelo, al vedere la corniola che ha incisa l’effigie del Savonarola, dicesse che l’Arte avendo toccato il colmo doveva necessariamente declinare. Da Giotto insino a Raffaello era stato un progredire, dove si direbbe che l’arte mettesse appena piede innanzi piede, perchè ad ogni passo era una fermata, e copia d’ingegni avevano occupato ciascuno dei gradi. Compieronsi i tempi, e il Sanzio venne a porsi in sulla cima portato da quelli che lo precederono; ed egli avendo così acquistata pienissima scienza di tutte le parti onde si compone la pittura, in sè le congiunse con armonia maravigliosa. Per questo nelle opere di lui si può dire perfetta ogni cosa, perchè ogni cosa risponde in esse a quello che forma il fine dell’arte, ritrarre l’ideale dalla bellezza del vero. Cotesto ideale temprato e diffuso per tutto il dipinto riesce, egli è vero, a farsi quasi una negazione del sublime ch’è sopra ogni legge e che non può fare a meno di avere in sè qualche sorta di disarmonia; ma io non vorrei che fosse Raffaello uscito da quella pacata e sempre uguale perfezione ch’è tutta sua propria. Alquanto più vecchio degli altri due sommi, Leonardo da Vinci cominciò pittore; ma poi trasportato dal genio suo speculativo, cercò il sublime per via di assidue meditazioni dell’intelletto e fece l’arte essere una forma della scienza. Poneva uno studio insaziabile in ogni parte di quello che avesse in mente di fare, dal volto del Cristo fino alla vernice dei suoi quadri, talchè distendendosi per tutta l’ampiezza del sapere, lasciò poche opere, che pure a lui valsero altissimo luogo.

Nel Buonarroti insieme con l’idea nasceva intera la forma, nè in ciò altri credo che lo arrivasse: di lui non abbiamo bozzetti nè studi pe’ quali salisse gradatamente alla espressione del suo concetto; e molte statue si direbbe lasciasse imperfette perchè alla vita di quegli abbozzi null’altro credesse potere aggiungere con la finitezza. Nelle prime opere di scultura si attenne al semplice dell’antica scuola, mostrando appagarsi di quello ch’è umano; e questa io credo che fosse in lui timidità giovanile. Ma nella figura tranquilla del David giunse al perfetto, e in quella e nel Bacco di Galleria vedi le membra in sè avere la necessità del moto, com’è nella vita. Michelangelo non fece mai professione che di scultore, tenendo quest’arte da più delle altre: chiamato da Papa Giulio a dipingere la grande volta della Cappella Sistina, ignorava le pratiche dell’affresco; ma tosto pervenne a fare l’opera più difficoltosa e la maggiore che abbiano vista i moderni secoli, e che gli antichi nemmeno avrebbero potuta sognare. Per lui dal perfetto si andò al sublime: dipinse le opere della Creazione, e il genio biblico mai non ebbe più alta espressione. Dio che scorrendo pei cieli divide la luce dalle tenebre, poi col tocco del dito suo infonde la vita nell’uomo che sorge: poi quelle severe figure dei Profeti in ampie vesti, dentro alle quali si vede la travatura di membra potenti: tutto questo insieme di alti concetti fatti palesi con la magnificenza di forme solenni, destava nel mondo nuova maraviglia. Non che altri Raffaello, allora sul colmo della gloria e della fama, si diede a seguire le orme del Buonarroti; e da quel giorno la pittura mutò le sue vie.

Avea Michelangelo trasceso il bello ed era andato più in là del perfetto, il che non può l’arte fare impunemente; quanto a sè aveva toccato il suo colmo. Le Sepolture in San Lorenzo dei congiunti di Leone X, perchè non traevano maestà dal subietto, non mostrano a noi che statue bellissime, nè altro egli voleva. Le figure di quei due giovani trattò in modo affatto generico, e forse con qualche segreto dispetto pose quattro nudi di non ben chiara significanza a stare a disagio sulle due grandi arche. Ma chiunque voglia da un marmo solo conoscere quale fosse il Buonarroti, guardi più volte il suo Mosè, poi vi pensi sopra, poi si dia ragione di quel che ha pensato. Non vi ha opera d’arte che presti alla critica più facile appiglio, nè altra ve n’è che ti lasci sì forte impressione: quel braccio dentro a cui tu vedi correre tanta e tale vita, quelle ginocchia potenti a salire il monte del Sinai ed a scenderne gravate di quelle tavole che saranno sempre divina legge alla umanità; quella lunga e strana barba, capriccio d’un genio fuor di ogni misura; quella faccia istessa dove all’uomo si aggiunge la vigoria d’un leone, ma dentro alla quale siede un pensiero più che umano; queste cose il Buonarroti avea trovate fuori dei confini che sogliono essere quei dell’arte. A lui non bastava quel che l’uomo vede, ma fuor ne traeva un’altra imagine con la mente, che aveva in sè stessa la verità sua; nè la figura del suo Mosè avrebbe cercata tra gli uomini. Dove anche si fosse dentro ai confini naturali, faceva lo stesso; nè credo che mai potesse un ritratto copiare dal vivo.

Già vecchio dipinse il Giudizio Universale nella parete della sua stessa Cappella Sistina, ch’è sopra all’altare; opera fra tutte vastissima per le innumerabili figure che vanno dal cielo fino all’inferno, ciascuna facendo parte d’un insieme e poste dentro a quello stesso ambito di luce per cui tutto il quadro si abbraccia in una veduta: nè Michelangelo fu mai tanto mirabile per la scienza dei nudi e per la novità e per l’ardire delle invenzioni. Volentieri egli dal sublime andava al terribile; i tempi nell’animo gli ponevano una tristezza da lui medesimo espressa più volte. In quella grandissima composizione, piuttostochè il giudizio della umanità risorta al bene ed al male, fece la condanna dei reprobi: in cima il Giudice irato e la Vergine spaurita, e gli Angeli con le loro terribili trombe, e pochi Santi: poi sotto subito il precipizio dei malvagi, e più sotto i loro tormenti già in esercizio, come nell’Inferno di Dante, dal quale gli piacque di trarre perfino Caronte con la sua barca; nè a lui fu vietato. Quest’opera, in mezzo a tante bellezze, mostrò che l’arte aveva passata la sua perfezione; l’aveva passata, ma pure spiegando potenza insolita fino allora. Quindi è che l’impronta lasciata da lui riuscì troppo forte; ma io per me credo giovasse alle arti infondere nella scuola dei quattrocentisti un nuovo fermento; e bene sarebbe stato alle lettere, se ad esse pure lo stesso avveniva.

Come architetto il Buonarroti fece i disegni di molti edifizi, fu consultato per grandissimi lavori, diresse le fortificazioni della città di Firenze. Nell’arte del costruire valentissimo sopra tutti, seguiva il suo genio quanto alle forme ed agli ornamenti, d’esempi classici si curava poco. Andava il pensiero suo alle opere smisurate: nelle dimore che fece in Carrara ed in Serravezza per attendere alla cava dei marmi, aveva immaginato di tagliare uno di quei monti con un suo disegno, per cui a guardarlo di lontano dal mare offrisse figura di un grandissimo Gigante accovacciato in quelle sommità. Nei venti estremi anni della sua vita fece la Cupola di San Pietro. Non che però si conducesse egli ad alzarla su quel fondamento che egli medesimo le aveva posto a tanto nuova e maravigliosa altezza; ma tutta l’opera del voltarla e del munirla fu condotta sopra i suoi modelli e con le misure da lui lasciate. Chi stando in terra nel centro del grande spazio, alzi su gli occhi girandoli per tutta la Cupola all’intorno, poi giunga a fermarli nel sommo punto dov’ella si chiude, crede il pensiero avere cedute le sue ragioni alla fantasia o crede esser egli nell’infinito. Quella Cupola fortunatamente rimase all’interno sobria d’ornamenti, e non perdè la sua grandiosità sublime. Volea il Buonarroti che tutta la Chiesa fosse a croce greca, chiudendo le tre grandi navate con una quarta d’eguale misura. Quella più lunga che venne fabbricata dopo alla sua morte, disturba non che l’economia di tutta la pianta, l’effetto ancora per cui la chiesa, com’è ingombrata di ornamenti costosi e importuni, appare d’assai minore grandezza pei molti inciampi e per gli inganni che incontra la vista. Se il primo disegno fosse stato mantenuto e che il nobile e grandioso vestibulo avesse introdotto a quella bene ragionata e sopra tutte magnifica base che il Buonarroti voleva dare alla sua Cupola, la chiesa accorciata sarebbe agli occhi apparsa più grande; e il pensiero religioso di tutto il tempio, che oggi ha perduto l’unità sua ed è interrotto da tanto incongrua varietà d’oggetti, sarebbe asceso riposatamente verso il cielo. Michelangelo Buonarroti moriva di presso che novant’anni a’ 18 febbraio del 1564; nel giorno medesimo (come ora è accertato) nacque Galileo.

Alla fine del Libro Nono dell’Istoria di Benedetto Varchi è una descrizione della città e stato di Firenze, la quale si rannesta in qualche modo all’altra che aveva scritta della città stessa Giovanni Villani due secoli prima. A tutti è ovvio quanta incertezza regni nelle descrizioni o statistiche di tal sorta, ai tempi antichi per saperne poco e ai nostri per volerne sapere troppo. Sembra però a me che la statistica del Villani abbia maggior chiarezza e precisione, quanto ai fatti, di quella del Varchi. Noi trascrivemmo più ampiamente quella, ed ora di questa poco trarremo e sparsamente, pigliando le cose che sembrano a noi più certe e più chiare. Sulle origini di Firenze molto si distende quel dotto uomo che fu il Varchi, nè senza un qualche acume di critica; vorremmo che egli avesse speso più tempo a cercare le cose quali erano in quelli estremi della Repubblica. Non possiamo a buon conto accettare i calcoli suoi quanto alla popolazione della città; ma perchè scrive più sotto, che «circa due mila settecento erano i battezzati annualmente in San Giovanni,» possiamo noi così all’ingrosso opinare che circa novantamila fossero gli abitatori di Firenze, non contando i forestieri, nè quella crescita che veniva dal molto numero dei religiosi pei quali si altera la proporzione dei vivi sul numero dei nati. Più di cento erano tra conventi di frati e monache e chiese collegiate; di sole donne quarantanove monasteri; settantacinque le confraternite di varie sorte, dalle più ricche e più fastose fino alle più chiuse e più devote che attendevano a pietà rigida o ad uffici di carità. L’antico e celebre Spedale di Santa Maria Nuova era opinione ai tempi del Varchi che avrebbe posseduto, pei molti lasciti che in diversi tempi gli erano stati fatti, la maggior parte delle possessioni della città, se per varie cause molte non ne fossero state alienate. Spendeva ogni anno per la cura degli infermi venticinque mila scudi, dei quali traeva diciottomila dalle possessioni e il rimanente da limosine; più altri Spedali erano in Firenze, molti nel contado. Lo Spedale degli esposti, detto degli Innocenti, spendeva ogni anno undici mila scudi, che settemila cinquecento da beni stabili, e ogni di più dal pubblico in limosine.

Oltre ai pubblici edifizi, erano un centinaio di case private che avevano nome di palazzi; delle quali trenta, scrisse un contemporaneo essere state edificate tra ’l mille quattrocento cinquanta e il settantotto; molte più belle e di più ornata architettura avea Firenze vedute sorgere in quei tempi splendidi, che furono dalla creazione di Leone X fino all’Assedio. Era magnificenza delle più antiche famiglie avere presso alle case loro una loggia ad uso pubblico: se ne vede tuttora qualcuna, e ai tempi del Varchi n’erano aperte più che una ventina. Le antiche torri, forza e superbia della città, scapezzate per la maggior parte, di rado si alzavano più in su del pari delle case che appartengono al primo cerchio: grande era il numero e la estensione dentro alle mura di orti e giardini, sia di privati sia di religiosi. Ma poichè le arti ebbero sparsa in questo popolo la ricchezza, chiunque poteva ebbe desiderio di farsi una villa; talchè all’intorno dei castelli disarmati si fabbricarono le casette pacifiche, dove il lanaiolo ed il setaiolo amavano lietamente riposarsi con le famiglie loro; si adornavano ciascuna secondo le facoltà, improntandosi di quel bello che vi mettevano i grandi artisti. Scrivono esserne state ottocento dentro le venti miglia, murate di pietra e di scalpello, cui davano nome di palazzi: presso a Firenze erano frequenti così, che alla vista la città si prolungava lungo spazio fuori delle mura; e l’Ariosto scriveva in sua lode:

«Se dentro un mur, sotto un medesmo nome Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi, Non ti sarian da pareggiar due Rome.»

Il piccolo Stato aveva oltre a cinque città, Pisa, Volterra, Pistoia, Arezzo, Cortona; quattrocento terre murate, le quali si serravano ogni sera e si riaprivano la mattina: le terre che in segno di tributo la mattina di San Giovanni offrivano ciascuna un palio, erano cento; e circa trenta Comunità offrivano un cero ciascuna. La Repubblica mandava col nome generico di Rettori a governare le varie parti dello Stato diciassette Capitani, dodici Vicari, ed altri minori col nome di Potestà, oltre ai Castellani delle Fortezze, Consoli di mare a Pisa e camarlinghi e provveditori e doganieri. Dicevano essere d’intorno a ottomila gli uomini chiamati alla milizia delle Ordinanze col nome di volontari. Il Varchi scrive, che le entrate della Repubblica non passavano quei medesimi trecentomila fiorini d’oro che erano ai tempi di Giovanni Villani: registra come titoli di maggior conto, dalla gabella delle porte, settantatremila; dalla dogana di Firenze, settantamila; dal camarlingo del sale, vino e macello, cinquantatremila; dalle decime ordinarie e straordinarie e arbitri della città, cinquantamila; dalla gabella dei contratti, dodicimila novecento trentanove; dalle gravezze del Contado, quattordicimila; dalle città, castella e comunanze tassate, dodicimila; dal camarlingo d’Arezzo, quattromila; dall’accatto de’ contadini e non sopportanti, duemila trecento trentotto; dalle gravezze de’ sobborghi, quattrocento cinquanta; con altre minori fino agli avanzi dei pegni venduti al giudeo. Maggiori d’assai erano in ogni tempo le entrate straordinarie di balzelli ed accatti posti ai cittadini: dal 1377 al 1406 le sole guerre costarono undici milioni e cinquecentomila fiorini d’oro: nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono di straordinari imposti ad arbitrio quattro milioni e ottocentomila fiorini, che sono in detto tempo più che cento some d’oro. Lo stato popolare dal 1527 al 30 cavò di straordinari in tre anni un milione e quattrocento diciannovemila cinquecento fiorini d’oro. Questi erano debiti scritti sul Monte, a cui pagava la Repubblica innanzi quel tempo, per interessi e paghe d’ogni sorta, novantaquattro mila fiorini all’anno; e sedicimila per terzi delle doti delle fanciulle che hanno la dote sul Monte e si maritano. Ricchezze erano principali alla città le arti della Seta e della Lana, la quale sola «lavorava ogni anno da venti a ventitremila pezze di panni, come si può vedere dai libri dell’Arte, dove dette pezze si marchiano giornalmente tutte quante.» Correvano molte sorte di moneta, delle quali era il Fiorino la più antica e principale, e monete forestiere d’oro e d’argento, il maggior numero francesi.

Nel vitto erano i Fiorentini tenuti frugali, ma di grande pulitezza; si nominavano poche case che fossero use a mettere tavola ed a vivere splendidamente. I cittadini si appellavano col proprio nome o col soprannome, questi essendo qui frequentissimi; ciascuno dava all’altro del tu, fuorchè ai dottori, ai cavalieri ed ai canonici, i quali avevano del messere; e i frati, del padre. Quanto al vestire, il cappuccio repubblicano, con quella striscia lunga che si avvolgeva intorno al collo, non era per anche affatto dismesso; non si cavava che al Gonfaloniere di giustizia o a grandi prelati: ma sottentravano altre nuove foggie, ciascuno cercando mostrarsi gentile quanto era più fiacco; le avevano recate le Corti che si erano in Firenze succedute dal dodici in poi, e massime quella del Cardinale di Cortona. Ma nondimeno sempre le usanze ritennero qui assai più che altrove del mercatantesco, del che i Fiorentini venivano proverbiati da quanti in Italia più avessero accolto i nuovi costumi.

Capitolo VIII. CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]

L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze, dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza, secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze, massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso. Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela. Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati che li combatteva.[157]

Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato, entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini, ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si avvicinava alle porte di Firenze.[159]

Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo, uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto; avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza, della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano. Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria, e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese quell’atto.[161]

Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163] ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164] Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio; ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella città.

Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa, come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici, o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro. Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie, pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà. Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle. Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi, col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica, abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel 1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta. I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici, e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto, nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie, com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.

I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile: così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici, nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici: in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte, perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, quattrocento fave ferme o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro, spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro fortuna nella sorte delle armi.[165]

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Note 1 · «. . . . . . . . . . Chi avesse Detto a Lorenzo e al Duca di Nemorse, Al Cardinal de’ Rossi et al Bibiena, A cui meglio era esser rimasoNote 2 · Goro Gheri nel Memoriale mandato al Papa e che sta in fine del Copialettere, voleva persino maritare Ippolito alla Duchessina Caterina, alloNote 3 · Nerli, Commentari. — Nardi, Storie, lib. VII. — Cambi, Storie. — Pitti Iacopo, lib. II. — Ammirato, lib. XXIX.Note 4 · Burigozzo, Storia di Milano. (Archiv. Stor. Italiano, tomo III.)Note 5 · Guicciardini, lib. XVI.Note 6 · Vettori, Storia d’Italia.Note 7 · Cambi, Storie.Note 8 · Vedi in molti luoghi la Cronaca del Burigozzo milanese.Note 9 · Guicciardini, Storia d’Italia, lib. XVI.Note 10 · Varchi. — Nardi. — Vedi anche le Lettere del Machiavelli che fu adoprato nella direzione di quelle opere.Note 11 · Francesco Vettori, Storia d’Italia.Note 12 · «Pochi dì fa si diceva per Firenze che il signor Giovanni de’ Medici rizzava una bandiera di ventura per far guerra dove gli venisse meglio.Note 13 · Guicciardini, Storia d’Italia, e Lettere scritte in quella Luogotenenza, che formano il tomo IV e V delle Opere inedite; è come un giornale Note 14 · Fine dell’Istoria di Francesco Vettori.Note 15 · Lettera dedicatoria al libro del Principe.Note 16 · Varchi, Storia, lib. II. — Nardi, Storia, lib. VIII. — Nerli, Commentarii, lib. VII. — Segni, Vita di Niccolò Capponi. — Pitti, Storia.Note 17 · «Si ebbe a pagare in 9 mesi 220 mila fiorini d’oro in oro, e toccò a pagare a forse circa poste 1200, e le poste che sopportano le gravezze Note 18 · Lettere del Guicciardini, Opere inedite.Note 19 · Il Vasari e Francesco Salviati (Vita di questo, scritta dal primo), giovani pittori, raccolsero i pezzi di quel braccio e gli custodirono.Note 20 · Varchi, Storie. — Nerli. — Ammirato, lib. XXX. — Busini, Lettera II.Note 21 · Ved. Cambi, in più luoghi del tomo XXIII.Note 22 · Lettera del Machiavelli al Guicciardini, anno 1525.Note 23 · Busini, Lettera II.Note 24 · Varchi. — Pitti. — Busini.
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